Cina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cina/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 20:10:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cina/ 32 32 La Cina di Mo Yan https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-cina-di-mo-yan/#comments Wed, 17 Oct 2012 07:59:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9837 È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

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È di qualche giorno fa la notizia del Nobel per la letteratura assegnato allo scrittore Mo Yan. Pubblichiamo un commento di Graziano Graziani.

Quando ho letto che l’artista cinese Ai Weiwei di recente ha protestato contro il Nobel per la letteratura assegnato al connazionale Mo Yan, a causa del fatto che questi sarebbe colluso con il regime, mi è subito venuto in mente un bel passaggio di Tradimento, racconto dell’autore polacco Adam Zagajewski. Si tratta del monologo di un artista vissuto sotto il regime comunista che incalza il suo intervistatore: davvero crede che esistessero due paesi, il regime di qua e l’opposizione di là?, domanda l’io narrante. Che conclude che gli artisti che avevano fatto carriera sotto il regime non erano mediocri opportunisti (mentre gli artisti veri avrebbero sofferto di solitudine e ostracismo): erano piuttosto i migliori, che per il fatto di voler continuare a fare il loro lavoro – forse per protagonismo, addirittura per narcisismo, ma anche perché quella era la loro vita – avevano trovato il modo di farlo dentro la realtà che vivevano.

L’affermazione di Ai Weiwei rimanda in modo esplicito a un tema che sta diventando sempre più consistente: l’uso politico dell’assegnazione del Nobel. Tra i commentatori culturali questo presunto “intorbidamento” del premio è giudicato negativamente, poiché avrebbe l’effetto di celebrare autori “non da Nobel” per il semplice fatto di rappresentare un contesto politico-sociale complesso (la Turchia di Pamuk, la Cina di Mo Yan). Il controaltare di questo etnocentrismo buonista dell’Accademia di Svezia sarebbe uno snobismo applicato agli autori del Vecchio Continente, scelti tra quelli meno noti (Le Cléziò, Muller). Invece Ai Weiwei, da bravo artista, sembra promuovere l’uso politico del Nobel, introiettando una logica tipica del giornalismo sensazionalista che poco dovrebbe avere a che spartire con il giudizio letterario. Anche se, va detto a sua difesa, l’idea del ruolo politicamente attivo dell’arte è una vecchia questione mai risolta. E che contiene al suo interno diverse contraddizioni. Un esempio in questo senso, anche se il contesto è assai differente, me la fornì qualche tempo fa un artista iraniano durante una conversazione a Teheran. Secondo lui molti suoi connazionali “artisticamente mediocri” riescono ad affermarsi all’estero proponendo nelle loro opere un’idea dell’Iran così come gli occidentali si aspettano che sia. Ovvero, per il fatto di assumere esplicitamente una determinata posizione politica.

Non sono un esperto di Cina né di letteratura cinese e non so quindi misurare il grado di compromissione di Mo Yan con il regime comunista che amministra il più grande paese capitalista del mondo (una compromissione certo reale, visto che per molti anni ha lavorato come addetto culturale per le Forze Armate). Ho però letto con piacere qualche tempo fa il suo ultimo romanzo, Le sei reincarnazioni di Ximen Nao – uscito per Einaudi nel 2009 e originariamente pubblicato nel 2006 – di cui si può ben dire che abbia tutte le caratteristiche del grande affresco di un paese altrettanto grande come la Cina. Ximen Nao, protagonista e uno dei due “io narrante”, è un proprietario terriero che viene arrestato dalle truppe maoiste nel 1950. Incarna perfettamente tutti i tratti del nemico del popolo: è un latifondista, ha molte mogli, è avido e appartiene in tutto e per tutto alla vecchia Cina che l’esercito rivoluzionario è intenzionato a spazzare via. E difatti viene giustiziato, la sua terra espropriata, mentre le sue mogli e concubine si rifanno un’esistenza monogama – come vuole il nuovo corso della Storia. Ma il suo spirito continua ad essere presente nel piccolo villaggio di Ximentun, a nordest di Gaomi. O meglio, le sue reincarnazioni. Ximen Nao, infatti, riesce a convincere il Re degli inferi a farlo reincarnare nei luoghi dove ha vissuto, nella speranza di riprendersi ciò che la rivoluzione gli ha tolto, evitando di bere la pozione che gli avrebbe annullato la memoria. Ma non si reincarnerà in un uomo, bensì in un asino. E poi in toro, maiale, cane e scimmia, prima di poter tornare, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 2000, finalmente uomo.

In questo modo Ximen Nao diviene testimone dei grandi mutamenti che attraversano la Cina: la riforma agraria, le cooperative agricole, il Grande balzo in avanti e la carestia, la rivoluzione culturale e infine il passaggio all’economia socialista di mercato. Dalla prospettiva di quel piccolo villaggio agricolo – da cui viene anche lo scrittore Mo Yan, che Ximen Nao cita e sbeffeggia in continuazione – la visuale sulle trasformazioni dell’economia cinese è perfetta, e l’epopea di un paesino rurale si trasforma di colpo in un affresco della Cina comunista, dagli entusiasmi della rivoluzione fino al benessere economico attuale, che trasforma gli zelanti militanti della rivoluzione culturale in perfetti business men in giacca, cravatta e suv. Le piccole vicende umane diventano quindi una lente d’ingrandimento sulla storia cinese e sulle sue contraddizioni, e la solerzia con cui gli abitanti del villaggio abbracciano i nuovi dettami del governo, ora collettivisti ora capitalisti, sono tratteggiati con pungente ironia da Mo Yan. L’unico contrappunto è fornito dal caparbio Lan Lian, ex dipendente di Ximen, l’unico contadino a resistere alla collettivizzazione e a restare autonomo, a costo di venire ostracizzato e umiliato; salvo poi essere riabilitato in vecchiaia, e persino additato come caso esemplare di iniziativa privata. In realtà Lan Lian è un contadino che non vuole cambiare le sue abitudini e la sua vita, a costo di essere odiato da moglie e figli. Sarà Ximen Nao a stargli accanto, ad esempio nella sua reincarnazione in toro, lavorando con lui il piccolo appezzamento di terra.

La vicenda del villaggio di Ximen diventa insomma una metafora sul potere. Mo Yan la tratteggia con buone dosi di ironia, in un’epopea di grande respiro come poche se ne incontrano nella letteratura odierna, intrisa di un realismo magico tutto declinato secondo le credenze della tradizione asiatica: reincarnazioni, spiriti degli inferi e animali che si comportano come uomini sono la ricetta di questa narrazione epica, che però regala anche momenti di autentica comicità. Come nei capitoli della reincarnazione in maiale, quando il presidente Mao lancia la campagna “allevate i suini in abbondanza”, che consente a Ximen di non essere scannato e di vivere in un harem maialesco; o come nel caso della disavventura di Ximen Jinlong – figlio naturale di Ximen e adottivo di Lan Lian – direttore del comitato rivoluzionario del villaggio durante la Rivoluzione Culturale, che cade in disgrazia per aver inavvertitamente fatto cadere la pesante immagine commemorativa del Presidente Mao, ricevuta come premio e appesa alla divisa, tra le feci puzzolenti della latrina comune.

Ma non c’è solo lo sguardo stralunato degli animali sulle incomprensibili traversie degli uomini, le atmosfere da realismo magico e una vena comica notevole nel romanzo di Mo Yan. C’è anche un attento discorso sulla memoria. Le reincarnazioni dovrebbero pulire l’animo di Ximen dall’attaccamento alle cose materiali, liberarlo dal fardello del passato, mentre lui vuole ricordare a tutti i costi e riottenere ciò che gli è stato tolto. Tuttavia lo scorrere del tempo lenisce effettivamente i suoi furori e gli regala una prospettiva diversa con cui guardare al villaggio di Ximen. Eppure questa prospettiva nasce proprio dalla sua condizione di testimone di 50 anni di storia e non dall’amnesia. Amnesia che invece colpisce quasi tutti gli abitanti del villaggio, pronti ad aderire acriticamente ad ogni nuova campagna del governo, fino a dimenticare la terra e l’agricoltura – mentre di pari passo la Cina si trasforma da società rurale a società metropolitana – e a sostituirla col più recente mito del turismo, in nome della nuova economia socialista di mercato. Attaccamento e distacco, memoria e amnesia: c’è questa dialettica della Storia, che è anche intrinseca all’animo del singolo, dietro l’epopea de Le sei reincarnazioni di Ximen Nao.

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Il nido https://minimaetmoralia.it/architettura-2/il-nido/ https://minimaetmoralia.it/architettura-2/il-nido/#respond Mon, 17 Aug 2009 06:00:35 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=532 Pubblicato su Abitare La Cina contemporanea è un luogo del tempo storico in cui quando si arriva al primo gennaio e si pensa al 31 dicembre – beh, il 31 dicembre è davvero l’anno scorso. Lo stadio di Pechino, progettato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron in occasione della formidabile accelerazione olimpica – un’accelerazione dentro […]

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Pubblicato su Abitare

La Cina contemporanea è un luogo del tempo storico in cui quando si arriva al primo gennaio e si pensa al 31 dicembre – beh, il 31 dicembre è davvero l’anno scorso. Lo stadio di Pechino, progettato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron in occasione della formidabile accelerazione olimpica – un’accelerazione dentro un’altra accelerazione, quella più generale dell’economia cinese – è un luogo dello spazio storico in cui le cose sono fatte: intendo proprio fatte, con tutto lo scarto etico ed estetico tra ciò che è ancora da fare e ciò che si è davvero fatto, cioè: le cose ancora da fare le guardi ossessivamente, come un simulacro o un monito, o un ammonimento; le cose fatte invece ti guardano, perché sono il disastro riuscito che permette al mondo di funzionare: le case si illuminano, le griglie elettroniche attraverso le quali passano i dati di milioni di transazioni bancarie si aprono con cadenza binaria senza errori degni di nota: le cucine vengono pulite, le tavole vengono imbandite: le strade vengono lavate. Gli edifici vengono costruiti. E dopo non c’è più possibilità di intervento (persino abbattere, perfino demolire è un atto che non nega l’esistenza di qualcosa – anzi, l’afferma con violenza anche maggiore).

1218555208756_12Quando un disastro è messo al mondo, quando una cosa riuscita è messa al mondo, quando il mondo in virtù dell’uno o dell’altra smette o riprende a funzionare, non c’è più senso disponibile per rimorsi, ripensamenti, inversioni di marcia. Lo stadio di Pechino è esattamente così: oggetto da anni di speculazioni, indiscrezioni, discussioni, attacchi e difese, affondi e riprese di polemiche abbandonate sul giornale dell’anno prima. E ora, finalmente, cosa fatta. Ma gli edifici, come le persone interessanti, sono congegni disponibili a vivere molte vite, e ciascuna di queste vite dipenderà dal caso e dalla qualità degli esseri umani che decideranno – nell’ordine – di guardarli; pensarli; sognarli di notte nelle visioni senza costrutto; sognarli di giorno nelle narrazioni di ascesa sociale in cui l’eroe sei sempre tu, e lo sguardo si deposita sugli ultimi piani del palazzo dove dovresti proprio abitare, sulla cuspide del monumento che vorresti vedere alzandoti la mattina, all’incrocio di strade che dovrebbero costituire il paesaggio quotidiano dei tuoi prossimi anni – dei tuoi anni, questi, perché in realtà i sogni interiori dettati dall’ambizione sociale sono sempre al presente anche quando vengono pronunciati al futuro: un giorno sarò lì, fra dieci anni mi immagino laggiù, e ancora.

Lo stadio progettato da Herzog & de Meuron ha la forma ormai celeberrima di un nido: nella lingua poco franca degli architetti si direbbe che la texture che avvolge l’edificio non è altro che il trionfo di una ricerca che negli ultimi decenni ha visto i due progettisti coprire di segmenti e tratti incrociati secondo schemi ritmici sempre diversi ma sempre riconoscibili: fittissime imitazioni di certe coperture che la natura mette a disposizione di specie animali e vegetali anche lontane fra loro con una certa misteriosa puntualità. Una delle forme architettoniche istintive e primigenie, d’altronde, è il nido – e un nido è un insieme di rametti, pagliericcio e fogliame tenuti insieme dallo sputo di una madre. Nel suo nucleo essenziale, se ci pensate bene, niente di molto diverso da ciò che miliardi di esseri umani hanno ammirato durante l’inaugurazione dei Giochi Olimpici. Con la differenza poco metaforica che la madre e lo sputo non sono in questo caso figure innocenti e improntate alla meraviglia: lo sputo è il capitale globale che non vede non sente e non parla, la madre è la volontà collettiva storica rappresa nelle strutture di uno stato che non dà libertà e toglie la vita, tanto per dirne un paio, anche se gli abissi formidabili del pianeta cinese nel Ventunesimo Secolo non possono essere ridotti a formule retoriche così rozze. Ma le formule retoriche rozze hanno il pregio di indicare molto vagamente la direzione – sono, tanto per restare in assonanza, il dito e insieme la luna: ma come negare che l’intera strumentazione propagandistica dello stato in Cina non sia una monumentale sequenza di formule retoriche rozze che anziché produrre sbadigli o alzate di sopracciglio producono realtà?

Questa è una delle questioni fondamentali: magnifici giganti come il Nidoshanghai_street contengono in sé la promessa di una possibile eticità, di uno spazio sociale in cui gli individui siano liberi e si aggreghino liberamente? In altre parole: il Nido è davvero un nido – ossia la più genuina declinazione spaziale della spinta inevitabile, biologica verso il futuro, un luogo in cui la biologia diventa storia? La risposta è – sì, lo è. E d’accordo, è una risposta che meriterebbe molte altre puntate, molte altre spiegazioni. Per adesso basti pensare che nel Nido di Herzog & de Meuron la biologia collettiva dei cinesi è già diventata futuro: i corpi dei cinesi lo sogneranno, lo abiteranno, lo immagineranno in ebollizione a milioni di gradi di ambizione. Esattamente come i nostri monumenti e le nostre cattedrali di qualche secolo fa. Il nido di questa risposta, dunque, è un sì – quella biologia guidata dallo stato, quei corpi irreggimentati diventeranno storia. Semplicemente, non sarà la nostra Storia.

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