Colum McCann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/colum-mccann/ un blog di approfondimento culturale Wed, 20 Sep 2017 18:45:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Colum McCann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/colum-mccann/ 32 32 Lettere a un giovane scrittore: da Rilke a McCann, tutti consigli per trovare, da soli, la propria voce https://minimaetmoralia.it/letteratura/lettere-un-giovane-scrittore-rilke-mccann-tutti-consigli-trovare-soli-la-propria-voce/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lettere-un-giovane-scrittore-rilke-mccann-tutti-consigli-trovare-soli-la-propria-voce/#comments Wed, 20 Sep 2017 13:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35092 Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

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Old vintage typewriter, close-up.

Il 17 febbraio 1903 Rainer Maria Rilke scrive a una lettera a un giovane poeta che gli aveva inviato i suoi versi in lettura. Rilke glieli restituisce, schernendosi dal ruolo di critico («Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico») e ancor più da quello di ‘promotore’ della presunta capacità letteraria del giovane poeta. Ciò che regalerà però a Franz Xaver Kappus (questo il nome del giovane autore) sarà il privilegio di un consiglio sincero: «Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice ‘io devo’ questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità».

È da qui che parte anche Colum McCann, scrittore irlandese, trapiantato a New York, vincitore del National Book Award con il romanzo Questo bacio vada al mondo intero (Rizzoli – 2010), per il suo ultimo lavoro Letters to a young writer (Random House – 2017). Guardare dentro se stessi, perché nessuno può capire se una persona è fatta per la scrittura se non la persona stessa. Ciò che un altro autore può fare per chi sta ancora trovando la misura del suo scrivere è aiutarlo a capire dove si nasconde ciò che McCann definisce «the spark». La scintilla da cui partire per costruire la sua storia.

È quello che McCann cerca di fare con le sue classi (docente al prestigioso e ambitissimo corso di Creative Writing dell’Hunter College di New York, lo stesso dove insegnano Zadie Smith, Jonathan Safran Foer, Salman Rushdie e Toni Morrison) ed è quello che cerca di offrire al lettore con questo ‘piccolo’ libro dall’ampio respiro che affronta tutte le domande che uno scrittore (giovane o vecchio che sia) si è già posto migliaia di volte nella sua testa, foraggiando le sue paure.

Perché si scrive? Di cosa si scrive? Quando, dove, di chi e soprattutto come si scrive? Senza dimenticare speranze, ossessioni, ansie e fallimenti (tanti) che ogni scrittore che si rispetti colleziona compulsivamente. E se molti dei consigli che leggerete in Letters to a young writer sono già noti a chi si cimenta con la maratona dello scrivere (chi è un velocista per natura, rischia cocenti delusioni), la capacità di McCann di condensarli in poche frasi, che si conficcano nella memoria del lettore come puntelli sicuri per continuare l’arrampicata narrativa, è rara quanto il suo amore sincero per l’ossessione dello scrivere.

Non abbiate remore scrittori giovani e non che leggete queste righe: tuffatevi nelle parole di McCann, scelte, come lui stesso consiglia, con attenzione maniacale: «l’unica cosa che dovrebbe precedere o seguire una buona frase è un’altra buona frase» a formare una melodia, la musica delle parole che nasce dalla musica umana, di cui è solo un riflesso. Per arrivare a questo punto, c’è una sola strada: esercizio e qualche revisione di regole auree della scrittura. Vi ricordate: ‘scrivete di ciò che conoscete’? Beh, McCann va un po’ più in profondità: «Don’t write what you know, write toward what you want you know». Non limitatasi quindi a ciò che conosciamo, ma iniziare un viaggio in direzione di ciò che vorremmo conoscere. Investigare, domandare, mettere e mettersi in discussione. E questo va fatto anche con i personaggi delle storie che vorremmo scrivere. Di loro dobbiamo sapere tutto, non soltanto ciò che ordineranno per colazione, ma anche ciò che avrebbero voluto ordinare. Dove sono nati, qual è il loro primo ricordo, come attraversano la strada, perché hanno sempre dello sporco sotto le unghie, per chi voterebbero alle prossime elezioni, cosa li spaventa, per che cosa si sentono in colpa. Come riuscirci? Camminare con loro per un po’, farseli amici e nemici, discuterci e infine: «write them real».

E la trama? Punto su cui agenti e editori non fanno che insistere: una trama solida, è da lì che parte tutto. Non secondo McCann: la trama è importante certo, ma è sempre a servizio della lingua. Non è tanto importante quello che accade, ma come accade e il ‘come’ è strettamente legato al linguaggio scelto dallo scrittore per catturare l’azione. Ricordandosi che, mentre nei film siamo alla ricerca dell’azione, nei romanzi siamo alla ricerca della contraddizione e niente può essere più spettacolare di una completa mancanza di azione se supportata dalla melodia del linguaggio. Qualcosa che ci faccia sentire il dolore di una domanda, di un cambiamento. Qualcosa che ci faccia sentire realmente vivi, magari rovistando nella saggezza di Stephen King: «Plot is, I think, the good writer’s last resort and the dullard’s first choice[1]».

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[1] La trama è, io penso, l’ultima risorsa di un bravo scrittore e la prima scelta di uno stupido.

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Sofia si veste sempre di nero https://minimaetmoralia.it/libri/sofia-si-veste-sempre-di-nero/ https://minimaetmoralia.it/libri/sofia-si-veste-sempre-di-nero/#comments Tue, 25 Sep 2012 14:22:32 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9599 Riprendiamo un testo di Paolo Cognetti, uscito sul suo blog, che racconta «Sofia si veste sempre di nero». Stasera Paolo Cognetti incontra i lettori romani alla libreria minimum fax. (Foto di Henri Cartier-Bresson)

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l'effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto - l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono - e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale.

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Riprendiamo un testo di Paolo Cognetti, uscito sul suo blog, che racconta «Sofia si veste sempre di nero». Stasera Paolo Cognetti incontra i lettori romani alla libreria minimum fax. (Foto di Henri Cartier-Bresson)

Ho cominciato a scrivere di Sofia nel gennaio del 2008, immaginando una raccolta di racconti su una ragazza della mia età. Sarebbero andati su e giù per la sua vita dagli anni Settanta in poi. Volevo che fossero il più possibile diversi tra loro: molto lunghi e molto brevi; scritti in prima, seconda e terza persona; al passato, al presente e se possibile anche al futuro. In uno la storia sarebbe durata vent’anni, in un altro un giorno solo; non sempre Sofia avrebbe occupato il centro della scena, ma anche nascosta dietro le quinte sarebbe stata la causa o l’effetto delle azioni altrui; e nel percorrere la sua vita mi sarei fermato spesso per tornare indietro, ricominciando da un altro punto di vista. Nelle mie intenzioni ogni pezzo del mosaico doveva poter vivere da solo, oltre che legarsi agli altri e comporre un disegno più ampio, in modo da conservare le qualità che amo tanto nella forma racconto – l’immediatezza, l’economia rigorosa del materiale narrativo, la libertà di sperimentare e quel senso di illuminazione che i migliori finali possiedono – e perseguire allo stesso tempo la profondità, la complessità del romanzo. Naturalmente non era un’idea originale.

Tra i miei maestri americani ne avevo in testa soprattuto due: Hemingway (con i racconti di Nick Adams) e Salinger (con la saga della famiglia Glass). Altri romanzi di racconti che ho preso a modello: Un matrimonio da dilettanti di Anne Tyler. Il Manuale di caccia e pesca per ragazze di Melissa Bank. E poi un capolavoro che, misteriosamente, sembra tale solo a me: Esther Stories di Peter Orner. Questi libri li ho letti, smontati, studiati, per costruire un meccanismo simile ma con un materiale tutto mio: una ragazza nata a Milano nel 1977, le persone con cui è cresciuta, il mondo che gira intorno a loro.

Poi durante gli ultimi cinque anni, mentre scrivevo, sono usciti altri tre titoli per me fondamentali. Questi però non sono passati inosservati: hanno vinto il Pulitzer e il National Book Award, riempito librerie e pagine di giornali. Sono Olive Kitteridge di Elizabeth Strout (2008), Questo bacio vada al mondo intero di Colum McCann (2009), Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan (2010). Tre romanzi di racconti che considero fratelli uno dell’altro. Sono apparentati non solo dalla struttura a mosaico ma dall’idea di usarla per rappresentare il tempo, anzi l’esperienza del tempo che è la memoria: frammentaria, non lineare, fitta di connessioni intrecciate tra loro, agitata da continui movimenti. Mi viene in mente la chimica, quell’altro grande romanzo di racconti che è Il sistema periodico di Primo Levi, o uno stagno in cui le bolle d’aria dei ricordi non smettono di salire dal fondo, gonfiarsi e fondersi le une con le altre, a volte arrivare in superficie e scoppiare. I racconti sono le bolle d’aria. Il romanzo è il sistema delle loro relazioni. Lo stagno siamo noi: siamo noi a ribollire di ricordi che a volte salgono in superficie ed esplodono, e leggiamo, scriviamo, per comprendere quel tumulto; se non riusciamo a tenerlo a bada possiamo almeno conoscerlo un po’ meglio, imparare come funziona. Per lo meno è così per me.

Dunque avrei cambiato stile da un racconto all’altro, saltato tra personaggi ed epoche, evitato di seguire la vita di Sofia in ordine cronologico, come se la guardassi accadere, ma in una specie di ordine emotivo, come se la ricordassi. Avrei lasciato buchi e contraddizioni, come quando provi a ricostruire un vaso andato in cocci e scopri che i bordi di due frammenti non corrispondono più. Avrei voluto sottrarmi all’obbligo di mettere i racconti in fila, trovare il modo di farli esistere simultaneamente, dare al lettore la libertà di stabilire un ordine suo, seguendo la propria indole, scovando legami che magari non ho visto neanch’io. Mi sarebbe piaciuto che l’indice del libro non fosse stato un elenco, ma la mappa di una casa. E che il lettore avesse dovuto, potuto, decidere come esplorarla: se entrare dalla porta d’ingresso o dalla finestra del primo piano, se affacciarsi in cucina, fare un giro nel soggiorno, chiudersi in bagno o fermarsi per un po’ nella stanza di Sofia. È anche questa un’idea rubata a una delle mie scrittrici preferite, Alice Munro, che sulla chimica della memoria ha lavorato per tutta la vita, e una volta ha scritto: Per me una storia non è una strada da seguire, è qualcosa di più simile a una casa. Tu ci entri e resti al suo interno per un po’, vai avanti e indietro e ti fermi dove ti piace, scopri come le stanze e i corridoi sono in relazione tra loro, come il mondo esterno è alterato dalla prospettiva delle finestre. E tu, il visitatore, il lettore, sei altrettanto alterato da questo spazio chiuso, che sia ampio e comodo o che ti obblighi a giri tortuosi, che sia arredato in modo opulento o essenziale. Puoi tornarci tutte le volte che vuoi, e la casa, la storia, conterrà sempre più di quello che hai visto l’ultima volta. Ha anche un solido senso di sé: è stata costruita per una propria ragione di esistere, non necessariamente per ospitare te.

Infine, da scrittore di racconti mi mancava terribilmente un’esperienza del romanziere. Quella di creare un personaggio e vederlo crescere, imparare a conoscerlo con il tempo, trascorrere insieme a lui qualche anno della propria vita. Quel legame che stabiliamo coi protagonisti dei libri letti, che per un certo periodo diventano i nostri compagni più intimi, cominciano a mancarci ben prima dell’ultima riga e poi ne parliamo agli amici come se fossero persone in carne e ossa: quanto profondo sarebbe diventato, quell’affetto, se il libro l’avessi scritto io? Be’, ho consumato quasi duemila pagine e una decina di biro nere ma alla fine l’ho scoperto: è stato come vivere una storia d’amore. Ecco cosa mi rimane, ora che ho messo i quaderni in una scatola e il libro è per il mondo. Spero che sia un buon libro per chi lo leggerà, ma in un certo senso non ha nessuna importanza, perché non cambia quello che ha significato per me. Ho passato con Sofia gli ultimi cinque anni della mia vita: abbiamo avuto momenti belli e momenti brutti, però ci sono stati; anni intensi e pieni di passione, di scoperte e litigi e ossa rotte; e di strade, città, canzoni, persone, case. Se ci penso me le ricordo tutte. E adesso nessuno mi venga a dire che lei, noi, non siamo mai esistiti.

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