Christopher Lasch Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christopher-lasch/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Dec 2020 12:17:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Christopher Lasch Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/christopher-lasch/ 32 32 I giovani e il mito di James Dean: il nuovo libro di Goffredo Fofi https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/ https://minimaetmoralia.it/cinema/i-giovani-e-il-mito-di-james-dean-a-partire-dal-nuovo-libro-di-goffredo-fofi/#respond Thu, 10 Dec 2020 13:01:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47332 In "Il secolo dei giovani e il mito di James Dean" Goffredo Fofi analizza la parabola dei giovani nel Novecento, la figura tragica e l'eredità di James Dean

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Il titolo del nuovo libro di Goffredo Fofi, Il secolo dei giovani e il mito di James Dean (pubblicato da La nave di Teseo), svela tutta la sua intelligente problematicità sin dalle prime pagine, dove Fofi si chiede se si possa definire “secolo dei giovani” il Novecento, che ha falcidiato milioni di persone, soprattutto giovani, in due guerre talmente estese da poter essere definite “mondiali”, e dove gli «immensi progressi della scienza e della tecnica» si sono concretizzati, tra le altre cose, nell’invenzione del secolo, la scissione dell’atomo, usata sotto la forma di una bomba dagli effetti devastanti. Chi ha definito il Novecento “secolo dei giovani”, riferendosi così al loro nuovo protagonismo, chiude gli occhi volontariamente sui modi attraverso i quali questa spinta spontanea è stata volta volta neutralizzata per farla rientrare nel grande alveo dei modelli occidentali e capitalisti: «il dominio parte sempre dai giovani, si serve dei giovani» chiosa Fofi.

Eppure resta indubitabile che nel Novecento, soprattutto a partire dalla violenta presa di coscienza a seguito della Prima e della Seconda guerra mondiale, i giovani hanno avuto un ruolo centrale di opposizione rispetto al mondo borghese – e basta pensare, per esempio, al mondo delle avanguardie artistiche e letterarie –, ma il rischio è sempre stato quello di una normalizzazione successiva destinata a sopire ogni spirito rivoluzionario. Un ripiegamento individuale, nel periodo tra la seconda guerra mondiale e gli anni Settanta, ha in un primo momento dato ai giovani gli strumenti per conoscere dove andare, quale strade percorrere per dare seguito a un desiderio di centralità nel mondo, dire “io” e rifiutarsi di «asservire la propria ispirazione alla ragion di stato»: questa generazione del secondo dopoguerra, come sottolinea Fofi nel libro, fu mossa «da un individualismo ben lontano da quello cui oggi assistiamo (dominato da un”io” chiuso e conformista)», arrivando a unire questa spinta dell’io «con quelle di un’epoca, di una generazione, degli oppressi». In questo senso il Novecento è stato allora il secolo dei giovani, che ebbe però una vita breve lunga qualche decennio, prima che il culto del «narcisismo», inteso in chiave ampia come nelle definizioni ancora ineluttabilmente profetiche di Christopher Lasch, segnasse una sconfitta definitiva e «l’attenzione spasmodica del capitale alle forme della comunicazione e del controllo compissero l’opera».

All’interno di questo scenario, che Fofi tratteggia con consueta e spietata precisione nella prima parte del libro, si inserisce la vicenda di James Dean, tra gli anni Cinquanta che lo vedono attore iconico, il futuro Sessantotto fino alle sconfitte degli anni Settanta e Ottanta dove diventerà il simbolo che resiste ancora oggi. Nato nel 1931 dentro la furia della Grande Depressione e morto nel 1955 a seguito di un incidente stradale con la sua macchina da corsa diventando ancora di più l’emblema di una rivolta adolescente, l’attore americano figura nell’argomentazione di Fofi come esempio rivelatore di questo movimento, per la sua esistenza tormentata dentro una società che faceva del benessere il suo vessillo principale. Oltre a ricostruire il significato del cinema americano negli anni Cinquanta, nominare attori, produttori e registi protagonisti di questa fase di “evasione” della storia del cinema («il cinema “tira”, la novità è che ormai “parla” e la gente fa le code per distrarsi sognando») e ripercorrere le fasi iniziali delle carriere di Marlon Brando e di Montogomery Clift, Fofi racconta i primi ruoli di James Dean (tutti e tre gli attori ebbero a che fare con Elia Kazan, altro protagonista del libro), gli incontri con registi che sapevano leggere in lui un disagio che necessitava di essere accompagnato, la sua incapacità di entrare in un mondo in cui non si riconosceva e come i suoi personaggi suggerissero ai giovani degli anni Cinquanta «una psicologia e un’immagine, modi di muoversi, gestire, parlare ed esprimere una propria diversità».

Il disagio avvertito dai giovani in quegli anni, spinta ai movimenti che li resero i protagonisti di quei decenni, ha un debito verso le immagini di questi attori proposti dal cinema, come suggerito anche da Paul Goodman, autore che insieme a Lasch compare spesso in queste pagine, in Gioventù assurda (il titolo in lingua originale, Growing up absurd suona ancora più incisivo) dove il sociologo analizza il disagio di una generazione e le potenzialità di rivolta collettiva. Nei film con Dean protagonista – ma anche in Fiume rosso dove Clift si ribella alla padre interpretato da John Wayne –, La valle dell’Eden (incentrato sulle incomprensioni tra l’introverso e «mal amato» Cal Trask/James Dean e il padre) e, soprattutto, l’iconico Gioventù bruciata, con quell’identificazione tra l’attore e il personaggio che «ha qualcosa di morboso che si comunica allo spettatore, figuriamoci dunque a uno spettatore adolescente», emerge l’immagine di una famiglia che non comprende i suoi figli e della frustrazione che nasce da questa incomprensione (e sempre Lasch in Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio avverte sui pericoli nella dissoluzione della famiglia, ultimo rifugio). In Gioventù bruciata, nonostante la questione “giovanile” non abbia un ruolo preponderante, viene descritta con arguzia, e con un attore che vive quasi in maniera mitica la parte, il disagio che nasce da «un’adolescenza senza più modelli famigliari e comunitari accettabili, in una società dove la retorica e il consumo hanno sostituito l’attenzione alla formazione del carattere e alle stesse possibilità di maturare».

In apertura a un suo libro di quasi trent’anni fa, Benché giovani, incentrato sulla «difficoltà di crescere» negli anni Novanta, ma ricco di esempi a cui guardare, Fofi scriveva: «è difficile parlare di giovani o a giovani senza paternalismo, senza nulla nascondere delle brutture del mondo, eppure senza spingere al cinismo o alla disperazione, alla paura. […] Nello stesso tempo occorre però reagire e molti di noi reagiscono». Quest’ultimo piccolo libro su James Dean, oltre a essere una miniera di informazioni sull’attore e sul cinema americano degli anni Cinquanta, prosegue questo discorso nella convinzione che possibili modi di reagire esistono e che sia possibile farli propri restando in guardia rispetto agli errori e le furie del passato, perché speranze nel futuro devono sempre esserci e «anche quando non ce ne fossero, è dalla disperazione che può e deve nascere la ribellione». Edgar Morin ha scritto, in un libro citato da Fofi, I divi, dove trova spazio anche un’analisi della figura mitologica di James Dean, che «l’adulto delle società burocratiche e imborghesite è colui che accetta di vivere poco per non morire molto, il segreto dell’adolescenza è che vivere significa rischiare la morte, che la rabbia di vivere è l’impossibilità di vivere» e sta in questo, sicuramente, il segreto e la forza simbolica dell’adolescenza.

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What went wrong? (di Helena Janeczek) https://minimaetmoralia.it/cultura/what-went-wrong/ https://minimaetmoralia.it/cultura/what-went-wrong/#comments Tue, 05 Aug 2014 16:59:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22664 In questi mesi la rivista “Lo Straniero” sta lanciando un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle personali. Dopo aver dato conto della prima parte e della seconda, per la […]

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In questi mesi la rivista “Lo Straniero” sta lanciando un’inchiesta chiedendo a diversi scrittori italiani di raccontare attraverso quale percorso la storia del paese può aver fatto da ispirazione per i propri libri, tenendo conto anche dell’intreccio tra le motivazioni pubbliche e quelle personali. Dopo aver dato conto della prima parte e della seconda, per la terza, appena uscita, tra gli scrittori sollecitati c’è Helena Janeczek, autrice di questo interessantissimo intervento. Ringraziamo la redazione dello Straniero per averci consentito di condividerlo con i lettori di m&m.

di Helena Janeczek

Scrivo di storia perché me la sono trovata accanto alla culla come una fata senza invito. Era già tutto accaduto quando nacqui, finito quando iniziai a scriverne – invasione della Polonia, Auschwitz, spartizione dell’Europa dopo Yalta – ma se non avesse determinato le sorti della mia famiglia non sarei esistita o sarei stata un’altra. Cominciai a rendermene conto in un momento sul crinale tra due decenni. Lo slancio con cui negli anni settanta si credeva nell’individuo capace di liberarsi da ogni laccio autoritario stava per essere reso funzionale agli edonistici e consumistici anni ottanta, gli anni avviati verso la “fine del conflitto” e la “fine della Storia”. Era dunque quasi inevitabile che andassi a scovare la storia laddove si era ritirata: nell’unità di misura ancora valida d’un io calato nel teatro domestico delle più intime relazioni familiari. Intuii tuttavia con chiarezza che proprio quella dimensione sarebbe stata condivisibile.

La scoperta di poter cogliere in me stessa una figura intermedia tra la normalità del privato e l’abnormità di una storia collettiva, era stata anzi determinante perché mi sentissi legittimata a prendere la parola affianco a chi aveva testimoniato l’universo del lager per diretta esperienza. Potevo farmi mediatrice, ma non più con un pubblico refrattario a confrontarsi con Auschwitz perché aveva avuto altri traumi o complicità o colpe da dimenticare. I miei lettori ideali erano quelli nati dopo, per cui la macchina dello sterminio era incommensurabile al proprio vissuto, con il rischio automatico di sottrarsi ancora di più all’immaginazione e immedesimazione. Percepivo come un’eccezione la mia storia con la minuscola, ma proprio per questo la ritenevo esemplare. Volevo quasi gridare che non ero diventata così e cosà perché la mamma non mi aveva allattato eccetera – la mamma non aveva avuto latte (o soltanto quello nero celaniano) in quanto reduce di Auschwitz.

Senza cercare di conoscere e capire quel che le era capitato, conoscere e capire quella storia con la maiuscola, anch’io sarei rimasta per sempre a galleggiare in un vuoto sospeso sopra una voragine. Ma nel presentare me stessa come soggetto storicamente determinato, stavo implicando che in una modalità a prima vista soltanto privativa lo erano anche i figli “normali” del boom economico. Questo pensiero mi si presenta solo oggi, quasi a vent’anni di distanza dalla stesura di Lezioni di tenebra, una distanza anch’essa storica dalla quale misurare diversi cambiamenti. La prima cosa mutata in maniera decisiva è la funzione di quella che chiamiamo Memoria. Allora (non sempre però molto spesso – di sicuro per la sottoscritta) equivaleva al processo di elaborazione cognitiva attraverso cui il singolo giunge a comprendersi e rappresentarsi come parte della storia e reclamare che essa si realizza sul corpo, sulla psiche e nella mente di ogni essere umano coinvolto o travolto – anziché in primo luogo attraverso le decisioni dei suoi protagonisti, ossia dei detentori del potere. Oggi la Memoria della Shoah è un’istituzione amministrata da rappresentanti dello Stato, affidata a gruppi, associazioni, centri di ricerca, monumenti, musei e figure specialistiche (dai testimoni agli insegnanti) con delega di farsene carico nel Giorno della Memoria o nei vari appuntamenti durante l’anno.

L’amministrazione rituale e ufficiale della Memoria ha portato con sé una retorica tendente alla formula vuota (“per non dimenticare!”, “perché non accada mai più!”) sostanzialmente antistorica, ma penso che il problema maggiore sia un altro. “Memoria collettiva” è un ossimoro coniato dal sociologo e filosofo Maurice Halbwachs, poi deportato e morto a Buchenwald, che si è diffuso lentamente a partire del secondo dopoguerra. Però gli preesiste l’esigenza di mettere a punto un racconto del passato significativo per una collettività, un racconto al quale attribuire un valore che lo avvicina alle narrazioni fondative di tipo mitologico. Quel tipo di racconto selettivo è per forza funzionale, ossia politico, e quindi soggetto a usi e abusi – la battaglia della Piana dei Merli per i nazionalisti serbi dell’Ottocento e per la pulizia etnica di Milosevic; l’impero romano per il fascismo, la Resistenza per l’Italia postbellica o il 1° maggio della rivolta del 1886 a Chicago per il Movimento operaio eccetera. Cosa sia un uso legittimo e cosa una manipolazione mistificatoria dipende a sua volta dal giudizio politico, ma un serbatoio comune di storia o di memoria resta a mio avviso indispensabile per il definirsi di qualsiasi soggetto collettivo.

Da questo punto di vista, “memoria collettiva” avrebbe il vantaggio di rendere più trasparente il filtro della scelta soggettiva sebbene il soggetto sia plurale. Il problema principale è che lo slittamento da storia a memoria collettiva ha coinciso con l’assunzione di uno statuto particolare della seconda: quest’ultima da un lato si presenta come esclusiva e inappellabile al pari di ogni memoria individuale, dall’altro cessa di doversi riscrivere e interrogare come prevede il lavoro incessante e infinito di ogni memoria viva. Così si giunge all’esito paradossale che solo la storia viene rivista di continuo (nel bene e anche nel male dei “revisionismi” interessati), mentre la memoria collettiva resta bloccata nella sua ambivalenza.  Memoria non più come processo ma come possesso. Memoria come bene di proprietà – l’album di famiglia accanto a ori e argenteria nella vecchia credenza. Che la sua codificazione paradigmatica si sia formata sulla Shoah, vale a dire un’esperienza di totale esproprio e annientamento dove era già miracoloso salvare qualche foto e gli ori rimanenti venivano barattati pro tempore per la nuda vita, è un esito perverso dovuto a una logica stringente.

La memoria come esercizio per tenere i morti in vita – prassi quasi insostenibile per il singolo sopravvissuto, impraticabile senza ritualizzazioni per un soggetto collettivo – si trasforma prima in surrogato che conserva traccia dell’irriducibile mancanza, e da lì si tramuta in pieno, forma cristallizzata da trattare simile a un oggetto sacro, un feticcio. Attraverso questa alchimia tragica, la Memoria con la maiuscola può proporsi come modello d’identità, parola-chiave anch’essa sconfinata non da molto da un’origine burocratico-giuridica: la Carta d’Identità, appunto. Quando scrissi Lezioni di tenebra volevo raccontare un doppio viaggio: uno reale in Polonia con mia madre e uno che ripercorreva la ricerca della mia memoria nella quale i brandelli di passato recuperati convivevano con le enormi zone di buio che non sarei mai arrivata a conoscere né a capire. Proprio per questo – pensavo allora e tutto sommato lo penso ancora oggi – era un’impresa in fondo illuministica che, con le dovute proporzioni, si collocava in continuità con lo sforzo titanico di Primo Levi (e di altri) di rappresentare con programmatica chiarezza l’inesperibile affinché diventasse conoscibile e afferrabile per gli altri. Ma con il passare degli anni scoprii che il mio libro veniva regolarmente recepito come tentativo di ritrovare le mie radici e la mia identità, quella per definizione “vera” o “autentica”, e in tale chiave di lettura non riuscivo a ritrovarmi. Uno degli aspetti della mia vita che non ho mai vissuto come molto problematico, era proprio il cognome risalente alle carte (d’identità) false di mio padre. L’uomo che avevo conosciuto e amato rimaneva lo stesso, con i suoi lati palesi e nascosti, e persino il silenzio sul suo passato mi rimandava a una sostanza più vera della scoperta postuma di qualche dato d’identità autentico. La “vera identità”, quella che “è per sempre” come il diamante dello slogan pubblicitario, per mia esperienza è una chimera.

Mi pare piuttosto evidente che il bisogno d’identità non nasca in primo luogo dalle esigenze di un numero più o meno grande di traumatizzati – vuoi singoli, vuoi collettivi. La reazione a un trauma è rimozione, oblio, evitamento: se per qualsiasi motivo quel meccanismo di difesa si sgretola, l’obiettivo ad alto rischio diventa riattingere il più possibile a una verità strappata alla violenza e alla morte. Tra la ricerca individuale compiuta in un percorso terapeutico e l’approccio con cui viene pubblicamente coltivata una memoria collettiva, c’è senza dubbio una grande differenza. Ma anche dove i singoli si prestano a farsi rappresentanti di qualsiasi “associazione delle vittime”, lo sforzo di contenimento del nucleo traumatico rimane un’esigenza. Non li muove il bisogno d’identità, ma quello assai più urgente di giustizia (nell’immaginario universale i morti senza giustizia si tramutano in fantasmi senza riposo): è un effetto secondario se l’identificazione con la causa finisce per conferire loro anche un ruolo in cui riconoscersi.

Sono gli altri, le persone “normali” mai venute a contatto con l’irruzione distruttiva della violenza a ricercare nell’identità un baluardo primario contro un sentimento crescente di insicurezza, impotenza, espropriazione, rabbia repressa, paura di “annientamento”. L’aspetto inquietante è la somiglianza di tale vissuto con quello di chi davvero è segnato da un trauma, aspetto senza il quale il massiccio investimento simbolico sulla Shoah, dove quelle minacce fantasmatiche erano più che reali, non avrebbe probabilmente avuto luogo. Esistono però –  semplificando – due modalità di proiezione: in una il soggetto si rispecchia tramite un’immedesimazione empatica che riconosce l’altro, mentre nella seconda quest’ultimo finisce per essere riassorbito ed esautorato. Tale dinamica appartiene tipicamente alla sfera del narcisismo, fenomeno indagato negli ultimi decenni come una “malattia sociale” correlata con le trasformazioni socio-economiche del mondo post-fordista. L’analogia tra il vissuto vittimistico di un “io minimo” e quello delle vittime reali scavalca sia una differenza originaria, sia un elemento distintivo per ogni relazione psichica: i narcisisti sono “incapaci di riconoscere e percepire i sentimenti degli altri” (voce dell’Enciclopedia Treccani), mentre non compare alcun richiamo a una carenza strutturale di empatia nella definizione dei sintomi del famoso PTSD (disturbo postraumatico da stress). Come il “più realista del re”, il vittimista è dunque più vittimista della vittima. Non finge, non fa apposta a servirsi di proiezioni grandiose su Grandi Traumi a puntello della propria identità pericolante, però finisce per strumentalizzare le vittime reali, anzi per espropriarle. Credo c’entri qualcosa con questo meccanismo se oggi pressoché qualsiasi commemorazione delle vittime (sarebbe il caso di chiamarla “celebrazione”) funge da dispositivo per neutralizzare i problemi – politici, socio-economici e etici – che si aggregano attorno al loro destino, così come in generale l’iperesposizione mediatica ha sostituito le antiche funzioni repressive di tabuizzazione e censura. Completa il quadro la facile osservazione di come il richiamo (vittimistico) all’identità coincida sempre più spesso con obiettivi politici aggressivo-difensivi, e di come quell’uso reazionario sia attualmente coronato da un successo in continua crescita. Vorrei partire da qui per provare a fare un salto in territori più concreti. Vorrei partire dalle ultime elezioni europee, dall’avanzata enorme di Front National, Ukip e degli altri partiti di estrema destra emersi pressoché in tutti gli Stati-membro, dal disastro dell’Ungheria, dal consolidarsi in Grecia (al tempo stesso unico paese dove si è attestata una sinistra alternativa maggioritaria) del voto neonazista per Alba Dorata.

L’Italia, lo sappiamo, rappresenta un caso atipico, ma forse neanche troppo. Dopo aver scontato – per fortuna – gli scandali intorno a Bossi e pagato forse anche il difetto di essere un partito sì razzista e identitario ma solo “padano”, la Lega di Matteo Salvini è comunque rimontata non di poco. Il Movimento 5 Stelle, visto dal basso di chi lo vota e di chi vi aderisce (non solo sul blog) è una galassia assai più complicata, ma ci ha pensato Grillo a semplificare le cose quanto basta; alleandosi con Farage, il padrone (o i padroni) del vascello “né di destra né di sinistra” ha semplicemente confermato una linea di fondo: tenere il timone a destra su alcune questioni-chiave, questioni identitarie, appunto, come il rifiuto di favorire la naturalizzazione dei figli d’immigrati nati in Italia. Come si è arrivati alla spartizione dell’Europa tra una destra reazionaria e identitaria e una destra “europeista” liberale declinata in tante sfumature di grigio (alcune un po’ rosate) di osservanza spesso più ortodossa, e ottusa, del Fmi? La crisi, certo. La crisi economica che si è abbattuta su gran parte del continente inverando i sentimenti individuali di insicurezza, impotenza, espropriazione, minaccia d’annientamento eccetera, nelle ricadute collettive di un repentino impoverimento, perdita del lavoro o della casa, e nella paura di essere scartati come “esuberi” di larghe fasce sociali meno protette ancora in grado di mantenersi a galla. Il “narcisismo di massa” sembra aver funzionato quasi come una profezia autoavverante: l’“io minimo” rimane solo come un topolino davanti al serpente materializzato dalla zona dei fantasmi che si prepara a divorarlo. Ho l’impressione che si sia compiuto un ciclo e che questo consenta, se non altro, di storicizzare l’evoluzione degli ultimi decenni (ma forse si può partire anche da prima) con una lucidità che prima non si dava.

La formula più fortunata per definire la condizione preesistente è senza dubbio la “modernità liquida” che risale a un saggio di Bauman del 2000, però i testi sociologici che descrissero per primi gli effetti della trasformazione economica, sociale, culturale e ideologica sugli abitanti dell’Occidente avanzato datano a molti anni prima: La cultura del narcisismo di Christopher Lasch è del 1979, L’io minimo del 1984; Il declino dell’uomo pubblico di Richard Sennett del 1977, Autorità del 1980. Il suo saggio più letto, L’uomo flessibile del 1998, nasce da una sintesi dei già battuti filoni di indagine – da un lato il lavoro su campo circa le condizioni di vita dei lavoratori, dall’altro la riflessione più astratta sul mutamento “antropologico” (la vicinanza con i testi sopra nominati risulta più palese nel titolo originale The Corrosion of Character). Credo sia una spia indicativa che quei libri siano usciti in Italia con ritardo – il primo dopo cinque anni, il secondo addirittura dopo ventisei! – mentre La cultura del narcisismo rimane attualmente fuori catalogo.

Da noi i due autori erano in odore di essere dei critici conservatori – se non reazionari – di una cultura progressista e libertaria, ma credo che per quella ricezione fosse determinante il sentimento che le loro analisi condotte sulla società americana c’entrassero assai poco con l’Italia: qui era forte il Pci e il sindacato, gli studenti del Movimento extraparlamentare marciavano accanto agli operai delle grandi fabbriche. Qui la Guerra fredda aveva prodotto trame eversive, “stragi di Stato”, la reazione del terrorismo rosso e le sue zone grigie. Ma nel 1984, anno di uscita di L’io minimo, morì Enrico Berlinguer e quello dopo passò il referendum voluto da Craxi sull’abrogazione della scala mobile.  In pratica, ci siamo accorti pressappoco solo a giochi fatti che nella nostra anomalissima Italia – anomala a maggior ragione nel ventennio berlusconiano – stava accadendo la stessa “mutazione antropologica” che in America; e questo nonostante i celebri strali di Pasolini. Forse perché proprio lui stentava a cogliere che la trasformazione non avveniva solo in una società e cultura contadina che assorbiva i modelli dominanti, ma continuava a agire radicalmente anche sulle strutture della potenza coloniale.

Oggi, in ogni caso, ci ritroviamo sia con “l’io minimo” sia con il minimo – nemmeno più sindacale – di prospettive, diritti e garanzie sociali. Chi è più colpito reagisce quasi sempre con scelte politiche più o meno difensive e identitarie, ma che comunque non mettono mai in discussione che il rimedio vada trovato grazie alla maggiore autonomia della singola entità statale: entità che – ancora una volta – si configura a immagine e somiglianza dell’individuo autonomo, quello capace di farsi “imprenditore di se stesso” – cosa particolarmente visibile nel caso atipico dell’Italia, dove una forte propensione all’individualismo (anabolizzata al massimo nell’era Berlusconi) si accompagna a un debole nazionalismo e scarso senso dello Stato. Ricondurre queste evoluzioni alla loro storicità non basta per tentare di scardinarle o produrre un cambiamento di direzione.

Ma non mi pare un caso che molti scrittori abbiano sentito l’esigenza di occuparsi degli ultimi decenni: scoprire cosa succedeva all’ombra del “tunnel del  divertimento” (evoco per esempio il lavoro di Nicola Lagioia con le parole del suo conterraneo Caparezza); mappare l’invisibile mondo operaio scomparso o in via di estinzione (Angelo Ferracuti ma anche Giancarlo Liviano D’Arcangelo); persino lanciare attraverso un romanzo – La gemella H di Giorgio Falco – la sconcertante ipotesi di un continuum della società di massa e dei consumi riconducibile al fascismo e al nazismo. Negli anni successivi a Lezioni di tenebra ho anch’io avvertito il bisogno sempre più chiaro di passare dalla Memoria alla Storia. La storia – inclusa quella accaduta ieri l’altro – non può mai essere soltanto mia, mi vincola alla verifica di dati e fatti, mi costringe a essere consapevole delle mie congetture e interpretazioni. In una prospettiva storica, le vite degli altri non possono mai essere del tutto assoggettate alla soggettività del mio sguardo. Mi devo sporgere verso di essi, cercare di scoprirli e comprenderli in un contesto preciso, interrogarli con rispetto e attenzione anche mentre li creo o ricreo sulla pagina. Ho sempre pensato che questo atteggiamento di “poetica” nascesse dalla mia scarsa fiducia nel saper inventare di sana pianta storie e personaggi, ma ora – anche attraverso gli interventi già pubblicati – mi rendo conto che si tratta di un atteggiamento condiviso. Benedetta Tobagi ha definito con molta chiarezza come per lei si presenta la questione, rimandando, tra l’altro, alla maestria di Javier Cercas. In molti paesi gli scrittori hanno reagito alla percezione che il romanzo di finzione abbia perso la sua presa – forse non tanto sulla realtà quanto piuttosto rispetto al patto di sospensione dell’incredulità richiesto ai lettori – puntellando il racconto dell’esibizione o dei precisi rimandi a pezze d’appoggio documentali. Ma credo che in Italia l’affidamento alla nonfiction o più in generale alla non-finzionalità del soggetto narrativo sia stato avvertito come esigenza particolarmente forte, capace di generare esiti molto differenziati. La storia recente dell’Italia – lo sappiamo – somiglia a un brutto thriller fantapolitico o a un romanzo postmoderno complottista, mentre il presente e il passato molto prossimo appare in stallo, sfarinato, atomizzato.

Come dice Davide Orecchio: abbiamo sentito il bisogno di prendere una rincorsa lunga (anche molto lunga come nel caso dei romanzi di Wu Ming e Valerio Evangelisti) per trovare negli interstizi dei what went wrong? (ai quali rimanda Vittorio Giacopini) i trampolini di salto con cui superare l’apparente immobilità della nostra attuale condizione. Per questo la dimensione politica è implicita e spesso esplicita in moltissime delle opere narrative d’impronta storica degli ultimi anni. Ho provato a imboccare questa strada con Le rondini di Montecassino, meravigliandomi parecchio di quante vicende rimosse o poco illuminate mi aveva rivelato lo studio della Seconda guerra mondiale. Mi sono così trovata a scrivere una narrazione “dalla parte dei perdenti tra i vincitori”, un’altra storia di promesse tradite e what went wrong – per l’Italia, l’Europa, il mondo postcoloniale – che diventavano però visibili solamente prolungando lo sguardo fino ai tempi nostri: anzi usando un piano temporale molto vicino per guardare indietro sino al 1944.  Però l’aspetto per me più importante è stata la scelta di porre sullo stesso piano storie inventate e modalità narrative memorialistiche e testimoniali: la mia storia, la mia memoria, la mia origine e appartenenza – tutte quelle cose invocate come “identità autentica” – dovevano valere esattamente quanto quelle di un ragazzo maori e di due amici appena maggiorenni –  l’uno di famiglia indiana, l’altro italo-polacco – i tre giovani protagonisti di una parte della narrazione per cui non potevo rinvenire materiale nella mia memoria.

Per questo, leggendo Una stella incoronata di buio, ho provato uno slancio di riconoscimento –in tutti i possibili significati – verso Benedetta Tobagi e la sua scelta di calarsi, con altrettanta empatia e invenzione che fatica e rigore storiografico, in una porzione di storia che non era riconducibile al suo vissuto di vittima del terrorismo rosso: vedere solo la propria parte non bastava per capire sino in fondo – come le ha insegnato Manlio Milani. La stagione che si apre con la bomba di Piazza Fontana rappresenta anzi un caso estremo in cui la parcellizzazione di memorie, testimonianze, giustificazioni e omissioni (in primo luogo di Stato) unita alla rimozione traumatica, rischia di occultare la verità storica, unica dimensione in cui ogni singola vicenda può trovare il proprio non strumentabile significato. Il suo libro, però, mi pare anche un esempio particolarmente emblematico di un atteggiamento ricorrente: un desiderio di farsi carico delle storie degli altri, delle loro sofferenze e speranze, delle loro lotte e dei loro lutti, di momenti di felicità e intermittenti “stati di grazia”. Non è determinante l’opzione tra fiction e non-fiction o la pluralità ancora più vasta delle scelte stilistiche, ma la postura di chi, entro la propria soggettività, compie un gesto adottivo nei confronti di certe vite a rischio – come direbbe Davide Orecchio – di fossilizzazione a uno scheletro estraneo o di oblio puro e semplice.

Qui si esprime un’urgenza e domanda etica (lo si coglie distintamente anche nei romanzi di Giorgio Fontana), qualcosa che in letteratura può comportare esiti non sempre positivi: ma il suo misurarsi stretto sulle storie della Storia e in particolar modo quelle minori, le conferisce quell’ancoraggio dialettico e concreto che tende invece a farle bene.  Qualche anno fa Goffredo Fofi aveva espresso una certa perplessità sulla tendenza della recente narrativa italiana a ripiegare sempre più spesso nel passato. Pensai già allora alle esperienze che mi avevano insegnato quanto non sia per niente facile raccontare storie del presente. Mi riferisco in particolare alla parte delle Rondini che vede protagonisti i due ragazzi appostati sulle soglie del cimitero militare polacco di Montecassino. Forse è vero, come alcuni hanno osservato, che è meno convincente rispetto alla rievocazione delle macine e macerie della Grande Storia. Però per certi versi è stata la più difficile da mettere a fuoco: immaginare due diciottenni cresciuti in condizioni agiate che non si sentono più in continuità con quell’eredità e in generale con la storia del Novecento. Edoardo Bielinski finisce dinnanzi a quei gloriosi sepolcri per una vicenda senza gloria accaduta in un tempo che sconfina nel presente: si mette alla ricerca dei braccianti polacchi schiavizzati nel Tavoliere e poi scomparsi. È la materia del filone d’inchiesta di Uomini e caporali, il cui utilizzo nel mio romanzo segna anche un intreccio intertestuale (tra fiction e non-fiction, per altro), con Alessandro Leogrande che fa addirittura capolino come personaggio seppur soltanto come piccolo deus ex machina intravvisto su un teleschermo.

Avevo, in ogni caso, bisogno del suo aiuto per far rientrare la Storia cacciata dalla porta con la maiuscola dalla finestra di un’attualità non pretestuosa, già approfondita da uno sguardo che ne esplora la dimensione storica. Riconosco il rischio che la storia diventi – se non setting con il fascino dell’antiquariato o del vintage – almeno un utile riparo dal blob della contemporaneità vischiosa e sfuggente.  Riconosco anche il rischio che rinarrandola possa comporsi in un quadro – o in un affresco – troppo cromaticamente armonizzato e semplice; e quindi incline a quell’effetto-fiction che copre ogni crepa e interstizio con lo stucco anziché metterli a nudo. Però la dimensione storica può significare qualcosa di diverso dalla garanzia di una materia dominabile, come mostra questa lunga serie di interventi. Non è la storia in sé quanto la coscienza storica a opporre resistenza a quella condizione “liquida” che nell’orizzontalità del nostro mondo sempre connesso sta allagando le altre modalità di esperienza cognitiva. Ricordare com’erano gli uomini e le donne di oltre mezzo secolo o qualche decennio addietro, forse significa anche proiettare delle diverse possibilità di esistere sul nostro futuro. A rimuovere le macerie dei rimossi storici siamo partiti alla spicciolata, ciascuno dal suo punto di partenza. Non c’è stato nessun programma o manifesto, nessuna volontà o consapevolezza di “fare tendenza”. Nel caso mio, è bastato pubblicare le Rondini a ridosso di Accanto alla tigre per imbattermi nella piacevole sorpresa di ritrovarmi in diversi incontri accanto a Lorenzo Pavolini, coincidenza che rendeva molto più interessanti e complete le domande veicolate verso il pubblico. Infine non occorre scomodare Walter Benjamin e il suo Angelo della Storia per provare uno stupore esilarante di fronte all’evidenza che in tanti ci stiamo allenando al salto in lungo – ritrovandoci così in qualcosa di anacronistico: come compagni. (Oltre che con le opere saggistiche e narrative nominate, questo testo intrattiene un dialogo con i due ultimi libri di Daniele Giglioli, Critica della vittima e in particolare Senza trauma.)

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“American Hustle” – tornare sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato https://minimaetmoralia.it/cinema/american-hustle/ https://minimaetmoralia.it/cinema/american-hustle/#comments Fri, 24 Jan 2014 15:25:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17855 Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage - tra le molte cose interessanti - questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. InfattiAmerican Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

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Ringraziamo Oscar Iarussi e la rivista il Mulino che, proprio in questi giorni, ospita in homepage – tra le molte cose interessanti – questa riflessione che parte dal cinema e arriva più lontano.

di Oscar Iarussi

Nelle sale in queste settimane, ora anche col viatico delle dieci nomination agli Oscar, American Hustle di David O. Russell è molto di più che una variante malinconica con tocchi virulenti alla Scorsese di La stangata, la commedia che quarant’anni fa mise insieme Paul Newman e Robert Redford conquistando le platee di mezzo mondo. Infatti American Hustle è lì a ricordarci che “l’apparenza inganna”, come recita la seconda parte del titolo nella versione italiana, didascalica ed efficace. Ambientato alla fine degli anni Settanta nella Atlantic City dei casinò in disarmo cara a Bob Rafelson e a Louis Malle, il film si conclude con una sorta di elogio della realtà.

È l’approdo chissà se volontario o inconscio della pirotecnica trama in giallo tra politici corrotti, boss del crimine, ciarlatani allo sbaraglio e due bellissime donne – Amy Adams e Jennifer Lawrence – tanto deluse dalla vita quanto determinate nel duellare. L’esito è politicamente schietto: il protagonista Irving Rosenfeld (Christian Bale imbolsito all’inverosimile rispetto alla prestanza del “suo” Batman) dichiara nelle ultime battute di voler “restare con i piedi ben piantati per terra”. Così, nella filigrana di una pellicola di successo, dagli Stati Uniti giunge un invito neanche troppo dissimulato a rileggere il passaggio decisivo fra i Settanta e gli Ottanta in cui la realtà prese a confondersi con la finzione, ovvero le due dimensioni a sovrapporsi nel nome dell’utilitarismo e dell’edonismo proverbialmente “reaganiano” o berlusconiano nelle declinazioni nostrane. Più soldi e più piacere per tutti! Sappiamo com’è andata a finire, al di là e al di qua dell’Atlantico.

Quell’hustle dai molteplici possibili significati letterali o in slang (andirivieni, fretta, truffa, meretricio, scaltro calcolo;  il nostro gergale “casino”), inorgoglito e rinvigorito nel 1989 dal crollo del muro di Berlino e poco oltre dal disgregarsi dell’impero sovietico, avrebbe impresso un’accelerazione mercantile, suscitato una vertigine finanziaria e, oltretutto, suggerito metafore sulla fine della Storia, parimenti smentite nei fatti. Da bipolare che era, il mondo non diventa affatto unipolare e solo americano, bensì molteplice, sfuggente e più minaccioso di prima. Ed è singolare che siano pochi gli analisti a richiamare il legame fra lo shock delle Twin Towers in principio di un secolo le cui magnifiche sorti pareva potessero essere inficiate al massimo dai difetti telematici o dalla pirateria sul web (ricordate il millennium bug?) e la crisi economica, politica e culturale esplosa nel 2007 e tutt’oggi non doma nel mondo occidentale.

Dal canto suo, l’America negli ultimi lustri – tranne che nell’incipit della presidenza Obama e in occasione del lutto globale per Steve Jobs – è andata dissipando il suo fascino come non era accaduto neppure durante la guerra del Vietnam, allorché, fra il 1960 e il 1975, i ragazzi statunitensi e quelli europei riempirono sì le piazze contro l’intervento bellico di Washington, tuttavia in nome di valori libertari e sbandierando costumi, comportamenti e merci a stelle e strisce. Si ebbe allora il paradosso, annotato da Umberto Eco, della terza generazione italiana innamorata dell’America sebbene politicamente anti-yankee, dopo gli intellettuali come Mario Soldati ed Emilio Cecchi durante il fascismo, e Cesare Pavese ed Elio Vittorini nel dopoguerra. Il Sessantotto rinverdì l’anelito occidentale, consumistico, “americano”, al netto e a dispetto delle sue rigidità orientali di cui è rimasto ben poco (il mito di Stalin, il culto di Mao o la surreale infatuazione per l’Albania).

È presto per dire se oggi la generazione dei social network del selfie (dai dodici ai cinquant’anni tutti ad autoritrarsi!) sia interessata o disponibile a un nuovo incanto americano, a un orizzonte appena più vasto delle funzioni di un iPhone 5s, insomma a non rinserrarsi nell’ideologia tecnologica che permea e imbambola l’immaginario. “Per il narcisista il mondo è uno specchio”: aveva visto lungo il sociologo Christopher Lasch, scomparso giusto vent’anni fa, nel suo The Culture of Narcissism del 1979.

Eppure alcuni segnali depongono per un cambio di stagione. All’America corposa, sanguigna, tenace, autentica, ruvida si ricomincia ad attribuire – suo malgrado – un’attrattiva che sembrava persa per sempre. Ricordate Pavese? L’America a mo’ di palcoscenico dove, prima che altrove, “si recita il dramma di tutti”. Certo, lo sguardo è retrospettivo come in American Hustle o nella rassegna biennale dedicata alla New Hollywood anni Sessanta-Settanta, a cura di Emanuela Martini, che anche nel 2014 il Torino Film Festival dedicherà alle opere dei giovani ribelli del tempo. Peter Bogdanovich, Martin Scorsese, Steven Spielberg, Francis Ford Coppola, Sam Peckinpah, Robert Altman… Registi e film alieni dalle lusinghe degli effetti speciali rispetto al primato del cinema di indagine, dell’elegia realistica e della denuncia dei rapporti di classe o di genere. Vintage? Modernariato? Nostalgia canaglia? Può darsi, ma è roba forte che se riprende a circolare non lascerà indifferenti.

Vedi il caso di Autunno americano, come s’intitola l’importante serie di esposizioni e iniziative in corso a Milano fino al prossimo febbraio. Un successo in primis nel pubblico dei più giovani. Prendendo le mosse dalla Scuola di New York di “Pollock e gli irascibili” a Palazzo Reale e passando per Bob Dylan, Andy Warhol o Marilyn Monroe, di scena vi sono le voci, le visioni e le icone pop che fin dai primi anni Cinquanta palesano/denudano anzitempo l’addio al Novecento delle Grandi Narrazioni, dei movimenti di massa e delle utopie di riscatto. Lì, in America, si produce lo strappo o la ferita della modernità la cui sicumera comincia a sfarinarsi nei frammenti, nei racconti occasionali, nei minima immoralia, nei pensieri brevi o post ben prima che su Facebook.

Ecco, potremmo metterla così: si torna sui propri passi per capire dove abbiamo sbagliato, lungo strade geograficamente lontane eppure familiari. Tra l’altro è sugli schermi italiani anche Nebraska di Alexander Payne (sei nomination all’Oscar), pensoso e delicato road movie in bianco e nero, con stile Seventies e paesaggi desolati che possono ricordare le sonorità dell’omonimo album di Bruce Springsteen. Mentre è stato appena tradotto finalmente in edizione integrale da Sergio Claudio Perroni per Bompiani Furore di John Steinbeck (1939), l’opera di viaggio per eccellenza da cui John Ford trasse un film altrettanto memorabile: è l’odissea verso Ovest di Tom Joad e della sua famiglia contadina in fuga dalla Grande depressione. Come già accaduto nei recenti Lincoln di Steven Spielberg e Django Unchained di Quentin Tarantino, Hollywood rivolge lo sguardo all’indietro e cerca tracce di futuro nelle ombre e nei buchi neri della storia: una sorta di analisi terapeutica per mitigare l’onnipotenza perduta.

La ricerca ci riguarda. A quale bivio ci siamo persi sognando l’America amara? Era il bellissimo titolo di Emilio Cecchi, il più consapevole dei viaggiatori oltreoceano anni Trenta nel gruppo dei Cipolla e Fraccaroli, mutuato dallo storico Lucio Villari per un’agile ricognizione di “storie e miti a stelle e strisce” fresca di stampa per Salerno Editrice. Nei rapporti tra l’Italia e gli Stati Uniti, conclude Villari, “l’America è l’Oggetto di una nostra eterna infanzia, di un nostro futuro misterioso”. In cerca di speranze, dove altro mai rivolgersi?

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