Christoph Waltz Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christoph-waltz/ un blog di approfondimento culturale Thu, 04 Apr 2013 09:02:56 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Christoph Waltz Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christoph-waltz/ 32 32 Django e il control freak – Vendicarsi della storia https://minimaetmoralia.it/cinema/django-unchained-tarantino/ https://minimaetmoralia.it/cinema/django-unchained-tarantino/#comments Thu, 04 Apr 2013 09:02:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13842 Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.

L'articolo Django e il control freak – Vendicarsi della storia proviene da Minima et Moralia.

]]>

Django Unchained ha vinto due oscar: per i dialoghi e per l’attore non protagonista, il tedesco Christoph Waltz. La combinazione dei due premi rivela che l’idea di Tarantino di riscrivere l’era schiavista “facendo vincere i buoni” ha toccato la giuria dell’Academy.

Il film è una storia di vendetta in cui Django, uno schiavo nero, ammazza padroni bianchi insieme e grazie a un cacciatore di taglie tedesco, il Dr. King Schultz (Waltz), da cui viene riscattato nella prima scena. Django Unchained è tutto centrato sulla capacità di Schultz di affabulare e abbindolare gli schiavisti con discorsi geniali, tarantiniani, che regalano al duo un vantaggio psicologico e strategico nelle sparatorie, sempre vinte senza problemi fino alla scena madre del film, che comincia dopo due ore di successi. In poche parole, Waltz e il dialoghista Tarantino sconfiggono con verve retorica postmoderna l’intero sistema schiavistico americano di metà Ottocento. Questa operazione è piaciuta all’Academy proprio nella sua combinazione attore-parola.

Il Dr. Waltz è un personaggio privo di contesto (è un tedesco!?, è un dentista!?) che cala nel vecchio west armato di pistole e parlando ipnotizza le sue vittime, le quali non sembrano aver mai sentito parlatore più brillante in vita loro, e nell’esitazione rimangono sempre con la guardia scoperta.

C’è una scena che illustra bene come Tarantino rinunci alla tensione narrativa pur di far vincere i buoni a mani basse: in una delle prime missioni del duo, Schultz si siede insieme a Django in un saloon di un paesino sperduto dove deve cacciare una taglia. Il locandiere scappa inorridito dal suo locale (non ha mai visto un nero libero) e Schultz gli urla di far venire lo sceriffo e non il maresciallo. Come richiesto, arriva lo sceriffo: Schultz gli spara e lo uccide. Ora Django e Schultz hanno tutto il paese di fuori coi fucili puntati. Ma il tedesco alza la voce e con un inglese convoluto, retorico e irresistibile convince il maresciallo a non ucciderlo e lasciarlo parlare: lo sceriffo era in realtà un criminale ricercato, esclama mostrando l’avviso ufficiale delle autorità, e lui l’ha ucciso per la taglia. “In altre parole, maresciallo, lei mi deve duecento dollari”. Tutto perfetto. Ovunque vanno, la parlantina li salva e il piano funziona alla perfezione.

I due Oscar al retore e al suo dialoghista sembrano un ringraziamento dell’Academy per aver consolato il pubblico americano lasciandogli attraversare a cavallo un’epoca buia senza sporcarsi. La riscrittura postmoderna e ironica della Storia ha soffocato la Storia. Il linguaggio è stato usato come il napalm per vincere facile, impedendo alle situazioni di esprimersi nella loro durezza.

Tarantino aveva già provato a riscrivere la storia nel suo penultimo film, Bastardi senza gloria. Anche in BSG, lo scopo è vendicare le ingiustizie della storia: una giovane ebrea proprietaria di un cinema causa la morte dello stato maggiore del Reich, intervenuto a una première di un film di guerra. E anche lì il potere del linguaggio la fa da padrone, con i fuochi d’artificio retorici del rastrellatore di ebrei Landa. Interpretato anche lui da Christoph Waltz, che così aveva vinto il suo primo Oscar, Landa è un poliglotta meticoloso che, come Schultz, usa il linguaggio per affabulare e ipnotizzare. Ma siccome lo fa con gli ebrei e con chi difende gli ebrei, i suoi discorsi seminano terrore nello spettatore, e la riscrittura della Storia non rovescia i rapporti di potere e dunque non sa di favola consolatoria come in Django, ma di triste e rabbiosa interpretazione dei sogni collettivi.

Nei primi venti minuti, un contadino dignitoso e terrorizzato cerca di difendere da Landa la famiglia di ebrei che nasconde sotto le assi del pavimento. Landa è più bravo, e alla fine lo smaschera e ricatta, e la famiglia si trova mitragliata attraverso le assi. La giovane Shoshanna è la sola sopravvissuta all’esecuzione e sarà lei, qualche anno dopo, a dare fuoco allo stato maggiore nazista radunato nel suo cinema. Shoshanna è completamente divorata dalla paura e dalla sete di vendetta. I soli personaggi non tragici del film sono forse i “Bastardi”, la surreale banda di ebrei americani vendicatori che ammazzano nazisti: le loro avventure ricordano quelle di Schultz e Django. Ma su tutti sta la cappa nera del diabolico Landa, molto più spaventoso di Hitler, che parlando firma ed esegue condanne a morte, mostrando l’aspetto spaventoso e vanaglorioso della retorica, del discorso che plagia e mette nell’angolo.

In Diango, Schultz è altrettanto inarrestabile. Già nella prima scena ammazza uno schiavista e spara al cavallo dell’altro. Al secondo schiavista, caduto a terra, dice con tutta calma: “Mi spiace aver messo un proiettile nella sua bestia ma non volevo che facesse niente di avventato prima di tornare in sé”. I due eroi sono completamente al sicuro, su un altro piano rispetto agli altri. Sono come invisibili, intoccabili. Lo dimostra il fatto che Django possa dire a un bianco ricco (Franco Nero), in un salotto di bianchi: mi chiamo Django, la D è muta. Una scritta in sovraimpressione dice a un certo punto: E dopo un inverno freddo e molto redditizio. Questa è insomma una storia di successo dove, prima della doverosa scena madre finale, peraltro risolta benissimo da Django, non è possibile incontrare difficoltà.

Tutto intorno, è vero, la schiavitù viene mostrata con durezza. La lotta dei mandingo, schiavi possenti che si sbranano sul pavimento del salotto per il divertimento e le scommesse dei bianchi, è impressionante. Come pure la scena dello schiavo sbranato dai cani. E gli altri schiavi non sono come Django: loro sì sono intorpiditi e sembrano soffrire della sindrome di Stoccolma e non riuscirsi a emancipare. Ma noi siamo nel film con Django e Schultz, a loro teniamo, e con loro facciamo un viaggio nel passato senza farci un graffio.

L'articolo Django e il control freak – Vendicarsi della storia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/django-unchained-tarantino/feed/ 7