corpi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corpi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 06 Nov 2012 16:50:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg corpi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corpi/ 32 32 Un bacio antisommossa https://minimaetmoralia.it/societa/un-bacio-antisommossa/ https://minimaetmoralia.it/societa/un-bacio-antisommossa/#comments Wed, 21 Sep 2011 09:35:22 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5231 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone di agosto.

di Marco Mancassola

Ricorderete questa immagine. Un poliziotto in tenuta antisommossa in primo piano, sullo sfondo una scena di guerriglia urbana, e a terra, sull’asfalto, un ragazzo e una ragazza che sembrano baciarsi, quasi in procinto di fare l’amore.

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone di agosto.

di Marco Mancassola

Ricorderete questa immagine. Un poliziotto in tenuta antisommossa in primo piano, sullo sfondo una scena di guerriglia urbana, e a terra, sull’asfalto, un ragazzo e una ragazza che sembrano baciarsi, quasi in procinto di fare l’amore. La foto veniva da Vancouver e qualche mese fa ha fatto il giro del mondo. In realtà i due non si stavano baciando, lei stava male e lui la soccorreva, ma l’angolazione dello scatto faceva pensare a un bacio appassionato, indifferente al caos intorno.

Un bacio del genere è quello che ognuno vorrebbe dare: puro, intoccabile, quasi sprezzante verso il tumulto storico e sociale che ci circonda. O per lo meno, se il tumulto ci minaccia, vorremmo avere qualcuno da prendere per mano. Sarà capitato a qualcuno di essere a una manifestazione e quando la polizia carica si scappa e ci si ritrova a correre, fuggire, anche cadere, tenendosi per mano. E se non era a una manifestazione, era nel tumulto della vita – di questo presente, di quest’epoca e di questa storia.

Non sarebbe male poterlo imparare: come si fa a non lasciare la mano dell’altro. Si potesse insegnarla a scuola, una cosa di questo tipo. Lezioni su come impedire al mondo assurdo di rendere assurda anche la nostra vita amorosa.

In realtà, i legami tra i corpi delle persone sembrano farsi sempre più imprendibili, scivolosi, lubrificati, mentre la gran parte delle lezioni amorose-fisiche disponibili è costituita oggi dai filmini porno in rete. C’è qualcosa di complementare nel voyeurismo mediatico verso le immagini delle sommosse urbane, macchine bruciate, ragazzi in scarpe da ginnastica che sfondano vetrine sotto gli scatti dei fotografi, e le immagini dell’ennesima ammucchiata o gang bang. In entrambe le situazioni, un bacio sembra impossibile.

I corpi. Da decenni la pornografia insegna ai ragazzi l’anatomia dei corpi e dei loro incastri. Abbiamo in molti di questi ricordi: andare con gli amici a caccia di riviste porno dietro qualche casolare di periferia. Le pagine appiccicate dallo sfogo di qualcun altro. Oggi l’impero del porno non ha confini, ci si può appassionare alle prodezze di una pornoblogger coreana o selezionare su youporn i gusti più specifici. La sessualità del mondo che si affaccia in una stanza. Dice uno degli ultimi fascicoli del Censis, parlando dei giovani che sviluppano dipendenza dalla rete: “Per questi soggetti l’uso di internet assume i caratteri di una pulsione irrinunciabile […], il prevalere di una dimensione quasi esclusiva di autoreferenzialità che preferisce fare a meno del rapporto con l’altro, anche nella sessualità.” Troppe seghe, insomma, secondo il Censis.

Come insegnano i romanzi, a partire dall’Educazione Sentimentale di Flaubert, ogni educazione amorosa è anche politica, sociale, storica. Viviamo abbracciati alla nostra epoca e un’educazione porno di massa corrisponde a una società intimamente porno. Eppure non smettiamo di sognare che quel bacio o quel tenersi per mano siano possibili. E che nel mezzo del fumo e della battaglia qualcuno ci cercherà; ci abbraccerà; ci amerà.

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In principio erano i corpi gloriosi https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-principio-erano-i-corpi-gloriosi/#comments Thu, 02 Dec 2010 08:02:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3403 In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce.

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In principio erano i “corpi gloriosi”: i culturisti (cartacei/carnali) di Scuola di nudo, le infinite repliche di un archetipo celeste infine, nei libri successivi, sceso in terra, atterrato tra le palazzine della periferia romana. In Troppi paradisi il messaggero divino si chiamava Marcello Moriconi, già immortalato, con tanto di cahier fotografico, nel breve ma intenso libretto intitolato La magnifica merce. Si parlava ancora di lui, a lato di un più affollato condominio di borgata, nel fortunato Contagio. Nel Canto del diavolo lo spasimato cambiava nome in Massimo, ma gli attributi erano quelli. Oggi, infine, Autopsia dell’ossessione esibisce il corpo glorioso (ma forse già estinto) di un Angelo di periferia, coatto e palestrato come tutti gli altri, identico a loro nei modi e nelle parole. Le foto di Angelo, sparse nel libro a margine dei commenti dell’incantato e dolente protagonista (che questa volta non si chiama Walter ma Danilo Pulvirenti), confermano la sua natura di replicante. Il volto che contempliamo in questi nudi è lo stesso dell’apparato iconografico della Magnifica merce, e di altre, meno note, esposizioni extra-letterarie. La medesima girandola di avatar, la stessa cattiva infinità che colpisce l’oggetto del desiderio grava, simmetricamente, sul soggetto desiderante. Che si tratti di personaggi autobiografici, più o meno mistificatori, di professori universitari, autori televisivi o flâneurs delle periferie, ad occupare la scena è sempre lo stesso individuo, o meglio la stessa ossessione ambulante. Come Angelo, Danilo non sfugge al ripetersi delle incarnazioni letterarie. Anche in questo caso, nonostante l’invenzione di un nuovo personaggio, il ciclo delle varianti non può che confermare la ricorrenza del tema. Tema che proprio nella ripetizione dell’identico esibisce la sua cifra esistenziale: quella dell’ossesso, appunto.

La scelta, inedita per lo scrittore, di condurre la narrazione completamente in terza persona, non comporta gravi eccezioni. E non stupisce dunque, in un capitolo del romanzo intitolato Dopplegänger, vedere riapparire, in veste di doppio e rivale d’amore di Danilo, uno scrittore sessantenne diventato famoso grazie a un romanzo sulle borgate romane. Tutto è chiaro e conclamato, Siti gioca a carte scoperte: impossibile, o comunque terribilmente difficile, uscire dal narcisismo autobiografico, tagliare una volta per tutte quel fertile cordone ombelicale. Il tema del doppio è metafora narrativa di una più antica e sostanziale incapacità di trascendersi, la stessa che portava il protagonista del Contagio a domandarsi, alla fine del libro: «Ho teorizzato che tutto il mondo stava diventando gay; ora teorizzo che il mondo sta diventando un’immensa borgata; non sarà perché mi è mancato il coraggio di ammettere che per me un borgataro gay era diventato tutto il mondo?» Niente di nuovo sotto il sole dunque? Più o meno. Intanto, il tentativo di cogliere l’ossessione all’interno di uno spazio più asettico possibile (l’autopsia del titolo), spremerne una sorta di essenza speculativa o matematica, compendiata in una ventina di postulati definitivi. Il corollario dell’analisi in vitro è però che, di fronte a tanta ontologia, la natura per così dire secondaria della fisionomia sociale di Pulvirenti risalta come una nota vagamente stonata. Figlio di madre nobile e padre militare, moderatamente attivo sul fronte politico (dal Pc ai Ds), appassionato di lirica e di pratiche sadomaso, antiquario di professione: Danilo resta una creatura effimera. Zavorrato dal peso dei suoi predecessori, schiacciato dal dovere dell’esemplarità (o dell’essenzialità), il personaggio non riesce a spiccare il volo dell’autonomia. I connotati della finzione non bastano a nascondere l’ingombrante matrice originaria e la sua vicenda biografica (che pure iniziava bene, in quegli anni giovanili che avremmo desiderato durassero un po’ più a lungo) dà l’impressione di una sistemazione provvisoria, destinata a cure più approfondite. Il tentativo di ancorare il carattere di Danilo allo sfondo dell’attualità (politica, in questo caso), forse perciò, a momenti, sembra girare a vuoto. Il proprio debito con il presente, questa volta Siti lo paga con un assegno mezzo scoperto. Anche il linguaggio del narratore sconta in qualche modo il suo carattere derivativo: le metafore gnostiche e religiose, la fuga dal mondo nella contemplazione di un osceno sacralizzato, la correlazione scandalosa del sublime e dell’infimo. Tutto come prima, ma l’intensità è come scesa di una tacca. La presenza delle immagini fotografiche, dato significativo del romanzo e sua possibile «chance inaspettata» (per usare una vecchia espressione dell’autore), non convince fino in fondo. La dialettica di testo e immagine è a tratti monotona e il momento in cui il discorso si aggrappa all’immagine con maggiore mordente, producendo un effetto davvero toccante, è nell’unica fotografia che non riguarda Angelo, quella di Danilo bambino, mostrata appena dopo la tesissima scena del matricidio. Si tratta dell’ultima immagine del libro: a indicare, immaginiamo, una possibile via d’uscita. C’è forse una trama, una traccia interna, di romanzo in romanzo, che conduce all’Autopsia come a una fine annunciata già nel Contagio, facendone qualcosa di necessario all’economia complessiva dell’opera di Siti, alla parabola poetica di un’ossessione durata (almeno sulla carta) più di quindici anni. Ma pare, questa, una morte dura, molto dura a consumarsi. Forse, quello che osserviamo nelle pagine dell’Autopsia sono gli ultimi rantoli, l’ultimo tentativo di sbarazzarsi di un’ispirazione che comincia a diventare un limite. Non è da escludersi, comunque, che a un lettore innocente, al primo incontro con questo scrittore, il suo nuovo romanzo possa piacere senza riserve. La scrittura di Siti vola altissimo, come sempre, ed è sempre un piacere abbandonarsi al suo fraseggio così denso e preciso, al ritmo e alla ricchezza straordinaria della sua prosa poetica. Siti resta uno dei nostri massimi narratori, un grande stilista e un grande visionario. Di fronte a tanto scrittore suona quasi inopportuno lamentarsi, ma ai più bravi si chiede sempre il meglio, e l’accanito istinto di sopravvivenza dell’ossessione non basterà a convincerci del depotenziamento di una scrittura che in passato ci ha appassionato, sapendo peraltro abbandonare, e con ottimi risultati, il sentiero battuto e autobiografico della mania erotica (certi racconti della Magnifica merce, certe pagine del Contagio, Benvenuta Rachele – nella raccolta di racconti politici pubblicata da Einaudi nel 2008 – lo splendido testo sui salotti romani letto quest’estate alla basilica di Massenzio, ad esempio).Vedremo nel prossimo romanzo se il culturista avrà davvero finito di dibattersi oppure se, come la creatura di Frankenstein, continuerà a perseguitare il suo autore.

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