Chimamanda Ngozi Adichie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chimamanda-ngozi-adichie/ un blog di approfondimento culturale Wed, 13 Jan 2021 10:52:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Chimamanda Ngozi Adichie Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/chimamanda-ngozi-adichie/ 32 32 Akuaba, l’indagine sul neocolonialismo di Francesco Staffa https://minimaetmoralia.it/libri/akuaba-francesco-staffa/ https://minimaetmoralia.it/libri/akuaba-francesco-staffa/#comments Wed, 13 Jan 2021 13:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47564   Akuaba, il romanzo d’esordio di Francesco Staffa per D editore, è un libro molto duro. Si tratta di un’opera narrativa già matura, dalle forti tinte sociali, esplicita, spietata, a tratti disturbante, che affronta, senza alcun orpello o censura, l’orrore della tratta delle ragazze nigeriane, contestualizzato all’interno dei meccanismi perversi del neocolonialismo. Sarebbe però limitante […]

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Akuaba, il romanzo d’esordio di Francesco Staffa per D editore, è un libro molto duro.

Si tratta di un’opera narrativa già matura, dalle forti tinte sociali, esplicita, spietata, a tratti disturbante, che affronta, senza alcun orpello o censura, l’orrore della tratta delle ragazze nigeriane, contestualizzato all’interno dei meccanismi perversi del neocolonialismo.

Sarebbe però limitante ridurre l’impatto del romanzo alla retorica espressione “pugno nello stomaco”: la narrazione si svela in un gioco di incastri ben congegnato, un intreccio di vicende inquietanti che affronta crudamente temi come la violenza sulle donne (imposta con lo stupro, con la manipolazione psicologica, con la mercificazione del potere economico), il razzismo fondante e connaturato alle politiche neocolonialiste e, più a fondo, le dinamiche più oscure dei desideri e delle pulsioni primordiali dell’inconscio.

Dunque, Akuaba non è solo un resoconto realistico dell’ingiustizia radicale subita storicamente dai popoli africani, ma può essere letto a un livello più alto come un consapevole racconto simbolico sull’impossibilità dell’Occidente di arginare le forze ferine che ne hanno posseduto e guidato la visione espansionistica.

Di questo, e di molti altri aspetti, abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea di questo romanzo?

Nell’ormai lontano 1947, Ennio Flaiano ha usato parole durissime per definire l’Africa. Parole che a distanza di tempo trovo siano ancora attuali: “l’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza”. È un’affermazione forte, un’affermazione sincera e cruda che non lascia scampo. È la visione di un modo di pensare l’altro che inconsciamente abbiamo incamerato. Una visione che ci inchioda di fronte a responsabilità inconfutabili e di fronte a una realtà difficile da digerire, eppure evidente. Una realtà che ci vede protagonisti, nostro malgrado, di nefandezze indiscutibili. Frutto di un’ideologia di fondo dettata da una realtà storica, complessa, che ci ha voluto vincitori. È in virtù, o per colpa, di essa che indossiamo una medaglia dai volti solo apparentemente opposti: da un lato sovranismo e razzismo e dall’altro paternalismo e pietismo. Entrambi questi volti hanno una stessa matrice ed è quel senso di superiorità, ora sopito, ora esaltato e ostentato con orgoglio, che è alla base di un comune sentire, che troppo spesso non si vuole ammettere. Non è forse vero, infatti, che tendiamo a pesare le vite umane in base a un’appartenenza più o meno vicina alla nostra? Non è forse vero che il privilegio di nascere in una determinata parte del globo e di appartenere a una determinata classe sociale condizioni le nostre scelte?

Ecco, è da qui che è nata l’idea di questo romanzo. Dall’esigenza di riflettere su tali paradossi. Dal voler analizzare criticamente la nostra Storia e dalla necessità di fare i conti con la nostra memoria. Perché è dalla memoria che bisogna partire per capire chi siamo e dove vogliamo andare. Anche, e forse soprattutto, se è una memoria scomoda e disturbante. Da cui si rischia di non uscirne bene né come italiani, né come persone, donne o uomini che siamo.

Come affrontare questa memoria? È la domanda che mi sono posto, insieme ad un’altra, altrettanto importante: come superare la duplice narrazione che quotidianamente invade il dibattito su l’altro?

Da qui ho iniziato a pensare a una lente che potesse creare una distanza sia temporale che spaziale dall’emotività che il fenomeno migratorio provoca ormai nei nostri commenti e giudizi. Ho creduto che parlare di vicende simili, avvenute in un luogo remoto e in un momento storico lontano, potesse essere la chiave di volta per riflettere su noi. Un noi generalizzato, un noi contraddistinto da un bagaglio storico pesante. Ma anche un noi, svelato intimamente. Un noi che allarga i propri confini, includendo l’umanità intera. Proprio nel tentativo, ultimo, di superare delle categorie che sono storiche e culturali ma che non rendono nel giusto conto il fatto di appartenere tutti a un’unica specie. Cosa spinge l’essere umano?

Questa è la domanda definitiva che mi sono posto. Lungi dal voler essere esaustiva, la mia risposta si è focalizzata sul desiderio. Credo fermamente, in ultima analisi, che sia questa la leva che ci smuove. Il desiderio.

Poi, quale sia la sua natura e quale il suo volto dipende dal vissuto di ognuno e dalle condizioni ambientali in cui abitiamo. Ed è qui la differenze che ci rende ognuno diverso. Qual è il desiderio che ci attiva e quali sono i sentieri che percorriamo per soddisfarli. Infine quali le conseguenze e il prezzo da pagare.

A partire da questi interrogativi sono nati i vari personaggi e le loro vicende. Ho narrato i loro cammini e le emozioni scaturite dalle pulsioni che li animano. Cammini e pulsioni che si intrecciano gli uni agli altri, ora per percorrere un tratto di strada insieme e ora per vedersi ostacolare dal percorso altrui, così come spesso accade.

Come ti sei documentato?

Non sono partito da una scaletta dettagliata, né avevo in mente tutta la narrazione. Non scrivo mai con un progetto in mente predefinito. Mi affido a uno o due personaggi e mi lascio trasportare. Poi man mano che la storia prende avvio inizio a documentarmi attraverso vari tipi di fonti. Da testi storici ad articoli di giornali e riviste, passando per la narrativa e saggi di natura urbanistica e ambientalista. Per questo romanzo era importante ricostruire una cornice storica e insieme ad essa un’ambientazione verosimile. Lagos e la foresta di Osogbo, due degli scenari in cui i personaggi prendono le loro mosse, rappresentavano luoghi a me poco familiari. Quindi la mia ricerca si è orientata verso la scoperta e la conoscenza di un territorio che non avevo mai attraversato. Inoltre avevo la necessità di respirarne l’aria, gli odori e le atmosfere. Per questo è stato fondamentale calarmi nelle narrazioni di chi quei luoghi li aveva abitati realmente come Wole Soyinka, Chimamanda Ngozi Adichie, Oyinkan Braithwaite, solo per citarne alcuni, e nelle descrizioni etnografiche di rituali yoruba in modo da poter avere ben presente le quinte di quel palcoscenico su cui i personaggi avrebbero calcato i loro passi.

Quali sono state le parti più difficili da scrivere?

“Per me scrivere romanzi è una forma di esplorazione, di scoperta: tanto di un mondo nuovo, di cui devo conoscere più elementi possibili, quanto del mondo in sé, del mondo in quanto tale, e dunque di me, che al mondo appartengo”. Queste sono le parole di Rosella Postorino con cui mi trovo in pieno accordo. Scrivere è inizialmente scoprire. Entrare in empatia e in sintonia con l’ambiente che si vuole narrare. Dall’esplorazione di questo mondo, poi, emergono elementi che colpiscono maggiormente e sono quelli che si sceglie di rappresentare ed evocare.

Come ho accennato prima, quando scrivo non parto mai da una scaletta. Ho più o meno in mente una narrazione, un abbozzo di trama, quasi mai un finale. O a volte solo quello. Più spesso conosco il tema che voglio affrontare e i personaggi mi aiutano a delinearlo e mi offrono gli spunti per rifletterci.

Anche per questo romanzo, il processo creativo ha seguito più o meno questo istinto. Volevo parlare di quanto il privilegio condizioni il desiderio e di come, per esaudirlo, non ci si preoccupi di violare le vite altrui. Allo stesso tempo volevo narrare vicende simili a quelle che oggi vivono molte persone che decidono di – o sono costrette ad – abbandonare la propria terra. Per affrontare questi temi avevo la necessità di superare, però, un certo tipo di narrazione e utilizzare una poetica differente. La difficoltà maggiore, dunque, è stata quella di rimanere fedele a questo intento.

Intrisi, come siamo, di un linguaggio tendente al retorico e al pietistico, per non parlare di quello razzista o negazionista, diventava difficile riuscire a narrare vicende umanamente tragiche senza cadere in questo errore. La storia di Amma e Adebisi è stata senza dubbio quella che mi ha creato più di un pensiero. Da un lato infatti volevo restituire il dolore e la pena, dall’altro però credevo che non dovesse suscitare solo queste emozioni. Sono fermamente convinto che un racconto debba prima di tutto mostrare, descrivere. In questo senso mi sono affidato al mio bagaglio culturale, a quel mezzo narrativo che in etnografia veicola la restituzione di una cultura a chi quella cultura non la conosce e non l’ha mai vista: la descrizione, per quanto più possibile oggettiva.

Io per primo non conoscevo le vicende dei personaggi, non sapevo nulla di cosa possa significare dover scegliere di abbandonare la propria terra, né cosa possa voler dire trovarsi da un giorno all’altro in balia di organizzazioni criminali che utilizzano i corpi altrui per i propri scopi illeciti. E ancora meno cosa possa significare vivere quotidianamente con uno stigma addosso. Quello del nero, dell’inferiore o di colui che ogni giorno deve essere difeso da qualcuno che quel colore non ha capito ancora cosa sia. Nero o Bianco non sono tratti epidermici, rappresentano concetti politici, invenzioni per marcare un confine netto tra una parte del mondo e un’altra. Mi approprio delle parole della scrittrice Djarah Kan per spiegare meglio questo concetto: “Volete che ve lo riscriva più chiaramente? Il razzismo non è l’assenza di gentilezza da parte dei bianchi nei confronti dei neri. Né gli schiaffoni e gli insulti ricevuti, lungo tutta una vita. Il razzismo in Europa si fa carne con le leggi che spingono gli immigrati a morire nel Mediterraneo per via del sistema discriminatorio dei visti di ingresso. Il razzismo è la volontà di tenere sotto ricatto intere comunità, mediante il fragile sistema del rilascio dei permessi di soggiorno, dove un giorno sei cittadino, e quello dopo clandestino. Il razzismo è la Politica italiana che considera come preoccupazioni di Serie B, i diritti civili dei figli degli immigrati, che sono anche figli dell’Italia.

Il razzismo è considerare la Storia africana solo come schiavitù, deportazione e povertà.

Il razzismo è guardare allo straniero come massa e non come individuo. Il razzismo è la negazione costante di quella parte di Storia europea, che deve lo sviluppo e la ricchezza attuale del vecchio Continente alle stragi, al colonialismo, alle deportazioni e alle cancellazioni di intere popolazioni africane. Chiedere scusa in quanto bianchi è l’offesa più grande che si possa fare ad una persona che vive incastrata in questo sistema tanto violento e allo stesso tempo raffinato”.

La mia preoccupazione più grande è stata proprio questa, non cadere nell’errore di voler chiedere scusa, risolvendo “tutto con un mi dispiace, rimanendo di fatto uguali a sé stessi” Djarah Kan.

Ho tentato di descrivere, di riportare quello che immaginavo potesse essere vivere in cattività, dopo aver subito sevizie e abusi di vario tipo. Ho voluto e dovuto raccontare la complessità storica all’interno della quale questi eventi si sono sviluppati. È stato necessario affrontare tutta una serie di sovrastrutture e, soprattutto, quel senso di colpa che spesso, come ci insegna Djarah, risulta irritante, se non deleterio, quando ci si limita a volerlo allontanare senza averlo prima introiettato. E soprattutto senza che si abbia la voglia e il desiderio di superarlo veramente, cambiando – non mi stancherò mai di dirlo – la narrazione.

Con questo non voglio dire che sia stato più semplice narrare le scelte di Franco, Fabiënne, Guido e Ada. Anche per loro ho deciso di rimanere estraneo. Di limitarmi a descrivere cosa animasse il loro agire. L’amica sociologa Marta Vignola, a cui devo la citazione di Flaiano con cui ho aperto questo incontro, durante una presentazione del romanzo mi ha chiesto se avessi perdonato i miei personaggi. Non credo sia mio compito perdonarli o meno. Credo che incarnino delle imperfezione che, chi più chi meno, indossa quotidianamente e, in quanto tali, concorrano alla bellezza/bruttezza dell’essere umano. Sicuramente questo è l’aspetto che più di tutti colpisce il mio interesse: l’imperfezione e il tentativo di ognuno (forse) di tentare di superarla adoperandosi a raggiungere obiettivi che spesso si rivelano deleteri per qualcun altro. Soprattutto, credo che l’assoluzione conduca all’immobilità. Lavarsi la coscienza, chiedere scusa e chiedere il perdono, senza però cambiare nulla. Mentre ciò che serve è un mutamento netto e per quello è necessario prendere atto dei propri errori, affrontarli e smettere di perseverare nella loro riattualizzazione.

Quali sono secondo te le vie possibili per stroncare l’orribile traffico di esseri umani che è descritto spietatamente nel libro?

Vorrei avere la soluzione, ma purtroppo temo di non possederla. Di certo andrebbero rivisti i rapporti tra Paesi emergenti e Occidente sia riguardo le adozioni internazionali che in merito agli scambi economici. Una redistribuzione della ricchezza più equa potrebbe essere un fattore determinante nel limitare pratiche illegali e, come accennavo all’inizio del nostro incontro, bisognerebbe riflettere sul nostro ruolo e sul nostro presunto senso di superiorità. Sarebbe opportuno dare il giusto peso ad ogni vita umana, senza considerarne alcune meno valide di altre. In questo senso movimenti come quello nato negli Stati Uniti e che tanto determinante si è rivelato nelle ultime elezioni americane, può insegnarci molto su come percepire noi e l’altro. Senza cadere in facili sensazionalismi o sprecare energie in estenuanti dibattiti su quanto sia corretto o meno abbattere i simboli della supremazia bianca, dovremmo concentrarci su una narrazione differente. Una narrazione che senza ipocrisie ci ponga di fronte a chi siamo stati, chi siamo e chi dovremmo e potremmo essere. Partire dalle nostre colpe per prendere le distanze e deviare da un cammino che da secoli percorriamo. Il Black Lives Matter può aprire uno spiraglio che alla lunga potrebbe avere ripercussioni anche sugli orrendi crimini che ho narrato. Ma per arrivare a questo è necessario spogliarci delle nostre certezze, fare i conti con la nostra memoria e con il nostro agire e soprattutto rinnegarlo e cambiare rotta. Ora, non so quanto tutto ciò si attuerà. Sicuramente la società statunitense non è la stessa che abita il resto dell’Occidente e neanche quella che contraddistingue i Paesi emergenti. Questo movimento potrebbe essere un esempio, ma c’è bisogno che a mutare sia la weltanschauung. A partire dai media.

Secondo te, è possibile sensibilizzare le orde di imbecilli che rilanciano le notizie della falsa propaganda fascioleghista e, per fare un esempio, reagiscono con risate alle notizie di donne o bambini morti affogati in mare?

Sono convinto che ogni fenomeno sociale vada affrontato per quella che è la sua complessità. Per quanto, di pancia e di prima impressione mi sentirei di utilizzare i tuoi stessi epiteti per definire queste persone, credo che un primo passo per tentare una sensibilizzazione sia quello di non cadere nel loro stesso errore. La pancia deve essere messa da parte. Bisogna, ancora una volta, cambiare la narrazione. Io credo che chi rilancia in questo modo semplicistico, irritante e sperequativo le notizie false della propaganda fascioleghista sia a sua volta vittima di questa stessa propaganda.

C’è un vuoto istituzionale, prima di tutto. Manca un organo che intervenga ogni volta che si profili una chiara e limpida notizia falsa. Non sto parlando di censura, ovviamente, ma è pur vero che in qualche modo è opportuno difendersi. Certo non è semplice, proprio per via del labile confine che potrebbe incorrere tra censura e libertà di stampa. In secondo luogo esiste un vuoto politico. Nessuna forza, oggi, sembra intenzionata a smantellare questo genere di propaganda. Sembra quasi che si abbia il terrore di macchiarsi del cosiddetto buonismo. In realtà bisognerebbe compiere delle scelte nette e a quelle attenersi. Rovesciare la narrazione, cambiare i termini. Mettere al giusto posto le cause e gli effetti. Inventare il termine clandestino, ad esempio a chi fa comodo? Creare questa figura a chi è servito? Rendere un numero imprecisato di persone fuori legge senza che si siano macchiate di alcun reato cui prodest?

Se si partisse da queste semplici domande e ci si chiedesse sempre a chi giova qualsiasi scelta nazionale e internazionale, si potrebbe costruire una cronaca dei fatti completamente differente. Se ad esempio invece di parlare del “problema” migranti, si parlasse del fenomeno, se ne conoscessero le cause, magari anche l’opinione pubblica inizierebbe a chiedere di risolvere quelle e non si limiterebbe a sentirsi minacciato. Senza contare che andrebbero affrontati i veri “problemi”, quelli interni prima ancora di considerare la migrazione un problema. Chi rilancia notizie false chi è? Perché impiega le proprie energie a sputare veleno e ad amplificare l’odio su cui poggia il potere di qualche politicante altrimenti privo di qualsiasi contenuto? È un terreno fertile. Un campo arido, reso arido da anni di malgoverno che non hanno saputo dare le giuste risposte ad esigenze minime primarie. Sono abbandonate dalle istituzioni che alimentano il loro rancore indirizzandolo verso coloro che sono socialmente più deboli.

Il discorso, come ho detto fin dall’inizio è molto complesso e non è sufficiente questo spazio per rispondere adeguatamente, quello che posso dire, con assoluta certezza è che abbiamo bisogno di un cambio di rotta, sia dal basso che dall’alto. Bisognerebbe riscoprire il concetto di solidarietà, non intesa come aiuto reciproco, ma solidarietà di intenti. Una solidarietà collettiva atta a rovesciare un sistema che si è incancrenito sulla falsità, privo di contenuti e che produce solo e vittime, da una parte e dall’altra.

La narrazione, al di là del realismo molto crudo di certe descrizioni, è costruita in maniera accorta e sofisticata. Ti sei ispirato ad alcuni modelli narrativi?

Certamente, anche se non è semplice definire quali. La scrittura è imprescindibile dalla lettura. Sono un lettore onnivoro e credo che ogni parola che io abbia incamerato nel corso degli anni abbia contribuito a comporre questo romanzo. Per quanto riguarda la scelta di costruire una narrazione non lineare, credo sia dovuta alla mia propensione di ragionare per immagini. In questo senso anche la mia voracità cinematografica e seriale ha inciso enormemente nella stesura.

Nonostante i temi trattati siano di natura storico sociale, ho pensato che un impianto che derivasse dal genere noir o thriller potesse rendere la lettura più accattivante e probabilmente la mia frequentazione di questi generi mi è stata senz’altro utile. Non volendo fare torto a nessuno evito di declinare nomi di autrici e autori che hanno nel tempo influenzato il mio modo di pensare a una storia e di restituirla su carta.

Quali libri consiglieresti per documentarsi sui temi che affronti nel libro?

Credo che i percorsi della conoscenza siano totalmente individuali. Certamente consiglierei le autrici e gli autori Nigeriani che ho citato precedentemente. Ma il vero consiglio è quello di lasciarsi andare alla curiosità e approfondire quegli elementi che colpiscono perché vicini alla propria sensibilità e da lì lasciarsi stupire nell’entrare in mondi inesplorati e sconosciuti.

Qual è stata la reazione dei lettori finora?

Devo ammettere che è stata molto positiva ed entusiastica. Da un lato è stato apprezzato il tema portante, per la sua originalità. Il romanzo è apparso come un punto di partenza per approfondire una storia poco nota eppure attuale nonostante sia incastonata in un tempo e un luogo distanti. Dall’altro ho ricevuto numerosi elogi per il modo in cui ho costruito la narrazione: la trama che attraverso prolessi e analessi si dipana fino a chiudere un cerchio (anche se il finale rimane aperto). Essendo poi un romanzo multistrato, ho ricevuto anche diversi attestati di stima per i temi più intimistici trattati, oltre che per la costruzione psicologica dei personaggi. Proprio in virtù di ciò molte lettrici e molti lettori si sono avvicinati al romanzo declinandone sfumature differenti, affezionandosi ad un personaggio o ad un altro in base alla propria sensibilità o al proprio vissuto, rendendo, così, la narrazione viva.

Cosa hai in mente di scrivere dopo questo romanzo?

Un prequel con nuovi protagonisti, per quanto alcuni personaggi saranno ancora presenti. Le vicende nigeriane restano quelle narrate in Akuaba, ma vedremo Guido e Ada qualche mese prima che Kofi si presenti alla loro porta. Il misterioso collezionista assolderà il “discepolo” di Guido per ricercare alcuni oggetti che gli sono stati sottratti e quindi avremo notizie di questa figura che per ora è rimasta sospesa. Ancora una volta il tema sarà quello della “scelta” e del “desiderio”, declinato però in una trama dalla cornice completamente differente. A fare da sfondo sarà la morte prenatale, la mitologia classica (greca e mesopotamica) e la dicotomica storia matriarcato/patriarcato. La sacralità femminile avrà un ruolo predominante così come il tentativo maschile di usurparla. Ancora una volta il montaggio sarà alternato e vi saranno dei personaggi che si muoveranno in un luogo fuori dal tempo e dallo spazio, un arcipelago dove anime pure rappresenteranno le novelle Moire. È un romanzo a cui tengo molto e che sto curando nei minimi dettagli da anni ormai.

Come consiglieresti la lettura del tuo libro a un lettore che ancora non ti conosce?

Se è arrivato fino alla fine di questa lunga intervista, credo abbia tutti gli elementi per scegliere Akuaba come lettura del suo prossimo futuro.

 

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Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/prima-che-cali-il-sipario-in-ricordo-di-ken-saro-wiwa/#comments Tue, 10 Nov 2015 12:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29050 Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro del figlio di Ken, Noo Saro-Wiwa, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant'anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l'ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l'infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

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ken noo

Il dieci novembre 1995 Ken Saro-Wiwa, scrittore, intellettuale e attivista politico nigeriano, un uomo di pace, venne impiccato nel carcere di Port Harcourt assieme ad altri 8 compagni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, da lui fondato. Lo ricordiamo con un ritratto di Gabriele Santoro che parte da In cerca di Transwonderland, libro di Noo Saro-Wiwa, figlia di Ken, pubblicato in Italia da 66thand2nd.

Uno scrittore è la sua causa. A cinquant’anni può ancora sognare e avere visioni, ma può anche appassire nella verità. Per questo oggi torno a dedicarmi a quella che è sempre stata la mia preoccupazione principale di uomo e scrittore: lo sviluppo di una Nigeria stabile e moderna, capace di abbracciare valori avanzati, dove nessun gruppo etnico e nessun individuo sia oppresso; una nazione democratica dove i diritti delle minoranze siano protetti, la scolarizzazione sia un diritto, la libertà di parola e associazione sia garantita e dove il merito e la competenza siano considerati prioritari.

Un mese e un giorno, Ken Saro-Wiwa

 

Si può cominciare a scrivere una storia sbagliata da una fotografia felice, da un sorriso che arriva sulla casella di posta e sovverte l’ordine delle priorità, come un atto di resistenza. «Hai bisogno del tempo, della sua cura. La rabbia? È utile solo se si è disposti a rischiare la propria vita per cambiare il sistema. Avevo diciannove anni, quando uccisero mio padre, scomodo per le sue campagne contro la corruzione del governo e il degrado ambientale di una fertile regione agricola provocato da Shell. Del mondo non avevo visto molto. Ho sempre amato viaggiare. Chiedevo spesso a mio padre di andare in vacanza insieme: “Viaggiamo qui, viaggiamo lì”, gli dicevo. “Quando sarai grande”, mi rispondeva. Ed era una frustrazione. Allora ammiravo le mappe, i libri per l’infanzia che ritraevano la varietà delle specie animali. La notte uscivo, oltre la staccionata, per mettermi sotto la luce, continuando così a guardare la mappa del mondo. Sì, fin da piccola volevo viaggiare», racconta Noo Saro-Wiwa.

Dopo un lungo, necessario, volontario esilio è tornata a casa. Si aggira nel piccolo studio di Ken Saro-Wiwa, assassinato a causa dei suoi molteplici talenti, e annota i ricordi, le sensazioni: «Lì dove batteva a macchina i suoi testi e si infuriava al telefono per le ingiustizie subite dagli Ogoni, una rabbia intervallata da fragorose risate di pancia. Negli scaffali dei libri ho trovato un terreno comune con lui e per la prima volta ho immaginato con rammarico il tipo di rapporto che avremmo potuto avere da adulti. Era bravo a raccontare le favole e a intavolare una conversazione, ma non se la cavava bene con gli anni intermedi dell’adolescenza, quando non sei più così malleabile e ti allontani dal cammino di grandezza che aveva tracciato per te. A vent’anni notai che i nostri interessi convergevano soprattutto riguardo ai viaggi. Una volta frugai fra i suoi vecchi passaporti e restai sorpresa nel vedere timbri di paesi come il Suriname. Non lo saprò mai».

L’uomo deve vivere. Mi piace ‘sta storia. L’uomo deve vivere, ripete nel fosso il giovane soldato Mene, protagonista di Sozaboy (Baldini & Castoldi, 275 pagine, 15 euro), capolavoro della letteratura postcoloniale che spicca fra le opere di Ken Saro-Wiwa. In trincea non sai più neanche quale sia il nemico. Puoi solo chiederti: allora per che cosa sto combattendo? Sai che la guerra iniziata non può finire e tu perderai, il tuo villaggio perderà la propria anima.

There’s something happening somewhere. Una strofa che racchiude l’angoscia di una distanza incolmabile, di un’ingiustizia senza rimedio. I vent’anni trascorsi dal 10 novembre 1995 non leniscono la solitudine della forca nel cortile del carcere di Port Harcourt, che Saro-Wiwa condivise con altri otto compagni di lotta contro quello che non esitava a catalogare come un genocidio culturale, ambientale, sociale provocato dall’irresponsabile sfruttamento della risorsa petrolio all’interno del Delta del Niger. Con lui sul patibolo furono condotti gli attivisti Ogoni Saturday Dobee, Nordu Eawo, Daniel Gbooko, Paul Levera, Felix Nuate, Baribor Bera, Barinem Kiobel e John Kpuine.

Nello splendido reportage letterario In cerca di Transwonderland – Il mio viaggio in Nigeria (66thand2nd, 328 pagine, 18 euro) Noo mantiene sempre elevato il tono della narrazione, la densità delle pagine, non concedendo terreno al risentimento. Le descrizioni sono vivide, la scrittura è composta. In poche righe riesce a raffigurare che cos’è oggi la natia Port Harcourt, la distopia di un ambiente alle prese con un’urbanizzazione rapace, legata al giogo petrolifero. Il denaro, il potere nella peggiore accezione familistica, l’intricata rete della corruzione che sconvolge qualunque norma sociale: «Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale», afferma.

Noo sogna di trovarsi in un posto in cui il divario fra aspettative e realtà non sia così alienante. Si sente piombare nella distanza fra il patrimonio di tradizioni, così ricco e controverso, e una società moderna. Questo abisso è in fondo il cuore della sua ricerca, delle domande che non hanno una risposta semplice. Sembra di rileggere la ragazza di una splendida raccolta di racconti di Ken Saro-Wiwa. In Casa dolce casa, il primo racconto di Foresta di fiori (Edizioni Socrates, 170 pagine, 10 euro), una studentessa prova sentimenti laceranti, sospesa fra tradizione e modernità urbana, nel ritornare al proprio villaggio di Dukana per trascorrere le vacanze con la madre:

«(…) Attraversammo piccoli villaggi sonnolenti ritagliati nella foresta, che abbracciavano amorevolmente la terra e il fogliame. Vedevamo spesso in lontananza una fiammata di gas, che ci rammentava che questo era un paese ricco di petrolio e che proprio dalle viscere di questa terra proveniva il liquido tanto ambito, che alimentava gli ingranaggi della civiltà moderna. Provai allora quello straziante dolore che la conoscenza riserva a coloro che riescono a distinguere l’abisso tra ciò che è e ciò che potrebbe essere. E il mio pensiero andò agli uomini e alle donne di Dukana, che recitavano la propria vita sullo sfondo di quelle grandi forze che non avrebbero mai capito».

Talvolta anche gli oggetti hanno un’anima. Nella seconda foto che mi manda Noo, un ritratto di famiglia domenicale, Ken è illuminato da un sorriso con la pipa inseparabile. Sono serviti anni per recuperare e identificare la materia che di lui restava. A cercare dentro la fossa comune una qualche forma di umanità. Il gesto della ricomposizione scheletrica, a dieci anni dall’esecuzione della condanna, commuove. Anche la pipa è tornata a posto: «Zio Owens, medico, ci aiutò a ricomporre ogni femore, perone, metacarpo e costola, calmando le nostre menti con l’operosità. Invano cercai il viso nel teschio. Mancavano i due incisivi. Ma quando Junior posizionò una pipa tra le mascelle, i denti si trasformarono in quel suo sorriso familiare».

Il Nobel per la letteratura Wole Soyinka sapeva che le rassicurazioni sulla sorte dell’amico Ken Saro-Wiwa, fornite dal generale golpista Sani Abacha a Nelson Mandela, erano del tutto destituite di credibilità. Avrebbero impiccato un uomo di pace, un intellettuale, dopo un processo sommario, illegale, costruito attorno a un’accusa infondata, di essere cioè responsabile della morte di altri attivisti Ogoni col movente di contrasti interni al movimento. Saro-Wiwa dichiarò Shell persona non grata, pretendeva che dopo la riparazione dei danni, si mettesse al tavolo per dialogare, per una differente politica industriale. Accusava l’esercito di eseguire gli ordini della multinazionale. A partire dal 1980 i ricavi della produzione lasciati dal governo federale per la popolazione locale erano pari all’1.5% del totale.

Il territorio Ogoni erano oltre 400 miglia quadrate di terrazze costiere a nordest del Delta del fiume Niger, con un’altissima densità abitativa, che a inizio Novecento patirono lo stravolgimento dell’invasione colonialista britannica. «Gli Ogoni erano sonnambuli in marcia verso l’estinzione, verso uno sterminio di natura politica, del tutto inconsapevoli dei danni presenti e futuri del colonialismo interno. Avevo accettato la responsabilità di svegliarli dal loro sonno secolare», scrive Saro-Wiwa. È conscio della necessità della costruzione di un’organizzazione di massa, di una fabbrica del dissenso. Gli Ogoni non erano abituati all’attivismo politico. Nel 1990 formarono il Mosop e concepirono la Ogoni Bill for Rights per il controllo e l’utilizzo delle risorse ai fini dello sviluppo indigeno. Il 4 gennaio 1993 avvenne l’impensabile. Trecentomila Ogoni manifestarono senza disordini per il riconoscimento dei propri diritti. Tra aprile e giugno 1993 Saro-Wiwa fu arrestato quattro volte senza diritti di difesa.

Nella plurisecolare cultura Ogoni il carcere non esisteva, si scontavano altre pene, dalla multa economica alla condanna capitale. Nessuno era mai stato incarcerato o punito per reati di opinione. Dunque una novità colonialista: «Una novità che mal si adattò alla nostra psiche. La prigione divenne un luogo da evitare a tutti i costi. Se eri lì dentro vuol dire che eri un reietto della società».

Soyinka ha dedicato un capitolo di Sul fare del giorno (Frassinelli, 707 pagine, 18.50 euro) al compagno con cui condivise un tratto di strada. Citiamo da Requiem per un ecoguerriero:

«(…) Sulle strade di Auckland mi si accostò un’auto su cui erano il giovane Ken, figlio del condannato, alcuni membri di Body Shop e di altre Ong. Ken balzò fuori dalla macchina con una dichiarazione ciclostilata della Shell. Se Ponzio Pilato prima di consegnare Cristo ai suoi aguzzini avesse mai scritto una lettera, sicuramente sarebbe stata simile a quella che mi trovai a leggere. Se fosse accaduto qualcosa di imprevisto ai nove Ogoni – recitava la dichiarazione – i responsabili andavano cercati tra gli agitatori la cui tattica aggressiva non aveva fatto altro che inasprire l’atteggiamento del regime militare vanificando l’attento lavoro di diplomazia silenziosa intrapreso dalla compagnia.

Certo eravamo noi i colpevoli, non la Shell! Non le compagnie petrolifere. Non il regime militare, le aziende sue alleate, le sue corti illegali, ma noi! Gli restituii quel trattato di untuosità aziendale che aveva il solo scopo di affrancarsi da ogni responsabilità. (…) La dichiarazione della Shell poteva anche non essere una condanna formale, ma era un certificato di morte così chiaro che non riuscii più a pensare a Ken come una persona ancora nel mondo dei vivi e persi qualunque desiderio di incontrare politici e uomini di Stato». Dopo l’esecuzione la Nigeria fu espulsa dal Commonwealth.

Ken Saro-Wiwa nutriva una certezza. Un giorno non lontano le compagnie sarebbero state chiamate a rispondere di quella che definiva i crimini di una guerra ecologica e della sporca guerra contro la minoranza etnica Ogoni. Perseguì due linee guida: animare una resistenza popolare appassionata e non violenta; internazionalizzare grazie al proprio cosmopolitismo il dramma di un’etnia che contava non più di 500mila persone. Questa attività di sensibilizzazione incontrò non pochi ostacoli. All’inizio degli anni Novanta, come scrive in Un mese e in un giorno, non ricevette perfino da Greenpeace  e Amnesty l’attenzione necessaria. Centrò entrambi gli obiettivi. Il mondo conobbe il rischio di estinzione di una popolazione che dell’agricoltura, della pesca, faceva il proprio sostentamento. Saro-Wiwa rifuggiva la “larva distruttiva del tribalismo”, dunque la sua lotta democratica aveva una visione complessiva dell’incidenza del petrolio sulla costruzione dell’identità nazionale e mirava alla caduta di una brutale dittatura militare.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York e rappresentante legale della famiglia, avviò la causa contro la Shell, accusata di corresponsabilità nella tragica fine di un simbolo e nella generale repressione violenta del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Nel 2009 Shell, professando la propria estraneità ai fatti addebitati, ha versato 15 milioni e mezzo di dollari per evitare un processo mediaticamente ingombrante.

«Certo quella somma, devoluta in gran parte alla comunità, è niente. Abbiamo deciso che la giustizia può giungere in tanti modi. Per multinazionali come Shell è semplice assoldare avvocati su avvocati, rendere estenuanti i processi. Mio fratello maggiore e mio zio, Owens, hanno messo il proprio corpo, la propria vita e non puoi resistere vent’anni col rischio di un nulla di fatto. Shell non ha voluto affrontare la causa, pagando i danni. Per noi il messaggio, il segnale, che usciva era chiaro per tutte le compagnie che operano con doppi standard a seconda dei paesi. Nessuna corporation avrebbe più dovuto contare sull’impunità», spiega Noo.

È recentissima la pubblicazione della relazione, lunga trentotto pagine, di Amnesty International dal titolo Clean it up – Shell’s false claims about oil spill response in the Niger Delta, in cui si legge: «(…) Le compagnie responsabili della fuoriuscita di petrolio secondo la legge in vigore entro le 24 ore dall’avvenimento devono provvedere a riportare l’area colpita più possibile al suo stato originale, un processo noto come remediation. La nuova inchiesta di Amnesty International e CEHRD mostra che Shell sta fallendo in questa operazione. I siti che Shell asserisce siano stati bonificati sono ancora visibilmente inquinati. Nigeria’s National Oil Spill Detection and Response Agency ha certificato e classificato come puliti siti visibilmente contaminati.

Le conclusioni di questa ricerca si fondano su rilevazioni sul campo in Ogoniland dal mese di luglio a quello di settembre 2015. Nel 2011 United Nations Environment Programme aveva già preso in esame i medesimi siti, fornendo lo studio finora più completo sull’impatto dell’inquinamento petrolifero nella vita delle comunità sul Delta del Niger. Analizzando Ogoniland, l’Unep ha esposto uno scioccante livello di inquinamento, che include la contaminazione dei terreni agricoli e i danni all’industria ittica, la contaminazione dell’acqua potabile, e l’esposizione di centinaia di migliaia di persone a gravi rischi per la salute personale». Shell nega gli addebiti mossi.

In un passaggio significativo del viaggio In cerca di Transwonderland, Noo prefigura Ogoniland libera da una ricchezza maledetta che arricchisce pochi. Una ricchezza che sfotte il futuro, per usare le parole di Saro-Wiwa. Lei immagina il territorio Ogoni come un’economia emancipata dall’oro nero, un ritorno al futuro con l’agricoltura, modernizzata, che per secoli ha sostenuto l’intera area. Addio fuoriuscite di greggio, combustioni continue che avvelenano la terra, i fiumi, sconvolgono pratiche agricole plurisecolari e lotte spietate per il controllo dei profitti derivanti dal petrolio.

«Disgustato mio padre ci indicava sempre quelle fiammate lamentandosi del loro impatto ambientale, mentre io annuivo assente, troppo piccola per comprenderne le implicazioni – dice la scrittrice –. Le compagnie bruciano il gas in eccesso, che è un sottoprodotto dell’estrazione del petrolio. Con le infrastrutture giuste, ma costose, è possibile catturarlo ed esportarlo, invece lo bruciano. Ben pochi soldi della filiera industriale vanno alla popolazione, ancor meno alla gente che abita il Delta del Niger, vittima della corruzione e dell’indifferenza dell’industria petrolifera. È ridicolo che i nigeriani si ritrovino spesso a corto di benzina, perché c’è un sistema che prospera sull’esportazione della materia grezza, di ottima qualità, e sulla successiva importazione della stessa lavorata, costosissima e centrale nel processo corruttivo. Miliardi di dollari perché il governo non ha costruito raffinerie a sufficienza. Il petrolio non ha creato sviluppo, un tessuto economico, né occupazione qualificata».

La Nigeria è la seconda economia dell’Africa subsahariana, il paese più popoloso ed eterogeneo. Alla fine del 2014 la quota del petrolio nigeriano, dietro alla Libia e davanti al Qatar, è pari al 3.1% (37.07 miliardi di barili) nella significativamente crescente torta complessiva delle riserve (1.206 miliardi di barili) dell’Opec. Agli inizi del Novecento furono operate le prime prospezioni nell’allora colonia britannica. Come ricorda l’analista e ricercatrice Agata Gugliotta (cfr. Nigeria risorse di chi?, Odoya) nel 1914 con il Mineral Oil Act Laws of Nigeria la madrepatria si premurò di stabilire che le licenze per l’eventuale esplorazione di pozzi potessero essere rilasciate esclusivamente a vantaggio del governo britannico o delle compagnie private inglesi.

Nel 1937 la prima esplorazione venne effettuata dall’inglese Shell d’Arcy, antenata della Shell Petroleum Development Company of Nigeria, alla quale fu concesso il diritto di estrazione su tutto il territorio nigeriano. «Da allora la Shell cominciò a radicarsi pesantemente nel territorio nigeriano, iniziando a costruire la sua fortuna economica e ad acquisire influenza politica: quell’influenza che manterrà anche dopo il 1960, quando la Nigeria ottenne l’indipendenza», scrive Gugliotta. Alla “nigeriazzazione” della risorsa con il Petroleum decree del 1969, con la contestuale istituzione della Nigerian National Oil Corporation interlocutore diretto delle multinazionali, non corrispose uno sviluppo infrastrutturale e delle competenze tecniche autoctone con la costante influenza dei militari al potere.

Nella guerra del Biafra, scoppiata nel 1967 per la gestione delle royalties, Ken Saro-Wiwa, impegnato sul fronte dei combattimenti come funzionario a Bonny, si schierò per il mantenimento dell’unità nazionale, malgrado la fragilità del concetto stesso di statualità nigeriana. Interruppe il sogno della carriera accademica per affrontare le conseguenze della guerra civile. Passò dal timore che il nascente o già abortito Biafra riducesse in schiavitù gli Ogoni, alla fittizia forma federale dello Stato che per interessi economici extranazionali non rispettava le diversità socioculturali del frammentatissimo mosaico etnico nigeriano, tenuto insieme con la forza e la violenza.

Qui si pongono due domande: che cosa resterà, quale sarà il segno maggiore, della civiltà petrolifera affermatasi con il boom  produttivo degli anni Sessanta-Settanta; è davvero possibile prefigurare un post? «Il conto più salato lo paga e lo pagherà l’agricoltura. Esportavamo prodotti di qualità. All’esaurimento delle riserve sarà spaventoso, la disperazione per l’assenza di denaro facile. Forse torneremo a usare la testa, a pensare. Occorrerà ricostruire, dopo l’era della ricerca della rendita economica mediante lo sfruttamento, un’economia di rapina che ha arricchito corrotti e corruttori. Il potere di Shell e delle altre compagnie è una scelta governativa. Abbiamo avuto sessant’anni per preparare ingegneri, geologi, una classe imprenditoriale nigeriana che potesse gestire la dirompente realtà petrolifera. Abbiamo scelto di renderci schiavi dell’industria petrolifera. Non sarebbe dovuta andare così. Mio padre non era un fanatico. Pretendeva con intransigenza che la ricchezza si traducesse in un benessere collettivo, fuori dal ristretto circolo del potere».

Praticare giustizia per Ken Saro-Wiwa, che tra i propri talenti annoverava anche quello dell’impresa culturale e non, è leggere i suoi scritti, le sue poesie. Le parole di Noo le ritroviamo nella narrativa di Ken, un racconto breve strepitoso, titolato E giù, le stelle. Nella caotica Lagos dei fuoristrada che sfrecciano accanto alle baracche, un giovane rampante, affermatosi grazie allo studio e al lavoro, si affaccia dalla finestra del proprio ufficio sulla città. L’elettricità è temporaneamente saltata. L’istinto è di volare via. Il lavoro è l’unico palliativo ai pensieri tristi. Nel ministero le sue competenze e l’impegno non sono valorizzati. Serve quella che in Americanah Chimamanda Ngozi Adichie definisce l’economia imperante dei leccaculo.

Ezi non faceva parte di tutto questo, non avrebbe mai potuto farne parte, e lo sapeva. Temeva che non avrebbe fatto carriera in quel lavoro. Eppure teneva fede ai propri principi e alla sofferenza che gli procuravano. Il fascino della bella vita era svanito presto, si sente perso. L’estesa corruttibilità, l’inefficienza radicata, il materialismo a cui si abbandonavano i giovani. L’idea che pochi, lui incluso, avessero accesso a ciò che di meglio poteva offrire la Nigeria, mentre la grande maggioranza sguazzava nella povertà. Presto colleghi, amici e superiori si guadagnarono la sua disapprovazione.

A quel punto iniziò l’inevitabile allontanamento dalla società. Quale senso trovare all’esistenza? Occorre agire, ma in che modo? Non è sufficiente osservare con scrupolosità i propri principi. Al culmine di una notte insonne si precipita sul litorale. La brezza marina rappresenta l’unico ristoro. Fissa la luna e le stelle in fondo all’acqua. «Capì di essere solo uno tra la folla che avanzava con un unico scopo e che era necessario assicurarsi che tutti arrivassero lì sani e salvi. E il suo solo sforzo non ce l’avrebbe fatta ma sarebbe stato d’aiuto, e non poteva negarlo a quella folla. Capì che anche il tempo era essenziale e che la pazienza, la determinazione erano fondamentali per il raggiungimento del loro scopo finale». Questo era Kenule Saro-Wiwa, nato a Bori, sul Delta del Niger, il 10 ottobre 1941.

«You know his name will never die». Lo sai, il nome di mio padre non morirà mai, mi dice Noo. Nel suo libro conclude il viaggio con un ritorno al nucleo originale della vita, il linguaggio. Le chiedo di spiegare il senso della frase: «Bane è l’unico posto sulla terra che sento mio, che ci voglia stare o meno. Non mi serve un atto di proprietà e mi conforta l’idea che i miei geni basteranno a garantirmi il diritto indiscusso a rivendicare questa terra». Provo a pronunciare il suo nome, ma sbaglio.

«In tutto il pianeta solo mezzo milione di persone può riuscire a scandirlo correttamente, nella terra degli Ogoni – spiega – . Quel suono, quella pronuncia mi fa sentire a casa. L’immaterialità di un linguaggio, che tra l’altro non pratico, è fondante non appariscente della mia identità. Il linguaggio è quella casa che nessuno può indagare, di cui nessuno può chiederti l’atto di proprietà. In fact, in fact, this is the funny thing. Qualcuno può dirti che non sei nigeriano. Nessuno potrà mai dirmi che non sono Ogoni. Nessuno può sfidare la mia appartenenza etnica».

All’età di ventiquattro anni Noo, cresciuta in Inghilterra e formatasi al King’s College e poi alla Columbia University, ha maturato la consapevolezza del voler scrivere. Una scrittrice in viaggio, di viaggi. In cerca di Transwonderland è la prima pubblicazione, ma in realtà in precedenza ne scrisse un altro dopo una lunga peregrinazione in Sudafrica. Gli agenti letterari la persuasero che con un cognome del genere avrebbe dovuto iniziare dal paese natale. Chimamanda ha studiato in Nigeria fino ai diciotto anni. Teju Cole si è trasferito ai quindici. Nel libro Noo fa visita a Ibadan, trasformata nel tempo in città cuore intellettuale della Nigeria. Era la tappa mancante del viaggio del 1988, quando a bordo di una Peugeot 504, fumando l’usuale pipa,  Ken aveva deciso di mostrare ai propri figli la bellezza della Nigeria, attraversandola da nord a sud, da est a ovest.

A dieci anni Ken vendeva olio di palma per le strade, si affrancò vincendo una borsa di studio per la migliore scuola secondaria locale. Uno dei pochi Ogoni della propria generazione ad accedere un’educazione di alto livello. Considerava come apice del proprio successo il garantire ai figli una buona istruzione. Oggi nell’università di Ibadan, dove Ken studiò all’inizio degli anni Sessanta e che divenne una delle migliori istituzioni accademiche dei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, studenti e studentesse si lamentano per il livello dell’istruzione offerta. Gli insegnanti fotocopiano i testi di letteratura per venderli agli studenti. Il programma di studi dovrebbe avere più attinenza con la nostra realtà sociale, dicono.

La giovane Faith vuole diventare una poetessa, ma “pare che gli scrittori nigeriani che ce l’hanno fatta siano quelli della diaspora”. Gli interrogativi sono tanti: quale lingua utilizzare? Chi leggerà? Chi pubblica cosa? Gli scrittori di successo vivono negli Stati Uniti. Faith vuole lasciare il Paese per coronare le sue ambizioni, inconsapevole dell’oltreoceano: vediamo i film di Hollywood e pretendiamo di avere quello che ci mostrano. Ma la realtà è dura. Noo pone una riflessione interessante sui limiti e le opportunità della frastagliata varietà linguistica nigeriana e sull’emergente realtà cinematografica di Nollywood. Il talento è la premessa, tuttavia le caratterizzazioni dell’inglese locale non sono compatibili l’industria editoriale internazionale.

Anche in questo il lavoro di Ken Saro-Wiwa, fra l’altro autore e produttore televisivo di successo, fu prezioso. Lo esplicita nella nota introduttiva di Sozaboy: «Questo libro è il risultato della mia attrazione per l’adattabilità della lingua inglese e della mia attenta osservazione della lingua parlata e scritta da un certo segmento della società nigeriana. Il linguaggio di Sozaboy è ciò che chiamo Rotten English, un amalgama di pidgin nigeriano, inglese sgrammaticato, e buon inglese, con punte addirittura idiomatiche. Questo linguaggio è disordinato e crea disordine. Prende in prestito con disinvolta libertà parole, modelli linguistici e immagini della lingua madre e trova le sue espressioni in un vocabolario estremamente ridotto. Ai suoi parlanti offre il vantaggio di non avere né regole né sintassi. È parte della società dislocata, disorganizzata e discordante in cui Sozaboy deve vivere, agire e non realizzare la sua esistenza. Il mio esperimento consiste nello scoprire se il linguaggio riuscirà a pulsare in modo vibrante e a comunicare con efficacia».

Una scommessa linguistica vitale, vinta anche nella complessa traduzione di Roberto Piangatelli di un testo apparentemente intraducibile. Il ritmo del racconto è pazzesco. È una testimonianza che sa, fa nomi e cognomi nella follia chiamata guerra. Saro-Wiwa li chiama uomini-pancia, il cui cliente è la morte. Sozaboy è la progressiva presa di coscienza di sé e del mondo, che forse non è mica un gran bel posto: «Oh, scemo che sono, e chi me l’ha fatto fare di andare a fare il soldato? L’ho visto bene come era morto, in questo fronte di guerra, il mio migliore amico. E lo sapevo che, a poco a poco, tutta la mia vita era andata distrutta. Prima di questa storia, non sapevo mica cosa voleva dire morire. Ma ora, proprio da questo momento, non vedo mica più la vita come la vedevo prima: la vedo piena zeppa di cattiveria».

Nella raccolta A forest of flowers c’è un racconto, La conversione, nel quale Ken Saro-Wiwa descrive magistralmente il proliferare delle chiese aziende, il pentecostalismo carismatico che ha ha iniziato a prosperare negli anni Ottanta, quando la Nigeria è sprofondata nell’abisso economico. La storia è semplice. Daniel, catechista di villaggio, è un umile servitore di Dio al quale dedica la propria esistenza. Si trova però ad affrontare la crescente concorrenza delle chiese personalistiche, dei telepredicatori.

Resta sconcertato dalla visita del vescovo che, dall’alto dell’opulenza in cui vive, chiede alla parrocchia, priva di risorse, di essere più puntuale nel pagamento delle tasse. L’alto prelato sfreccia poi via con la propria auto di lusso e una capra donata, sistemata nel bagagliaio. La tentazione di Daniel è forte: fondare la decima chiesa di Dukana, arricchendosi con le offerte dei cittadini, alla ricerca di soluzioni alle proprie tribolazioni. In Sozaboy si ritrova lo stesso personaggio che è diventato il pastore Barika della Chiesa dello Spirito Santo del monte Sion in Israele.

Nel proprio viaggio Noo analizza gli esiti della tendenza che preoccupava il padre. Le chiese hanno grande visibilità acquistando gli spazi pubblicitari sui mass media. Indirizzano l’industria libraria «In un certo senso potremmo dire che è una dimostrazione dello spirito imprenditoriale dei nigeriani – sottolinea l’autrice – . I predicatori hanno ottime capacità imprenditoriali, si sono ispirati ai telepredicatori americani che gestivano le proprie chiese come fossero aziende. Per tanti versi la Chiesa riflette il lato più efficiente della società nigeriana. Anni di lotta economica e corruzione politica hanno indotto i nigeriani a focalizzare l’attenzione su Dio con un’intensità maggiore rispetto al passato. La religione anestetizza il disagio. Offrono il vangelo come una panacea. Oggi circa venti milioni di persone appartengono alle chiese pentecostali. Versano denaro nelle loro casse straripanti, trasformandole in aziende ad alto rendimento».

La memoria è materia scomoda. È paradossale, o forse no, che a gestire lo Slave Relic Museum sia la famiglia Mobee, discendente della lunga stirpe di capitribù che avevano controllato la tratta degli schiavi fin dalla fondazione di Badagry nel 1502. Hanno una bellezza amara le pagine che Noo dedica alla visita dell’antica città di Benin. Che cosa resta delle vestigia di uno dei regni più potenti dell’Africa occidentale in quel luogo dove dominavano finezza, eccellenza e ordine? «Benin ora è una città diversa epicentro della stregoneria, famosa per le rapine a mano armata e per il moderno traffico di esseri umani. Nessuno avrebbe mai detto che le fogne a cielo aperto, gli internet café a bassa tecnologia e l’architettura standard anni Settanta che avevo davanti agli occhi erano stati preceduti da uno dei più grandi imperi dell’Africa, ma l’antico splendore di Benin sembra molto lontano quasi folcloristico». Le mura del National Museum di Benin City contengono una marea di cose meravigliose. Altrettante, dopo l’invasione inglese di fine Ottocento, sono state accumulate e disseminate in diverse parti del mondo al British Museum, al Louvre, a Berlino.

Ken Saro-Wiwa auspicava il ritorno in patria dei propri figli, dopo le esperienze di studio internazionali, al fine di mettere le conoscenze maturate al servizio della comunità. Anche nei giorni terribili della tortura e dell’isolamento carcerario scriveva lettere, preoccupandosi dell’esito degli esami e dell’accesso universitario della figlia. L’assassinio recise ogni legame di Noo con la Nigeria: «Era come un’ingovernabile macchina del dolore e divenne il ricettacolo di tutte le mie paure». La scrittura prende atto dello straniamento culturale, scambiata per una straniera nel proprio paese, riesce a non farsi sovrastare dal peso dei ricordi dolorosi. Sa abbinare un apparente distacco, sapiente ironia e partecipazione emotiva.

Transwonderland, il parco divertimenti di Ibadan, non è diventato Disney World, il paradigma della modernità artificiale occidentale che attraeva Noo. L’artificiosità quale conquista suprema. Il sogno di una terra promessa disneyana sfavillante è una sovrastruttura che non funziona. «Ora però cominciavo a sviluppare una passione per tutto ciò che era indigeno. Cosa sarebbe la Nigeria senza quei matrimoni così eccitanti, le maschere (non quelle aggressive) e le libagioni? Fino a quel momento avevano rappresentato la parte migliore del mio viaggio, il motivo per cui questo paese merita di essere visitato. Rinunciare al nostro patrimonio di tradizioni può valere la pena se siamo in grado di sostituirlo con una società moderna e sviluppata, ma al momento siamo inciampati in una crepa tra questi due mondi».

L'articolo Prima che cali il sipario. In ricordo di Ken Saro-Wiwa proviene da Minima et Moralia.

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L’America nelle canzoni di Bruce Springsteen https://minimaetmoralia.it/interviste/lamerica-nelle-canzoni-di-bruce-springsteen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lamerica-nelle-canzoni-di-bruce-springsteen/#comments Tue, 03 Nov 2015 14:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28935 «Guidavo da solo sull'autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell'America che più ama, quella fondata sul lavoro.

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«Guidavo da solo sull’autostrada fra Ferentino e Frosinone, non esattamente la Route 66; avevo i finestrini aperti, Thunder Road sul riproduttore di cd, mi pareva come se Springsteen e la E Street Band stessero suonando espressamente per me, e mi sono dovuto fermare alla prima piazzola per buttare giù questi appunti», ricorda Alessandro Portelli. Badlands (Donzelli, 218 pagine, 25 euro) è uno studio pregevole, denso, che rivela la passione del professore di letteratura angloamericana, e molto più, per gli universi di riferimento e di senso springsteeniani. Portelli conosce la storia, ma soprattutto sa raccontare le storie. È un viaggiatore instancabile nell’America che più ama, quella fondata sul lavoro.

Questo libro nasce a Princeton, dove la scorsa primavera l’autore ha tenuto un corso su Springsteen. Non l’ha mai incontrato personalmente, però condivide, quando possibile, l’energia, la cerimonia e lo spazio comune dei suoi concerti: «Ma come faccio ad andarmene se questo non smette? Lui ritorna ancora e ci regala (Roma, 2013) un Thunder Road acustico, che ti fa venire voglia di ricominciare. Un paio di chilometri a piedi fino alla macchina e poi un’ora nell’ingolfato traffico notturno dei reduci. A casa mia moglie mi fa: in queste condizioni, mai più. Io invece sto bene. Se avessi un altro biglietto, sarei pronto a rifare tutto da capo», dice.

Badlands è un testo vitale, appassionante e agile per la sua capacità divulgativa di creare ponti. Portelli ben ricostruisce le influenze di Bob Dylan, Woody Guthrie e Pete Seeger sul rocker del New Jersey. Mette al centro della sua analisi il lavoro e il sogno Americano, lacerato ma tuttora evocativo, dirimenti nell’opera di Springsteen, cantore delle speranze, delle sconfitte e della realtà tutt’altro che monolitica d’oltreoceano.

Come sottolinea Portelli, il “Boss” non è un poeta, non è un profeta politico, ma si prende la responsabilità di rammentare le promesse non mantenute, il diritto alla ricerca della felicità. Dà una dimensione narrativa, attingendo alla migliore tradizione della musica popolare, al proprio rock adulto e lo ancora tanto alle sue origini, quanto al tempo che vive. Le note, le strofe dolorose e i ritornelli entusiasmanti non svaniscono come un effimero oggetto di consumo, perché hanno lo spessore di una memoria culturale, affrontando temi fondativi della stessa cultura nordamericana.

Professore, vorrei cominciare da una curiosità. Perché ha ripescato dall’album The Ghost of Tom Joad una canzone come The Line, trattandola così approfonditamente?

«Per questo libro ho riascoltato l’intero canone di Springsteen. Da ogni ascolto possono affiorare nuove idee da contestualizzare. Non avevo mai pensato a questa canzone. In quel disco inizia a esplorare il sogno americano degli emigranti. È il sogno della terra americana dell’abbondanza. Come per le vite dei proletari americani, che canta, si spalanca l’abisso tra mito e realtà. Nello stesso album in Sinaloa Cowboys assume il punto di vista dei giovanissimi migranti messicani dell’industria della droga. In Balboa Park raffigura la violenza fisica sul corpo di chi cerca una vita migliore oltre il confine. Il titolo The Line è in realtà una linea di frontiera sfumata, ambigua. La necessità del migrante non si può respingere: We send ‘em home and they come right back again/Carl hunger is a powerful thing. Il confine è il luogo dove i mondi, che tendiamo a separare, si toccano, mescolano e sovrappongono. Poi è stato importante il lavoro di analisi dei video, che in precedenza facevo poco».

Che cosa aggiungono i video all’ascolto, all’analisi dei testi e all’amplissima bibliografia?

«Illustrano la rilevanza della dimensione rituale nei concerti, dove nulla è lasciato al caso. Quello che fanno Springsteen e la E Street Band sul palco è lavoro, nel senso più pieno del termine. Sudore e fatica costruiscono un rapporto, una visione collettiva. In numerosi video l’occhio non può non accorgersi del sudore, che progressivamente si allarga sulle spalle e le ascelle di Springsteen. Questo è il mio mestiere, dice. Per esempio la lettura di We are alive, che propongo, si è rafforzata, guardando un’esecuzione live a Londra nel 2012. Il palco è buio, Springsteen è da solo con la chitarra. Mentre canta l’ultimo verso della strofa, col suo annuncio di unità e lotta (Our spirits rise/to carry the fire and light the spark/To stand shoulder to shoulder and heart to heart), di colpo si accendono le luci e la banda entra marciando a pieno volume. Avevo intuito poi una citazione (Il corpo marcisce nella tomba, ma lo spirito risorge) da una grande canzone della Guerra Civile: “John Brown’s body is a-mouldering in his grave, but his soul is marching on”. Il video mi ha confortato. Jake Clemons, il nipote di Clarence, ha confermato la mia intuizione vibrando forte un tamburo militare della Guerra Civile».

Nell’introduzione cita un altro pezzo, Sherry Darling, che propose agli ascoltatori italiani nel corso della trasmissione anni Ottanta, di Radio 3,  Ascolta Mister President sulla canzone politica dei Settanta. Che cosa la colpì?

«Sì, in quell’occasione la preferii a The River. È una canzoncina allegra, rock and roll adolescenziale. A prima vista sembra quanto di più leggero si possa immaginare. La ragazza, la macchina, il sole, la spiaggia. Però sul sedile posteriore della macchina c’è la madre della ragazza, che deve essere accompagnata all’ufficio di collocamento: Your Mama’s yappin’ in the back seat/Every Monday morning I gotta drive her down to the unemployment agency. Generalmente nel rock non si parla di persone anziane e soprattutto non si parla di lavoro, di disoccupazione, della difficoltà di arrivare alla fine del mese. Dunque diciamo che Springsteen dimostra la capacità di inserire dentro a un momento di leggerezza la consapevolezza del mondo proletario da cui proviene questa musica. Il rock anche nella sua versione più leggera ritrova il contesto proletario e popolare in cui era nato. Non solo proletario. Nella canzone si snoda anche l’intreccio etnico e di genere. La signora torna poi al ghetto con la metro: She can take a subway back to the ghetto tonight. Non solo è anziana, in cerca di lavoro, ma vive nel ghetto. Probabilmente pensando al contesto di altre canzoni di Springsteen è portoricana».

Negli anni come è riuscito Springsteen a mantenere una certa autenticità nella narrazione del lavoro, dall’universo fabbrica alle macerie materiali e spirituali della deindustrializzazione?

«Il padre era un veterano di guerra, poi arrangiatosi con mille impieghi per sbarcare il lunario. È nato in quel mondo, che l’avrebbe consumato senza l’emancipazione e la liberazione del rock and roll. Per una lunga fase, almeno fino a Born in the Usa, descrive il mondo che conosce per esperienza. Noi concepiamo la classe operaia automaticamente come un elemento di contrapposizione a un’altra classe. Negli States la parola classe non si usa quasi mai. Springsteen non usa mai la parola classe, perché la cultura operaia negli Stati Uniti non è una cultura di contrapposizione. Ma un universo culturale a sé, un’identità autosufficiente, non necessariamente con una collocazione sociale in termini di conflitto. Più avanti, soprattutto dopo il trasferimento in California e le trasformazioni nella sua vita personale, il rapporto con il mondo del lavoro è in primo luogo non tanto un rapporto di partecipazione, quanto di solidarietà ed empatia. Al fatto che la sua vita è ormai lontana da quella realtà supplisce con le letture, con le fonti, con i giornali, con gli incontri con organizzazioni operaie e quelle dei reduci delle guerre, girando l’America. In The Ghost of Tom Joad, e anche in molti brani di Wrecking Ball, il tema del lavoro riconquista la scena. Le sue canzoni hanno sia l’età sia la collocazione sociale del momento storico in cui le scrive».

Quale idea di mobilità sociale declina Springsteen?

«L’idea di mobilità verso l’alto, l’idea che chiunque può con spirito costruttivo risalire la scala e raggiungere una posizione sociale ed economica più agiata è il cuore del sogno americano. Lui trent’anni fa già certificò il blocco di questa mobilità ascensionale, che pure criticò per l’esasperazione individualistica. In The River canta: “Sono nato giù nella valle dove, caro signore, fin da giovane ti insegnano a rifare quello che ha fatto tuo padre”. L’incubo che si aggira in tutta l’opera di Springsteen è quello di ripetere la vita dei propri genitori: “Mio padre si suda lo stesso lavoro mattina dopo mattina/Io rientro a casa percorrendo le stesse sporche strade dove sono nato”, recita Used cars. Con la nuova macchina usata non si va lontano. The River è una denuncia del fatto che la promessa di mobilità sociale è un sogno che è una menzogna e dunque una maledizione. Lui è l’eccezione, l’uno sul milione. Gli altri all’autolavaggio sconteranno per sempre la pena. Il tema è la monotonia senza scopi della giornata lavorativa, la mancanza di senso. I lavoratori sotto qualificati, protagonisti delle sue canzoni, non generano alcun prodotto. Non possono neanche rivendicare l’orgoglio della fatica. Come dichiara in un’intervista: “Il mio compito è di misurare la distanza fra le promesse e la realtà”. In the day we sweat it out on the streets of a runaway American dream: l’attesa dello sfuggente Sogno Americano. La ricerca del miraggio, la fuga, le automobili, la notte. Per Springsteen, rompendo con la tradizione letteraria e cinematografica americana, si fugge in due per la salvezza da una società feroce, per evadere alla città degli sconfitti di Thunder road, che è la sintesi di tutti i temi di liberazione, speranza, amore legati all’automobile.

So you’re scared and you’re thinking/That maybe we ain’t that young anymore/Show a little faith there’s magic in the night
Well the night’s busting open/These two lanes will take us anywhere/We got one last chance to make it real
We’re riding out tonight to case the promised land

La mobilità dunque diventa orizzontale. Se non si può andare in alto, almeno tiriamoci fuori da questo posto quando ancora siamo giovani: Oh-oh, Baby this town rips the bones from your back/It’s a death trap, it’s a suicide rap/We gotta get out while we’re young/`Cause tramps like us, baby we were born to run. Poi lo rivendichiamo, perché c’è stato promesso e quindi abbiamo diritto a sognarlo, abbiamo diritto a volerlo. No surrender, niente resa: “Voglio dormire sotto cieli di pace nel mio letto di amore, con il vasto paese spalancato davanti agli occhi e i sogni romantici nella mente”».

In che modo Springsteen ha sviluppato nella propria narrazione la dimensione del sogno e quella della speranza?

«Dream Baby dream è il titolo di una canzone dell’ultimo album. L’idea è di continuare a sognare, soprattutto aprendo il nostro cuore: Come on, we gotta keep on dreaming/Come open up your heart. Il sogno americano di Springsteen è cominciato come un sogno di evasione liberatoria, dove la coppia era matrice di connessioni, che si sono mano a mano sviluppate in un sogno di comunità. Una hometown ideale dove nessuno fa da solo (Long Walk Home). È una moderata utopia di provincia, che non è un sogno da tramandare, ma neanche da buttare via. Insistendo, forse, c’è un altro ballo. Per sogno qui intendiamo tre cose: l’oggetto sognato, il lavoro del sognare, il soggetto che sogna. Springsteen mette ben in chiaro che l’oggetto sognato è illusorio, in parte irraggiungibile, in parte indesiderabile. Rimane però la soggettività del sognante, che non viene messa in discussione ed è quella a tenerci vivi. Occorre tenersi aperti a un’idea, a una possibilità di sogno, di cambiamento, dunque. Stay hungry, stay alive».

«Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato», è l’epilogo de Il grande Gatsby. È molto interessante il parallelo letterario che lei argomenta con l’opera di Francis Scott Fitzgerald.

«Nel pieno degli anni Venti, nel cuore del boom e della mitologia dell’arricchimento facile, Fitzgerald ci suggerisce che l’unico modo in cui un ragazzo di paese, che è nato povero, possa pensare di arricchirsi è in qualche modo il crimine. E questo è un dato di per sé abbastanza sorprendente in quell’epoca. “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa – domani andremo più in fretta (Born to run?), allungheremo di più le braccia…e una bella mattina…”. Ha individuato in Daisy l’oggetto amato fantomatico da inseguire, ma se il sogno fallisce, non si rinuncia a sognare. Il piccolo gangster Jay Gatsby è grande, perché non perde di vista i sogni. Continua a guardare la luce verde sul molo di Daisy. Continua a desiderare, a illudersi magari. La capacità di coltivare comunque una visione lo rende grande».

In un’intervista significativa rilasciata a Robert Hilburn, caporedattore musicale del Los Angeles Times, il 24 agosto 1974 Springsteen dichiarò: «Non mi sono mai scoraggiato, perché non ho mai sperato nulla. Da bambino non ero abituato ad aspettarmi che le cose andassero bene. Sono sempre stato abituato a fallire. Una volta che impari a fallire, il resto è facile. Ma non è la stessa cosa che mollare. Continui a provarci, ma non ci conti. E un atteggiamento del genere può essere una forza». Perché avete scelto Badlands come titolo del libro? È la sua canzona preferita?

«La trovo di grande importanza, perché enuncia l’idea del desiderio, del rifiuto, del non accettare compromessi, mezze misure e insistere per avere quello che ci spetta, quello che ci avete promesso. No, niente ritirata, niente resa, fino a quando queste terre maledette non ci tratteranno come si deve: Let the broken hearts stand/As the price you’ve gotta pay,/We’ll keep pushin’ ‘til it’s understood,/And these badlands start treating us good. Una grandissima canzone sul conflitto e sulla contraddizione. È una rivendicazione collettiva, sociale, di solidarietà contrapposta a un’idea di ascesa sociale individuale competitiva, all’insaziabilità di chi non è soddisfatto fino a quando non è padrone di tutto. In più è assolutamente irresistibile dal punto di vista musicale, perché trasferisce sul piano del suono la carica di combattività che esprime nel testo».

Qual è l’influenza di Steinbeck sulle strofe springsteeniane?

«Riprende direttamente sia il romanzo Furore sia il film che John Ford ne ha tratto. Mi sembra interessante la sua radicalizzazione in vari modi del romanzo. Se ne serve anche per dire che la crisi degli anni Trenta, è un fantasma, The Ghost of Tom Joad, la cui possibilità, la cui memoria torna nel pieno di anni apparentemente più fortunati come gli anni Novanta, in cui invece stava incubando il disastro che viviamo adesso. The Ghost of Tom Joad parla dei poveri innominabili della recessione e della deindustrializzazione. Tom Joad è un’icona della Grande Depressione, il protagonista di Furore. A proposito del tema automobili è sufficiente rileggere il capitolo scritto da Steinbeck, la partita truccata sulla pelle dei poveri. C’è una scena in Furore in cui un contadino sfrattato minaccia col fucile il trattorista, che con la ruspa gli sta buttando giù la casa. Ma la decisione non dipende da quest’ultimo. In My Hometown Springsteen esprime l’impotenza a fronte di forze economiche a cui è difficile risalire, dovresti sapere chi è il nemico. A chi possiamo sparare? La strada è viva stasera, canta Springsteen. E Steinbeck: “Ogni notte sulla strada nasceva un mondo, attrezzato e completo in ogni sua parte”. Nessuno si fa illusioni su dove porta, canta Springsteen; e Casy in Steinbeck: “Dove andiamo? Per me non andiamo mai da nessuna parte. Siamo sempre in viaggio, siamo sempre in cammino”».

Anche la guerra rappresenta per Springsteen un’esperienza sostanzialmente proletaria?

«La solidarietà nei confronti dei reduci costituisce un ponte verso la componente di proletariato sfruttato e massacrato nel modo più volgare dalla macchina della guerra. Finisce all’ombra del carcere anche il reduce operaio disoccupato di Born in the Usa, che condensa tre temi di fondo: l’orgoglio patriottico, l’esperienza della guerra, la condizione operaia. Come spiego nel libro, la sua scommessa è affidare un articolato messaggio di denuncia a un mezzo di comunicazione che sta nell’universo del consumo. Nei primissimi gruppi in cui suonava e cantava, prima che la sua carriera prendesse il volo, prima di incidere per la Columbia, c’erano canzoni contro la guerra. Direi che una delle cose importanti di Born in the Usa sia la presa di coscienza di come l’America mandi ad ammazzare e sacrifichi i propri figli: Sent me off to a foreign land to go and kill the yellow man. Persone che restano segnate, trattate con indifferenza quando ritornano a casa».

 Che cosa accade dopo l’Undici settembre?

«Dopo quell’evento Springsteen riconosce la tentazione di dire occhio per occhio, dente per dente. Arriva a dire in un’intervista che tutto sommato la campagna militare in Afghanistan è stata quasi necessaria. Ma si rende subito conto che le cose sono diverse. Già in The Rising (2002) prende atto dell’impulso vendicativo per superarlo e negarlo. Pensaci due volte prima di sparare. Immette suoni orientali, arabi nelle sue musiche. Cerca perfino di immaginare il punto di vista di un attentatore suicida mediorientale. Poi con Devils and dust (2005), canzone straordinaria, comincia a esprimere il senso di panico e di onnipotenza che contemporaneamente s’impadronisce degli Stati Uniti. Il pericolo può venire da qualunque parte. Il soldato non sa più in che cosa credere, però è armato e Dio è al suo fianco. We’ve got God on our side/We’re just trying to survive/What if what you do to survive/Kills the things you love. Contrasta la dottrina della sicurezza preventiva che fa venire meno ciò in cui si crede. Questa combinazione tra paranoia e onnipotenza è terrificante, e lui la denuncia».

Springsteen ha ben presente la distinzione tra patriottismo e nazionalismo?

«Sì, dagli anni Ottanta si sottrae al furore dello sciovinismo mascherato da patriottismo. L’amore per il suo paese diventa in realtà una ragione in più per la critica. Proprio perché sussiste una relazione così intensa e così appassionata con il proprio paese, non accetto quello che mi fanno. Amare il proprio paese non significa essere accondiscendenti con la direzione che ha preso. C’è molto forte in Springsteen questa dimensione delle promesse mancate. Promesse che sono parte integrante della sua stessa identità nazionale e politica. Sei nato negli Stati Uniti e hai diritto ad aspettarti certe cose, basta pensare al discorso della dichiarazione d’indipendenza, i diritti inalienabili, life, liberty and the pursuit of Happiness. Il diritto alla ricerca della felicità. L’immaginazione politica americana ha investito di significato politico termini poetici come dream e happiness, continuando a rivendicarne il possesso privilegiato».

La gestione della relazione pubblica con il linguaggio e lo spirito del tempo reaganiano fu tutt’altro che semplice. Springsteen e la Casa Bianca.

«Il malinteso reaganiano, entro certo limiti poi. Reagan si rese conto che Springsteen parlava al mondo del lavoro, alla classe operaia. C’è un dato: Springsteen faticava a raggiungere il pubblico afroamericano, quindi il riferimento appariva sostanzialmente la classe operaia bianca e latina. La campagna elettorale di Reagan puntava sulla costruzione di un consenso, di un’adesione da parte dei lavoratori alla destra in nome di una presunta etica del lavoro. Noi operai bianchi lavoriamo, mentre i neri sono tutti parassiti del welfare. L’obiettivo della costruzione di una destra proletaria reaganiana, che in qualche misura può riconoscere sé stessa nelle immagini del mondo di Springsteen, perché descrive esattamente il mondo del proletariato marginale bianco in cui lui stesso si è formato. Molti anni fa, quando Ronald Reagan si disse suo ammiratore, Springsteen commentò: “Chissà se ha mai sentito Johnny 99”; un operaio che perde il lavoro, che non riesce più a pagare il mutuo e prende un fucile, spara: “Avevo debiti che nessun uomo onesto può ripagare”. Usò l’aggettivo spaventoso per qualificare la prima elezione di Reagan. Fin dal giorno dell’elezione di Reagan Springsteen è stato impegnato in una battaglia feroce sul significato dell’America».

Obama nel 2009 non esitò a definirlo un grande amico, che racconta le storie vere dell’America: «Onoriamo questo quasi ragazzo dal Jersey. Sono il presidente, ma lui è il Boss».

«Il sostegno immediato, dichiarato, aperto a colui che poi è diventato il primo presidente americano nero ci dice qualcosa sulle posizioni reali di Springsteen rispetto ai dati razziali negli Stati Uniti. Tra l’altro ha sempre avuto una band interrazziale. Il sostegno a Obama è il sostegno all’idea, che animava quella campagna elettorale, di un’America capace di recuperare il meglio di sé, andando oltre certe visioni, oltre i disastri che si erano verificati. Che poi Obama sia all’altezza di questo è da discutere, però con certezza Springsteen ci ha visto una possibilità».

Perché Springsteen non paga un prezzo alto alle implicazioni industriali di un’arte di massa?

«Dire che una cosa è di massa non è una critica, bensì è una presa d’atto di determinate caratteristiche formali, che si muove in un certo modo sul mercato. Un’arte la sua che non si vergogna mai di essere commerciale. Springsteen interpreta il ruolo sociale di icona dell’immaginazione di massa, trovando una voce pubblica e assumendosene le responsabilità. La dimensione di massa non equivale necessariamente a quella di consumo. Una delle cose che colpiscono in Springsteen è il fatto che le sue canzoni durino nel tempo, attraversino le generazioni. La cultura di massa ha costante bisogno di innovazione, innovazione con cose sempre nuove. Non è un effimero oggetto di consumo, perché ha lo spessore di una memoria culturale. La grande arte popolare, che passa anche nel meglio del rock and roll, consiste nel coagulare con mezzi elementari e in forme socialmente condivise una implicita molteplicità di elementi e una intrinseca profondità storica. Nell’ultimo evento romano, a Capannelle, è riuscito a costruire un concerto cantando quasi tutte canzoni che hanno trent’anni sulle spalle. E i giovani le sapevano. Associa al piacere di un ascolto coinvolgente la memoria e l’intelligenza».

Come sposa musica e parole?

«Stanno insieme in forma ironica, nel gioco tra il pessimismo dell’esperienza e l’ottimismo del rock and roll. Le strofe sono sempre dolorose, accompagnate invece da ritornelli trascinanti. Le strofe sono la denuncia dello scarto tra promessa ed esperienza. Il ritornello ci unisce tutti, quello che si canta in coro ai concerti. È il luogo dove si forma la comunità, mentre le strofe sono spesso luoghi solitari. Springsteen è figlio di varie contaminazioni, ascolta tutti i generi musicali, per poi camminare sulla propria strada. Comprende quanto la country music appartenga al mondo periferico, operaio in senso lato, dal quale proviene. Dagli altri generi trae la dimensione narrativa che nel rock c’è raramente. La musica country, soprattutto di tradizione orale, la musica popolare hanno sviluppato delle modalità narrative, di raccontare le storie, che Springsteen raccoglie e trasferisce nel linguaggio del rock».

Qual è il rapporto di Springsteen con la religione, le radici cattoliche e l’impatto della cultura protestante?

«In Badlands dice: “I believe in the love, in the hope, in the faith. Sarà un caso, ma sono le tre virtù teologali del catechismo cattolico. Ha sempre considerato come una forma di violenza il tipo di educazione cattolica molto conservatrice impartitagli, ma rimane una dimensione di ricerca spirituale. Occasionalmente si è definito agnostico. Negli anni non ha mai smesso di porre domande, ricorrendo a termini e immagini di origine religiosa soprattutto nei primi dischi. Il cattolicesimo si presenta come un’enorme fonte di simboli, di metafore che lui utilizza in modo non dissacrante, ma abbastanza laico. Non nutre aspettative ultraterrene, la terra promessa si trova da questo lato della morte. La religione è uno stato emotivo che dalle radici nel gospel approda al rock and roll. Trovo Jesus was an only son la sua canzone di tema religioso più commovente e controversa. Il cattolicesimo non essendo negli Stati Uniti la religione di default ha un senso identitario molto forte e si contrappone soprattutto alla tradizione calvinista di estrema austerità, che poi rimane in sottofondo di tutto. Quello che resta in lui del calvinismo mi sembra la dimensione di inconoscibilità di Dio. In questo senso attinge spesso anche a Flannery O’Connor, la scrittrice che forse l’ha più influenzato».

Wrecking Ball è il disco sulla Grande crisi di questo primo scorcio di terzo millennio. La lotta di classe dei ricchi contro i poveri. Nell’album ciò segna un cambio di passo.

«Wrecking Ball, dice Springsteen, è un disco arrabbiato. Ci sono la perdita del senso di comunità, la distorsione e la corruzione del sogno americano. Le canzoni di Springsteen non includevano gli stilemi classici della canzone di protesta. Ora basta confrontare My Hometown (1985) con Death to my hometown (2012). La prima era la canzone desolata sul disastro delle periferie industriali. Il lavoro se ne va e rimangono solo i conflitti e le rovine: They’re closing down the textile mill across the railroad tracks/Foreman says these jobs are going boys and they ain’t coming back to your hometown. E noi che dobbiamo fare? Nella seconda invece domanda: chi ha portato la distruzione sulla mia città? Non ci sono voluti i bombardamenti, non abbiamo avuto dittatori, ma con l’arma dei soldi hanno distrutto la mia città. Hanno portato la morte alla mia città: The marauders raided in the dark/And brought death to my hometown. Individua un nemico sociale, colpevole del disastro e invita alla mobilitazione. Quello che dobbiamo fare è spedire gli speculatori, i banchieri, gli sfruttatori nei più profondi pozzi dell’inferno: Send the robber barons straight to hell».

«Io sono un ritardatario. Sono cresciuto con l’heavy metal e poi il punk e poi l’hip-hop, e non mi ero accorto di niente fino al 1987. Lo scoprii guardando un concerto per una tappa di un tour promosso da Amnesty International. Dopo ho comprato la cassetta di Darkness on the Edge of Town e ho capito che c’era da godere, scavando nel catalogo», ricorda Tom Morello, chitarrista dei Rage Against the Machine. Nell’equilibrio della E Street Band come incide il sodalizio con Morello?

«La E Street Band è cambiata per contrazione. È cambiata osmoticamente. Ogni volta che è venuto meno uno dei suoi componenti, ne è stato cooptato un altro, cercando qualcuno che funzionasse in modo simile per non rompere la visione collettiva della E Street Band. Con Tom Morello mi sembra che ci sia una cosa in più. Se nella vecchia E Street spiccava sicuramente un ruolo iconico di Clarence Clemons, Morello introduce una musicalità di tipo diverso, più sperimentale, più di ricerca. Con Morello si sente, soprattutto nell’ultimo disco High Hopes, un suono molto più acido, molto più arrabbiato. Ed è ciò che succede nelle rivisitazioni di due classici che ci sono nel disco: The Ghost of Tom Joad, e qui Morello esagera anche troppo nei virtuosismi, e un’intensa 41 Shots. Anche in altri momenti della carriera di Springsteen, il passaggio da acustico a elettrico ha contraddistinto un accentuarsi della dimensione della rabbia rispetto a quella della denuncia».

Lei, a ragione, scrive: «I concerti di Springsteen sono pieni di falsi finali». È difficile prefigurare il suo tramonto.

«Ora non so cosa possiamo aspettarci. In qualche modo ci ha sempre spiazzato. Aggiungerei: gli anni passano per tutti, tuttavia a oggi è in grado di reggere le sue tre, quattro ore di concerto senza perdere una battuta. Ho l’impressione che negli ultimi tempi sia un po’ disorientato come tanti di noi. Il disco High Hopes è senz’altro meno creativo di altri. Alcuni brani sono molto belli, ma c’è una proporzione di canzoni fatte da altri più alta rispetto ai suoi dischi precedenti. Questo mi sembra di suggerire il momento di pausa di riflessione».

 Un’ultima domanda. Ha già letto qualcosa di Chimamanda Ngozi Adichie e Teju Cole?

«Sono autori di prossima lettura. Ho i libri sulla scrivania. Gran parte delle cose nuove che emergono negli Stati Uniti provengono da questo tipo di cortocircuiti. La componente migrante, che cambia il linguaggio e il punto di vista sugli Stati Uniti, mi pare decisamente la cosa più interessante che sta succedendo. D’altronde succede anche qui».

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Su scrittori, soldi e privilegi https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/#comments Mon, 16 Mar 2015 06:56:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25584 di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

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di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

(Esempio: asta di beneficenza annuale di raccolta fondi per la scuola pubblica dove vanno i nostri figli. Idea divertente, c’è un sito su cui si vendono all’asta piccoli oggetti e servizi e il ricavato sarà devoluto alla scuola. Genitori mettono a disposizione una settimana nella loro villa in Costa Rica che verrà battuta per duemila dollari offerti da altri munifici genitori. Quei soldi avrebbero potuto darli anche in forma anonima, ovviamente, ma vuoi mettere il gusto dello show off?)

Qui in America guadagnare tanto è una cosa di cui ci si può vantare perché è un merito che evidentemente parla di quanto sei bravo o quanto ti sei impegnato a fare qualcosa, qualcosa che ha prodotto dei risultati economici, se sei ricco di famiglia c’è qualcuno dei tuoi antenati di cui essere proud. Ma cosa succede se sei molto bravo o ti impegni molto a fare qualcosa e quel qualcosa non ha come obiettivo principale un risultato economico e anzi, solo in casi eccezionali è un’attività che produce grosso reddito come per esempio scrivere?

Non che negli Stati Uniti non si consideri l’attività artistica come degna di essere supportata, qua esistono dei grant, delle borse di studio, come quella del National Endowment for the Art, che sembra il terzo premio della nostra lotteria di capodanno. L’anno scorso George Saunders ha meritatamente vinto la borsa del MacArthur Fellows Program che gli riconosce 625.000$ (seicientoventicinquemila dollari) in cinque anni. (Avevo scritto “meritatamente guadagnato” e poi ho sostituito “guadagnato” con “vinto”. Perché? Ci sarebbe da interrogarsi su questo, sul perché inconsciamente si fa fatica a pensare che quello di scrivere sia un mestiere come gli altri. Qualche giorno fa è partito un dibattito su Facebook perché una mia amica ha scritto una cosa tipo, “spero che Elena Ferrante sia veramente una sconosciuta, una poveraccia, che finalmente grazie ai libri ha guadagnato qualcosa, mi dispiacerebbe sapere che invece dietro questo pseudonimo c’è qualcuno che non aveva bisogno di quei soldi” anche qui bisognerebbe chiedersi perché forse una riflessione del genere non ci verrebbe in mente di farla per uno che fa un altro lavoro, come se vendere tanti libri fosse solo una botta di culo che è meglio capiti a uno nato povero).

Il fatto è che quello di scrivere è difficile da considerare un lavoro tout court, dato che come tutte le attività artistiche non ha come fine ultimo – in teoria – quello di guadagnare uno stipendio, e quindi i soldi attaccati a queste attività puzzano sempre un po’, stranamente pure per gli americani, per i quali la pecunia che deriva da qualsiasi attività lecita in genere olezza di fiori. Ma anche qua, se non vinci una borsa di studio – e i casi sono rari quanto quelli degli scrittori che mantengono la famiglia con le loro royalties – fai una fatica mostruosa a pensare di vivere facendo lo scrittore.

Nell’articolo che segue il discorso più che sui soldi “non guadagnati” scrivendo, si concentra sui privilegi di chi già ce li ha o chi nasce in contesti socioeconomici che gli facilitano notevolmente l’ingresso tra gli scaffali più visibili delle librerie. E ovviamente parte con un vantaggio significativo. Sembra un ragionamento lapalissiano ma non lo è così tanto. Pensiamo per esempio alle conseguenze che questo ha sul nostro immaginario collettivo.

(Esempio facile facile dall’ormai famoso TED della bravissima scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sui pericoli di una “storia unica”. Adichie racconta di essere stata lettrice precocissima e di aver letto tutti i libri per bambini che aveva trovato nella biblioteca locale, tutti romanzi americani e anglosassoni. Quando ha iniziato a scrivere, sempre prestissimo, verso i sette anni, le sue storie avevano come protagonisti solo personaggi bianchi, con gli occhi azzurri, bambini che giocavano nella neve, mangiavano mele e si rallegravano quando tornava il sole dopo la pioggia, quando nella vita di Chimamanda non c’erano né bianchi, né mele, né neve, né maltempo. Ma per lei quell’immaginario era l’unico che potesse stare nei romanzi. Anche se non siamo più bambini guardatevi il TED che lo spiega bene, non siamo per niente al riparo dai rischi della storia unica, del mondo raccontato solo da una prospettiva).

I privilegiati negano di essere privilegiati nascondendo così una verità che dà fastidio pure a loro: come in tutti gli altri mondi sporchi di soldi, anche la letteratura è dominata da uno squilibrio notevole tra chi detiene ricchezza e potere (che si traducono in possibilità di potersi concentrare totalmente sulla scrittura, sulla ricerca, sulla politura dello stile, con tutto il tempo che richiedono queste attività) e chi non ne ha per niente e quindi magari pur avendo qualcosa di importante da dire, ha per necessità una vita talmente assorbita da altro che, o fa una fatica improba e magari eccezionalmente riesce a scrivere e a farsi pubblicare e magari anche a avere successo, oppure molla il colpo, arrendendosi al fatto di essere un nano e che di qualunque argomento si parli, saranno sempre i più alti quelli che arrivano per primi (e meglio) a parlare al microfono. E diranno quello che vogliono loro, parleranno dal loro punto di vista, perpetuando perlopiù una visione del mondo che è quella, quella della classe dominante. Quella che guarda dall’alto verso il basso. Quindi speriamo che davvero Elena Ferrante, chiunque sia, venga dai quartieri di Napoli, dal più in basso possibile.

L’articolo comincia in un modo che più irritante non ce n’è, prosegue a tratti con un malcelato rosicamento, ma poi svela interessanti retroscena e un sacco di spunti di riflessione. (Perché in Italia forse siamo messi pure peggio).

“Sponsorizzata” da mio marito.

Perché è un problema che gli scrittori non parlino mai di dove arrivano i soldi

di Ann Bauer 

Ecco la mia vita. Io e mio marito ci svegliamo ogni mattina alle sette in punto, lui si fa la doccia e intanto io preparo il caffè. Nel tempo che lui ci mette per vestirsi io sono già seduta alla scrivania a scrivere. Mi dà un bacio per salutarmi e se ne va al lavoro. Lavoro con cui fa tanti soldi, ottiene eccellenti benefit e parecchi vantaggi, come viaggi, buoni pasto e il rimborso delle spese per la palestra dove io vado a fare yoga a mezzogiorno. La sua carriera mi ha permesso di lavorare solo sporadicamente – come consulente – in un settore che mi piace.

Questa rivelazione può sembrare volgare, lo so. Mi dispiace. Perché nel mondo in cui le donne si siedono a parlare dei diversi tipi di arte topiaria da applicare ai peli della zona bikini, le conversazioni sui soldi (o sui privilegi) sono quelle che non si affrontano mai. Perché? Credo che sia la sindrome di Maria Antonietta: i fortunati e i privilegiati non vogliono che la plebaglia venga a sapere i particolari. In effetti se “questa gente” conoscesse bene le differenze che ci sono tra le nostre e le loro vite si potrebbe ribellare. Oppure, Dio ci perdoni, non considerarci più come persone più speciali, più talentuose, più meritevoli di loro di questa bella vita.

Noi scrittori mettiamo in atto una versione speciale di questa pantomima. Due esempi.

Sono andata alla presentazione di un libro con molti partecipanti (sto parlando di più di 300 persone) circa un anno e mezzo fa. L’autore era un conosciutissimo meraviglioso saggista, che ha, meritatamente, vinto moltissimi premi. Gli è anche capitato in sorte di essere l’erede di una fortuna ciclopica. Stramiliardi. In altre parole è uno che non ha mai dovuto fare un lavoro, meno che mai due. Ha diversi figli; lo so perché erano alla presentazione con lui, in prima fila. Ho sentito qualcuno dire che viaggiavano tutti con lui, con due tate al seguito, per il suo tour promozionale mondiale.

Niente di tutto ciò intacca la sua grandezza. Comunque quando una del pubblico – giovane e un po’ ingenua, chiaramente non al corrente dei fatti – si è alzata per chiedere come ha fatto a dedicare dieci anni alla scrittura del suo ultimo capolavoro, come ha fatto per mantenersi e mantenere la sua famiglia in quel periodo, lui le ha risposto in maniera seria che era stata dura ma aveva anche scritto nel frattempo molti articoli per diverse riviste per tirare avanti. Ho sentito un mormorio attraversare metà della platea a conoscenza della verità. Ma l’autore, impassibile, è andato avanti e ha fatto credere a questa ragazza che ha mantenuto la sua vita a Manhattan grazie a una manciata di articoli scritti per the Nation o Salon.

Esempio due. Un reading in un’altra città, con una trentenne il cui romanzo d’esordio era appena comparso sulla copertina della New York Times Book Review. Non mi era piaciuto il libro (un romanzo di formazione tra adolescenti benestanti) ma molte persone che rispetto l’hanno trovato bello quindi sospendo il giudizio. L’autrice aveva frequentato una delle grandi scuole private per ricchi dell’East Coast, mentre i suoi genitori erano impegnati a consolidare le loro carriere sulla scena letteraria di New York. Gente – i genitori – che a Natale si scambiavano biglietti d’auguri con William Maxwell e invitavano a cena gli Styron. Lei, l’autrice, la loro unica figlia adorata. Dopo il liceo privato prestigioso aveva preso due lauree in scrittura creativa (Iowa e Ivy). Il suo primo libro era stato osannato in tutto il paese da editor e recensori, molti dei quali l’avevano vista crescere. Era un fenomeno ancora prima di arrivare sugli scaffali. È diventata immediatamente una star. E quando (di nuovo) una persona del pubblico, chiaramente una studentessa universitaria si è alzata per chiedere a questa affascinante scrittrice a cosa ascrivesse il suo successo, la donna ha fatto una pausa e poi ha detto che ha lavorato moltissimo e che ha avuto una buona formazione, ma guardandosi indietro ha capito che è stata la sua decisione di non avere mai figli che le ha permesso di diventare una vera artista. Se hai dei bambini, ha spiegato al gruppo di disperate scrittrici nubili, devi scegliere tra loro e la scrittura. “Mantenetela pura. Non fatevi distrarre dal pianto di un bambino”. Ero sconcertata. Volevo balzare in piedi e gridare “Ciao Alice Munro! Doris Lessing! Joan Didion!” Certo, ci sono migliaia di altre scrittrici che sono scrittrici straordinarie nonostante la maternità. Ma non è questo il punto, il punto era che, a parte le qualità intrinseche del libro, il vantaggio competitivo di questa autrice non aveva niente a che fare con le sue scelte riproduttive. Tutto dipendeva dalle sue relazioni. Semplice. Ce le aveva dalla nascita.

Secondo me con questo “lasciamogliela bere” facciamo un enorme disservizio alla nostra categoria, nascondendo le circostanze che ci aiutano a scrivere, pubblicare e in un certo senso ad avere successo. Non sono ricca come il primo autore (nemmeno mi ci avvicino) né ho la rete di relazioni della seconda. Non sono neanche famosa. Ma ho un grosso vantaggio rispetto allo scrittore che vive assegno dopo assegno, o solo e isolato o che combatte contro una malattia o che ha un lavoro a tempo pieno.

Come posso esserne così sicura? Perché sono stata povera, oberata di lavoro e schiacciata dagli eventi. E durante quel periodo non ho scritto neanche una riga. Ventenne, ero sposata con un drogato che tentava con tutte le forze di smettere (ma continuava a non riuscirci). Avevamo tre figli, di cui uno autistico e abbiamo vissuto in povertà per un periodo lungo e tremendo. A trent’anni ho divorziato perché era l’unico modo per uscire da quella situazione. Per i dieci anni successivi ho fatto due lavori e ho cresciuto i miei tre figli da sola, senza aiuti e senza nessun supporto dal padre.

Ho pubblicato il mio primo romanzo a 39 anni, ma solo dopo un lavoro serrato in una scuola di scrittura creativa dove ho incontrato alcuni scrittori influenti e dopo aver vissuto tre mesi a casa dei miei genitori dove ho potuto finire la prima bozza. Dopo aver consegnato il manoscritto, ho trovato un lavoro piuttosto piacevole come editor in una rivista. Un anno dopo ho incontrato il mio secondo marito. Per la prima volta avevo un vero compagno, qualcuno su cui poter contare e che c’era per me e i nostri bambini in ogni modo possibile. La vita è diventata più facile, ho scritto un saggio, un secondo romanzo e circa trenta lunghi articoli in un periodo relativamente breve.

Oggi sono fondamentalmente “sponsorizzata” da quest’uomo molto amorevole che arriva a casa a fine giornata, mi chiede com’è andata la scrittura, mi versa del vino e poi mi porta fuori a cena. Mi accompagna quando devo fare 500 miglia per fare un reading di 75 minuti, gestisce i miei soldi, e non si lamenta mai che i miei piccoli libri cupi e sfrontati hanno avuto anticipi bassi e vendite modeste.

Ho finito il mio terzo romanzo in otto mesi precisi. Ho iniziato il libro durante una bellissima vacanza. Poi ho scritto felice e abbastanza velocemente perché avevo tempo e soldi, e sono stata aiutata dal marito, dall’agente e da un amico editor molto talentuoso. Senza tutti questi privilegi, forse sarei a pagina 52. Ecco. Io sono questa. E voi come fate?

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