Clini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/clini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Jun 2013 06:22:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Clini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/clini/ 32 32 In attesa di sentenza. Una storia radioattiva. https://minimaetmoralia.it/interventi/in-attesa-di-sentenza-una-storia-radioattiva/ https://minimaetmoralia.it/interventi/in-attesa-di-sentenza-una-storia-radioattiva/#respond Fri, 28 Jun 2013 06:22:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14802 Lettera di Gianfranco Bettin Nei prossimi giorni giungerà a sentenza a Roma un processo che dura da anni, che riguarda una storia importante che forse molti hanno dimenticato e di cui magari non importa quasi più niente a nessuno, ma che potrebbe pesare molto sulla mia vita così come, in verità, sta già accadendo da […]

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Lettera di Gianfranco Bettin

Nei prossimi giorni giungerà a sentenza a Roma un processo che dura da anni, che riguarda una storia importante che forse molti hanno dimenticato e di cui magari non importa quasi più niente a nessuno, ma che potrebbe pesare molto sulla mia vita così come, in verità, sta già accadendo da tempo. E’ un processo che, a latere, ma non tanto, dell’argomento scatenante, per le modalità in cui si è svolto, chiama in causa anche la natura stessa della rappresentanza democratica e la possibilità, attraverso atti istituzionali così come attraverso la libera stampa, di porre domande scomode, di cercare la verità anche su fatti scabrosi.
E’ una storia che ri-comincia alcuni anni fa, nel 2005, ma che rinvia a qualcosa che è accaduto in tempi più lontani, nel 1990 a Porto Marghera, e che oggi sta per giungere a un primo epilogo, dopo un lungo processo presso il tribunale di Roma, nel quale sono coinvolto come imputato. Rischio di essere condannato a pagare un milione di euro più le spese legali, somma che (perfino in dimensioni molto minori di queste) naturalmente non possiedo, con tutte le conseguenze del caso a mio carico. A scanso di equivoci, anticipo subito che lo scopo di questa mia nota è solo di far conoscere una storia che ha implicazioni pesanti di natura generale, non solo per me. Per quanto riguarda la mia vita, in ogni caso, cercherò di arrangiarmi. Qui vi chiedo soltanto, per favore, di leggere con un po’ di attenzione il racconto che segue.

Nel febbraio del 2005 a firma del giornalista Riccardo Bocca il settimanale “L’Espresso”, nel quadro di una più vasta inchiesta che si occupava tra l’altro delle piste seguite da Ilaria Alpi prima di essere assassinata insieme a Miran Hrovatin a Mogadiscio nel 1994, pubblicò un articolo su un traffico di rifiuti tossici e nocivi. In particolare si occupò del carico trasportato dalla motonave “Jolly Rosso” che nel 1989 il governo italiano aveva inviato a Beirut per recuperare circa 2 mila tonnellate di rifiuti tossici, contenute in circa 10 mila fusti, scaricate tempo prima da un’azienda lombarda (la Jelly Wax), secondo una prassi che aveva visto per anni molte aziende italiane smaltire, spesso con complicità mafiose e perfino di apparati dello Stato, rifiuti tossici in altri paesi, oppure affondandoli in mare (dopo averli a lungo smaltiti sul territorio nazionale in discariche abusive, avvelenando buona parte di certe regioni). Rientrata in Italia, la Jolly Rosso rimase dapprima all’ancora in rada e poi entrò nel porto di La Spezia in attesa che si decidesse come e dove smaltirne il carico tossico, cosa che infine fu stabilito dovesse avvenire in alcuni siti industriali, tra i quali Porto Marghera, precisamente nell’impianto SG31 della Monteco nell’area del petrolchimico.
E’ a questo punto che la storia di quei rifiuti diventa anche una nostra storia, e infine una storia mia.
All’epoca ero consigliere di quartiere a Marghera e, insieme ai Verdi e agli ambientalisti della città, in diretto contatto con operai delle fabbriche chimiche, partecipai attivamente alla mobilitazione per conoscere l’esatta composizione di quei rifiuti. Dall’interno della fabbrica, infatti, ci avevano segnalato alcune inquietanti anomalie a proposito dei fusti trasferiti qui nell’aprile 1989 dalla “Jolly Rosso” che, tra l’altro, tendevano a gonfiarsi. Sempre da dentro la fabbrica ci venne detto che, nei rifiuti, sarebbe stato presente anche una certa quantità di URANIO. Malgrado le proteste – compresa una petizione all’Ulss veneziana (allora la n.36) sottoscritta da 50 operai del petrolchimico che denunciava “l’insostenibile situazione creatasi in seguito alle continue emissioni di fumi e per altre sostanze di origine ignota” – a partire dall’8 novembre i rifiuti tossici vennero bruciati nell’impianto SG31.
Di fronte alle proteste, il direttore del servizio di Igiene pubblica dell’Ulss 36 reagì contestando le valutazioni espresse dagli operai sottoscrittori della petizione e dagli ambientalisti e, anzi, presentò un esposto alla Procura di Venezia perché si sarebbe contribuito a “diffondere disinformazione per creare allarme tra la popolazione”. L’esposto fu archiviato.

Di questa storia si tornò a parlare, appunto, nel febbraio 2005 quando “L’Espresso”, ricordando quella vicenda, citò una relazione dell’Ulss 36 datata 28 febbraio 1990 nella quale, analizzando la condensa dei fumi usciti dal forno SG31 in due momenti diversi, 19 gennaio e il 7 febbraio 1990, si conferma la presenza di uranio. L’Espresso riportò anche il commento di Gianni Mattioli, allora docente all’Università di Roma, il quale, sottolineando come “le concentrazioni rilevate dall’Ulss 36 sono certamente preoccupanti e superano le percentuali allora fissate per legge”, anche considerando che i fumi del camino “prima di toccare terra subiscono una significativa diluizione”, sostenne che “nessuno può negare che sia stata smaltita una sostanza radioattiva. Anzi, è necessario aprire un’inchiesta per capire che tipo di uranio fosse, visto che l’Ulss non lo indica. Si trattava di combustibile esaurito di reattori? O di uranio impoverito? O, ancora, di combustibile nucleare?”

Nel febbraio 2005 ero Prosindaco della città (lo rimasi fino all’aprile di quell’anno) e consigliere regionale (lo sarei rimasto fino al 2010). In questa duplice veste chiesi a chi di dovere spiegazioni su tale vicenda, di cui come si è visto mi ero già occupato molti anni prima, alla luce degli elementi nuovi che L’Espresso aveva pubblicato. Presentai, dunque, un’interrogazione al presidente della giunta regionale del Veneto, nella quale, dopo aver sommariamente riassunto la vicenda, chiedevo alla giunta “se è a conoscenza dei fatti; qual è l’entità e la natura dell’inquinamento radioattivo, se intende rendere pubblico il referto dell’Ulss tenuto segreto per 15 anni”.
La pubblicazione dell’articolo e la mia interrogazione (oltre a una, analoga, presentata alla camera dei deputati dall’allora parlamentare Luana Zanella) provocarono l’immediata reazione dell’ex responsabile del servizio di igiene pubblica dell’Ulss, il dott. Corrado Clini, che nel frattempo, dall’inizio del 1990 si era trasferito a Roma al Ministero dell’Ambiente, del quale diventerà e resterà a lungo Direttore generale (e, di recente, com’è noto, anche ministro, fino all’aprile 2013). Clini contestò in toto, con dichiarazioni riprese dalla stampa e dagli altri media, la ricostruzione dell’Espresso e contro il settimanale e contro gli autori delle due interrogazioni in sede regionale e parlamentare, il sottoscritto e Luana Zanella, presentò querela in sede civile presso il tribunale di Roma.
Al dottor Clini, sia il sottoscritto sia Luana Zanella, risposero, con un comunicato ufficiale, che nelle interrogazioni in Regione e in Parlamento il suo nome veniva citato solo a proposito delle critiche che egli aveva rivolto, all’epoca dei fatti, agli ambientalisti e che nessuna insinuazione o affermazione esplicita era rivolta nei suoi confronti e ogni riferimento a fatti specifici era posto al condizionale, quando non supportato da precisi referti e che dunque il solo fine dei nostri atti istituzionali era la piena conoscenza di quanto avvenuto intorno alla vicenda Jolly Rosso, cosa in seguito ribadita in diverse occasioni.

Alla vigilia del processo, il parlamento tutelò, come da prassi, l’on. Zanella rifiutando l’autorizzazione a procedere in quanto l’atto istituzionale – l’interrogazione – è prerogativa inviolabile di deputati e senatori. Sulla stessa linea si mosse la giunta regionale di allora (2005 – 2010) presieduta da Giancarlo Galan, che incaricò il prof. Mario Bertolissi, docente di Diritto costituzionale all’Università di Padova, di stilare un ricorso per conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale la quale, dopo alcuni anni nel corso dei quali il processo rimase sospeso presso il Tribunale di Roma, stabilì che la Regione dovesse porre la questione all’apertura effettiva del processo.
Si giunse quindi, nel 2010, all’apertura del processo nel quale, come imputati, eravamo rimasti soltanto il sottoscritto e il giornalista Riccardo Bocca autore del servizio pubblicato dall’Espresso. Nel frattempo era mutata la giunta regionale, ora presieduta da Luca Zaia, e il sottoscritto, non più consigliere regionale, provvide a segnalare alla Regione la necessità di procedere secondo l’indicazione della Corte Costituzionale e secondo la stessa prassi seguita dalla Regione da sempre, volta a tutelare il diritto dei suo eletti a porre, attraverso interpellanze, interrogazioni e altri atti ispettivi, qualunque domanda si ritenga necessaria per conoscere una data situazione e un dato problema.
La Regione, tuttavia, non ha mai provveduto a sollevare il conflitto di attribuzione, non ha mai difeso, in questo processo, il diritto dei propri rappresentanti – che sono, nella regione, rappresentanti del popolo esattamente come i parlamentari lo sono a livello nazionale – a essere tutelati nelle proprie prerogative. Le quali non sono affatto dei privilegi ma rappresentano la garanzia che, in nome dei cittadini tutti, si possano porre anche le domande più scomode, anche nei confronti di chi è potente, persona o istituzione che sia.
La Regione, a differenza di come si è sempre comportata in passato, ha lasciato aprire il processo, lo la lasciato continuare e infine chiudere, senza muovere un dito. Creando, così, un precedente pericolosissimo sia sul piano istituzionale e formale sia su quello sostanziale. Se passa il principio che si può querelare un’interrogazione, un atto ispettivo (insieme alle dichiarazioni che lo illustrano), si crea un vulnus letale nella rappresentanza e nei suoi diritti e poteri. Ignoro il motivo di questa scelta: si può pensare a sciatteria oppure a precisa volontà politica di discriminare il sottoscritto o ad altri motivi ancora. L’effetto è che comunque viene minata la pienezza del mandato istituzionale e che uno strumento indispensabile per l’accertamento delle verità viene svuotato.

Non ho niente da dire sul dott. Corrado Clini. Egli – assistito dal grande studio legale che presta anche consulenza giuridica al ministero per l’Ambiente – esercita una possibilità che l’attuale normativa lascia a chiunque, specie se potente, scambi le critiche per reati e dunque voglia e possa tenerti per anni in un processo, costoso, lungo, scomodo, scoraggiante per chiunque non disponga di mezzi per sostenere questa pesante prova. E’ la legge che andrebbe cambiata, come da tempo sostengono in molti, dall’Associazione art. 21 a giornalisti e operatori dell’informazione ad associazioni e attivisti che si vedono opporre querele milionarie e processi insostenibili per modi e tempi. Ed è la Regione del Veneto a dover essere indicata come un ente che non rispetta sé stesso né i propri esponenti, che non ha avuto in questo caso la dignità di rivendicare il proprio ruolo non certo a difesa di un privilegio bensì a tutela del diritto di tutti i cittadini alla piena e inviolabile rappresentanza.

Ora, infine, sto aspettando la sentenza, che dovrebbe giungere a giorni, se non a ore. L’aspetto con un carico di vera angoscia determinato sia dal rischio concreto – pagare una cifra esorbitante, che non possiedo, e restare magari per altri anni inchiodato a un processo che anche in caso di assoluzione continuerebbe in Appello e in Cassazione, con altre spese e altre complicazioni, e con rischi immutati – sia dalla prospettiva di veder dissolversi, per l’ignavia o a causa della complicità attiva della Regione Veneto, forme consolidate di tutela per chi, per ruolo istituzionale (come i consiglieri o gli amministratori) o per attività professionale (come i giornalisti), ha il diritto e il dovere di porre anche le domande più scomode, di continuare a cercare la verità su vicende in cui siano in gioco l’interesse pubblico e il diritto a sapere di tutti i cittadini.

Vi ringrazio dell’attenzione

Gianfranco Bettin

Venezia, giugno 2013

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Scusate di nuovo https://minimaetmoralia.it/societa/scusate-di-nuovo/ https://minimaetmoralia.it/societa/scusate-di-nuovo/#comments Mon, 14 Jan 2013 09:26:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12452 Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

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Questo pezzo è uscito su Carmilla nei giorni in cui il Senato approvava il decreto Ilva. (Immagine: Andrea & Magda.)

Scusate… scusatemi se scrivo sempre della stessa cosa, ma…
Allora, insomma. Taranto se la stanno giocando ai dadi in Parlamento. La Camera ha già fatto la sua puntata e il Senato si appresta a farlo. Io rientro in Brianza dopo tre giorni passati dentro quella torre satanica che è l’ospedale Nord, sesto piano, reparto oncologia. Andatevelo a vedere, l’ospedale Nord. Sorge in una landa desolata, sorge sul nulla. Intorno solo cespugli, una roulotte bruciata e cani impazziti che brancolano nel buio a caccia di topi. L’ospedale ha un pronto soccorso. Arriva una malata di cancro. Una vecchia insegnante della scuola D’Aquino, quartiere Tamburi. S’è appena ripresa da un cancro all’utero che le ha fruttato l’asportazione di tutto quello che aveva in mezzo alle gambe che c’è ricaduta, la lazzarona: tumore alla membrana peritoneale.

Ha trascorso metà della sua vita in quella scuola. Le hanno pure ammazzato due alunni nel cortile. Cinque colpi di P38 mentre gli altri ragazzini uscivano dopo il suono della campanella. Ora singhiozza in un letto ridotta a un ammasso di ossicini e pelle. Pesava 65 chili, l’insegnante… ora va poco più di quaranta. Dosi da cavallo di Oxaliplatino, Streptozocina e dio sa cos’altro l’hanno messa in ginocchio.

Sabato 15 dicembre tra le vie di Taranto s’è andata radunando un botto di gente che urlava il proprio rancore e dolore contro il ragnatelico attacco politico alla città. Altra gente se ne stava sui balconi a bestemmiare. Altri fumavano agli angoli delle strade. Da ste parti ogni tanto arriva una troupe televisiva e si inscena una puntata speciale sulle polveri sottili e i metalli pesanti presenti nell’aria. I conduttori hanno la giacca e la cravatta, le conduttrici il tailleur e le calze velate. La magistratura ha detto in prosa e musica che i signori del vapore hanno rotto il cazzo e si sono mangiati viva la città. Abbiamo mandato a puttane cozze, agnelli, terreni, scogli, gabbie toraciche, arterie e uno dei mari più belli. I governi hanno rotto i coglioni per non rompere i loro scellerati patti con cordate di uomini che farebbero orrore a Howard Phillips Lovecraft e sì che lui ci conviveva, coi magri notturni. La legge, mi hanno insegnato, è posta a tutela dello stato di diritto. Ma ci sono realtà dove la legalità è un cartello di cartone pressato da appendere alle palle di quelli che si beccano il tumore alle vie respiratorie.

L’insegnante di cui prima arriva al pronto soccorso dell’ospedale Nord. Ha una gamba impazzita a causa di una trombosi, la pelle del cranio che le si ritira all’apice del teschio privo di capelli e l’urgenza di una tac e un ecodoppler. Risultato? Decidono di non ricoverarla per mancanza di letti. La gente intanto si accalca davanti alla porta dell’ambulatorio di oncologia. I medici acquartierati dietro porte di lamiera e vetrocemento osservano i fottuti che reclamano una pet, un’ecografia, un appuntamento per la radioterapia interna. Dentro, nella stanza numero otto, un letto di emergenza viene ficcato tra un frigo e un armadietto e l’insegnante viene fatta sdraiare se non altro per omaggiarla dell’attesa al piano meno uno che è stata di sei ore, dalle nove alle tre del pomeriggio. Nella stessa stanza un medico acido e cinico sta spiegando a un uomo con gli occhiali alla Saragat che sua moglie è spacciata e se la può pure portare a casa. Se avrà culo potrà trovare un posto alla cittadella della carità di San Paolo.

Vogliono dissequestrare manufatti realizzati in frode alla legge; vogliono permettere l’attività di un impianto chiuso con sentenza da un’autorità giudicante; un latitante chiede garanzie e un presidente di regione che ha fatto la sua parte nella sozzeria ilviana ha tentato la scalata con le primarie del suo partito. Un sindaco che ha fallito come politico e come pediatra, buono solo a mettere i bastoni tra le ruote ai ragazzi che volevano trasformare il cantiere Maggese in un centro culturale strappandolo agli happy hour dei figli dei primari. Intanto l’insegnante s’è sdraiata e gli infermieri si cacano il cazzo perché perde liquidi a terremoto e il letto sporco dev’essere risistemato. Bottiglie di champagne… si vede passare anche un carrello con delle bottiglie, ma per una sacca di sangue bisogna andare al Santissima Annunziata che dista una ventina di chilometri da lì. Dove sta scritto che una città per qualche migliaio di posti di lavoro si deve calare le brache e deve accettare fiale al veleno più numerose delle fialette puzzolenti a carnevale?

L’insegnante è una vedova il cui marito lavorava nell’acciaieria. Pure il cognato, il nipote e lo scialpo [il balbuziente] del terzo piano lavoravano al siderurgico. ‘Ann muert’ tutte!
Lei prova un po’ di disagio a farsi lavare da un robusto infermiere e poi gli regala venti euro perché si sente in difetto perché s’è ammalata e non se la fida nemmeno ad andare in bagno.

Mario Monti sorride, Clini sorride, Passera sorride e ognuno di loro ha parole di conforto per la città fottuta e a corto di buonumore. Per quanto mi riguarda possono andare a fare in culo tutt’e tre e appress’a loro la torreggiante pletora di portaborse e tirapiedi che si portano dietro.
Insomma per farvela breve l’insegnante riceve il suo buon brodino e una manciata di pillole tutte belle bianche.
Nello sterrato davanti all’ospedale il parcheggiatore abusivo chiede quaccheccose a comodo vostro, dottò!
Niente da fare, bello, sono venuto in pullman!
E via, verso un tour di Paolo VI nord e Paolo VI sud che merita il prezzo del biglietto: 70 centesimi.

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