Coconino Press Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coconino-press/ un blog di approfondimento culturale Mon, 12 Nov 2012 12:52:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Coconino Press Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coconino-press/ 32 32 Dove succedono le cose https://minimaetmoralia.it/fumetto/dove-succedono-le-cose/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/dove-succedono-le-cose/#respond Thu, 04 Oct 2012 13:26:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9648 Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D - la Repubblica. Illustrazione di Andrea Bruno.

Gli aerei come filo conduttore di una storia, e gli aeroporti come frontiera che separa o che avvicina. Dipende dalla prospettiva. Scritto dal cantautore Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e disegnato dal fumettista Andrea Bruno, Come le strisce che lasciano gli aerei (Coconino Press, verrà presentato il 5 ottobre a Ferrara al Festival di Internazionale) è un fumetto estremamente lirico e contemporaneo che accade in cinque giorni, tra febbraio e marzo del 2011, e nelle vite di tre ragazzi, Micol, Rashid e Rico. Ha dentro molto struggimento, e la capacità e il coraggio di affrontarlo, una sua strana bellezza (nei testi, nei disegni e nell’equilibrio dei due) e alcuni tentativi di amore che sono amore anche quando incompiuti o interrotti. A contestualizzare il tutto c’è la cronaca degli sbarchi clandestini, con la loro doppia natura di approdo e fuga, i phone center e gli aeroporti.

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Questo pezzo è stato parzialmente pubblicato su D – la Repubblica. Illustrazione di Andrea Bruno.

Gli aerei come filo conduttore di una storia, e gli aeroporti come frontiera che separa o che avvicina. Dipende dalla prospettiva. Scritto dal cantautore Vasco Brondi (Le luci della centrale elettrica) e disegnato dal fumettista Andrea Bruno, Come le strisce che lasciano gli aerei (Coconino Press, verrà presentato il 5 ottobre a Ferrara al Festival di Internazionale) è un fumetto estremamente lirico e contemporaneo che accade in cinque giorni, tra febbraio e marzo del 2011, e nelle vite di tre ragazzi, Micol, Rashid e Rico. Ha dentro molto struggimento, e la capacità e il coraggio di affrontarlo, una sua strana bellezza (nei testi, nei disegni e nell’equilibrio dei due) e alcuni tentativi di amore che sono amore anche quando incompiuti o interrotti. A contestualizzare il tutto c’è la cronaca degli sbarchi clandestini, con la loro doppia natura di approdo e fuga, i phone center e gli aeroporti.

“M’interessava soprattutto l’idea delle partenze”, dice Brondi, “dei cambi geografici come se si cercasse di fuggire da un’epoca, del desiderio di delocalizzare la propria vita. È una cosa che c’è sempre stata e ha a che fare con i moti dell’anima. A me interessava raccontarla parlando di un fatto di cronaca e di cinque giorni reali, che in poco più di un anno semplicemente hanno smesso di essere attualità”.

Gli aerei sono nel titolo e nei disegni.

Sono il filo conduttore della storia. Cominciavo a vederne sempre di più. Se ci fai caso, in qualsiasi libro fotografico trovi immagini di aerei. E cominciano ad avere una quantità di significati. Così come gli aeroporti, che sono le nostre vere frontiere: ti perquisiscono, vogliono vedere i documenti, decidono dove puoi stare e dove no. Dicono che non ci sono frontiere in Europa, e non è vero.

A un certo punto del fumetto c’è Philippe Petit, in bilico tra le Twin Towers.

Mi piaceva l’idea che ci fosse quel fotogramma lì. È entrato a far parte dell’immaginario comune, e sposta la prospettiva da luogo urbano a dimensione dell’anima. L’arte del funambolismo in sé ti sposta la prospettiva. Il lavoro di Petit è difficile da spiegare, indecifrabile, ma lì in bilico tra i palazzi con il vento mi sembrava stesse nella stessa posizione scomoda che hanno i tre personaggi. Alla fine questa è una storia che ha a che fare con il realismo più quotidiano, ma anche con l’immaginario, e che ha i suoi momenti di surrealtà in un cielo pieno di aerei e nel metaforico equilibrio tra palazzi.

Micol alla fine delle storia si chiede dov’è che succedono le cose. Dove succedono?

Succedono dove sei tu in questo momento. Dove ti predisponi a farle succedere e ti metti allo sbaraglio. Dicevano i CCCP: ogni posto è quello giusto, non Berlino ma Carpi e l’Emilia, la situazione è eccellente.

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Vite a fumetti https://minimaetmoralia.it/fumetto/vite-a-fumetti/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/vite-a-fumetti/#respond Tue, 26 Jun 2012 13:46:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8518 Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia sulle graphic novel «Io le pago» di Chester Brown e «Al Capolinea» di Joe Matt (Coconino Press).

Io le pago è il fumetto autobiografico in cui Chester Brown descrive quindici anni di relazioni con le prostitute. Da quel giorno del 1996 in cui la sua ragazza gli confessa di sentirsi attratta da un altro, all’estate del 2010, quando si rende conto che, di fatto, ormai frequenta sempre la stessa donna, anche se continua a pagarla.

Secondo la tradizione del fumetto underground americano (Harvey Peaker, Robert Crumb) Chester Brown pensa e parla molto all'interno delle sue vignette. Discute la sua scelta pubblicamente, con i suoi amici – i fumettisti Seth e Joe Matt insieme ai quali negli anni novanta formava il così detto Toronto Trio – con un’amica e persino con la sua ex ragazza. Non ha sensi di colpa e non vede la cosa come degradante, per sé o per le ragazze. Frequenta escort che ricevono nel loro appartamento-studio o che vengono a domicilio, niente sesso negli autolavaggi, nessuna di loro sembra costretta a farlo. Andare a mignotte significa: bussare alla porta con il dubbio se la persona che la aprirà sarà davvero attraente, pulire casa se è la ragazza a venire da te, chiacchierare con lei, farsi mettere il preservativo se non ci pensa da sola, pagare prima o pagare dopo, darle o meno una mancia.

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Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia sulle graphic novel «Io le pago» di Chester Brown e «Al Capolinea» di Joe Matt (Coconino Press).

Io le pago è il fumetto autobiografico in cui Chester Brown descrive quindici anni di relazioni con le prostitute. Da quel giorno del 1996 in cui la sua ragazza gli confessa di sentirsi attratta da un altro, all’estate del 2010, quando si rende conto che, di fatto, ormai frequenta sempre la stessa donna, anche se continua a pagarla.

Secondo la tradizione del fumetto underground americano (Harvey Peaker, Robert Crumb) Chester Brown pensa e parla molto all’interno delle sue vignette. Discute la sua scelta pubblicamente, con i suoi amici – i fumettisti Seth e Joe Matt insieme ai quali negli anni novanta formava il così detto Toronto Trio – con un’amica e persino con la sua ex ragazza. Non ha sensi di colpa e non vede la cosa come degradante, per sé o per le ragazze. Frequenta escort che ricevono nel loro appartamento-studio o che vengono a domicilio, niente sesso negli autolavaggi, nessuna di loro sembra costretta a farlo. Andare a mignotte significa: bussare alla porta con il dubbio se la persona che la aprirà sarà davvero attraente, pulire casa se è la ragazza a venire da te, chiacchierare con lei, farsi mettere il preservativo se non ci pensa da sola, pagare prima o pagare dopo, darle o meno una mancia.

Razionalissimo, ci mostra il suo pisello a cannuccia, le tette grandi e piccole di una mezza dozzina di ragazze, le miniature delle loro posizioni a letto. Le figurine umane che Brown disegna somigliano a degli insetti che agitano le ali inchiodati al materasso, e i suoi pensieri sono del tipo: “È carina nella media, ma non è il mio tipo. E questo pompino è proprio mediocre”. Oppure: “È meno giovane di quello che speravo, probabilmente sulla trentina, ma è piuttosto attraente. – vignetta successiva – Bacio senza passione. – vignetta successiva –  Sembra carina, ma ha un accento molto marcato… un po’ difficile comunicare con lei”.

La freddezza nei disegni di Brown e lo sguardo alieno con cui affronta l’argomento sono funzionali alla storia che racconta: la sua è una critica all’amore romantico e idealizzato che condanna gli uomini a una monogamia possessiva che li rende infelici. E bisogna ammettere che la libertà e la serenità con cui alla fine sembra gestire una cosa problematica come il sesso sono decisamente invidiabili.

Quello che invece è impossibile da invidiare (e imitare) è Joe Matt. Al Capolinea è la cronaca di otto anni di masturbazione in cui ha finito col rovinarsi la vita. Sdraiato di pancia sul letto a pochi centimetri dal televisore, con le cuffie alle orecchie, una mano nei pantaloni e l’altra sui videoregistratori, Joe Matt copia le scene più belle dei porno che gli presta un amico su una cassetta vergine (saltando quelle in cui il regista inquadra l’attore maschio). Devo ammettere che l’idea di creare il porno perfetto inizialmente mi ha affascinato, pareva avere senso. Anche Matt, in fondo, sembrava alla ricerca di un suo modello alternativo di felicità. Ma se Brown scendeva comunque a patti con la realtà (donne in carne e ossa), Matt resta solo con le sue nevrosi. Farsi le seghe significa restare chiuso in camera col pavimento pieno di carta igienica appollottolata e, una volta finita la carta, usare vecchie magliette per pulirsi. È un’esperienza impossibile da condividere che, alla ventesima sega, lo lascia esausto, incapace persino di sedersi al tavolo da lavoro e colorare qualche tavola, con uno scatolone pieno di cassette porno (più di sessanta) tutte perfette.

D’Orrico sulle pagine di Sette lo ha stroncato citando Piperno – anzi, un personaggio dell’ultimo romanzo di Piperno: “la grapich novel  puzza di sfiga lontano un chilometro”. Ma credo non abbia colto il punto.  Non c’è niente di onorevole in una confessione sincera, se non lo sforzo stesso della confessione. La vergogna che si ha leggendo Al Capolinea, la repulsione e la pietà che proviamo, fanno di questo fumetto sulle seghe un capolavoro.

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Appunti su The Death-Ray https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/#comments Thu, 14 Jun 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8350 Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

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Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

Esseri umani con superproblemi. Che è il motto di mamma Marvel dal quale Clowes sembra partire. È evidente il parallelismo fra Andy e Peter Parker. Entrambi sono sfigati, mingherlini, poco portati per lo sport, sfortunati in amore e orfani dei genitori. La stessa origine dei poteri è sia casuale che legata alla scienza: Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo, mentre i poteri di Andy provengono da un ormone sperimentale iniettatoli dal padre che si aziona fumando una sigaretta (ma se Andy non avesse mai fumato?).

Death-Ray come Spider-Man. Vi è anche una notevole somiglianza fra il costume di Death-Ray e quello di Spider-Man, visibile dalla scelta dei colori, rosso e blu. Anche l’ambientazione metropolitana è comune a entrambi i personaggi. Inoltre è curioso che ci sia stata un’occasione antecedente nella quale a Clowes fu proposto di disegnare Spider-Man sui testi Peter Bagge, opportunità che non si realizzò per volere dell’autore.

Clowes e Ditko. È noto l’amore di Clowes per le storie di Ditko. In un’intervista all’Alternative Press Expo del 2010 Clowes ha raccontato di come lo ha incontrato nel 1979 mentre si trovava a New York: semplicemente aprendo la pagine bianche e trovandoci sopra “Steve Ditko, artista”. In un’intervista per AV Club (da noi tradotta qui) Clowes diceva riguardo Deat-Ray: “L’idea iniziale nasce da qualcosa che era parte di me quando avevo l’età di Andy, circa 16 anni. Ero ossessionato dai fumetti dell’Uomo Ragno di Steve Ditko, talmente intrippato che ho cercato di creare… Beh, non ho mai pensato che fosse “una mia versione” di qualcosa: la ritenevo unica, ma metteva in campo identiche emozioni. “

La motivazione della storia. Con quello detto sopra è evidente come Death-Ray sia la declinazione supereroistica del lavoro generale di Clowes, al quale non sono mai interessati i supereroi, ma le loro vite reali. Quindi, sgombrando il campo e a scanso di equivoci, Death-Ray non è una parodia del fumetto supereroistico, ne un omaggio a questo genere. Per rendere meglio l’idea, basta sapere che quando Clowes da ragazzino leggeva le storie di Superman, saltava a piè pari le parti in costume e si concentrava sulle vicende di Clark Kent e Loise Lane o, semplicemente, si trovava più a suo agio con le bizzarrie di una testata come Superman’s Pal Jimmy Olsen.

La nemesi. In Death-Ray non c’è un cattivo da combattere come si confa a ogni supereroe, almeno che non prendiamo in considerazione il fatto di poter identificare il mondo intero e gli esseri umani come la vera nemesi di Andy, che in effetti è mosso molto più da idee morali generiche che da veri intenti anti criminali. Di sicuro, Andy utilizza il suo potere in maniera arbitraria infischiandosene ampiamente del consueto detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Andy e Louie. Death-Ray è soprattutto la storia di due amici, Andy e Louie. Un’amicizia forzata che, data la passività di Andy, pone Louie in posizione di controllo. È Louie che decide cosa fare dei poteri di Andy e del raggio della morte ed è sempre lui che fantastica su un “dinamico duo” di supereroi. Il rapporto fra i due sfocia in conflitto: sul finire della storia Louie, forse invidioso dei poteri di Andy o forse dopo essersi reso conto della loro pericolosità, tenta di ucciderlo. Come per altre sue opere Clowes mette al centro della narrazione un rapporto fra due personaggi, pensiamo a David e Dot in David Borng, a Mr e Mrs. Ames in Ice Haven, a Wilson e Pippy in Wilson e a Enid e Rebecca in Ghost World.

Louie e Death-Ray. Senza Louie probabilmente Andy non avrebbe mai usato il raggio della morte o fumato una sigaretta. È sotto consiglio dell’amico che Andy fa sparire uno scoiattolo (situazione che causa a Andy un forte rimorso di coscienza) e polverizza il nuovo fidanzato della ex-ragazza di Sonny. È sempre Louie a spronare Andy a cancellare dalla faccia della terra il proprio rivale Stoob.

L’età adulta. Il passaggio del tempo e i cambiamenti dei personaggi sono un punto cardine del libro. Dal taglio di capelli al cambio vestiario fino alle rughe. Death-Ray è un trattato sul diventare adulti e sul prendere delle decisioni. Di per sé il fumare è già un’atteggiamento adulto e possiamo notare come Clowes evidenzi la spocchia dei due amici mentre passeggiano a mento alto con la sigaretta in bocca controllando chi li guarda e dandosi un tono. Lo stesso Andy si mette in discussione, decidendo di essere “adulto” e di poter scegliere dove vivere dopo la morte di suo nonno. Differentemente dal classico genere supereroistico, sempre fermo nel tempo, in Death-Ray ci troviamo davanti al nostro protagonista da vecchio.

Il giovane e il vecchio Andy. Il libro si apre e si chiude con un inacidito Andy di mezz’età molto diverso dal ragazzino silenzioso e insicuro che copre tutta la parte centrale del racconto. Il fiume di parole che scaturiscono dalla bocca del vecchio Andy comunica impotenza e frustrazione nei confronti del mondo e della razza umana; uno sfogo a cui Clowes ci ha spesso abituato, che qua viene ancor più accentuato dai superpoteri di Andy, che alla fine rifiuta di usare perché intanto “cosa può uno solo contro tutti?”. Con due matrimoni falliti e poche prospettive per il futuro, con lo sguardo truce e abbacinato, nella doppia splash page che chiude il volume Andy cammina solitario per la strada. È interessante notare come invece la doppia splash page in apertura ritragga Andy e Louie che giocano assieme.

Clowes e Hanna-Barbera. Comincio a sospettare che Clowes sia affezionato all’immaginario visivo di Hanna e Barbera. Nelle prime pagine di Death-Ray fa capolino George Jetson dei Pronipoti, mentre in Ice Haven c’era un rimando ai Flintstones. Inoltre, come nota Paul Gravett (in questo articolo da noi tradotto), le copertine originali delle ultime opere di Clowes riprendono il formato di quelle degli albi speciali di Hanna-Barbera.

Lo stile. A esser sinceri questo è il fumetto meno curato di Clowes. A scanso di equivoci cercherò di spiegarmi meglio. I disegni sono decisamente più semplici e sbrigativi del solito, quasi come se Clowes avesse avuto l’urgenza di disegnare velocemente per fermare su carta le sue intuizioni. Anche i cambi di stile abituali sono presenti in maniera minore rispetto al precedente Ice Haven o al seguente Wilson. Questo non è un male, perché se ne può accorgere solo un occhio ben allenato, ma è invece un punto a favore. Death-Ray infatti è la storia più diretta di Clowes: arriva veloce e colpisce duro.

Il montaggio. Archiviata la pratica Ice Haven, per Death-Ray Clowes ha puntato a essere più lineare. Quindi, ha suddiviso la storia in due parti: la prima, quella con Andy vecchio, apre e chiude il volume; la seconda, quella con Andy giovane, occupa la parte centrale. Evitando intrecci particolari Clowes avanza nel racconto montando in sequenza 33 piccoli capitoli. Con questo non intendo dire che Clowes abbia disegnato la storia in sequenza. Molto più probabilmente e come è consono fare, data anche l’autoconclusività delle pagine, ha disegnato le tavole senza procedere in maniera continuativa, cioè dalla prima all’ultima pagina, andando a comporre solo in seguito la storia in modo lineare.

La tecnica del gap temporale. Fra i “trucchetti”, come a me piace definirli, che Clowes impiega con grande maestria in questo fumetto, c’è il salto temporale fra una vignetta e l’altra. Una tecnica che Clowes usa da sempre, sconosciuta ai più, di cui voglio parlarvi. Durante il suo approccio alla tavola, Clowes è solito lasciare dall’una alle tre vignette vuote, indipendenti da quello che sta disegnando, sulle quali torna una volta finito il resto, per riempirle. Un metodo inusuale, dettato da una sorta di orologio interno dell’autore che permette di mantenere il ritmo della storia. Una soluzione istintiva che spiega le pause, le accelerazioni e i nonsense che rendono prezioso il suo lavoro di fumettista.

Le nuvolette e la dimensione spazio-temporale. Nella pagina qua sopra vediamo Andy che assiste al pestaggio di Louie mentre ci parla delle sue scelte e delle sue sensazioni. A narrare non è il giovane Andy, ma quello vecchio che ricorda il suo passato. Possiamo distinguere questa voce narrante dalla diversità della forma delle nuvolette. Infatti quelle di Andy sono più quadrate rispetto a quelle degli altri. Una differenza minima ricorrente in Death Ray, un esempio esemplare delle possibilità del fumetto, rafforzato dalle stesse nuvolette che sconfinano nelle vignette adiacenti.

Il disegno. Dal primo all’ultimo numero di Eightball lo stile di disegno di Clowes è cambiato notevolmente. Infatti, non solo ha raggiunto una semplificazione per certi versi estrema, ma ha anche spostato le sue basi e le sue influenze. Dalla EC Comics a Charles Schulz, da Nancy ad Archie. Da uno stile rigoroso fatto di retini e spigolature a uno semplice, rotondo, scarno di particolari se non quelli in primo piano, colorato in maniera piatta, teso alla massima leggibilità e scorrevolezza, nel rispetto di chi leggerà – non del lettore in quanto target – e quindi alla ricerca di una forma espressiva fumettistica personale e perfetta.

La copertina. Premettendo che l’edizione italiana della Coconino, anche se leggermente più piccola, si presenta meglio di quella originale, quello che colpisce di più in copertina è l’utilizzo del rosa, colore che non si ripete per tutto il libro. Siccome Clowes non è uno che fa le cose a caso, pensando alla motivazione dell’impiego di questo colore la risposta che mi posso dare è che il rosa, fra le altre cose, rappresenta la sensibilità e rifiuta quello che è arrogante e disarmonico. Inoltre è il colore delle emozioni e della giovinezza. Il rosa, quindi, può riassumere i concetti chiave del libro.

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