Corrado Alvaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corrado-alvaro/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 16:43:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Corrado Alvaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corrado-alvaro/ 32 32 I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari https://minimaetmoralia.it/letteratura/polpettoni-letterari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/polpettoni-letterari/#comments Wed, 09 Aug 2017 05:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13065 Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.

Basta un ricordo che sale alla mente, perché le ragazze avvampino di rossore. Mentre gli uomini si consumano nella passione: «Fuori, coi capelli bagnati di neve, Reddin la spiava dall’oscurità. La vide, col capo eretto e le bianche spalle nude, sorridersi nello specchio». Si tratta, per lo più, di romanzi che grondano di rugiada inglese, infestati da pallidi rami di castagni, con api che rombano come onde, e per raccontare ciò che avviene nell’animo dei personaggi, si affidano alle descrizioni della natura: «Nelle chiare radure incantate, tra i larici, le capinere cantavano piano, ma traboccanti di vita. Sui pendii assolati i giacinti innalzavano folti germogli tra le larghe foglie che li nascondevano, e fra poco avrebbero steso il loro azzurro cupo, come un tappeto da preghiera».

Saranno polpettoni, ma sanno cos’è la letteratura: «Una nube a forma di colonna, carica d’acqua, procedeva lentamente per la vallata, sfiorando la base delle colline. Era come una divinità grigia con le braccia incrociate e il capo lontano, nel cielo. Avrebbe potuto essere il destino, si avvicinava lentamente a quei due che stavano là come due amanti e non erano amanti, e li sferzava negli occhi».

Tornata alla terra è un romanzo della scrittrice inglese Mary Webb pubblicato nel 1917 e proposto ora in Italia dalla casa editrice Elliot (traduzione di Corrado Alvaro, pp. 320, euro 17,50). È un sublime polpettone, irresistibile proprio per la sua straordinaria capacità di mettere in scena un mondo tanto semplice quanto intenso. Elementi di quella letteratura inglese che ha influenzato la narrativa in tutto il mondo.

Mary Webb morì dimenticata, e subito dopo se ne parlò come di un “genio trascurato”. Cime Tempestose era stato pubblicato settant’anni prima e qualcosa della Catherine di Emily Brontë (un febbrile desiderio di indipendenza e l’inclinazione a confondersi col paesaggio) filtra nella protagonista femminile di Tornata alla terra, Hazel; così come la tenebrosa asprezza di Heathcliff palpita ancora negli occhi di Reddin, uno dei due protagonisti che si contendono la selvaggia e ritrosa Hazel.

Ma il vero big bang della letteratura, che ha fatto sì che il romanticismo possa non essere patetico ma innervato di intelligenza emotiva, profondità e ironia, è Jane Austen. È grazie a Jane Austen se ancora oggi si possono leggere alcuni polpettoni certi di fare un’esperienza letterariamente alta. Ne è  sicuro anche Harold Bloom che la omaggia nel suo Canone occidentale.

Tornata alla terra racconta la storia di Hazel, desiderata sia dal reverendo Edward («“Sono venuto per domandarvi se mi volete sposare, Hazel Woodus”»), che da Reddin («“Senti» le disse “poche chiacchiere: mi vuoi sposare?”»). Da come è evidente già in queste due dichiarazioni, uno è lo spirito, l’altro la carne, uno la vuole sfiorare, l’altro desidera possederla, uno è la sua salvezza, l’altro la sua condanna. Edward la invita a casa dalla madre a bere un tè, l’altro la porta direttamente nel bosco.

Dei tanti motivi per cui i polpettoni hanno un fascino irresistibile, ce n’è uno che riguarda l’attitudine a mettere in scena il bene e il male e di collocare in mezzo qualcuno che è lacerato da queste forze. Hazel è esattamente a metà strada tra due poli e lo strappo avviene nel suo cuore: «“Voglio andar via” si disse, forte, nel suo chiuso e remoto desiderio di libertà. “Voglio rimanere” si corresse, debole, indifesa e molto stanca». Altrove il conflitto interno è reso così: «Ma una voce perentoria le diceva che doveva andarci, e una volta ancora la sua anima divenne il passivo terreno di battaglia di emozioni che essa non aveva mai neppure immaginato » .

I polpettoni sono irresistibili anche per altri motivi: 1) la neve rende ovattato il suono degli zoccoli dei cavalli; 2) le ciliegie cadono nei frutteti come “gocce di sangue”; 3) qualche stranezza nelle case fa ipotizzare la presenza dei fantasmi; 4) gli stagni si ghiacciano; 5) il vento è impetuoso e contiene pipistrelli; 6) vale la pena leggerli anche per incontrare una frase sola, come: «La maestosa mattinata di maggio, bardata di diamanti e piena della solennità che accompagna la perfetta bellezza, era uscita dalla nebbia porporina e svergognava il tugurio in cui Hazel indossava la veste nuziale»; 7) su tutto, ciò che di più fa sentire la nostalgia dei polpettoni e il desiderio (ogni tanto) di leggerli, è la presenza di giuramenti e del Destino. In Tornata alla terra, Hazel fa un giuramento, il Destino fa il resto (gli incantesimi invece, com’è giusto che sia, fanno cilecca).

Sono pazzi gli scrittori che pensano di poter fare della grande letteratura senza giuramenti e Destino. Le scosse del grande terremoto che si chiama Jane Austen arrivano fino al Novecento. In libreria è uscito in settimana anche un altro libro in cui le vibrazioni della Austen sono ancora percepibili.

L’autrice si chiama Margaret Powell e il libro si intitola Ai piani bassi (Einaudi Stile Libero, pp. 192, euro 16,50). Qui il racconto è affidato ad una cuoca che narra la società inglese, dal basso della cucina. È raro leggere un libro in cui si beva tanto tè, da così tante tazze di porcellana. Margaret Powell è nata nel 1907 e questo libro ha ispirato la celebre serie tv Downton Abbey. Di Jane Austen ci sono qui tre elementi cruciali: l’ipocrisia, il pettegolezzo, lo sguardo sarcastico. «La società ha bisogno di gente che incede sinuosa nei salotti e si compiace di conversare argutamente, e se tutti sgobbano duro nessuno ha il tempo di farlo», scrive nelle sue memorie la cuoca.

Il mondo è diviso in due: sopra l’aristocrazia, che dice: «“Sai, se abitassi in qualche posticino in campagna farei volentieri a meno della servitù. Non danno che grattacapi: litigano tra loro, vogliono più soldi, non gli va di faticare, non fanno le cose come vorresti, eppure capisci, ho una posizione sociale da difendere, dunque ne ho bisogno”». Sotto, vociano le sguattere: «Ma se quelli di sopra avessero sentito come le cameriere ci riportavano i loro dialoghi, avrebbero capito che dietro le nostre facce impassibili e i nostri atteggiamenti rispettosi non c’erano che disprezzo e derisione».

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Letture d’autore: Brunori Sas https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/ https://minimaetmoralia.it/interviste/letture-dautore-brunori-sas/#comments Wed, 04 Nov 2015 16:30:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28971 (fonte immagine)

Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell'anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un'attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani , Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

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Si firma Brunori Sas, ma è nato Dario Brunori trentotto anni fa in provincia di Cosenza. Nel 2009 ha fatto il suo esordio nel panorama cantautorale italiano con “Vol. 1”, che gli è valso il Premio Ciampi (“miglior debutto discografico dell’anno”) e il Premio Tenco (“autore emergente”). Sono seguiti “Vol. 2 – Poveri Cristi” nel 2011 e “Vol. 3 – Il cammino di Santiago in taxi” nel 2014 che, pur mantenendo un’attitudine indipendente, ne hanno accresciuto la popolarità al punto da trasformare il recente tour teatrale in un grande successo di pubblico. Dopo Federico Fiumani, Paolo Benvegnù e Cristiano Godano, anche Dario Brunori ci parla del suo rapporto con la narrativa.

Quando hai iniziato a leggere romanzi?

Intorno alla quarta elementare. Il primo libro è stato Il richiamo della foresta o forse Oliver Twist, o Ventimila leghe sotto i mari, non ricordo bene. Ricordo però che la lettura, soprattutto serale, mi eccitava tantissimo. Era un momento della giornata che aspettavo con trepidazione, forse perché, a quell’età, rappresentava uno dei pochi momenti di intimità e beata solitudine.

I romanzi letti in adolescenza ti toccavano più o meno dei romanzi letti oggi?

Da adolescente i romanzi mi catapultavano in un altrove che mi consolava del fatto di vivere in un piccolo paesino di poche centinaia di anime. Mi nutrivo di storie altrui e vivevo altre esistenze, molto più interessanti della mia. Insomma era una lettura di evasione e di fantasia. Oggi leggo con occhio più analitico e mi lascio affascinare dagli autori che riescono a darmi una chiave di lettura nuova della realtà circostante.

Hai abitudini o tic particolari quando leggi? Sottolinei, scrivi, fai le orecchie alle pagine?

No, anzi cerco in modo maniacale di preservare il libro e di mantenerlo intatto. Soffro terribilmente per le orecchie o quelle volte che i fogli si stropicciano o si macchiano di acqua o di caffè. Mi prende così male che vorrei comprarne un’altra copia. Adoro mettere il naso in mezzo alle pagine ogni tanto e annusare la carta.

Ti sei mai sentito spinto a scrivere una canzone dalla lettura di un romanzo?

Sì, ma non sono mai riuscito a tirarne fuori qualcosa di buono. L’unico pezzo che si riferisce ad uno scritto è «Pornoromanzo», contenuto nel mio ultimo album. L’ho scritto ispirandomi a Lolita dopo aver visto il film di Kubrick, quindi non vale, almeno finché non leggerò il romanzo.

Credi che letteratura e musica abbiano diversi motivi ispiratori?

Penso che rispondano a necessità differenti: la musica è più come la fotografia, la letteratura come una pellicola cinematografica.

Che tipo di emozioni – e in che misura diverse – musica e letteratura riescono a dare a chi ascolta o a chi legge?

Per quanto mi riguarda, la musica muove la parte emotiva inconscia, tira fuori qualcosa di cui non ho netta consapevolezza e che non riesco ad esprimere nel mio quotidiano. Volendo distinguere grossolanamente l’uomo in tre parti (istintiva, emotiva, razionale) e considerando che ognuna di queste parti ha a sua volta tre declinazioni in essa, direi che la musica tocca il lato emotivo della mia parte emotiva. Mentre la letteratura stimola il lato emotivo della mia parte razionale.

Qual è il personaggio letterario con cui sei maggiormente entrato in sintonia?

Moscarda di Uno, nessuno e centomila. In effetti, dal suo personaggio avevo tratto una canzone che poi ho modificato allontanandomi dall’ispirazione iniziale.

C’è un personaggio letterario femminile di cui ti sei innamorato?

No, perché non entro nella storia in modo così profondo. Piuttosto mi posso innamorare dell’autrice.

Un classico che non ti è mai andato giù?

I demoni di Dostoevskij. L’ho preso in mano almeno quattro o cinque volte. Niente, ad un certo punto lo mollo e inizio a leggere altro.

C’è un autore che ha raccontato la Calabria in modo efficace?

Senza dubbio Corrado Alvaro: Gente in Aspromonte è un gioiellino che mi ha toccato e commosso, e soprattutto mi ha aiutato a comprendere meglio l’origine di un certo modo di essere umani.

Quali sono i tuoi tre romanzi preferiti?

Uno, nessuno e centomila di Pirandello, un romanzo che ha messo in crisi una serie di certezze su cui poggiava la mia esistenza interiore e ha stimolato in me una ricerca introspettiva sfociata poi nello studio delle filosofie orientali e delle scuole russe dei primi del Novecento (Gurdjieff, Ouspensky).

La filosofia nel boudoir di De Sade, perché mi ha concesso il lusso di praticare l’autoerotismo in chiave intellettuale.

I demoni di Dostoevskij perché rappresenta il mio limite di lettore: quando lo leggerò con piacere sarò un uomo migliore.

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Scrittore, a tua madre tornerai https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/scrittori-e-madri/#respond Wed, 11 Jun 2014 08:54:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21366 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99.

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Andrea Cirolla apparso su Pagina 99. (Nella foto: Silvana Mauri e Pasolini. Fonte immagine)

Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Che non ne parli o che ne celebri il culto a ogni pagina, davvero non può fare a meno di sceglierla? Ma poi, perché parlare proprio di scrittori e di scrittrici? Perché non domandarsi della madre del broker finanziario, ad esempio, o del lavavetri sui grattacieli, o del disoccupato?

Servirà resistere al giudizio che vede banalità nel riferimento, e superare il dubbio di una corrispondenza scontata, perché se è evidente che scrivere non basta a rendere speciale il proprio rapporto con la madre, sarà pure necessario ammettere che solo uno scrittore potrà dire qualcosa della sua relazione dicendo al tempo stesso qualcosa anche della relazione degli altri; se non altro per una questione di mestiere. In altre parole: attraverso la “lente” dello scrittore ci si aspetta di vedere qualcosa di più; o al limite di vedere le stesse cose, ma più chiaramente. E allora, e al di là di tutto, e anche fuori dai libri, chi sono queste madri, qual è il loro volto?

È una delle domande che ho rivolto a dieci figli, tra scrittori e scrittrici. In cinque (uomini) hanno preferito non rispondere: troppo intimo, no grazie. Gli altri hanno accettato, con grande generosità: Teresa Ciabatti, Helena Janeczek, Aldo Nove, Maria Pace Ottieri e Valeria Parrella.

«Di notte la sogno: all’inizio è lei, poi si trasforma in me, poi in mia sorella, in mia nonna, infine in mia figlia. Mia figlia che ha appena quattro anni. Abbiamo tutte gli stessi capelli castani, e gli stessi occhi scuri, siamo alte uguali, abbiamo denti bianchissimi. Ci siamo ancora tutte. Tutte nello stesso corpo». Questa è Teresa Ciabatti. Sua madre si chiamava Francesca: «era anestesista, ma ha smesso di lavorare poco dopo la nascita mia e di mio fratello (siamo gemelli). Era ansiosa. E mi trasmetteva ansia. La sua morte è stata un dolore infinito e anche una liberazione. Ho capito che la mia più grande angoscia era che lei morisse. Non riuscivo a staccarmi per troppo tempo da lei, quasi presidiassi la sua morte. Avvenuta quella, non avevo più niente da temere. Niente più ansie e paure. Dopo la sua morte ho lasciato per la prima volta qualcosa di mio nella casa di campagna. Un pigiama e due golf. La mia casa ora può essere ovunque».

Quando chiedo a Valeria Parrella in che relazione stia con sua madre, che ora non è più con lei, «ti sbagli di grosso» mi risponde: «lei è con me è in me, io sono lei. Questa è la nostra relazione». Davanti alla stessa domanda, Helena Janeczek racconta questo episodio: «qualche mese fa, forse poco prima che trascorresse un anno dalla sua morte, ho scritto una poesia indirizzata a Antonella Anedda sulla base comune delle madri che ci hanno segnato a vita; anche se, nel caso di sua madre, non c’era stata la catastrofe collettiva di un genocidio a aver determinato quella sofferenza estrema che aveva investito pure la figlia. In quei versi, parlo della “cattiveria straziante delle vittime” che però “non l’hanno mai fatto apposta”. Dico che i nostri tentativi di riparare a quel male – subito e inconsapevolmente inflitto – non sono stati inutili, “ma la salvezza, signora mia / è un’altra stoffa”. Aggiungo solo: vorrei che la pietas enorme che provavo per mia madre negli ultimi anni e che mi ha dato la possibilità di starle vicino sino alla fine, potesse accogliere anche me e la mia vita futura».

Con Nina, cinquant’anni dopo «quel giorno», Helena affrontò il viaggio in Polonia da cui nel ’97 trasse il romanzo Lezioni di tenebra. «Glielo feci leggere in prima o seconda stesura. Non l’avrei pubblicato senza il suo beneplacito». Come la prese? «La prese – come si può riscontrare nel testo finale – intervenendo: i dialoghetti in corsivo nei quali lei dice cosa correggere, omettere, aggiungere, sono frutto di quella sua lettura, sono rielaborazioni del suo parlato. Più in generale la prese in modo ambivalente: da un lato era grata che avessi voluto prendere il testimone;  era anche orgogliosa di trovarsi protagonista assoluta di un libro assai premiato e elogiato dalla critica. Dall’altro, mi faceva talvolta sapere che certe amiche o conoscenti (mai lei direttamente) erano stupite che lei mi avesse concesso una pubblicazione che la ritrae così negativamente».

Come nacque il romanzo?

«Lezioni di tenebra nacque dalle prime pagine buttate giù come reazione al programma televisivo di cui parlo proprio all’inizio. Poi mi resi conto che potevo (o dovevo) proseguire; la storia di chi si trova l’abnormità dell’Olocausto mediata quotidianamente dalla normalità di un rapporto madre-figlia (la normalità che prevede il conflitto) sinora non l’aveva raccontata nessuno, almeno non in Italia. L’idea principale era quella di sfruttare la posizione mediana e mediatrice dell’io narrante per avvicinare i lettori il più possibile a quel buco nero assoluto della storia umana:intraprendere insieme questo viaggio verso la tenebra, fin dove risultasse esplorabile e esperibile».

A tutti ho rivolto la stessa domanda: tua madre ti leggeva?

«Certo» risponde Maria Pace Ottieri, «mi leggeva, ma era pudica, capivo che i miei libri erano una soglia su cui si tratteneva, c’erano troppe implicazioni, mio padre era più aperto, più a suo agio. Credo che mia madre considerasse quella di scrivere una scelta coraggiosa, perfino audace, destinata forse a crearmi conflitti. Ma io in fondo non ho mai scelto di scrivere, ogni libro è un’avventura a sé che mi capita, più che essere inseguita, o così mi dico. Invidio i grandi scrittori come Melville o Conrad che traevano la scrittura dalla loro vita sulle navi…».

«Mi leggeva» è la risposta anche di Valeria Parrella, «e in genere le piaceva tutto, a volte le piacevano così tanto i miei libri, che mi ringraziava, come fanno i fan… Poi veniva a vedere i miei spettacoli teatrali e si spellava le mani negli applausi. Se pensava qualcosa della mia scelta di essere scrittrice non l’ho mai saputo, perché approvava ogni mia scelta».

Le chiedo cosa c’è di sua madre in ciò che scrive: «nel mio ultimo libro (Tempo di imparare, NdR) c’è un albero di fantasia, che prende il nome da un gioco enigmistico che si chiama il logogrifo. Ecco, mamma è là, bella radicata nella pagina».

Anche Teresa Ciabatti era letta da sua madre, ma non voleva sentire i suoi commenti. E in ciò che scrive non c’è solo sua madre, dice, «ci sono tutti. Tutti i miei morti. C’è una foto nel giardino della casa al mare. L’unica foto dove ci siamo tutti: mamma, papà, nonna, mia sorella, la mia tata, mio fratello. Io e mio fratello abbiamo sei anni e saremo gli unici superstiti. Ma al momento della foto nessuno lo sa. Io sorrido senza immaginare che presto le persone attorno saranno solo fantasmi. Le mie assenze. Per sempre. Ogni cosa che scrivo gira intorno a loro. Chissà che sia un modo per riportarli in vita, finire discorsi interrotti, chiarire misteri, confessarsi quel che non si è confessato. Ogni tanto sento che mi manca la vecchiaia dei miei genitori. Non potermi prender cura di loro. Poi però penso che non sarei stata all’altezza. Troppo egoista. E per un attimo questo dolore immenso, questo senso di mancanza perpetua, questa certezza che la felicità sia già tutta avvenuta, si placa. Ma è un attimo».

Aldo Nove racconta che sua madre, prima di morire, fece a tempo a sentire una sua «orrenda poesia sul natale. Tutto il resto è venuto dopo la sua morte. Scrivere è stato un modo per riprendere il dialogo con lei quando la morte lo ha interrotto. [In ciò che scrivo] c’è il suo spirito. Antico e allo stesso tempo “rivoluzionario”: quello di una ragazza che veniva da un paese arcaico della Sardegna ancora immersa in uno spirito del luogo senza tempo che ha vissuto tutte le utopie degli anni Sessanta».

Da quel paese arcaico, negli anni Sessanta, da sua madre contadina, morta di parto («sarebbe stato il suo quarto figlio»), Gianna scappò a quindici anni. «Era molto bella, e tutti i ragazzi del suo paese la corteggiavano. Lei si innamorò di mio padre e io sono il risultato di quell’amore. Era diplomata infermiera, e lavorò un po’ in un ospedale psichiatrico svizzero. [Aveva occhi] castani. Molto profondi. Mi guardava con grande profondità, facendomi sentire nudo». Gli chiedo come definirebbe il loro rapporto – «Abissale» – e che ricordo emerge se ripensa al suo nome: «Un prato. Io e lei da soli a fare le capriole. È un immagine ripresa dal film La vita oscena di Renato De Maria, che uscirà a ottobre, e dove mia madre è interpretata da Isabella Ferrari».

Quello con sua madre, Maria Pace Ottieri lo descrive come un rapporto «di grande amore reciproco, esplicito e dichiarato quasi quotidianamente da lei, camuffato e conflittuale da parte mia. Per tutte le ragioni che ho descritto, rendeva difficilissimo staccarsi da lei e questo induceva alla ribellione che era proporzionata alla fatica del distacco. I viaggi, girare per l’Africa da sola, ospite di amici africani, nei villaggi e in città, immedesimarmi nelle loro vite, è stato il mio modo il di allontanarmi da lei, con le sue stesse inclinazioni». La sua determinazione materna, allegra e cocciuta («Mia madre era diabolica» riconosce la figlia), emerge da un aneddoto: «Ricordo che una volta, in quei tempi pre- cellulari, satelliti, Skype, riuscì a scovarmi perfino in un albergo di Nouakchott, in Mauritania, dove passavo l’ultima sera prima della partenza per l’Italia e non sapevo nemmeno io che ci avrei dormito. Sentii dalla mia camera al primo piano il portiere dell’albergo che avevo lasciato addormentato dietro il banco, urlare Ottiri, Otteri, e dissi: mi ha trovato! Metteva di mezzo tutte le sue conoscenze e le mie, per ricostruire i miei spostamenti. Quando è morta mi è mancata moltissimo, sono rarissime le persone in grado di capire tutto, ma proprio tutto, ogni sfumatura della vita, come lei e di saperci ridere e piangere insieme».

Chiedo a Teresa del suo rapporto con la madre, Francesca. «Pieno di astio» risponde, «risentimento, rabbia, sensi di colpa e accuse. Era l’unica persona con cui litigando urlavo. Non l’abbracciavo mai. Eppure quando è nata mia figlia, quando mia madre la teneva in braccio, sentivo di esserci anch’io in quell’abbraccio. Ammetto: ho fatto un figlio per lei. E sono diventata madre dopo la sua morte, quando la bambina aveva tre anni». Le chiedo qual è la prima immagine che le torna in mente pensando a lei: «Io che faccio le capriole in piscina e lei dal bordo, con l’asciugamano tra le mani, che mi dice di uscire: è troppo tempo che sto dentro».

La prima immagine che emerge in Valeria Parrella? «Una volta che stavamo a casa mia, e guardavamo tutte e due dai vetri, la città, in silenzio». Il luogo in cui più amavano stare insieme era «una casa di campagna in Lucania».

Helena Janeczek torna alle «ultime passeggiate al lago o al parco, io che la tenevo per mano, lei che si trascinava con passetti sempre più piccoli e mi diceva di non correre troppo perché avevo le gambe più lunghe delle sue. Il suo godersi il sole sulla pelle».

A Nina «piaceva l’idea di avere una figlia scrittrice (se fossi stata più di successo, sarebbe stato meglio) – raccoglieva recensioni ecc. per poterle mostrare all’occorrenza. Sapeva che per me» ricorda Helena, «leggere era da sempre vitale e quindi non si era stupita del mio passaggio alla scrittura. Però, come quasi tutte persone che svolgono un mestiere pratico, non sapeva come rapportarsi alla persona seduta davanti al computer o al quaderno. Immagino sia anche questione di gender: se sei un uomo è più facile che le persone più vicine accettino e rispettino come un lavoro quest’attività immobile e svolta in casa. Se sei una figlia (madre, moglie) quello spazio – la stanza tutta per sé di cui parla Virginia Woolf – resta tutt’altro che inviolabile, anche se esiste. Vale a dire che nei periodi in cui c’era mia madre in casa, riuscivo a scrivere solo se era uscita o se dormiva». Alla domanda se avesse mai voluto confrontarsi apertamente con lei di quel che scrisse nel suo libro, «la risposta è negativa: Mai».

Quella di genere è una questione che «non è possibile tralasciare» aggiunge Parrella. «Mia madre era una femminista, e lo sono anche io. Alla sua emancipazione e al suo esempio devo tutta la forza con cui oggi vivo».

La madre di Valeria nacque «da nonna Ada, casalinga di origini russe, e nonno Michele, operaio alle ferrovie della provincia di Napoli. Mamma amava molto sua madre, che le aveva consentito di studiare ed emanciparsi; si chiama Annamaria – una sola parola – perché la nonna aveva perduto un figlio prima di avere lei, così aveva votato la sua gravidanza alla madonna e a sua madre, che è la protettrice delle partorienti. Molto di questo l’ho raccontato nella prima parte di Lettera di dimissioni cambiando qualcosa, ovviamente, ma nella sostanza in quel libro c’è parecchio della mia discendenza».

Annamaria era quella che «a Napoli si direbbe “una femmina esagerata”, una donna intelligente, viva e molto molto radicata al Sud, al suo portato culturale. Mamma ha sempre saputo parlare con tutti, l’ho vista raccontare a Bill Clinton dei lavori che aveva condotto nei giardini di Pompei [era una biologa, NdR] e servire a tavola il pranzo a dei giardinieri che avevano lavorato a quegli stessi giardini. Era rotondetta e canuta, molto rassicurante fisicamente. E aveva delle mani bellissime».

La mamma di Maria Pace Ottieri aveva «un viso triangolare da gatta, che esprimeva un’intelligenza luminosa e uno straordinario umorismo. Riusciva a conciliare una visione del mondo molto comica con la sua natura profondamente tragica, di chi vive con la percezione di essere sempre sull’orlo di una catastrofe imminente. Ho una sua foto intorno ai quarant’anni» aggiunge Maria Pace, «e per quanto non me la ricordi così, è quella l’immagine che conservo di lei».

«Ha condizionato il mio immaginario», dice Teresa Ciabatti di sua madre. «Da piccoli io e mio fratello in macchina ci picchiavamo sempre, poi stavamo male, e vomitavamo. Che fa mamma? Si compra un Fiorino. Dietro mette la gommapiuma e giocattoli, tanti giocattoli. C’infila lì e noi giochiamo per l’intero viaggio (da adulta le rinfaccerò: “ci trattavi come cani”). Lei, la nostra vita è stata un’alternanza di gioco e dolore. Di conquista e perdita. La mia missione di scrittrice è quella di conciliare queste due anime. Quando ci riuscirò, scriverò un grande libro. Per adesso sono solo tentativi».

Scrivevano, queste madri? E cosa leggevano?

«Mamma leggeva gialli», risponde Parrella. «Agata Christie, Camilleri, Simenon. E poi solo saggistica. Il giorno in cui mi sono laureata mi ha regalato un abbeccedario. Ha scritto tantissimo, centinaia di articoli scientifici e decine di libri. Quando indissero un concorso interno al ministero nel quale lavorava, i libri di testo previsti dall’esame li aveva scritti lei, e la commissione si rifiutò di farle domande, perché era composta da persone che avevano studiato sui suoi libri…».

Silvana Mauri, da cui nacque Maria Pace, è nota alle cronache letterarie per l’amicizia con Pasolini, ma le andrebbe invece tributato il lungo, invisibile lavoro alla Bompiani, e il talento di scrittrice «involontaria», per citare il titolo del suo unico libro. «Era una scrittrice orale…» spiega la figlia. «Della scrittura la spaventava non solo la concentrazione ma la selezione, che cosa scegliere di raccontare e come nell’infinita materia della vita». Silvana viveva l’atto di scrivere come una forzatura. «La passione più grande di mia madre erano le persone e i rapporti con le persone. Aveva una capacità straordinaria di entrare nella vita degli altri, di indurre chiunque ad aprirsi, a confidarsi, anche al primo incontro, cogliendo di ognuno il punto più cedevole, non per invadenza, per autentica empatia, partecipazione, finendo così col diventare necessaria. Applicava senza saperlo o volerlo la regola aurea della seduzione, far credere all’altro di essere l’unico, ma in assoluta buonafede.

Diceva spesso di non conoscere il senso dei propri confini, dei confini della propria vita rispetto a quella degli altri. Gli altri potevano essere una persona del suo mondo, aveva moltissime amicizie profonde e durature, maschili e femminili, o un vicino d’aereo, o un tassista. Le sue agende traboccavano di indirizzi di ogni tipo, dal vescovo cinese incontrato in un aeroporto al giovane poeta rumeno, con i quali a volte nascevano lunghe corrispondenze, come quella con la poetessa americana Carol Geyser, che ho trovato dopo la sua morte e da cui ho tratto un libro Promettimi di non morire, una amicizia durata tutta la vita anche se non si erano più riviste dopo essersi conosciute e frequentate a Roma negli anni Sessanta. Ma le bastava uscire di casa per tornare carica di incontri e di storie che raccontava in famiglia o al telefono ai fratelli o alle innumerevoli amiche».

Chiedo a Maria Pace Ottieri di commentare l’atteggiamento con cui sua madre si accostava alla scrittura, e quale sia invece la sua propria idea.

«Sì, è necessaria l’ossessione, concordo con mia madre, e l’immaginazione, sapersi staccare dal reale, ma io ho bisogno della realtà, di partire da un’esperienza, e infatti non sono una romanziera, ma conosco l’ossessione di inseguire un’idea, o un’ipotesi e doverla verificare, o di raggiungere un luogo, una situazione per raccontarli. A differenza di lei a un certo punto mi sono messa a scrivere, durante un soggiorno in Africa, unica bianca per mesi immersa in una vita africana. Non pensavo assolutamente di scrivere, mi pareva una montagna altissima impossibile per me da scalare, per mio padre scrivere era la vita, valeva più di ogni altra cosa, non era un mestiere, ma una necessità, piena tuttavia di insidie, di tormenti, di fatica. Scrissi un diario durante quel soggiorno africano, molto avventuroso, sia in modo concreto che dal punto di vista intellettuale. Al ritorno lo feci leggere a Valentino Bompiani, mio prozio, che vegliava sui talenti di tutta la famiglia allargata, figlie, nipoti, pronipoti e lui mi disse “è un libro”, non c’è da cambiare nemmeno una parola. L’argomento, il tentativo di una ragazza europea di entrare nella “mente” di una cultura così diversa, era allora nuovo; il libro (Amore Nero, uscito per Mondadori nel 1984) andò bene, i giovani scrittori erano una novità, (avevo ventotto anni), vinsi il Premio Viareggio Opera Prima. E poi mi bloccai per molti anni, di nuovo di fronte alla montagna.

Mi pareva impossibile aver scritto un libro senza soffrire, anzi con grande divertimento e naturalezza. Il giornalismo, i lunghi articoli per Diario della settimana e per l’Unità, mi ha aiutato e così ho ripreso a scrivere libri in forma di reportage narrativi, da artigiana, su un argomento che avevo esplorato a fondo, così come facevo in Africa, l’immigrazione. E sono andata avanti poi con altri temi senza più pensare al confronto con mio padre, o con altri scrittori “veri” dominati dalla pura ossessione letteraria.

La madre di Helena Janeczek «aveva un rapporto molto pragmatico con le diverse lingue in cui soleva esprimersi: non scriveva. Il suo attivismo e la sua impazienza le rendevano difficile rilassarsi a casa nel tempo libero, ma qualche volta leggeva (a differenza del guardare un film o un programma in tv). Ci teneva che quei pochi libri all’anno fossero buone letture. Mi chiedeva consigli e anche rifornimenti: mi portò via diversi tascabili di Joseph Roth e di  Canetti, per esempio». Quanto al ruolo giocato da Nina sulla scelta della figlia di diventare scrittrice, Helena risponde: «sì e no. Ha avuto un ruolo determinante nel farmi diventare quella che sono. Ma cominciai a scrivere sin dall’adolescenza e la raccolta di poesia con cui esordii nel 1989 per Suhrkamp contiene una sola lirica a lei dedicata. Lezioni di tenebra nacque quando avevo già accumulato quasi due decenni di scritture – abbozzi di romanzi fantasy (giuro), un lungo racconto di un amore infelice popolato di fantasmi, quaderni e quaderni pieni di poesie. Alla fine direi più no che sì».

È un caso simile quello di Maria Pace Ottieri. Sulla sua scelta «non ha giocato nessuna particolare influenza, se non quella di essere stata una madre sempre incoraggiante. La sua presenza la riconosco in molti tratti del mio carattere che le somigliano, l’interesse per le vite altrui, la capacità di empatia e di entrare in comunicazione anche con le persone più lontane, il sapere ascoltare».

La madre di Aldo Nove «leggeva giornali femminili e romanzi rosa», e l’edicola che gestiva col marito, «una sorta di bazar, come accadeva nelle edicole di paese di quegli anni», fu la prima biblioteca del figlio, che pescò lì «le solite letture da ragazzi. Verne e Salgari su tutti. Ma anche Rodari».

Teresa Ciabatti ricorda il primo libro che le regalò sua madre: «un libro con le figure dalla copertina rosa. Era la storia di una bambina maschiaccio a cui regalano una bambola, Mary Elle: boccoli biondi, occhi azzurri, ginocchia non sbucciate. E piano piano la bambina comincia a scambiarsi pezzi con la bambola, finché diventa la bambola, la bellissima bambola bionda, solo che ora non può più correre, saltare, rotolarsi a terra. Per rimanere bella deve essere immobile».

Nell’età della ribellione, essendo cresciuta dentro un mondo letterario, differenziarsi dalla madre e dal padre significò per Maria Pace Ottieri cominciare «a leggere tardi, all’università, prima saggi di antropologia a cominciare da Levi Strauss, Tristi Tropici mi aveva folgorato, poi scrittori che loro non leggevano, africani, o francesi viaggiatori, Griaule, Leiris. Capii di essermene andata davvero di casa, qualche anno dopo averlo fatto, quando le chiesi di prestarmi la Recherche in francese (non gliel’ho più restituita), lingua che avevo imparato sul campo in Africa. Nel corso del tempo, ho letto e amato scrittori e scrittrici italiani, scoperti per ultimi, in ordine di tempo, dopo africani, russi, americani, israeliani, che mia madre leggeva con grande interesse, Corrado Alvaro, Paolo Volponi, Lalla Romano, Alberto Savinio, Guido Piovene, o Moravia e Pasolini. Con alcuni aveva lavorato alla Bompiani, dove è stata dai diciotto anni ai cinquanta, fino a quando la casa editrice fu venduta e la nuova proprietà epurò i parenti».

L’episodio della Recherche ci riporta alla domanda iniziale. Sarà vero che sempre alla madre torna, la scrittrice, lo scrittore, come al ricordo più antico? Forse è proprio così: sempre alla madre si torna. A lei, con cui costituimmo un intero. A lei che ci donò la misura, rompendo l’assoluto per trasformarlo in relazione. Lei, da cui imparammo ad amare e a odiare, a ricercare negli altri l’intero perduto, perché (cito Yeats) «nulla può essere unico o intero che non sia stato lacerato».

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Il grigio ventennio https://minimaetmoralia.it/politica/il-grigio-ventennio/ https://minimaetmoralia.it/politica/il-grigio-ventennio/#respond Mon, 06 Jan 2014 12:59:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17283 Questo articolo è uscito sul numero 161 dello "Straniero", di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo.

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Questo articolo è uscito sul numero 161 dello “Straniero”, di novembre 2013.

Dice il presidente del Consiglio Enrico Letta che con l’ultimo voto di fiducia in Parlamento (che ha visto Berlusconi clamorosamente messo all’angolo dal suo ex-delfino Alfano, dopo che si è aperta una spaccatura netta all’interno del suo partito) si è chiuso un ventennio. Non un ventennio qualunque, per la verità, ma “il” ventennio del berlusconismo sorto dalla ceneri della Prima repubblica alla metà degli anni novanta.
Sarà davvero così? Al di là delle valutazioni strettamente politiche sui risultati ottenuti dal governo Letta-Alfano e sulla possibile durata o evoluzione del governo delle larghe intese, c’è qualcosa di tragicomicamente italiano in questo modo di fare i conti con il passato, liquidandolo come superato senza averlo passato al vaglio critico.
Indipendentemente dal fatto che Berlusconi continui a essere o meno senatore, venga o no condannato nel processo Ruby o in quello napoletano sulla compravendita di parlamentari, è difficile affermare che il carisma e il controllo economico su una larga parte del partito da lui fondato a sua immagine e somiglianza siano evaporati in pochi giorni. Non solo per la presenza di irriducibili sostenitori all’interno del partito e tra i suoi elettori, ma per un discorso più profondo sulla genesi e sulla costituzione della destra italiana in questo ventennio. Tuttavia, non si tratta solo di questo. Il berlusconismo è stato un fenomeno culturale, e non solo politico, vasto e complesso che non si esaurisce nella figura di Berlusconi, ma che ha il suo cuore nel consenso trasversale che gli è stato tributato e che gli viene ancora tributato nonostante la condanna definitiva per frode fiscale. Da dove nasce questo consenso, oltre che dalla forza del Capo, dalla dissoluzione del precedente sistema politico e dall’agonia della sinistra? Innanzitutto dal fatto che lo stesso Capo è riuscito a cogliere, in un ventennio di abbarbicamento del paese in se stesso e di ulteriore frattura tra le sue parti, la pancia profonda di alcuni ceti, offrendo a suo modo una forma di “interesse generale”. C’è stato un capo e c’è stato un popolo. Ma come in tutti i movimenti che si fanno sistema c’è stata e c’è anche una corte, una fitta intelaiatura di cacicchi locali, semi-leader, capicorrente, ministri graziati e intellettuali tirati fuori dal nulla. Sono stati loro l’ossatura del berlusconismo fin dentro i giorni cupi della votazione in Parlamento.
Ora, nelle parole di Letta e dello stesso Alfano, sembra quasi che Berlusconi sia potuto esistere senza il berlusconismo. O che questo sia potuto scomparire con la (presunta e certo non definitiva) sconfitta del Capo, dando nuova vita ai suoi accoliti: Alfano in testa, accreditato dalla sera alla mattina come rappresentante di una moderna ed evoluta destra europea.
Senza traumi eccessivi, questo berlusconismo irrisolto (che pure ha ottenuto un notevole successo alle elezioni di febbraio) è stato inglobato di sana pianta nel governo delle larghe intese. Si dirà che il Partito democratico è stato costretto a tale soluzione dal successo clamoroso del Movimento 5 stelle, imbrigliato dalle scelte dell’autoritarismo grillino, e dal suo stesso suicidio durante i giorni funesti delle elezioni del Presidente della Repubblica, ultimato con il parricidio di Prodi. In un modo o nell’altro, questo amalgamarsi con ciò che è stato il sale del berlusconismo, con la sua componente apparentemente moderata, nel mentre si dice che il ventennio è finito, risulta ancora una volta tragicomicamente italiano.
Vengono in mente, ben al di là dell’analisi politica contingente, due libri dimenticati: L’orologio di Carlo Levi e L’Italia rinunzia? di Corrado Alvaro.
L’orologio racconta la fine del governo di Ferruccio Parri, nato dalla Resistenza, nel novembre del 1945. Tra i tanti motivi della sua crisi, il governo cadde (con il beneplacito degli stessi De Gasperi e Togliatti, come racconta Levi in un capitolo straordinario) sulla questione dell’epurazione della macchina dello Stato, del Palazzo, da coloro i quali erano stati collusi con il regime fascista. Il Partito d’azione avrebbe voluto una epurazione non punitiva o moralistica, ma che segnasse una cesura netta con il ventennio, e che non fosse rivolta solo al ceto politico (ciò che oggi si chiama “casta”), ma anche alle università, i giornali, la radio, l’economia, le banche, i ministeri, le vere oligarchie che avrebbero voluto continuare a guidare il paese… Parri (il cui volto, ricorda Levi, sembrava costruito col pallido colore dei morti, dei fucilati, degli impiccati, dei torturati) uscì sconfitto sotto le spinte dei liberali e dei democristiani che andavano in altro senso, in un’Italia già segnata dallo spirito anti-antifascista dell’Uomo qualunque di Giannini. Il libro di Alvaro è ancora precedente, fu scritto nel 1944, quando l’Italia era stata liberata solo per metà. Eppure, nella metà già liberata, Alvaro notava amaramente come il continuismo italiano (il solito continuismo italiano) avesse preso il sopravvento su ogni possibilità di cesura con il ventennio.  Parla del Sud, Alvaro, ma in realtà parla dell’Italia intera quando scrive: “Chi ricorda la solidarietà, l’aiuto, il patriottismo, la giustizia che il popolo italiano aveva saputo manifestare nei mesi dell’abbandono, rimane stupito che oggi, a liberazione avvenuta, in questa parte d’Italia, l’ambiente si sia nuovamente avvelenato, e l’odore di cadavere che ammorbò l’Italia per tanti anni, salga da tutta la vecchia classe dirigente morta e non rimossa dal Comitato di Liberazione, e che marcisce sulle sue poltrone, nei suoi palazzi, marcisce in piedi, mentre parla, briga, discute, scrive.”
Ecco, alle spalle del Letta che rivendica la sua alleanza con Alfano, dicendo sorridente che il ventennio è finito e non ve n’è più traccia, s’alzano come fantasmi le parole di Levi e di Alvaro. È di questo estremo politicismo che il Pd sta morendo. Non è la fine politica di Berlusconi o del berlusconismo il tema politico più urgente, né quella di una stagione di contrapposizioni frontali altrimenti nota come bipolarismo, ma il ritorno sotto altre e nuove forme di quel solito continuismo italiano che ingloba senza emendare. A uscire vincitore è l’italico rimanere sempre in piedi, impassibile a ogni scossa o sconquasso, capace di mutare le maschere come se nulla fosse, perché tanto non c’è alcun passato e non c’è alcun giudizio storico. Solo un continuo presente, senza tragedia, e in fondo senza politica.

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La contrada di pietre e di spine https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-la-mala-vita-maressa-piccinni/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-la-mala-vita-maressa-piccinni/#comments Wed, 14 Nov 2012 16:20:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11335 (Immagine: Julien Coquentin.)

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la morale non è un’esclusiva del bene. Anche il male può avere una sua etica. A volte, infatti, esso basa su dei principi rigorosi le fondamenta delle sue trame, e tali principi possono essere connotati da una sacralità pari, se non superiore, a quella che caratterizza le scelte incardinate negli argini virtuosi della rettitudine. Non è possibile comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche della malavita se essa viene intesa solamente come un sistema per perseguire degli interessi a spese della società civile. Il male non è la negazione del bene, non nasce per opposizione a esso, ma si sviluppa seguendo dei criteri per molti versi simili a quelli del bene. Anche il male possiede una sua metafisica, e stabilisce un assoluto da cui discendono come conseguenza dei valori trascendenti. Non è un caso che il termine calabrese «’ndrangheta» derivi dal greco andrágathos, «uomo valoroso»: il valore non ha mai un significato assoluto, ma necessita sempre di un contesto di riferimento.

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(Immagine: Julien Coquentin.)

Spesso ce ne dimentichiamo, ma la morale non è un’esclusiva del bene. Anche il male può avere una sua etica. A volte, infatti, esso basa su dei principi rigorosi le fondamenta delle sue trame, e tali principi possono essere connotati da una sacralità pari, se non superiore, a quella che caratterizza le scelte incardinate negli argini virtuosi della rettitudine. Non è possibile comprendere i meccanismi che regolano le dinamiche della malavita se essa viene intesa solamente come un sistema per perseguire degli interessi a spese della società civile. Il male non è la negazione del bene, non nasce per opposizione a esso, ma si sviluppa seguendo dei criteri per molti versi simili a quelli del bene. Anche il male possiede una sua metafisica, e stabilisce un assoluto da cui discendono come conseguenza dei valori trascendenti. Non è un caso che il termine calabrese «’ndrangheta» derivi dal greco andrágathos, «uomo valoroso»: il valore non ha mai un significato assoluto, ma necessita sempre di un contesto di riferimento.

Occorre tenere a mente queste considerazioni per approcciare la lettura de La mala vita (Sperling & Kupfer, 18 €), il libro in cui Nino Maressa, oggi maresciallo dell’Arma in Toscana, racconta, insieme alla scrittrice Flavia Piccinni, l’esperienza trascorsa in Calabria al servizio del ROS impegnato nella lotta contro la ’ndrangheta. Per comprendere le strategie che hanno consentito alla sua squadra importanti successi come la cattura del boss Giuseppe Morabito, viene chiesto al lettore di compiere un’operazione analoga a quella compiuta dagli investigatori: iniziare a pensare con la mente dei malavitosi, assumerne la prospettiva. Non limitarsi a giudicarli da un punto di vista approvato dall’ortodossia del consesso sociale, ma entrare nei loro schemi mentali, nelle loro scelte quotidiane, nell’insignificante rumore di fondo dei loro pensieri: «Capire a che ora e cosa mangiavano, quando facevano la spesa, quando festeggiavano i compleanni. Capire quando erano più nervosi e quando meno. Quando si chiamavano alle otto di sera e quando non si chiamavano alle otto di sera. Ci serviva scoprire tutto. Perfino le cazzate. Soprattutto le cazzate».

Le «cazzate» rappresentano il grado zero di una cultura complessa e stratificata, che a partire dalle esigenze minuscole della quotidianità non ha mancato di sviluppare una sua speciale trascendenza, confortata da culti – è nota la speciale venerazione di numerosi affiliati alla ’ndrangheta per la Madonna di Polsi –, norme comportamentali – come la consuetudine di telefonare alla famiglia di un boss per esprimere cordoglio quando questi viene catturato –, e forme rudimentali di espressione artistica – in pochi lo sanno, ma esiste un repertorio di canti di latitanza che celebra l’epica del sotterfugio e della clandestinità.

A differenza di quanto si crede, le sovrastrutture metafisiche non discendono dall’alto come una sorta di deus ex machina, ma si raggrumano a poco a poco per lenta sedimentazione antropologica. Non è possibile approcciare dall’esterno tale complessità, se non a patto di sottomettersi a un lento e laborioso processo di conoscenza: «le intercettazioni ambientali… sono noiose, ripetitive, non ci sono che rumori di sottofondo. Se quelle relative a casi di droga sono più eccitanti, quelle che riguardano i latitanti vengono reputate insopportabili: i parenti e gli amici degli ’ndranghetisti non parlano mai». Nella prima parte del libro, intitolata «Il boss dei boss», si racconta la cattura del super-latitante Giuseppe Morabito, avvenuta grazie a un’indagine fatta di attese e di piccole conquiste quotidiane. Il lettore viene condotto sulle sue tracce per i sentieri impervi dell’Aspromonte, nel gelo delle albe invernali, tra gli odori pungenti della montagna. Nel rigore degli appostamenti nel bosco, il confine indeciso tra il bene e il male diviene sempre più sfumato.

«Di notte è difficile capire i contorni delle cose», e la differenza tra malviventi e forze dell’ordine – uomini dello Stato senza «più nome né storia» – diviene labile e sfuggente: «quelli della malavita siamo noi. Perché noi ci svegliamo all’alba, stiamo appresso a loro, ci imbastardiamo. Diventiamo dei rattusi peggio di loro. Diventiamo delle bestie, che seguono le bestie… La nostra vita è quella cattiva, quella mala, non la loro che vivono in belle case e se si fanno la latitanza neppure se ne accorgono… Loro la gente l’aiutano, mentre noi la annientiamo con gli arresti, con le perquisizioni, con questa idea di Stato che non funziona». Oltre a essere una questione intrinsecamente antropologica, questa drammatica inversione di ruoli – che difficilmente si può mettere in discussione – è anche una questione politica e di libertà.

È una questione politica, perché si intuisce che dei poteri forti hanno protetto durante gli anni la lunghissima latitanza di Morabito (dopo la cattura, i militari intercettano una telefonata misteriosa alla sorella del boss, durante la quale vengono fatte inquietanti allusioni a un ruolo strategico giocato dai servizi nella storia della famiglia mafiosa).

Ma è anche una questione di libertà: è possibile, infatti, compiere una scelta libera sull’indirizzo da dare alla propria esistenza quando si è nati ad Africo o a San Luca? È legittimo classificare la condotta degli individui in base a una logica binaria semplicistica e manichea? Ed è possibile, infine, essere consapevoli di come la storia agisca tirannicamente sulla vita degli uomini, e allo stesso tempo schierarsi in modo convinto dalla parte della legge, delle istituzioni, anche quando si percepisce il marcio che le corrompe dall’interno? Tali inquietanti interrogativi nel libro convivono in modo convincente con il racconto appassionato dell’attaccamento dei militari alla loro missione, con l’ossessione per la giustizia e il rischio di presunzione che soggiace a ogni tipo di abnegazione.

Nell’ultima parte, intitolata «Il labirinto», si offre un resoconto dettagliato dell’intricata faida di San Luca che insanguinò il paese aspromontano per oltre un quindicennio, a partire dal cosiddetto «scherzo di carnevale» del 10 febbraio 1991 fino alla strage di Duisburg del 15 agosto 2007, nella quale sei ragazzi vennero brutalmente assassinati in prossimità di un ristorante italiano in Germania: una delle faide più violente che si ricordino nella storia calabrese, e che nel libro viene ripercorsa nei suoi meandri più intricati, tra i quali non sempre è facile orientarsi con disinvoltura – tanto numerosi sono i cognomi, le ’ndrine, e così complessi i rapporti di parentela tra i personaggi. Ma proprio nell’eccesso di dettaglio si percepisce il legame viscerale degli autori con il territorio e la cultura sanlucota che connota questa sezione dell’opera, per altri versi così dolorosa. La pena degli abitanti di San Luca viene descritta incastonata in un paesaggio antico e rarefatto, in cui le strade di pietra e asfalto dissestato si spopolano man mano che i combattimenti si fanno più aspri e spietati. I cittadini sprofondano in uno sbigottimento talmente cupo da abbandonarsi quasi a un definitivo sentimento di sconfitta; ma trovano la forza per risollevarsi e continuare a combattere per la pace e la giustizia.

Come ricorda Flavia Piccinni nella postfazione, Corrado Alvaro scrisse che quella della gente in Aspromonte «è una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena, come la contrada, di pietre e di spine». E a San Luca, scrive ancora Piccinni, è possibile trovare «le pietre di un passato che è un marchio eterno di criminalità, ma anche le spine che proteggono le cose belle e vere». Solo chi ama intensamente questa regione, chi non teme di ferirsi tra le sue spine acuminate, chi non ha paura di osservarla da vicino senza pregiudizi nelle sue contraddizioni più drammatiche e dolorose, potrà riuscire a comprenderla veramente nel profondo, e a restituirle, insieme alla dignità, quel patrimonio immenso di bellezza e verità che da sempre le appartengono.

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