coronavirus Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coronavirus/ un blog di approfondimento culturale Fri, 01 May 2020 11:39:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg coronavirus Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coronavirus/ 32 32 L’arte rotta. Parte seconda https://minimaetmoralia.it/arte/larte-rotta-parte-seconda/ https://minimaetmoralia.it/arte/larte-rotta-parte-seconda/#respond Mon, 04 May 2020 06:38:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43166 Questo testo è stato pubblicato a puntate, in forma leggermente diversa, all’interno della rubrica “inpratica” su Artribune, dal 6 al 27 aprile. Immagine di copertina: Marta Roberti, “Piangere dal terzo occhio”. IV. Gradualmente, si capiscono nuovi aspetti di come la situazione che stiamo vivendo stia influendo su di noi. L’esperienza del tempo, come abbiamo visto, è […]

L'articolo L’arte rotta. Parte seconda proviene da Minima et Moralia.

]]>
Questo testo è stato pubblicato a puntate, in forma leggermente diversa, all’interno della rubrica “inpratica” su Artribune, dal 6 al 27 aprile. Immagine di copertina: Marta Roberti, “Piangere dal terzo occhio”.

IV.

Gradualmente, si capiscono nuovi aspetti di come la situazione che stiamo vivendo stia influendo su di noi. L’esperienza del tempo, come abbiamo visto, è ambigua e contraddittoria: dilatato e dissipato, sembra tantissimo e sembra non bastare mai; e così la concentrazione sembra avere davanti e attorno a sé condizioni ideali, e invece appare incredibilmente labile, transitoria…

Tutto invecchia in fretta, diventa istantaneamente obsoleto: dalle notizie alle loro interpretazioni. Che lo vogliamo o no, che lo crediamo o no, esiste una cesura già percepibile rispetto a come le cose apparivano prima, fino a pochissimo tempo fa: quello con cui stiamo avendo a che fare è uno stato diverso e nuovo, di relazione con il mondo e con noi stessi. Quindi, gli innumerevoli suggerimenti di letture e visioni in streaming e contatti sociali online, il consiglio di “occupare” il più possibile il proprio tempo potrebbero essere, in definitiva, uno spreco: rappresentano infatti la reintroduzione e la perpetuazione degli schemi precedenti all’interno della condizione attuale, il tentativo estremo di consumare contenuti con la massima efficienza trasferendo questa stessa efficienza dal piano fisico a quello virtuale. Forse è il caso di rinunciare all’efficienza – o quantomeno di considerarla per ciò che effettivamente essa è: un’evasione. Per quanto sia consolatoria, questa pratica ci impedisce infatti di comprendere i contorni e il funzionamento dell’evento gigantesco in cui siamo improvvisamente precipitati.

Il virus – il complesso e il contesto molto stratificato di esperienze che la situazione generata dal virus sta producendo, gli aspetti e le dimensioni su cui interviene contemporaneamente – sta amplificando ciò che già era fuori, e soprattutto dentro, di noi: sta accelerando indefinitamente processi che erano già in atto, e li sta progressivamente definendo.

In questo senso, anche il concentrarsi sul ‘dopo’ – il “come sarà quando tutto finirà” – può essere considerato come un’illusione: un strategia che adottiamo, anche inconsapevolmente, per non vivere appieno quello che ci capita; per metterlo tra parentesi, per sfuggire alla realtà. Il dopo è una costruzione, un luogo in cui ci rifugiamo allo scopo di ignorare ciò che stiamo attraversando.

Qualche giorno fa, sul suo blog, alla richiesta di come avrebbe affrontato la quarantena da parte dei suoi fan – se con una performance solista al piano o con un concerto in streaming insieme alla band, con un intero album o con uno diario dall’isolamento – Nick Cave ha risposto in modo interessante, scrivendo che questo è il momento di fermarsi e di prestare attenzione: “Insieme siamo entrati nella storia e stiamo vivendo un eventi senza precedenti nella nostra esistenza. Ogni giorno le notizie ci forniscono informazioni frastornanti che fino a poche settimane fa sarebbero state inimmaginabili. Ciò che ci turbava e che ci divideva un mese fa sembra, nella migliore delle ipotesi,  il disagio proprio di un’epoca indolente e privilegiata. Siamo diventati testimoni di una catastrofe che vediamo dispiegarsi dal suo interno. (…) Come artista, sento che sia inadeguato perdere questo momento straordinario. Improvvisamente, l’atto di scrivere un romanzo, una sceneggiatura o una serie di canzoni sembra quasi  un’indulgenza a un’era scomparsa. Per me, questo non è il tempo di seppellirsi nell’impegno del lavoro creativo. È il momento di farsi da parte e di usare questa opportunità per riflettere su quale sia esattamente la nostra funzione – che cosa, come artisti, siamo qui a fare” (“Together we have stepped into history and are now living inside an event unprecedented in our lifetime. Every day the news provides us with dizzying information that a few weeks before would have been unthinkable. What deranged and divided us a month ago seems, at best, an embarrassment from an idle and privileged time. We have become eyewitnesses to a catastrophe that we are seeing unfold from the inside out. (…) As an artist, it feels inapt to miss this extraordinary moment. Suddenly, the acts of writing a novel, or a screenplay or a series of songs seem like indulgences from a bygone era. For me, this is not a time to be buried in the business of creating. It is a time to take a backseat and use this opportunity to reflect on exactly what our function is — what we, as artists, are for”).

Fermarsi, prestare attenzione. Farsi da parte. Riflettere. Quello che Nick Cave, e altri come lui, ci stanno dicendo è di non scegliere la strada più comoda, più immediata. Di non occupare e consumare questo tempo attraverso la “pratica dell’efficienza” in attesa della fuoriuscita, del magico arrivo di un dopo – ma di vivere appieno tutta l’incertezza e l’instabilità di questo ora, con il suo diluvio confuso di elementi inediti e ansiogeni.

L’opera, ancora una volta, è uno modello per aiutarci a compiere questa operazione: non un’opera che sfrutti l’emergenza del virus come un “tema” – l’ennesimo tema da indagare e consumare – ma un’opera d’arte che si faccia invece attraversare dall’emergenza e dal suo tempo, dal tempo così indefinibile e inimmaginabile che stiamo sperimentando, e che sia in grado di rendere questo attraversamento un modello di vita. Una forma, una struttura capace di organizzare i frammenti del mondo, del nuovo mondo che si affaccia alla nostra esistenza e al nostro immaginario. L’opera che sa vivere questa trasformazione è lo strumento ideale per ascoltare la ‘piccola sensazione’, così indefinibile e misteriosa, che ci sollecita e che ci interroga – oltre le liste e gli impegni più o meno finti con cui tentiamo di puntellare un tempo che si sta sgretolando, per divenire qualcos’altro.

V.

“Il virus è la verità”, scriveva Ivan Carozzi in un pezzo molto interessante pubblicato all’inizio di questa emergenza. “Il virus dice la verità. Il virus strucca e palesa il mondo”. Il virus funziona cioè da “amplificatore”, per processi che ci riguardano e che erano già in atto prima della pandemia, ma che scorrevano sotterraneamente, nascosti dalla routine e dalla frenesia, dagli impegni reali o presunti, dalle scadenze, dai riferimenti…

Allora, in questi giorni che si assomigliano l’uno all’altro, possiamo confrontarci liberamente con questa nuova esperienza del tempo che il virus ci costringe a fare. Perché se è vero che ogni giorno sembra uguale al precedente e al successivo – è altrettanto vero che ogni giorno è diverso.

Una strana, e piuttosto ansiogena, forma di libertà nell’immobilità: per quanto desideri e ti sforzi di mantenere il tipo di esperienza precedente, infatti, il virus non ti invita ma ti costringe a scavare nell’ora, a concentrarti sul presente, a scoprire il senso di questo svelamento che avviene nei momenti più inaspettati.

La faccenda del dopo rimane pressoché intatta, e offre una buona angolazione da cui osservare la contraddizione tra due differenti – e opposti – modi di interpretare e gestire la realtà di ciò che ci sta accadendo: “come sarà la nostra vita dopo la pandemia”, “il mondo dopo il coronavirus”, “quando tutto sarà finito”. Il dopo è in quest’ottica un’autodifesa, l’estremo baluardo: il tentativo come abbiamo già detto di rinchiudere, di mettere in sicurezza questa esperienza dell’ora rifugiandosi in un ipotetico futuro, dal quale guardare indietro con cognizione di causa. Ma è un’illusione – forse necessaria per mitigare la sensazione di inadeguatezza e di impreparazione rispetto all’evento che ci troviamo di fronte, e alla condizione individuale e collettiva che esso genera, in ogni momento.

***

Invecchia tutto, e invecchia in fretta: i film, i libri, i pensieri.

Non solo, come scriveva Nick Cave nelle sue considerazioni, “l’atto di scrivere un romanzo, una sceneggiatura o una serie di canzoni sembra quasi un’indulgenza nei confronti di un’era scomparsa” (“Suddenly, the acts of writing a novel, or a screenplay or a series of songs seem like indulgences from a bygone era”) ma spesso anche l’atto di ‘fruire’ questi ‘contenuti culturali’ è sottoposto a questo tipo di obsolescenza rapidissima, precoce.

È una sensazione ancora molto imprecisa, confusa, difficile, nebbiosa, indefinibile e minuscola: ma ha a che fare quasi certamente con la distanza tra verità e finzione, tra sincerità e rappresentazione. È proprio che la fiction sembra fare difetto, in un’occasione come questa. Ed è anche che comincia a insinuarsi il sospetto che si sia creata una frattura che non è temporanea, ma che è destinata forse ad allargarsi e ad approfondirsi; una frattura legata al rapporto delle opere d’arte con il contesto da cui vengono fuori e con quello in cui vengono inserite. Gli oggetti culturali funzionavano cioè in un certo modo, e adesso questo modo sembra difettoso, inceppato.

Il mettere in mostra, il mettersi in mostra: questo tipo di ostentazione così vitale al mondo di prima, se non è saltato, risulta sempre più stonato e inadeguato adesso. Che tipo di identità finzionale vuoi proiettare verso l’esterno, infatti, se le identità di tutti sono improvvisamente e violentemente scivolate su un piano diverso?

La fiction è relativa alle varie dimensioni del rapporto che l’opera coltiva con il proprio ecosistema: il sovraccarico, la rigidità, la gerarchizzazione, l’esclusione appartengono al prima. E così il desiderio di riempire, di ottenere un tutto-pieno, l’orrore del vuoto, l’orrore di non avere a che fare con degli spettatori e con un pubblico. L’opera nuova invece abbraccia il vuoto e il momento, ricerca una forma differente di verità, di sincerità, di spontaneità. Di intimità.

Il vuoto; l’ora. I giorni tutti uguali, e i giorni tutti diversi. La libertà, e l’accelerazione, nell’immobilità. La frattura e la sua ricomposizione risiedono qui, in queste figure dell’assenza, così come la distrazione e la concentrazione. Lo sprofondamento. L’atto di ricostruire sta forse nell’indagare a fondo questa ambiguità che è apparsa a un certo punto nelle nostre esperienze, e che non sparisce, ma che sembra voler rimanere.

VI.

Le trasformazioni che stiamo vivendo si concentrano nello spazio interno, domestico, nello spazio chiuso della casa: è qui che sperimentiamo il nostro isolamento, ed è qui che facciamo esperienza del nuovo tempo – facendoci attraversare da esso – e dei suoi mutamenti.

Come ha scritto di recente Jerry Saltz, “l’ambiente stesso in cui l’arte viene realizzata sta già cambiando. Per ora, non ci sono grandi studi, dozzine di assistente che lavorano a un’unica opera, interi staff coinvolti. Ora l’arte viene realizzata in spazi più piccoli, al tavolo della cucina, con le cose a portata di mano, i bambini attorno, mentre altri stanno cucinando e la nonna sta lavando i vestiti, mentre la vita si svolge tutto attorno” (“the environment in which art is made is already changing. For now, there aren’t big studios, dozens of artist assistants working on one artist’s work, whole staffs keeping track of it all. Now art is being made in smaller spaces, on kitchen tables, out of things at hand, with kids nearby, cooking happening in the background, Nana washing clothes, life going on all around”). Certamente, se questa condizione può essere una novità per il luccicante sistema dell’arte newyorkese, non lo è qui da noi: la stragrande maggioranza degli artisti italiani non aveva bisogno di attendere la quarantena per fare arte con ciò che è “a portata di mano”.

Ma, se dal momento della produzione spostiamo la nostra attenzione alla fruizione, ritroviamo la nuova “intimità” dell’opera d’arte di cui si è parlato nel corso di questa serie: lo spazio domestico è lo spazio di una relazione che mette in discussione proprio il nostro essere spettatori, pubblico. Se infatti cambia l’ambiente in cui l’opera viene pensata e prodotta, si modifica anche il contesto in cui essa è recepita, a cui essa è destinata. Le opere possono dunque anche vivere nello spazio quotidiano, entrare a far parte a pieno titolo di quella “vita che si svolge tutto attorno”. Opere non solo ‘fatte-in-casa’ ma per la casa, che si dispiegano e si esprimono appieno in quello spazio.

Questo virus, come abbiamo visto, è la verità e dice la verità; il virus smaschera la realtà e smaschera anche noi stessi – che lo vogliamo o no. Il virus inoltre amplifica e accelera enormemente processi che erano già in atto nella società, nella nostra esistenza e (perché no?) anche nel mondo dell’arte.

La principale richiesta categorica che questo straordinario amplificatore/acceleratore ci avanza è quella eliminare e cancellare i filtri, di abolire il superfluo. E credo che superfluo voglia dire sostanzialmente tutto ciò che ha a che fare con (e che ruota attorno a) la finzione, la fiction: non si tratta dunque più di rappresentare e di (auto)rappresentarsi, di “recitare la parte di”, ma di ricercare il più possibile “la cosa in sé”.

Le trasformazioni attuali – che abbiamo appena iniziato a riconoscere e a considerare nei loro riflessi e nelle loro conseguenze – avrebbero molto probabilmente impiegato anni, decenni per manifestarsi: questo è forse uno dei pochi effetti positivi di tutta questa situazione. Abbiamo in questo momento l’opportunità concreta di essere migliori e soprattutto più liberi, proprio perché è il tempo stesso a richiederlo e a permetterlo.

Intimità non significa certo rinchiudersi in se stessi, escludendo l’esterno e l’altro – piuttosto stabilire con esso una relazione profonda che finalmente oltrepassi la dimensione dello spettacolo (e quindi del consumo). Le opere e gli artisti occupano una speciale posizione in questo senso: sono in grado di far cadere concretamente queste barriere, costruendo di fatto dei modelli validi per superare il desiderio apparentemente insopprimibile di “esserci”, e di essere visibili.

L'articolo L’arte rotta. Parte seconda proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/larte-rotta-parte-seconda/feed/ 0
Stare in casa: l’estensione della lotta al tempo dei vecchi e dei giovani https://minimaetmoralia.it/altro/giossi-lotta-vecchi-giovani/ https://minimaetmoralia.it/altro/giossi-lotta-vecchi-giovani/#comments Tue, 24 Mar 2020 16:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42772 Si dice, si ripete e perfino si rassicura che a morire sono, saranno per lo più i vecchi: per la grossa maggioranza la mattanza da Coronavirus riguarderà i corpi e l’anima debilitata degli anziani, uomini in particolare. E non si capisce perché questo dovrebbe da un lato essere un sollievo e ancor meno una novità. […]

L'articolo Stare in casa: l’estensione della lotta al tempo dei vecchi e dei giovani proviene da Minima et Moralia.

]]>
Si dice, si ripete e perfino si rassicura che a morire sono, saranno per lo più i vecchi: per la grossa maggioranza la mattanza da Coronavirus riguarderà i corpi e l’anima debilitata degli anziani, uomini in particolare. E non si capisce perché questo dovrebbe da un lato essere un sollievo e ancor meno una novità.

È ormai più di mezzo secolo che i giovani hanno smesso di morire in occidente e in generale è da molto tempo che i giovani hanno smesso di fare anche molto altro, chiaro non è una questione di qualità e nemmeno di personalità e ancor meno generazionale e io non mi sto trasformando in Ernesto Galli della Loggia (non ne sarei mai in grado, in ogni senso si voglia leggere questa affermazione).

I giovani sono sempre più parte di un movimento conforme che prevede sempre molta bellezza e invidia per chi invecchia, ma non più in grado di esprimere un reale contro-avanzamento, ma al massimo un semplice per quanto necessario e anche sorprendente semplice e neutro-avanzamento. Essere giovani aderisce ormai all’essere produttivi e partecipi di una società nella sua centralità, non è più l’energica eccezione di una minoranza che contrasta e innova e che spinge per partecipare. Oggi non è più il sessantenne con accendino Dupont in tasca che garantisce l’ingresso in società, ma è la ventenne biondo Supreme al suo fianco che ne certifica la permanenza.

Come già indica nel titolo un bel testo a tratti provocatorio di Alberto Rossetti, I giovani non sono una minaccia. I giovani oggi lavorano in casa, non lottano più per le strade, stanno sui social non in assemblea permanente. Chiaramente sono due stereotipi e oggi più che mai restare è diventata una dote non banale: restare a casa certo, ma restare sul posto di lavoro, restare attenti e vigili e per farlo bisogna saper maneggiare con sapienza una materia che sotto la parola comunicazione significa molte cose, molto diverse le une dalle altre e tutte molto difficili da gestire.

Da quando questa reclusione è cominciata chi lotta dunque è chi rimane a casa e chi vi riesce meglio nonostante tutto è chi è stato attrezzato dalla vita, da una serie di mancanze e di certezze. E chi meglio delle ultime generazioni sembra essere più adatto a stare? Stare è il verbo giusto, stare è dove esiste il senso di tutta questa storia.

Una lotta che vede ogni generazione in posizione diversa e a tratti dolorosa: i vecchi lottano contro la morte come da sempre sono stati abituati dalla vita e da lontano i figli e i nipoti cercano di capire che futuro sarà e ci provano con l’ansia di chi porta con sé le stigmate di chi è stato cresciuto in un tempo assurdo in cui nulla è mai abbastanza, e in cui spesso nulla è quello che si ritrova tra le mani.

Ci dicono che abbiamo pochi respiratori, poche terapie intensive e troppi malati e questo è ormai un dramma quotidiano. Ce lo dicono i politici più o meno credibili, il corpo medico stremato, gli esperti angosciati e angoscianti. Un dolore acuto, uno stillicidio atroce. Quando prendiamo fiato un attimo è per guardarci attorno ognuno dalle proprie finestre confinati in un mondo nuovamente enorme e infinito. E pensiamo a quel noi stessi che non possiamo per ora essere più, a quell’infinito che sembra svanito tra le pantofole di casa e il respiro del cane che dorme.

Abbiamo mani e mezzi antiquati e solo ora ce ne accorgiamo, senza più la nostra soddisfazione in permanente posa. Leggere in queste giornate da scontare è sempre più difficile. Immergersi in un libro lungo? O meglio un testo breve? Si salta di qua e di là come se si fosse in un parco e non davanti ad una pila di libri che sembra rivelare quanto non sappiamo fare più ti quanto credevamo di essere curiosi e attenti.

Intanto vecchi istinti che credevamo dimenticati ci dicono come fare quando il mondo resta fuori dalla finestra e con lui le persone amate, alcune lontane, e altre non poche, chiuse tra le stanze d’emergenza di un ospedale. Ci dicono una cosa semplice: guarda come si sta, impara a stare, ed esercitati fino a che non sarai in grado di stare per davvero come chi ha davanti agli occhi e nel suo corpo i segni crudeli di una morte incombente.

Torneremo a baita? chiedono gli alpini al sergente Mario Rigoni Stern. Si tornerà certo e senza dubbio, ma ora bisogna imparare a stare. Si badi bene, il paragone non è con la guerra – stupido e pezzente confronto – ma con la morte che non da oggi ci riguarda, ma che da oggi probabilmente riassorbiremo fin dentro le nostre vene come a chi prima di noi è toccato subire altre condanne simili per mano della stessa stupidità o fatalità, che spesso corrispondono.

Stare significa impedire di farci contagiare, stare in casa ovvio, ma anche evitare di farci assorbire da un conformismo di cui domani avremo ancor meno bisogno. Domani dovremo infatti ritrovare quanto è bello stare in piedi in un modo comodo, a noi prima di tutto. Giocare come meglio crediamo, spaccare e rompere come meglio sentiamo. Domani non avremo più spazio sufficiente per metterci in coda, mentre ne avremo per coinvolgere, per partecipare, per dare forma e senso ad ogni minuto fuori dalle nostre case finalmente aperte. Certo dovremo essere in grado di vederlo e prendercelo quello spazio, di liberarlo da un tempo chiuso e spento da troppo tempo ormai.

Si impara presto quando il tempo scarseggia. Quei maledetti ultimi giorni che abbiamo visto negli occhi di chi abbiamo amato costano una fatica infinita che opacizza gli occhi di chi è a fine corsa. E allora dove sta la possibilità di uscita quando tutto è dato a termine? Dove ritrovare il desiderio quando parrebbe inutile anche solo pensare di metterlo in pratica? Probabilmente dal ritmo che non ha bisogno di voce, dal cuore che non ha bisogno del fiato, e dagli occhi che non hanno nemmeno più bisogno di guardare.

Viviamo in un mondo di vecchi, lo sappiamo e ce ne doliamo spesso, ma del resto noi alleggeriti dall’essere noi stessi padri e madri abbiamo trovato risposte empiriche più spesso dai nonni, da chi aveva sul corpo il segno evidente di una sconfitta che non è altro che l’età e tutto quello che ne consegue. Eppure quelle nonne e quei nonni restavano, senza sapere molto, senza capire molto, ostinatamente stavano, illuminandoci. Come facessero ancora non lo sappiamo, lo possiamo intuire e comprendere un pezzetto alla volta dedicandoci con molta cura e attenzione.

Quello che sta accadendo davanti ai nostri occhi va oltre la tragica assenza di un corteo al seguito di una bara, stiamo assistendo ad un passaggio generazionale che attraversa territori, città e famiglie. La pratica dell’essere giovane deve ritrovare un indirizzo nuovo, una centralità obbligatoriamente deflagratrice. Non può più essere al servizio di un’ambizione altrui e preconfezionata, ma deve darsi a un’idea sociale innovativa e capace di determinare spazi e ragioni. Non più il termine di paragone di un passato sempre noiosamente più glorioso, combattivo e bello, ma la ragione prima di un paradigma totalmente altro.

Nel 1976 Martin Scorsese segue e filma la tournée di The Band, ne uscirà un piccolo capolavoro, The Last Waltz del 1978. In rete è possibile trovare vari frammenti, uno di questi è una straordinaria performance di The Weight, ed è anche e soprattutto una lezione esemplare di come stare on stage. Nulla è prevedibile in questa esibizione, ogni azione condensa la successiva, ogni gesto, ogni nota, tutto è perfettamente coeso in una capacità assoluta di stare, una misura straordinaria ed erotica. Quando la vita è così non ci si perde mai

Tuttavia quello che meglio chiarisce il nostro momento è un altro video che si collega al primo, ma arriva parecchi anni dopo.

Qui siamo nel 2009, Levon Helm è già malato e debilitato e sale sul palco in occasione di una di quelle celebrazioni tanto di moda da quando il rock è diventato anziano. Qui non conta quando attacca la musica, ma quando attacca la sua voce e il tempo improvvisamente si dilata. Il suo volto scavato, la fatica, il filo sottile che non si spezza (come il suo sorriso), la necessità umana e vitale di stare, senza timore.

Su quel palco gli altri fanno il loro mestiere, anzi lo fanno alla grande, ma Levon Helm va oltre, mostra che trent’anni non sono passati invano. Sono stati anni bellissimi e di furore pazzesco e che ne è valsa la pena e che nulla, nemmeno la morte nei polmoni, può impedirgli di stare.

Stare non significa esporre qualità eccezionali o forza e potenza straordinarie, significa indagare là dove le cose si piegano e si rendono spesso faticose ed inspiegabili, e alle volte pure imbranate e maledettamente ottuse.

Stare significa saper contenere differenze e debolezze, curare le contraddizioni e anche amare in un certo senso il conflitto, significa intonare a venti anni come a cinquanta un pezzo come The Weight perché si è umani non per l’energia che ci attraversa, ma per la capacità di sentirsi tali, ovvero infiniti anche perché mortali.

I picked up my bag, I went lookin’ for a place to hide
When I saw Carmen and the Devil walkin’ side by side
I said, “Hey, Carmen, come on let’s go downtown”
She said, “I gotta go but my friend can stick around”

Fare di questo mondo quello che desideriamo prima ancora di quello che vogliamo, un tempo forse lo sapevamo meglio di oggi, non servono consigli chiaro, occorre sentirlo

It’s just ol’ Luke and Luke’s waitin’ on the Judgment Day
“Well, Luke, my friend, what about young Anna Lee?”
He said, “Do me a favor, son, won’tcha stay and keep Anna Lee company?”

Che sia Milano,Crema, Bergamo o Nashville, stare è il modo di essere ora necessario per preservarci, ma anche per buttare via l’idea che la novità, la soluzione debba legarsi ad un tempo illimitato ed espanso in cui ogni cosa cresce: dalla ricchezza alla ragione, fino alla potenza. Stare significa non declinare e questo se non è tutto è già molto per chi biologicamente dovrebbe avere l’ansia di un tempo finito.

L'articolo Stare in casa: l’estensione della lotta al tempo dei vecchi e dei giovani proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/altro/giossi-lotta-vecchi-giovani/feed/ 2
Il papillon slacciato dell’ambizione: arriva la primavera ancora non ce ne siamo accorti https://minimaetmoralia.it/attualita/giossi-papillon-ambizione-primvera/ https://minimaetmoralia.it/attualita/giossi-papillon-ambizione-primvera/#comments Thu, 19 Mar 2020 13:01:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42696 Fotttuti, non c’è altro da dire. Mentre il paese viene attraversato dal vuoto tondo e angosciante delle sirene delle ambulanze che corrono per le strade deserte, mentre medici e infermieri lottano riempiendo le loro giornate e mentre le nostre di giornate si svuotano ora dopo ora. E ora dopo ora le nostre settimane si impoveriscono […]

L'articolo Il papillon slacciato dell’ambizione: arriva la primavera ancora non ce ne siamo accorti proviene da Minima et Moralia.

]]>
Fotttuti, non c’è altro da dire. Mentre il paese viene attraversato dal vuoto tondo e angosciante delle sirene delle ambulanze che corrono per le strade deserte, mentre medici e infermieri lottano riempiendo le loro giornate e mentre le nostre di giornate si svuotano ora dopo ora. E ora dopo ora le nostre settimane si impoveriscono di soldi, protezioni, abbracci, saluti, baci e bellissimi amori occasionali.

Bruciati e fottuti dal tempo che credevamo nostro e che invece si rivela ora altro e per altrui. Quello che viviamo oggi in questi giorni bloccati nella migliore delle ipotesi in uno smart working che è solo l’evidenza del nostro lavoro piccolo, del nostro triste e superficiale cabotaggio che ammantavamo fino qualche settimana fa di impegni nevrotici e improrogabili. E chissà – meglio tacerne oggi – di quali altri nomi riuscivamo a dare a quelle continue nostre conversazioni vacue e sapute, a quei nostri appuntamenti strategici, ai nostri accordi, ai contratti, alle strette di mano dure e quasi sempre maschili. Soprattutto chissà con quali giochi linguistici cinici e furbi – che hanno ora il sapore del macabro – mascheravamo le nostre ambizioni da campagnoli del nuovo millennio appena inurbati.

Stiamo a casa, ci vestiamo male, stropicciati, soprattutto mettiamo poca cura e ancor meno decoro. Eppure durante i nostri convenevoli digitali è un continuo complimentarsi: che bella quella camicia come ti stanno bene i capelli. Professionisti che diventano zie ansiose durante una skype call, presunti lavoratori fatti di parole che mostrano il disagio da presunti – fino a prova contraria – sopravvissuti senza più barbiere, lavasecco, trucco e parrucco.

Lottiamo senza fare nulla, chiudendoci in casa e isolandoci: messa così potremmo anche farcela, se la responsabilità è individuale, ma di far nulla si tratta forse ce la facciamo per davvero. Del resto non sono forse almeno trent’anni che la vinciamo così la situazione? Facendo nulla, provando a fare finta di niente, confondendo la nostra stessa fatica con i nostri stessi difetti. Ci arrovelliamo fino a nasconderci dentro i letti per la paura e per l’angoscia: il futuro, il futuro ci ripetiamo in continuazione. E ora che invece il problema, come prevedibile, è il presente dobbiamo restare esattamente dove eravamo prima, in casa, a letto. Forse ci è andata bene anche questa volta.

Ma di una cosa è bene preoccuparci, farci i conti subito. Dovremo fare a meno della nostra stracciata ambizione, quella che ci ha tenuti in piedi fino ad oggi. Si tratterà per alcuni di una tragedia e per altri di un sollievo. Ma è bene che si impari da subito, impariamo ragazzi annoiati di fine Novecento di fare a meno dell’ambizione. Les jeux sont faits, rien ne va plus e a noi, a quelli fortunati di noi, non resta che il papillon slacciato e l’aria fresca della notte mentre ci si incammina per strada con le tasche vuote. E con questo francese in bocca che sono cinquant’anni che non è nemmeno più di moda.

Abbiamo avuto i natali ben piantati nel Novecento, abbiamo avuto abitudine a quegli odori a certe flanelle e alle stoffe a righe, più in generale a certi Guttuso ancora da autenticare.

Abbiamo amato un tempo che poi non abbiamo mai conosciuto e che in molti casi non siamo stati in grado nemmeno di imparare. Siamo stati chiamati ad una grande sfida, ad una corsa lunga nata in un secolo breve che poi chissà dove doveva poi portarci.

Un giorno d’estate siamo stati a Genova, inutile negarlo chi più (non pochi) chi meno (moltissimi). Ci siamo portati sicuri di essere pronti dopo il nostro apprendistato, ma non è bastato. Nulla poteva competere con le mazze e le botte della legalità, delle benemerite forze dell’ordine tutte di ogni ordine grado e bottega. Ne siamo usciti male, stando male a lungo, qualcuno si è perso, qualcuno si è dimenticato. E abbiamo solo allora ripreso fiato, ma in un’aria inquinata, come poi ci è stato detto anche se lo sapevamo, ma chissà come ci era passato di mente.

E allora perché non crederci, perché non fluidificarci, perché non innovare, scioglierci e ricrearci? Quello che prima sembrava vitale ora era solo sporco, malmesso, da recuperare, da rigenerare. Quello che prima valeva un capitombolo ora era solo illegale e così via perdendo pezzo a pezzo il senso del nostro corpo e del nostro esistere. Siamo andati oltre le ideologie, ma non oltre la tristezza e la noia di certe chiacchiere subite e non volute.

Tutto quindi, girava, funzionava, si puliva! Ma era un girare a vuoto, con un rumore strano, falso. Però girava e tanto bastava a non impedirci un sushi a domicilio, una serie tv, un podcast, un libro in uscita e una libreria indipendente in un quartiere orribile e periferico di una qualche finta metropoli italiana, ma cool. Tutto cool, in pratica nulla che potesse impedire di mascherare il tempo con il ventaglio dei nostri vizi minuscoli. Andava bene, mica che no, andava pure male, ma in tal caso talmente male che era meglio saltare direttamente la notte con una due tre, con tutte le birre che potevamo permetterci.

Poi invece in un giorno di fine febbraio sempre troppo caldo sono arrivati i morti, non noi, i morti veri. Sono arrivati senza mostrarsi perché appunto sono veri, stanno rinchiusi opachi dietro i vetri di terapie intensive che non sono campi di battaglia, ma sono semplicemente terapie intensive, quello è il loro nome. E noi ci siamo trovati con i nostri corpi sterilizzati dietro il vetro delle nostre case ad assistere non alla morte, ma al nulla, al conteggio isterico di numeri che sono corpi che non vediamo e che non vedremo mai più.

Come abbiamo reagito? Un po’ scomposti, un po’ tristemente, un po’ annoiati, come al solito, come sempre di fronte a qualsiasi cosa. Siamo rimasti muti oppure ci siamo messi a cantare l’inno di Mameli alle 18.00. Punto. E dopo?

Dopo si diceva, avremo un peso in meno, molti posti in meno, l’ambizione non ci riguarderà più, non riguarderà più noi e chi prima di noi e qualcuno pure dopo di noi. Tutti fottuti, tutti con l’anima in pace. Finalmente. Esclusi da un gioco ridicolo, esclusi da una rivoluzione impossibile, esclusi da una dinamica di cui ora ci rendiamo conto non conosciamo nemmeno l’alfabeto.

Vengono e verranno quelli che a Genova nascevano, si riparte da lì. Dai figli degli amici e dei cugini, da quegli odiosi mocciosi che fino ad oggi non hanno fatto altro che certificare i nostri quarant’anni in felpa e i nostri trent’anni gonfi di intercalari desueti e adolescenziali. Non sappiamo nulla di loro, li potremo osservare, stando di lato, stando comunque a lato perché del gioco che verrà non sapremo le regole, non ne capiremo la logica.

Nessun duello romantico tra noi e loro è previsto, nessun conflitto padre figlio, madre figlia e così via, nulla da dirci. Staremo dove siamo sempre stati, dietro ad un vetro di una finestra di casa in affitto (oppure ereditata dai nonni) dove abbiamo confuso la passione con l’ambizione, dove abbiamo trascorso la nostra eroica quarantena a base di Pan di Stelle, cracker.

Sale il vento in questi giorni di sole anomalo, arriva la primavera e noi ancora non ce ne siamo accorti.

L'articolo Il papillon slacciato dell’ambizione: arriva la primavera ancora non ce ne siamo accorti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/attualita/giossi-papillon-ambizione-primvera/feed/ 1