claudia petrucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/claudia-petrucci/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 May 2023 17:23:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg claudia petrucci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/claudia-petrucci/ 32 32 Un estratto da “Il cerchio perfetto” di Claudia Petrucci https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-il-cerchio-perfetto-di-claudia-petrucci/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-il-cerchio-perfetto-di-claudia-petrucci/#respond Tue, 23 May 2023 06:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52332 Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, l’incipit del romanzo “Il cerchio perfetto” di Claudia Petrucci, pubblicato da Sellerio. * 1986  La sera della festa, intorno a lei gli amici bevono, ballano, si divertono. Lidia sta seduta a terra, affonda le dita nel tappeto, e pensa ai documenti. I suoi amici non sanno niente, non hanno idea […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autrice, l’incipit del romanzo “Il cerchio perfetto” di Claudia Petrucci, pubblicato da Sellerio.

*

1986 

La sera della festa, intorno a lei gli amici bevono, ballano, si divertono. Lidia sta seduta a terra, affonda le dita nel tappeto, e pensa ai documenti. I suoi amici non sanno niente, non hanno idea di quel che lui ha fatto. Nelle pagine che le ha spedito ha lasciato scritta la ri nuncia alla proprietà – la sua firma è un appunto veloce ripetuto a margine; lo ha immaginato guardare, toccare la penna, impugnarla. Lidia non è più capace di pensare ciò che lui ha pensato. Così lui è precipitato lontano. Lidia ha bevuto molto.
La casa è progettata perché il sole, prima di procedere nella sua corsa discendente, cada a picco dal lucernario. La colonna di luce attraversa tre piani senza ostacoli, fino al buco circolare che occupa il cuore della casa: quattro dita d’acqua a riempire la vasca d’argento. Guardandola adesso, abbastanza a lungo, il ricordo del primo giorno…
Lidia si alza in piedi, il corpo le sta crollando di dosso, a ogni movimento un pezzo si stacca e la sua testa galleggia. Balla, vuole essere contenta solo per cinque minuti – quella mattina, adesso molto lontana, lui ha detto «aspetta, guarda qui», guarda qui, Lidia, tra un minuto il giorno sorgerà qui dentro, più forte, più meraviglioso di qualunque altro giorno lo abbia preceduto. Al centro della vasca sta la pietra d’angolo. È una pupilla rotonda e scura, il dettaglio gradevole che tutti guardano senza notare. Il nero assoluto del marmo è l’anima dell’occhio che sempre osserva. Lì sotto, sepolto nella pietra, c’è il loro segreto, e Lidia non ha nessuno a cui raccontarlo.
Sfugge all’abbraccio alcolico di due amiche, una le accarezza i capelli, ha un ombrellino verde infilato nella scollatura. «Metti insieme due mezzi materiali trasparenti, aria e acqua, ed ecco qui», aveva detto lui, indicando i riflessi. Aveva parlato piano, due mezzi materiali trasparenti. Lidia passa una mano sulla pancia nel punto in cui si sente scomparire.
La fine di tutto è arrivata in fretta, e Lidia ha capito troppo tardi di non aver calcolato il rischio, ha commesso una leggerezza, come direbbe sua madre. Ma l’amore non è proprio questo, non è annullare anni di diseducazione dell’istinto, sbucciare un frutto maturo fino al nocciolo e ricominciare da capo? Chiude gli occhi, la stanza gira.
Raggiunge il tavolo, lo pensa dimenticarla. Strappa svogliata una pagina del contratto, tira in diagonale fino a spezzare la sua firma in due. Il rumore le fa venire da ridere.
In cucina recupera un blister di compresse piegato a metà, ne ingoia un’altra, ora la musica è fortissima, chiameranno la polizia, che importa – non importa, si divertirà tantissimo. La nausea. Sale le scale che avvolgono l’interno della villa in una spira, al secondo piano Lidia barcolla verso la balaustra, le scappa di nuovo da ridere.
Al terzo piano, Lidia si affaccia alla ringhiera che lui ha fatto costruire, un legno di pregio, si aggrappa al corrimano e guarda giù. La pietra d’angolo la fissa, la chiama, a Lidia gira la testa. Si sporge per errore e, all’improvviso, la metà di lei che sta per cadere è più pesante di quella ferma a terra. Riempie otto metri senza urlare.

Ricorderanno di lei che è stata speciale e delicata, piena di buone maniere e di riconoscenza – qualità utili a un matrimonio felice. Diranno che la rottura del fidanzamento è stato un incidente di percorso causato dal lutto recente; la malattia di suo padre, da quell’ultimo giorno in ospedale Lidia si è fatta irrequieta: è da lì che è venuta la morte? Insieme a lei se ne andranno la verità, la ragione, ventidue anni conclusi in un «tragico incidente».
Quanto era bella Lidia, che fine disgraziata. Che casa stupenda, commenteranno, che scala ripida, e tutti penseranno Lidia cadere dalla ringhiera, ma nessuno riuscirà a immaginarla: che suono produce una ragazza tanto leggera quando si spezza?
Lidia non fa in tempo a chiudere gli occhi. Centra la vasca in pieno, il collo piegato in un angolo e lo sguardo fisso alla porta: starà a guardare, dalla sua tempia scorrerà un fiume silenzioso di sangue; starà ad aspettare, l’ultimo giorno è anche il primo, con un po’ di pazienza il tempo si piegherà su se stesso e lui entrerà da quella porta. Sarà bello come quando l’ha conosciuto, in anticipo sul suo tocco Lidia immaginerà il peso delle mani, lui ne allungherà una e dirà il suo nome, e poi demolirà tutto.
Lidia aspetterà per tutta la notte, la sua bocca si farà blu e l’acqua nera, aspetterà quarantadue anni, per sempre giovane, e alla fine lui tornerà. «Lo sai cos’è una pietra d’angolo, Lidia?», dirà. «La pietra d’angolo, o pietra angolare, è la pietra che sostiene l’intero edificio. Noi oggi la celebriamo. La pietra d’angolo è il fonda mento». Il fondamento batterà nel suo corpo morto come un cuore nuovo.

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Un estratto da “L’esercizio” di Claudia Petrucci https://minimaetmoralia.it/estratti/lesercizio-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lesercizio-un-estratto/#comments Thu, 30 Jan 2020 07:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42172 Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto dal romanzo “L’esercizio” di Claudia Petrucci, uscito oggi per la Nave di Teseo. Capitolo Dieci L’esercizio Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si […]

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Pubblichiamo, ringraziando autrice ed editore, un estratto dal romanzo “L’esercizio” di Claudia Petrucci, uscito oggi per la Nave di Teseo.

Capitolo Dieci
L’esercizio

Guardo Giorgia e penso abbia il dono della bellezza fuori posto, che la metti in ordine da una parte e si disfa dall’altra – i capelli, la postura, il vestito, tutto si sbilancia in una corrente continua.
Siamo al bar, la giornata sta per concludersi, e lei è seduta nel suo posto preferito, l’ultimo tavolino a metà tra platea, palco e quinte. Mi guarda appiattirmi, lucidare le superfici. Quante volte ho visitato questo ricordo, nel mio esercizio? Ripeto le transizioni, il ricalco differisce nel colore dello straccio, nella luce – la prima volta era giorno, ora è tardo pomeriggio; la gradazione è cambiata, e io la vorrei ancora fredda com’era nel suo originale. Mi accontento di osservare Giorgia, quando è distratta, e in lei la realtà si riappropria dei contorni familiari, tutto torna al giusto posto.
C’è in lei l’esitazione, la paura. Ho visto la terza stesura diffondersi nel suo corpo, rimpicciolirle i movimenti; ogni giorno più a fondo, la caratterizzazione di Mauro uno schema preciso, coerente all’autografo, e i passi di Giorgia sempre più stretti e lenti, i suoi vestiti più lunghi, la sua voce di un tono minore – Giorgia che riprendeva la forma riconoscibile.
“Andiamo?” dico, quando ho finito.
Lei annuisce, il suo sorriso è cauto, non scopre i denti. Fuori dal bar, la saracinesca fa resistenza, siamo al caldo tiepido di giugno.
“Pensavo di accompagnarti al colloquio, domani” propongo, mentre ci incamminiamo verso la fermata dell’autobus.
“Ma è qui vicino” fa Giorgia, raccogliendo la braccia al petto.
“Non c’è bisogno.”
“Sei agitata?” “No” dice lei.
“Voglio solo trovare un posto. I colloqui sono snervanti.”
La stringo a me, e lei sfrega il viso contro la mia spalla. Ci intrufoliamo inosservati nel gruppo di passeggeri in attesa della prossima corsa.
Ho scoperto un nuovo senso di colpa: è dolce, innocuo; è conoscere il lato lungo il quale Giorgia inclinerà la testa, la prescienza di cui godo nella nostra dimensione. Penso a lei mentre leggeva, con la gonna corta, senza alzare gli occhi dal copione. Mauro è riuscito a convincerla fingendo di proporle il ruolo da protagonista per un nuovo spettacolo. Mentirle non ci ha disturbato, l’abbiamo fatto per il suo bene, e lei si è prestata senza obiezioni, ha ceduto il passo alla sua autentica identità. Mi piace pensare che, nel limite estremo di se stessa, lei fosse cosciente, che sapesse di dover tornare.
Che cos’è la realtà?, vorrei chiederle. Le tre scelte che abbiamo di fronte all’autobus in avvicinamento: salire, aspettare, andarcene. La realtà è ciò che conosciamo.
“Potrei riprovare anche lì” dice Giorgia, durante il tragitto, quando sulla curva si affaccia il fianco del supermercato.
La luce dell’insegna è brutta, bianca, metà del suo profilo diventa una maschera.
“Potresti” dico, le accarezzo la testa.
Tutto torna al suo posto, sì, tutto torna.

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