Corona Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corona/ un blog di approfondimento culturale Mon, 19 Sep 2016 19:10:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Corona Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corona/ 32 32 Impressioni di settembre. 365 giorni indistinguibili https://minimaetmoralia.it/interventi/impressioni-di-settembre-365-giorni-indistinguibili/ https://minimaetmoralia.it/interventi/impressioni-di-settembre-365-giorni-indistinguibili/#comments Tue, 20 Sep 2016 05:30:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32034 Il pezzo che segue è l'ultimo scritto da Tommaso Labranca, autore irregolare e libero, scomparso il 29 agosto scorso. L'articolo è sul numero di Linus attualmente in edicola: ringraziamo la rivista (fonte immagine).

di Tommaso Labranca

In questo preciso istante, mentre scrivo e mentre leggete, una ragazza o un ragazzo sta legando un’immagine, una sensazione, una madeleine dell’estate 2016 alla voce effettata di Fabio Rovazzi, l’autore della canzone “Andiamo a comandare”. Non ho capito bene su cosa voglia comandare questo giovane, starà organizzando una nuova Marcia su Roma? Si ispira alle revanchas andine degli Inti Illimani ai tempi di Venceremos? È un remix concettuale di “We Shall Overcome”, cantilenata dagli afroamericani negli anni Sessanta?

No. Deve trattarsi di minime beghe all’interno di piccoli mondi periferici in cui si mescolano a caso rap, graffiti, stazioni della metropolitana, gruppetti con felpe incappucciate e tizi coi baffetti che si minacciano l’un l’altro a colpi di «andiamo a comandare». Ogni riferimento alle lotte interne al PD è puramente casuale.

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Il pezzo che segue è l’ultimo scritto da Tommaso Labranca, autore irregolare e libero, scomparso il 29 agosto scorso. L’articolo è sul numero di Linus attualmente in edicola: ringraziamo la rivista (fonte immagine).

di Tommaso Labranca

In questo preciso istante, mentre scrivo e mentre leggete, una ragazza o un ragazzo sta legando un’immagine, una sensazione, una madeleine dell’estate 2016 alla voce effettata di Fabio Rovazzi, l’autore della canzone “Andiamo a comandare”. Non ho capito bene su cosa voglia comandare questo giovane, starà organizzando una nuova Marcia su Roma? Si ispira alle revanchas andine degli Inti Illimani ai tempi di Venceremos? È un remix concettuale di “We Shall Overcome”, cantilenata dagli afroamericani negli anni Sessanta?

No. Deve trattarsi di minime beghe all’interno di piccoli mondi periferici in cui si mescolano a caso rap, graffiti, stazioni della metropolitana, gruppetti con felpe incappucciate e tizi coi baffetti che si minacciano l’un l’altro a colpi di «andiamo a comandare». Ogni riferimento alle lotte interne al PD è puramente casuale.

Scorrendo il video, colpisce come il brano più ascoltato nell’estate del 2016 non abbia nulla di estivo. Scenari urbani in cui si muove un ironico ragazzo pallido e sottile che è l’antitesi dei bestioni anabolizzati e rosolati da spiaggia importati mezzo secolo fa dall’isola californiana di Santa Catalina e oggi fotografati su Di Più a Fregene. Fabio Rovazzi, inconsciamente, ha confermato come siamo ormai oltre il luogo comune del «non ci sono più le mezze stagioni». Signora mia, qui non ci sono più proprio le stagioni, a cominciare dall’estate.

Ho sempre vissuto l’estate stando all’ombra o guardandola dalla finestra. Non lo scrivo per autocommiserazione o per vanto, ma solo per far capire come da una posizione esterna abbia potuto osservare meglio questa trasformazione. Torniamo all’Italia di metà anni Settanta. Quelli che prendono l’aereo per andare in vacanza erano pari allo 0,80% della popolazione. Oggi, afferrando brani di small talk sui mezzi pubblici, colgo perle di esterofili che hanno ormai dimenticato la madrelingua: «Ah, io se non vado in vacanza all’estero a me non mi sembra di essere andato in vacanza».

Nato e vissuto in una città come Milano, avevo messo a punto negli anni una sensibilità olfattiva che mi permetteva di distinguere, tra gli scarichi di marmitte non ancora catalitiche, il profumo della frutta estiva esposta sui banchi del mercato. Si risvegliava l’orticaria dovuta alle fragole e capivo che l’estate stava nascendo dolcemente. L’attuale mercato globale rende disponibile ogni tipo di frutta in ogni momento dell’anno. Maestosi aerei partono dall’Italia affollati di cervelli in fuga e tornano carichi di mandarini a luglio e fragole a dicembre. Noi nel cambio ci guadagniamo.

Faceva caldo anche nell’estate del 1975, ma l’accettavi come una cosa naturale e le mamme creavano correnti in casa dosando sapientemente l’apertura delle finestre. I meteo-terroristi attuali cominciano ad aprile a colpi di bombe di calore, uragani in Barbagia, termometri che esplodono e temporali dai nomi mitologici. Ci si convince allora che senza condizionatore si rischia la morte e avvengono cose strane. Per esempio, le tozze amanti della musica latina che attendono con ansia l’estate per bailar salsa y chupatitos, indossando fuseaux leopardati in lycra e top con molte stringhe che creano un appetitoso effetto culatello di zibello, stanno chiuse in casa abbracciate al condizionatore. E intanto fuori l’estate finisce.

Nel 1975 le menti perverse della discografia si riunivano a marzo per creare la spirale mortale dell’immedesimazione. Scrivevano canzoni su amori estivi che servissero a fomentare foie estive. Canzoni con testi che erano come sagome di cartone (con dei buchi al posto dei volti) di due che trombavano selvaggiamente sulla spiaggia, incuranti dei virus a venire. I giovani vacanzieri inserivano i loro volti in quei fori e, anticipando la realtà virtuale, rivivevano il classico iter in tre punti degli amorazzi estivi raccontato nei testi del Giardino dei Semplici, dei Collage o degli Homo Sapiens: l’incontro, la monta, l’addio.

Una volta in città, l’ascolto del 45 giri avrebbe colmato i cuori con quella ‘Sehnsucht’ che negli anni è diventata impossibile. Già nel 1995 sembrava improbabile affidare i propri momenti romantici agli spaventosi zumpa zumpa di Corona, dei Cappella e degli U.S.U.R.A.

Nel 2016 pare impossibile che qualcuno legherà il primo bacio all’ipocrita Vorrei ma non posto di Fedex e J-AX, tra consonanti blese e grotteschi ritornelli affidati a una squallida trombetta di latta. O all’imbarazzante, e altrettanto blesa, Ragazza magica di Jovanotti. O ancora all’urlante Innamorata di Laura Pausini, brano elegante come una piazzata tra ciociare che si accapigliano in pubblico.

Più probabile che il pubblico, assuefatto ai cibi guasti dei discount, farà sua la pessima e infantile Sofia di tale Alvaro Soler. Personaggino che, sotto la classica immagine di fighetto da ramblas con barbetta, è la cosa peggiore esportata dalla Penisola Iberica dopo la pandemia di influenza detta “Spagnola” nel 1918.

Intendiamoci, nel 1975 non trionfava l’intelligenza musicale, anzi la stupidità dilagava come testimonia il proto-demenziale dei Nuovi Angeli che andavano «a cercare funghi e viole» per fare contenta una tale Donna Felicità. Cose che ti fanno invidiare di non avere 13 anni ai tempi di Fabio Ravazzi. I pezzi che popolano la hit parade dell’estate 2016, a differenza di quelli del 1975, non parlano dell’estate. Perché l’estate non c’è più. L’ho già detto e lo ribadisco: la stagione tanto attesa viene negata dall’uso coatto dei condizionatori, dal numero sempre più ridotto dei giorni in cui si va in ferie (ah… la crisi!), dalla permanenza in città risolta frequentando piscine affollate e insalubri come il Gange. Ma anche dalla possibilità di restare perennemente in contatto con il proprio mondo.

Quando l’estate esisteva, c’erano compagne e compagni di classe, prole di immigrati interni, che da giugno a settembre partivano per andare nelle case dei nonni rimasti nei paesini di mare o campagna. E in quei 90 giorni l’unico contatto era una cartolina. La pausa nella vita scolastica e il distacco fisico creavano fenomeni estivi come il cambio del giro di amicizie o un senso di solitudine.

L’attuale connessione continua tramite WhatsApp o i social non provoca alcuna cesura nel corso dell’anno che diventa così una lunga teoria di 365 giorni indistinguibili.

Poi c’è la grande cattiveria verso chi studia, contro la quale Save The Children non ha mai alzato un dito: il Back To School. Intanto non si capisce perché usino un’espressione anglosassone, visto il modo vergognoso in cui la lingua d’Albione viene insegnata nelle nostre scuole. Gli ipermercati espongono montagne di diari, zaini, quaderni, penne, astucci, fogli protocollo, colle stick per il nuovo anno scolastico. È una vera tortura per ragazze e ragazzi che hanno appena fatto un falò di diari e quaderni e che già si vedono ripiombare addosso il fantasma di aule in cui piove, bagni senza carta igienica e insegnanti precarie col romanzo nel cassetto che li costringono a leggere Il piccolo principe.

Provo davvero una pena sincera per queste generazioni che non hanno mai conosciuto quell’estate fatta di tre mesi di vacanze, una stagione così lunga che alla fine non ne potevi più. Sono le generazioni senza settembre.

Settembre è un mese ucciso dalle riforme scolastiche, quelle che hanno anticipato l’inizio delle lezioni, inibendo così nei più giovani il gusto languido del declino, del crepuscolo che si trasforma in attesa di una nuova stagione. Come in un rapido tramonto tropicale, gli studenti di oggi sono costretti a passare in pochi giorni dallo spirito vacanziero all’attività scolastica senza alcuno struggimento.

Quando le scuole iniziavano a ottobre si poteva godere di una sensazione duplice: nei pomeriggi sempre più corti ci si doleva per la prossima fine dell’indolenza mattutina e allo stesso tempo ci si eccitava al pensiero di cosa avrebbe portato il nuovo anno. Avevamo lasciato le aule con le albicocche e ci tornavamo quasi con le castagne. L’estate era passata, addio, alla prossima. Adesso non ti accorgi nemmeno che è iniziata, forse non c’è più, ma loro mettono sale sulla ferita togliendo l’ora legale solo a fine ottobre, falsando i crepuscoli e cancellando la sana malinconia settembrina.

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Icone intriganti dei Sixties https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-intrigo-internazionale-fabio-cleto/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-intrigo-internazionale-fabio-cleto/#comments Sun, 09 Jun 2013 06:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14590 Questo pezzo è uscito sul Sole 24 Ore.

«Frangette criniere zazzere chignon capelli alla Beatles visi di panna ciglia al mascara occhi sotto ombretto felpe a sbuffo push-up francesi pelle scampanata blue jeans fuseaux jeans attillati su fondoschiena dolcissimi gambe deliziose in stivali da folletto ballerine calzari, a centinaia, fanciulle in fiore entusiastiche che sobbalzano e urlano sfrecciando all’interno dell’Academy of Music Theater sotto la decrepita cupola dei cherubini – non sono strafavolosi?»

Così Tom Wolfe, nel supplemento domenicale del New York Herald Tribune, descriveva il modo in cui il presente – siamo nell’autunno del 1964 – si stava modificando in direzione dell’euforia. Un intero sistema socioculturale aveva raggiunto il culmine delle proprie potenzialità e per conquistarsi un collasso purificatore doveva esasperare i suoi stessi caratteri costitutivi, su tutti l’ostentazione furibonda del protagonismo. Quella stessa necessità di esuberanza – dunque di vitalità ma anche di disperazione – che scorrendo attraverso i decenni è arrivata, tramite incarnazioni diverse, fino a noi.

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Questo pezzo è uscito sul Sole 24 Ore.

«Frangette criniere zazzere chignon capelli alla Beatles visi di panna ciglia al mascara occhi sotto ombretto felpe a sbuffo push-up francesi pelle scampanata blue jeans fuseaux jeans attillati su fondoschiena dolcissimi gambe deliziose in stivali da folletto ballerine calzari, a centinaia, fanciulle in fiore entusiastiche che sobbalzano e urlano sfrecciando all’interno dell’Academy of Music Theater sotto la decrepita cupola dei cherubini – non sono strafavolosi?»

Così Tom Wolfe, nel supplemento domenicale del New York Herald Tribune, descriveva il modo in cui il presente – siamo nell’autunno del 1964 – si stava modificando in direzione dell’euforia. Un intero sistema socioculturale aveva raggiunto il culmine delle proprie potenzialità e per conquistarsi un collasso purificatore doveva esasperare i suoi stessi caratteri costitutivi, su tutti l’ostentazione furibonda del protagonismo. Quella stessa necessità di esuberanza – dunque di vitalità ma anche di disperazione – che scorrendo attraverso i decenni è arrivata, tramite incarnazioni diverse, fino a noi.

Intrigo internazionale. Pop, chic, spie degli anni sessanta di Fabio Cleto (Il Saggiatore) è un libro breve, densissimo, iconograficamente ricco; un saggio che individuato un lineamento del contemporaneo – la tendenza diffusa e condivisa all’esuberanza degli stili, il gusto prepotente per l’intrigo, percepire la corteccia delle cose e dei corpi come abisso inesauribile – vuole indagarlo provando a rintracciarne la matrice e a descriverne la complessa stratificazione, la trama peculiare di un nostro modo di essere umani.

Per comporre il suo studio Cleto focalizza l’attenzione su tre figure emblematiche, diverse l’una dall’altra eppure inaspettatamente connesse.

James Bond – la prima londinese di Goldfinger risale al settembre del ’64 – è il perfetto antieroe che “vendicando” Sua Maestà britannica contro il nemico-amico nordamericano si fa sintesi di due tonalità strutturali all’impulso verso l’eccesso. Da un lato l’ambiguità, il travestimento come strategia, il gioco di ruolo, l’esistenza sotto copertura; dall’altro l’incoercibile attitudine ironica di 007, la sua disponibilità a coniugare sorridendo sardonico missione e divertimento, licenza e licenziosità. In una parola la sua capacità di essere intrigante.

La seconda icona reclutata da Cleto è quella di una tra le maggiori studiose delle metamorfosi del secondo ’900. Sempre nell’autunno del ’64 Susan Sontag pubblica sulla Partisan Review le sue «Note sul camp». Per Sontag il camp è una chiave del contemporaneo. Nascendo in un contesto sovraccarico e obsoleto, ormai incapace di accordare credito a qualsivoglia fenomeno, tanto meno a concedergli la possibilità di generare senso, il camp – visione del mondo tanto quanto performance – è, scrive Cleto, «una sensibilità innaturale votata all’artificio in quanto tale». Sottraendo consistenza a tutto ciò che era ritenuto serio, il camp è sovversione, sistematica risignificazione dell’esistente. È, con Sontag, una prospettiva che mette «tutto fra virgolette». Si allude ironicamente per condividere una percezione del mondo discriminatoria ed esoterica. La segretezza è un gioco di società utile a conseguire una diffusa brillantissima evanescenza. L’elitarismo, finalmente, può essere di massa.

Al crocevia tra Bond e Sontag interviene allora la terza fondamentale icona esplorata da Cleto; colui il quale, nell’incarnarle all’estremo, conduce ambiguità e ironia verso un punto di non ritorno.

È ancora il 1964, dicembre, e un giovane scrittore a nome Victor J. Banis viene incriminato per «cospirazione volta alla distribuzione di materiali osceni». Assolto, Banis si trasforma nel sacerdote invisibile del pulp fiction gay. Sacerdote perché è colui il quale consente l’accesso all’osceno facendone un diritto comune; invisibile perché ricorrendo a svariati nom de plume Banis diventa a tutti gli effetti la star sotto copertura. La sintesi perfetta tra Bond e Sontag si ottiene però attraverso Jackie Holmes, protagonista di una serie di romanzi – da Banis pubblicati sempre sotto pseudonimo – in cui si raccontano le imprese di un agente sui generis. The Man from C.A.M.P. (la sottolineatura dell’acronimo è d’obbligo considerato che C.A.M.P. è il nome dell’Agenzia per la quale Holmes lavora) ha capelli platinati, occhiali da sole, sigaretta col bocchino; va in giro con un barboncino bianco e viaggia su aerei dipinti di rosa. Holmes – emblema di «una cultura in effetti paradossale, radicata negli opposti estremi dello spettro della visibilità, negli pseudonimi e nel sensazionalismo» – è lo strumento ludico e civile funzionale, tramite rappresentazione del desiderio omosessuale, a un complessivo scardinamento delle cose.

A questo punto si rilegga la citazione da Tom Wolfe all’inizio di questo articolo facendola slittare dal 1964 al 2013 e verificandone la pertinenza in una prospettiva nazionale. Il perturbante all’italiana in realtà non turba nessuno. Come Cleto nota acutamente, il nostro piccolo bestiario televisivo – da Platinette a Lubamba, da Corona all’umano di Dagospia a quello del Chiambretti Night – concede al massimo un’ambiguità prêt-à-porter; diversità – fino al limite del freak televisivo – del tutto innocue, forme ulteriori dell’omologo al servizio di una generale normalizzazione del sistema culturale.

Se allora il presente italiano è l’«avanguardia della specie», a rischio di apparire misoneisti azzardiamo che forse l’Italia è un paese artificiere. Disinnesca tutto ciò che culturalmente (e socialmente, e politicamente) sarebbe ordigno. Nel cratere dell’ultracamp passiamo il tempo tra esplosioni isteriche, detonazioni fittizie, periodici scoppiettii che non sono altro che rumorosissimi fantasmi di un mutamento solo apparente.

Nel cratere dell’ultracamp, la metamorfosi italiana è soltanto immaginaria.

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