Claudio Morici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/claudio-morici/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:14:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Claudio Morici Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/claudio-morici/ 32 32 Un consiglio di lettura per l’estate https://minimaetmoralia.it/editoria/un-consiglio-di-lettura-per-lestate/ https://minimaetmoralia.it/editoria/un-consiglio-di-lettura-per-lestate/#comments Wed, 25 Jun 2014 07:25:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21715 Oggi vorrei proporvi una lettura straordinaria. Un libro che ha cambiato la vita a milioni di persone. Un libro che riporta al primo posto il vero oggetto della letteratura di sempre: le persone, appunto. Sto parlando dell'Elenco Telefonico di Roma del 2012.

Un po' lunghetto, 1377 pagine con un font bastardo; ma vi assicuro sono pagine che scorrono velocissime. L'Elenco Telefonico di Roma del 2012 può leggerlo un bambino di 7 anni come un vecchietto. È trasversale. Può leggerlo l'intellettuale o l'operaio. C'è gente che in vita sua ha letto solo questo libro. I Promessi Sposi a scuola e l'Elenco Telefonico di Roma del 2012.

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di Claudio Morici

Oggi vorrei proporvi una lettura straordinaria. Un libro che ha cambiato la vita a milioni di persone. Un libro che riporta al primo posto il vero oggetto della letteratura di sempre: le persone, appunto. Sto parlando dell’Elenco Telefonico di Roma del 2012.

Un po’ lunghetto, 1377 pagine con un font bastardo; ma vi assicuro sono pagine che scorrono velocissime. L’Elenco Telefonico di Roma del 2012 può leggerlo un bambino di 7 anni come un vecchietto. È trasversale. Può leggerlo l’intellettuale o l’operaio. C’è gente che in vita sua ha letto solo questo libro. I Promessi Sposi a scuola e l’Elenco Telefonico di Roma del 2012.
Ci sono un sacco di personaggi, è vero. Ma in ordine alfabetico. Quale altro libro ha tutti i personaggi in ordine alfabetico? L’Elenco dei Commercialisti Italiani, certo, ma due palle! E poi l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 racconta di tutte le estrazioni sociali, parla della gente vera. Ci sono quasi tutti. C’è l’introverso, c’è lo sportivo, c’è il nullafacente, l’innamorato, c’è quello che non ha mai amato in vita sua. C’è gente felice e gente che ha la vita distrutta, chi crede in Dio, chi no e chi ancora non lo sa. C’è l’assassino, sicuro c’è qualche assassino qui dentro, è statistico (calcola una città grande come Roma). C’è la persona più cattiva della città, c’è la persona più buona della città. C’è sua zia, c’è suo figlio. C’è il nostro futuro sindaco, c’è il tuo futuro idraulico, c’è il tuo attuale dentista. Ci sono anche un sacco di stronzi qui dentro, bisogna dirlo. Ma c’è pure la maggior parte delle persone che potresti conoscere con gioia domani mattina e la maggior parte delle persone che hai già conosciuto nella tua vita. Sono tutte qui, nell’Elenco Telefonico di Roma del 2012. Nessun altro libro è così.

Non a caso l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 è stato distribuito in oltre tre milioni e mezzo di copie. Solo a Roma. Tre milioni e mezzo di copie senza essere mai tradotto. Non conosco un altro caso del genere. Si è sempre creduto che l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 non potesse funzionare sul mercato anglosassone, ad esempio. Io penso che hanno fatto la cazzata, ma sono scelte editoriali. Lo sapranno loro. Sarà che sono particolarmente legato a questo libro perché è l’unico libro che parla di me. Di Claudio Morici. Sto a pagine 567. E parla anche della maggior parte dei miei amici. Almeno di quelli che abitano a Roma. Ma forse è lo stesso anche per voi! Come vi chiamate? Volete controllare? C’è l’ordine alfabetico, è facilissimo! Oppure un giorno, mentre lo state leggendo, ecco che all’improvviso vi accorgete che parla di voi… Come cazzo ha fatto? Un libro eccezionale, l’Elenco Telefonico di Roma 2012.

Certo, è bello grosso, ma non ha uno stile pomposo, pieno di aggettivi… Non ce n’è nemmeno uno di aggettivo. 1377 pagine e neanche un verbo. Solo nomi e numeri. Va subito al sodo l’Elenco Telefonico di Roma del 2012. Anzi, niente “va”, che è verbo: “subito al sodo”. Anzi senza neanche “subito al” che è avverbio e articolo: “Sodo”.
“Sodo Raffaele, viale Liegi 75, 5045778”. Di questo sto parlando. C’è questa persona, abita qui, questo è il suo telefono. Basta chiacchiere.
Chi è? Chiamalo. Come è fatto fisicamente? Lo chiami e ti fai mandare una foto, cazzi tuoi. Cosa gli succede alla fine? Telefonagli ogni anno, organizzati, vedi tu. L’Elenco Telefonico di Roma del 2012 non è uno di quei libri che subisci, che ti rende un passivo fruitore. No. Chi è davvero Sodo Raffaele? Incontrerà Bencivenga Ilaria, personaggio a pagina 186? Inutile che stai qui a domandartelo, datti da fare, telefona a tutti e due e mettili in contatto, no? “Ciao Raffaele, questo è il telefono di Ilaria, fammi sapere, ok? Grazie Raffaellone”. Chiedi. Informati, attiva il cervello! Tiberio Felicetti riuscirà a essere felice oppure no? Lo chiami, lo mandi affanculo. Ecco lì che non ci riuscirà, almeno per oggi. Grazie a te.
Quel personaggio muore o ce la fa a sopravvivere? Quando si saprà? Sono domande che spesso ci poniamo quando siamo alle prese con un libro particolarmente avvincente. Ecco, qui alzi il telefono, con una scusa gli dai un appuntamento e ammazzi Tiberio Felicetti. Non ce l’ha fatta. Ma hai deciso tu, hai partecipato alla narrazione!
Quell’altro personaggio si innamorerà? Magari è una lei anche con un nome. Le telefoni, le dici che la vedi di nascosto tutti i giorni, che è bellissima. Poi il giorno dopo le fai un paio di squilletti. E quindi ancora altri complimenti gentili, magari le spedisci un mazzo di rose… Ecco lì che la tipa comincia a pensarti! “Ma chi sarà questo ammiratore”, “Forse è vero che sono bella”, “Nessuno mi ha mai parlato così”, “Chissà perché insiste che sono bionda quando sono mora…” e zac! Si innamora! E ti senti anche un po’ coinvolto personalmente. Chissà che, scherzando e ridendo, anche tu… A meno che non è una vecchia di 90 anni, questo purtroppo non te lo dice l’Elenco Telefonico di Roma del 2012. Se proprio devo fare una critica, questa cosa dell’età l’avrei fatta diversa. In ogni caso: altro che storytelling partecipativo dei social network! Alza quel telefono e chiama! Stai li a mettere “mi piace”, a scrivere il commentino che leggono gli amici… Alza quel telefono, coglione, che a quest’ora avevi già fatto! Ce l’hai le dita? Ti pesano le dita?!

Ma inutile stare qui a osannare questo libro. Perché un libro, se è un buon libro, parla sempre da solo. Leggiamone un brano. Da l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 (pag. 481):

Di Seri Antonio, 56 via Monte Ruggero, 55367746
Di Seri Concetto, 74 via del Castagno, 5960030
Di Seri Franca, 24 via Piave, 4789566
Di Seri Riccardo, 45 via G. Salviucci, 8170556

Con l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 la grande letteratura è entrata a casa tua, gratis. Ti ha bussato alla porta, la grande letteratura. “Buongiorno, elenco telefonico 2012, mi apre il portone?”. Altro che i romanzi allegati al Corriere della Sera, ad esempio, che li buttavi in libreria e poi un giorno magari… quando avrò più tempo… Non potevi neanche telefonare ai personaggi! Che magari non erano neanche in ordine alfabetico! Libri che non parlano di te e dei tuoi amici… Te lo credo che poi non te li leggi!

Ma soprattutto l’Elenco Telefonico di Roma del 2012 è molto meglio dell’Elenco Telefonico di Roma del 2014. Perché nell’Elenco del 2014 non ci sono più alcune persone. E questo è normale. Ma non ce n’è più una, in particolare, a cui tenevo tantissimo. Purtroppo. Un mio amico non c’è più. E l’Elenco Telefonico del 2014 non dice niente, così, eliminato come se nulla fosse. Senza una spiegazione, una nota. Senza una regola scritta all’inizio o alla finte del libro, tipo: “Ogni anni scompaiono delle persone e questo fa parte della natura”. Neanche una frasetta del genere. “Scusate, ogni anno qualcuno non c’è più: è la vita, ve lo diciamo prima”. Niente. Per me è stato molto difficile.

Poi una settimana fa non te lo incontro per strada? Appena mi vede alza il cellulare “Ao, mi so’ fatto il cellulare finalmente!”. E io “Ma vaffanculo!”. E lui “T’ho fatto prende’ un colpo, eh? Me lo so’ preso nel 2013, era ora, no? Per questo non compaio nell’Elenco Telefonico di Roma del 2014. T’ho fatto prende’ un colpo, eh?”. E io ancora: “Ma vaffanculo!”. E via abbracci, baci, cazzotti sulla spalla.

Insomma, finisce anche bene, l’Elenco Telefonico di Roma 2012.

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Quel burattino di Christian Raimo https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quel-burattino-di-christian-raimo/#comments Mon, 09 Jun 2014 05:38:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21349 Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica. di Claudio Morici Gentile redazione di Minima&Moralia, vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la […]

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Riceviamo e pubblichiamo questa risposta all’articolo di Christian Raimo del 7 giugno scorso (che potete leggere qui), e lo facciamo senza apportarvi alcuna modifica.

di Claudio Morici

Gentile redazione di Minima&Moralia,
vi scrivo queste righe con la speranza che le pubblicherete, nonostante il ruolo che Christian Raimo ha in questo sito e, molto probabilmente, la sua influenza informale. Confido nella vostra autonomia intellettuale e nel vostro bisogno di trasparenza, visto l’articolo che lui recentemente mi ha dedicato. Sarà o no un mio diritto dare la mia versione? O davvero permetterete che siano pubblicate online tutte quelle bugie senza la mia replica?

Dunque. Se ci fossimo conosciuti davvero nel 1996, come afferma Raimo, lui allora avrebbe avuto 21 anni e mi sembra chiaro che a quell’età è impossibile essere laureati. Ma siamo indulgenti con la memoria di Raimo. La verità è che ci siamo conosciuti nel 1999. È vero che io ero leggermente fuori corso. Ma solo perché ero costretto a lavorare quattro volte a settimana in un pub, per pagarmi vita e studi. Lui era il classico “mirafiorino” generosamente finanziato dalla sua famiglia. Forse non tutti sanno chi è il nonno di Raimo. Ecco, basterebbe una piccola ricerca su Google e il mio intervento potrebbe anche finire qui: spiegherei di colpo metà della sua vita e gran parte della sua visibilità. Se non fosse che ciò che ha scritto sabato su di me è profondamente falso e sento il “sano” bisogno di presentare la verità anche su altri punti cruciali.

Come sul fatto che sia stato lui a contattarmi la prima volta. In quegli anni andava di moda Mozzi, e Raimo stava organizzando un concorso narrativo per esordienti intitolato “La realtà delle cose”. Qualcuno gli disse che scrivevo racconti e mi accalappiò insieme ad altri 10-15. Ricordo che c’era anche un giovanissimo Giuseppe Rizzo, che poi pubblicherà con Feltrinelli. L’iscrizione, comprensiva della sua “scheda lettura”, costava 75 euro. Li pagammo tutti, errori di gioventù. Illudendoci che il vincitore sarebbe entrato in un’antologia che si sarebbe dovuta intitolare Voi siete qui edita da Minimum Fax. Una promessa comunicata a voce da Raimo, di cui la casa editrice, a quanto mi risulta, era completamente all’oscuro. Fatto sta che Raimo, dopo averci tormentato con mille mail per accertarsi dell’iscrizione, scomparve per due mesi per poi ricomparire con un mail sintetica e molto evasiva. S’inventò dei fantomatici “brogli” e un “compagno” organizzatore fuggito non so dove. Il concorso, ci disse, è andato a monte; il progetto dell’antologia volatilizzato, ai 75 euro nemmeno fece cenno. Lo incontrai qualche giorno dopo a una presentazione. Era abbronzatissimo. Io invece ero bianco cadaverico: non uscivo più di casa per scrivere, per imparare a scrivere.

Purtroppo sarebbe stato il caso anche di imparare la lezione, cosa che non feci. E anni dopo gli mandai, è vero, una copia del manoscritto di Actarus che poi pubblicò Meridiano Zero. Uno degli editori migliori che abbiamo avuto in Italia negli ultimi 20 anni. Altro che editore a pagamento, come dice lui. Me lo ricordo ancora come andò. Raimo mi invitò a prendere una birra “al volo”. Gli raccontai gli studi su telegiornali che avevo fatto per scriverlo, la ricerca sui Manga, i tentativi di metarealtà con i comunicati di Al-Qaeda. Ma soprattutto delle ore a sbattermi di notte, a scrivere e riscrivere, con la sensazione di essere arrivati, forse, a qualcosa di originale, insieme alla difficoltà nel vederlo già ben focalizzato quel qualcosa. Insomma, gli raccontai l’esperienza di un giovane scrittore che aveva fatto il primo giro di boa, sapendo che ce ne sarebbero stati altri centocinquanta. Lui mi ascoltò messaggiando per tutto il tempo. Non si prese una birra, se ne prese tre e le bevve con una avidità impressionante. Poi disse solo: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Digitò qualcosa sul cellulare, si inventò una scusa e se ne andò senza neanche salutare. Restai basito, cosa era successo? Che cosa avevo detto? Ancora non avevo capito. Mi fu tutto più chiaro alla cassa. Non aveva pagato. Mi accollai le sue tre birre medie “al volo”: 20 euro o qualcosa del genere.

Decisi allora di non frequentarlo più. Ogni tanto seguivo quelli che lui chiama “successi” sul giornale o sui blog. La questione era semplice. Se il giornalista o il blogger stavano per chiedere un favore a Raimo, ne parlavano bene. Se non gli dovevano chiedere nulla, ne parlavano male. Lo sapevano tutti. Anche grazie a lui, a metà degli anni Duemila, assistemmo a un incrocio di recensioni tra amici e colleghi che credo non abbia pari nella storia della letteratura italiana. Mi ricordavano quei circhi di provincia, dove ti fa il biglietto una cicciona, entri dentro e te la ritrovi sul trapezio dopo lo spettacolo del fachiro. Lo stesso fachiro che ti ha venduto i pop-corn mezz’ora prima. E, sul finale dello spettacolo, entra anche il pop-corn stesso, che ti fa pure l’inchino. Ma io e i miei pochissimi scrittori amici di quegli anni lo sapevamo bene. Lo davamo praticamente per scontato. Ogni tanto ci dovevamo sorbire questo teatrino come l’interruzione pubblicitaria in un film straordinario, perché noi volevamo scrivere davvero. E quando Raimo fiutò la cosa, purtroppo, provò a contattarci per i TQ.

Mi disse al telefono: “Stiamo facendo una roba politica. Ti piace il nome TQ? È efficace vero?”. Risposi “Non molto”. Aggiunsi: “Sembra la targa di Tarquinia”. Allora lui: “Tu non hai capito come funziona nella realtà…”. Mi misi una mano sul portafoglio, per istinto. E cominciò a dirmi del progetto. Non starò certo qui a raccontarvi cosa c’era dietro i TQ. Del nonno di Raimo, dei fondi europei per l’editoria, dei soldi con cui è nato questo stesso sito di minimaetmoralia… Molte delle cose che mi disse quel giorno hanno comunque girato in rete. Non voglio alzare un altro polverone, visto poi che diversi TQ ormai sono collaboratori stabili di minimaetmoralia. Io scrivo solo romanzi, possono piacere o meno, ma non aspiro certo a quella squallida figura di critico/letterato/opinionista che quando scrive gli fanno contratti editoriali da 36 mila euro (il numero non lo dico a caso…) con le prime venti pagine spedite. La “letteratura su commissione” che Raimo incarna più di ogni altro.
“Vince solo la Coppa del nonno”, dice sempre un mio amico, un altro scrittore che conosce bene la sua famiglia.

Passò altro tempo. Ho vissuto all’estero per un po’, anche viaggiando ma non certo per i motivi che insinua Raimo. Semmai me ne andai proprio per allontanarmi da gente come lui, che a Roma, in quegli anni, sembrava imperversasse in qualsiasi ambito. Una volta tornato a Roma ogni tanto lo incrociavo, ci salutavamo al volo ma cercavo sempre di evitarlo. Altro che stalker, come dice lui. Un giorno mi piombò addosso a una festa al Pigneto, aveva saputo che pubblicavo con Bompiani. Sapeva anche che, purtroppo, non ero stato tanto bene di salute (era il motivo per cui ero tornato) e allora mi spiegò che “voleva togliersi una curiosità”. Disse proprio così. Quindi domandò secco, come fosse la cosa più normale del mondo: “Alla Sgarbi hai detto di avere un tumore?”. Io mi misi a ridere, anche perché, fortunatamente, non avevo un tumore e la cosa, comunque, mi sembrava assurda. Lui invece rimase imperturbabile, alzò le mani: “Era solo una curiosità”. Poi però mi confessò che voleva dirglielo lui del tumore alla Sgarbi, per il suo nuovo manoscritto. “Non vorrei che si accavallassero le cose. Capisci? Solo per questo”, disse. È così che è andata.

Dopo il libro con Bompiani ripartii. Vivevo a Berlino e mi misi sotto seriamente per scrivere il nuovo romanzo. Ore e ore di isolamento e concentrazione, iniziavo a parlare con gli altri solo dopo le 19. Ero felicissimo di essere lontano dal mondo culturale italiano, le sue chiacchiere e il suo asfissiante provincialismo. Ma quando navigavo, ogni tanto, incappavo in articoli di Raimo. Certo: non ne leggevo neanche uno, mi fermavo sempre al titolo e, a volte, non finivo di leggere neanche quello. Ma non potevo fare a meno di notare che erano tantissimi. E su facebook mi accorgevo anche che postava a un ritmo da posseduto. Sapeva tutto di tutti, commentava, recensiva, interveniva, tirava su polemiche. Mi inquietava molto. Me lo immaginavo curvo sullo schermo dalla mattina alla sera, con la testa piena di quella spazzatura che gli avrebbe impedito senz’altro di scrivere ciò che voleva davvero. Fatto sta che quando uscì il mio romanzo con E/O, poco dopo uscì anche il suo. Mi arrivò solo un messaggio che diceva: “Ce l’ho più lungo. Il romanzo, che hai capito!”. In effetti si trattava di una mattonata da 600 pagine. Con un senso dell’umorismo pari a quello del suo messaggio. Il peso della grazia, lo sapete bene, parlava di un ragazzo-scrittore che ha un tumore e cerca di pubblicare il suo primo libro. Vi ricorda niente?

E arriviamo così all’ultimo anno. All’episodio forse che ha scatenato l’articolo e le bugie di Raimo pubblicate sabato. Nell’ultimo anno vivo a Roma, faccio un figlio, è vero. Ma non commento neanche le accuse infamanti del suo articolo a questo proposito, e la sua feroce mancanza di rispetto nei confronti di mia moglie (che qui voglio anzi ringraziare pubblicamente) e del mio piccolo, che non si chiama certo David Foster (Raimo non ha nemmeno il minimo senso dell’ironia e ha scambiato una battuta per la realtà).
In ogni caso, ho capito che Raimo ha sviluppato un complesso di inferiorità molto intenso. E forse è semplicemente ferito dal fatto che quello che ormai lui scrive è opinionismo da facebook, mentre io sono riuscito a diventare uno scrittore. La letteratura potrebbe essere la mia terra, mentre facebook è di sicuro la sua piscinetta. Solo nell’ultimo anno ho fatto più di cento reading. Raimo me lo trovo spesso tra il pubblico. Mi fa un sacco di complimenti a mezza bocca, bofonchia che sono bravo, se la prende un po’ con il mio socio Ivan Talarico, sostenendo di potermi accompagnare meglio lui alla chitarra. Poi non lo vedo per un po’ ed ecco che mi contatta una stagista di minima&moralia (che tra l’altro si lamenta di come venga trattata proprio dal “compagno” Raimo). Raimo le ha chiesto di chiedermi se voglio pubblicare sul sito dei video racconti. Io che effettivamente li stavo girando, accetto. Ne postano quattro. La stessa stagista mi chiede l’indirizzo di casa, per mandarmi del materiale. Tempo tre giorni e mi arriva la fattura. 50 euro a video, per avermeli pubblicati su minima&moralia… Ora vediamo se avete il coraggio, per una volta, di raccontarla questa verità! E dei finanziamenti che prendete per il sito, quando ne parliamo?… Chiedo consiglio a Carolina Cutolo, un’amica scrittrice che si occupa anche di truffe editoriali. Mi dice di non arrabbiarmi neanche per telefono, ma di fare finta che non mi è arrivato nulla. E sopratutto di stare molto attento, perché Raimo è “un po’ vendicativo”, dice. “Lo sai che ha combinato a chi gli chiedeva i soldi di Orwell?”

Seguo il suo consiglio. Per questo motivo quando, recentemente, lo incontro in un bar del centro alle due di notte, non gli meno subito. Ma mi avvicino, voglio guardarlo negli occhi. E mi accorgo che ce li ha rossi. È distrutto. Continua a battere sulla tastiera come un matto. Cavolo! Per la prima volta mi fa pena veramente. Gli metto una mano sulla spalla, chiedo: “Cosa hai Christian?” e lui non risponde. Fissa lo schermo del suo portatile aperto su Facebook. Sta scrivendo uno status sulla crisi del libro. “La realtà! Hai letto Schriffin? La realtà è…”, prova a spiegarmi ma delira, non lo seguo e a un certo punto si ferma. Ha una sorta di intuizione nell’intuizione. Mi fissa, aggressivo: “Perché non mi commenti mai su facebook?”. Io resto imbarazzato. Gli dico che mi dispiace per questa sua acredine, ma lui insiste: “Che ne sai tu! Che ne sai tu della realtà!”. E in un attimo si alza, chiude il computer e corre via. All’inizio mi preoccupo, dove va in quello stato? Ma anche stavolta, vi giuro, sembra una barzelletta ma è andata così: la realtà mi piomba addosso inaspettata. Stava lì dal primo pomeriggio, 7 birre, 29 euro. Il barista si accanisce su di me che lo conosco.

Il giorno dopo vedo pubblicato quest’articolo infame. Non mi sarebbe mai venuto in mente di rispondere, ma il mio avvocato (già) mi ha consigliato di farlo, come Raimo ben sa, questa vicenda ha dei risvolti legali molto pesanti. E non sarà per nulla facile per lui cavarsela con le sue solite scuse democristiane.
Spero che questa lettera sia postata senza censure, nel caso contrario anche qui ci saranno ripercussioni legali.

[Aggiornamento: qui – scorrendo – ci sono un po’ degli articoli e dei citati video di Morici, qui c’è una riflessione nel merito di questa discussione di Giulio D’Antona]

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La truffa Claudio Morici https://minimaetmoralia.it/editoria/la-truffa-claudio-morici/ https://minimaetmoralia.it/editoria/la-truffa-claudio-morici/#comments Fri, 06 Jun 2014 23:36:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21296 di Christian Raimo Ho conosciuto Claudio Morìci nel 1996 all’università. Io mi stavo laureando in quattro anni esatti in Filosofia, lui era uno studente iperfuoricorso di Psicologia. Si presentò a un incontro di una rivista chiamata Liberatura che facevamo al dipartimento di Italianistica, ogni venerdì ci vedevamo per leggere alcune nostre cose, racconti e poesie. […]

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di Christian Raimo

Ho conosciuto Claudio Morìci nel 1996 all’università. Io mi stavo laureando in quattro anni esatti in Filosofia, lui era uno studente iperfuoricorso di Psicologia. Si presentò a un incontro di una rivista chiamata Liberatura che facevamo al dipartimento di Italianistica, ogni venerdì ci vedevamo per leggere alcune nostre cose, racconti e poesie. Era vestito molto fighetto. Non stette molto a sentire quello che leggevano gli altri, ma volle subito leggere un suo racconto, che s’intitolava , me lo ricordo bene, “Plexiglas”. Parlava di un bambino che mangia il plexiglas e poi vomita. Era scritto molto male ed era lunghissimo. La scena in cui il bambino vomitava durava almeno dieci minuti. Mentre leggeva io e i miei amici ci guardammo imbarazzati, e a un certo punto, io dissi anche che poteva fermarsi perché dovevano leggere anche altri, lo ringraziai.
“Va bene così, va bene così”.
Dopo l’incontro venne da me. E mi chiese se mi era piaciuto. Gli dissi la verità con garbo: “Non hai dimestichezza con il mezzo letterario”; gli chiesi: “Che libri ti piacciono?”. E lui mi disse: “Non mi piacciono tanto i libri, mi piacciono gli scrittori, sia quelli americani, come Kerouac, sia quelli russi, tipo Bukowski”. Lo salutai in fretta dicendogli che secondo me doveva leggere un po’ di classici, e immaginando che, come capitava a molti agli incontri di Liberatura, sarebbe scomparso. E invece fu solo l’inizio.
La settimana dopo era di nuovo lì. Mi salutò con il suo sorriso molliccio: “Mi piace molto il vostro gruppo”. Ma questa volta si mise in disparte e provò a chiacchierare con altri del gruppo. A un certo punto domandò di nuovo di poter leggere e, nonostante le nostre perplessità, insistette per recitare una poesia che definì ermetica. Mi ricordo i primi versi, s’intitolava “Cambio di stagione”.

L’armadio è pieno di camicie pesanti
pesanti come pietre dentro il lago
Per fare il cambio di stagione
mi ci vuole
un dragatore

Dopo l’incontro mi placcò ancora, mi disse e se poteva farmi leggere altre cose che aveva scritto. Io cercai di dissauderlo dicendo che era periodo di esami e ero impicciato. Ma lui parlando con questo tono strascicato, adenoidale, mi disse: “Vorrei soltanto un tuo parere”. E quindi mi riuscì a strappare un numero di casa e un indirizzo.
Qualche giorno dopo mi arrivò un plico con un manoscritto intitolato: Pulviscolo galattico. La sinossi diceva: “Ecco una serie di frammenti del ventesimo secolo sparati come un laser nel prossimo millennio”. Lo lessi distrattamente e lo accantonai, cercando di dimenticare il suo tentativo assillante e maldestro di farsi mio amico.
Mi addottorai nel frattempo e cominciai a lavorare nelle case editrici, a pubblicare dei racconti sulle riviste, e a tradurre Raymond Carver e David Foster Wallace, per una rivista che avevo fondato con altri miei amici che si chiamava Elliot. Dopo l’estate, Morici chiamò a casa varie volte e lasciò dei messaggi sulla segreteria in cui faceva il simpatico, e diceva che gli sarebbe piaciuto incontrarmi per una birra. Aveva scritto un romanzo, disse. In realtà, quando lo incontrai capii che non si trattava di un romanzo. Siccome era andato a lavorare a un centro di igiene mentale, aveva deciso di prendere un registratore e registrare la voce dei malati mentali.
“Non so se è corretto eticamente”, gli dissi.
“Beh, non glielo diciamo”.
Poi mi chiese se poteva venire alle riunioni di Elliot, aveva saputo che ero nella redazione. Non riuscii a trovare una scusa per evitarlo. E anche a queste riunioni provò a farsi pubblicare dei racconti. Era il periodo di Gioventù cannibale, e lui aveva scritto un racconto porno-splatter intitolato “L’inculatore”.
Attraverso Elliot, che morì per problemi economici, io invece cominciai anche a collaborare a minimum fax: leggevo manoscritti, revisionavo traduzioni, e dopo poco pubblicai la mia prima raccolta di racconti. Persi le tracce di Morici per diverso tempo – e me lo scordai.
Solo dopo un quasi un anno, mia madre mi chiamò perché c’era un tale Claudio che mi aveva cercato spesso a casa, lasciando dei dei messaggi in cui diceva: ho un cellulare, ho un cellulare. Alla fine chiamai. Non feci in tempo a mettere una distanza, che mi disse che ci dovevamo vedere, aveva pubblicato il suo primo libro e me lo voleva dare. Ci era riuscito con un finanziamento di un bando per il recupero dei matti che aveva stornato al centro d’igiene mentale, Matti slegati.
“Hai usato i soldi per il centro?”
“Ma è un bando europeo, sarebbero andati buttati”.
Quando c’incontrammo, mi diede il libro, ma contestualmente mi chiese se per caso ora che leggevo i romanzi per minimum fax, gli potevo dare una mano a diventare uno scrittore.
“Una mano come?”, mi schermii.
“Ho un nuovo romanzo. Ho sbobinato trenta puntate di Goldrake, ti ricordi Goldrake? e le ho trascritte, ho aggiunto solo dei titoli diversi, secondo me spacca”.
Gli buttai lì che l’avrei letto. E effettivamente lo lessi, ed era impresentabile.
Qualche settimana dopo accettai di rivederlo e ci prendemmo un caffè. Si presentò con un completo con la giacca slim fit, i pantaloni skinny, e un paio di occhiali da sole a goccia: abbronzato e vagamente stonato, pensai che avesse appena tirato di coca. Si avvicinava alla mia faccia senza togliersi gli occhiali; mi fece tutto un discorso ambiguo.
“Mio padre ha detto che mi può prestare dieci milioni. <Se te ne do, tre a te, e otto alla casa editrice…"
“A parte che tre e otto fa undici”, dissi, “comunque no, minimum fax non pubblica libri a pagamento”.
Provò a insistere. Io tenni il punto: “Claudio, mi dispiace, ma è tutto da sistemare questo romanzo. Anzi. Davvero, non è nemmeno un romanzo.”
Rimase in silenzio dietro le lenti scure, respirò e poi mi disse che c'avrebbe riflettuto.
Qualche tempo dopo uscì per Meridiano Zero: Actarus, che venne intitolato proprio un “non romanzo”. Mi volle dare una copia e mi confessò: “Sai, hanno voluto solo cinque milioni. Con il resto ho deciso che parto in giro per il mondo. Devo crearmi un po’ un’immagine da scrittore.
Fermo qui a Roma è impossibile crearsi una vera immagine da scrittore”.
Così si fece crescere i capelli, cominciò a lavarsi meno, si comprò delle magliette stinte in qualche negozio di seconda mano, e prese a viaggiare a spese dei suoi.
Ma mi continuò a cercare; ogni volta che veniva in Italia aveva un nuovo libro da propormi. Mi ricordo solo alcuni titoli: Sudare in India, I banani gemellari, Meteorismi caraibici.
Mi portò anche un manoscritto di un giovane scrittore haitiano, suggerendo di tradurlo e pubblicarlo a suo nome: “Tanto chi se ne accorge, Raimo… Haiti…”
Io mi sfogliavo questa roba con un senso tra l’irritato e il rassegnato. Nel frattempo avevo pubblicato un’altra raccolta di racconti, avevo cominciato a scrivere per il Manifesto e Repubblica; così lui mi chiedeva se potevo raccomandarlo presso qualche redattore per fargli fare dei reportage dai suoi viaggi. Io bofonchiavo che c’avrei provato, ma che era un ambiente selettivo.
Un giorno mi arrivò una sua mail da Città del Messico, in cui mi diceva che era riuscito a convincere Elisabetta Sgarbi a pubblicare un suo libro. Era entusiasta. Mi disse che le aveva scritto di avere un tumore terminale. E che questo libro quindi, se fosse riuscito a finirlo, sarebbe stato l’ultimo. Poi aveva scritto una finta lettera di suo padre sempre a Elisabetta Sgarbi in cui la ringraziava perché lei aveva letto il manoscritto del figlio, e che questo era il regalo più bello che poteva fare a un padre che perde il figlio. Le aveva mandato in allegato anche una foto in carrozzina.
Non so se qualcuno ha letto La terra vista dalla luna? Credo di no, perché quando la Sgarbi si accorse della truffa decise di bloccò la distribuzione, garantendo il minimo di quattrocento euro da contratto. Ma se l’aveste letto, avreste visto che in realtà non si tratta di un romanzo. Sono in realtà una serie di mail che Claudio Morici ha copiato dalle sue mail del suo account. Ha solo cambiato i nomi dei destinatari. C’è per esempio una mail in cui c’è un personaggio che si incazza perché gli ha perso vari libri che gli aveva prestato, e quel personaggip sono io.

E siamo arrivati al 2012. Anno in cui Morici ha finito i soldi e torna a Roma dai genitori. È l’anno in cui io pubblico il mio romanzo per Einaudi invece.
Dopo essere stato insultato dalla Sgarbi, decide una nuova strategia, e quindi, mi confessa, comincia a mandare alle case editrici vecchi romanzi italiani, che scansiona e a cui cambia titolo. La maggior parte delle case editrici se ne accorge e lo sgama, ma e/o invece abbocca. Non so se lo sapevate ma L’uomo d’argento è La ragazza di Bube di Carlo Cassola: è stato solo invertito l’ordine dei capitoli e ribattezzato qualche personaggio.
In realtà il giorno stesso in cui mette piede a Roma mi cerca. Mi chiede se ci possiamo prendere un caffè. Io provo a prendere tempo, ma lui insiste e ci vediamo in una libreria-caffè. È una sera in cui ci sono anche altri scrittori, tipo Errico Buonanno, Flavio Soriga, e lui alla fine si accolla anche per cena e dice: “Ah è qui che vi vedete voi scrittori”.
Da quel giorno lì si presenta tutti i giorni in questo locale, alle sei di pomeriggio, puntuale. Chiede una mail di un redattore di una casa editrice, s’informa se c’è la possibilità di partecipare a qualche festival. Ognuno lo evita come può.
Lui prova a diventare amico di tutti, è sempre alla ricerca di una rivista dove infilarsi, di un reading dove leggere le sue cose. E per noi, noi scrittori, è sempre più complicato evitarlo. Tanto che per un periodo facciamo finta tutti di andare a mangiare a casa, e poi ci mandiamo dei messaggi per ritrovarci, abbiamo fatto addirittura un gruppo che si chiama “No Morici” su whatsapp.
Alla fine ha giocato l’ultima carta. Ha capito che per riuscire a intessere dei rapporti e diventare uno scrittore, doveva fare un figlio.
“Hai visto Flavio Soriga, Errico Buonanno. Qui se rimango qui a Roma senza figli, non riuscirò mai a crearmi un’immagine dello scrittore”
Mi sembrava – lo capite bene – una scelta irresponsabile; e per quanto mi mettesse a disagio dal punto di vista morale, provai anche a farlo ragionare: “Un figlio? Sei sicuro?”
“Devo svoltare, oggi vanno solo i papà-scrittori…”
Così per un periodo lo vedevi giocare a nascondino e acchiapparella con qualunque marmocchio frequentasse il locale dove ci vedevamo.
Le ragazze lo cominciarono a osservare con una curiosità che aveva un che di condiscendente. Lui prese a fare discorsi di genere, sull’importanza delle donne e contro gli uomini violenti, e a offrire da bere. Vivendo a casa con la nonna a Ciampino, riusciva a farsi lasciare praticamente tutta la pensione di lei, e la usava per i giri di bevute che offriva fino a tardi.
A fine serata poi si proponeva per accompagnare a casa le donne ubriache. E in certi casi metteva qualche goccia di mdma dentro il bicchiere.
Dopo un anno di tentativi, il suo metodo di approccio subdolo e scorretto ha dato i suoi frutti. Una povera ragazza è rimasta incinta, e lui ora è padre. Suo figlio ha dieci mesi. L’ha chiamato, e non sto scherzando, David Foster.
Ora non voglio approfondire la questione per rispetto di questa ragazza e di questo bambino che non c’entra niente. Ma almeno voi che leggete i suoi libri e andate ai suoi reading forse avete capito un po’ meglio di che tipo di persona stiamo parlando. Spero che questo mio ritratto vi serva a farvi aprire gli occhi.

Aggiornamento: Claudio Morici ha voluto replicare a quest’articolo con una lettera che trovate qui

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Il Concorso del Racconto Più Brutto https://minimaetmoralia.it/fiction/20830/ https://minimaetmoralia.it/fiction/20830/#comments Wed, 21 May 2014 16:36:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20830 Ogni anno a Roma, in un locale che si chiama Hola Hoop, si svolge una delle manifestazioni letterarie più incredibili che avvengono in Italia. È il Concorso per il Racconto più Brutto. Se l'è inventato Carolina Cutolo, e chiunque vi abbia partecipato come concorrente o come spettatore (e dunque giuria popolare) non ve ne potrà dire altro che mirabilia. Le motivazioni che hanno portato Carolina Cutolo a concepire il CPIPRB le potete trovare qui. Ma è interessante come il CPIPRB, di anno in anno (siamo al quarto), abbia trovato una sua formula magica.

I racconti che partecipano vengono premiati a seconda del loro grado di "bruttezza vanagloriosa". Non viene quindi apprezzata una bruttezza understated, o una bruttezza artefatta, ma vengono esaltati i sinceri tentativi artistici che si rivelano clamorosi fallimenti estetici. Più è alta la caduta, maggiore sarà la gloria.

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Ogni anno a Roma, in un locale che si chiama Hola Hoop, si svolge una delle manifestazioni letterarie più incredibili che avvengono in Italia. È il Concorso per il Racconto più Brutto. Se l’è inventato Carolina Cutolo, e chiunque vi abbia partecipato come concorrente o come spettatore (e dunque giuria popolare) non ve ne potrà dire altro che mirabilia. Le motivazioni che hanno portato Carolina Cutolo a concepire il CPIPRB le potete trovare qui. Ma è interessante come il CPIPRB, di anno in anno (siamo al quarto), abbia trovato una sua formula magica.

I racconti che partecipano vengono premiati a seconda del loro grado di “bruttezza vanagloriosa”. Non viene quindi apprezzata una bruttezza understated, o una bruttezza artefatta, ma vengono esaltati i sinceri tentativi artistici che si rivelano clamorosi fallimenti estetici. Più è alta la caduta, maggiore sarà la gloria.

Per la prima volta di questa serata abbiamo una testimonianza completa. Ossia i video della lettura dei racconti con relativi commenti della giuria tecnica. Dobbiamo ringraziare un paio di ragazzi che hanno realizzato tutto questo: la minitroupe di The Conference. Il concorso è un vero concorso, non ha veramente nulla da invidiare a Masterpiece e a dirla tutta nemmeno a Sanremo. Perché sì, ci sono tre premi, quello della giuria, quello del voto da casa (la serata è trasmessa in streaming) e quello – il più importante, il più prestigioso – del pubblico presente. Si vincono dei libri, che – insieme ai rimborsi per i viaggi di alcuni dei concorrenti e dei giurati – sono offerti da vari sponsor. Comunque è tutto spiegato in questi video seguenti. Quest’anno sono stato chiamato a far parte della giuria insieme al notevolissimo Claudio Morici e all’inarrivabile Sardone: sono sincero, poche cose quest’anno mi hanno reso così felice.

Insieme ai video, vi ho messo anche i testi dei racconti. Dall’ultimo classificato fino al vincitore. L’anno prossimo non potete mancare.

7° classificato. “La versione di Nutria” di Roberta Moretti

Quella sera, rientrando a casa, mi imbattei come al solito in Nanà, detta Nutria, lavata di fresco, il pelo candido e vaporoso portato regalmente. Le feci qualche carezza e entrai in casa, dove non feci in tempo a posare la borsa che già mi si urlavano cose tipo “aprimi il cancello, che devo portare la carriola fuori”. Prima che mi si chiedesse altro, aprii il cancello e subito dopo sentii mio padre lanciare bestemmie contro ignoti. Corsi in giardino e lì la tragedia. Nanà era presa, usurpata, defraudata. Una massa marrone la umiliava con il suo peso e i suoi gesti osceni. Gli occhi di lei imploravano aiuto e io feci per scacciare l’invasore ma lui, un cane muscoloso con l’arroganza di un giovane Claudio Amendola, si diede alla fuga trascinando con sé la vittima. Li rincorsi e bloccai Nanà per le zampe anteriori. Rimanemmo immobili, loro attaccati per i genitali e io accovacciata, finché l’ego di lui non si sgonfiò e poté andare via, lasciando dietro di sé le macerie di una virtù distrutta. Raccolsi Nanà e la riportai a casa, mentre lei mi riversava addosso pipì mista ai resti della sua innocenza. Durante la cena ero turbata. Non potevo dimenticare la scena, lo sguardo implorante. Ed ero infastidita dai miei, che cenavano sereni. Mia sorella dovette leggermi nel pensiero perché mi esortò a sterilizzare subito la cagnetta. “Come, dopo quello che ha subito!” I miei si scambiarono un’occhiata criptica e allusero al fatto che Nanà fosse stata consenziente. “Era in calore” fece mia sorella “Non la vedevi sempre davanti al cancello mentre i cani del quartiere guaivano arrapati? Mi ricorda Monica, quella che quando intercetta un uomo tira le tette in fuori e smania con le ciglia per attirarne l’attenzione. Salvo poi lamentarsi che i maschi con lei si prendono certe libertà”. Quel discorso mi ferì: uno stupro era un atto violento, ingiustificato, e io avrei tutelato Nanà a ogni costo. Spiegai la situazione al veterinario, che si limitò a darmi spiegazioni tecniche che suggerivano un rapporto consenziente. Andai allora al WWF, dove un grassone dalle mani unte di salsa barbecue sbottò in una risata “Ma come fai a dì che si trattasse de no stupro? Come che è na cosa così e no che se sieno accoppiati?” Scappai via, quel balordo aveva ferito la mia sensibilità almeno quanto l’italiano. Scrissi persino all’onorevole Brambilla, il cui amore per gli animali le fa perdonare persino quella colata rosso battona sulla testa. Ma nulla. Cercai allora gli sconsiderati padroni di quell’Amendola canino. La loro era una costruzione verde ornata da minacciosi nani da giardino. Mi aprì una tipa corpulenta. Con calma snocciolai il mio credo sul valore che l’assumersi le proprie responsabilità possiede oggigiorno. Lei mi ascoltò senza palesare emozioni. Fu da un gesto che percepii del disappunto: mi sbattè la porta in faccia. La notte, nel letto, ero angosciata. Mi alzai e andai in cucina, dove Nanà dormiva accoccolata su una poltrona. Le sedetti accanto, la accarezzai e mi sciolsi in singhiozzi “Non sono stata capace di proteggerti. Potrai mai perdonarmi?” A quel punto accadde qualcosa di stupefacente: lei si tirò su e, poggiata una zampa sul mio braccio, parlò “prima di essere accolta in questa casa, ho vissuto momenti brutti: sono stata abbandonata, ho patito la fame e il freddo, mi hanno persino picchiata. Ma questo è niente, paragonato a quello che devi aver passato tu”. Fu allora che realizzai: a 34 anni vivevo ancora con i miei, senza lavoro o fidanzato. Ed ero lì, alle tre di mattina, a parlare di stupro con un cane. Capii che mi serviva un professionista, uno bravo. Gli avrei raccontato tutto, le mie frustrazioni, il perenne senso di inadeguatezza. Avrei taciuto solo un particolare: che a suggerirmi di andare da lui era stato un cane.

6° Classificato “Io, l’eremo e suor Marta” di Carlo Antonicelli

[Il video di questo racconto purtroppo non è ancora disponibile per un problema di audio]

Avevo sedici anni allora. Sin dal concepimento ero stato causa di dolore e fatica, per me e per gli altri. Non l’avevo poi deciso io di venire a questo mondo. E avevo visto bene.
Durante l’adolescenza passai per vari collegi, pieni di preti dalle buone intenzioni. Inutile dire che scappai ogni volta che ve ne fosse la possibilità. Quando sputai in faccia al Padre Superiore mi spedirono in un eremo dove si curavano preti stravecchi in fase terminale. E fu lì che La incontrai. Quando la vidi, l’ultima cosa che mi venne in mente fu pensare che fosse una suora. E invece cazzo se lo era! Non portava il velo e non so perché. Aveva capelli castano chiaro finissimi, tagliati corti (ancora ricordo lo sfregare delle mie dita attraverso quei diafani fili di seta). Occhi grigi, due bulbi nerissimi. Alta e longilinea. Pelle bianca. Suor Marta mi aveva preso il sonno. Desideravo mettere il mio cuore malato nelle sue mani taumaturgiche! La mia fantasia cavalcava indomita su per i fili dei suoi collant, sin dove questi finivano e la morbidezza delle sue cosce mi aspettava per cogliere il frutto della passione.
Nell’eremo ci dormivano solo i frati. E io con loro. Le suore arrivavano all’alba. Zelanti svolgevano le loro mansioni: pulire e disinfettare, spazzare e frizionare quei corpi consumati dal tempo. Alle sei di sera lasciavano l’eremo e tornavano nel loro convento. Potevo vederla solo da lontano: quando entrava e usciva dalle stanze dei malati. Sembrava non ci fosse nessuna possibilità che ci potessimo incontrare. Passò molto tempo prima che il destino (o Il Signore stesso, chi lo sa?) ci facesse incontrare. Accadeva che dopo pranzo ci fosse sempre un’ora di ricreazione per tutti. L’aria frizzante rendeva tutti più allegri: uomini e donne fraternizzavano amichevolmente. Anch’io mi univo alla ciurma: pensavo a quale scusa potevo inventarmi per parlarle, ma lei non mi degnava di uno sguardo.
Un giorno in cui l’autunno si affacciava alle porte, accadde l’impossibile. Si appropinquava un grosso temporale. Tutti correvano e si dimenavano, un po’ spaventati e un po’ eccitati dalla manifestazione di potenza della natura. Quando gli ultimi rimasti, in fila indiana, si stavano avvicinando alla porta per rientrare, qualcuno si nascose dietro il muro del convento per non farsi vedere da chi stava sul ciglio d’ingresso. Non mi sfuggì di chi fossero quei capelli che vedevo dall’alto. Uscì sparato fuori dalla cella, e mi buttai giù per le scale che portavano all’esterno. L’aprii e la vidi da lontano. Scappava, sotto la pioggia. Non esitai un momento e le corsi dietro. Fuggiva con tutto il fiato che aveva in corpo nel bosco. Inciampò e cadde e dopo un po’ la raggiunsi. Le sorrisi e invece di tirarla a me e fermarla, continuai a correrle accanto, tenendole la mano. Così, mano nella mano, continuammo a sfrecciare tra gli alberi. Per un momento desiderai solo continuare a correre, insieme a lei. Che importava la nostra destinazione? La foresta ci avrebbe protetto, sarebbe stata la nostra casa e il nostro rifugio dal mondo. Eravamo zuppi d’acqua, o di sudore, non so dirlo. Quando le risate si esaurirono, ci fermammo, fissandoci. I capelli fradici le si erano appiccicati sulla fronte. Faceva lunghi respiri per recuperare fiato e la camicetta bagnata lasciava intuire la rotondità del suo seno. Ci ritrovammo vicini e il suo volto mi parve aver smarrito l’inquietudine e il senso di colpa. Scostai i capelli bagnati dalla sua fronte. Era più bella che mai.

5° Classificato “Mente solitaria” di Fabio Carroccia

Avrai trovato questa lettera.
Maschio o Femmina che tu sia, ciò non cambierà che quando leggerai non ci sarà più nulla da fare per nessuno ormai.
Siamo tutti fregati. Non so se mi crederai, ma prima dell’ineluttabile voglio spiegarti un paio di cose su di me, e su di te magari.
Se sei F, voglio dirti frena, tira un sospiro e aspetta, la smania di correre ti ha portato troppo avanti, in un luogo che ora ti sembra ottimale per le tue caratteristiche, ma ti garantisco che fra poco non sarà più così. Hai voluto, ed hai dovuto recuperare il terreno perso, ma ora accontentati di ciò che hai, bramare non ha premiato mai nessuno.
Se invece sei M, voglio dirti corri, non vedi che stai arrancando, non vedi che non puoi più andare avanti in queste condizioni. Corri, raggiungi lei, e poi avanzate insieme. Insieme si costruisce, soli si può solo distruggere.
La colpa è dell’alienazione dovuta alla velocità della comunicazione globale, e alla nostra società meschina. Un’alienazione che ti garantisco, fra forse 50 anni, si studierà nei banchi di scuola.
Pensaci bene, quante volte prima di dormire avrai pensato “io forse mi salvo”, “io forse riuscirò a far qualcosa di buono nella mia vita”. Perché nella società moderna se ti realizzi vuol dire che sei un salvato, perché al giorno d’oggi ti devi salvare, e non tutti ne hanno la forza.
Io sognavo, volevo fare lo scrittore, poi ho cambiato idea.
Ho visto attorno a me milioni di persone con il mio stesso sogno, ed ho pensato che il mio era soltanto un sogno fin troppo usato.
Ho proiettato la mia immagine nel futuro, e mi sono chiesto, qualora non riuscissi a realizzare il mio sogno di scrivere, che farò?
Mi alzerò tutte le mattine per andare a fare un lavoro che mi fa schifo, che mi corrode giorno dopo giorno, un lavoro che non mi gratificherà mai?
Penserai che io sia un pessimista. Può darsi.
Riflettici un secondo però, fingiamo che io abbia ragione, e che le mie parole siano verità. Come la mettiamo?
Io non so rispondere alle mie domande, sono uno stupido, ho chiuso a chiave il cassetto perché sono stufo di nutrirmi di speranze.
Oggi ho visto una vecchietta attraversare la strada, ed ho pensato. Cosa significa essere anziani?
Quando il tuo fisico non risponde più come un tempo ed anche le cose più banali ti costano fatica. Giustificheresti la morte?
Meglio non saperlo, io ho la mia scelta, stupida certo, ma mia.
Ti prego di non seguire il mio esempio,vivi la tua vita a 360 gradi, forse tu sarai più fortunato/a di me e avrai tutto quello che desideri, spero solo di averti almeno fatto riflettere un po’.
A differenza mia, tu, combatti!
Nella vita sii te stesso, preoccupati sempre di essere qualcosa e non leccare mai il culo a nessuno.
E poi non aver paura di innamorarti, l’amore è una delle cose per la quali vale la pena di vivere.
Addio.

La penna sul fianco del foglio, i Pink Floyd nelle casse.
Fuori c’è il sole e la primavera.
La mano si avvicina alla pistola. Trova la tempia..
Colpo secco, sbuffo di fumo, puzzo di cordite, tintinnio metallico del proiettile espulso, una pioggerella calda e rossa, buio.

La lettera venne pubblicata su tutti i giornali, con il classico stupore dell’opinione pubblica.
Dopo un po’ non fece più notizia e finì nel dimenticatoio, come l’uscita di un nuovo telefonino.

4° Classificato. “Nostos mancato” di Andrea Tupac Mollica

“Andiamo incontro alla morte”. Poi non disse altro. E il sole giallo itterico affogava
nell’oceano di piombo fuso e spumeggiante, le nubi nel cielo oscuro che si accavallavano
spandendo cupi brontolii nell’aria. La spiaggia, livida, e lui, in ginocchio.
Gli occhi erano arpionati dagli ultimi bagliori di quel sole che stava spirando;
i quell’aria una grave oppressione gli velò l’anima.
“Val bene la pena di arrendersi ad un nemico si forte” Disse, e le lacrime, grigie
anch’esse gli squarciavano il viso, come schegge di vetro tagliente e infido. Pianse
per se, destinato ad un ritorno senza meta, pianse per coloro che erano vivi, allorché
non erano già morti, pianse per il dolore che avrebbe sofferto e, che aveva
sofferto già, per quello che mai soffrì. Le tenebre avanzavano con pigrizia, vaghi
arbusti a ovest straziati nelle foglie spinose dal sale, testardi protendevano le loro
braccia in alto, rivendicando la vita per loro. Finché luci le loro rare stelle, fioche
luci, come una lama d’acciaio che bagliugina, poco prima del colpo di grazia, davanti
al perdente ebbro del suo sangue e stanco. Qualche impavido flutto gemendo
aggrediva gli scogli frastagliati, che come una fila di orribili zanne si protendevano
nel mare.
Ma il vento dell’ovest sovrastava ogni rumore: signore dell’abominio della desolazione
recava i canti di morte di schiere di morti, il cozzare di lame e di legni, delle
canzoni di guerra, e poi nulla. Il fardello del sonno tiranneggiò d’un tratto i suoi
muscoli, appestando le ossa gelate dal vento e dal mare.
“Dolce spirare ancor prima di partire. Ma non una stilla di sangue, non una lacrima
mi sarà concesso di risparmiare. Cercherò di serbare: erede di nessuno, non
lascio eredi”
Poi cadde, come svenuto.

3° Classificato. “Amore nel metrò” di Davide Schito

Non dimenticherò mai quel breve eterno istante in cui i miei occhi si persero nelle sue iridi sfavillanti. Come ogni mattina ero uscito presto di casa per recarmi al lavoro con i mezzi pubblici, nonostante il mio odio dichiarato per i mezzi pubblici in particolar modo la metropolitana. Migliaia di persone strette nella morsa di un tubo senza aria, nessuno che si parla, tutti con l’iPod nelle orecchie a volume altissimo, nonostante Milano sia una città con tantissimi abitanti e bellezza ma col vizio che allontana gli individui, distratti dall’eccesso, dall’ostentazione, dai vizi.
Ho sempre avuto l’abitudine di scrutare il più singolo movimento ed espressioni della gente, domandandomi cosa pensino tutto il tempo, e in fondo al cuore sono convinto che anche molti di essi quando guardano il sottoscritto sono portati a pensare le stesse cose.
Ero intento a portare a termine quest’attività quando la intravidi al centro delle porte della metropolitana. Fu allora che i nostri sguardi toccarono vicendevolmente le nostre anime e ci legarono l’uno all’altra in maniera indissolubile. Eppure non avevo mai visto quell’angelo del cielo e non ero il tipo di ragazzo che si lascia andare così negli innamoramenti subitanei e incontrollati. Era successo quello che avevo sempre sognato e immaginato, nei pomeriggi che passavo annoiati e pensierosi, nel buio fra le quattro mura della mia stanza. Incontrare la ragazza dei miei sogni, il quale era sempre stato solo un’impresa impossibile, un miraggio nel deserto delle mie emozioni. Esse, fino alla vista di quella bellezza extraterrestre, erano sempre state un rebus persino per me, il loro possessore.
Ora avevo un nome per quella sensazione di gioia incommensurabile: amore. Era la prima volta che lo provavo. Così, quando la vidi scendere, anche se non era ancora la mia fermata non ci pensai neanche per un singolo secondo e mi fiondai attraverso la porta che si stava inesorabilmente per chiudere.
Lei, l’angelo che mi aveva rapito per sempre il cuore, non si era accorta di niente, non immaginava che dietro di qualche metro il suo principe azzurro, io, la stavo seguendo. Avevo assolutamente bisogno di un motivo per fermarla e conoscerla, ma la mia mente ottenebrata dall’amore non riusciva a concepire un’altra azione che non fosse camminare dietro a lei stando attento a non farmi scoprire.
Poi successe un avvenimento che doveva per forza essere opera di qualche potenza soprannaturale. Dalla tasca posteriore del suo cappotto cadde un pezzo di carta, non riuscivo a vederlo bene ma in fondo al mio cuore ne ero certo, era il suo biglietto, senza il quale non sarebbe riuscita ad uscire dai tornelli.
Avanzai verso avanti a lunghissime falcate e riuscii ad abbrancarlo con le dita della mano destra prima che fosse troppo tardi.
La chiamai e lei si girò verso di me.
“Ehi il biglietto!” le dissi. Lei sorrise e fu come se un’orchestra della Scala cominciasse all’unisono il suo concerto più importante.
“Grazie!” mi disse, al che io le risposi: “Ti va un caffè?”
Ma il suo sorriso, lì, svanì come nebbia e mi rispose: “Mi spiace sono in gravissimo ritardo” e se ne andò, svanendo nei tortuosi meandri della fermata del metro’.
Ecco, questa è la storia del mio vero innamoramento per un’angelo donna, il primo, che nonostante non si sia poi concluso in modo lieto mi ha dato la spinta decisiva per cercare la ragazza dei miei sogni, che sono sicuro è in qualche anfratto del mondo che mi aspetta.

2° Classificato. “Annegare” di Angela Galvan

È quasi sera e il sole sfiora il confine tra mare e cielo, così confuso… indora la spiaggia e mi chiedo quanto distante sia quel punto. Voglio raggiungerlo. “attente alle mie scarpe”, grido alle mie amiche che con un gelato godono dell’ultimo chiarore prima che la brezza si porti via anche la voglia di osservare quel miracolo. Avevamo passato un intero pomeriggio tra tuffi asciugandoci al sole;, era stato divertente, ma, ma c’è sempre un ma; un particolare inadatto talmente piccolo da non poter essere superfluo. M’attira verso l’ignoto calmo, il mare, dotato di una forza misteriosa; sono sicura, tra poco le onde si faranno voraci e ingoieranno il mondo.
M’avvio, m’addentro, vestita. Gli abiti mi si attillano, poi si gonfiano. Passo minuti soavi nell’acqua fredda che carezza i miei piedi, passo dopo passo: sto bene. Mi avvolgo di quei brividi come fossero una coperta, le onde, e non nuoto; cammino, ancora un po’. Poi non tocco più ed è come volare, prendo una boccata d’aria e guardo il sole rosso, il mare dello stesso color sangiue, il cielo che si riflette in esso. Venere compare, io m’immergo. Inganno gli uccelli che volano sopra la mia testa, essi credono io stia danzando. Invece anelo. Una flebile figura solitaria che ascolta il frastuono del silenzio… Tengo gli occhi aperti e vedo i miei lunghi capelli disperdersi intorno. Intorno, oltre i miei capelli: acqua. Quanto tempo posso stare senza respirare? Anelo ancora nel tentativo di restare in superficie ma scopro di essere troppo in basso, e forse, va bene lo stesso. Non tocco il respiro, ingoio sale e lacerazioni, ma nonostante sprofondo sinuosa, nel profondo… l’acqua è nera e bella, dimentico pene e peccati in un cupo sorriso che sfiora l’eterno. L’acqua che mi chiamava non mi restituirà, la corrente mi trasporta al largo e non posso resistere.Percepisco quasi l’oblio ritrovando pace di paradisi lontani.

1° Classificato e vincitore del Racconto Più Brutto 2014. “L’uccello del malaugurio” di Giuliana Mazzei

Chi sei?
Come non lo hai ancora capito? Sono il tuo uccello del malaugurio. Le nostre strade si intrecciano sempre. Chi ti manda? Forse quell’affascinante diavoletto che viene a trovarti nei tuoi sogni ricorrenti.
Lacrime che sgorgano, nere impresse lì, su quel quadro buttato là e forse obliato. Fogli svolazzano nell’aria, impregnata di odore acre di fumo e alcool.
Forse troppa solitudine? Vivere senza chiedersi in continuazione il perché.Voragine, vuoto incolmabile. La vita per Camilla è poesia. Quanti deliziosi turbamenti nella sua mente maldestra e disordinata. Foglietti sparsi in giro.
Camilla sognare si è bello, ma a volte la realtà ti schiaccia.
Reagire alla monotonia!
Imperativo solenne che echeggia. Veramente fai parte della terza specie? Ma che animale sei? Forse un bel gattino, che solo con una carezza comincia a fare le fusa. Come sei incredibile e bizzarra!
Chi ti ha mandato qui?
Il nulla impetuoso uccide il mondo. Soccombi. Poi però per qualche strana forza di gravità ti rialzi sempre. Ma a cosa aspiri davvero alla luce o alle tenebre?
Io ti vedo così: raggiante e cupa allo stesso tempo. La tua ancora di salvezza i sogni che custodisci lì, in quella soffitta segreta, angolo nascosto della tua mente.
Pensi e ripensi ai torti subiti. Poi ti lamenti per giunta del tuo ultimo corteggiatore. Vabbé aveva l’alito cattivo ma poverino che colpa ne aveva?
Dici di te stessa cose assurde: Addirittura che sei romantica!Calpesti i fiori e te ne freghi della raccolta differenziata! Non hai scuse. Morirai sola.
E vuoi pure essere cremata per non lasciare tracce di te sulla terra, però scrivi e dipingi, chissà per chi, se non per i posteri! Il tuo talento é nascosto, quasi invisibile; o incomprensibile?Sei così. Mutevole. Lunatica. Impavida.
Adesso si fa sul serio però devi concludere qualcosa. Devi arrivare a un traguardo, uno qualsiasi.
Che farai? Pensa positivo. Tutto passa Camilla. Anche il dolore? Certo! O lo vuoi custodire gelosamente come se fosse il tuo “salvatore”? Beh soffrire è stare strettamente agganciati alla realtà.
Ti innamori troppo. O tutto o niente, non è tutto bianco o nero Camilla. La vita è anche fatta di sfumature. Quelle che lasci là impresse nei tuoi quadri? No, non quelle e lo sai. Quelle dell’anima e della psiche.
La vita è lunga e emozionante, lo sai? Tanti dicono che è un “mozzico”, ma per noi no, vero Camilla? A volte guardi fuori, sposti la traiettoria dell’osservazione e scopri di non essere tanto sola.
Hai mille interesssi che parcheggi lì. Artista? Ma de ché. Incompresa sempre, da una vita.
Aspiri all’emancipazione e ti ritrovi in camera a leggere libri tipo: “Su con la vita Charlie Brown.” Bizzarrie…….Follia. Quando ti innamori impazzisci.
Sei proprio un personaggio. E canticchi in continuazione per farti compagnia. E il rapporto con Luca? Ingarbugliato sempre.Ma dove vuoi andare a finire?
Nel letto di chi? Di nessuno. Ho chiuso con l’altro sesso. Ma ne siamo proprio sicuri, Camilla? Adesso rilassati e pensa. E’ questa la vita che avresti voluto: confusa e piena di dubbi?
Sono sempre il tuo uccello del malaugurio. Te ne sei dimenticata? Sono troppo buono con te. La negatività ti rimbalza. Soccombo. Hai vinto. La vita un lungo viaggio pieno di contraddizioni, dove a volte emerge l’amore.
Stare con te è stimolante, è bizzarro è già tutto vita. A me va bene così. Uccello del malaugurio ti ho incastrato e riconosciuto.
Penso per tua sfortuna che non ti abbandonerò mai.

Ed ecco, infine, la premiazione.

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Morire (o quasi) di gentrizzazione https://minimaetmoralia.it/racconti/le-profonde-conseguenze-di-cui-certo-si-parla-ma-non-quanto-si-dovrebbe-del-fenomeno-della-gentrizzazione/ https://minimaetmoralia.it/racconti/le-profonde-conseguenze-di-cui-certo-si-parla-ma-non-quanto-si-dovrebbe-del-fenomeno-della-gentrizzazione/#comments Mon, 21 Apr 2014 17:47:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20147 di Claudio Morici È vero: noi romani, di generazione in generazione, siamo stati spazzati via dai quartieri centrali della nostra città. Il motivo principale lo sappiamo tutti: è diventato troppo caro. Nei quartieri del centro ora ci abitano gli stranieri, gli impiegati di qualche grossa azienda, i politici, i ricchi. Ma chi ci è nato […]

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di Claudio Morici

È vero: noi romani, di generazione in generazione, siamo stati spazzati via dai quartieri centrali della nostra città.
Il motivo principale lo sappiamo tutti: è diventato troppo caro. Nei quartieri del centro ora ci abitano gli stranieri, gli impiegati di qualche grossa azienda, i politici, i ricchi.
Ma chi ci è nato veramente, i romani veri, non ci sono più lì.

Veniamo sbattuti sempre più verso la periferia, di generazione in generazione, spazzati via da una forza cenfrifuga, come da un vento.
I miei bisnonni erano di via Cairoli, vicino Piazza Vittorio. I miei nonni vivevano sull’Appia. I miei genitori all’EUR e io… a Santa Maria delle Mole, provincia di Marino.
Prima dello scatto d’orgoglio, quando mi sono preso un mini appartamento a San Lorenzo, cazzo. Dove abito tuttora. E gli sgancio mezzo stipendio.

È un fenomeno studiato, si chiama gentrizzazione. Ci sono ricerche, indagini, statistiche. Se n’è già parlato anche in letteratura, ma ciò su cui credo non si è riflettuto abbastanza sono gli effetti che la gentrizzazione avrà non solo sul futuro dei nostri figli. Ma sul genere umano. Sì. Sul genere umano.

Perché mio figlio, se io ora sono tornato a vivere a San Lorenzo facendocela pelo pelo, mio figlio perderà inevitabilmente posizioni e si ritroverà sulla Romanina, a due passi dal raccordo.
“Almeno vicino c’è Ikea”, penserà sua moglie. “Potremmo andarci tutti i giorni”.
I miei nipoti, suoi figli, si prenderanno una bella villetta a Velletri, ci arriveranno come spazzati via da questo vento che viene dal centro di Roma che ancora li scapiglia. E loro a guardare questa villetta, tutti contenti, a pensare quanto sarebbe costata a Roma, meno male che siamo qua a Velletri, tutti larghi…
Ma i loro figli, i miei pronipoti, vivranno automaticamente a Perugia, perché nel futuro tutto va più veloce e in tre generazioni Roma non la vedi neanche più con il binocolo.
E i loro figli saranno albanesi, sì, non c’è niente di male, spiagge bellissime, gente socievole e con il prezzo di un box a Testaccio ti compri una palazzina a Tirana.
Tanto è un attimo, perché i loro figli vorranno tutti trasferirsi a Praga, dove la carbonara la fanno senza pancetta ma una birra costa 2 euro ed è pure buona, molto meglio della Peroni che bevevano i loro trisnonni per 5 euro in uno pseudo pub irlandese, dove neanche puoi giocare a freccette e quando esci trovi la multa sulla macchia.
E soprattutto i loro figli, una mattina, così all’improvviso si sveglieranno a Londra.
“Che culo”, penseranno.
C’è stata questa improvvisa virata ad ovest, di questo vento che ti spazza via da Roma, e si ritrovano dove vogliono andare tutti, anche se costa tanto.
“Che culo”, penseranno. “Alla lunga, conviene sempre peggiorare” scriveranno sulle loro bacheche di Facebook o di chissà quale social network tra 200 anni.

Ma faranno appena in tempo a scriverlo che i loro figli andranno a vivere in Scozia.
E i figli dei loro figli eccoli in Islanda, un lungo viaggio pieno di cappotti e sciarpette, dove il vento che è partito da Roma è una gianna freddissima, eccoli in Islanda a concepire e crescere dei figli che poi si ritroveranno obbligati a laurearsi in geologia e partire per una spedizione al Polo Nord. Che praticamente diventa la loro seconda casa, giusto perché non si possono portare appresso tutta la famiglia, al Polo Nord.
Vive tra il Polo nord e Rejkavik, ci sarà scritto nella quarta di copertina, se si mettono a scrivere come me, il loro antenato che ha scritto fino a novantanni, senza farci una lira.
Ma il pianeta Terra dopo il Polo Nord è finito. E da una parte è un grande sollievo.

Se non fosse che questi fenomeni non si arrestano di fronte a niente, e i figli di questo tipo che faceva avanti e indietro andranno a vivere… sulla Luna. Sì. Molto molto lontani da Roma.
Ma a questo punto saranno passate una decina di generazioni, non c’è niente di strano ad andare sulla Luna.
Molti dei nostri avi venivano dalle grotte del deserto dei Sahara migliaia di anni fa. Probabilmente, 60 metri quadrati di grotta nel Sahara hanno iniziato a costare tantissimo e allora… Tutti quei soldi per stare in un buco? Tanto vale…
E questi miei parenti alla lontana sulla Luna concepiranno figli che, certamente, dovranno vivere su altri pianeti, pianeti più periferici. Su Marte, ad esempio, a fare avanti e indietro tutte le mattine Luna-Marte, Luna-Marte, Luna-Marte che è molto peggio di Islanda-Polo nord, datemi retta, capite le conseguenze sul genere umano? Una vita di merda che però c’è a chi piace.
Due mesi di viaggio per lavorare un giorno e altri due mesi di viaggio per tornare a casa. Ogni volta che vai a lavoro ti finisci 12 libri. C’è gente che ha preparato 4 esami, una mattina, prima di arrivare a lavoro.
Ma a questo punto sarà una buona idea quella dei loro figli di andare a vivere su Plutone, che è un po’ provinciale, ma almeno c’è un sacco di verde. Fino a quando non dovrai spostarti anche da lì. E senza neanche che te ne accorgi ti ritrovi fuori dal Sistema Solare.

All’inizio dici, non è così lontano, c’è la Via Lattea. Non è così lontano rispetto all’estensione dell’Universo. E invece no, è un gran culo e basta. E poi non c’è un cazzo fuori dal Sistema Solare.
Dopo le 21 è tutto buio. Va bene se hai bambini piccoli, ma soffri un forte isolamento culturale, fuori dal Sistema Solare.

E mentre stai a lavoro chiudi gli occhi e ti metti a fantasticare. La tua memoria archetipica ti farà vedere Trastevere, via del Corso, Monti, Piazza Vittorio, San Pietro. Penserai che sono luoghi inventati dalla tua fantasia di essere umano represso e frustrato. Immagini bellissime di macchine dappertutto, cartacce per terra, centurioni che ti chiedono i soldi per la foto.
“Pensa il mio cervello che creatività!”, penserai. Poi però ti ricorderai del posto che ti aveva raccontato tuo nonno, che gli aveva raccontato suo nonno, e così via. “Ah ecco, mi pareva che ero creativo”, penserai.
“Meno mano, mica voglio fare la fine del mio antenato che scriveva”, dirai a te stesso con sollievo.
E ti verrà voglia di andare a visitarlo quel posto da cui è venuta la tua famiglia. Di abitarci no, costa un sacco di soldi… Ma così, in vacanza, per vedere da dove vieni, chi sei veramente. Solo che, da dove abiti, ora come ora ci metti 900 anni luce prima di raggiungere Roma.
È un po’ impegnativo. Chi te li dà 900 anni luce di ferie?
E con i bambini? Quando ritorni a casa dopo le vacanze sono due mummie, i tuoi figli.
900 anni di assenze a scuola, li bocciano.
E allora tra una cosa e un’altra, ti passa per la testa. Ti accontenti. “Alla fine, dài, non si sta tanto male fuori dal Sistema Solare”, ti dici. “Alla fine solo qui è rimasta ancora un po’ d’umanità. Fuori dal Sistema Solare”.

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I doveri di uno scrittore oggi https://minimaetmoralia.it/scrittura/uno-scrittore-oggi/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/uno-scrittore-oggi/#comments Wed, 26 Mar 2014 13:51:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19552 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero di Nuovi argomenti, da pochi giorni in libreria, intitolato "La rivista che sapeva troppo", che contiene, fra i molti, scritti di Francesco Piccolo, Giuseppe Rizzo, Ben Lerner, Keith Gessen, Antonella Lattanzi, Paolo Di Paolo, e un'antologia critica sulla nuova narrativa italiana a cura di 404 File Not Found

di Claudio Morici

Uno scrittore oggi deve osservare la realtà.
No. Uno scrittore oggi deve osservare dentro se stesso.
Uno scrittore oggi deve leggere molto.
Uno scrittore oggi sta troppo tempo sui libri, quello che dovrebbe fare è vivere davvero!
Uno scrittore oggi non può “vivere davvero”, altrimenti quando scrive?
Uno scrittore oggi non conta più nulla.
Mai come oggi c’è bisogno dello scrittore!

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero di Nuovi argomenti, da pochi giorni in libreria, intitolato “La rivista che sapeva troppo”, che contiene, fra i molti, scritti di Francesco Piccolo, Giuseppe Rizzo, Ben Lerner, Keith Gessen, Antonella Lattanzi, Paolo Di Paolo, e un’antologia critica sulla nuova narrativa italiana a cura di 404 File Not Found

di Claudio Morici

Uno scrittore oggi deve osservare la realtà.
No. Uno scrittore oggi deve osservare dentro se stesso.
Uno scrittore oggi deve leggere molto.
Uno scrittore oggi sta troppo tempo sui libri, quello che dovrebbe fare è vivere davvero!
Uno scrittore oggi non può “vivere davvero”, altrimenti quando scrive?
Uno scrittore oggi non conta più nulla.
Mai come oggi c’è bisogno dello scrittore!
Uno scrittore oggi deve usare almeno 45 vocaboli diversi in 2000 battute, con tutto lo spettro della punteggiatura e un’aggettivazione misurata. Altrimenti la lingua muore.
Uno scrittore oggi deve scrivere in modo semplice. Altrimenti muore lui.
Uno scrittore oggi è uno scrittore quando non pensa di esserlo.
Uno scrittore oggi è uno scrittore quando dice che non pensa di esserlo.
Uno scrittore oggi è uno scrittore quando lui pensa di esserlo solo un po’, e qualcun altro, a cui hanno già detto di essere uno scrittore, gli dice che è scrittore.
Oggi sono buoni tutti a scrivere.
Uno scrittore oggi deve trovarsi un lavoro che lo mantiene, scrivere il romanzo, beccare un editore, fare le presentazioni, promuoversi su internet, fare amicizia con i critici. E poi trovarsi un altro lavoro che lo mantiene, scrivere un altro romanzo, beccare un altro editore…
Uno scrittore oggi non deve fare nulla. Sono gli altri: gli editori, il pubblico, i critici, ecc… che, se sei veramente bravo, vengono da te. Aspettiamoli. (Conta fino a cento.)
Uno scrittore oggi non può lamentarsi. E quando facevi lo scrittore e c’era la guerra?
Uno scrittore deve saper toccare il braccio con il pollice dello stesso arto, spingendolo con l’altra mano. Io non ci riesco.
Uno scrittore oggi deve sapersi autocensurare: c’è troppa gente che scrive e lui, quando scrive, deve avere l’umiltà di essere scrittore senza scrivere.
Uno scrittore oggi, ad esempio, non può scrivere romanzi dove muore sempre qualcuno.
Uno scrittore oggi deve scrivere romanzi divisi in quattro parti. Nella prima muore uno, nella seconda altri tre, nella terza anche le loro famiglie più il protagonista. Nella quarta muore lo scrittore stesso, i lettori, l’editore e il promotore nazionale.
Uno scrittore oggi si prende il 7% sul prezzo di copertina del suo romanzo.
Uno scrittore oggi dà all’editore il 93% sul prezzo di copertina del suo romanzo.
Uno scrittore oggi deve saper ballare il tip tap.
Uno scrittore oggi deve sapere ballare il tip tap ma solo quello vero, con quelli veri che ballano il tip tap, solo in America, dove il tip tap ce l’hanno nel sangue, dove è parte della loro cultura.
Uno scrittore oggi non balla mai, scrive, non balla.
Uno scrittore oggi può ballare come e dove vuole. Basta che non ci siano intorno altri scrittori.
Uno scrittore oggi non deve mai andare alle feste dove ci sono tanti scrittori, altrimenti scrive un libro che parla di una festa dove ci sono tanti scrittori.
Uno scrittore oggi deve andare alle feste con altri scrittori, altrimenti dove li vede? In ufficio?
Uno scrittore oggi deve fare cose che arrivano alla gente, come il rimborso dell’imu.
Senza compiere l’errore di fare cose che non arrivano alla gente, come il rimborso dell’imu.
Uno scrittore oggi mentre fa le cose che arrivano alla gente non deve far vedere che le fa perché arrivano alla gente… Deve dire che gli sono venute così, va a sapere perché. O al massimo pensando all’enorme sofferenza del mondo e del genere umano.
Uno scrittore oggi non può contare sull’ispirazione, ma su ore e ore di lavoro.
Uno scrittore oggi, se ci mette ore e ore di lavoro, è poco spontaneo.
Uno scrittore oggi deve saper fare le lasagne. O comunque un piatto che tira fuori a un certo punto e dice “so fare le lasagne” e tutti lo guardano come a dire “hai capito, pure le lasagne sa fare”. Ma qualcuno pensa “non ci sono più gli scrittori di una volta”, perché una volta non sapevano proprio cucinare o non avevano tempo, o cucinavano le donne, perché c’erano meno scrittori donne che scrittori uomini.
Uno scrittore oggi non deve rompere le palle all’editore. Uno scrittore oggi non deve rompere le palle ai giornalisti. Uno scrittore oggi non deve rompere le palle al pony express quattordicenne che porta il libro dal magazzino della casa editrice alla casa dell’amico del giornalista, che lo farà leggere al giornalista.
Uno scrittore oggi deve rompere le palle, altrimenti non vai da nessuna parte.
Uno scrittore oggi può sbagliare solo se è ubriaco.
Uno scrittore oggi non deve sbagliare ma scrivere che ha sbagliato.
Uno scrittore oggi sbaglia sempre, perché non ci sono più veri scrittori.
Uno scrittore oggi clicca qui, anche se siamo su cartaceo. Uno scrittore oggi deve amare il proprio editore odiandolo deve amare i propri lettori, odiandoli deve amare scrivere odiandolo.
E tutto questo su una gamba sola. Saltellando! Per farsi pubblicità!
Ma uno scrittore oggi non può pubblicizzare il suo libro, perché il suo libro deve parlare da solo. Se il libro non parla da solo, è inutile pubblicizzarlo, significa che non è buono. Ascol- tiamolo insieme. (Conta fino a cento.)
Uno scrittore oggi deve fare tanti lavori, mai lo scrittore. Uno scrittore deve fare lo scrittore e basta.
Uno scrittore deve fare il cubo magico senza guardare su Internet.
Uno scrittore oggi se gli chiedono “sei uno scrittore bravo?”,
deve dire “questo non lo so, lo deve chiedere a chi mi ha letto”. Anche se gli chiedono “vendono i tuoi libri?” deve dire “questo non lo so, lo deve chiedere a chi mi ha letto”. Perché l’editore non glielo dirà mai.
Lo scrittore oggi, se non ha più nulla da dire deve stare molto, molto attento. Perché se gli pubblicano lo stesso i libri… Se gli pubblicano i libri… rischia di abbattere alberi inutilmente! C’è uno scrittore italiano, uno francese e uno inglese. Lo scrittore italiano a un certo punto muore di fame.
C’è uno scrittore italiano, uno cinese e uno americano. Arriva quello italiano scrive un libro e lo fa leggere agli altri due, che non ci capiscono un cazzo.
Uno scrittore oggi non deve avere tante copie del suo libro a casa.
Uno scrittore oggi deve avere tante copie del libro a casa, perché le chiedono tutti a lui.
Uno scrittore oggi deve suicidarsi perché non l’ha fatto ancora nessuno della sua generazione.
Uno scrittore oggi deve suicidarsi con una busta di plastica.
Sbattendosela addosso tante volte, finché non muore.
Uno scrittore oggi deve essere simpatico ma anche antipatico. L’editore quando vede lo scrittore deve poter pensare “simpatico, ma anche un po’ antipatico”.
Il lettore quando vede lo scrittore deve poter pensare “simpatico, ma anche un po’ antipatico”.
Lo scrittore oggi deve fare tutto questo mentre è bendato, incatenato e immerso in una vasca di pescecani con trenta se- condi per slegarsi e una settimana per scrivere un libro all’altezza del precedente.
E una volta che ha fatto tutto questo, deve tornare a casa dove lo aspetta una vita normale, perché deve avere anche una vita normale altrimenti non conoscerà mai la vita normale delle persone e di che scrive? Di una festa con tanti scrittori? Dove lo vede il male che si nasconde in una vita normale, se non ha mai avuto una vita normale? Allora deve avere una vita normale, lo scrittore oggi, e a un certo punto, stanco, si mette anche a letto con il pigiamino, perché lo scrittore oggi ha un pigiamino normale. Spegne la luce non trovando subito l’interruttore. E al buio pensa: “chi me l’ha fatto fare?”.

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Racconti da Camera 6 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-6/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-6/#comments Fri, 31 May 2013 14:40:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14521 Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. La regia è di Claudio Martinez.

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Claudio Morici

Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. La regia è di Claudio Martinez.

Racconti da Camera 6: Mia nonna è sovrastimata

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Racconti da Camera 5 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-5/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-5/#respond Sun, 24 Mar 2013 07:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13714 Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. La regia è di Claudio Martinez.

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Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. La regia è di Claudio Martinez.

Racconti da Camera 5: Amore a prima vista

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Racconti da Camera 4 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-4/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-4/#comments Sun, 03 Mar 2013 10:16:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13349 Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. La regia è di Claudio Martinez.

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Racconti da Camera 4: L’infuso

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Racconti da Camera 3 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-3/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-3/#comments Sun, 17 Feb 2013 10:16:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13104 Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. Una pillola a settimana, con auspicabili effetti collaterali. Sono anche Koan di pochi minuti dove, appena si finisce di raccontare, ci si accanisce sulla (video) camera. Come dovrebbe succedere sempre e a tutti. La regia è di Claudio Martinez.

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Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. Una pillola a settimana, con auspicabili effetti collaterali. Sono anche Koan di pochi minuti dove, appena si finisce di raccontare, ci si accanisce sulla (video) camera. Come dovrebbe succedere sempre e a tutti. La regia è di Claudio Martinez.

Racconti da Camera 3 – Amore Politico

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Racconti da Camera 2 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-2/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-2/#comments Sun, 10 Feb 2013 14:24:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12995 Scritti e letti da Claudio Morici (L’uomo d’argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. Una pillola a settimana, con auspicabili effetti collaterali. Sono anche Koan di pochi minuti dove, appena si finisce di raccontare, ci si accanisce sulla (video) camera. Come dovrebbe succedere sempre e a tutti. La regia è di Claudio Martinez.

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Racconti da Camera 1 – Già scopati

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Racconti da Camera 1 https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-1/ https://minimaetmoralia.it/video/racconti-da-camera-1/#comments Sun, 03 Feb 2013 09:24:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12838 Scritti e letti da Claudio Morici (L'uomo d'argento, E/O 2012), i Racconti da Camera sono pillole di vita quotidiana con la sorpresina dentro. Una pillola a settimana, con auspicabili effetti collaterali. Sono anche Koan di pochi minuti dove, appena si finisce di raccontare, ci si accanisce sulla (video) camera. Come dovrebbe succedere sempre e a tutti. La regia è di Claudio Martinez.

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Racconti da Camera 1 – Ho vinto

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