corpo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corpo/ un blog di approfondimento culturale Fri, 16 Aug 2024 07:52:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg corpo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corpo/ 32 32 Corpo, desiderio, alterità: su Anatomia del potere di Georgios Katsantonis https://minimaetmoralia.it/libri/corpo-desiderio-alterita-su-anatomia-del-potere-di-georgios-katsantonis/ https://minimaetmoralia.it/libri/corpo-desiderio-alterita-su-anatomia-del-potere-di-georgios-katsantonis/#respond Fri, 16 Aug 2024 07:52:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54063 di Federico Di Gregorio Il saggio Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, scritto da Georgios Katsantonis, e pubblicato dalla casa editrice Metauro, si rivolge a un segmento specifico dell’opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini: la drammaturgia. Prende in esame il corpo, come simbolo e desiderio: il corpo e […]

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di Federico Di Gregorio

Il saggio Anatomia del potere – Orgia, Porcile, Calderón – Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo, scritto da Georgios Katsantonis, e pubblicato dalla casa editrice Metauro, si rivolge a un segmento specifico dell’opera intellettuale di Pier Paolo Pasolini: la drammaturgia. Prende in esame il corpo, come simbolo e desiderio: il corpo e il desiderio masochistico (Orgia), il corpo che sconfina nella zooerastia (Porcile), il corpo tra scissione e visionarietà (Calderón).

Il testo è diviso in tre parti. La prima è una scelta sadiana. Il linguaggio dei corpi in Orgia è comparato con Philosophie dans le boudoir, «un dialogo tra idee e forme espressive sulla base di affinità concettuali nell’intento di riflettere sul terreno delle modalità in cui la violenza viene ritualizzata attraverso il corpo amoroso sessualizzato». Ecco perciò l’opera teatrale di Pasolini Orgia, narrazione di una coppia, l’Uomo e la Donna, marito e moglie, che praticano sadomasochismo per rifuggire dagli schemi sociali, in una libertà chiusa tra quattro mura; e dall’altro lato la lezione narrativa – anzi, per meglio dire «filosofica» – di Sade: l’adolescente Eugenié, istigato da Madame de Saint Ange, più un gruppo di libertini, tra cui spicca Dolmancé – dediti alla discussione sull’anatomia degli organi sessuali e delle zone erogene con verifiche pratiche, oltre all’apprendimento di specifiche tecniche di godimento: «Non è azzardato sostenere che quella “allegria” che si origina dalla visione dello spettacolo della morte in Orgia richiama alla mente i sadiani “plaisir dans les maux d’autrui” o “plasir qui ne peut naître qui du spectacle des malheureux”». Sembra Pasolini stesso, che si espone come vittima, ad assoggettarsi al supplizio; sospensione che vale come attesa, come interruzione del cerimoniale di morte e come immobilizzazione del desiderio.

Nella seconda parte si analizza Porcile. Il protagonista è Julian. Julian non è ubbidiente, né alle volontà del padre né alle pratiche della società borghese da cui proviene: nasconde un dirompente segreto sulla sua sessualità. Il quadro della storia è un cavallo di battaglia di Pasolini, il vecchio e il nuovo potere, la contiguità del verso neocapitalista, la «borghesizzazione» del mondo e la fine della polis. Julian è la figura dell’alterità, ed è il corpo di Julian che patisce una strana paralisi corporea e mentale, da un lato, e, dall’altro, l’irrazionalità istintiva del protagonista. Elementi rappresentati dall’interesse di Julian per i maiali, che vanno verso una morte disumanizzata ed esperienza corporale: l’alterità è un prodotto dell’immaginazione, svela la sua natura fantasmatica e si esprime nella trasfigurazione del desiderio in un godimento che non si pone in rapporto con l’Altro ma è «desiderio di niente», volontà di perdersi da parte del soggetto, pura «pulsione di morte». «All’alterità non ci si può sottrarre e viene subita passivamente: essa strappa il soggetto dal proprio essere, lo scinde e lo assoggetta a un ordine trascendente, trasformandolo in asujet».

L’autore ricerca intorno al collegamento Spinoza-Porcile, il filosofo sarebbe anche uno dei personaggi; individua nel concetto di potere la relazione, nella prevaricazione di un uomo sull’altro. Pasolini drammaturgo mette, in base a questa ipotesi, in scena la tesi spinoziana il diritto è uguale alla potenza, e spiega a Julian che «se il terreno di confronto è la mera Ragione, la Ragione avvalla sempre il diritto del più forte […] Dal dominio totalitario della Ragione tecnocratica ci si libera solo attraverso il recupero del sacro, dell’Altro.» Il capitolo si chiude con l’analisi delle scene chiave, sulla regia cinematografica, della morte dei porci di Julian (Jean-Pierre Léaud) e di cani selvatici per il giovane cannibale (Pierre Clémenti). Interessante è l’accezione della zoofilia in una prospettiva variegata, quella delle forme ontologiche e politiche. «La parola poetica può dunque tornare a esistere e a trovare il proprio valore significante solo a costo di una comunicazione crudele, dal percorso umano a quello animale. Il farsi animale come scivolamento dall’ordine borghese consente all’Io un rituale di autoimmolazione: la zoofilia risiede nell’ ”oltrepassamento” dell’umano.»

La terza parte è sull’imprigionamento del corpo nel sogno, le implicazioni estetiche da esso prodotte in un testo drammatico. Si parte da Vida es sueño di Calderón de La Barca, per arrivare al possibile dialogo tra il Calderón pasoliniano e August Strindberg. Pasolini, Calderón de La Barca e Strindberg si servono dell’onirico partendo da prospettive diverse ma legate tra loro da un elemento strutturale: la simbologia carceraria del sogno. Nella Vida es sueño il protagonista è il principe Sigismondo, incarcerato in una torre a causa di una tragica profezia annunciata alla sua nascita; in Ett drömspel, la protagonista Agnes vuole liberare l’uomo rinchiuso nel castello, ed è la figlia del Dio indiano Indra, «mandata in prova sulla terra a conoscere gli umani e l’esistenza».

Anatomia del potere, di Georgios Katsantonis, dà una geografia frammentata di un aspetto dell’opera pasoliniana imprescindibile, che segue un filo preciso.

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Per una storia sociale del tatuaggio https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-storia-sociale-del-tatuaggio/ https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-storia-sociale-del-tatuaggio/#respond Mon, 27 Nov 2023 10:29:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53051 di Giuseppe Nibali  «Il tatuaggio è un’arte senza storia. Nessuno, per quel che ne sappiamo, ha fatto dello studio del suo sviluppo, dalle origini volgari alle forme consumate che ci invitano ad ammirare, il proprio mestiere di vita». Così recita un articolo datato 1881, del Saturday Review, giornale fondato nel 1855 a Londra. Nel frattempo […]

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di Giuseppe Nibali 

«Il tatuaggio è un’arte senza storia. Nessuno, per quel che ne sappiamo, ha fatto dello studio del suo sviluppo, dalle origini volgari alle forme consumate che ci invitano ad ammirare, il proprio mestiere di vita». Così recita un articolo datato 1881, del Saturday Review, giornale fondato nel 1855 a Londra. Nel frattempo quel giornale ha chiuso i battenti e da allora a oggi più di qualcuno ha provato, fuori da ogni pregiudizio, a fare della storia del tatuaggio il proprio mestiere.

Ci ha pensato, per esempio, Matt Lodder a immaginare questo viaggio nella storia del tatuaggio, proposta in Corpi dipinti, edito da Il Saggiatore nella bella traduzione di Ludovica Marani. Lodder, che è docente di storia dei tatuaggi all’Università dell’Essex e studioso tra i più interessanti della pittura corporea, nel testo propone ventuno tappe nella storia del tatuaggio che sono anche ventuno tappe all’interno della storia umana. Si va da un minuzioso lavoro sui colori, sul bianco e nero, sulle piccole iniziali che appaiono tra le caviglie delle mummie fino alle schiene e ai corpi di combattenti e marinai delle epoche storiche moderne. Gli esseri umani hanno sempre sentito l’esigenza di imprimere sui loro corpi segni e simboli e queste tracce sono anche utili strumenti per una analisi più approfondita dell’antropologia specchiata attraverso una disciplina che troppo spesso è stata vista come ancillare rispetto alle altre arti.

Otzi, l’uomo dei ghiacci, è una delle prime figure che appaiono nel testo. È la mummia più antica d’Europa ed è anche il più antico essere umano tatuato scoperto fino a ora. Ha sessantuno tatuaggi, soprattutto tacche, croci, linee ottenuti passando pigmenti di fuliggine sopra piccole ferite. Otzi è la prova inequivocabile della presenza dei tatuaggi in Europa all’inizio dell’età del bronzo, ma anche uno degli anelli della grande catena che è la diffusione del tatuaggio nel mondo antico. L’uomo di Gebelein, per esempio, visse intorno al 3.330 a.C. all’epoca della civiltà egiziana predinastica. I suoi tatuaggi sono sorprendenti. Figure, non semplici segni, figure rituali come la capra berbera presente in tutta l’arte coeva, dai manici dei coltelli fino alle selci decorative.

Nella plurale Grecia invece, da decorazione ornamentale delle fanciulle trace il tatuaggio diventa stigma, macchia di disgrazia ad Atene, parola o figura da apporre sulla fronte di schiavi e criminali. Bellissimi e molto moderni sono i tatuaggi (lo è soprattutto la disposizione) che appaiono sul corpo della Lady pazyryk, una nobile la cui mummia congelata è conservata all’istituto archeologico di Berlino. La donna è morta nel gennaio del 277 a. C., sui monti Altai, nella Siberia meridionale. Sulle sue braccia appaiono cavalli, grifoni, uccelli selvatici, animali ungulati, felini e pesci. Animali reali o immaginari che rivelano un complesso sistema di credenze e indicano anche, sotto il profilo sociologico, la grande varietà del bestiario cultuale.

Nell’età moderna si sviluppa in Europa una tradizione diversa e di tatuaggi si riempiono le braccia di servi e prigionieri, per poter agilmente individuare i fuggiaschi, mentre in estremo oriente la pittura del corpo assume un carattere nazionalistico. Così il patriota Yue Fei, deciso a difendere la dinastia Song dalla ribellione in corso nel dodicesimo secolo, prima di partire per il fronte decide di farsi tatuare sulla schiena la scritta «jin zhong bao guo: Servire la nazione con la massima lealtà» incidendo la pelle e facendosi spalmare dalla madre fuliggine azzurra sulle ferite fresche. Un calvario da dedicare alla nazione.

Lodder va avanti, restituendoci, secolo dopo secolo, un puntale raccordo sulla società. Si va dal Nord America fino all’Artico, passando per la Polinesia, l’excursus copre la Londra vittoriana, dove il tatuaggio torna segno di disonestà, stigma truffaldino, sono gli anni di John Mitchel e, soprattutto, del nostro Cesare Lombroso: «Si tratta di un’usanza del tutto selvaggia, che solo di rado è rintracciabile tra chi non fa più parte delle nostre classi oneste, e che non prevale se non fra i criminali, presso cui ha avuto una diffusione davvero strana, quasi professionale»1.

Degna di interesse è anche la storia di Aimee Crocker, detta la “regina della Boemia”, eccentrica newyorkese della Belle Epoque, Aimee aveva le braccia interamente tatuate da uno dei maestri del tempo, il giapponese Hori Toyo. Il lavoro si conclude con Dennis Rodman, fenomeno di costume per i nati negli anni ’80 e ’90, per la volontà da parte dell’atleta di rappresentare, tramite i suoi tatuaggi e le altre mutazioni corporee, la propria anima cangiante e colorata: «Qualsiasi cosa ne pensassero i suoi critici più conservatori, i tatuaggi di Rodman sono arrivati a definirlo nell’immaginario pubblico»2.

Il testo di Lodder è un prontuario, uno sguardo consapevole sul mondo dei tatuaggi e sulla storia di un’arte che si evolve insieme alle donne e agli uomini che la indossano. Ne viene fuori una operazione necessaria, un testo che tutti gli appassionati dovrebbero leggere.

1 Cesare Lombroso, «The savage origin of Tattooing» in Popular Science Monthly, aprile 1869, vol. XLVIII, p. 83.

2 Matt Lodder, Corpi dipinti, Milano, Il Saggiatore, 2023, p. 316.

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La performatività della malattia come atto politico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-performativita-della-malattia-atto-politico/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-performativita-della-malattia-atto-politico/#respond Thu, 19 Mar 2020 13:17:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42678 È sempre abbastanza complesso parlare filosoficamente dell’attualità, in particolare in questo caso, è sufficiente vedere interpretazioni di alcuni filosofi che hanno proposto letture sul potere e sulla gestione delle emergenze che utilizzano paradigmi ormai al di fuori del contesto storico attuale e che, tra le altre cose, si sono dimostrate inesatte con l’evolversi degli avvenimenti. […]

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È sempre abbastanza complesso parlare filosoficamente dell’attualità, in particolare in questo caso, è sufficiente vedere interpretazioni di alcuni filosofi che hanno proposto letture sul potere e sulla gestione delle emergenze che utilizzano paradigmi ormai al di fuori del contesto storico attuale e che, tra le altre cose, si sono dimostrate inesatte con l’evolversi degli avvenimenti.

Tuttavia permane la necessità di capire cosa si muove concettualmente attorno al covid-19. È qualcosa, in effetti, si sta muovendo: qualcosa che è in evoluzione, quindi il rischio di una interpretazione non esaustiva è forte, ma è proprio su questa inesaustività dell’interpretazione che bisogna lavorare, è proprio questa incessante incompletezza ad essere il cardine dell’interpretazione.

C’è una performatività dell’atto corporeo che non è stata presa in considerazione: la sua sparizione. La scomparsa è per sua stessa necessità non-totalizzante, permane un resto indicibile che è quello che interessa affrontare. Scrive Judith Butler:

“L’idea del corpo individualizzato del soggetto dei diritti non tiene adeguatamente in considerazione il senso di vulnerabilità, di esposizione, e anche di dipendenza, implicato nel diritto stesso, e che invece corrisponde, come vorrei suggerire, a un’idea di corpo alternativa. In altre parole, se siamo disposti ad accettare che parte di ciò che definisce un corpo è la sua dipendenza da altri orpo e da reti di supporto, dobbiamo anche accettare che la concezione individualistica del corpo, inteso come complementare distinto dagli altri, non è del tutto corretta.” (J. Butler, L’alleanza dei corpi)

Quello di cui spesso non si parla, infatti, è che lo spazio d’apparizione pubblica è un luogo che non può essere separato dalla pluralità. Ma come si compone questa pluralità? Da chi è fatta in questo specifico caso? La stessa pluralità di corpi che manifestano in una piazza, rivendicando diritti, muovendosi per ottenere riconoscimenti, in questo specifico caso, con questa quarantena, si mostra, paradossalmente e per inverso, nell’assenza manifesta dei corpi.

È necessario nuovamente parlare politicamente da un punto di vista che non è quello del potere, dal quale parla Agamben, contestandolo ma ritrovandosi all’interno del dogma del potere del discorso, del logos. È necessario affrontare il politico dal punto di vista della marginalità dell’apparizione pubblica, marginalità che contamina i bordi del discorso e che è per lo più fatta, sino a oggi, da lavoratori precari, diversità di genere, malati terminali, ecc.

Arendt in questo senso, utilizzando categorie prossime a quelle di Agamben in questa sua lettura del Covid-19, divide la vita pubblica dalla vita privata (interpretando una tradizione filosofica che va da Aristotele, a Tommaso, a Kant e oltre, sui concetti di sfera privata e sfera pubblica della vita dell’individuo) attribuendo alla sfera pubblica una caratterizzazione dovuta all’azione, lasciando al contrario nella sfera privata la dipendenza e l’inazione, relegando il dolore fisico alla sfera privata, incomunicabile nel pubblico. Scrive Arendt:

“Certamente, la sensazione più intensa che conosciamo, intensa al punto di cancellare tutte le altre esperienze, cioè l’esperienza di un intenso dolore fisico, è allo stesso tempo la più privata e la meno comunicabile di tutte. Non solo è forse la sola esperienza che non siamo capaci di trasformare per renderla passibile di apparire in modo pubblico, ma essa in realtà ci priva delle nostre facoltà di rapporto con la realtà a un tal punto che possiamo dimenticarla più presto e più facilmente di qualsiasi altra. Sembra che non ci sia collegamento tra la soggettività più radicale, in cui non si è più “riconoscibili”, e il mondo esterno della vita. Il dolore, in altre parole, esperienza che segna la linea di demarcazione tra la vita come “essere tra gli uomini” e la morte, è così soggettivo e lontano dal mondo delle cose e degli uomini che non può assolutamente assumere la capacità di “apparire”. (H. Arendt, Vita Activa)

In questo senso Arendt crea un confine netto tra vita privata e vita pubblica attraverso la soglia di incomunicabilità del dolore. Ciò che invece succede, oggi, in un mondo radicalmente differente, è che il dolore nella sua forma privata, diventa necessariamente pubblico andando a minare il discorso dominante nelle sue fondamenta, fino al punto da mettere in discussione la struttura capitalistico-economica sulla quale poggia l’esperienza del pubblico, che per necessità è sempre controllata dal logos dominante.

Non avviene, con questo passaggio epidemico (e a livello globale pandemico) una messa in critica del sistema attraverso manifestazioni, rivolte o scioperi, ma la messa in critica avviene tramite la socialità di chi sceglie di adempiere alla sparizione domestica, alla quarantena imposta e autoimposta.

Ciò che è al margine dello spazio politico sono coloro che si riappropriano degli spazi politici attraverso l’atto performativo della scomparsa del corpo nella scena pubblica.

Nella stessa maniera per la quale la riappropriazione del discorso avviene per singole istanze, derivate da necessità di diritti, di riconoscimenti, di messa in mostra di mancanze; qui abbiamo una performatività ribaltata, per la quale è l’isolamento l’istanza pubblico/politica, nella misura in cui l’isolamento gode della connessione e si manifesta attraverso la sua dichiarazione. Il performativo corporeo diventa performativo verbale.

Lo spazio della paura rimane quello della richiesta di riconoscimento di questa paura. I malati, al pari di chi si opera per cambiare sesso, al pari di chi non ha il diritto di cittadinanza ma vive in uno stato, al pari di chi prospetta la performatività dell’atto d’esistenza richiesta, dichiarano: Sono qui.

Ma questo atto, come detto, al pari degli altri, richiede, necessariamente la pluralità. È necessario che il più debole, al di fuori dei luoghi nei quali appare il politico, venga riconosciuto dall’intera società. E in questo riconoscimente richiede una rete di protezione plurale e omogenea.

Il malato, il contagiato, chiede alla società intera, attraverso la malattia come atto performativo involontario (ma d’altra parte anche l’identità e l’orientamento sessuali sono atti involontari), l’adesione politica alla sua situazione generale. Un adeguamento orientato al supporto di quelli che sono, al momento, i più deboli.

Ed ecco che l’atto performativo richiama un ulteriore atto performativo: l’assenza dai luoghi pubblici come manifestazione politica di sostegno alle fasce più deboli.

È esattamente il contrario di quanto dichiarava Agamben, non è il potere che ci rinchiude nelle case, che vuole controllarci, ma è la performance della sparizione dai luoghi pubblici – il contrario del riempire le piazze, ma nell’essere opposto come atto mantiene il medesimo come movimento – ad essere un atto politico di sostegno..

Ovviamente rimane il nodo cruciale dell’attuazione forzata che si sta imponendo con i vari decreti d’urgenza, che indurrebbe a pensare la performatività dell’atto come una obbligatorietà dell’atto stesso. Questo di fatto non mostra nient’altro che la forza performativa della sparizione e il suo compimento, perché di fatto anche scendendo in piazza si richiede il riconoscimento politico e legislativo di determinati diritti. Nello stesso modo, in una fase di eccezione, che non dev’essere (e ovviamente non è) norma, la sparizione richiede che l’atto performativo sia omogeneo e condiviso. Nel suo estendersi e nel farne comprendere le motivazioni si compie la rete sociale che supporta i margini della società, quelle persone che temono per la propria vita e per la propria salute.

L’auspicio è che questa capacità di condivisione di massa necessaria possa diventare uno strumento performativo pubblico capace di sostenere di volta in volta tutte le richieste di diritti provenienti dalle fasce sociali più deboli, ribaltando ancora una volta le possibilità, a sostegno di una visione più ampia delle necessità di chi non appare nei luoghi del politico.

(Foto)

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Minima Commedia Umana (1/3) https://minimaetmoralia.it/arte/minima-commedia-umana-13/ https://minimaetmoralia.it/arte/minima-commedia-umana-13/#comments Mon, 23 Jan 2012 08:17:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6263 Alessandro Garigliano ha scritto direttamente per minima&moralia un trittico corporale in cui concentra ipotesi e rovelli, immaginazioni e dilemmi. Ecco la prima parte. Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a […]

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Alessandro Garigliano ha scritto direttamente per minima&moralia un trittico corporale in cui concentra ipotesi e rovelli, immaginazioni e dilemmi.
Ecco la prima parte.

Corpo, tu mi tradisci. Tu sei meschino, brutale, immutabile. Sono anni che ti odio, che monologando (tecnicamente sarebbe un soliloquio, non essendoci stato per fortuna nessuno spettatore), corpo, io ti frustro, a te impassibile, ti denuncio come mio limite. Tu sei il mio limite, la mia croce. Senza di te chissà dove sarei, che conquiste avrei fatto, avrei liberato ambizioni, mi sarei scelto la vita. Ma tu corpo ti opponi, fai resistenza passiva. Perché tu non sei solo arti e organi e muscoli e tutto quello che rimane di fisico, di volontario e di involontario, tu sei anche altro… e intanto vorrei  dire che di volontario tu non hai un bel niente, e questo è il punto. Il punto è che non sei controllabile, che non ti si può comandare, non si può decidere cosa farti fare e cosa non fare. L’esempio più chiaro è quello dei muscoli, i muscoli volontari. Certo che posso contrarli e distenderli, lo posso fare anche decine di volte. Ma per quanto tempo è possibile? Fino a quale livello di tensione posso riuscire a contrarre un bicipite? La sostenibilità dei pesi che sollevo è pur sempre limitata, per quanto possa allenarmi, insomma, non riuscirò mai a sollevare la luna.

Tu sei anche altro, sostenevo qui sopra. Perché tu non sei solo braccia e gambe o ossa facciali, sei anche carattere, psicologia, codice genetico, cose che per quanto invisibili, restano fenomeni rigidi, vera materia. Ho provato migliaia di volte nel corso di questa esistenza a ribellarmi, ho provato a forzare la mano, a coartare il carattere, a imporre le scelte, ma sono sempre tornato là dove ero partito: un passo avanti e cento a macchina indietro. E in verità, in verità, se devo scavarmi più a fondo in modo spietato, contro le suddette parti di fisico, invisibili, sì, ma esiziali, non ho mai potuto ingaggiare nemmeno una guerra totale, non ho mai potuto concentrarmi a studiare una strategia dirompente allo scopo di piegare per sempre questi umori installati chissà per quale motivo e in che tempo senza consenso. No, mio corpo ignorato, nel frattempo, le tue porzioni ordinarie, le unghie, i denti, la barba mi hanno di continuo distolto da una tale battaglia per segnalarmi, con petulanza, le proprie esigenze: quante volte ho creduto di non dovermi rasare per forza? Il problema, pensavo all’inizio, nell’adolescenza, sarà sostenere l’occhio sociale senza abbassare  la testa, sarà frequentare la gente perbene con peli di barba lunghissima senza imbarazzo, ma qui sta l’equivoco. Controllare il proprio imbarazzo, affrontare in modo egocentrico chi ci sta intorno, è questione di mente, è lei che decide. Ma sulla mente non ho nessuna obiezione, anzi, la mente è la mia paladina, la ragione si muove sicura, può scegliere a freddo cosa è giusto o sbagliato. Il problema per il quale mi dolgo è il fisico, il cagionevole fisico. Il fisico è un soggetto che è esposto alle malattie più terribili, la barba incolta per mesi, infatti, ha causato sulla mia faccia decine di brufoli, una vera e propria infezione. Può sembrare banale, ma ho riportato soltanto una spia di quello che il fisico è capace, anzi incapace, di fare. Ho centinaia di casi simili a questo da potere narrare. I denti che per quanto li lavi e li coccoli come fossero figli si ammalano di carie e si sbriciolano come fossero croste di pane, per esempio. Ci si nasce con le arcate dentarie sbilenche, non lo abbiamo deciso e non possiamo porvi rimedio da soli, abbiamo bisogno di un medico e di mostruosi apparati meccanici. Ora non voglio elencare tutta la sfilza di malattie che ammorbano il corpo, agli occhi, negli organi interni, perfino nel sangue e finanche la testa.

La testa. La testa, se posso permettermi un chiarimento, possiede due parti, la parte che amo e che voglio, che è quella mentale, sinonimo di razionale, sì insomma la parte che prende le scelte – quelle rare volte che il corpo glielo permette -, e l’altra parte, quella che, pur risiedendo nel capo, cova i fenomeni rigidi cui accennavo più sopra e, come il resto del corpo, non gode di libero arbitrio, ma è schiava.

Quindi, riprendendo il discorso, le malattie che attecchiscono contro la testa sono, a differenze delle altre, vigliacche, perfide, subdole, perché debilitano anche la parte che vorrebbe correggerle, riordinare le idee, riportando l’insieme a uno stato decente. Sono convinto che la schizofrenia non sia altro che questo: la separazione e lo scontro di ciò che vogliamo da ciò che siamo e possiamo. Ma una volta che la testa pensante è compromessa, non si torna più indietro, non si è più capaci di analisi, di quel dominio che, per quanto minuscolo, avevamo sul corpo. E allora bisognerebbe andare negli ospedali psichiatrici e nelle comunità, in ogni istituto che ospita pazienti affetti da malori mentali, e avere presente che quei corpi insulsi che deambulano nei corridoi, e gridano amorfi dentro le stanze, quelli, dico, sono la perfetta immagine che si dovrebbe avere del corpo senza controllo. Quando incoscienti si predica di liberare la mente da ogni contegno, lasciando che le passioni travolgano l’intera persona, è come se si predicasse di liberare all’interno di un asilo nido bestie feroci. L’inconscio e gli istinti hanno bisogno di guida, il ruolo mortificante, ma al contempo obbligato, che svolge la mente che riflette e ragiona e avrebbe voglia di scegliere – se non fosse limitata dal fisico che le è capitato – è quello di porre un argine a queste correnti carsiche che s’immergono ed emergono nel nostro limitatissimo corpo. Alla mente l’ingrato compito di mediare e assecondare, tirando e rilasciando sui diritti e i doveri del corpo. Ah, la mente. Se fosse libera, se non avesse il rigido peso che àncora, se potesse concretizzare i progetti che crea, se non avesse bisogni, e potesse dar luogo a ogni scelta che pondera, ah, la mente, se potesse sognare.

Ma i sogni reali, in cosa consistono? Di cosa si parla? I sogni, ora ho capito, sono lo stato d’assedio che il corpo ha ingaggiato contro la mente. Il sonno, che è la forma più alta creata dal fisico, si impone e fa crollare il corpo sul letto, in modo fatale. Non lo dico per scherzo, per fatale intendo proprio la forza che regna sopra gli dei, il fato che senza controllo governa il tempo e nel tempo: chi può godere d’insonnia totale? Chi può vivere senza riposo? Qualcuno riesce a vantarsi di riuscire a chiudere gli occhi per tre quattro ore per giorno, ma è comunque un cedimento obbligato, è un limite da cui nessuno può liberarsi; perché, ora dico, non possiamo godere delle intere ventiquattro ore del tempo? Eppure a nessuno è mai successo – se non come tortura. Ed è inutile pontificare che il tempo è già abbastanza quello che usiamo, che ci annoiamo non poco, va bene, sono d’accordo, ma se qualcuno volesse vivere in modo più intenso, ci sono geni, per esempio, che hanno scoperto tantissimo ma avrebbero fatto di più se solo non avessero avuto il vincolo di un corpo a riposo. E invece non solo si è costretti al riposo, ma, mentre si dorme, tutto ciò che d’incontrollabile di giorno è stato nascosto, di notte, quando la mente abbassa la guardia, riemerge e sposta e condensa, incomprensibile ai più, le verità che il corpo ha prodotto.

Non dico di no, potrebbe anche esserci colui che riesce ad armonizzare le diverse esigenze. Ci sarà. Sia allora beato chi tollera un tale equilibrio: chi non solo ha capito decodificandoli i propri impulsi vitali e ha chinato la testa in rassegnazione accettando e percorrendo la propria esistenza da saggio. Io, no, non l’ho ancora capito, ancora prima di potere accettare i dettami del fisico. Sono sceso in battaglia da tempo per costruirmi la vita che avevo sognato, e sono stato sconfitto. Avrei voluto trascorrere molto tempo di meno a espletare le esigenze biologiche ignobili, e sono finito dal proctologo. Avrei voluto dormire di meno e impegnarmi di più per gli obiettivi sui quali la mente aveva puntato, e ho avuto bisogno dello psicologo. Avrei voluto espormi di più di quanto la mia timidezza avesse deciso e inalberare un egoismo maggiore nei momenti importanti, ignorando i bisogni degli altri. Avrei voluto avere uno scontro diretto con la paura affrontandola come fosse un nemico di carne, e vincerla procedendo come un ariete. Se solo avessi potuto decidere analizzando lucidamente i dati che avevo davanti; se solo non mi fosse mancata la scelta nel momento opportuno, nel momento in cui invece sono stato costretto a mettere d’accordo me con me stesso lasciando che il treno su cui avrei dovuto saltare passasse senza ritorno; insomma se solo i passati, quello vissuto da piccolo e quello che mi aveva segnato già prima di nascere, mi avessero lasciato libero di vivere come volevo, allora sì che avrei avuto una vita, invece della guerra perpetua.

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Il re nudo https://minimaetmoralia.it/politica/il-re-nudo/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-re-nudo/#respond Mon, 04 Apr 2011 07:32:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4113 Questo pezzo è uscito sul numero 68, marzo 2011, di I duellanti.

di Franco Marineo e Federica Timeto

Perché legatemi, se volete, ma non c’è
nulla che sia più inutile di un organo
Antonin Artaud

Un’immagine che forse c’è. O non c’è, oppure non c’è ancora. Ma, davvero, è del tutto indifferente che essa ci sia o appaia mai. Questa immagine l’abbiamo tutti dentro la testa. La vediamo da alcune settimane senza realmente guardarla.

L'articolo Il re nudo proviene da Minima et Moralia.

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Questo pezzo è uscito sul numero 68, marzo 2011, di I duellanti.

di Franco Marineo e Federica Timeto

Perché legatemi, se volete, ma non c’è
nulla che sia più inutile di un organo

Antonin Artaud

Un’immagine che forse c’è. O non c’è, oppure non c’è ancora. Ma, davvero, è del tutto indifferente che essa ci sia o appaia mai. Questa immagine l’abbiamo tutti dentro la testa. La vediamo da alcune settimane senza realmente guardarla. Si è formata dietro i nostri occhi, dentro la nostra attenzione. Si è costruita scarnificando fino all’osso il campo del visibile, accumulando strati di non visto intorno alle parole intercettate, lette e drammatizzate. É la foto di Berlusconi nudo, foto di cui si parla come se si trattasse di un cataclisma visuale, di una frana dell’immaginario, di un passaggio simbolico senza precedenti. Come in quei giochi di enigmistica solitamente sistemati accanto a “unisci i puntini”, giochi in cui annerire spazi porta all’apparizione quasi sorprendente di un disegno fatto di forme residuali, un puzzle di superfici rimaste bianche. Lo strato denso di parole riversate, tutte le sue propaggini fotografiche, le sequenze televisive, le drammatizzazioni, i disegni; e ancora i travestimenti, la coca-cola light, le infermiere, Fede che ammette di avere speso migliaia di euro per cancellare qualche foto scattata di nascosto da una delle partecipanti alle “eleganti” cene di Arcore. Tutti frammenti di un mosaico percettivo che ha ritagliato il vuoto intorno a questa immagine che c’è e non c’è, facendola affiorare per esclusione. Resta solo lei, persino nella sua inverificabilità.
È l’immagine di un corpo incorporeo, il corpo del sovrano divinizzato che deve sottrarsi alla vista. Ma che, tuttavia, non può sottrarsi all’immaginazione. Perché l’immaginazione, si sa, va oltre l’immagine, e poiché il desiderio eccede lo sguardo, il corpo di Berlusconi noi già lo vediamo, prima che le fotografie circolino, ammesso che fotografie circoleranno, e persino dopo, anzi a prescindere da come e da quando le fotografie saranno già state effettivamente vedute. Infatti, le immagini non si possono mai definitivamente distruggere, né proibire: le immagini, come i desideri, circolano di continuo.
C’è chi sostiene che le foto ci sono e che, prima o poi, salteranno fuori. Alcuni si affrettano a disinnescare l’ordigno prima ancora che diventi visibile, puntando sull’assioma digitale=falso: è ovviamente l’avvocato di corte a precisare “che foto del presidente Berlusconi svestito in atteggiamenti intimi con le ragazze, laddove effettivamente esistenti, devono ritenersi sicuramente false, frutto di montaggi e/o di manipolazioni”. Per una volta (non senza imbarazzo) proviamo a dare ragione a Ghedini, seguiamo il suo ragionamento invertendo il punto di osservazione. Le foto non ci sono, e se ci sono sono false. Cosa cambia? C’è una qualche differenza tra il vedere Berlusconi svestito e il non vedere qualcosa che è costantemente presente dentro l’orizzonte percettivo di questi anni?
Evidentemente sì, ma non nei termini che riguardano ciò che conosciamo, ciò che sappiamo anche indipendentemente da ciò che vediamo. Le istantanee di Berlusconi colto nel mesto teatrino del suo gallismo a cottimo si sono già formate come grumi di pensiero, e una fotografia potrebbe solo alterare la definizione dei particolari, solleticare lo sguardo più morboso senza modificare minimamente la certezza di scatti e sequenze che già, anche con gli occhi chiusi, abbiamo veduto. Immagini che si formano, senza l’ausilio del nervo ottico, precipitando dalla densità di un immaginario che ha avuto il suo battesimo nel momento in cui Berlusconi ha deciso programmaticamente di imprimere alla sua vita pubblica una valenza fortemente genitale. La genitalizzazione della politica, l’ossessiva insistenza sulle virtù amatorie, sulle statistiche relative al numero di conquiste e copule: tutti elementi di una rappresentazione certamente pianificata, e mirata a intercettare le pulsioni più dirette e trasversali di un paese in grave crisi identitaria.
Si ha un bel parlare di violazione della sfera privata del presidente del consiglio; infatti, a prescindere dall’ovvia inadeguatezza di una simile nozione nel caso dei reati contestati a Berlusconi, e volendo anche ignorare l’impossibilità sociologica di una scissione così netta tra sfera pubblica e privata, è lo stesso Berlusconi ad avere sempre esibito, attraverso studiate sequenze di pose e scatti, il proprio privato, rendendolo una delle più fertili dimensioni retoriche della sua strategia politica, quella che Belpoliti, nel suo interessante “Il corpo del capo”, ha recentemente definito le politica del “mettere a parte”: una politica basata perlopiù, se non soltanto, su un massiccio sfruttamento dei meccanismi di identificazione e proiezione delle immagini cortocircuitate dagli strumenti e dalle pratiche mediali berlusconiani, attraverso le quali si produce, si consuma e si amplifica di continuo un totale collasso degli ambiti.
Berlusconi è la concrezione sessuale più lampante di tutto il leaderismo impregnato di testosterone (vero o presunto) che l’Italia più o meno segretamente adula sin dai tempi di Mussolini e del suo machismo da operetta. Lo è perché il suo corpo si riduce a un unico organo caratterizzante, che si dice- e s’immagina- essere ancora funzionale e funzionante, che non delega alle protesi di cui pur si serve, perché in questo caso le protesi si impiantano sull’organo, e vi si addizionano per perseguire una riorganizzazione dell’organismo e della sua forma, piuttosto che decretarne l’autoinsufficienza e il disfacimento. Se il corpo senza organi è infatti, sempre, un residuo, una colatura, quello che resta quando tutto è stato tolto, incluse le parole che lo nominano, il corpo di Berlusconi, al contrario, è l’insieme delle significazioni e delle soggettività (per parafrasare all’inverso Deleuze e Guattari) concentrato nella verticalità di un’erezione perfetta.
Invece che a un corpo senza organi, allora, in questo caso siamo di fronte a un volto che fa esso stesso corpo, un volto-corpo, ma senza tutta la materialità immanente che fa e disfa il corpo, la sua carne, gli orifizi, i liquidi, le pieghe della pelle, gli odori, le secrezioni, che possono, al limite, soltanto essere dette (le parole, in questo, consentono una maggiore igiene), ma mai divenire visibili, cioè visibilmente colte nel loro divenire. Non visibili, è vero, eppure immaginabili, se sappiamo che, da qualche parte, il re è stato e sarà nudo, anche se il suo pubblico, ancora (almeno fino a quando scriviamo), non l’ha visto. Il corpo rimane, finora, il fuori-scena della rappresentazione, surclassato dalla scena del volto-corpo che s’impone sul palco di un continuo avanspettacolo politico.
Il corpo di Berlusconi è un corpo che deve restare invisibile per restare perfetto, e mantenere così la funzione che è già del volto. Un volto iperpresente, ipericonico, talmente indicale da annullare la distinzione tra apparenza e apparizione, sul quale l’immagine stessa del potere racchiude il potere di tutte le immagini. La realtà dell’uomo di potere Berlusconi consiste, infatti, nel suo mostrarsi, si potrebbe altrimenti dire che la sua presenza risiede nella sua stessa visibilità. E oggi, come un sovrano mummificato esposto alla venerazione del popolo o, ancora, come un imperatore romano che dissemina le sue province di rappresentazioni che, tutte, indistintamente, contengono la presenza del potere in superficie visibile, Berlusconi si è trasformato in una quintessenziale immagine-viso, (mono)espressiva e sovente frontale, legnosa e cerea e come una maschera funeraria fatta al botulino invece che a encausto, immagine che preesiste e insieme persiste al tempo.
Una sorta di sindone (solo apparentemente) laica cui, però, non corrisponde (più/ancora) un corpo visibile, ma corrisponde, e corrisponde eccessivamente, semmai, un corpo invisibile che il volto ha il compito di decodificare e surcodificare di continuo. Attorno al volto del presidente del consiglio, per converso, c’è una specie di unico corpo femminile acefalo, quello di PatriziaNoemiRubyNadian, altrettanto sil-iconico, conchiuso e autoevidente, che a scadenza regolare muta solo il nome, al più il colore dei capelli e della pelle, come si cambia periodicamente una password per garantire un accesso sicuro ed efficiente a un deposito di denaro.
Il valore documentale di una fotografia, dunque, già discutibile di per sé a prescindere dal perimetro del digitale e della sua virtuale falsificazione, si schianta contro un muro costruito con pazienza e studiata ostinazione da Berlusconi e dal suo entourage. Un muro fatto di machismo goffo e goffissima galanteria, di squallide battute sessiste e ancor più squallide auto-certificazioni sulla propria prestanza erotica. La retorica esistenziale dell’uomo-Berlusconi (un specie di corpo-palinsesto in cui l’essere un umano non sembra preesistere al suo essere imprenditore, politico, presidente di una squadra di calcio, e infine amatore infaticabile) è mediaticamente orientata all’estroflessione della propria sessualità come lampante tratto identificativo in cui convogliare l’invidia e la “stima” di tutti quegli italiani che hanno cullato l’intangibilità politica e morale del loro capo dentro il mantra del “beato lui”. Una sorta di assoluzione preventiva che è diventata alibi, nel momento in cui la coappartenenza tra pubblico e privato non è stata semplicemente la chiave della strategia culturale berlusconiana nel suo complesso ma il gradino su cui inciampare per eccesso di sicurezza. Allora il “beato lui” si è trasformato in un’ancora gettata nel mare di chi ripete che è sempre meglio sapere il capo alle prese con prostitute e minorenni piuttosto che con trans o gay. Il “beato lui” è stato il lumicino sempre acceso con cui illuminare l’idea che un puritanesimo di sinistra fosse la causa delle recenti disavventure giudiziarie del premier; il boomerang lanciato immediatamente per spostare l’asse del discorso verso la privacy inviolabile, eppure dischiusa con attenzione per fare passare solo il numero di partner in una notte.
La non esistenza di queste fotografie o, anche, la loro invisibilità somiglia a quelle meravigliose figure retoriche della censura, le stelline nere che, nei manifesti dei cinema porno anni ’70 e ’80, coprivano i capezzoli e il pube delle attrici.[1]
Ecco, Berlusconi forse non si accorge che la sua figura non è più quella che deve essere coperta per non destare scandalo. Lui, ormai, è la stellina nera che finge di coprire un pene e uno scroto.

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Oggi Il Manifesto è in edicola a 50 euro. È un’iniziativa di sottoscrizione popolare che è anche una battaglia per la libertà di stampa e per il pluralismo. Ripostiamo per l’occasione i due articoli di Ida Dominjanni, usciti rispettivamente il 15 e il 16 dicembre.

Quell’immagine senza ritorno

È sempre il volto dell’altro, sostiene Emmanuel Lévinas, la misura e la prova della nostra umanità, perché è nel volto dell’altro che è inscritta la sua e la nostra vulnerabilità. Il volto ferito di Silvio Berlusconi, una lacerazione improvvisa e violenta nella costruzione senza tempo e senza rughe della sua immagine personale e politica, si presta poco all’uso strumentale cui è stato subito piegato dai suoi pasdaran e in cui, come sempre, sembrano irretiti gran parte dei suoi oppositori. Quel volto colpisce più a fondo, con l’impatto di un’istantanea senza ritorno.
Con il suo consueto istinto, Berlusconi stesso è stato il primo a capirlo, offrendosi alla vista della folla e delle telecamere senza nascondere la ferita e anzi impugnandola. Un gesto che non sta solo nello stile mediatico del personaggio, ma sembra piuttosto guidato dall’ansia del dopo. Che ne sarà, dopo, dell’immagine del premier? L’icona del sovrano non contempla ferite, e tanto lo sapevano i costruttori della sovranità moderna da inventare, con la geniale formula del doppio corpo del re, il modo di trascendere in un corpo sacro e immortale la vulnerabilità di quello secolare e reale. Ma Berlusconi, maschera postmoderna di una sovranità terminale, di corpi ne ha uno solo, ed è sulla sua integrità, durata, potenza e padronanza che ha sempre puntato le sue chance. Neanche l’ostensione quasi sacrale del suo sangue al suo popolo lo garantisce, oggi, dall’effetto di vulnerabilità che quell’immagine senza ritorno del suo volto oltraggiato produce.
Lo sanno anche i suoi, ed è per questo che, loro sì con poca umanità, si sono affannati all’istante non tanto a chiedere solidarietà per il premier e condanna per l’attentatore, due cose evidentemente dovute e sentite, quanto a pretendere genuflessioni, retromarce, confessioni di colpa, ammissioni di responsabilità, impegni di autosilenziamento dall’opposizione in tutte le sue frantumate espressioni, d’un tratto accomunate nel ruolo del «mandante» del dissennato Tartaglia. Una marea montante di insulti e attacchi che la dice lunga sulla quantità di rancore di cui la cerchia ristretta degli amici e delle amiche del premier, i Cicchitto e le Carfagna, è affetta e infetta: dal rancore verso Veronica Lario, indirettamente citata ritorcendo contro la sinistra la denuncia del «ciarpame» che fu sua contro il marito, a quello verso Rosi Bindi, che fu rea di «indisponibilità» verso il premier e oggi è rea di dire una verità impronunciabile (anche per i suoi compagni di campo), cioè che se clima di violenza c’è, fra i suoi artefici va annoverato anche Berlusconi che pertanto non ne è solo vittima. E ancora, dal rancore ribadito verso la magistratura al rancore riciclato per gli anni Settanta, improvvisamente riportati al centro della scena come un deposito fantasmatico di violenza di piazza e «giustificazionismo» della sinistra, in un crescendo – violento – di semplificazioni e falsificazioni che smentiscono, se ce ne fosse bisogno, qualsiasi pretesa di buone intenzioni nell’appello ipocrita all’abbassamento dei toni, alla collaborazione istituzionale e al dialogo democratico.
In politica però i fantasmi sono pessimi consiglieri. E il fantasma degli anni di piombo, evocato con strumentale leggerezza, rischia di portare fuori strada non solo gli amici ma altresì gli avversari del premier ferito. C’è un doppio salto mortale alla base del teorema che i cortigiani del principe stanno allestendo da quarantotto ore in qua: l’aggressione a Berlusconi è opera di uno squilibrato, dunque non c’entrerebbe nulla con la violenza politica organizzata degli anni di piombo, se non fosse per la faccenda dei mandanti, che invece le accomuna: cattivi maestri allora, cattivi maestri oggi, con la differenza che allora i cattivi maestri erano gli estremisti di sinistra e oggi sono i giudici della Corte Costituzionale. Oggi come allora però, al fondo il ritornello è lo stesso: parlare significa instigare ad agire, criticare equivale ad armare le mani, riempire le piazze significa fiancheggiare i violenti. Morale, non si disturba il manovratore. È un ritornello irricevibile, che se rischia di fiaccare ulteriorente un’opposizione istituzionale allo sbando, e se ha buone probabilità di ricompattare le fratture che cominciavano a palesarsi nella maggioranza, non ha molte speranze di essere ascoltato dove comunque monta la stanchezza sociale per il ventennio berlusconiano e le sue promesse mancate.
Tuttavia non è solo questo il punto. Marcare la differenza, per poi accorciare le distanze, fra «il pazzo isolato» di oggi e la violenza organizzata di ieri rischia di appannare lo sguardo di fronte alle vere, abissali differenze fra il clima di trent’anni fa e quello di oggi. Se oggi l’instabile Tartaglia aggredisce indisturbato il presidente del consiglio durante un bagno di folla, il perché non va cercato nella differenza fra la miniatura del duomo di Milano e i sampietrini del ’77. Va cercata in una deriva della politica che nutre il potere di seduzione e identificazione ma perciò stesso lo rende vulnerabile dall’antipatia e dalla disidentificazione, blandisce i leader nei bagni di folla e nei bagni di folla li tradisce, riduce la rappresentanza e l’azione collettiva all’impotenza. Il gesto di un folle è il gesto di un folle, ma nella follia, lo sappiamo, ci sono più verità di quanto i sani di mente vogliano o possano talvolta ammettere.

D’amore e d’odio, il premier e i suoi boys
Le vie del Signore sono infinite, figurarsi se non passano per la piazza del Duomo di Milano. Ferito, ammaccato e amareggiato, Silvio Berlusconi affida al sito del Pdl un messaggio di serenità e amore dal suo letto di dolore: «Grazie di cuore ai tantissimi che mi hanno mandato messaggi di vicinanza e di affetto. Ripeto a tutti di stare sereni e sicuri. L’amore vince sempre sull’invidia e l’odio». Non è l’aggressione che lo ha redento: aveva cominciato così, con la serenità e l’amore che vince sull’invidia e l’odio, il suo atteso discorso di domenica, spiazzando tutte le aspettative di una esternazione «con le palle» tipo quella di Bonn. E c’è già chi prospetta altri spiazzamenti: il Financial Times di ieri, ad esempio, ipotizza che il premier possa fare il gran gesto di perdonare Tartaglia. Non sarebbe la prima volta del resto: com’è stato ricordato in questi giorni, già cinque anni fa Berlusconi, colpito la sera di San Silvestro in piazza Navona a Roma dal lancio di un treppiedi di un ventottenne mantovano che si giustificò dicendo, come Tartaglia, «l’ho fatto perché lo odio», perdonò l’aggressore e gli mandò gli auguri di buon anno. Andò peggio a Violet Gibson, l’irlandese (ricordata ieri sul manifesto da Alberto Piccinini) che nel ’26 ferì il duce al naso – sempre il naso! – con un colpo di pistola: non lo era, ma fu dichiarata pazza, come il duce soleva fare con le donne che gli creavano problemi tipo Ida Dalser, e Mussolini volse a proprio vantaggio quel colpo di pistola. Cosa che ovviamente proverà e probabilmente riuscirà a fare anche Berlusconi con la miniatura acuminata del Duomo di Milano. Ma usando la retorica dell’amore o quella del rancore? Qui le strade del premier e dei suoi pasdaran sembrano al momento biforcarsi: Berlusconi sparge amore, Cicchitto e Capezzone seminano odio. Un gioco delle parti? Come sempre, è difficile scindere nel Cavaliere la recita dall’istinto. Difficilmente si potrebbe sostenere che l’ostensione del volto ferito al suo popolo dopo l’attentato fosse una recita scientemente allestita sotto trauma: era una risposta istintiva all’attacco, e come sempre l’istinto di Berlusconi è un istinto carico di effetti politici. Nel caso, l’effetto cristologico del sacrificio, mica poco quanto a densità simbolica. Unito alla parabola dell’amore, l’effetto raddoppia. Il che però non impedisce ai suoi fedelissimi di usare il tasto opposto dell’odio, ovviamente proiettato sugli avversari. È l’operazione Cicchitto di ieri mattina in parlamento, replicata dalla prestazione elevisiva dello stesso Cicchitto la sera dell’attentato e di Capezzone la sera successiva. Il copione recita che la «campagna di odio» di cui il premier è vittima è quella altrui: «il network» Repubblica, il Fatto, Di Pietro, Bindi, pm, tutti uniti a scaravenare sul premier gossip personali e accuse di mafia. Una sequenza paranoica da manuale – altro che Tartaglia -, che va a parare in picchiata sul chiodo fisso di Cicchitto: «l’uso politico della giustizia, che è il cancro che ha distrutto la prima Repubblica e che sta corrodendo anche la seconda». Ed ecco la ricetta: «disinnescare quel cancro con leggi funzionali», tipo il processo breve o il lodo-ter. Sarebbe questo il modo di volgere «il male in bene». Di Pietro lo chiama, più prosaicamente, «criminalizzazione e messa a morte» dell’opposizione. Non è che i toni si siano propriamente abbassati. Solo l’amore potrebbe riuscirci.

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