Churchill Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/churchill/ un blog di approfondimento culturale Tue, 14 Apr 2015 12:22:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Churchill Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/churchill/ 32 32 Volevo leggere Anna Frank https://minimaetmoralia.it/letteratura/volevo-leggere-anna-frank/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/volevo-leggere-anna-frank/#comments Wed, 15 Apr 2015 05:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26169 Cara Kitty, mi sono presa l’impegno di vivere una vita diversa dalle altre ragazze, e, un domani, diversa dalle normali casalinghe. Questo è un inizio interessante ed è la ragione, la sola ragione per la quale nei momenti più pericolosi devo ridere della buffa situazione. Sono giovane e ho ancora molte virtù nascoste, sono giovane e forte e vivo questa grande avventura”. Il 3 maggio 1944 Anna Frank stava per compiere quindici anni: da quasi due si nascondeva, con i genitori, la sorella e un’altra famiglia ebrea, in una soffitta di Amsterdam che chiamava l’Alloggio segreto (“ho l’impressione di trovarmi in una strana pensione in un luogo di villeggiatura”), e aveva riempito la parete nuda sopra il suo letto di cartoline e ritagli di stelle del cinema. Voleva scrivere un libro che avesse proprio quel titolo, l’Alloggio segreto, e stava ricopiando e sistemando il diario, in attesa di uscire al sole: voleva andare a studiare un anno a Parigi e uno a Londra, essere corteggiata, incontrare persone interessanti, innamorarsi, diventare una giornalista e poi una scrittrice, vivere altre grandi avventure da donna libera. “Non mi accontenterò di un futuro modesto”, scriveva, e non c’è niente di modesto nella sua scrittura, nei pensieri, nella capacità di essere avvincente raccontando la lotta per le patate dentro la soffitta, o descrivendo la sua vagina dall’alto, con precisione e stupore (“Tutto qui, eppure è così importante!”). A tredici anni era una scrittrice, sapeva far ridere, sapeva riflettere, essere forte e solitaria, e sapeva scrivere l’indicibile in un modo preciso e fiero: un’adolescente che non ha intenzione di volere bene a sua madre solo perché è sua madre, e che riflette sul matrimonio dei suoi genitori (le parti eliminate dal padre durante la prima pubblicazione del Diario nel 1947) individuandone i punti deboli e il disamore: “Dentro di lei pian piano si è distrutta. Lei lo ama come nessun altro ed è duro non vedere corrisposto un amore così”.

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Cara Kitty, mi sono presa l’impegno di vivere una vita diversa dalle altre ragazze, e, un domani, diversa dalle normali casalinghe. Questo è un inizio interessante ed è la ragione, la sola ragione per la quale nei momenti più pericolosi devo ridere della buffa situazione. Sono giovane e ho ancora molte virtù nascoste, sono giovane e forte e vivo questa grande avventura”. Il 3 maggio 1944 Anna Frank stava per compiere quindici anni: da quasi due si nascondeva, con i genitori, la sorella e un’altra famiglia ebrea, in una soffitta di Amsterdam che chiamava l’Alloggio segreto (“ho l’impressione di trovarmi in una strana pensione in un luogo di villeggiatura”), e aveva riempito la parete nuda sopra il suo letto di cartoline e ritagli di stelle del cinema. Voleva scrivere un libro che avesse proprio quel titolo, l’Alloggio segreto, e stava ricopiando e sistemando il diario, in attesa di uscire al sole: voleva andare a studiare un anno a Parigi e uno a Londra, essere corteggiata, incontrare persone interessanti, innamorarsi, diventare una giornalista e poi una scrittrice, vivere altre grandi avventure da donna libera. “Non mi accontenterò di un futuro modesto”, scriveva, e non c’è niente di modesto nella sua scrittura, nei pensieri, nella capacità di essere avvincente raccontando la lotta per le patate dentro la soffitta, o descrivendo la sua vagina dall’alto, con precisione e stupore (“Tutto qui, eppure è così importante!”). A tredici anni era una scrittrice, sapeva far ridere, sapeva riflettere, essere forte e solitaria, e sapeva scrivere l’indicibile in un modo preciso e fiero: un’adolescente che non ha intenzione di volere bene a sua madre solo perché è sua madre, e che riflette sul matrimonio dei suoi genitori (le parti eliminate dal padre durante la prima pubblicazione del Diario nel 1947) individuandone i punti deboli e il disamore: “Dentro di lei pian piano si è distrutta. Lei lo ama come nessun altro ed è duro non vedere corrisposto un amore così”.

Ho letto per la prima volta il ‘Diario di Anna Frank’ da bambina, in quarta o quinta elementare, ho preteso di averlo con ostinazione: strattonavo la mano di mio padre che era venuto a prendermi a scuola e gli ripetevo: per favore compramelo. Lui non voleva, sei ancora piccola dài, ma la maestra in classe aveva parlato dell’Olocausto e io pensavo solo a quella bambina nascosta in soffitta con il pigiama che le era diventato piccolo, a lei che la sera quando c’era la luna aveva il coraggio di aprire la finestra e guardare le stelle, a lei che mangiava gli spinaci mezzi crudi anche se le facevano schifo e faceva battute su Braccio di Ferro.

Avere quel libro fra le mani, con la faccia carina di Anna in copertina e la foto di un frammento della sua calligrafia è stato molto più di immaginare Robinson Crusoe, Piccole Donne o più avanti il Giovane Holden. E’ stato un passo avanti nel mondo, il primo passo verso la vita adulta ma con le parole di una non adulta, una ragazzina di tredici e poi quattordci e quindici anni anni chiusa fuori dal mondo, che più di ogni altra cosa desiderava tornarci dentro e conquistarlo, e viveva quei mesi, quel buio, quella paura e a volte disperazione come una grande avventura. Anche per una bambina che non sapeva niente era così chiaro che quella era una cosa vera, un libro totalmente sincero (non è uno scrittore che si mette nei panni di una quindicenne, è una bambina che comincia a raccontare le sue giornate e finisce per intuire, da sé, che quel diario sta diventando qualcosa di grande, che è perfino più importante di lei, della sua famiglia e di quello che accadrà): un racconto che scoppia a ogni pagina di vita, di desiderio e di speranza (“Se Dio mi farà vivere, otterrò di più di quanto la mamma abbia mai ottenuto, non sarò mai insignificante, lavorerò nel mondo e per per gli uomini!”). Saltavo le considerazioni politiche, e del racconto sull’eccitazione con cui si mettevano intorno alla radio ad ascoltare di Churchill e Eisenhower assorbivo soltanto l’eccitazione. Poiché il diario termina in un giorno di agosto in cui non succede niente (ma è una pagina meravigliosa e appassionata in cui Anna descrive la sua anima divisa in due parti e lo fa da grande scrittrice), avevo, a nove o dieci anni, il diritto di pensare che forse quella bambina intelligentissima si era salvata, e anche il ragazzo che viveva con loro, e a cui lei aveva dato il primo bacio, e per il quale aveva scritto una lettera terribile al padre, dicendogli: io non ho più bisogno di voi. “Non è che io sia riuscita così da un giorno all’altro a sistemare le cose in modo da vivere senza una madre e senza l’aiuto di nessuno; mi è costato molta fatica e molte lacrime diventare così indipendente come sono adesso. Puoi anche ridere e non credermi, non me ne importa niente, so di essere una persona indipendente e non mi sento affatto di rendere conto a voi. Delle mie azioni devo essere responsabile solo davanti a me stessa”.

Era la cosa più sfacciata e ribelle che avessi mai letto, ed era ardente, l’aveva scritta una ragazzina olandese nascosta in un abbaino che sognava di tornare a scuola, sentiva l’enormità di quello che stava vivendo e confidava a Kitty (il nome che aveva dato al suo diario, l’amica immaginaria, l’escamotage letterario di una ragazza vincente) sogni ambiziosi e un ottimismo straziante e allo stesso tempo esaltante: “Mi è proprio impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria e della confusione. Vedo che il mondo lentamente si trasforma in un deserto, sento sempre più forte il rombo che si avvicina, che ucciderà anche noi, sono partecipe del dolore di milioni di persone, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto tornerà a volgersi al bene, che anche questa durezza spietata finirà, e che nel mondo torneranno tranquillità e pace”.

Leggere queste parole, adesso, è di nuovo sconvolgente, non solo per il valore assoluto e per l’orrore, di lì a pochi mesi, ad Auschwitz e a Bergen Belsen, Anna e sua sorella Margot, il tifo e l’inizio e la fine di tutto, i diari nascosti in un cassetto in attesa che qualcuno tornasse (solo il padre sopravvisse, fra le otto persone nascoste in quella soffitta) e li richiedesse indietro, ma perché erano le parole di una ragazza imperfetta, vivace, ambiziosa, geniale, vivissima, “pazza per i libri e per la lettura”, ancora più ardente e viva da quando la vita libera le era stata negata, e quella libertà la esercitava nel diario, sui fogli, scrivendo e pensando e immaginandosi un futuro bellissimo (“una scrittrice famosa”) e colmo di frivolezze (“Penso sempre a bei vestiti e persone interessanti, voglio vedere qualcosa e conoscere il mondo, questo te l’ho già detto, e anche avere un po’ di soldi non può far male!”). E’ questo a essere tanto terribile, ha scritto Philip Roth, sempre ossessionato da Anna Frank (ne Lo scrittore fantasma immagina e costruisce una Anne Frank sopravvissuta all’Olocausto), il fatto che lei fosse, nel senso più semplice e migliore del termine, viva.

Il diario di Anna Frank è diventato velocemente il simbolo di tutto l’orrore e l’innocenza del Novecento, ma il diario di Anna Frank è molto di più: è la storia di una vita, di quella vita in particolare, è lo sguardo e il calore di una ragazza nata nel 1929 che racconta la sua curiosità, la febbre di conquista, i desideri sessuali, la convinzione di diventare meglio di sua madre, meglio perfino di suo padre che la notte nella soffitta le leggeva Dickens in inglese. Nel volume appena pubblicato da Einaudi che raccoglie tutto quello che Anna Frank ha scritto, le cartoline di compleanno alla nonna, i racconti di fantasia e quelli ispirati all’Alloggio segreto, oltre alle due versioni del diario e alle fotografie di famiglia (Anne Frank, Tutti gli scritti, edizione italiana a cura di Frediano Sessi), l’orrore è solo nostro, la morte è solo nostra, lì dentro è tutto spumeggiante, gioioso perfino, e profondo. Come un albero che si riempie di fiori, come la scoperta del mondo in un giorno di primavera. C’è la convinzione fortissima di un lieto fine, anzi di un nuovo inizio, e di grandi possibilità, unita alla comprensione di quello che sta accadendo (“Non credo che la guerra sia causata solo dagli uomini grandi, dai governanti e dai capitalisti. No, il piccolo uomo la fa altrettanto volentieri”) e c’è una capacità di osservazione straordinaria, il senso della storia unito all’energia e al talento della giovinezza (“considero questa clandestinità un’esperienza pericolosa, romantica e interessante”). E la nostalgia del passato e della leggerezza: “Ti ricordi? Sono ore così belle quelle in cui posso parlare di scuola, insegnanti, avventure e ragazzi. Quando ci circondava ancora la vita normale tutto era stupendo. Quell’unico anno di liceo fu per me qualcosa di meraviglioso. Gli insegnanti, tutto ciò che ha imparato, gli scherzi, il prestigio, gli innamoramenti e gli adoratori”. Al primo anno del liceo ebraico, Anna Frank aveva molti corteggiatori che cercavano di catturare la sua immagine con un pezzo di specchio, e l’aveva raccontato al suo diario fin dalle prime righe, era quello il mondo in cima ai suoi pensieri, e aveva fatto l’elenco dei suoi compagni di classe, perché era la sua vita di bambina in mezzo ad altri bambini ebrei. Bambini veri, persone nate nella seconda decade del Novecento (“Chi ci ha imposto questo? Chi ha fatto sì che noi ebrei fossimo un’eccezione fra tutti i popoli?”).

A tredici anni Anna Frank aveva le idee molto chiare e non arrossiva mai,“Rob Cohen è stato innamorato di me, ma adesso non lo sopporto più. E’ un ragazzetto falso, bugiardo, frignone, svitato e noioso che si dà un sacco d’arie. Miep Lobatto è senza dubbio la più bella della classe. Ha un viso carino, ma a scuola è piuttosto stupida. Mi sa che sarà bocciata, ma ovviamente non glielo dico. Saffle Springer è terribilmente meschino; si dice che sia stato con una ragazza. Però a me è simpatico, perché è divertente”. Nei due anni successivi, dal suo tavolino in soffitta al quale aveva il permesso di sedersi tutti i pomeriggi dalle due e mezzo alle quattro (e più tardi combatté una guerra con un ospite dell’alloggio segreto per avere diritto ad altre tre ore alla settimana, “Signor Pfeiffer, io lavoro seriamente, perciò la prego di essere tanto cortese da ripensare ancora alla mia domanda”, e vinse), intitolò un racconto: “Ti ricordi?”. “Ti ricordi? Come Sam Salomon continuava a seguirmi in bicicletta e voleva offrirmi il braccio”. Non era trascorso molto tempo, ma nella formazione di Anna Frank quello era già il passato che non ritorna, un mondo lontanissimo e spensierato in cui lei era ancora una bambina vivacissima e affettuosa, ma non era ancora diventata la vera Anna, non aveva vissuto ancora “la grande avventura”. Adesso aveva imparato a vivere con la pressione dell’isolamento e della paura, aveva pianto la notte, aveva riso sottovoce di giorno immobile sul letto per non farsi sentire da quelli del piano di sotto, aveva usato il gabinetto solo agli orari consentiti, e aveva conquistato l’amore di un ragazzo per poi capire che non era abbastanza per lei, che lui non sapeva ancora reggersi da solo sulle sue gambe mentre lei sì, aveva lottato, dentro l’altra lotta per la sopravvivenza, per l’affermazione di sé. Contro quelli che, pur amandola, o semplicemente sopportandola, non la prendevano sul serio. “Sono stata definita cacciatrice di uomini, civetta, sapientona e lettrice di romanzetti”. L’evoluzione, la crescita di Anna Frank anche come scrittrice è talmente veloce e importante che nessun romanzo di formazione potrà mai volare alla sua altezza. E’ un’opera universale per l’incubo reale che racconta e incarna, ma lo è ancora di più, anche se è indicibile, perché è personale, perché è la reazione e la guerra di un’adolescente dentro la guerra del mondo fuori, ed è una guerra per se stessa e per il futuro, per iltrionfo dell’immodestia. “Non sopporto, quando si occupano tanto di me, allora sì che divento prima sfacciata, poi triste e alla fine torno a rovesciare il cuore, giro in fuori la parte brutta e in dentro la buona e cerco un modo per diventare come vorrei tanto essere e come potrei essere se… nel mondo non ci fosse nessun altro”. Sono le ultime frasi del diario, tre giorni prima della fine. Le pagine bianche rimaste sui quaderni hanno raccontato tutto il resto.

Anne Frank
Tutti gli scritti
Giulio Einaudi Editore

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Intervista a Manolis Glezos https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/#comments Sat, 19 Apr 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20091 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

Così due anni fa era sulle barricate di piazza Syndagma a gridare contro le pretese della troika e finì in ambulanza dopo che la polizia caricò usando un concentrato insopportabile di gas lacrimogeni. Dalle condanne a morte lo hanno salvato gli appelli di una comunità internazionale che ha visto in lui il primo simbolo della lotta partigiana contro Hitler. Dagli anni che scorrono lo hanno protetto il suo regime di vita, la siesta il pomeriggio, l’energia tutta greca, un po’ di fortuna e una fede incrollabile nell’autogoverno dei popoli. Così, quando entro nell’ufficio che occupa all’interno del Parlamento ateniese, Manolis Glezos salta su, mi saluta nell’italiano che ha imparato in carcere e mi stringe la mano con una tenaglia di ferro. La maglia di lana sotto alla camicia aperta, baffi bianchi e una chioma fluente bianca, gli occhi azzurri che non si fermano mai, come le parole che percorrono con la tranquillità di un corso d’acqua secoli di storia, da Omero a Goebbels, da Menandro a Metternich, da Pericle alla Merkel.

La sua azione più celebrata seguì le parole di Hitler che sosteneva di non avere più nemici in Europa. Servì a mostrare, a lui e a chi voleva opporglisi, che di nemici ne avrebbe avuti sempre. Settant’anni dopo la Grecia è stretta in una morsa: le pretese di una troika che porta il marchio tedesco e il successo crescente di una formazione nazista, Chrisì Avgì, Alba dorata.

Non considero Alba dorata un vero pericolo. La crisi porta sempre con sé fenomeni del genere. È la protesta che si esprime attraverso quel partito come altrove in Europa. Per combatterla è necessario combattere la crisi. Ma quel che dobbiamo anche capire è chi l’abbia provocata, questa crisi. La risposta è chiara: la regina dell’economia europea, Angela Merkel. Mi ricorda qualcosa che accadde nel 1945. Roosvelt, Churchill e Stalin avevano concluso il loro incontro di Yalta sostenendo che i popoli avrebbero ritrovato la loro indipendenza e non sarebbero mai più stati colonie. Rispose Goebbels con un articolo intitolato Das Jahr 2000, ossia L’anno 2000. Cosa sosteneva Goebbels? Che nel 2000 in Europa non avrebbero governato i popoli né i tre “liberatori” ma la civilizzazione tedesca. Sostituite “civilizzazione” con “economia”. Quel che accade in Grecia in questi anni è chiaro: vogliono sottometterci attraverso l’economia.

È il dramma del debito greco.

Già Menandro nel IV secolo a.C. spiegava che i prestiti trasformano gli uomini in schiavi. Guardi, ho studiato la storia di uno dei prestiti con cui hanno cercato di assoggettarci. Dobbiamo andare indietro al 1821 quando la Grecia iniziò la sua guerra d’indipendenza dall’Impero Ottomano. Metternich era contro la nostra indipendenza ma di fronte alla determinazione greca cambiò strategia. Il potere è plastico, si adegua alle circostanze. Che accadde? Vennero a portare aiuto. A prestare soldi. Quello fu il primo prestito. Nel 1824. Ha idea di quando lo abbiamo estinto? Dieci anni fa. Resta difficile calcolare quanto sia stato pagato, quante volte e con quanta sottomissione e con quali enormi guadagni dall’altra parte.

Lei è anche uno dei più esperti circa i debiti di guerra che la Germania non vi ha mai pagato.

Ecco il mio ultimo libro. Ho messo insieme ogni dato. Vede? Negli ultimi anni, quando reclamiamo quegli enormi debiti, da una parte c’è chi dice “il passato è passato”, ma allora bisognerebbe anche stabilire quand’è che i debiti si estinguono, visto che un debito appartiene sempre al passato. Dall’altra, però c’è chi sostiene in una sorta di revisionismo davvero pericoloso che non è affatto vero: i tedeschi non ci devono nulla. Ma allora Italia e Bulgaria che hanno pagato per i crimini commessi nel nostro Paese? Dobbiamo restituire i loro soldi? Dopo la seconda guerra mondiale gli accordi erano chiari. Io vorrei che si tenesse anche conto di tutte le opere d’arte che furono trafugate dai tedeschi – e in verità anche dagli inglesi – in quegli anni. Un patrimonio incalcolabile.

Il popolo greco è da sempre intimamente orgoglioso e libero, non sopporta dominazioni straniere e imposizioni, eppure la sua è una storia di periodi di indipendenza molto brevi.

Dobbiamo anche intenderci su cosa significhi indipendenza, però. Noi abbiamo continuato e continuiamo a sognare che possano essere i cittadini a decidere. Qui nacque la democrazia, una democrazia diretta. Da Omero al quinto secolo di Pericle, qui crebbe il potere decisionale dei piccoli centri. Pensate, nel momento della democrazia realizzata, tutti i cittadini andavano in parlamento a votare le leggi. Nell’assemblea di Atene erano circa 5000. Per il resto, la nostra regione, l’Attica, era divisa in 174 comuni per 600.000 cittadini. Oggi in Attica siamo cinque milioni e i comuni fino a pochi anni fa erano 72 e ora sono diventati 36. Non dico altro.

Lei ha tentato un esperimento di democrazia diretta nella sua città natale, Apiranthos, a Naxos.

Non è stato l’unico in questi anni in Grecia. Ce ne sono stati molti altri, a Kythnos o in Eubea per esempio. Ma guardi lì sul muro: accanto al dipinto di resistenza che ricevetti in regalo assieme a Togliatti, è appesa la costituzione che creammo ad Apiranthos. Le prime parole sono quelle di ogni altra carta: la sovranità appartiene al popolo. Ma per noi, se al popolo appartiene, al popolo deve tornare. Siamo noi a dover decidere di noi stessi. E infatti, aprimmo scuole e ospedali, quel che serve in un Paese civile e che oggi più che mai ci è stato sottratto.

In questi anni, le sembra di rivivere una nuova occupazione?

Non ci sono i morti per strada ma i morti ci sono. La sanità greca è in crisi, i disoccupati non sono coperti dall’assicurazione e non possono curarsi, nelle scuole i bambini svengono. Come possiamo definire tutto questo?

Come rappresentanti di SYRIZA, lei e Tsipras avete incontrato Joachim Gauck, Presidente della Repubblica, tedesca poche settimane fa.

Lui ha chiesto di vederci e ne sono stato molto felice. Ha dimostrato di voler vedere lontano. Diversamente dagli altri politici ha avuto un’intuizione forte: incontrare l’opposizione di oggi perché sa che sarà il governo di domani.

Avete parlato del debito tedesco?

Certo, e non ha potuto negare nulla. I miei argomenti sono indiscutibili. Si tratta di storia. Quel che fu deciso alla Conferenza di Parigi nel 1946.

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I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-antonio-monda/#comments Mon, 14 Apr 2014 16:19:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19797 Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013.

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

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Antonio+Monda+Convention+Un+Regno+Unito+Intorno+1-RFHWok81Hl

Questa intervista è uscita su IL a giugno 2013. (Fonte immagine)

Insegna cinema a New York, scrive su Repubblica, produce documentari, organizza festival letterari e di cinema sia in Italia che a Manhattan, ha pubblicato saggi e romanzi. È famoso in Italia per dei famosi pranzi della domenica a casa sua, frequentatati da giganti americani come Philip Roth, Martin Scorsese, Meryl Streep, e gli italiani di passaggio. È tramite Monda che, per esempio, Sorrentino conosce David Byrne e lo fa recitare nel suo film americano – in cui Monda fa un cameo seduto su una panchina di Central Park. Compare anche all’inizio di Le avventure acquatiche di Steve Zissou di Wes Anderson, dove ospita Bill Murray-Zissou a un festival. È il campione italiano del networking culturale: un tipo di eccellenza poco apprezzata dalla classe intellettuale italiana. Lo intervisto nel suo studio a New York University, su Broadway tra Village e East Village. Il corridoio è pieno di poster di film, sembra più una casa di produzione che un dipartimento universitario. La stanza è piccola, c’è una targa con una frase di Churchill: “Never Never Never Quit”. Cinquantenne ragazzino, un’educazione nelle scuole cattoliche maschili e in una storica famiglia democristiana, Monda ha ancora l’aria da studente: porta pantaloni a coste lisi, il lembo destro del colletto della camicia gli cade sempre sotto il collo del maglioncino a rombi. Con candore mi racconta le regole del networking e la storia un po’ Sergio Leone un po’ Visconti con cui ha realizzato il sogno americano.

Antonio Monda: Frequento gli Stati Uniti dal ‘79, anno in cui mia madre mi regalò un viaggio dopo la maturità. C’era il presidente Carter. Ho passato due mesi: un mese e venticinque giorni in California, che non apprezzai affatto, e gli ultimi cinque giorni a New York, che mi hanno folgorato. Sono arrivato qui in un albergo che non c’è più che ora è diventato il Peninsula, un pomeriggio nei primi di ottobre, il tempo perfetto, al tramonto ma erano già accesi i grattacieli quindi c’era quella combinazione che qui chiamano magic hours, e io rimasi incantato e un tassista che mi portava dall’aeroporto all’albergo capì la mia emozione e mi disse: “Benvenuto nel cuore del mondo”. Poi sono tornato l’anno successivo, già ero studente universitario, con due miei amici, e passammo altri due mesi. Studiavo legge. Io sono laureato in legge, perché io sono figlio di un avvocato. Ho perso mio padre quando avevo quindici anni e l’unica promessa che mi fece fare mia madre era di prendere una laurea possibilmente in quella direzione lì. Mi sono laureato abbastanza mediocremente, 100 su 110, già lavoravo come assistente alla regia nel cinema e mi ricordo che di notte giravo un film come assistente e di giorno andai a laurearmi.

Mentre studiavo ritornai per due mesi, un altro viaggio, non più regalo ma sempre finanziato da mia madre. Dopo due settimane finii tutti i soldi e cominciai a fare dei lavoretti, e questa è stata una caratteristica che mi son portato tanto nella vita, improvvisare lavori. Ho fatto l’imbianchino, per esempio. L’imbianchino è stato il più catastroficamente comico perché mi hanno licenziato dopo tre giorni, non ero capace, però questo mi ha insegnato che in America si possono trovare lavori. Andavo strada per strada, negozio per negozio e chiedevo “Avete un lavoro per me”. E un signore francese che aveva una boutique su Madison Avenue, che non esiste più, disse “Io devo dipingere tutto il mio basement”. Mi ha detto “prendi e fai”. Io ho mentito, ovviamente: mi hanno detto “Sai farlo?”, e io “Certo che lo so fare”. Poi dopo un po’ mi hanno detto “Se ne vada”, mi hanno pagato… Poi ho trovato lavoro in un negozio di scarpe che era due volte più avanti rispetto a questi, io andavo sempre in zone buone, Madison Avenue…

Di chi eri ospite?

La questione dove abitavo è legata a un capitolo importante che ti voglio raccontare. Trovai un lavoro come stock boy – ovvero quel ragazzino che nei negozi di scarpe o in questo tipo di negozi prende la mercanzia dallo scantinato e la porta al superiore di grado che è quello che mette le scarpe al cliente – e io dovevo fare decine di volte al giorno dal piano di sotto al piano di sopra a portare delle scarpe, siccome ero negato anche in questo, nonostante non fosse un lavoro altamente intellettuale, il padrone del negozio, che si chiamava Baku ed era un indiano, quando sentiva che io nelle scale facevo cadere diciotto scatole, diceva, io lo sentivo dal piano di sotto, “povero povero Baku”, di se stesso che aveva assunto questo sciagurato che faceva quel disastro… E lì ho avuto un piccolo glimpse, come si dice qua… Già ero innamorato di New York, ci volevo restare, ma una volta ebbi un glimpse delle star, del glamour, perché in quel negozio entrarono Ingrid Bergman e David Bowie a comprare delle scarpe…

Insieme, spero.

No no, in momenti successivi. David Bowie credo per la moglie, una bellissima donna; Ingrid Bergman invece per sé: io andai tutto emozionato a portarle queste scarpe. Mi hai chiesto dove alloggiavo. Un amico carissimo, che era un collega di mio padre, nello studio legale di mio padre, un importante avvocato di Roma, era proprietario di un palazzo che aveva degli appartamenti vuoti e lui mi fece abitare lì. Ci ho vissuto per due anni. Poi io dal ’79-80 fino al novantaquattro, anno in cui mi trasferisco a vivere a New York, sono venuto quasi ogni anno perché innamorato della città. Nell’ottantacinque conosco quella che è diventata mia moglie, la mamma di tre figli, girando documentari… Ogni volta m’inventavo lavori da fare…

E quanto stavi ogni anno?

Dall’uno ai tre mesi. In questo periodo quella casa non era più nella mia vita perché andavo dove capitava, da amici eccetera, però poi nel novantaquattro, quando ormai ero sposato con le prime due figlie, e mi trasferisco a New York perché non mi piaceva più stare in Italia, perché era un momento difficilissimo, non molto diverso da quello che stiamo vivendo adesso, con gli attentati mafiosi, tangentopoli, anni terribili, io me ne vado anche perché avevo l’opportunità di avere la Green Card.

Come ce l’avevi l’opportunità?

Perché avevo sposato un’americana… Jacquie è giamaicana però ha il passaporto americano, quindi quando ci siamo sposati ho fatto il passaporto americano. Non avevo una lira. Io nel novanta faccio un film che si chiama Dicembre, il film viene presentato a Venezia alla settimana della critica, ottiene delle buone, a volte anche delle ottime recensioni e un pessimo risultato al box office, incassa poche decine di milioni, un disastro, nonostante un buon riconoscimento. Io cerco a quel punto di fare un altro film.

Il tuo sogno a quel punto era di fare cinema?

Era proprio il mio progetto, quello che credevo sarebbe diventata la mia vita. Io sono da sempre stato innamorato della cultura ebraica, tant’è che nell’ottantacinque, ottantasette, è in quell’occasione che conosco Jacquie, faccio un documentario sulla cultura ebraica per Rai Tre. Oltre New York. Viaggio nella cultura ebraica americana. Intervisto tante persone che negli anni mi sono diventate amiche o conoscenti: Philip Roth, che rifiuta l’intervista però lo conosco quella volta, Saul Bellow mi dà l’intervista, Arthur Miller, di tutti questi quello di cui sono diventato forse – amico è un po’ troppo, ma veniva a cena… Li conosco tutti in questa occasione e tra questi intervisto Isaac Singer, forse il più grande di tutti questi, gigante vero, io mi innamoro di un suo racconto che opziono, trovo un produttore, che oggi è diventato presidente di Cinecittà, Roberto Ciccutto, e cerco di convincerlo a fare il film in America. Vengo qui per fare sto film, già con due figlie di un anno, io e Jacquie non avevamo un lavoro, non avevamo una lira, Jacquie si impiega all’Italian Trade Commission, l’Istituto del Commercio Estero, io cerco lavoro all’università, dove mi vedi in questo momento… Vengo a fare un’interview qui alla NY University e mi prendono come Adjunct Assistant, l’ultima ruota del carro…

Sulla base di cosa?

Avevo girato un film, avevo fatto vedere molte pubblicazioni, mi hanno detto: “Li faresti dei corsi?” Questo è come funziona l’America. Ovviamente devi saperti molto presentare, devi far vedere la tua mercanzia: io ho fatto vedere tutte le recensioni, ho detto quanto potevo portare di buono… Bisogna fare lobbying a favore di se stessi. Comunque ci credono e mi danno questa opportunità e io l’ho presa.

Quindi da allora stai qui?

Dal novantaquattro. Che cosa succede? Non avevamo una lira perché il mio primo contratto qui era 600 o 700 dollari al mese, il contratto di Jacquie era meno di 2000, 1600-1700, insomma in due avevamo 2500 ed eravamo in quattro, anzi avevamo pure la donna di servizio di mia madre che era venuta da noi a fare la nanny pagata dall’Italia da lei perché non ce la potevamo permettere, quindi così vivevamo… al che cosa abbiamo fatto?

Oddio, questo miscuglio di borghesia e lastrico…

Sì, totale, ah ah… Allora io mi ricordo della famosa casa di quattordici anni prima: richiamo questo signore il quale si rivela ancora l’amico straordinario che era stato, mi dice “Antonio, io ti do una casa e puoi stare lì fin quando ne hai bisogno”. Dopo due mesi però la casa era molto… la casa era in un posto bellissimo… sessantatré tra Madison e Park, il cuore della città, East Side, però era anche piccolissima: un salotto con un bagnetto e un angolo cucina e noi vivevamo in cinque…

In Italia dove vivevate?

Ai Parioli, da mia madre. Da sposati avevamo una casa in affitto in Via del Boschetto, ma vengo da quel mondo lì, dai Parioli. Succede che gli ultimi mesi prima di trasferirci in America viviamo quasi un anno da mia madre e poi siamo venuti qua. Dopo pochi mesi io non riesco a sopravvivere in queste condizioni, a vivere tutti in una stanza, al che io vado dal mio amico e gli faccio questa proposta, gli dico “Senti mi dai un secondo di appartamento? In cambio io lavoro, ti faccio da super”, che è una via di mezzo tra il portiere e il factotum. Perché lui era proprietario del palazzo ed era andato via. Era un palazzo piccolo di dieci appartamenti più uno studio medico, quindi avevo dieci persone da gestire, anzi nove perché poi mi ha dato due appartamenti. Qual era la cosa buffa? Che io avevo l’appartamento che mi aveva dato all’inizio che avevo trasformato nella zona living, e un altro appartamento due piani più sopra, quindi non collegato, dove andavamo a dormire. Quindi la zona living dove vivevamo di giorno e facevamo le cene…

Visto che siamo arrivati alle prime cene: come avevi conosciuto gli artisti e scrittori che invitavi? A questo punto avevi già una rete?

Te lo racconto, ma ti faccio una piccola chiusura sulla storia dell’appartamento: io questo lavoro da super l’ho fatto per quasi cinque anni, dal ‘94 al ’99, dai trentatré ai trentotto anni. Ho lavato le scale, pulito le caldaie, riscosso gli affitti. La cosa più noiosa era la riscossione degli affitti con tutti quelli che prendono tempo e devi fare a volte il muso duro. E pulire le scale è la parte più umiliante.

Ma era moquette?

C’era la moquette sulle scale. Le caldaie… lì ero terrorizzato di far esplodere mezzo quartiere, allora che cosa facevo: la cameriera di mia madre, diventata babysitter delle nostre figlie, si era innamorata del super della porta accanto – era giovane, è morta molto giovane di un tumore che l’ha stroncata in pochi mesi. Questo qui era il mio sotto-super: io gli davo mance, faceva il super su cose che per me erano impossibili, come la caldaia guasta.

Dalla caldaia guasta come arriviamo al network?

Allora, mi chiedi dei rapporti. In parte me li sono costruiti quando ho fatto i documentari: quello sulla cultura ebraica ma anche un altro sulle minoranze etniche a New York, sempre per Rai Tre. Io intervistavo questa gente, e poi tenevo i rapporti. Per esempio, la prima persona che mi ha accolto con simpatia e della quale sono ancora amico è Gay Talese, un’amicizia dall’80 a oggi. Siccome mi prendevano in simpatia – l’italiano quando è un minimo presentabile e ha un minimo di cultura è considerato immediatamente per default qui dicono charming – lui mi ha molto inserito, mi ha invitato una volta a cena da lui, ho conosciuto Charlie Rose, mi ha presentato Nick Pileggi, quello che ha scritto Goodfellas e Casino, Nick Pileggi e Talese sono cugini. Conosco Scorsese… È tutto così, insomma, se uno si sa presentare, ha delle idee e soprattutto non chiede e dà l’impressione di essere lì non per interesse ma per sincera curiosità e ha qualcosina da dire è molto più facile. Apprezzano molto le persone che hanno delle idee che vogliono essere realizzate, quindi l’ambizione…

Questo network nasce così. Insomma comincio a costruirmi una carriera che nel 2003 diventa una cattedra. Dopo otto anni puoi fare il concorso. Il concorso non è come quello italiano. Prima devi rispettare dei criteri minimi: non fare cazzate, fare tutte le lezioni bene… devi avere un setaccio iniziale in cui hai avuto voti sempre molto buoni nelle evaluation degli studenti. Poi però devi dimostrare di essere qualcosa di più perché l’università ti prende a vita: la tenure è l’unico esempio nella cultura americana di contratto a vita. È una difesa della tua libertà intellettuale. Io ho presentato le pubblicazioni dei miei libri, nel 2003 avevo già cominciato a scrivere i miei articoli… le cose che avevo girato… Poi devi fare una serie di interview, ti interrogano, vengono a vedere in classe come insegni e poi chiedono delle evaluation esterne che sollecitano loro e delle evaluation che puoi sollecitare tu, devi portare delle lettere a garanzia. Io le ho chieste a chi conoscevo: alla Sontag, a Ermanno Olmi, Gillo Pontecorvo e Martin Scorsese.

Nel frattempo cominciavo a fare il lavoro dell’organizzatore culturale, mi sono inventato dei festival…

Quando è iniziato?

Nel novantasei, novantasette. Sono andato con molta faccia tosta, con il biglietto da visita con cancellato Adjunct Professor, al MoMa dicendo che ero un professore e che volevo organizzare delle mostre. E lì ha aiutato molto Gillo Pontecorvo che non solo ha scritto la lettera per me, perché all’epoca era presidente di Cinecittà e lui mi diede carta bianca per organizzare delle mostre sul cinema italiano per valorizzare il cinema italiano. Non avevo un contratto, mi davano dei compensi forfettari ogni volta che c’era una mostra. La mia idea è mettere insieme il passato e il presente, cioè facciamo una retrospettiva, dico per dire, di Visconti, però cerchiamo di vedere chi sono oggi i nuovi Visconti se ci sono. Ne ho fatte decine. La mia strategia da sempre, anche nei libri che faccio, quando faccio i libri con le interviste ai “grandi”, è partire sempre dal più forte. Quando ho fatto il dialogo sulla fede [Tu credi?, Fazi 2006] sono partito da Saul Bellow, per un motivo molto banale: avevo il privilegio di conoscerlo e ho pensato: “Se c’è Saul Bellow gli altri mi diranno tutti sì”. Stavolta con le interviste per il libro appena uscito [Il paradiso dei lettori innamorati, Mondadori 2013] sono partito da Roth.

Io andavo dal MoMa e gli dicevo: “Gillo Pontecorvo mi dà le copie quindi state tranquilli che le copie ce le avete, io voglio curarlo”. E dico: “Io a parlare di Visconti vi porto Micheal Cimino, che è un grande appassionato di Visconti…” A NYU poi dicevo “Io domani c’ho la mostra al Lincoln Center, venite”. È tutto collegato: quando dici network… questo è l’elemento nobile del network. Cosa faccio: io conosco i fratelli Cohen e li ho invitati qui a lezione a parlare con gli studenti e ovviamente gli studenti sono tutti felici, poi li ho invitati a Roma al Festival del Cinema di Roma.

Allora qual è il meccanismo? Prima devi farti conoscere e devi saper conquistare il tuo interlocutore e lo conquisti con la sincerità: ho capito che in America ti perdonano tutto ma non la menzogna, devi essere sincero e devi essere affidabile, tu dici una cosa e la mantieni, la professionalità quindi, e poi costruire con delle idee. Io ho costruito grandi retrospettive. Ho fatto la prima retrospettiva di Fellini al Guggenheim al decennale della sua morte nel 2003; Anna Magnani; molto cinema italiano… Insieme a Richard Peña, che per venticinque anni ha diretto il New York Film Festival, abbiamo fatto la più importante rassegna di cinema italiano che c’è in America, Open Roads New Italian Cinema. Un anno è venuto Scorsese a dare il benvenuto, un anno è venuto Jonathan Demme, un anno Arthur Penn; alle volte degli attori, John Turturro, Marisa Tomei.

Sentendo tutta la storia si vede la tua voglia fortissima di un posto al sole, o forse pure un posto al vento, un posto dove passano tante cose, persone, si possono prendere cose…

Questa è una cosa che ho fortemente voluto, ho voluto cercare un posto dove l’alito vitale mi facesse crescere. Io dico sempre che innanzitutto l’emigrazione è un’esperienza di dolore, non è un’esperienza facile anche quando uno ha successo (metti molte virgolette se no sembra che…). Comunque è un’esperienza dolorosa perché si tronca con un momento della propria vita. Dico però che l’esperienza di ognuno, tanto più se è un emigrante, è simile a quella della pianta. La pianta può e deve muoversi cercando l’acqua o il sole che gli dà la vita, ma guai se perde le radici perché muore subito.

Ho voluto esser qui perché New York è sempre quella che mi ha raccontato quel tassista che mi ha detto “benvenuto nel cuore del mondo”. Io da diciannove anni ci vivo e non c’è un giorno in cui non senta, anche nei momenti di stanchezza, nei momenti di depressione che ovviamente ci sono e anche i momenti di dolore, che non senta di stare al centro di una cosa. E sai perché siamo al centro di una cosa? Perché questo è il paese che ha nel porto la Statua della Libertà, e questa è una cosa che senti, è una città di mare, una città aperta a tutti, una città in cui c’è la religione della libertà e in più siamo in un paese dove nella dichiarazione di indipendenza c’è the pursuit of happiness, che è una follia che ci sia nella dichiarazione di indipendenza la ricerca della felicità…

Io mi sentivo, nella mia amatissima Italia che mi manca – mi sentivo di non poter fiorire. Onestamente pensi che se io fossi andato in una qualunque università mandando i curriculum avrei ottenuto qualcosa? E poi dopo otto anni, regolare concorso, mi hanno esaminato… Mi ricordo quando ho vinto la tenure eravamo due candidati, ce ne era un altro nel dipartimento di animazione, qui abbiamo un grande dipartimento di animazione, hanno vinto l’Oscar insomma. L’altro, che era bravo, non ce l’ha fatta. Mi sono sempre chiesto perché: non aveva lettere così forti, il suo curriculum, non lo so. Però ricordo l’orrore del suo volto quando gli hanno detto “non ce l’hai fatta”, lo sai come funziona qui.

Ma puoi riprovare?

No! Ti licenziano!

Passiamo ai tuoi pranzi della domenica. Quando hai iniziato a invitare a casa? È stata una cosa naturale? Una cosa che nella tua famiglia si è sempre fatta?

Ho iniziato quasi subito, sì sì, è proprio una tradizione familiare. Mio padre, mio zio [Riccardo Misasi, politico DC], mia madre… Quando è morto mio padre, mia madre mi ha incoraggiato a ricevere a casa… un po’ per proteggermi, aveva paura che da ragazzino, che potessi sbandare, è anche normale, una madre giovane che vede i suoi quattro figli adolescenti, non riusciva a controllarci totalmente, quindi diceva “io vi metto a disposizione la casa sia a Roma sia a Maratea”, noi abbiamo una casa a Maratea, al mare, bella grande, dove ci siamo riuniti dal settanta… “Fai quello che vuoi ma fallo da noi, invita invita”. Io facevo sempre queste tavolate da quindici venti persone… A New York, all’inizio l’ho fatta in quella casa, anche quando facevo il super, magari io finivo di lavare, mi vergognavo con i miei ospiti che non sapevano che facevo il super, e ora mi vergogno di essermene vergognato… Però ricevevo, una volta mi ricordo che venne Giovanna Melandri, non so se era ministro ma comunque aveva un ruolo molto importante, e io ero pure ragazzino avevo trentaquattro trentacinque anni ed ero un po’ emozionato e avevo finito di lavare e pensavo “magari arriva e mi trova ancora per le scale che sto così”…

Mi ricordo che mi capitava di ricevere personaggi importanti ma non mi potevo permettere di fare niente e lo facevo lo stesso: magari facevamo i debiti però dovevamo rispettare l’etichetta. Jacquie è bravissima in cucina, fa delle ricerche, ogni domenica sperimenta una cosa nuova, lei ha proprio il culto e la passione e il talento della cucina… Comunque sia in quel periodo che poi quando nel novantanove siamo andati in una casa più nobile, più ricca, più grossa, una bella casa signorile a Central Park West… La tradizione della domenica nasceva quasi solo per gli italiani perché era un modo, vivendo in un’altra città, di fare un po’ l’Italia la domenica… È durato poco perché mi annoiavo e non perché mi annoiano gli italiani, per carità, ma perché poi si finiva a parlare della politica italiana, dello sport… Quindi prima li ho ibridati, cominciando a invitare anche ospiti stranieri, e poi adesso quasi il contrario, cioè la norma sono il novanta percento stranieri e poi c’è qualche amico italiano, tutta questa cosa si è un po’ ingigantita, c’è gente che dice “Sono a NY” e si aspetta di essere chiamato, anche capire chi ci può trovare, che è un po’ ridicolo se ci pensi…

Io ci trovai Dante Ferretti e Wes Anderson… E quando hai affittato questa casa in che situazione economica eravate? Migliorata, immagino.

Sì sì, la mia situazione economica si sblocca nel novantasei perché divento full time Professor, che è il gradino per diventare Tenure, e l’attività curatoriale, Repubblica, i primi libri… Ho trovato una casa molto bella ma che mi posso permettere perché ho l’affitto bloccato, se no dovrei andarmene dopodomani…

Bloccato per quanto tempo?

Adesso per altri due anni però io mi tengo molto buono il mio padrone di casa ah ah perché mo’ non voglio entrare nella cifra ma pago circa la metà di quello che vale, se no non potrei mai permettermelo… Secondo piano, all’italiana. È un affare pazzesco. Però il palazzo non è tenuto come altri palazzi…

Ah, quindi c’è ancora questo elemento quasi da cinema: non dico vendersi di più per quello che si è, ma dico mettersi nella luce giusta…

No no, ma questo per me è fondamentale. Non è uno status symbol, però facendo dell’incontro, dello scambio, una parte centrale di quello che faccio, io devo poter ricevere in un posto dignitoso o addirittura bello, dove poi noi diamo il calore eccetera eccetera. Noi l’abbiamo fatto anche quando il posto non era bello, però… Poi ci piace avere tanta gente quindi ci serve un posto caldo.

Lì a Central Park West le finestre fanno tutto…

Sì sì è sul parco, per di più hai notato che ha i soffitti alti, è calda la casa, sembra un po’ europea. Nel 2006 insieme a Davide Azzolini creiamo il festival di Capri [Le Conversazioni] e questa cosa nasce da casa nostra. Davide, che mi era venuto a trovare due, tre anni prima per fare delle cose che poi abbiamo fatto insieme in America, viene una sera a cena da me e non ricordo bene chi c’era, sicuramente c’era Paul Auster e Richard Ford, ma c’era anche qualche altro scrittore importante, questi due li do per certi, con relative signore… Alla fine si stava tra amici a cena, solo che erano anche famosi e bravi scrittori… Davide mi dice “Senti ma ci hai mai pensato di farle in pubblico ste cose? Fare una cosa di conversazione…” Gli ho detto “Lo faccio a condizione che sia nel più bel posto del mondo”. Allora abbiamo individuato Capri.

Capri è bella, gli scrittori sanno che vengono a fare una cosa di qualità. Quest’anno abbiamo un Nobel, cinque premi Pulitzer.

Volevo chiederti: tu ricevi la domenica, di base, a pranzo. A proposito di Never never never quit: ricevere a pranzo tutte le domeniche è complesso, come si gestisce?

No, innanzitutto un tempo era veramente religiosa ogni domenica, adesso un po’ di meno, un po’ perché è economicamente impegnativo e un po’ perché sai crescendo uno tende a vedere solo le persone che uno vuole vedere, perché c’è stato un momento in cui arrivavano telefonate dall’Italia… Perché poi qual è la mentalità: “Vado lì perché incontro…” E questo noi non lo amiamo più di tanto. Se funziona questa cosa e non è un salotto nel senso peggiore del termine è perché è fatto con piacere… Se vuoi ti dico un po’ di rituali: sono io che vado a fare la spesa sempre, scelgo tutto. C’è una differenza di compiti totale, ovviamente la regina è Jacquie, non solo ai fornelli ma nell’organizzazione della bellezza della casa; però io faccio la manovalanza, io vado a fare la spesa un po’ perché mi diverte, mi distrae…

Quindi sai cucinare?

Mi dà lei la lista e poi io telefono e chiedo “Ma che significa questa… Corn Starch…? Oppure zucchine le vuoi così o così, i pomodori vuoi quelli gialli…?” Io ogni sabato mattina vado alle nove nove e mezza da Fairway oppure Citarella per il pesce o la carne… Settantaquattro West Side e Broadway… Passo un’ora e mezza del sabato mattina, è una cosa che mi piace moltissimo. E poi faccio io la tavola.

Decidi chi si siede e dove?

Questo lo negoziamo io e Jacquie, però la preparo io.

Ma ti rilassa o è perché sei ansioso?

È un rito.

E per combinare gli ospiti come fai?

Questo è un divertimento. Cerco sempre di evitare le cose più scontate… stupire, far trovare la superstar no, deve essere sempre cercare la naturalezza. Ovviamente eviti le idiosincrasie, le rivalità: ci sono amici che tra di loro non si amano, questa è una regola che chiunque riceve sa. Mi è successo un paio di volte non sapendo di mettere delle persone vicine e non è stato piacevole… Oppure se succede lo faccio solo quando abbiamo una grande festa: su ottanta persone ci possono essere pure due che non si amano, insomma.

E hai un numero più o meno ideale di invitati a pranzo?

Dodici. Siamo sempre dodici.

L'articolo I pranzi della domenica – la vera storia di un networking culturale. Intervista a Antonio Monda proviene da Minima et Moralia.

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