Chiarelettere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chiarelettere/ un blog di approfondimento culturale Wed, 23 Apr 2014 13:25:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Chiarelettere Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chiarelettere/ 32 32 Segreti di Stato e romanzo delle stragi https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/ https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/#comments Tue, 22 Apr 2014 18:47:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20194 Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E' cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E' dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell'Italia un paese unico in Europa. C'è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un'intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un'azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato "osceno". «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

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Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E’ cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E’ dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell’Italia un paese unico in Europa. C’è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

– Nel suo libro «Il ritorno del principe» lei sostiene che la questione criminale italiana sia inscindibile da quella dello Stato e della democrazia. È un’affermazione molto forte…

La storia italiana è una storia diversa da quella degli altri paesi di democrazia europea avanzata, perché nei paesi come la Francia, come l’Inghilterra, come la Gemania quasi non esiste una questione criminale, o meglio, la questione criminale è un capitolo assolutamente marginale e secondario della storia nazionale, di cui si occupano soltanto gli specialisti, i magistrati e i criminologi, perché tranne poche eccezioni le gesta criminali sono quelle della criminalità comune: rapine, omicidi e traffico di stupefacenti. In Italia non è così. Perché in Italia la questione criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, la storia con la ‘s’ maiuscola. I protagonisti delle vicende criminali non sono stati soltanto esponenti delle classi disagiate e popolari, ma anche pezzi importanti della classe dirigente.

– Cos’è l'”Oscenità del potere”?

L’impostura culturale che la mafia è solo una storia di brutti sporchi e cattivi, di cui sono protagonisti personaggi come Riina, Provenzano o i casalesi. La realtà è che, tranne un breve periodo che dura dal 1980 al 1990, i più grandi capi della mafia sono sempre stati borghesi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano era un medico chirurgo: il dottor Michele Navarra.

– Quali sono i pericoli che l’Italia corre se il potere criminale dovesse continuare a rimanere fuori dalla scena, ‘osceno’ insomma?

La lezione della storia ci insegna che in questo paese nessuno – fosse di centro, destra o sinistra – ha mai potuto governare senza venire a patti con questo blocco sociale che è anche il principale responsabile del sottosviluppo del Mezzogiorno, della privazione sistematica della risorse. Situazione che oggi è più grave: a causa di fattori macrosistemici come l’avanzare del federalismo fiscale, il tetto massimo stabilito alla spesa pubblica dopo il trattato di Maastricht e altri fattori di crisi economica, il Sud precipita sempre di più in una situazione di degrado economico, la forbice del differenziale tra Nord e Sud aumenta, una parte del Nord tende a staccarsi per seguire la locomotiva del Nord Europa e abbandonare il Sud al suo destino. Questo Sud privato di risorse avrà il problema di garantire a milioni di persone di mettere insieme il pranzo e la cena. In assenza di spesa pubblica il pericolo è che per evitare che il sud diventi una polveriera sociale ci si affida all’economia alternativa del crimine, cioè che il Sud diventi un’enorme zona di no-tax, una sorta di Singapore del Mediterraneo, dove l’economia si genererà grazie al porto franco, all’afflusso di capitali sporchi, alle case da gioco alla benzina defiscalizzata e quant’altro.

– Eppure quel blocco sociale sembra ancora molto forte…

Noi continuiamo ad avere un Parlamento, consigli regionali, governi, e organi rappresentativi affollati di persone che sono state condannate per mafia, e che restano ciò nonostante restano degli ‘intoccabili’. Continuiamo ad avere quella che poco fa ho chiamato borghesia mafiosa, che è un pezzo importante di classe dirigente, ed è il vero terreno su cui si gioca il futuro della lotta alla mafia. Nel libro leggo il sistema di potere mafioso attraverso la lente dei ‘Promessi sposi’: non ci si può illudere di sconfiggere la mafia arrestando solo i bravi.

– In quali condizioni prospera l'”offerta” sociale mafiosa rispetto a quella legale dello Stato?

Quando le persone non hanno la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti, quando sono costretti a piegarsi per avere un lavoro, per avere un minimo di dignità sociale, quando uno Stato non è in grado di offrire occupazione e pari dignità ai cittadini. È allora che molta gente è spinta a mettersi nelle mani della mafia che quantomeno garantisce una sopravvivenza economica.

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Ancora su “I buoni” di Luca Rastello https://minimaetmoralia.it/editoria/ancora-su-i-buoni-di-luca-rastello/ https://minimaetmoralia.it/editoria/ancora-su-i-buoni-di-luca-rastello/#comments Mon, 14 Apr 2014 20:10:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20010 Questo articolo è uscito sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore".

di Vittorio Giacopini

Quando Aza – la ragazza dell’Est – lascia i “cunicoli” e il suo popolo degli abissi di sbandati – l’ingresso nel mondo dei “buoni” ha le stimmate di una rinascita totale, però obbligata. Ai piedi delle colline,  tra gli scheletri d’acciaio di templi del lavoro ora in disuso, la città che era stata operaia la riceve distrattamente, e è già qualcosa, ma un inciampo della sorte le muta il destino.  Grazie a Andrea e Mauro – un operatore umanitario e un fotografo prestato al ‘terzo settore’ – la ragazza selvaggia è accolta nel benedicente regno di don Silvano.  Per l’esule la comunità In Punta di Piedi adesso coincide con l’intero orizzonte,  e non ha confini.  Attorno all’uomo di Dio – sguardo stanco, capelli lunghi e un po’ unti, maglione liso – ruota adorante tutta una corte angelica di mediocri bontà, spente esistenze, trattenute ambizioni, sante parole.  Ma gli angeli decaduti non sono altro che diavoli, com’è noto, e in questo libro ferocissimo e spietato  - dunque vero - Luca Rastello ci mette in guardia da subito, non cincischia. Bisogna guardarsi da quell’uomo di chiesa, e dal suo fascino. È questione di tempra morale e visioni dei rapporti di forza, di linguaggio. Il soccorritore degli ultimi – e grande amico dei Potenti, dei famosi – incarna la “forma del mondo”, e va temuto. Il carisma – equivoco - del prete è l’incantesimo del capo di una setta, cerimoniosa.

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Questo articolo è uscito sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”.

di Vittorio Giacopini

Quando Aza – la ragazza dell’Est – lascia i “cunicoli” e il suo popolo degli abissi di sbandati – l’ingresso nel mondo dei “buoni” ha le stimmate di una rinascita totale, però obbligata. Ai piedi delle colline,  tra gli scheletri d’acciaio di templi del lavoro ora in disuso, la città che era stata operaia la riceve distrattamente, e è già qualcosa, ma un inciampo della sorte le muta il destino.  Grazie a Andrea e Mauro – un operatore umanitario e un fotografo prestato al ‘terzo settore’ – la ragazza selvaggia è accolta nel benedicente regno di don Silvano.  Per l’esule la comunità In Punta di Piedi adesso coincide con l’intero orizzonte,  e non ha confini.  Attorno all’uomo di Dio – sguardo stanco, capelli lunghi e un po’ unti, maglione liso – ruota adorante tutta una corte angelica di mediocri bontà, spente esistenze, trattenute ambizioni, sante parole.  Ma gli angeli decaduti non sono altro che diavoli, com’è noto, e in questo libro ferocissimo e spietato  – dunque vero – Luca Rastello ci mette in guardia da subito, non cincischia. Bisogna guardarsi da quell’uomo di chiesa, e dal suo fascino. È questione di tempra morale e visioni dei rapporti di forza, di linguaggio. Il soccorritore degli ultimi – e grande amico dei Potenti, dei famosi – incarna la “forma del mondo”, e va temuto. Il carisma – equivoco – del prete è l’incantesimo del capo di una setta, cerimoniosa.

Scritto con rabbia e con passione, livida furia, I buoni è un romanzo-verità che gioca su un cambio di prospettive vertiginoso. Aza impara a muoversi tra buoni che buoni non  sono,  che fanno orrore. L’introibo ad altare dei si muta nel giro di poche pagine nell’accettazione delle regole di una “scuola di empietà” terrificante.  La discesa agli inferi evocata nelle pagine iniziali sui ‘cunicoli’ mostra adesso il suo volto più cupo e ordinario, più spiazzante.  È l’universo dei buoni di professione, del “sociale”. Rastello  – già autore di alcuni libri chiave sul nostro tempo (Io sono il mercato fa impallidire Gomorra; La Guerra in casa surclassa Lilin) – questo mondo lo conosce, e sa narrarlo. È questione di potere, e di parole (“una lingua maledetta”, niente di più e, davvero, niente di meno). Prima ancora di vederli in azione , basta ascoltarli:  spronati dalla “frusta dell’oltre”, sempre pronti a “sporcarsi le mani” a metterci la faccia” a “mettere testa”,  gli adepti dei Piedi hanno fatto della Legalità un feticcio e della condivisione un Idola fori.  Senza calcare la mano, Rastello li lascia parlare, questi mostri. “Nel sociale – scrive a un certo punto– tutto è possibile”è non è una denuncia, è….  Dostojevsky.  La descrizione dei meccanismi interni alla vita  della comunità  ha l’intensità di un trattato di demonologia; genera angoscia.

I I buoni ha fatto parlare di sé anche per motivi sbagliati e strumentali, superficiali (dietro la maschera di Silvano il volto autentico è riconoscibilissimo, si dice), ma il libro di Rastello è un lavoro che vive di vita propria e scardina le nostre coordinate mentali,  gli schemi usati. Raramente un romanzo recente ha saputo raccontare il Male con tanta oggettività e con tale forza. Lasciarsi irretire dal ricatto della cronaca o del gossip è puerile. Rastello guarda più lontano, in ogni caso. In questo corpo a corpo visionario e maledettamente concreto col reale, la dialettica tra vittime carnefici è ormai alle nostre spalle, consumata. Il male, oggi, ha il volto di chi fa il “bene”, predica il bene (del resto in perfetta connivenza col Potere) e il trionfo degli angeli caduti appare scontato. A meno che dal fondo dei cunicoli del dolore e della droga, della miseria, non riappaia – paurosa – una figura del  passato. In questo mondo di lupi mascherati da pecore belanti non ci sono né speranza né giustizia: solo vendetta.

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Criminalità dei potenti e deriva del sud https://minimaetmoralia.it/interviste/criminalita-dei-potenti-e-deriva-del-sud/ https://minimaetmoralia.it/interviste/criminalita-dei-potenti-e-deriva-del-sud/#comments Wed, 23 May 2012 12:58:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8072 In occasione del ventennale della strage di Capaci, pubblichiamo un'intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

di Antonello Castellano

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno del Principe. Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato "osceno". «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

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In occasione del ventennale della strage di Capaci, pubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

di Antonello Castellano

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno del Principe. Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

– Nel suo libro Il ritorno del Principe lei sostiene che la questione criminale italiana sia inscindibile da quella dello Stato e della democrazia. È un’affermazione molto forte…

La storia italiana è una storia diversa da quella degli altri paesi di democrazia europea avanzata, perché nei paesi come la Francia, come l’Inghilterra, come la Gemania quasi non esiste una questione criminale, o meglio, la questione criminale è un capitolo assolutamente marginale e secondario della storia nazionale, di cui si occupano soltanto gli specialisti, i magistrati e i criminologi, perché tranne poche eccezioni le gesta criminali sono quelle della criminalità comune: rapine, omicidi e traffico di stupefacenti. In Italia non è così. Perché in Italia la questione criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, la storia con la ‘s’ maiuscola. I protagonisti delle vicende criminali non sono stati soltanto esponenti delle classi disagiate e popolari, ma anche pezzi importanti della classe dirigente.

– Cos’è l'”Oscenità del potere”?

L’impostura culturale che la mafia è solo una storia di brutti sporchi e cattivi, di cui sono protagonisti personaggi come Riina, Provenzano o i casalesi. La realtà è che, tranne un breve periodo che dura dal 1980 al 1990, i più grandi capi della mafia sono sempre stati borghesi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano era un medico chirurgo: il dottor Michele Navarra.

– Quali sono i pericoli che l’Italia corre se il potere criminale dovesse continuare a rimanere fuori dalla scena, ‘osceno’ insomma?

La lezione della storia ci insegna che in questo paese nessuno – fosse di centro, destra o sinistra – ha mai potuto governare senza venire a patti con questo blocco sociale che è anche il principale responsabile del sottosviluppo del Mezzogiorno, della privazione sistematica della risorse. Situazione che oggi è più grave: a causa di fattori macrosistemici come l’avanzare del federalismo fiscale, il tetto massimo stabilito alla spesa pubblica dopo il trattato di Maastricht e altri fattori di crisi economica, il Sud precipita sempre di più in una situazione di degrado economico, la forbice del differenziale tra Nord e Sud aumenta, una parte del Nord tende a staccarsi per seguire la locomotiva del Nord Europa e abbandonare il Sud al suo destino. Questo Sud privato di risorse avrà il problema di garantire a milioni di persone di mettere insieme il pranzo e la cena. In assenza di spesa pubblica il pericolo è che per evitare che il sud diventi una polveriera sociale ci si affida all’economia alternativa del crimine, cioè che il Sud diventi un’enorme zona di no-tax, una sorta di Singapore del Mediterraneo, dove l’economia si genererà grazie al porto franco, all’afflusso di capitali sporchi, alle case da gioco alla benzina defiscalizzata e quant’altro.

– Eppure quel blocco sociale sembra ancora molto forte…

Noi continuiamo ad avere un Parlamento, consigli regionali, governi, e organi rappresentativi affollati di persone che sono state condannate per mafia, e che restano ciò nonostante restano degli ‘intoccabili’. Continuiamo ad avere quella che poco fa ho chiamato borghesia mafiosa, che è un pezzo importante di classe dirigente, ed è il vero terreno su cui si gioca il futuro della lotta alla mafia. Nel libro leggo il sistema di potere mafioso attraverso la lente dei ‘Promessi sposi’: non ci si può illudere di sconfiggere la mafia arrestando solo i bravi.

– In quali condizioni prospera l'”offerta” sociale mafiosa rispetto a quella legale dello Stato?

Quando le persone non hanno la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti, quando sono costretti a piegarsi per avere un lavoro, per avere un minimo di dignità sociale, quando uno Stato non è in grado di offrire occupazione e pari dignità ai cittadini. È allora che molta gente è spinta a mettersi nelle mani della mafia che quantomeno garantisce una sopravvivenza economica.

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OWS: notizie da Zuccotti Park https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/ https://minimaetmoralia.it/libri/ows-notizie-da-zuccotti-park/#comments Tue, 20 Mar 2012 10:14:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7067 Partendo da due libri con l'omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l'altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall'interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

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Partendo da due libri con l’omonimo titolo «Occupy Wall Street», uno di Riccardo Staglianò uscito per Chiarelettere, l’altro di autori vari appartenenti al movimento uscito per Feltrinelli, Alessandro Leogrande fa il punto sulla protesta dopo lo sgombero di Zuccotti Park in questo articolo uscito su «Saturno».

Può esistere un movimento senza leader? Quando la totale orizzontalità di un movimento di protesta rischia di rovesciarsi nel suo contrario, o addirittura di diventare controproducente? Sono queste le domande che attraversano due libri usciti di recente. Hanno il medesimo titolo, Occupy Wall Street, e costituiscono un dettagliato resoconto di quanto è accaduto negli ultimi mesi del 2011 a Zuccotti Park. Il primo, edito da Chiarelettere, è un reportage “dentro la protesta” di Riccardo Staglianò; il secondo, edito da Feltrinelli, è un lavoro collettivo nato dall’interno dei gruppi di lavoro del movement. Eppure, per essere un testo “interno”, è notevolmente autocritico e pieno di spunti di riflessione.

Staglianò è interessato a cogliere la genesi di Occupy Wall Street (Ows): le sue idee, il suo quotidiano, le biografie dei partecipanti, sia di quelli più in vista che degli attivisti comuni. Viene fuori un ritratto estremamente plurale, molto più composito di quanto in realtà si sia percepito in Italia in questi mesi. Forse il limite di Ows può essere racchiuso in poche parole tratte da un discorso, tenuto proprio lì, da Slavoj Zizek: sappiamo cosa non vogliamo, ma dobbiamo ancora elaborare quale tipo di mondo vogliamo. Eppure, quel “noi non ci stiamo” coniugato al plurale, quell’insieme di “lettere di dimissioni dal sogno americano”, per usare una felice definizione di Marco Roth, editor della rivista “n+1”, è già di grande interesse. Staglianò coglie tra le righe come il più importante movimento progressista degli ultimi tempi sia figlio della parte migliore della sinistra americana successiva alla stagione dei diritti civili. L’attenzione estrema al momento assembleare, il forte egualitarismo tra militanti, la critica di ogni forma di leadership, la riflessione sui mezzi, la costante produzione di controinformazione, slogan molto creativi, bollettini, dirette video, commenti, tweet sono tutti fattori che articolano tra loro il lato “reale” e quello “virtuale” della protesta, forme nuove e nuovissime. Tuttavia, a parte la solita riflessione sulla funzione dei social network, Ows è stato una straordinaria rivincita della politica reale, quella fatta di nuove relazioni umane in mezzo a una piazza “occupata”, contro la sua rarefazione on-line. Altro che antipolitica…

Sugli elementi concreti della vita a Zuccotti Park insiste molto il libro collettivo di Scrittori per il 99%. Il volume racconta come siano stati messi in piedi la biblioteca, la cucina, il servizio legale e quello medico, il media center, un sistema di smaltimento rifiuti e tante altre cose. Racconta, insomma, come si è creata una vera e propria comunità di base, interetnica e interclassista, nel cuore di New York: qualcosa di molto simile a ciò che Michael Walzer in un suo recente saggio apparso su “Dissent” ha definito “socialismo-nel-suo-farsi”, con grande attenzione alla fase creativa, al work in progress dei movimenti sociali e politici migliori.

Dopo lo sgombero di Zuccotti Park che ne sarà di Ows? Rinascerà in nuove forme? Manterrà la stessa intensità di partecipazione? Secondo Staglianò dalla primavera in poi, avvicinandosi le elezioni presidenziali, qualcosa accadrà, il movimento farà sentire la sua voce. Secondo gli Scrittori per il 99%, invece, il principale merito di Ows è quello di aver creato un modello e un metodo che si sono riprodotti anche altrove, in altre città e perfino in alcuni centri della provincia americana.

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