Coetzee Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coetzee/ un blog di approfondimento culturale Mon, 02 Sep 2019 12:33:52 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Coetzee Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coetzee/ 32 32 Biografia e finzione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/biografia-e-finzione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/biografia-e-finzione/#respond Tue, 03 Sep 2019 06:33:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40989 Ciò che si può notare facilmente osservando gli scaffali di una libreria o facendosi suggerire delle nuove uscite da un libraio, è che il numero delle opere di narrativa che partono o afferiscono al mondo della biografia sono in aumento e che spesso anche libri che raccontano storie distopiche o storiche, partono da ricordi o […]

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Ciò che si può notare facilmente osservando gli scaffali di una libreria o facendosi suggerire delle nuove uscite da un libraio, è che il numero delle opere di narrativa che partono o afferiscono al mondo della biografia sono in aumento e che spesso anche libri che raccontano storie distopiche o storiche, partono da ricordi o visioni dell’autore che trasforma la sua immagine in personaggio letterario o in narratore. Ma cosa sta diventando la biografia? È ancora lo strumento per raccontare solo le proprie memorie? O forse ci si potrebbe chiedere: cosa sono oggi le memorie? Scrisse, a tal proposito, Derrida in ricordo di Paul de Man – saggio sull’autobiografia:

Lo «scacco» della memoria non è dunque uno scacco; la sua apparente negatività, la sua stessa finitudine, ciò che riguarda la sua esperienza di discontinuità e di distanza, possiamo anche interpretarla come un potere, l’apertura stessa della differenza, persino di una differenza ontologica. […]
Se la memoria apre l’accesso a una siffatta differenza, ciò non accade semplicemente secondo lo schema classico (innanzitutto Hegeliano) che lega l’essenza (dell’ente) al suo essere-passato […]. La memoria di cui stiamo qui parlando non è infatti essenzialmente rivolta verso il passato, verso un presente passato che sarebbe realmente e anteriormente esistito. Essa soggiorna presso le tracce al fine di «preservarle», ma tali tracce sono tracce di un passato che non è mai stato presente, tracce che non si sono mai date, esse stesse, nella forma della presenza e restano sempre, in qualche modo, a venire, venute dall’avvenire, venute dal futuro.

Ciò su cui si interroga Derrida in questo passaggio parte dal concetto stesso di memoria e da quella differenza che si genera, in ognuno, tra il passato che abbiamo vissuto e il passato storico che non abbiamo vissuto, ma del quale comunque ci facciamo carico. Un passato storico che custodisce delle tracce che non ci appartengono totalmente, poiché non le abbiamo vissute, ma solo ereditate.

Ma qual è il punto di questo discorso di Derrida, e come si lega alla letteratura contemporanea e al biografismo letterario? In un certo senso raccontare il passato che ci è appartenuto, cioè il nostro presente divenuto passato, è un modo per inseguire le tracce di qualcosa che non possiamo possedere integralmente se non nella misura dell’invenzione. La memoria si potrebbe interpretare come lo strumento per dare consistenza ed esistenza a qualcosa che non ha contorni così evidentemente delineati. Dice ancora Derrida in una intervista:

Il soggetto non c’è mai stato per nessuno, ecco ciò che volevo cominciare a dire. Il soggetto è una favola e non lo dico per smettere di prenderlo sul serio (è il serio stesso), quanto piuttosto per interessarsi a ciò che questa favola suppone della parola e della finzione convenuta.

Verrebbe da domandarsi cosa ci sia di più finzionale di un soggetto raccontato attraverso una biografia? Ma rimettendo insieme i pezzi di queste due citazioni bisogna anche chiedersi di che strano materiale sia fatta la memoria dalla quale si attinge per scrivere, e di cosa sia fatta la memoria dalla quale si attinge per leggere. C’è sicuramente, tra lo scrittore e il lettore, una memoria comune che consente a entrambi di creare coordinate di comprensione, ma questa memoria comune è a sua volta essa stessa una finzione letteraria, quel passato che non è mai stato realmente presente ma che al contrario è un luogo di incontro di tracce letterarie e che di per sé rappresenta una narrazione.

In questo contesto, questo evento storico perpetuo, in letteratura, diventa uno spazio di incontro tra il tipo di narrazione che non ci è mai stata presente e il passato che al contrario è stato presente nell’autore o nell’autrice; nel lettore o nella lettrice.

Questo incontro avviene con consapevolezza nei padri di questo nuovo biografismo letterario, come ad esempio Carrère quando in Propizio è avere ove recarsi, scrive:

Prendiamo una qualsiasi scena famosa della sua vita [di Gesù]: per esempio, la comparizione davanti al governatore romano Ponzio Pilato. Questa scena ce la possiamo soltanto immaginare: resta il fatto però che non è immaginaria. Non è nemmeno dubbia, come la resurrezione di Lazzaro o l’adorazione dei Magi. Ci sono storici romani che la confermano. È realmente avvenuta. Si è svolta in un punto dello spazio e del tempo che non conosciamo con precisione assoluta ma che nondimeno era, come tutti i punti dello spazio e del tempo, un punto assolutamente preciso. Era un certo luogo, era una certa ora. Il clima era in un certo modo. Quei due uomini, Ponzio Pilato e Gesù, non erano figure mitologiche, divinità o eroi, sospese in un mondo di fantasia in cui poiché nulla è reale, tutto è possibile. Erano un funzionario coloniale e un visionario indigeno: uomini come voi e me, che avevano una certa faccia, portavano certi abiti, parlavano con una certa voce. Il loro incontro non si è svolto, come le cose della nostra fantasia, in un modo o in un altro infinitamente variabile, ma come si svolge ogni cosa sulla terra, in un certo modo che esclude tutti gli altri; e di questo modo, di questo unico modo che ha avuto il privilegio di passare dal virtuale al reale, in realtà noi non sappiamo quasi nulla. Ma quell’incontro è avvenuto. Ci hanno ricamato sopra tonnellate di fiction e di leggende, ma esso non appartiene alla fiction o alla leggenda: appartiene alla realtà. E dunque può essere illusorio, ma è perfettamente legittimo cercare di darne una rappresentazione realistica. Come diceva Kafka: «Io sono molto ignorante: cionondimeno, la verità esiste».

[…]

Quel che mi chiedo, in fondo, è se esista un criterio interno per poter dire di un ritratto se è somigliante, di un aneddoto se è autentico. Io penso di sì, ma devo ammettere che si tratta di un criterio squisitamente soggettivo: è quello che si dice «suonare vero», è quello che si chiama «accento di verità». Lo senti, non lo puoi dimostrare.

Con Carrère il problema del rapporto tra biografia e storia si intreccia in maniera ancora più esplicita rispetto a ciò che già Derrida aveva solo accennato: che rapporto esiste tra ciò che abbiamo vissuto (che in senso più ampio si potrebbe definire come storie/ la storia) e la realtà?

È importante sottolineare che questo tema non è una assoluta novità nell’ambito letterario né tantomeno in quello filosofico o storico. Già Pirandello, per citare un classico, si interrogava all’interno del breve scritto intitolato Avvertenza sugli scrupoli della fantasia, sul rapporto tra verità e verosimiglianza. Scrive Pirandello:

Credo che non mi resti che di congratularmi con la mia fantasia se, con tutti i suoi scrupoli, ha fatto apparir come difetti reali, quelli ch’eran voluti da lei: difetti di quella fittizia costruzione che i personaggi stessi han messo su di sé e della loro vita, o che altri ha messo sù per loro: i difetti insomma della maschera finché non si scopra nuda.

Né tantomeno è nuovo il concetto di biografia. Ciò che appare nuovo è nascosto nel rapporto che oggi si è creato tra l’autore, il narratore e la realtà di ciò che viene raccontato, ciò che appare nuovo è la consapevolezza della costruzione della propria biografia. Le sue radici sono ovviamente nel postmoderno, ma a quel bagaglio si è aggiunto qualcosa. Per comprendere la traccia di questo percorso è necessario passare da Mark Fisher che in The Weird and the Eerie, parlando di Lovecraft scrive:

L’interpolazione presente nei racconti di Lovecraft di fatti storici ed esempi di finta erudizione produce anomalie ontologiche simili a quelle della narrativa «postmoderna» di Robbe-Grillet, Pynchon e Borges. Ponendo fenomeni realmente esistenti sullo stesso piano ontologico delle sue invenzioni, Lovecraft derealizza il fattuale e realizza il fittizio. […] Lovecraft esemplifica ciò che Borges si limita ad «affabulare»: nessuno potrebbe mai credere che la versione del Don Chisciotte di Pierre Menard esista davvero al di fuori del racconto di Borges, mentre più di un lettore ha contattato la British Library chiedendo una copia del Necronomicon, il testo fittizio di antiche dottrine cui molti racconti di Lovecraft fanno riferimento. Lovecraft genera un «effetto di realtà» limitandosi a mostrare pochi frammenti del Necronomicon. […] Lovecraft sembra aver intuito il potere della citazione, la capacità di un testo di apparire reale più sotto forma di citazione che di originale.

Qui il punto messo al centro da Fisher non è tanto la capacità di Lovecraft di de-realizzare il fattuale, quanto la messa in discussione della credibilità dell’autore del testo. È sulla scelta letteraria che Borges lavora per mettere in piedi la finzione. Non risulta essere Borges meno credibile di Lovecraft come autore, quindi è su qualcosa di diverso che bisogna ragionare per riuscire a capire che tipo di lavoro bisogna fare per ottenere quell’«effetto di realtà», così simile a ciò che Carrère chiamava «accento di verità». Lo strumento in entrambi i casi è la forma saggistica. La citazione è una traccia, un segno che il lettore segue, che nasce principalmente nel saggio, nei testi accademici, nei quali è data per presunta la competenza dell’autore e la sua credibilità.

Quindi i due elementi – la credibilità dell’autore e la manipolazione di una forma letteraria, quella saggistica – consentono di lavorare sulla percezione di realtà che il lettore concede allo scrittore. Ultimo elemento spesso utilizzato è la fotografia all’interno del testo. In questo caso lo sguardo di Coetzee sulla scrittura di Sebald è utile a comprenderne l’utilizzo:

Sebald non si definiva romanziere – preferiva chiamarsi prosatore -, ma il successo del suo esperimento nondimeno dipende dalla sua capacità di staccarsi dall’aspetto biografico e saggistico – ciò che è prosaico nel senso corrente della parola – per approdare al regno dell’immaginazione. La misteriosa facilità con cui riesce a operare quello stacco è la più limpida dimostrazione del suo genio.

Ed è precisamente su questa cessione di credibilità legata all’autore e alla forma che bisogna interrogarsi per capire cosa succede con le biografie oggi. È lo stesso Coetzee che utilizza questi strumenti per ovviare alla classica forma saggistica, mantenendola, tuttavia, all’interno della narrazione. In questo senso ne La vita degli animali sono presenti dei racconti di Coetzee ai quali fanno seguito alcune risposte di intellettuali, scienziati e saggisti, ma è in particolare su quella di Peter Singer che bisogna soffermarsi, perché Singer evidenzia gli strumenti utilizzati dal premio nobel sudafricano, rispondendo anziché in forma saggistica, in forma narrativa. Nel racconto scritto da Singer tra un padre, che dovrà andare a Princeton per dialogare con Cootzee, e sua figlia, afferma:

«Sai che il mese prossimo vado a Princeton per rispondere a quello scrittore sudafricano J.M. Coetzee, che tiene una singolare conferenza sulla filosofia e gli animali. Questa è la sua conferenza. Solo che non è affatto una conferenza. È un racconto su una scrittrice di nome Costello che tiene una conferenza in una università americana».
«Vuoi dire che lui si alzerà e farà una conferenza su qualcuno che fa una conferenza? Très post-moderne».
«Cos’ha di postmoderno?»
«Oh, papà, dove sei stato negli ultimi dieci anni? Sai Baudrillard, e tutta quella roba sulla simulazione, abbattere le distinzioni tra realtà e rappresentazione, eccetera? E pensa a quante possibilità di giocare con l’autoreferenzialità!»
«Di’ pure che sono antiquato, ma preferisco tenere verità e finzione ben separate. Vorrei solo sapere: come dovrei rispondere a un testo così?»
[…]
«Se coetzee non ha argomenti migliori a sostegno del suo egualitarismo radicale, per te non sarà un problema dimostrare che valgono poco»
«Ma sono argomenti di Coetzee? Ecco il punto. Ecco perché non so come regolarmi per rispondere a questa cosiddetta conferenza. Sono gli argomenti di Elizabeth Costello. La trovata narrativa di Coetzee gli permette di tenersi a distanza. E c’è questo personaggio, Norma, la nuora, che fa tutte le obiezioni ovvie a quello che dice la suocera. È davvero una splendida trovata. Elizabeth Costello può criticare tranquillamente l’uso della ragione, o la necessità di avere chiari princìpi e divieti, senza che Coetzee si comprometta con le sue affermazioni. Magari in realtà lui condivide i dubbi molto legittimi di Norma in proposito. Coetzee non deve nemmeno preoccuparsi troppo della logica della conferenza. Quando nota che Elizabeth Costello non sa più che pesci pigliare, fa dire a Norma che Elizabeth Costello non sa più che pesci pigliare!»
«Molto Astuto. Una replica non è facile. Ma perché non provi a rispondere usando lo stesso trucco?»
«Io? Quando mai ho scritto racconti?»

Singer gioca esattamente sulla inconsapevolezza del lettore che anche il saggio è una forma narrativo/letteraria ed è esattamente in questa forma narrativa che si colloca la nuova biografia di tipo saggistico, sia per via del passaggio che anche in molti accademici sta avvenendo tra il noi e l’io narrativo, sia per la centratura differente che il soggetto intellettuale umanista ha all’interno della società. È sicuramente nello spazio di questa prospettiva che si può iniziare a parlare di una biografia saggistico-narrativa di tipo differente, uno stile letterario che è nato nel postmoderno, ma che sta prendendo la sua strada autonomamente andando a riformulare le prospettive classiche del rapporto tra l’autorevolezza di chi scrive, la veridicità di ciò che scrive e il rapporto tra testo e realtà.

Per tornare a Derrida è importante, infatti, evidenziare l’orizzonte che questo discorso mostra:

La maggior parte dei romanzi autobiografici mi paiono del resto ben poco autobiografici. Cerco di guardare a ciò che nell’autobiografia eccede sia il genere letterario sia il genere discorsivo, e al limite l’autos; cerco di interrogare ciò che nell’autos scopagina il rapporto a sé, ma sempre in una esperienza esistenziale singolare, se non ineffabile, almeno intraducibile, ai limiti della traducibilità. […] Le memorie, in una forma che non sarebbe ciò che in generale si chiama “memorie”, sono tutto quello che mi interessa. Corrispondono alla folle idea di conservare tutto, di raccogliere tutto nel proprio idioma.

In questo senso la nuova biografia si mostra capace, più che di raccontare se stessi, di costruire se stessi attraverso la pluralità di voci che costituisce l’io narrativo, ormai completamente disgregato dopo il post-moderno. Una nuova visione di sé ricercata e mai totalmente raggiungibile: trasparente. Il soggetto diventa così il massimo grado di creazione letteraria, e la realtà il corollario di questa creazione.

Sicuramente autori come Carrère, Coetzee, Ernaux o gli italiani Siti, Terranova, Roghi (così come molti altri, sia italiani sia stranieri), saranno in grado di mostrare se questa prospettiva o queste possibili direzioni, si concretizzeranno in nuovi stili e nuovi generi o meno.

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Discorsi sul metodo – 19: Rodrigo Hasbún https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-19-rodrigo-hasbun/#respond Tue, 12 Jul 2016 13:19:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31540 Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

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Rodrigo Hasbún è nato a Cochabamba nel 1981. Il suo ultimo libro edito in Italia è Andarsene (SUR 2016)

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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

Dipende se sto lavorando a un nuovo libro, e da quanto è avanzato il lavoro. Ma in generale non mi faccio guidare da criteri quantitativi: né un numero di ore, né di pagine. Per me la scrittura funziona al di fuori di questa logica di produzione. A volte due o tre righe, o una rivelazione repentina, già fanno una grande giornata di lavoro. Altre volte dieci ore davanti al computer non sboccano in nulla che valga la pena conservare.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Scrivo seduto alla scrivania di casa o in alcuni caffè che mi piacciono. Quando me lo posso permettere, cerco di dedicare le ore migliori del giorno, diciamo da quando mi sveglio fino alle due o tre del pomeriggio, esclusivamente alla scrittura. Non c’è niente di cui sono grato come di avere quel tempo libero davanti a me, e di sapere che non ci saranno interruzioni di alcun tipo.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Scrivo di getto, con l’allegria e l’incertezza di chi va a un appuntamento al buio, o di chi si perde in una città che non conosce.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
 Scrivi più libri in contemporanea?

Rivedo man mano che avanzo nella scrittura e poi, quando ho una prima versione, faccio molto lavoro di editing. Sento che solo in quel momento inizio a capire che libro volevo scrivere, ed è allora che prendo le decisioni più importanti. Con il mio ultimo romanzo, per esempio, ho fatto fatica a rendermi conto che avrei dovuto eliminare i primi due capitoli (che erano serviti a me, ma dei quali il lettore poteva fare a meno), e iniziare in quel nuovo punto ha trasformato completamente il libro. Quanto ai tempi, io direi che se ci metto sei mesi a scrivere una prima versione, di solito a rivederla ci metto tre o quattro volte tanto, soprattutto perché tra una rilettura e l’altra abbandono il manoscritto per un po’, lo lascio crescere da solo. Nel frattempo scrivo il mio diario o prendo appunti, ma non riesco a iniziare un nuovo libro senza aver terminato il precedente.Rodrigo-Hasbun-Foto-minuto30com_LRZIMA20150612_0105_11

Carta o computer?

Computer e poi carta, quando rivedo. Mi piace oscillare tra le due cose, mettere alla prova il testo a partire dalla diverse distanze che offrono, anche se credo, alla fin fine, di fidarmi più della carta. Su carta i problemi si individuano meglio, forse perché il testo si sente più estraneo, una cosa fatta da qualcun altro. Inoltre la carta mi aiuta a far sì che lo scrittore lasci spazio al lettore, un lettore che giudica senza compassione quello che gli è stato dato da leggere.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Prima di sedermi a scrivere di solito faccio due cose: preparare il caffè (o ordinarlo se non sono a casa), e mettere il disco con le sessioni di Chet Baker e Bill Evans. Il mix di caffè e musica mi aiuta a perdermi più facilmente, a smettere di essere dove sono. Ovviamente, ho dimenticato di dire che nei periodi in cui scrivo, mi proibisco di utilizzare Internet durante il giorno. Non riesco a immaginare un nemico peggiore di quella distrazione costante sullo schermo.

Come hai esordito?

Il mio primo libro è uscito quando avevo venticinque anni. Già da qualche anno avevo iniziato a pubblicare racconti su riviste e giornali, e un amico di un editore ne aveva letti alcuni e gli erano piaciuti. Non ricordo chi dei due mi ha contattato, ma a partire da quel momento il mio primo libro (una piccola raccolta di racconti) ha iniziato a prendere forma senza difficoltà. Quindi ho avuto fortuna, anche se non è una storia del tutto inusuale, succede a molti scrittori boliviani. È più facile pubblicare in Bolivia che in altri paesi. Non ci sono un’industria e un mercato vere e proprie e le case editrici, che sono quasi tutte indipendenti, sono disposte a rischiare. Nel bene e nel male, tutto funziona a livello di rapporti interpersonali. Con quel primo libro io stesso andavo in giro per le librerie e i caffè che frequentavo a lasciare copie del libro, e i gestori mi davano una mano a venderle.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Credo di aver imparato adesso che un libro è fatto anche di tempo, che a volte è necessario lanciare il dardo centinaia di volte prima di fare centro anche solo una volta, che bisogna non perdere la pazienza, saper aspettare. E anche che la costanza è indispensabile. Senza non si ottiene nulla.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Adoravo leggere le interviste della Paris Review, stare attento a quello che dicevano gli scrittori, cercare di imitarli e imparare. Ma quello che mi è realmente servito a imparare qualcosa su questo mestiere è stato ritornare ai libri che mi hanno commosso o entusiasmato quando li ho letti per la prima volta (diciamo quelli di Coetzee e Rulfo, o quelli di Agota Kristof e Onetti): per me questo mestiere si definisce soprattutto a partire dalle decisioni che bisogna prendere in continuazione scrivendo – dove taglio e perché, in che momento cambio punto di vista e perché, quando lascio che i personaggi tacciano e perché. In questo senso, gli scrittori che ammiro sono quelli delle cui decisioni mi fido, e quelle decisioni sono sempre più facili da notare quando si rilegge, quando si presta meno attenzione al destino dei personaggi e ci si concentra in quelle altre cose di cui in verità sono fatti i libri.

“Esisti” online?

No, in quell’altra realtà non esisto.

(traduzione di Giulia Zavagna)

[19 – continua; le precedenti interviste: Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

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Dati sulla lettura: apocalittici, elitari e male informati https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dati-sulla-lettura/#comments Thu, 29 May 2014 07:50:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20831 Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull'acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell'editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

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Cosa ci dicono i dati sulla lettura e sull’acquisto di libri? Pubblichiamo un intervento di Alessandro Gazoia (jumpinshark) che arriva in libreria con Come finisce il libro. Contro la falsa democrazia dell’editoria digitale.

Il 23 marzo Giovanni Solimine così sintetizzava nel suo blog i dati sulla lettura e l’acquisto di libri per il periodo 2011-13 rilevati da Nielsen:

troviamo una conferma delle tendenze al ribasso sia per quanto riguarda la percentuale dei lettori (dal 49% al 43% in due anni), sia per quella degli acquirenti di libri (dal 44% al 37% in due anni). La sfasatura tra libri letti e libri acquistati si spiega col fatto che quasi il 40% dei libri letti, forse anche per effetto della crisi economica, viene da circuiti non commerciali (le biblioteche coprono il 18% delle provenienze). Complessivamente si sono “persi” 3 milioni di lettori nell’arco di un biennio. […] Tra i lettori prevalgono le donne e i giovani (si legge più della media tra i 14 e i 19 anni e tra i 25 e i 34), i residenti al nord-est e le persone con un titolo di studio elevato.

I commenti a questa indagine periodica commissionata dal Cepell (Centro per libro e la lettura) e a quella dell’ISTAT su Produzione e lettura di libri (ultimo rapporto, per gli anni 2012-3, pubblicato il 30 dicembre 2013) solitamente si dispongono lungo due fronti, che chiamerò, con consapevole approssimazione, “pessimista” e “relativista”. Il primo considera fortemente negativi i risultati e ritiene che la presente condizione costituisca un grave danno per i singoli e la società (vedi ad es. Lipperini, e m’includo, buon ultimo, nel gruppo). Il secondo, meno compatto, oppone a questa interpretazione diversi tipi di obiezioni (che, nelle parentesi seguenti, riprodurrò in una forma un poco estrema):

  • nega che i numeri siano così sfavorevoli, in assoluto e soprattutto in prospettiva storica (“un tempo si leggeva molto meno e c’erano molti più analfabeti”).
  • lamenta la limitata concezione della lettura, intesa quasi sempre come lettura di libri (“chi apre repubblica.it o gazzetta.it è chiaramente un lettore”), e contesta la categoria\autorappresentazione di non-lettore (“chi segue la preparazione di un piatto su GialloZafferano o su un ricettario è un lettore, anche se non si definirebbe tale”).
  • mette in dubbio il “ruolo centrale” della lettura di libri rispetto ad altri veicoli di informazione, arte e cultura (“un post su lavoce.info insegna molto di più di un romanzo di Fabio Volo”, scrittore che qui, in onore alla convenzione, ancora una volta interpreterà generosamente il ruolo di idolo polemico).
  • si spinge sino a ritenere inadatta alla nostra era la lettura di libri e quindi trova giustificato, se non direttamente provvidenziale, il calo (“un libro impiega 300 pagine per esporti un’idea; spiace ma non si ha più il tempo e l’attenzione; meno male che sul web trovi quella stessa idea in 3000 battute”).

Per ragioni di spazio (in un post ben oltre le 3000 battute e con – spero – qualche idea) preferisco semplicemente presentare questi rilievi, che mi paiono accomunati dal contenere un nucleo di verità e derivare da esso risultati anche molto scorretti, e concentrarmi su alcuni pericoli e paralogismi ritrovabili in argomenti dei pessimisti difensori del libro (infine, per implicito raffronto, vorrei pure mostrare diversi limiti dei relativisti).

Cominciamo con la categoria di lettore forte. In Italia usualmente si definisce tale chi legge in media un libro al mese, quindi 12 all’anno: sono meno di 4 milioni, anzi secondo la recente indagine Nielsen sono giusto 2,8 milioni i maggiori di 14 anni che leggono almeno 12 libri, mentre nell’ultima ISTAT le persone di 15 anni e più che hanno letto almeno 12 libri nel tempo libero superano di poco 3,1 milioni (come si vede, tra le varie rilevazioni disponibili non vi è una perfetta sovrapponibilità). Molti commentatori non solo si rammaricano per il loro basso numero ma contestano pure la qualifica, cioè ritengono che vero lettore forte è chi legge almeno 2 libri al mese, 1 a settimana, 2 a settimana, ovvero 20, 30, 50, 100 all’anno. A questa revisione concettuale corrispondono spesso proposte sulla promozione della lettura e l’acquisto dei libri orientate in special modo ai superlettori.

Molto probabilmente tu, caro Lettore di un post sulla lettura in un blog letterario, rientri nella categoria: qui non voglio spingerti a comprare e leggere un volume in più, anche se mi piacerebbe che tu potessi avere risorse per un libro e pure per un disco, un cinema e una pizza, ogni week-end (come, narrano i favolosi Antichi, accadeva nel pur distopico 1984). Il carattere anticiclico del libro, cioè l’andare in controtendenza rispetto alle crisi economiche e “tenere la quota di mercato”, è stato assunto nel recente passato come un dato immodificabile, di natura, proprio perché i lettori forti, sia per il reddito non bassissimo di molti fra loro sia perché disposti a sacrificare altri beni all’acquisto dei libri, continuavano a comprare oggetti che a fronte di un investimento contenuto (10-20€) offrono loro un grande piacere. Ma le condizioni economiche si sono per troppi fatte così dure da impedire anche l’amato giro in libreria e il settore editoriale che, nella lunga crisi e per ragioni facili a comprendere, tanto ha puntato sulla tenuta dei clienti più pregiati e fedeli, i lettori forti, ha subito un ulteriore grave colpo. A questo proposito, una mia curiosità è vedere se gli “80 euro di Renzi” porteranno presto maggiori vendite, ovvero se tra i primi consumi che (nell’ipotesi più rosea) “ripartono” un poco vi saranno gli anticiclici libri.

Ricordiamo ora che sono circa 10 milioni gli italiani che leggono fra 3 e 12 libri all’anno – chiamiamoli generosamente tutti “lettori medi” – e poniamo l’obiettivo lodevolissimo di circa 60 milioni di libri letti in più: li potremmo dividere come 10 libri in più per i 4 milioni di italiani lettori forti e 2 in più per i medi oppure come 4,5 libri in più per 14 milioni. A queste situazioni alternative io preferisco quella che porta gli attuali 10 milioni di lettori medi a leggere 15 libri all’anno o i famigerati 12 o i minuscoli 8, che segnalano comunque un rapporto non instabile col libro. Il già citato Solimine, autore dei preziosi L’Italia che legge e Senza sapere, presidente dell’associazione Forum del Libro [1], ha più volte insistito su questo punto: considerate le risorse finite (anzi ben scarse), si operi prima di tutto per allargare la base di lettori forti, nell’accezione comune, si lavori cioè per aumentare la lettura tra chi ha con il libro un rapporto non saldissimo ma neppure tanto episodico da risultare troppo difficilmente “trasformabile” in lettore abituale. E se mi posso permettere una piccola nota retorica: un’Italia con 15 milioni di persone che leggono almeno 10 libri all’anno sarebbe un Paese diverso, e migliore (cambierebbe meno un’Italia dove i 3-4 milioni di lettori forti leggono in media 10 libri in più).

Il lettore forte non viene contestato dai pessimisti solo nella quantità ma anche nella qualità dei libri: “non devono essere inclusi i manuali di cucina e di trekking, i romanzi rosa ed erotici, le biografie di calciatori e cantanti, contano solo i libri veri”. Qui immancabilmente il passo cede e il terreno frana, sino a non ritenere “lettore vero” chi ama Fabio Volo, anzi Gianrico Carofiglio, anzi Andrea Camilleri, anzi Alessandro Piperno e Walter Siti, e pure l’ultimo Arbasino, signora mia… Questa strada ripropone il peggior elitarismo – quasi sempre straccione e censorio – in coppia col feticismo dell’oggetto libro. I valori letterari non sono tutti uguali e, personalmente, vorrei che un numero molto maggiore di fan di Volo apprezzasse Piperno e Coetzee, così come ritengo dannosa un’editoria dominata solo dal “buon senso” commerciale di breve periodo, ma dare, sulla base del proprio gusto autopromosso a criterio oggettivo, patenti di lettore vero solo ad alcuni lettori forti è il modo peggiore per riflettere e agire su questi temi.

Soprattutto si cade nell’errore di considerare lettori entusiasti e voraci, come sono molto quelli di genere, dei sempliciotti ai quali può essere propinata qualsiasi cosa. In queste comunità vi sono, invece, preferenze diverse, all’interno dell’ampio macrogenere di partenza, chiare opinioni sui valori e molto amore per la scrittura e le storie. Considerare e trattare da “sublettore” un amante del fantasy, che saprebbe parlare per ore delle differenze tra un Gene Wolfe e una Licia Troisi o tra un Neil Gaiman e un Robert Jordan, è stupidamente offensivo e garantisce quasi sicuramente il suo non avvicinamento a Dostoevskij e Bellow. Un simile atteggiamento irrispettoso è, ancora una volta, riscontrabile pure in molti professionisti dell’editoria che lucrano sulla letteratura di genere senza mostrare una grande considerazione per i clienti – potrei segnalare lo spacchettamento dei singoli libri della saga di G.R.R. Martin in più volumi o le numerosissime serie di romanzi interrotte in traduzione

Tra i lettori di genere vi sono molti giovani e forse il dato più allarmante delle ultime rilevazioni è la perdita del piacere della lettura durante l’adolescenza e nella prima età adulta. Oggi s’imputa questo calo ai social network e agli smartphone e sicuramente il loro impatto non va sottovalutato ma si devono ricordare, pur senza enfatizzarne la portata, almeno due circostanze: possiamo anche leggere ebook su uno smartphone (piuttosto comodamente, grazie a miglioramenti della qualità degli schermi e a formati pensati proprio per adattarsi alle dimensioni del supporto di lettura) e possiamo usare i social network anche per parlare di libri (i generalisti Facebook e Twitter come gli specializzati Anobii e Goodreads). Anzi Wattpad, un social network orientato tutto sui giovani, la lettura mobile e la condivisione di storie, tra i risultati del suo fortunato 2013 segnala che il 53% degli scrittori della piattaforma ha scritto una storia col proprio smartphone. Internet e gli smartphone sono anche nuovi mediatori della lettura e della scrittura.

Un’ultima nota contro l’atteggiamento di lungo periodo dei pessimisti che vede l’assassino della lettura  nel nuovo “mezzo” favorito dai giovani – ruolo ricoperto negli anni, e anche contro inconfutabili evidenze, dalla tv, dai cartoni animati giapponesi, dai videogiochi, infine da internet. Tutti questi ambienti e contenuti sono, in una certa misura e da un certo punto di vista, in competizione per la nostra attenzione, il nostro tempo e il nostro portafoglio, soprattutto oggi nella loro condizione digitale, nella loro fruibilità immediata su un pc, e, in mobilità e sempre con noi, su tablet e smartphone. Ma si rafforzano pure gli uni con gli altri e per moltissime persone questo effetto moltiplicatore prevale. Continuando con l’esempio fantasy: la serie tv Game of Thrones ha creato non pochi lettori e probabilmente ne ha “recuperati” un numero discreto, specie tra adolescenti e post-adolescenti. Questi lettori, su carta o ebook, di G.R.R. Martin, J.K. Rowling, Tolkien e Veronica Roth mostrano anche come i “nativi digitali” (categoria tutta da demistificare, vd. almeno danah boyd) non sono deprogrammati per la lettura di testi lunghi.

Le future politiche di promozione della lettura dovrebbero, a mio giudizio, affrontare la sfida dei nuovi ambienti senza cedere a due eccessi infine imparentati: a) la lode di ogni cosa nuova, ad es. il vedere sempre un abilissimo multitasking dove altri denunciano la distrazione digitale (la lettura continuamente interrotta o proprio sostituita da notifiche Facebook, canzoni su SoundCloud, tweet, mail, chiamate Skype, giochi); b) la rassegnazione alla battaglia di retroguardia se non alla sconfitta, la conversione al determinismo tecnologico e all’ideologia sbarazzina dell’era post-libro. Molti ventenni sono nella condizione di non-lettori di libri o sono ritornati in essa non perché il loro cervello è stato reso troppo stupido/intelligente dalla rete e dagli smartphone, ma perché il libro, di carta o digitale, non è stato comunicato e trasmesso in forme adatte alle loro condizioni di vita e maturazione. Infine, mutatis mutandis, lo stesso si può dire, con rammarico e con speranza di cambiamento, per le altre fasce d’età e per le divisioni geografiche, sociali ed economiche così forti nella diffusione della lettura in Italia.

[1] Il Forum del libro ha prodotto anche l’utilissimo Rapporto sulla promozione della lettura in Italia con analisi, proposte e un censimento delle buone pratiche presenti sul territorio.

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Nelle città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nelle-citta/#comments Thu, 21 Nov 2013 16:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16529 Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul "Domenicale" del "Sole 24 Ore". Qui l'intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

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Riprendiamo il discorso su metropoli e letteratura con una riflessione di Vittorio Giacopini apparsa sul “Domenicale” del “Sole 24 Ore”. Qui l’intervento di Nicola Lagioia. (Foto: Paolo Grazioli.)

di Vittorio Giacopini

Da Baudelaire a Cortázar, o da Benjamin a Debord, ultimo Cronopio, la figura del flaneur ha plasmato il nostro immaginario, con incanto, ma è una storia finita, irripetibile. Ce ne accorgiamo da  dettagli trascurabili, minuzie, e da un’atmosfera di fondo, irrespirabile. La nebbia misteriosa (non è nebbia) che avvolge Buenos Aires ne L’esame di Cortázar ha la stessa consistenza delle brume parigine di Baudelaire facendo da sfondo a un’esplorazione urbana e a un’avventura. È un paesaggio oggi indicibile, smarrito. Non andiamo più alla “deriva”, semplicemente, e persino Alice nelle città è un sogno remoto (in Lisbon  Story la stessa operazione naufraga in caricatura citazionista). Già Sebald, tardissimo epigono, cercava rifugio e senso ai margini della scena, dietro le quinte. La retorica dei ‘non-luoghi’ ha bloccato in una formula furba, troppo comoda, una mutazione estrema, colossale. Da spettacolo, da oggetto di stupore e apprensione, di meraviglia, la città si è fatta sintomo, allusivo. In anticipo sui tempi, Jane Jacobs raccontanava negli anni Cinquanta Vita e morte delle grandi città americane;  il cinema e la letteratura elaborano adesso quella profezia.

Lo capiamo da minuzie, e da dettagli. I libri stessi diventano ‘sintomi’. N-W di Zadie Smith lavora su questo tema, senza dirlo, e per cogliere il senso vero del romanzo basta confrontarlo a Denti bianchi (o al Buddha di Kureishi, naturalmente). La Londra di N-W è un puro contesto di frammentazione. Vite che si incrociano, collidono, si mancano, subendo la città come condizione e vincolo, ricatto. La topografia urbana, la geografia, non sembra più organizzata in termini sociologici o politici. Se il grande romanzo inglese – da Defoe a Dickens per finire proprio a Smith, o a Kureishi – ha sempre raccontato le “due città”, la Londra dei ricchi e quella dei poveri, in N-W questo meccanismo è imploso, non si attiva. Tra un quartiere e l’altro non ci sono strappi o salti e l’abisso che separa Kilburn-Hig-Road da Maida Vale è più uno scarto mentale che esperienza. Ci portiamo dentro antichi significati sociali ormai scaduti; seguiamo mappe invecchiate, ovvero false. La scena rivelatrice sceglie la rete dell’Undergound, un sottomondo, per dichiarare un congedo inconfessabile. “Felix salì sulla penultima carrozza e guardò la mappa della metropolitana come un turista, impiegando un po’ a convincersi di dettagli che nessun autentico londinese dovrebbe controllare: da Kilburn a Baker Street (Jubilee); da Baker Street a Oxford Circus (Bakerloo)”.

Open City di Teju Cole è un libro impossibile. Già a partire dall’incipit, ambizioso, che all’apparenza promette l’infinita riscrittura di un lavoro già tentato mille volte, ormai logoro. “E così quando lo scorso autunno avevo cominciato a fare le mie passeggiate serali, mi ero reso conto che Morningside Heights è un buon punto di partenza per esplorare la città”. Esplorare la città: il programma del flaneur, la sua bandiera.  Una maschera desueta, investibile. Quando poi è la città New York, scena abusata,  verrebbe da chiedersi se ne vale ancora la pena, e cosa dire e trovarci, perché provare? All’inizio degli anni zero, dieci anni fa, Cosmopolis di DeLillo sembrava aver definitivamente chiuso l’interminabile era del Grande Romanzo sulla Grande Mela e quel viaggio in Limousine da riva a riva aveva fatto calare il sipario sulla scena di Underworld o di Great Jones Street. Teju Cole, avventatamente, osa di nuovo. La differenza sta in una questione di sguardi, e di prospettiva. New York  (e Bruxelles, e, a distanza, la Nigeria) ritornano a vivere ma in sospensione. Assumendo il postmoderno non come cliché intellettuale ma come paesaggio, Cole non si chiude nella figura scontata e falso-ingenua dell’immigrato ma scrive da cosmopolita. È uno sguardo consapevolmente globalizzato – lo stesso che abbiamo tutti, ci piaccia o meno – diretto alla riscoperta di territori e contesti locali, ombre, resistenze. Cole scava in profondità e in senso letterale, fuor di metafora.

Lo spaesamento – la cifra vera del libro, la sua chiave – non nasce dal retaggio africano (l’immigrazione) ma da un gioco di specchi, culturale. I modelli di Cole sono ultraraffinati (Coetzee, Said) e la sua scrittura procede nella terra di nessuno, o poco battuta, che sta alla fine di ogni occidentalismo, di ogni orientalismo. Mondi che si guardano, si capiscono, si sanno; strutture culturali già saldate a fuoco e chiuse in un insieme (negli stessi, sobri, accenni all’11 settembre, la tragedia è riletta fuori dal mantra cretino del clash of civilizations, una bugia). Scavare, raschiare ogni superficie, cercare sotto: “esplorare la città” torna a essere possibile ma come un lento processo di carotaggio che prova a recuperare strati di senso (e voci remote di morti, voci e volti) sepolti da un manto di obbligato, globale, conformismo culturale. L’equivalente musicale di Città aperta sono le variazioni di Uri Caine in Wagner and Venice (Jazz e valchirie insieme, pare incredibile). Poi, ovvio, si tratta di trovarsi nelle città, esplorare sé stessi, fare il solito, lungo, giro attorno al cuore. Al cuore e al pensiero, anzi, alla coscienza. È tutta questione di consapevolezza, ma in situazione (urbana): “a un certo livello ciascuno di noi deve prendere se stesso come il punto di taratura della normalità, deve immaginare che lo spazio della sua mente non gli è, non può essergli interamente opaco”.

Ma non  è sempre questione di scavare, cercare in basso. In Fine Impero di Genna l’implosione del presente è tutta in  superficie, allo scoperto,  e si vaga per la città – una Milano ubriaca di polveri sottili , terrificante  – come sagome inanimate spinte su e giù tra festini, funerali e altri incidenti dalla carica a molle di un’ultima parodia di vitalismo. Con lo sguardo della tartaruga che “scansa il momento mirando l’epoca”, Genna strappa la Storia alla Cronaca ma è un disvelamento tragico, dolente. L’unico romanzo italiano che abbia saputo raccontare (e liquidare) il berlusconismo è disperazione allo stato puro. Impassibile, la città definisce l’orizzonte: una prigione. A introdurre la narrazione, dopo un prologo in cielo (o in cimitero), un viaggio iniziatico tra i più straordinari di sempre, memorabile. Scegliendo il punto di vista assurdo (o persino troppo logico) di un pneumatico, Genna descrive al rallentatore –stupendamente – un ingresso a Milano, da Corvetto. L’esperienza urbana come transito agli inferi (non discesa), attraversamento su binari morti e precisi, piste implacabili. Nessuna “deriva” è più ammessa, consentita.

Siamo dove “Milano finisce di colpo, non sfuma in outlet e capannoni scivolando nell’hinterland senza soluzione di continuità”. Una campagna salina e sparuti prati chimici che si mutano in quartiere, sotto assedio. È un salto di dimensione, netto, assoluto. Camposanto di Chiaravalle e Corvetto, Piazzale Medaglie d’Oro, la Città Annonaria e Porta Romana, il Policlinico: 10 chilometri scarsi di esperienza dell’estremo, anzi di niente, per dire un’ “epoca” appunto, un istante della Storia, definitivo (ma esistono “attimi oceano”, dice Genna). Un secondo attimo oceano, sfarfallante, balugina verso la fine, e paralizza. Fine Impero si chiude in un banco nebbia, e pensi a Cortázar: “Una figura scura nella nebbia, bianco sabbia, immenso un campo deserto e curvo alla sua sinistra, visto di schiena… entra nella nebbia e sta svanendo, sono io che cammino dopo ogni cosa senza fretta e accelero vedendo la fine”.

 

Libri di cui si parla: Julio Cortazàr, L’esame, Voland 2013; Zadie Smith, N-W, Mondadori 2013; Teju Cole, Città aperta, Einaudi, 2013; Giuseppe Genna, Fine Impero, Minimum fax, 2013.

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Teju Cole raccontato da New York https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/#comments Mon, 09 Sep 2013 13:24:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15398 Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti "imperdibili" o "di culto". Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

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cole

Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti “imperdibili” o “di culto”. Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

L’accoglienza italiana a questo libro è stata ottima. Si è fatto molto riferimento ad altri scrittori pellegrini, e sono venuti fuori tutti i nomi dei camminatori letterari, da Benjamin a Iain Sinclair (l’autore di London Orbital a cui ha fatto riferimento Cristiano de Majo su Repubblica), passando per Baudelaire e Sebald (il più citato). Cordelli sul Corriere della Sera si è chiesto perché fosse associato a Coetzee, collegamento che aveva proposto Goffredo Fofi su Internazionale. Gli itinerari di Cole (tanto per le strade americane quanto lungo i confini della forma romanzo) insomma sono piaciuti a tutti, dallo stesso Fofi  («raramente un esordio ci è sembrato più benvenuto di questo») a Luca Doninelli sul Giornale (che lo definisce «una straordinaria guida di New York»).

Forse però, bisognerebbe lasciarsi andare meno alla scrittura ipnotica di Teju Cole e alle sue digressioni urbane e prendere più seriamente in considerazione la chiave di lettura lasciata proprio sulla soglia, nella prima pagina. Qui c’è un’indicazione dell’autore che rovescia la tesi che questo sia un libro-guida. Scrive Cole, come premessa: «New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo» («New York City worked itself into my life at walking pace»). Non è tanto l’autore dunque che percorre la città e la indaga e la racconta, quanto il contrario: è la città che scopre l’uomo, lo attraversa e lo descrive. È New York che mette a nudo chi la visita. È New York che fa venire alla luce luoghi inaccessibili dell’anima, quartieri dimenticati dell’io, periferie dell’emotività. Ecco dunque che scorci, grattacieli e cittadini si «fanno strada» nel narratore al punto da scavarne psicologia e coscienza. La città si fa strada ed emergono presto i suoi rapporti famigliari: «Mia madre e io avevamo smesso di parlarci quando avevo diciassette anni, poco prima che partissi per l’America». New York lo visita, e lui torna indietro nel tempo fino l’abito scelto per la cerimonia funebre del padre.

Un altro indizio, talmente evidente da risultare invisibile, è il titolo della seconda parte: «Ho esplorato me stesso». Il viaggio – certo come avviene in tutti i veri libri di viaggio – è dunque quello verso l’interiorità. Ma in questo caso particolare pare che le proporzioni siano addirittura invertite: «Io facevo parte di una minuscola minoranza, o almeno così mi pareva, che pensava continuamente all’anima». Non sembra un caso il riferimento a Paracelso: «la realtà interiore è di fatto così profonda che, per Paracelso, può esprimersi solo nella forma esterna». Insomma aggirandosi per queste pagine si scopre più come è fatto l’essere umano – coi suoi rimorsi, i suoi interrogativi, l’instancabile ricerca del senso che lo spinge a mettersi in moto – di quanto non si scopra la città percorsa. Sarà che New York è una città di specchi, ma tutto riflette chi la racconta. Ed è precisamente, come scriveva JR Moheringer in Pieno giorno, una città «Dove la gente non nota mai niente, perché sono tutti in fuga da qualcosa». Cole nota tutto, eppure la sua fuga continua.

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Umuzungu https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/umuzungu/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/umuzungu/#respond Fri, 06 Apr 2012 10:47:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7373 Tre romanzi, usciti da poco in Italia, utili per indagare quella salutare inquietudine che caratterizza il nostro rapporto con l'altro. Carlo Mazza Galanti per «il manifesto».

Umuzungu, toubabu, oyinbo, fauré, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola “entità”: l’uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? Quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall'uomo occidentale come individuo e rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo.

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Tre romanzi, usciti da poco in Italia, utili per indagare quella salutare inquietudine che caratterizza il nostro rapporto con l’altro. Carlo Mazza Galanti per «il manifesto».

Umuzungu, toubabu, oyinbo, fauré, umlungu: diversi termini per denotare, nel continente africano, una sola “entità”: l’uomo bianco. Ma quante sono le sfumature del bianco nel corso della storia, nel presente, nella vita quotidiana e sullo sfondo spesso opaco e sfuggente delle società africane? Quante le maschere, quanti gli abiti indossati in terra africana dall’uomo occidentale come individuo e rappresentante della propria civiltà? La letteratura può aiutarci a capirlo.

Sono stati pubblicati in Italia, recentemente, tre bei romanzi che corrispondono ad altrettante declinazioni di una differenza, quella tra bianchi e neri, capace di precisarsi all’interno di una dialettica che Ivan Illich, parlando di altro (di differenze di genere), ha così espresso: «“Due” può essere concepito in due modi differenti. Quando dico uno, due può significare primariamente, emozionalmente, concettualmente, l’altro, oppure può significare una replica dello stesso». Tra l’estrema concettualizzazione di un’alterità assoluta, al limite dell’allucinazione – quell’Africa fantasma (per dirla con Leiris) definitivamente immortalata dal conradiano Cuore di Tenebra – e l’assunzione di una umanità “illuministicamente” intesa come comune e universale denominatore di ogni popolo e cultura, nel quadro di questa polarità che sembra nonostante tutto irrinunciabile, si muove quella «salutare inquietudine» che – nelle parole di Kapuscinski – ci accompagna nell’incontro (e nello scontro) con l’altro. E  nella sua più o meno arbitraria, più o meno solidale, riduzione allo “stesso”.

All’estremo conradiano di questa breve rassegna troviamo un libro scritto da uno svizzero di lingua tedesca, Lukas Bärfuss, già affermato drammaturgo e qui alla sua prima prova narrativa, decisamente ben riuscita. Cento giorni (Einaudi, trad. di Daniela Idra), racconta l’esperienza africana di un trentenne svizzero alle dipendenze della Direzione della cooperazione allo sviluppo della Confederazione elvetica: pieno di buone intenzioni e di inconfessati fantasmi, David Hohl attraversa titubante i mesi precedenti la guerra civile che portò in Rwanda, nel 1994, all’uccisione di centinaia di migliaia di Tutsi, un genocidio che raggiunse il suo acme durante quei cento giorni che danno il titolo al romanzo. Il modo in cui Bärfuss descrive l’atmosfera all’interno della cooperazione svizzera e come questa ha condotto le proprie operazioni durante gli anni del sinistro potere Hutu è un vero e proprio atto di accusa all’acquiescenza e all’inerzia (interessata) dell’istituzione. Alla cecità politica dei progetti di sviluppo cui pure partecipa con il dovuto zelo, Hohl aggiunge la sua irrequietezza da neofita incapace di ammettere i confini tacitamente concordati dai suoi colleghi tra la loro esistenza di lavoratori bianchi occidentali e quella dei rwandesi “assistiti”. La sua ambigua relazione erotica con una donna locale e la percezione dell’aumento di tensione dei conflitti etnici cui l’uomo attribuisce un senso oscuramente antropologico (il furore dionisiaco del mondo africano che ribolle sotto l’apparente tranquillità della vita quotidiana, pronto a erompere da un momento all’altro), non riescono a fornirgli soddisfacenti chiavi di accesso a quell’universo da cui il protagonista non saprà comunque sottrarsi, sprofondandoci dentro come il Kurtz di Conrad. Al momento di abbandonare il Rwanda insieme ai colleghi, Hohl non si farà trovare e trascorrerà, unico bianco, quei cento giorni in mezzo all’«orrore»: dove il volto atroce della barbarie, e l’abbassamento graduale del giovane europeo al suo stesso livello, saranno l’ultimo atto del suo infelice tentativo di “riconoscimento”.

Al polo opposto rispetto a Bärfuss, un altro notevole romanzo scritto da un bianco, questa volta africano, nello specifico zimbabwese: Uomini e bestie (e/o trad. Di Claudia Valeria Letizia) di Ian Holding, al secondo libro dopo un esordio folgorante (Nel mondo insensibile, Einaudi). Che il “paradigma conradiano” non faccia presa nella sensibilità di un uomo nato e cresciuto nel continente Africano non stupisce più di tanto, a maggior ragione trattandosi di un giovane (classe 1978) che ha trascorso la propria vita in una paese dove i ruoli dei bianchi e dei neri si sono in qualche modo bruscamente ribaltati nel volgere di pochi anni. Stupisce tuttavia come, seguendo una pista “allegorica” aperta da altri autori (bianchi) sudafricani (Coetzee su tutti, ma anche un giovane talentuoso come Damon Galgut ne Il buon dottore), Holding abbia saputo fare il giro a trecentosessanta gradi del razzismo (bianco e nero) per spalancare le porte di un’alterità, e di una pietà, capace di sospendere le ipoteche dell’universalismo occidentale e affacciarsi verso una dimensione del tutto inedita, molto più sfumata e in una certa misura imprevedibile. Non conviene entrare troppo nel dettaglio, trattandosi di una rivelazione di cui è intessuta la trama del romanzo, e che emerge gradualmente nell’intercalarsi delle due vicende di cui si compone questo libro: quella di un “individuo” schiavizzato in un indeterminato mondo post-catastrofico che potrebbe sembrare una versione della Strada di McCarthy, vista dalla parte dei “cattivi”; e il diario, del tutto realistico, di un insegnante di liceo bianco che si prepara ad abbandonare il suo paese (lo Zimbabwe), per lasciarsi alle spalle lo squilibrato revanscismo di Mugabe, la gestione impazzita dello stato, il rischio della barbarie.

Più difficile collocare all’interno di queste coordinate il romanzo di Mia Couto, Veleni di Dio, medicine del diavolo (Voland, trad. di Daniele Petruccioli). Uno scrittore autoctono, bianco mozambicano di lingua portoghese, evoca in questo caso l’arrivo in un villaggio africano di un giovane medico portoghese, giunto alla ricerca di un’ammaliante ragazza (nera) mozambicana conosciuta in Europa. Anch’egli in qualche modo attratto dal magnetismo dell’altrove, in fuga dalla «solitudine» e dal «vuoto» della sua esistenza europea, è «pronto a trasformarsi in altro». Ma la ragazza non compare e il mondo in cui si trova accolto si rivela presto «con troppa trama e pochi personaggi»: pieno di doppi fondi, giochi indecifrabili, fastidiosi misteri. Lo sguardo conradiano dell’uomo bianco risucchiato nella vertigine del continente nero è qui tuttavia messo a distanza dalla rappresentazione poetica di un Mozambico impenetrabile e allo stesso tempo impalpabile, rarefatto, quasi fiabesco, dove le fantasie occidentali non riescono ad attecchire, scivolano sulla superficie. Couto diluisce nella sua lingua volatile e lirica (e in un immaginario ibrido che ricorda quello del realismo magico sudamericano) le contraddizioni africane, distillandone un tono malinconico, molto più pacificato di quello dei due autori precedenti. È come se in queste pagine ci mostrasse un paese che si lecca le ferite, senza grandi clamori e conflitti, nel suo angolo semi abbandonato del pianeta. La voce indistinta, senza origine né identità precisa, che narra questa “favola” postcoloniale è quella di un individuo forse bianco, forse nero (o forse meticcio), spaesato e sradicato come tutti gli altri personaggi di cui parla: la polarità è momentaneamente elusa, non c’è opposizione, così come non esiste un chiaro e definitivo orizzonte morale. Africani o Europei, siamo tutti – sembra suggerirci Couto, da una prospettiva più “sapienziale” che politica – alla ricerca di un po’ di consistenza e di pace, sapendo che nella confusione presente anche il veleno può essere medicina e che «il segreto, in una vita a brandelli, e tener pronto ago e filo e approfittare delle occasioni».

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Etica minima e barbarie https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/etica-minima-e-barbarie/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/etica-minima-e-barbarie/#respond Sun, 07 Aug 2011 16:54:26 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4940 di Massimiliano Nicoli Immaginiamo di entrare in uno dei più celebri romanzi di John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari: siamo sui bastioni dell’ultimo avamposto dell’Impero, noi, i paladini della civiltà, e percorriamo con lo sguardo la linea dell’orizzonte, sperando di non scorgere il temuto arrivo dei barbari, dell’altro, selvaggio e primitivo, determinato ad annientarci. In […]

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di Massimiliano Nicoli

Immaginiamo di entrare in uno dei più celebri romanzi di John Maxwell Coetzee, Aspettando i barbari: siamo sui bastioni dell’ultimo avamposto dell’Impero, noi, i paladini della civiltà, e percorriamo con lo sguardo la linea dell’orizzonte, sperando di non scorgere il temuto arrivo dei barbari, dell’altro, selvaggio e primitivo, determinato ad annientarci. In questa attesa, in cui il terrore si mischia alla curiosità, l’attenzione tutta rivolta al “fuori”, verso l’al di là della frontiera, allontana il sospetto – troppo impegnativo e doloroso da accogliere – che forse siamo noi stessi i barbari che stiamo aspettando, o meglio, sono le nostre pratiche, la nostra (sotto)cultura, i nostri stili di vita a produrre la barbarie che può distruggerci. Certo, serve una buona quota di coraggio, di capacità critica e autocritica per invertire la direzione dello sguardo e riconoscere nel nostro cinismo e nella nostra ipocrisia la menzogna che l’Impero si racconta, come nel caso del protagonista del romanzo di Coetzee. A una operazione di questo tipo, a una tale contromanovra da esercitare nel nostro presente, ci invita l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti, significativamente intitolato – non senza riferimento proprio allo scrittore sudafricano – Noi, i barbari. La sottocultura dominante (Cortina, pp. 184, euro 12).

Il libro di Rovatti esce a un anno dalla pubblicazione, per il medesimo editore, di Etica minima. Scritti quasi corsari sull’anomalia italiana, di cui costituisce la prosecuzione. Come quello precedente, questo volume raccoglie e rielabora interventi già anticipati in forma di editoriale sul quotidiano Il Piccolo, articolandoli in quattro sezioni: “Una violenza quotidiana, sottile e strisciante”, “Privato o pubblico?”, “Il disastro della scuola”, “Una cultura sotto”, con l’aggiunta di un’appendice sull’imbarbarimento del nostro linguaggio pubblico (“Il fascismo nella nostra lingua”). Si tratta così di un libro che, guardando a Pasolini e Foucault come “filtri intellettuali” o “maestri provvisori”, procede per “esempi puntuali”, indizi piccoli e grandi che segnalano il grado di penetrazione della “colla” subculturale che ci avvolge e rispetto alla quale la nozione tradizionale di ideologia non sembra fare più presa, almeno nella misura in cui ciascuno di noi, nella nostra dispersione – e non solo la Classe, il Potere, il Tiranno –, contribuisce attivamente a spalmarla. Dalla psicopolitica a segno ultra-maschilista che caratterizza passo per passo lo stile di governo nell’anomalia italiana (e non solo?), alla montante medicalizzazione della società, dalla ferocia quotidiana che esercitiamo contro il barbaro migrante alla compressione della soggettività del lavoro (Mirafiori docet), fino alla distruzione della scuola pubblica e dell’Università, ridotte, nella migliore delle ipotesi, ad agenzie di formazione professionale intenzionate a costituire il tipo antropologico – cinico ragioniere e imprenditore di se stesso – che meglio risponde all’appello del mercato. Una costellazione di eventi che la spettacolarità del flusso informativo mainstream spesso scolora immediatamente, sprofondandoli nella dimensione senza storia né memoria di “un appena passato già scaduto”, e fracassando, con lo stesso gesto, la dimensione del futuro “in una semplice attesa della ulteriore novità spettacolare” (quanti sanno, per esempio, cosa sta accadendo in questo momento in Libia?).

La sequenza degli interventi di Rovatti, senza essere né cronaca né ricomposizione di un impossibile quadro unitario, reagisce al naufragio degli eventi nell’indifferenza dello spettacolo, chiamando il lettore alla presenza su una scena barbarica dalla quale, peraltro, non ci si può illudere di defilarsi; contemporaneamente, al culmine del pessimismo della ragione, impone l’urgenza “di una lotta a tutto campo contro la sottocultura dominante, contro una barbarie che ha preso dimora nell’anima di ciascuno”. Come ci si oppone alla barbarie che ci abita? In questo senso, e senza civettare con la Filosofia (e con le sue frequenti promesse di consolazione), la proposta di Rovatti annoda l’insegnamento di Enzo Paci, il lavoro teorico (e pratico) del pensiero debole e l’ultima riflessione di Michel Foucault sul coraggio della verità. Ciò di cui è necessario equipaggiarsi è l’esercizio quotidiano e incessante della critica che mette a bersaglio tutti i poteri che transitano attraverso le nostre vite. Un esercizio che costituisce la condizione di possibilità “per praticare la verità” in un mondo in cui si fa sempre più difficile tracciare la linea di demarcazione fra vero e falso. Una verità che è “significato vissuto” – avrebbe detto Paci –, “debole”, forata, ma la cui paradossale forza – la forza di ciò che resiste – risiede nella possibilità di impiantarsi nella concretezza dell’esistenza, dello stile di vita. Dare corpo a questo “poco di verità” – per usare le parole di Foucault – è il compito dell’etica minima contro la barbarie: una “politica della vita”, “una politica della soggettività”. Un compito che oggi non si può più demandare ad alcuna guida veritativa (per esempio l’intellettuale universale di sartriana memoria) ma che investe l’intelligenza collettiva cui partecipa ciascuno di noi: divenire intellettuali (critici e inventivi) di noi stessi è la direzione verso cui procedere – ci dice Rovatti con una smorfia ai dogmi neoliberali del capitale umano e della costruzione imprenditoriale di sé.

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