Coldplay Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coldplay/ un blog di approfondimento culturale Mon, 10 Feb 2014 10:04:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Coldplay Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coldplay/ 32 32 I nuovi freak https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/ https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/#comments Mon, 10 Feb 2014 10:04:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18170 Questo pezzo è uscito su XL - la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

L'articolo I nuovi freak proviene da Minima et Moralia.

]]>
ilariamagliocchettilombi

Questo pezzo è uscito su XL – la Repubblica. (Le foto sono di Ilaria Magliocchetti Lombi)

A Coney Island ci arriviamo per caso e per curiosità. Una mattina di giugno io e Ilaria ci ritroviamo al 1208 di Surf Avenue davanti all’edificio basso e colorato del Coney Island Circus Sideshow con i suoi grandi pannelli che raccontano per immagini vari prodigi. Dentro il bar del locale gli stessi prodigi in carne e ossa: la donna barbuta, il fachiro, la mangiatrice di fuoco, il contorsionista. Affascinate decidiamo di entrare e guardare lo spettacolo. Di lì in avanti e per un paio di mesi resteremo intrappolate nelle storie di questi nuovi freak del ventunesimo secolo che per mestiere, natura e vocazione intrattengono il pubblico con le loro arti e deformità.

Con la parola freak si indicavano un tempo i fenomeni da baraccone, ovvero quelle persone deformi fisicamente che si esibivano nei circhi. Di quei freak si ha storia e memoria grazie al bellissimo romanzo di Victor Hugo L’uomo che ride, all’ottimo saggio di Leslie Fiedler Freaks. Miti e immagini dell’io segreto e soprattutto al film capolavoro di Tod Browning del 1932 Freaks. Nel film Hans, il nano di un circo, si innamora di una donna normale e avvenente che lo raggira sposandolo per poi cercare di ucciderlo. La donna si tirerà dietro le ire della ex di Hans, nana anche lei, e degli altri freak del circo che infine la mutileranno trasformandola in una di loro. “L’autentico freak è uno di noi”, scriverà mezzo secolo dopo Fiedler nel suo saggio, spiegando poi che la distanza dalla normalità è meno di quanto si creda.

Gli autentici freak esistono ancora, e si esibiscono al sideshow di Coney Island. Alcuni sono deformi dalla nascita, altri hanno imparato a mangiare il fuoco e le spade per entrare nella famiglia. Il Coney Island Circus Sideshow è in scena dall’una alle otto della sera sette giorni su sette da giugno a settembre. Il pubblico è fatto quasi esclusivamente di turisti, prevalentemente famiglie ma anche ventenni o giovani coppie. Alcuni numeri sono più gore (performer che si infilano chiodi nel naso o spade in gola e poi chiedono a un fortunato spettatore di estrarre l’oggetto), altri inchiodano alla sedia per fascino e bellezza (i numeri dei mangiatori di fuoco per esempio).

Rush Aaron Hicks ha ventott’anni e ha iniziato a lavorare al sideshow di Coney Island poco più di un anno fa. “Sono stato preso a lavorare qui su due piedi senza che nemmeno sapessi cosa fosse un sideshow”, racconta. “Vengo da Charlestone, South Carolina, lì non esiste niente del genere. Ho iniziato ed è stato un colpo di fulmine. Ho capito che volevo imparare tutto e in un paio di settimane camminavo sui chiodi, mangiavo il fuoco, ingoiavo spade”. Gli chiedo com’è che si impara e lui dice che dipende e che “a ingoiare spade non trovi nessuno che t’insegna, è troppo pericoloso. C’è un sacco di gente che muore ingoiando spade, e non c’è un solo mangiatore di spade che non sia finito almeno una volta in ospedale. E allora impari da solo”.

Il vero motivo per cui Rush è qui è una malattia genetica che si chiama sindrome di Ehlers-Danlos. “Interferisce col collagene del corpo rendendo elastica ogni cellula e legamento, e ossa e organi interni scollegati tra loro. In pratica sono elastico. Ci sono nato ma all’inizio non si vedeva. Mi è stata diagnostica a sei anni, vedendo che ero esageratamente elastico. Per cui è da quando ho sei anni che so di essere diverso dagli altri”. Questa diversità, nel suo come in altri casi, qui però diventa valore aggiunto rendendolo pari a un supereroe capace di attorcigliarsi braccia e gambe, di tirare la pelle fino all’inverosimile, o di camminare sui chiodi con uno spettatore sulla spalle e non farsi mai male. “Dai medici non ci vado più”, continua Rush. “Ogni volta che andavo da un medico mi diceva cose terribili. La mia non è una malattia comune, e la maggior parte di quelli che ce l’hanno muoiono giovanissimi di infarto o perché i polmoni collassano, perché anche gli organi interni sono intaccati, e si muovono, si dilatano, cuore, polmoni, tutto. A me avevano detto che con l’adolescenza mi sarei aggravato e prima dei vent’anni sarei finito in sedia a rotelle e invece ora sto benissimo. Mi avevano detto di non fare attività fisiche. Mi avevano detto addirittura di non piegare le dita perché altrimenti mi sarebbe venuta l’artrite. E invece più le piego e meglio sto”.

Il sideshow di Coney Island diventa così il luogo dove l’estetica (ma anche l’attitudine) punk incontra un universo di supereroi in carne e ossa. E l’essere freak (fisicamente o anche solo nelle intenzioni) è il tramite che ti permette di essere “uno di loro”. L’accettazione unanime e condivisa del termine freak la capisci dall’indifferenza con cui tutti qui chiamano lo spettacolo sideshow o freakshow. Niente di ideologico o politicamente corretto nell’usare la parola “side” al posto di “freak”. I due termini sono solo sinonimi che mettono in luce i due differenti aspetti della natura di questi spettacoli, ovvero da una parte il loro (voluto o comunque consapevole) restare di nicchia, e dall’altra il loro trasformare ogni deformità in fascinosa particolarità. I performer dei freakshow sono dei diversi e sono ben contenti di esserlo. Del resto è dagli anni del black power, del neo femminismo e del movimento di liberazione dei gay che il rapporto tra freak e non freak si è scardinato. È da allora che artisti fisicamente normali (e sicuramente più illuminati degli altri), mossi dall’urgenza di schivare la normalità, hanno preso a farsi vanto dell’essere freak pur non essendolo. Frank Zappa, per esempio, che con i suoi Mothers of Invention ha deciso di chiamare il primo disco Freak Out!! diventando automaticamente anche lui uno di loro.

ilariamagliocchettilombi2

Kryssy Kocktail a Coney Island c’è nata e cresciuta. Ha iniziato a lavorare al sideshow come barista, e quando le hanno chiesto di diventare anche lei performer si è rimboccata le maniche e ha imparato il mestiere. Bionda, grandi occhi blu, bella come Wonderwoman, laureata in medicina, di mestiere artista del sideshow, oggi Kryssy ha tre figli e un marito idraulico, abita sempre a Coney Island. “Quando lavoravo stabilmente al sideshow i figli me li portavo dietro”, racconta Kryssy, “stavano sul palco con me, intervenendo con cose tipo: ‘Mamma, sto morendo di fame!’ Oppure se ne andavano in mezzo al pubblico e facevano anche loro piccoli giochi di prestigio. Erano parte dello show”. Lei nel sideshow c’è entrata più per scelta che per caso. Nel dirlo precisa però che “anche per chi è nato freak venire a esibirsi al sideshow è una scelta. È un modo per trasformare quella che è una malformazione fisica in performance, in qualcosa che gli altri ammirano”.

Mat Fraser prima di entrare nel mondo dei sideshow faceva il batterista. Inglese, bello come una rockstar, ha suonato in diverse punk band malgrado sia focomelico (l’anno scorso ha anche suonato la batteria con Ian Dury e con i Coldplay alle Paraolimpiadi). Poi ha cominciato la sua militanza a favore dei disabili. “E ho cominciato anche a fare cabaret”, racconta. “All’inizio era solo cabaret fatto da disabili per altri disabili. Poi nel 2000 Dick D. Zigun, il fondatore e gestore del Coney Island Circus Sideshow, mi ha aperto la porta e detto: benvenuto a casa. Così ho iniziato a lavorare qui, ed è stata un’esperienza che mi ha permesso di trovare le radici del mio essere freak e al tempo stesso di esibirmi per un pubblico di gente normale. Quando ho iniziato ero l’unico performer natural born freak. Ero considerato la pornografia della gente disabile. I miei show erano visti come una forma di sfruttamento della deformità. Ma io non ho mai smesso di ribattere dicendo: guardate che io mi diverto. E sono io che ho deciso di farlo. Oggi ci sono un sacco di giovani che hanno delle deformità e che vedono la performance come una possibilità. Vengono qua e che in me che suono la batteria malgrado sia focomelico vedono un modello alternativo a quelli imposti dalla cultura dominante”.

Jennifer Miller è la donna barbuta dello show (e molto altro ancora). Di mestiere insegna al Pratt Institute di Brooklyn e di tanto in tanto si esibisce a Coney Island. Drammaturga e performer, da anni dirige il suo Circus Amok con cui reinterpreta la tradizione del circo in chiave postmoderna e drag. “Anni fa camminavo sulla banchina di Coney Island, Dick Zigun mi ha fermata e mi ha chiesto di unirmi allo show. E io ho detto: proviamo. Perché è vero che quest’idea della donna barbuta che debba lavorare nel freakshow era una cosa che cercavo di contestare, ma al tempo stesso mi attraeva. Già all’epoca facevo teatro politico, e questo era un nuovo posto dove farlo per un pubblico che non era il mio solito pubblico del Lower East Side”. Alla domanda cosa ci sia quale sia la parte contemporanea del Freakshow di oggi mi risponde “la nostalgia”. “L’equivalente contemporaneo del Freakshow dovrebbe essere un Reality Show, una sorta di Grande Fratello per soli disabili, e non è quello che facciamo a Coney Island. Il sideshow di Coney Island è nostalgicamente intrappolato nella storia. A farlo è gente che lavora duramente e con serietà, e ripete performance e routine all’infinito”.

Protagonista del film Bending Steel di Dave Carroll, Chris “Wonder” Schoeck non lavora al sideshow di Coney Island, anche se nel film è lì che fa la sua performance migliore. Chris appartiene all’ultima generazione di strongman che si esibiscono piegando travi e altri oggetti di acciaio. Il mestiere lo ha imparato pochi anni fa, e prima ancora ha iniziato a piegare piccoli oggetti di acciaio che trovava per casa. La cosa ha iniziato ad appassionarlo facendolo diventare strongman di ultima generazione. “All’inizio è una cosa che ha a che fare soprattutto con la forza. Ti alleni per trovare la posizione giusta e potenziarti. Poi, man mano che ti evolvi e inizi a piegare roba più complessa, la mente diventa un elemento sempre più importante e impari a disinnescare i segnali che ti manda il cervello quando ti dice che oltre quel limite non puoi andare. Puoi pure essere bravissimo nel piegare l’acciaio, ma sta tutto nel modo in cui coltivi la tua consapevolezza. Solo così da bravo riesci a diventare bravissimo”. Per noi, durante il set fotografico di Ilaria, piegherà una vera sbarra di acciaio. E noi a bocca aperta assistiamo come fossimo a cospetto di qualcuno che avrebbe la meglio su qualunque supereroe.

L'articolo I nuovi freak proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/coney-island-circus-sideshow/feed/ 1
Free Pussy Riot https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/ https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/#respond Mon, 23 Dec 2013 14:31:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17158 Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull'ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

L'articolo Free Pussy Riot proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pussy_Riot_Still_2

Oggi sono state rilasciate le due Pussy Riot Maria Alyokhina e Nadia Tolokonnikova. Questa è la versione integrale di un pezzo uscito sull’ultimo numero di XL la Repubblica.

Le Pussy Riot sono un collettivo punk femminista nato a Mosca nell’estate del 2011, il giorno stesso in cui è stato annunciato il ritorno di Putin. La loro arte sta in performance pubbliche di dissidenza politica, come quella del febbraio 2012 nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca che ha visto l’arresto di tre di loro e la condanna a due anni di reclusione.

La storia delle Pussy Riot accade oggi davanti ai nostri occhi. È una storia di oppressione e di rivolta, in cui l’estetica e l’attitudine punk ritornano sulla scena più contemporanee e opportune che mai a manifestare la diversità dal comune obbedire, il desiderio politico e sentimentale di cambiare lo stato delle cose malgrado l’evidente distanza tra un manipolo di ventenni femministe che cantano coi passamontagna colorati in testa e la Russia ingombrante, millenaria, devota a Putin e a Dio, profondamente sessista, ferma nella propria evoluzione da qualche parte nell’ottocento. Come faranno le nostre Pussy Riot a vincere?

Le armi di cui dispongono sono la trasversalissima femminilità contemporanea (che è femminista ma è anche gay e queer e ha nella diversità la propria forza) e un certo modo di essere eroine (e supereroine) che si direbbe appartenere più a romanzi, cinema e fumetti che alla vita vera. A definire le Pussy Riot sono poi il punk, l’attivismo politico, la religione (meglio, l’opporsi a un certo modo di pensare e di praticare la religione), la parola riot, che è al tempo stesso rivolta ma anche dissenso. Ed è un dissenso costruttivo il loro, è volontà e urgenza. Quel riot loro lo portano con eleganza, sfrontatezza e coraggio. Come i passamontagna che hanno in testa e i vestiti coloratissimi con cui hanno trovato un modo tutto loro per non restare invisibili, per rendersi riconoscibili anche in mezzo a una folla di milioni, per esprimere positività malgrado la cattività del contesto geopolitico in cui si muovono.

Avessi vent’anni andrei in Russia e diventerei una Pussy Riot. Me lo dico uscendo da un cinema di New York dopo avere visto il documentario di Mike Lerner e Maxim Pozdorovkin Pussy Riot: A Punk Prayer (dal 12 dicembre nelle sale italiane distribuito da I Wonder e in dvd per Feltrinelli Real Cinema, mentre il 25 febbraio uscirà in America per Riverhead Trade il bel libro-reportage della giornalista Masha Gessen Words Will Break Cement: The Passion of Pussy Riot). All’anteprima americana del film c’era Patti Smith che pochi giorni dopo, a un concerto organizzato per festeggiare e ricordare Federico García Lorca, poeta spagnolo ucciso dai franchisti nel 1936, dirà: “La distanza tra García Lorca e le Pussy Riot o i giovani che manifestano a Istanbul non è tanta. Dobbiamo difendere il diritto alla parola perché è l’unico diritto che ci hanno lasciato”. Così Patti Smith, che se avesse vent’anni e vivesse in Russia sarebbe anche lei una Pussy Riot.

Del documentario sulle Pussy Riot di Lerner e Pozdorovkin va detto che è un film bellissimo, è pieno di storia e informazione, e tutti dovrebbero vederlo. Lo vedi e ti accorgi di quanto poco pop e molto politica sia la storia delle Pussy Riot. Lo vedi e capisci che la Russia non è affatto come te la immagini, che lì il femminismo non è ancora datato né anacronistico, che il punk ha ancora un’urgenza, un’attualità e una giovinezza tutte sue. Lo vedi e rimani inchiodato a una frase di Majakowskij citata in esergo che dice: “L’arte non è uno specchio per riflettere il mondo, ma un martello per forgiarlo”. Poi mi viene in mente un titolo di un reportage sulle Pussy Riot fatto dal settimanale francese les Inrocks. Diceva: “Poutine reveille le punk”, Putin risveglia il punk. Quasi gli siamo grati che l’abbia risvegliato.

Ma il punk non è tutto la stessa cosa. La distanza tra Pussy Riot e Sex Pistols, per esempio, la spiega benissimo Alessandra Cristofari in un breve documentatissimo saggio-reportage pubblicato lo scorso gennaio (Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin, Editori Internazionali Riuniti, pagg. 108, 8,50 euro). In un primo momento sembra avvicinare tra le loro le due band, citando Johnny Rotten, leader della band inglese che il giorno della celebrazione del Giubileo d’Argento della Regina Elisabetta salì su una barca sul Tamigi (affittata dal manager) per cantare God Save the Queen in direzione di Westmister. Dice Rotten: “Non si scrive una canzone come God Save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati”. Subito dopo però fa parlare una delle Pussy Riot che senza girarci intorno in un’intervista rilasciata al St. Petersburg Times nel febbraio 2012 prende le dovute distanze dalla band inglese, alza la posta e dice: “È difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c’è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis”.

“Cosa sono le Pussy Riot? Un gruppo punk femminista”. Mentre lo dice Nadia (Nadežda Tolokonniková, nata nel 1989, madre di una bambina, tra le fondatrici delle Pussy Riot, arrestata nel febbraio 2012 e condannata a due anni di detenzione, recentemente trasferita in una colonia penale in Siberia) guarda in camera da dietro le sbarre della cella da cui assiste al proprio processo. Dice questo, e dice anche che il loro è solo uno dei tanti gruppi punk femministi che dovrebbero esserci in Russia. I tanti gruppi punk femministi però in Russia non ci sono. E la misura dell’assenza di democrazia in Russia viene data dal fatto che le Pussy Riot siano un caso unico nella Russia di Putin. Nell’agosto del 2012 Madonna ha chiuso la tournée in Russia con un passamontagna in testa e la scritta Pussy Riot sulla schiena. Milioni di ragazzine russe l’hanno vista schierarsi apertamente con le Pussy Riot e ignorare gli insulti dell’assai poco elegante vicepremier russo Dmitry Rogozin (in un tweet ha commentato: “Tutte le ex prostitute tendono a dare in giro lezioni di morale quando invecchiano”).

Insieme a Madonna e a Patti Smith hanno manifestato la propria solidarietà alle Pussy Riot Sting, gli U2, Yoko Ono, Adele, Elton John, Bryan Adams, Courtney Love, i Radiohead, Bruce Springsteen, i Coldplay, gli Arcade Fire, Paul McCartney, i Portishead, Bjork, Cat Power, il filosofo Slavoj Žižek (l’interessante e appassionato scambio epistolare tra il filosofo e Nadia è stato recentemente pubblicato da Micromega). Peaches ha fatto una canzone che si chiama Free Pussy Riot e ci ha girato un video. Non si ha però notizia di altri collettivi di ragazze russe che come le Pussy Riot si siano messe a fare punk politico. In un’intervista rilasciata pochi giorni prima della performance nella cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, un giornalista americano ha chiesto: “Le Pussy Riot cercano nuovi membri?” Una di loro ha risposto: “Lei conosce qualcuno che voglia venire a Mosca, fare concerti illegalmente, e aiutarci a combattere Putin e gli sciovinisti russi?”

Al processo, chiamata a difendersi, Masha (Maria Alëchina, nata nel 1988, anche lei madre di un bambino, anche lei Pussy Riot, anche lei arrestata e condannata a due anni di detenzione) dice che è la sete di libertà a renderci un po’ più liberi. Al processo Nadia dice: “Anche se fisicamente siamo qui, ci sentiamo più libere di tutti coloro che siedono di fronte a noi, dalla parte dell’accusa. Possiamo dire ciò che vogliamo e diciamo ciò che vogliamo. L’accusa può dire solo ciò che è permesso dalla censura politica. Non possono dire preghiera punk, o Maria Vergine, liberaci da Putin”. C’è un piccolo libro pubblicato l’anno scorso in Italia che raccoglie i testi (canzoni, lettere, atti processuali) delle Pussy Riot. Il libro si chiama Pussy Riot. Una preghiera punk per la libertà (Il saggiatore, pagg. 144, 12 euro) e dentro c’è una lettera dal carcere di Masha che dice: “Io e la mia unica compagna di cella, Nina, dormiamo vestite su brande di metallo. Lei dorme in pelliccia, io con un cappotto. In cella fa così freddo che abbiamo il naso arrossato e i piedi gelati, ma non è permesso infilarsi sotto le coperte fino al suono della campanella notturna. Le crepe negli infissi sono tappate con assorbenti igienici e pezzi di pane”.

Della sua permanenza in galera Nadia dice che se hai la salute va anche bene. Che lì hai sempre il tuo cervello, la coscienza e l’anima. Che fintanto che pensi non è il posto peggiore dove stare. A un certo punto del film, fuori da una chiesa russa ortodossa, ci sono degli strani ortodossi dal look heavy metal che manifestano contro le Pussy Riot. Sono esclusivamente uomini, di una certa età, sulle magliette hanno stampato teschi e la scritta ORTODOSSIA O MORTE, alla telecamera che li riprende dicono che se non sei ortodosso muori. Li guardi e pensi che in effetti la galera di Nadia non è il posto peggiore dove stare.

Le ragioni per cui hanno arrestato Masha, Nadia e Katia (Yekaterina Samucevič, 1981, l’unica delle tre a essere liberata, fuori dal carcere continua a essere una Pussy Riot) sono l’avere violato le regole della chiesa russa ortodossa indossando vestiti inappropriati. Portare “maschere provocatorie con gli occhi tagliati” (sarebbero i passamontagna) è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Portare la calzamaglia gialla è violare le regole della chiesa russa ortodossa. Più ufficialmente, con la performance del febbraio 2012 dentro la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca hanno violato l’articolo 213.2 del codice penale russo, ovvero hanno turbato l’ordine sociale con un atto di teppismo che mostra mancanza di rispetto per la società ed è motivato da odio o ostilità religiosa. L’atto di teppismo sono quaranta secondi di performance non violenta che ha visto cinque Pussy Riot dentro la cattedrale cantare e ballare con i passamontagna e i vestiti colorati. Dice Nadia in una lettera dal carcere: “Se duemila anni fa fosse esistito l’articolo 213, Gesù sarebbe stato accusato di teppismo”. La canzone che hanno cantato si chiama Maria Vergine, liberaci da Putin (preghiera punk). L’hanno cantata sull’altare perché l’altare è un luogo vietato alle donne. Il loro era un gesto femminista. La canzone dice: Maria Vergine, Madre di Dio, diventa femminista, diventa femminista, diventa femminista. E poi dice: Maria, Madre di Dio, protesta al nostro fianco. E alla fine: Maria Vergine, Madre di Dio, liberaci da Putin, liberaci da Putin, liberaci da Putin.

Quando le viene chiesto perché tra tanti posti hanno scelto proprio la cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca, Nadia risponde: “È simbolo dell’unione tra Chiesa e Stato che non dovrebbe esserci”. Nel settembre del 2012 il settimanale tedesco Der Spiegel le ha chiesto se si è pentita. E lei: “No, non mi pento di niente. Se hai paura dei lupi, dovresti evitare le foreste”.

L'articolo Free Pussy Riot proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/free-pussy-riot/feed/ 0