concerti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/concerti/ un blog di approfondimento culturale Sat, 06 Jul 2024 10:37:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg concerti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/concerti/ 32 32 Soggetti musicali non identificati: The Smile al Medimex https://minimaetmoralia.it/musica/soggetti-musicali-non-identificati-the-smile-al-medimex/ https://minimaetmoralia.it/musica/soggetti-musicali-non-identificati-the-smile-al-medimex/#comments Sun, 23 Jun 2024 11:38:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53865 The Smile arrivano a Taranto nel giorno più caldo di quest’inizio estate. Quaranta gradi, la prossimità del mare fa sudare anche i lampioni sulla rotonda dove si svolge il concerto. Lo stesso Thom Yorke dal palco maledice più volte il “fuckin’ caldo” che ci fa diventare “pazza”. Per fortuna l’organizzazione per lo più impeccabile del […]

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The Smile arrivano a Taranto nel giorno più caldo di quest’inizio estate. Quaranta gradi, la prossimità del mare fa sudare anche i lampioni sulla rotonda dove si svolge il concerto. Lo stesso Thom Yorke dal palco maledice più volte il “fuckin’ caldo” che ci fa diventare “pazza”.

Per fortuna l’organizzazione per lo più impeccabile del Medimex – giova ribadirlo e parlarne bene ogni volta che si può – rende tutto un pelino più semplice. Al Medimex si viene trattati da esseri umani, non da tristi consumatori di eventi dal vivo. I prezzi sono contenuti, si entra e si esce con calma, c’è spazio per stare tranquilli, i live iniziano e finiscono a orari decenti.

Va detto che, al di là del caldo, quello dei The Smile non è un concerto per niente facile o scontato. Il pubblico fiuta la complessità dell’esibizione e forse anche per questo è un po’ più moderato del solito nell’utilizzo dei telefoni, ascoltando per lo più rapito, concentrato, come se fosse preso sul limitare di una soglia tra sonno e veglia. È un lungo viaggio astrale, quello che Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner propongono con il supporto di Robert Stillman, tra diversi piani dell’esistenza. Un viaggio che parte piano, quasi come un concerto lunare da camera, per poi prendere confidenza e stabilizzarsi nella rarefazione di un suono disarticolato, che si stratifica e si completa, si disperde e si ritrova attorno a una sostanza estremamente calda, ipnotica e delicata.

Non c’è un centro, non c’è un solo ritornello da mandare a memoria, non una “hit” da cantare insieme a Yorke. La forma canzone è costantemente persa e ritrovata, organizzata densamente attorno al suo potenziale sfarinarsi: ogni episodio sembra sul punto di intraprendere cento direzioni diverse, con inserti che ne smentiscono l’intento iniziale, destrutturando il brano e virando ora verso il jazz, l’elettronica da ballare nell’eterna notte che ci aspetta o la world music più stonante, per poi scivolare su un pianismo malinconico o un’ultima, più prevedibile, tirata rock. Nella parte centrale del concerto, complici i giochi di luce e lo sfavillante sfondo scenografico, si pensa spesso a Syd Barrett, a una psichedelia spinta e “posseduta”, quasi da film horror. Yorke, del resto, aveva avvertito all’inizio, sempre in quel suo italiano zoppicante: “Siamo i The Smile: i soriso, sorisso cattivo”.

Ma non si pensa mai ai Radiohead, nel corso del concerto. Nemmeno per un istante. Generalizzando, il guaio dei side project dei grandi artisti è che si portano sempre dietro, anche involontariamente, qualcosa dell’opera principale da cui scaturiscono: a volte sembrano un “what if”, come sarebbero andate le cose se non fossimo diventati troppo famosi per continuare a sperimentare, troppo incasellati in un genere che abbiamo praticamente inventato. È inevitabile, anche umano. Ma i The Smile non sono affatto la prosecuzione dei Radiohead con altri mezzi: sono un progetto originale, che fa musica altra, molto libera, divertita e divertente, che su disco è fatta di estrema sapienza produttiva, mentre dal vivo assume i contorni di una jam session tra amici che suonano insieme da una vita, ma generosamente, per gli altri.

Certo la radice è quella – alcune progressioni, alcuni incastri quasi fiabeschi tra arpeggi e tappeti sonori, la padronanza di elettronica e loop che permette di generare un suono sempre pieno e compatto. Ma per un orecchio attento (o del tutto distratto, nel senso che si è lasciato completamente avvolgere dall’esibizione senza alcuna sovrastruttura intellettuale) è evidente come questa radice venga stravolta, portata altrove con estremo coraggio e senso della sperimentazione mai fine a sé stessa. Quello dei The Smile è un concerto mobile, che scarta costantemente a lato rispetto alle aspettative che si possono riporre nei confronti della singola canzone o di una band formata, per due terzi, da quelli che con tutta probabilità sono due tra i più grandi artisti contemporanei in attività (che non a caso hanno incontrato sulla loro strada un altro grande artista come il regista Paul Thomas Anderson).

Ed è, ovviamente, anche un concerto visivo. Dopo averne assunto due o tre brani, basta chiudere gli occhi o alzarli al cielo nell’umida (ma stellata) notte tarantina, per vedere con estremo nitore le meraviglie della musica dei The Smile, per patirle. Basta voltarsi dall’altra parte per prendere seriamente in considerazione l’ipotesi che Thom Yorke e compagni mettono sul piatto: che si possa superare il discorso freddamente apocalittico dell’ibridazione uomo-macchina anticipato ormai trent’anni fa dai Radiohead, e tornare a suonare da esseri umani, per altri esseri umani, nel momento in cui quel racconto postumano si è fatto realtà quantomeno nella retorica quotidiana (che noia). I tempi cambiano, i percorsi musicali evolvono, le visioni artistiche, quando sono ben piantate nell’epoca in cui si vive, sanno bene come orientarsi: è possibile essere pienamente soggetti musicali, per quanto confusi, incerti e non identificabili, e non oggetti. Un discorso che vale tanto per gli artisti che per il pubblico.

(Fonte foto: Medimex)

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Restare al buio. Un concerto di Daniela Pes https://minimaetmoralia.it/musica/restare-al-buio-un-concerto-di-daniela-pes/ https://minimaetmoralia.it/musica/restare-al-buio-un-concerto-di-daniela-pes/#respond Sat, 23 Dec 2023 12:03:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53240 A fine concerto dei ragazzini si guardano tra loro e fanno: “Pazzesco, ma cos’abbiamo visto?”. Per la verità c’è un’aria strana in tutta la piccola sala che ha ospitato la data tarantina del tour di Spira. Ho la sensazione che molta gente sia venuta senza sapere granché di Daniela Pes, o forse senza aspettarsi dal […]

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A fine concerto dei ragazzini si guardano tra loro e fanno: “Pazzesco, ma cos’abbiamo visto?”. Per la verità c’è un’aria strana in tutta la piccola sala che ha ospitato la data tarantina del tour di Spira. Ho la sensazione che molta gente sia venuta senza sapere granché di Daniela Pes, o forse senza aspettarsi dal concerto nient’altro che non fosse la riproposizione dal vivo di un disco di suo molto intenso. Invece sono come trafitti, attraversati da qualcosa che in genere non si sperimenta nella vita quotidiana.

Di Daniela Pes sapevo poco anch’io, e vorrei lasciare le cose così. Sì, la Targa Tenco, la produzione di Iosonouncane, la lingua inventata a partire dal sardo. Ma non è importante. Quando ho ascoltato per la prima volta Spira, l’estate scorsa, è come se un fulmine m’avesse colpito in pieno. L’ho sentito nel petto, come sotto palco i bassi che ti vibrano addosso in accordo col cuore, e ti pare che batta per la prima volta. Ci sono dei movimenti di Spira che ti portano altrove, su un piano astrale e tribale in cui lo spazio, il tempo e la materia si mescolano e una voce sussurra che è quella la vera natura delle cose. Il casino da cui è nato l’universo – un comico equivoco di proporzioni cosmiche – il suo nascere e morire di continuo: quella è la vera natura di tutto, di ogni cosa, è la stessa sostanza di questa musica.

Questi movimenti di Spira, che sono movimenti anche tristi e intimi, burrascosi e vitali insieme, questi movimenti Daniela Pes riesce a replicarli anche dal vivo, in trio, in un flusso elettronico continuo e arrembante. Non c’è un attimo di pausa nel suo concerto di appena un’ora. C’è l’ipnosi del sarto chino sul capo, la glossolalia della posseduta, l’invocazione a divinità di pietra. È un’ora strappata alla vita di ogni giorno. Alle sue miserie, alla sua volgarità. Tutto è corrivo e inutilmente piatto, al confronto con un’esperienza del genere. Molta musica, non tutta, ha il pregio di riportare a contatto col sacro un pubblico secolarizzato, che non crede più a niente (ma non è vero) se non alla propria esistenza di consumatori. Ecco, Daniela Pes riesce a fare questo. Riesce a farlo adesso che ha trent’anni e una manciata di ottime canzoni alle spalle, e mi chiedo cosa sarà tra altri vent’anni e qualche disco in più.

Ma non è importante nemmeno questo, in fondo. Quando suona, Daniela Pes non ha venti o trenta o quaranta o novant’anni. Esiste da sempre. Allo stesso modo, la potenza di un disco (e di un concerto) come Spira sta nel fatto che è un’esperienza assoluta: vive di suo, nella sua irripetibilità non ha bisogno di essere spiegata, inserita in un contesto, inquadrata in un genere. È musica che parla a una parte di te sopita, e se non è sacra è quantomeno rara. Non perché i tempi non consentano esperienze e forme espressive simili, ma perché contatti di questo tipo sono sempre rari.

Certo viviamo un’epoca parecchio normativa, in cui tendiamo a rinchiuderci da soli in categorie – anche qui, per lo più di consumo – replicando una lingua che viene dal digitale. Tecnicamente sì, Daniela Pes digitalizza e frammenta suoni della tradizione in campioni, loop, beat e compagnia. Ma li terrorizza col suo canto, li eleva a misura di un’esperienza che eccede la sua stessa interprete – figuriamoci chi l’ascolta. Viene da chiedersi cosa farne, di questa esperienza che ci eccede, ci attraversa, trabocca dai nostri corpi dopo aver sperimentato Spira – per la verità, la domanda vale per tutte le forme d’arte che non si limitano a specchiare la realtà per quello che è. Dovremmo aspettarci una trasformazione, o quantomeno la trasfigurazione della nostra vita in qualche cosa di diverso. Di più estremo o assoluto, forse. Di meno ovvio e prevedibile. La verità è che se lo sapessi non cercherei questo tipo di esperienze. Se avessi le risposte, o se anche solo le cercassi, non mi sottoporrei all’ascolto di un disco come Spira.

Questo perché a Spira ci si sottopone e in parte ci si sottomette. Io non voglio essere Spira, non voglio essere Daniela Pes o l’artista che viene a stravolgermi la vita per il tempo di un disco o di un concerto. Ho bisogno di credere che esistano artiste e artisti simili, e che non siano me. Che siano migliori e soprattutto ben separati da me, mentre cantano e ipotizzano la possibilità dell’unione e della fusione con l’altro. Ma se in ultima battuta Spira avesse completamente ragione di me e della mia vita, se eliminassimo in modo permanente il brutto e il banale dalle nostre vite, non avremmo bisogno di esperienze simili. Sarebbe un paradosso, un cortocircuito imperdonabile, sarebbe una perdita grave e imponderabile.

Normare è anche normalizzare. È l’elaborazione di un lutto che proviene dal contatto prolungato con una dimensione altra, non importa se triste o gioiosa. A fine concerto, mentre i ragazzini dicono “Pazzesco”, alcuni adulti sembrano più razionali. “Mi ha ricordato questo, mi ha ricordato quest’altro”, e così mentre pensano di parlare come grandi critici musicali sembrano invece allineati ai suggerimenti di Netflix o Amazon (“se ti è piaciuto questo, prova quest’altro”). Ci sta, normalizzare l’incontro con lo straordinario quando si è ormai in uscita da una soglia, alla fine del concerto. Non ho pretese a riguardo. Ma è nel mentre che è insopportabile la luce degli smartphone, la ripresa pressoché integrale dell’esibizione.

Non è un brontolio da vecchio trombone, il mio, visto che proprio gli adulti sono quelli che più si fanno metaspettatori di un concerto. Il fastidio ultimo, oltre a quello d’aver pagato per uno spettacolo che rischia di svolgersi integralmente sugli schermi altrui, proviene dall’utilizzo del telefono come frapposizione di un filtro, di una barriera tra noi e l’incontro con l’altrove: un problema di fondo con la gestione delle proprie emozioni. Come esseri tecnologici e razionali, ci converrebbe ammettere, con altrettanta razionalità, che abbiamo sempre bisogno di una certa quota d’irrazionale per comprendere le cose. Per non spiegarcele del tutto. Restare al buio deve far paura, se si vuole sperimentare la luce.

(Foto)

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