Christopher Hitchens Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christopher-hitchens/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Mar 2015 13:41:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Christopher Hitchens Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christopher-hitchens/ 32 32 Martin Amis e Julian Barnes: Il falò dell’amicizia https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/amis-barnes-il-falo-amicizia/#comments Tue, 17 Mar 2015 13:33:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25863 Questo articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

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review-amis-barnes_183401cQuesto articolo è uscito sul Foglio. (Nella foto, Martin Amis e Julian Barnes. Fonte immagine)

Quando tutte le strade del dolore e del risentimento arrivano a convergere può succedere qualunque cosa: si può abbandonare la donna che forse non si ama più, si può uccidere un’amicizia, oppure si può credere a un’amicizia, nonostante la tempesta, e restarne delusi. Si scrivono biglietti di addio che terminano con una sola parola: vaffanculo. Quel momento, nei giorni e nella letteratura di Martin Amis e di Julian Barnes, amici per la pelle, legati dai romanzi e dalla vita, è stato nel 1995. All’inizio del 1995 era quasi tutto ancora intero: Pat Kavanagh era viva, era bellissima, ed era la più temuta agente letteraria d’Inghilterra, suo marito Julian Barnes, più giovane di lei, l’adorava, e nessuno degli amici che loro ospitavano a cena, dopo che Pat aveva fatto il bagno delle sette e bevuto un bicchiere di vino, aveva l’ardire di chiedere, o peggio di scrivere, che cosa fosse successo davvero pochi anni prima, quando Pat aveva lasciato Julian per Jeanette Winterson, la scrittrice emersa dal nulla con un libro potente, “Non ci sono solo le arance”. Dopo due anni Pat era tornata da Julian e avevano ripreso la loro vita disciplinata, con il tavolo da biliardo e la discesa serale nella enorme cantina per scegliere il vino adatto alle cene. Kingsley Amis, il padre di Martin, sarebbe morto alla fine di quel 1995, e anche Saul Bellow, grande amico e guida, che stava già molto male. Martin aveva lasciato la moglie e si era innamorato, ricambiato, di Isabel Fonseca, aveva figli, aveva bisogno di soldi, aveva un problema maledetto e doloroso con i denti e con i dentisti, e aveva un romanzo pronto, ancora da pubblicare, “L’informazione” (l’incipit di questo romanzo non è dimenticabile: “Le città di notte contengono uomini che piangono nel sonno, poi dicono Niente. Non è niente. Solo un sogno triste”).

Adesso che Einaudi manda in libreria, nel mese di marzo, le opere prime di questi due scrittori inglesi, “Metroland” (Julian Barnes nel 1980 aveva trentaquattro anni, non era un enfant prodige ma aveva incontrato il prodigio in sua moglie Pat) e “Il dossier Rachel” (Martin Amis nel 1973 ne aveva appena ventiquattro, era ancora “il figlio di Kingsley Amis”, beveva, parlava, seduceva, “amato dalle donne e adorato dagli uomini”, diceva Christopher Hitchens), e poiché è tutto cambiato, nel mondo loro e in quello nostro, nelle loro vite, nell’amicizia che non è mai più tornata giovane e forte, è strano accorgersi, trentacinque anni dopo quell’esordio, che “Metroland” racconta la formazione di due ragazzi inseparabili, che condividono tutto e poi si perdono, e dentro il perdersi c’è la vita vera che arriva e non si accontenta di buone battute, sesso raccontato e discussioni politiche. E’ di nuovo l’incrocio tra verità letteraria e biografica, tra ambizione e realtà, ed è anche l’impossibilità, o comunque il fallimento, di applicare teorie all’esistenza (“Quando muoiono le teorie? E perché? Dite pure quel che vi pare, ma finiscono eccome, e per la maggior parte di noi. E’ un unico avvenimento decisivo a ucciderle? Forse per qualcuno. Ma di solito muoiono d’usura, lentamente e sull’onda delle circostanze”, scrisse Barnes nel 1980 in “Metroland”).

Julian Barnes e Martin Amis lavoravano insieme alla redazione letteraria del New Statesman, tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Amis era il direttore e assunse Barnes come vice, e attorno a loro giravano gli scrittori e i giornalisti, le ragazze, la scorrettezza politica, il vino, Nabokov, Dickens, l’amore per la lingua e la vigilanza sulle parole. Se qualcuno, soprattutto un amico, usava un’espressione banale, o trita, Amis la sottolineava con una smorfia “di quel labbro possente”. Una volta Christopher Hitchens scrisse “risultato non da poco” in un articolo, e Amis gli inviò una copia dell’articolo con sottolineature a matita, e per molto tempo si rifiutò di leggere “1984” di Orwell perché nella prima pagina contiene le parole “lineamenti rudi ma non sgradevoli”. C’era qualcosa di molto supponente e altezzoso nell’atteggiamento di quel manipolo di scrittori verso il resto del mondo, e Jeanette Winterson (la scrittrice che soffiò per qualche tempo la moglie a Barnes, e che per lei scrisse “The passion”) ricorda di un party, nel 1989, in cui Martin Amis (un “Mick Jagger tarchiato”), Ian McEwan e Salman Rushdie se ne stavano seduti su un divano a chiedersi a voce molto alta da dove sarebbe mai arrivata la prossima generazione di grandi scrittori inglesi. “Da come parlavano, era chiaro che non avevano letto neanche una parola di quello che avevo scritto”, ricorda con rabbia Jeanette, che aveva già ottenuto un successo internazionale, premi letterari importanti ma non l’accettazione da quel gruppo superbo (Barnes non era presente, ma certo non avrebbe speso parole di elogio per lei). Martin Amis era il figlio di uno scrittore, Julian Barnes di due insegnanti, Jeanette Winterson era stata adottata da una coppia pentecostale che viveva in campagna e sperava (soprattutto la madre) di farne una missionaria. Amis era quindi il più abituato alla luce data dalle parole scritte, probabilmente era anche il meno adatto a perdere la testa e, come dice in un’intervista alla Paris Review, a “ricercare la posizione fetale dopo una recensione negativa”. Furono anni intensi, in cui Julian Barnes e Martin Amis fecero molte cose insieme, e la moglie di Barnes, Pat, la ragazza che era arrivata a Londra dal Sudafrica per fare l’attrice (aveva baciato Richard Burton in un film) e di cui tutti dicevano: sembra Katharine Hepburn, e anche: è troppo per Julian, diventò l’agente letterario di Martin, legando ancora più strette le vite dei due amici, le loro discussioni, la competizione e inevitabilmente l’invidia. Ma era bello andare insieme in Israele, durante una visita ufficiale di scrittori, nel 1986, e dopo circa mezz’ora di lezione sulla storia del movimento in favore del kibbutz, vedere Martin Amis alzare la mano per dire: “C’è una cosa che vorrei sapere riguardo all’argomento qui esposto e sono certo che si tratta di un argomento di grande interesse anche per il mio collega Julian Barnes: avete un tavolo da ping pong qui?”. Insieme partecipavano anche a quei famosi pranzi del venerdì (che divennero in fretta la leggenda di un nuovo gruppo Bloomsbury), cominciati a metà degli anni Settanta e promossi con naturalezza da Martin Amis: pranzi di poeti, scrittori, caricaturisti, redattori letterari (mai una donna), e molte importanti sentenze sociali e etiche, dopo lunghe riflessioni: “Il colmo della maleducazione è andare a letto con qualcuno meno di tre volte”. Fu una piccola bohème verso cui gli esclusi fantasticavano con rabbia di monopolio editoriale e trame d’establishment, e in cui Julian Barnes, allora emergente, timido e gentile, stava attento a confermarsi brillante, attento, cinico, ma mai travolgente come Amis e mai donnaiolo. Tutti scrivono, parlando di lui, “devotissimo a Pat”. La conobbe a una festa nel 1978 e il giorno dopo le scrisse un biglietto per invitarla a uscire con lui. Dopo diciotto mesi si sposarono e vissero sempre in una grande casa a nord di Londra: una vita ordinata, senza figli, in cui loro due lavoravano alle stesse ore e si fermavano alla stessa ora per il pranzo e un bicchiere di vino. La sera le cene terminavano sempre mezz’ora prima delle undici e il giorno dopo i loro ospiti ricevevano un biglietto di ringraziamento scritto a mano. Molti anni dopo, in “Livelli di vita”, Barnes ha scritto che lei era “il cuore della mia vita; la vita del mio cuore”, e che quando è morta, trent’anni dopo il loro primo incontro, il mondo ha perso il suo colore e lui voleva uccidersi. “Non sopportavo il rumore, né lo spettacolo di tanta placida normalità: altri autobus carichi di persone indifferenti alla morte di mia moglie. Costringevo gli amici a incontrarmi fuori dal teatro per farmi accompagnare al mio posto, come un bambino”.

Era tutto cambiato, fra Barnes e l’amore, fra Barnes e Amis e l’amicizia. I livelli di vita si erano scomposti e niente poteva rimetterli dov’erano prima. Mancavano le persone per aggiustare tutto, non si poteva tornare al proprio posto. Pat, la donna più organizzata del mondo, lasciò alcuni oggetti agli amici più cari. A Jeanette Winterson e a Martin Amis niente. Ma questi eventi lasciano tracce, e Martin Amis in “Esperienza” ha raccontato in parte quel 1995, l’anno in cui aveva da pochi mesi abbandonato la sua agente, Pat Kavanagh, la stupenda moglie del suo amico gentile che nel frattempo era diventato uno scrittore di successo, e l’aveva lasciata perché non era stata capace di trovargli abbastanza soldi. Amis aveva bisogno di cinquecentomila sterline per “L’informazione”. Le pretendeva, per ragioni terribili e vanitose insieme, e molti anni dopo ha detto che era pentito ma che non aveva avuto nessuna possibilità di scegliere e il mondo letterario attorno a lui fu felice di scandalizzarsi, di dare la colpa alla nuova moglie ricca, alla mania di rifarsi i denti, a un nuovo modo di vivere più hollywoodiano che inglese. L’agente con cui Amis tradì Pat (e Barnes) era soprannominato “lo sciacallo” e riuscì, dopo lunghe trattative, a far avere a Amis un contratto da mezzo milione di sterline, proprio all’inizio del 1995, il 12 gennaio. Fu quella la data che Julian Barnes mise sulla lettera che spedì a Martin, e che chiuse con: Vaffanculo. “La mia prima reazione fu un senso di colpa per averlo ridotto a scrivere una cosa tanto brutta. Oltre che screditante. Cristo, pensai: non devo essergli mai piaciuto. La lettera mi portò a mettere in dubbio la sostanza, per non parlare del valore, di quella amicizia che veniva a interrompere”. La lettera di Barnes resterà per sempre copyright di Barnes e non la leggeremo. “L’ultima volta che avevo perso un amico ero ancora un bambino”, scrive Amis, che un anno dopo cercò di riavvicinare Barnes, ricevendone indietro un secco rifiuto articolato, “con elementi che tendevano a confermare la mia sensazione, e cioè che i veri problemi risalissero a episodi di gran lunga precedenti al 1995”. Poteva esserci, in quel brusco addio, il riconoscimento di tratti di sé in uno dei due personaggi raccontati da Amis ne “L’informazione”? (alcuni estratti erano già stati pubblicati da “Granta” nel 1994). Poteva Julian Barnes riconoscersi in Gwyn, il mediocre di successo, figlio di un maestro di scuola, che cercava ossessivamente sui giornali, anche negli annunci immobiliari, il proprio nome? Probabilmente è soltanto un pettegolezzo editoriale utile a eccitare altri scrittori e giornalisti, a evocare somiglianze tra la grande casa di Gwyn a Holland Park e la grande casa di Julian Barnes e Pat Kavanagh, ma quella dicotomia tra il Romanziere di Successo a metà anni Novanta e il Romanziere Indimostrato a metà anni Novanta (il meraviglioso personaggio di Richard), uno che viaggia in classe turistica e l’altro in prima classe mangiando tartine al caviale, è entrata per sempre a far parte della letteratura sull’invidia. Richard piange pensando a Gwyn. Richard desidera la morte di Gwyn. Richard torna a casa e vede sua moglie inginocchiata davanti a Gwyn.

L’informazione è la massa di notizie che cerchiamo e che ci cerca e ci rende folli di invidia per i successi degli altri, avidi di nuove notizie, presagi di fallimento. L’informazione sono le meschinerie. Le informazioni a volte bastano per rovinare le amicizie dalle fondamenta, a poco a poco le rosicchiano, le insidiano e se non sappiamo liberarcene le distruggono per sempre. I giornali hanno scritto che Julian Barnes e Martin Amis si sono ritrovati, molti anni dopo, avendo anche finalmente superato entrambi la crisi di mezz’età, e avendo usato le loro vite, le loro invidie, i dolori e la morte per farne letteratura. Ma Amis scrisse in “Esperienza” (pubblicato nel 2000) che sentiva fra le dita, mentre scriveva del “vaffanculo” di Barnes, “un brivido di avversione”. “E’ stato detto che ho voltato le spalle a un amico e non è vero. Non sono io quello che volta le spalle”. E Julian Barnes, vent’anni prima, raccontando in “Metroland” l’amicizia inglese tra Chris e Toni e la loro scoperta del mondo e il fantasticare sul futuro, concluse così: “Toni, ormai, non lo vedo quasi più”.

 

Julian Barnes
Metroland
Einaudi
Traduzione di Daniela Fargione

Martin Amis
Il Dossier Rachel
Einaudi
Traduzione di Federica Aceto

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Intervista a Robert Ward https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-robert-ward/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-robert-ward/#comments Mon, 07 Apr 2014 16:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19803 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Viene da Baltimora, nel Maryland, una di quelle città che sembra cantata da Bruce Springsteen in The River, dove nasci, cresci e farai il lavoro di tuo padre. Ma per Robert Ward, classe 1943, non è andata così, ora vive a Los Angeles, dopo essere stato a New York e aver scoperto che tutto è possibile, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 e cambiato vita molte volte: insegnante, giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema.

Ha firmato puntate di serie come Miami Vice e Hill Street Blues, e dal suo secondo romanzo Cattle Annie and Little Britches (1977) è stato tratto il film Branco selvaggio (1981) con Burt Lancaster e Diane Lane, ma c’è un personaggio in particolare che ha segnato la sua carriera: Red Baker, operaio trentanovenne di Baltimora che perde il lavoro e deve sopravvivere. È il protagonista di Io sono Red Baker, del 1985, subito premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno, amato da scrittori come Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, Christopher Hitchens, James Crumley, Laura Lippman. Una storia che ancora oggi ha molto da dire, che parla di crisi economica e che viene proposta in Italia, per la prima volta, dal piccolo e raffinato editore  senese Barney Edizioni, in una collana diretta dal traduttore Nicola Manuppelli e intitolata “I Fuorilegge”, dedicata agli autori americani meno noti (in Italia), ma non per questo meno interessanti. E infatti tra i primi estimatori di Ward c’è stato Tom Wolfe, che in qualche modo l’ha salvato da una vita che non gli piaceva, e l’ha lanciato alla ricerca del successo.

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ward

Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Viene da Baltimora, nel Maryland, una di quelle città che sembra cantata da Bruce Springsteen in The River, dove nasci, cresci e farai il lavoro di tuo padre. Ma per Robert Ward, classe 1943, non è andata così, ora vive a Los Angeles, dopo essere stato a New York e aver scoperto che tutto è possibile, dopo aver attraversato gli Stati Uniti da hippy negli anni 60 e cambiato vita molte volte: insegnante, giornalista, scrittore, sceneggiatore per la televisione e per il cinema.

Ha firmato puntate di serie come Miami Vice e Hill Street Blues, e dal suo secondo romanzo Cattle Annie and Little Britches (1977) è stato tratto il film Branco selvaggio (1981) con Burt Lancaster e Diane Lane, ma c’è un personaggio in particolare che ha segnato la sua carriera: Red Baker, operaio trentanovenne di Baltimora che perde il lavoro e deve sopravvivere. È il protagonista di Io sono Red Baker, del 1985, subito premio Pen West come miglior romanzo americano dell’anno, amato da scrittori come Robert Stone, Richard Price, Michael Connelly, Christopher Hitchens, James Crumley, Laura Lippman. Una storia che ancora oggi ha molto da dire, che parla di crisi economica e che viene proposta in Italia, per la prima volta, dal piccolo e raffinato editore  senese Barney Edizioni, in una collana diretta dal traduttore Nicola Manuppelli e intitolata “I Fuorilegge”, dedicata agli autori americani meno noti (in Italia), ma non per questo meno interessanti. E infatti tra i primi estimatori di Ward c’è stato Tom Wolfe, che in qualche modo l’ha salvato da una vita che non gli piaceva, e l’ha lanciato alla ricerca del successo.

Robert Ward, benvenuto in Italia, anche se si presenta con una storia per nulla solare, e con un personaggio tutt’altro che semplice: Red Baker. Chi è?

Be’, diciamo che è un uomo con delle convinzioni, che scivola, cade sempre più giù e cerca di galleggiare. Non sa scegliere, i suoi sogni si spezzano, è un debole come le persone vere e ha per soli amici gli operai licenziati come lui, che conosce dalla high school. Quando chiudono le aziende siderurgiche perdono tutti il lavoro e tutto crolla, anche le relazioni personali, eccetto le più salde, ma tutto si fa drammatico. Chi si suicida, chi diventa alcolizzato, chi si aiuta con anfetamine o altre pillole. Tutti o quasi cercano lavoro, accettano anche i più umili, ma è difficile non cadere in depressione, resistere. È una storia dei primi anni 80, quando si sentono i morsi della crisi, con Reagan alla Casa Bianca, la sua nuova dottrina economica, la “reaganomics”, e i Giapponesi che acquistano sempre più realtà produttive e finanziarie negli Stati Uniti. Una storia difficile da raccontare, vista dal basso, dalle difficoltà di un operaio licenziato, sposato, con un’amante e un figlio per il quale farebbe qualsiasi cosa, ma che è anche una persona che non ce la fa più. È un lavoro che mi ha impegnato nove anni, tra alti e bassi: facevo ricerca, avevo molto materiale, avevo scritto circa 500 pagine, ma non funzionava, non avevo il romanzo. Poi un giorno ho trovato l’incipit, con Red Baker che si presenta, e da lì tutto è scorso via veloce.

Anche la sua vita da lì ha preso un’altra piega.

La mia vita ha preso molte pieghe. Sono nato e cresciuto anch’io a Baltimora, dove ero un pessimo studente ma leggevo molti libri, e passavo i pomeriggi a fare sport o a giocare a poker perdendo un sacco di soldi. In fondo era una città dove non potevi andare da nessuna parte, dove avresti trovato il tuo schifoso lavoro per andare avanti. Quando alla fine della high school mia madre mi chiede se voglio andare al College, io penso sarebbe un’ottima cosa, perché ho visto lo studentato delle ragazze, ma mio padre vorrebbe andassi a fare il suo lavoro, cioè quel lavoro che ogni sera maledice tornando a casa. Ma scherziamo? Sono gli anni 60, divento un hippy e vivo nelle comuni, seguo in tour i Grateful Dead e scrivo. Lì, in quella follia, nasce il mio primo romanzo, Shedding Skin (1972), che racconta quelle avventure.

Esce negli anni in cui insegnava, se non sbaglio, e in cui incontra Tom Wolfe.

Sì, insegnavo inglese alla Miami University di Hamilton, in Ohio, due anni in un inferno di neve, poi a Geneva, nello stato di New York, ma proprio non mi piaceva l’ambiente accademico. Devo dire grazie a Tom Wolfe, che ha dato un occhio alle cose che stavo scrivendo e mi ha detto: “perché non vieni a New York?” Così mi licenzio e parto, senza un soldo. Lavoro come giornalista per magazine di sport per pagarmi l’affitto. Erano gli anni del new journalism, e mi piaceva, e soprattutto mi piaceva New York, una città dove potevi fare tutto: vuoi scrivere? Provaci e se vali qualcosa farai! Le cose accadevano, se volevi farle accadere. Era il contrario di quello che avevo vissuto a Baltimora, dove se dicevi “voglio fare lo scrittore”, ti rispondevano “non esistono scrittori a Baltimora, lascia perdere”.

Invece a New York la invitano a scrivere anche per il cinema.

Già. Quando pubblico Cattle Annie mi propongono di scrivere la sceneggiatura per il film diretto da Lamont Johnson, poi esce il terzo romanzo Sandman nel 1978, e nel 1985 Red Baker. Ma quando esce sono sfinito dalla fatica fisica e psicologica che mi ha causato, sono depresso, arrivo a pensare al suicidio, intanto escono recensioni molto positive, vinco il Pen West, e all’improvviso David Milch e Jeff Lewis mi chiamano: vogliono che faccia delle sceneggiature per Hill Street Blues, una serie tv poliziesca.

Un bel cambiamento di prospettiva, per un ex hippy.

A dire il vero il problema è che io non sapevo come si scriveva per la tv, oltre a non sapere che storie inventare. Così sono tornato a Baltimora, dove ho incontrato un poliziotto che si chiamava come me, Robert Ward, siamo usciti insieme a berci una birra e a bruciapelo mi ha detto: “ho una storia per te”. Ed era vero! Così ho imparato che anche per la tv, per scrivere storie belle, bisogna avere un fondo di verità, bisogna andare a pescarle da chi le vive: poliziotti per un poliziesco, medici per una serie sui dottori e così via.

Ma per uno scrittore fare tv, poi cinema, non è un po’ vendere l’anima al diavolo?

Il mito degli scrittori che si vendono al cinema e poi non valgono più nulla per la letteratura è stato inventato a New York, un centro di potere editoriale che si è visto negli anni sottrarre forza da Hollywood, da Los Angeles, dove mi sono trasferito anch’io da 29 anni, anche se all’inizio pensavo fosse solo per un anno o due. È un modo di pensare che non mi piace: quando insegnavo, i miei colleghi consideravano solo la letteratura, era il sacro tempio, e la scrittura per altre cose, come il giornalismo, era roba da prostitute. Figuriamoci per la tv, è un gradino sotto l’essere all’inferno. Eppure molti scrittori hanno scritto per il cinema. Penso ad esempio a Faulkner, ad esempio, alla sceneggiatura per The Big Sleep (Il grande sonno, 1946). Se ovviamente sceneggiature e romanzi sono scritture diverse, non è detto che uno scrittore non possa farli entrambi e bene, con ottimi risultati.

Veniamo all’oggi. Red Baker esce in Italia in piena crisi economica, che anche negli Stati Uniti ha morso con violenza. Il dramma che racconta il romanzo non è inattuale.

Per nulla. Forse anche per questo negli anni ha continuato ad avere successo, e sono contento che ora arrivi in Italia, anche se certo non mi fa piacere la situazione di crisi. Negli Usa è tremenda, ancora oggi. Molti, specie negli stati più poveri come il Kentucky o il West Virginia, vivono in macchina, o in autobus. Il lavoro manca, e il presidente Obama sta facendo il possibile, anche se speravo fosse più incisivo. Ma è difficile, non dimentichiamoci che è il primo presidente nero della storia del mio paese, e i Repubblicani lo odiano per questo. Sono disposti ad affossarci pur di vederlo finire nel fango, sono convinti che come se ne andrà la situazione si risolverà, ma la loro ricetta è la “reaganomics”, che abbiamo già conosciuto e ne abbiamo visto gli effetti. Ma non andranno alla Casa Bianca. I Repubblicani non sono amati e sono bravissimi a tirarsi la zappa sui piedi con molte gaffe. Per capirci, Sarah Palin non sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti: questa, almeno per me, è la buona notizia che posso dare.

In questa lettura è molto vicino a Bruce Springsteen, per altro una colonna sonora ottima per il suo Red Baker. Però tra i tanti gruppi citati nel romanzo il Boss non c’è.

Quando facevo il giornalista a New York, vidi uno dei suoi primi concerti, e lo recensii molto bene dicendo che avrebbe fatto successo. Mi piace, ma non lo adoro. Spesso, specie per Red Baker, mi paragonano a Springsteen, e qualcuno ha anche detto che vorrei esserlo. Ma preferisco i Beatles, i Rolling Stones, il blues o il rock’n’roll. E poi, anche se negli anni di Red Baker molti lo ascoltavano, a Baltimora si sentiva piuttosto Elvis o Gene Vincent. È un posto perso nel tempo, una città operaia, di porto. Un posto nostalgico, ma difficile, come la storia di Red Baker, che però si chiude con un lieto fine, o almeno la cosa più vicina a un lieto fine che posso pensare.

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Rushdie a Tirana https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/rushdie-a-tirana/#comments Tue, 08 May 2012 09:10:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7719 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l'autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d'espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell'islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda... Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell'opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell'ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L'incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

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Pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande sulle reazioni della comunità musulmana alla notizia della pubblicazione in Albania delle opere di Salman Rushdie. Una versione più breve di questo articolo è uscita su «La Lettura» del «Corriere della Sera».

Pubblicare Salman Rushdie a Tirana è un atto di coraggio. Nel ventennale della fatwa khomeinista del 1989 contro l’autore dei Versetti satanici, Christopher Hitchens notò come questa, oltre ad aprire un nuovo fronte di guerra contro la libertà d’espressione su scala globale, aveva creato uno straordinario collante nell’islam radicale e ultraconservatore, divenendo un detonatore sempre pronto a esplodere, nei luoghi più disparati, anche nel XXI secolo.

Quanto sta accadendo in Albania in questi giorni lo conferma ampiamente. Arlinda Dudaj, giovane direttrice della omonima casa editrice, la più importante e dinamica del paese, ha reso noto in una intervista rilasciata sul quotidiano “Shiqptarja” di aver acquistato i diritto dei Versetti satanici. Dudaj è una casa editrice che traduce molto. Ha pubblicato José Saramago, Cormac McCarthy, Stieg Larsson, gli italiani Roberto Saviano, Paolo Giordano, Fabio Geda… Il suo maggior successo editoriale è Kurban, autobiografia politica di Edi Rama, leader dell’opposizione contro la deriva “bielorussa” del sistema-Berisha. Nell’ultimo mese, oltre a mandare in libreria To the End of the Land di David Grossman, Dudaj ha pubblicato L’incantatrice di Firenze dello stesso Rushdie e annunciato la pubblicazione, nei prossimi mesi, del suo “memoir” Joseph Anton e congiuntamente dei Versetti satanici, sinora mai tradotti in albanese.

La reazione islamica, in quello che fino a vent’anni fa era costituzionalmente l’unico stato ateo al mondo, non si è fatta attendere.

Ermir Gjinishi, leader della comunità islamica albanese, ha subito detto che la pubblicazione del libro è una provocazione inaccettabile per il mondo musulmano: “Offende il profeta e il corano, e creerebbe inutili tensioni in Albania”. Su posizioni più radicali Roald Hysa del Forum musulmano: “Salman Rushdie è uno scrittore mediocre che ha scritto cose molto offensive”: A suo dire Dudaj intende solo commercializzare tali offese: “Non è possibile calpestarci in questo modo. Noi siamo contrari al rogo dei libri, non siamo certo l’Inquisizione. Tuttavia non possiamo escludere che qualche credente possa sentirsi autorizzato a compiere atti estremi. Non garantiamo nulla.”

L’intuizione di Hitchens sembra materializzarsi davvero. Vent’anni sono passati invano. Nel luglio del 1991 Ettore Capriolo, traduttore del libro in italiano, venne pugnalato nella sua casa milanese. Fortunatamente sopravvisse all’attentato, a differenza del  traduttore giapponese, Hitoshi Igarashi, che venne ucciso a Tokyo pochi giorni dopo. L’editore norvegese William Nygaard venne invece ferito a colpi d’arma da fuoco nell’ottobre del ’93.

Oggi come ieri, le intimidazioni contro editori e traduttori di Rushdie partono immediatamente al solo annuncio della pubblicazione, mesi prima dell’uscita effettiva in libreria, creando una condizione di tensione crescente. Ma oggi più di ieri l’odio e gli insulti si moltiplicano in rete, nei commenti anonimi intrisi di offese maschiliste contro l’editrice “blasfema”. Arlinda Dudaj afferma molto lucidamente: “Il problema non è l’islam, ma l’islamismo politico che pretende di governare ogni aspetto della vita, e di ridurre l’intera società alla sua interpretazione. Invece ogni autorità (religiosa, politica, culturale, economica) deve poter essere criticata. È questo il senso di una società moderna, libera da autoritarismi. E se vogliamo farne parte, dobbiamo tenerne conto.”

Sullo sfondo si delinea uno scontro culturale tra due Albanie: una colta, laica, cosmopolita e una avvitata intorno alle sue tradizioni, a presunte “radici” riscoperte negli anni del post-comunismo. Ma il caso-Rushdie funziona anche come cartina al tornasole delle trasformazioni interne all’Islam albanese, nell’unico paese europeo in cui il 70% della popolazione si definisce musulmano. Chiaramente si sta delineando una frattura. Da una parte c’è un islam tradizionale, blandamente conservatore, di derivazione ottomana. Dall’altra ci sono alcune nuove moschee finanziate dagli stati del Golfo. Sono queste il luogo di ritrovo dei filo-arabi, tendenzialmente più giovani, e potenzialmente sedotti dalla retorica radicale. In un paese in rapida trasformazione sociale e culturale, il caso-Rushdie (di cui ormai si parla in tutte le tv e su tutti i giornali) li sta facendo uscire allo scoperto.

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La settimana scorsa è morto Christopher Hitchens, giornalista, saggista, critico letterario e attivista politico, noto per il suo spirito dissacratorio e anticlericale. Pubblichiamo stamattina l’introduzione di Antonio Pascale a un suo libro uscito per minimum fax, «La posizione della missionaria», un’insolita analisi della figura di Madre Teresa di Calcutta che si concentra sugli aspetti più contraddittori della sua attività religiosa e mette in discussione, in maniera coraggiosa e politicamente scorretta, l’«etica della sofferenza» che ne è alla base.

di Antonio Pascale

In questo libro c’è un dialogo, vero e documentato, tra Madre Teresa e un moribondo, che ci sembrerà (purtroppo) una barzelletta cinica e raggelante, o qualcosa di simile a una vignetta di Altan; in questo dialogo e in altri momenti scopriremo anche che per Madre Teresa i poveri non hanno mai nomi propri, non si chiamano Giuseppe o Maria, ma semplicemente poveri, o malati; una massa di persone (variopinte e diverse) che nel discorso sulla carità vengono raggruppate nella categoria dei poveri: e questo per poter fissare i ruoli in un semplice schema narrativo: l’eroe, e cioè quello che pratica la carità (Madre Teresa e Dio attraverso lei); e l’oggetto dell’eroismo, cioè i poveri (e Gesù attraverso loro) che la subiscono.
Allora, il dialogo: il povero sta per morire e siccome muore da malato, soffre orribilmente, rantola e si contorce (il tutto è filmato dalla cinepresa). Madre Teresa, in piedi di fronte a lui, gli tiene la mano (e volge lo sguardo diritto in camera); prima descrive la malattia di quel povero: un cancro allo stato terminale, poi gli dice (al povero): stai soffrendo come Cristo sulla croce, sicuramente è Gesù che ti sta baciando. E il povero risponde: allora, per favore, digli di smettere di baciarmi.
A noi che leggiamo questo libro viene un dubbio: ma (sempre) il dolore avvicina a Dio? E il dubbio ci porta, poi, a formulare una domanda: la sofferenza e il dolore purificano (allargandolo) fino in fondo il nostro cuore, tanto da renderlo caro a Dio, oppure, al contrario, lo intorpidiscono, lo annebbiano, lo rendono cattivo?
Se proviamo a rispondere tenendo come punto di riferimento le vite dei grandi santi e dei presunti tali (o dei prossimi futuri, potenziali beatificati) ci troveremo di fronte a una tale quantità di sofferenza, di dolore e di passione, che non potremo dopo averle lette non rimanere completamente muti. Allora la risposta dovrebbe essere affermativa: sì, la sofferenza avvicina a Dio. Però, poi, se leggiamo attentamente le vite dei santi (e dei presunti tali) ci renderemo conto che la sofferenza (anche se li avvicina a Dio) non sempre allontana la violenza dai loro cuori e dal loro spirito (noi, infatti, ricordiamo quei santi che hanno approvato la Crociata e l’Inquisizione). Certo, non è una violenza palese, non si tratta di ferite da arma o da taglio, ma, al contrario, è, a volte, una violenza verbale, diciamo una sorta di invito al masochismo (un disperato e mal riuscito tentativo di imitare il Cristo in croce), invito a condividere con loro le gioie della sofferenza e del dolore, passioni che (a detta dei santi, o dei presunti tali) ci apriranno una via preferenziale verso il paradiso. Se vogliamo un esempio, non c’è bisogno di andare lontano nel tempo, possiamo fermarci a leggere la vita di padre Pio (probabile futuro santo) attraverso le sue lettere. Scopriremo che quando una sua figlia spirituale lo informa di essere malata di cancro, e di soffrire orribilmente, lui risponde così: «Figliola mia, so che soffri. Ma se ti dicessero che Gesù si compiace di questo tuo soffrire, non saresti per questo contenta e anche disposta a soffrire ancora di più per meglio piacergli? Ebbene, da parte di Dio ti dico che il tuo soffrire è voluto da Gesù per il tuo perfezionamento, ed egli gode a tenerti sulla croce insieme a lui: dunque, rassicurati e chiedi a Gesù di ben soffrire quello che egli vuole che tu soffra». La figliola spirituale accetta di buon grado il consiglio, rivolge soltanto un’ultima preghiera a padre Pio: gli chiede se per caso può intercedere presso Gesù, affinché egli possa mutare le sue sofferenze da fisiche a spirituali. E padre Pio risponde di no, è meglio lasciare che «Gesù ti volti e ti rivolti quando gli pare e piace», e poi, «se le piaghe non basteranno allora vorrà dire che faremo piaghe su piaghe».
L’idea che ci viene, dopo aver letto le lettere di padre Pio, è che lui ama il suo prossimo come se stesso (in questo è molto evangelico). Ma siccome padre Pio ama se stesso solo quando soffre (quando, cioè, rassomiglia al suo sposo Gesù) allora, per meglio amare il suo prossimo, lo invita a meglio soffrire. E qui ci viene in mente un secondo dubbio: la rinuncia (alla vita) e la sofferenza, sono condivisibili? Può la mia (rispettabile) scelta di soffrire, per vocazione o convinzione, portare gli altri nella mia stessa sofferenza? O forse, meglio, è vero il contrario: la sofferenza ha valore solo nel tentativo che si fa di superarla?
Ecco, noi che abbiamo finito di leggere questo libro cominciamo a credere che il valore della sofferenza sta nella misura in cui si fa di tutto (ciò che è onesto) per evitarla. Questa convinzione si rafforzerà man mano che leggeremo nel libro delle testimonianze (tutte ben documentate e affidabili), tra cui quelle di alcune ex infermiere di Madre Teresa e quella di un autorevole medico (Robin Fox, direttore di una delle più importanti riviste mediche del mondo, «The Lancet») che ci spiegheranno come nelle case della carità manchino le più elementari regole igienico-sanitarie, come si tralasci di disinfettare gli aghi; ci racconteranno della superficialità delle diagnosi, e della mancanza cronica di analgesici e sedativi (come dicevamo, la sofferenza avvicina a Cristo). Questo e tante altre cose ancora.

Mancanza di soldi? No, assolutamente. Quelli abbondano e arrivano da ogni parte del mondo (si sa che la beneficenza è di moda); piuttosto, nelle case della carità vige la sola legge di Madre Teresa che recita: la sofferenza, la povertà, la sottomissione avvicinano alla gratitudine di Dio. E, per rispetto di questi ideali di sottomissione e per guadagnarsi la gratitudine di Dio, Madre Teresa a una seria pianificazione medica preferisce la provvidenza di nostro Signore. Allora può accadere che quando arriva in una delle case della carità un quindicenne, che dicono “in fin di vita”, ma che in realtà ha un problema molto semplice, un blocco intestinale, curabile con una normale somministrazione di antibiotici, il ragazzo rischia di morire (e non sappiamo se si è salvato oppure no, non sappiamo neppure il suo nome, non sappiamo niente di lui, tranne che è povero, e questo, purtroppo, basta) perché non vogliono pagargli un taxi, portarlo in ospedale e fornirgli le cure adeguate. E qui, allora, ancora una volta, non si capisce se è sempre la (imperscrutabile) provvidenza di Dio ad agire o la prevedibile inettitudine di chi pensa: non lo portiamo in ospedale (troppo lusso?),
perché Dio avrà cura di lui (e della sua sofferenza). Se invece nostro Signore attraverso qualche ricco benefattore provvede a far costruire una Casa della Carità con tutti i comfort, moquette e impianto di riscaldamento, letti comodi e poltrone su cui sedersi, Madre Teresa ordina alle sue infermiere di buttare via tutto. Tutto giù dalla finestra: materassi, sedie, impianti di condizionamento, sistemi di riscaldamento. C’è da dire, allora, che noi che guardiamo questo spettacolo anticonsumistico, questo rigoroso attaccamento alla regola della povertà, ci sentiamo con tutto il cuore di rispettare e di onorare con un bel plauso la scelta delle infermiere della carità. Solo una cosa non ci convince, e la cosa è questa: perché i malati (la vera parte debole) debbono stare in stanze senza riscaldamento, perché debbono riposare i loro malanni su panche di legno? Perché debbono peggiorare e complicare la loro vita?

Il proposito di Madre Teresa, di essere povera tra i poveri, e sofferente tra i sofferenti, sembra che, invece di porre le due parti, Madre Teresa e i poveri, sullo stesso piano, crei delle differenze (tralasciando poi la facilità con la quale Madre Teresa si fa baciare i piedi dai moribondi): lei sceglie la povertà e si apre un suo rapporto privilegiato con Dio, i poveri non migliorano il loro benessere fisico e psichico nemmeno negli ospedali e nelle case di accoglienza. Si vuol fare la carità per riconoscere l’altro e invece lo si umilia (o peggio).
L’etica della sofferenza, quindi, sembra vada bene per chi, in odore di misticismo, fa di tutto per uscire fuori da sé (e si può avere rispetto per i santi o i mistici); oppure la sofferenza e il senso del dolore possono essere un paramento morale, un mezzo per allargare la nostra coscienza intima e sensibile. Ma l’etica della sofferenza è sicuramente pericolosa quando diventa un feticcio, quando diventa, cioè, una regola (assieme alla povertà) non da scegliere ma da accettare per forza di cose. Anche perché la regola della sofferenza e della povertà rischia di trasformarsi in un sistema di costrizione: infatti quando a noi che leggiamo questo libro capita sotto gli occhi il cartello (uno dei tanti) che accoglie il visitatore all’ingresso della Casa di Carità in Bose Road, a Calcutta, e che recita: chi ama la correzione ama il sapere – vengono in mente turpi immagini, perché la parola correzione ci evoca l’immagine dei manicomi. Pensiamo, subito dopo aver prodotto questo pensiero, che stiamo esagerando e che quello è solo un cartello come un altro, e che la situazione nelle case della carità non è certo quella che si respira in un manicomio. Certo le descrizioni delle ex infermiere della carità che parlano di stanze spoglie e squallide (però pulite) che accolgono cinquanta o sessanta persone, tutte rigorosamente con la testa rasata, le quali non hanno la possibilità di andare in giardino perché non c’è giardino, né di bere, o di guardare la televisione, perché non è permesso, e tantomeno di uscire; che soprattutto non possono ricevere le visite degli amici, nemmeno quando stanno per morire, e che alcuni ospiti sono depressi e vivono nell’ansia di morire tra atroci dolori senza nemmeno il conforto della morfina, perché tanto basta l’aspirina – ecco, allora, pensiamo che le case della carità potrebbero essere un buon preludio a qualcosa di non molto dissimile dai manicomi. E non ce lo fa pensare solo quel cartello: chi ama la correzione ama il sapere; non solo le testimonianze prima dette; ma, purtroppo, la storia.

Foucault ci ricorda che il grande internamento, cominciato in epoca classica con la costruzione dell’Hospital General di Parigi, trovò la sua ragione, la sua spinta, la sua molla proprio tra poveri. La povertà, spogliata dal suo significato mistico che il gesto individuale le aveva conferito, diventò, complici anche gli influssi calvinisti (la povertà è una colpa), un affare di polizia. «L’età classica cominciò a percepire la follia nell’orizzonte sociale della povertà, dell’incapacità al lavoro, dell’incapacità di integrarsi in gruppo» (Foucault, Storia della follia nell’età classica). La massa inquietante – di poveri e malati che occupavano mendicando le strade di Parigi – venne rinchiusa. Ma non finì con il semplice internamento. Un’ossessione, o forse un sogno, animò i padri fondatori delle case di accoglienza: quello di correggere lo spirito e la coscienza dei poveri internati. Il di- rettore della casa di internamento di Amburgo detta le sue regole: il direttore deve vigilare che tutti coloro che sono nella casa adempiano al loro dovere religioso e ne siano istruiti… deve aver cura di istruire i ragazzi alla religione. Ma non solo le case di stato (laiche) furono mosse da questi precetti, anche le case cattoliche seguirono le stesse impronte, marcando però, la componente religiosa; l’Opera di san Vincenzo de’ Paoli ce ne fornisce un esempio: «il fine principale per cui si è consentito a ritirare qui delle persone, lontane dal frastuono del gran mondo, e le si è fatte entrare in questa solitudine in qualità di pensionati, era quello di salvarle dalla schiavitù del peccato, di impedir loro di essere dannate in eterno e fornire loro il modo di gioire in questa vita e in quell’altra; esse faranno il possibile per adorare in questo la divina provvidenza».
Ancora Foucault: «Si tratta quindi di liberare da un mondo che non è, per loro debolezza, che un invito al peccato, richiamarli a una solitudine nella quale non avranno che i loro angeli custodi incarnati nella presenza quotidiana dei loro sorveglianti: costoro, effettivamente rendano loro gli stessi buoni servizi degli invisibili angeli custodi: e cioè istruirli, consolarli e procurare loro salvezza. Nelle Case della Carità ci si adopera con la più grande cura a mettere ordine in tal modo nella vita e nelle coscienze, e lungo tutto il secolo XVIII apparirà sempre più chiaramente che questa è la vera ragio- ne dell’internamento».
Quindi, nell’età classica, il sapere e l’apostolato servirono il medesimo scopo: la correzione dei poveri. Forse, noi che leggiamo questo libro stiamo andando troppo al di là, però quando veniamo a conoscenza (questa volta grazie a un altro libro, scritto dalla Madre: Il cammino semplice) del fatto che un fondamento della ideologia di Madre Teresa è quello di far diventare un cristiano (povero) un buon cristiano e per far questo tra i compiti delle infermiere della carità c’è quello di insegnare a leggere (ai poveri e ai malati) le Scritture, insomma fare opera di apostolato vera e propria, allora ci viene da pensare. Questo apostolato sembra un qualcosa in più, che travalica il gesto individuale di carità, quello che onora e celebra Dio qui e ora e nulla chiede al mendicante (che nasconde Gesù). Diventa, invece, pratica quotidiana, con le sue leggi e i suoi linguaggi, legata a uno scopo ben preciso: portare il mendicante e la sua anima a Dio. E forse non solo limitarsi a condurlo per mano verso la luce, ma correggerlo se e quando questo non si mostrerà consenziente.

Quand’è così può accadere che le buone intenzioni della carità facciano male non solo ai poveri, ma anche a chi povero non è, ma ha una coscienza orientata verso i deboli. Fanno male perché confondono le cose. Infatti, accade, e noi che leggiamo questo libro ne veniamo subito informati, che Madre Teresa chieda soldi ai peggiori dittatori, come Duvalier, dittatore di Haiti. Chiede soldi per sanare la povertà a chi genera la povertà. Avviene qui un fatto contraddittorio: che sia il povero sia il ricco cantano le lodi di Madre Teresa e attraverso lei cantano anche le lodi di Dio. Succede che venga costruita una casa d’accoglienza e che Duvalier si accrediti a livello mondiale. Succede che i poveri restino sempre più poveri e ne paghino le spese. Ne restiamo increduli, ma nel discorso sulla carità e sulla conseguente formazione dell’etica della carità, etica che Madre Teresa divulga, questo genere di cose non sono fatti isolati. La Madre non seleziona i benefattori, perché più della povertà e delle sue cause a lei interessano i poveri e la loro condizione spirituale: innalzare una casa d’accoglienza significa celebrare il Signore e fa niente se assieme a lui si celebra anche chi è complice della povertà. Si dirà: Madre Teresa non fa politica, è una persona troppo semplice per ragionare delle complesse strutture sociali che generano la fame e la malattie. Si dice così, e subito ci rendiamo conto che non è vero. La nostra Madre Teresa sa sempre quando fare politica, scagliandosi contro l’aborto e contro la pianificazione delle nascite con un ardore tale (fa invettiva contro l’aborto e la profilassi anche nel discorso di ringraziamento per il Nobel) da far sospettare che voglia continuare a far nascere i poveri, voglia continuare ad accoglierli, per non restare senza lavoro e senza lodi da innalzare a Dio. Sa scagliarsi poi anche contro quei vescovi che hanno teorizzato e praticato la teologia della liberazione, un modo nuovo di gestire il problema della povertà. E che Madre Teresa, purtroppo, come tutti quelli che dicono di non far politica, la politica la fa e come, scegliendo il silenzio quando ci sarebbe da denunciare, e offrendo complicità a chi non la merita.

Questo libro si conclude con un’immagine, un’immagine che abbiamo visto tante volte: Madre Teresa che prende in braccio una bambina malata. Madre Teresa e la bambina hanno una sola cosa in comune: le rughe. A chi le chiede perché sia contraria a una seria politica di pianificazione familiare, lei risponde sollevando ancora più in alto la bambina e dicendo: “Vede, c’è vita in lei”. Ma la bambina è malata e ha le rughe e la frase assume un tono cinico e surreale. Noi che leggiamo ovviamente non sappiamo che fine abbia fatto la bambina, se è guarita da quelle rughe ed è diventata una donna florida e bella, oppure è morta, nonostante l’aura di vita che Madre Teresa ha visto in lei. Se così fosse, noi vorrem- mo che Madre Teresa si tenesse le sue rughe, se le tenesse solo per lei, e combattesse affinché altre bambine con le rughe non nascano mai; e se proprio debbono nascere, ebbene che almeno abbiano un nome, malate, rugose, ma con un nome, un nome che impedisca loro di essere un agnello sacrificale, un feticcio da sollevare in cielo alla ricerca di un Dio da elogiare. Un Dio che attraverso Madre Teresa solleva in alto le bambine rugose, e le fa risplendere per un attimo di fioca vita, prima di farle ritornare sulla panca di legno dalla quale erano state sollevate.

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