Christian Calindro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christian-calindro/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 19:47:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Christian Calindro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christian-calindro/ 32 32 Le sottoculture e i processi di attivazione culturale https://minimaetmoralia.it/societa/le-sottoculture-e-i-processi-di-attivazione-culturale/ https://minimaetmoralia.it/societa/le-sottoculture-e-i-processi-di-attivazione-culturale/#comments Fri, 02 Nov 2012 09:59:34 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9970 La caratteristica principale di questi movimenti è la spontaneità: vale a dire, la costruzione dal basso di un ecosistema culturale. Certamente, le istituzioni sono in grado di stimolare e sostenere questa creazione (e in questo, fondamentalmente, consiste il loro compito all’inizio del XXI secolo), ma il modello fondamentale rimane sempre e comunque quello delle sottoculture (tra le altre: punk, post-punk, hip hop, grunge). Si tratta di culture che si sono radicate in un tempo e in uno spazio precisi, attorno al concetto di comunità, di collaborazione, e di opposizione rispetto alla cultura dominante, calata dall’alto. Le sottoculture hanno saputo creare, praticamente dal nulla, ambienti vivi, vibranti e stimolanti attraverso condivisione di idee e valori, e la competizione sana tra i creatori emergenti. Pochi altri fattori costituiscono le precondizioni ideali per la produzione di contenuti culturali innovativi.

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Pubblichiamo un articolo di Christian Caliandro uscito sul Corriere del Mezzogiorno con il titolo redazionale Fermenti: è la crisi che ‘attiva’ il talento. La Puglia di oggi e l’esempio delle sottoculture.

Il fermento attuale che attraversa Bari e la Puglia in materia di innovazione, creatività e cultura – frutto di una lunga incubazione – fornisce l’occasione per alcune riflessioni relative alla natura e al funzionamento di questi processi di attivazione.

La caratteristica principale di questi movimenti è la spontaneità: vale a dire, la costruzione dal basso di un ecosistema culturale. Certamente, le istituzioni sono in grado di stimolare e sostenere questa creazione (e in questo, fondamentalmente, consiste il loro compito all’inizio del XXI secolo), ma il modello fondamentale rimane sempre e comunque quello delle sottoculture (tra le altre: punk, post-punk, hip hop, grunge). Si tratta di culture che si sono radicate in un tempo e in uno spazio precisi, attorno al concetto di comunità, di collaborazione, e di opposizione rispetto alla cultura dominante, calata dall’alto. Le sottoculture hanno saputo creare, praticamente dal nulla, ambienti vivi, vibranti e stimolanti attraverso condivisione di idee e valori, e la competizione sana tra i creatori emergenti. Pochi altri fattori costituiscono le precondizioni ideali per la produzione di contenuti culturali innovativi.

Non è un caso, inoltre, che le principali sottoculture siano nate quasi sempre nei luoghi più marginali e degradati del loro periodo storico (la Manchester deindustrializzata dei Joy Division nei tardi anni Settanta, i ghetti neri nelle metropoli americane e la Seattle degli anni Ottanta). Il punto-chiave è evidentemente la tematizzazione di un disagio collettivo: la trasformazione di un malessere, di una condizione potenzialmente ed effettivamente paralizzante, in un punto di vista interessante sulle cose consente di liberare le energie più creative di un territorio, e di un’epoca.

È per questo, in fondo, che tutti i tentativi di creare dall’alto la cosiddetta “economia creativa” o “economia della conoscenza” appaiono destinati a rimanere infruttuosi, e a partire dall’avvento nel 2008 della più grande crisi contemporanea stanno mostrano tutti, invariabilmente, difetti e criticità strutturali. Perché questi modelli di progettazione culturale meravigliosamente sofisticati sono l’ennesima dimostrazione del divario tra idea e azione nel mondo, di quella dissociazione tra “come immaginiamo che la realtà sia” e come essa effettivamente è (e funziona) che rappresenta per noi oggi una delle difficoltà maggiori, anche se meno percepite, con cui fare i conti. La realtà – compresa quella dei processi culturali – ha infatti il pessimo vizio di sfuggire alle semplificazioni e alle astrazioni, seguendo percorsi tutti suoi che hanno a che fare più con la vita (gli ‘ecosistemi’) che con le prescrizioni umane. Come ha scritto un economista davvero grande, John K. Galbraith: “ho imparato che per essere giusti e utili, bisogna ammettere che le opinioni condivise, che altrove ho chiamato ‘sapere convenzionale’, sono altra cosa dalla realtà; e che, non sorprendentemente, tra le opinioni e la realtà ciò che conta, alla fine, è la seconda” (L’economia della truffa, Rizzoli 2004).

E, in definitiva, l’equivoco sul funzionamento dell’attivazione culturale discende e dipende soprattutto dall’idea di cultura che abbiamo oggi, e che si è diffusa nell’ultimo trentennio (in tutto l’Occidente, non solo in Italia): un’idea legata all’evasione, alla distrazione, alla “diversione”. La cultura non è affatto una forma particolarmente virtuosa di intrattenimento, una sorta di ‘hobby’ da praticare nel tempo libero; così come non rappresenta – contrariamente a quanto affermano discorsi apparentemente ragionevoli che sentiamo in giro – l’ultima spiaggia per salvare dall’estinzione sistemi economici obsoleti. Checché se ne dica, infatti, nessun museo d’arte al mondo genera direttamente crescita economica – per il semplice motivo che non è e non è mai stato quello lo scopo (principale o secondario) dell’istituzione-museo. Né, se è per questo, il nostro Paese risulta depositario del 50%, del 70% o addirittura dell’80% dell’intero patrimonio artistico mondiale (in base al numero dei siti Unesco presenti sul suolo nazionale, per dire, almeno fino allo scorso anno eravamo certamente ‘primi’, davanti a Spagna, Cina e Francia: ma con il 4.78% sul totale). Non si può dunque giustificare, e persino valutare, la fruizione e la produzione di cultura attraverso criteri importati da altri territori (ad essa sostanzialmente estranei, e perfino ostili): perché i conti non torneranno mai, e se guardiamo bene il gioco è truccato in partenza.

La cultura, in questo momento, è invece l’unico modo di cui disponiamo per comprendere e raccontare il disagio innominabile che ci sta attraversando, e per costruire dei nuovi, migliori noi stessi. A partire dall’insicurezza, dalla precarietà, dalla desolazione in cui viviamo – e non escludendole sistematicamente dallo sguardo. Senza questo processo, non c’è economia, né politica, né società. E nessuna innovazione può nascere in un contesto di rimozione e di negazione della realtà.

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