Corriere della Sera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corriere-della-sera/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:52:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Corriere della Sera Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/corriere-della-sera/ 32 32 Cercare, sempre, l’umanità: intervista a Etgar Keret https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/ https://minimaetmoralia.it/interviste/cercare-sempre-lumanita-intervista-a-etgar-keret/#comments Wed, 08 Jun 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31187 Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo. Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio […]

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Questo articolo è uscito sul dorso toscano del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Etgar Keret, tra i maggiori scrittori israeliani, dopo la finale al Premio Von Rezzori 2013 con All’improvviso bussano alla porta (Feltrinelli), e nuovamente uscito per Feltrinelli l’anno scorso con Sette anni di felicità, è tornato al premio, incaricato stavolta della tradizionale lectio magistralis:
”Amo molto venire in Italia, questa volta prima di venire a Firenze sono stato a Torino, Ancona, Lucca… Mi sento a casa perché il clima è simile a Israele ma allo stesso tempo vivo esperienze nuove. Così ho accettato subito l’invito a fare questo intervento, anche perché partendo dalla mia esperienza forse posso dire qualcosa sul ruolo che la lettura e la scrittura, e più in generale le storie, possono avere sulla vita di una persona.’’

‘‘La mia famiglia è composta da sopravvissuti all’Olocausto: i miei genitori erano ragazzini durante l’avvento del nazismo e poi durante la guerra e non avevano libri – erano sempre in fuga – così i loro genitori gli raccontavano delle storie. Allo stesso modo loro le hanno raccontate a noi figli. Mia madre ce ne raccontava sempre una nuova prima di metterci a letto. Quando però lavorava, o era malata, noi la storia la volevamo lo stesso, così toccava a nostro padre.’’

‘‘Solo che lui non aveva quel talento, non gli venivano proprio. Propose di leggercele dai libri ma ci rifiutammo categoricamente. Alla fine l’unico modo che ebbe per cavarsela fu di raccontare storie che gli erano capitate veramente. Si trattava di storie con personaggi loschi: mafiosi, prostitute e alcolisti, gente che faceva cose anche sbagliate, ma che aveva le sue ragioni profonde e una sua umanità. Mi chiederai: come mai storie del genere? Perché quando la guerra era appena finita, mio padre finì a Reggio Calabria a comprare armi per conto degli alleati e quindi ebbe a che fare con il sottobosco criminale di allora. Un sottobosco che però, rispetto ai nazisti da cui aveva dovuto fuggire fino a quel momento, era un panorama umano fantastico. Gente per bene, anzi straordinaria!’’

‘‘Questo però ai tempi non lo sapevo, e mio padre edulcorava un po’ tutto, proprio perché ero piccolo: quando chiedevo cos’era un alcolista, mi diceva ‘un tizio che per un problema fisiologico più liquidi beve, più è felice’; quando chiedevo cos’era una prostituta, mi diceva ‘una signora che si fa pagare per ascoltare i problemi altrui’; un mafiosSette-anni-di-felicitao diventava ‘uno che riscuote l’affitto anche per case non sue’… Così il mio sogno diventò quello di fare il mafioso, o di prostituirmi o diventare un alcolista, o le tre cose insieme…”

‘‘Quando diventai grande e capii, ne chiesi conto a mio padre: ‘perché mi hai raccontato cose così poco adatte a un bambino?’ Sai cosa mi rispose? Disse: ‘Come sai, io non sono bravo a inventare. Allora dovevo raccontarti cose mie. Ma la mia infanzia era troppo orribile: potevo forse raccontarti di quando per salvarmi la vita dovetti rimanere nascosto in un buco in terra per due anni, o di quando torturarono a morte mia sorella? Così ti ho raccontato del primo periodo in vita mia in cui ho incontrato dell’umanità.’ È per questo che non mi piace scrivere storie nichiliste o che giocano con la misantropia. Credo che si debba, sempre, cercare l’umanità che sta in fondo a tutte le vicende. Un’altra volta, mio padre mi raccontò che la cosa di cui andava più orgoglioso era di aver partecipato a varie guerre ma essere riuscito a non far mai male a nessuno. Lì per lì rimasi un po’ deluso: come, vai a fare la guerra e poi non ammazzi nessuno? Anche la bellezza di quella lezione ci ho messo diversi anni a comprenderla, ma oggi la porto con me e cerco, nel mio piccolo, di applicarla alla mia attività di scrittore.”

”Dalle storie di mia madre e di mio padre ho avuto anche le prime lezioni su fiction e non fiction. Mia madre era la prima, mio padre la seconda: per questo forse per me la fiction è sempre qualcosa di molto reale. Pensa che quando proposi i miei primi racconti a un editor, quello mi disse ‘mi piacciono, sono grotteschi’ e io mi infuriai moltissimo: erano storie su di me, la mia famiglia e la mia fidanzata! Ti piacerebbe se ti dicessi che tua moglie è grottesca? Ai tempi neanche realizzavo quanto in realtà la mia scrittura fosse allegorica, a me sembrava tutto vero.’’

”La mkeretia scrittura è anche generalmente percepita come basata sullo humour, e mi va bene essere considerato uno scrittore umoristico – di fatto lo sono – ma è essenziale ribadire che ci sono due tipi di humor. Uno è quello che ti vuole far ridere. Come dice mio figlio, è qualcosa di molto simile al solletico sotto le ascelle. Ridere, fa ridere: ma è una reazione meccanica. L’altro, e più interessante, è quello in cui le risate sono un effetto secondario. Il paracadute che ti impedisce di diventare bilioso o troppo amaro o troppo triste, o magari addirittura cattivo. A volte il miglior humor si manifesta quando ti arriva addosso un momento abbastanza intenso da essere travolgente, e allora si ride per salvarsi. La forma breve è particolarmente adatta a creare situazioni di entrambi i tipi, ma io preferisco senz’altro la seconda.’’

”So che in Italia i racconti sono una categoria editorialmente un po’ negletta, e gli autori che lavorano con la forma breve faticano di più a pubblicare, ma, ti dirò, è una situazione non è dissimile da quella israeliana, e anche americana, nonostante siano paesi con una grande tradizione nel racconto. Il pregiudizio è universale. Pensa a un dato: di solito negli USA il primo libro di tutti gli autori è di racconti, perché cominciano a pubblicare sulle riviste e poi raccolgono in volume tale produzione. Poi fanno tutti un romanzo. A quel punto, se hanno successo, non tornano mai indietro. Sempre e solo romanzi. È un peccato. Il racconto è una cosa diversa dal romanzo quanto lo è la poesia, e non è meno grande: vogliamo dire che i racconti di Kafka sono peggio di Moby Dick? Si è diffusa l’idea che i libri di racconti vendono meno, ma la verità è che il mondo editoriale, a lungo andare, ha sviluppato una sorta di profezia che si autoavvera: non ci punta molto, non li manda ai premi, ne tira meno copie, e il risultato è che i romanzi diventano per forza più preminenti e quindi quello che la gente di talento punta più spesso a fare. Il cambiamento deve arrivare dal mondo editoriale.’’

[qui l’intervista a Etgar Keret sul suo metodo di scrittura]

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Quando la distopia è realtà – alcune considerazioni su Cime Abissali di Aleksandr Zinov’ev https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-distopia-e-realta-alcune-considerazioni-su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-distopia-e-realta-alcune-considerazioni-su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/#comments Mon, 22 Feb 2016 07:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29995 Comincia con la solenne inaugurazione di un immondezzaio poi subito abbandonato, Cime abissali, il più celebre romanzo del logico Aleksandr Zinov’ev, oggi riproposto in volume unico da Adelphi. Se per il lettore italiano la scena è un immediato indicatore della natura satirica dell’opera, per il lettore russo tale nozione giunge addirittura prima. Il titolo, al di là dell’ossimoro, è infatti un gioco di parole tra sijajuščie, radiose, e zijajuščie, abissali, e dato che l’equivalente russo del nostro “sol dell’avvenire” sono le “cime radiose” (del socialismo realizzato) è subito chiaro che si è di fronte a un libro che nel proprio paese non avrebbe potuto vedere la pubblicazione.

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Questa recensione è uscita sulla Lettura del Corriere della Sera.

* * *

“Non può andare peggio di così, disse il pessimista.
Ma si che può, rispose l’ottimista.”

Comincia con la solenne inaugurazione di un immondezzaio poi subito abbandonato, Cime abissali, il più celebre romanzo del logico Aleksandr Zinov’ev, oggi riproposto in volume unico da Adelphi. Se per il lettore italiano la scena è un immediato indicatore della natura satirica dell’opera, per il lettore russo tale nozione giunge addirittura prima.

Il titolo, al di là dell’ossimoro, è infatti un gioco di parole tra sijajuščie, radiose, e zijajuščie, abissali, e dato che l’equivalente russo del nostro “sol dell’avvenire” sono le “cime radiose” (del socialismo realizzato) è subito chiaro che si è di fronte a un libro che nel proprio paese non avrebbe potuto vedere la pubblicazione. Uscì infatti per le Éditions l’Âge d’Homme di Losanna nel 1976 e valse al suo autore l’espulsione dall’URSS, sebbene la sua posizione accademica fosse già stata compromessa dal rifiuto di licenziare dal dipartimento di logica alcuni professori dissidenti.a7a5c767683791d0976e9410601fcbd0_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

La biografia di Zinov’ev, che già nel ’39 si era fatto espellere dall’Istituto di Filosofia di Mosca per un complotto antistalinista e fu riabilitato solo dopo aver prestato servizio nell’Armata Rossa, renderebbe facile inquadrare questo romanzo nel filone dei “libri del dissenso”, tant’è che non di rado viene posto a fianco di Arcipelago gulag di Solženicyn. Tuttavia Cime abissali, che pure presenta un mondo in cui logica e buonsenso sono ribaltati e la delazione è sempre in agguato, si presta a letture più complesse. Certo, nella grande nazione di Ibania, dove tutti si chiamano Iban Ibanovic e sono quindi identificati con appellativi-funzione come il Collaboratore, il Pensatore, il Doppiogiochista, lo Schizofrenico, il Chiacchierone, l’Imbrattatele, il Veritiero (figura in cui si può riconoscere lo stesso Solženicyn), niente ha senso, i dati reali sono visti come il maggior pericolo per l’ordine costituito (“è risultato che il 99,99999999999999% appena dei quadri dirigenti di Ibania sono leali verso i quadri dirigenti di Ibania, il che entra in contraddizione col punto di vista ufficiale, che fissa il tasso di lealtà a 105,371%…”) e il talento o l’intelligenza sono quasi sempre puniti. Difficilmente, però, troveremo i personaggi di Zinov’ev parlar bene dell’Occidente, o di sistemi sociali alternativi a quello in cui si trovano a vivere.

Anche per questo, oggi che il gioco di riconoscere quale figura si celi dietro a ciascun appellativo si fa difficile – il lettore inesperto di storia sovietica arriverà al massimo a riconoscere Stalin, Chruščёv e Brežnev nei tre leader menzionati nel romanzo, il Padrone, il Verro e il Nuovo Direttore Capo –, Cime abissali torna a parlare a tutti in termini assoluti, andando a collegarsi in modo diretto alla linea di Gogol’, Saltykov-Šcedrin e Bulgakov, e stabilendo un inaspettato dialogo col mondo di individui intrappolati negli ingranaggi di sistemi ormai schizofrenici tipico dei postmoderni americani, Pynchon su tutti (L’arcobaleno della gravità usciva del resto solo tre anni prima): un autore col quale Zinov’ev ha in comune la passione fervente per il disegno del mondo che può offrire la scienza e la volontà di mettere in guardia rispetto ai pericoli del “culto della società” – qualunque essa sia.

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L’amor scortese – intervista a Marco Simonelli https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/#comments Tue, 31 Mar 2015 08:08:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26037 (Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson) Venga dentro di me che sto carponi, venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti e al solito poi mi ricopra di diamanti. Venga dietro, davanti, arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti dei miei remissivi […]

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(Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson)

Venga dentro di me
che sto carponi,
venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti
e al solito poi
mi ricopra di diamanti.

Venga dietro, davanti,
arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti
dei miei remissivi struggimenti
dei miei attivi sentimenti
dei miei passivi straneamenti

arrivi lei altrimenti
sopra la mia fronte prepotente
sopra la mia guancia strafottente
sopra la mia spalla prorompente

Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer attivo da un decennio sulla scena fiorentina e nazionale, consacrato nel 2012 dall’inclusione nell’Undicesimo Quaderno Italiano di Poesia di Marcos y Marcos, esce oggi con Poesie d’amore splatter, nuovo libro che raccoglie anche parti importanti della sua produzione passata. Un percorso, quello di Simonelli, sviluppatosi in maniera circolare: dopo il debutto con un racconto in versi, il poeta fiorentino ha vissuto una fase di ricerca e sperimentazione con incursioni nel monologo drammatico, nella “spoken-word” e nel recupero del sonetto elisabettiano, mentre negli ultimi anni ha ritrovato interesse per la narrativa in versi.

Poesie d’amore splatter,” spiega Simonelli, “è un libro in quattro parti – Sesto sebastian, che a sua volta è un piccolo trittico, Poesie d’amore splatter, la parte centrale che dà il titolo alla raccolta, Gli ultimi colpi e la conclusiva Palinodia – che raccoglie materiali scelti dai miei lavori precedenti più una lunga coda di inediti, tra quelli che hanno mostrato la miglior resa nella lettura ad alta voce, che è parte essenziale della mia attività. Non solo perché sono anche performer: se un testo supera la prova della lettura ad alta voce, significa che ha raggiunto un buon livello di maturazione. La poesia è essenzialmente un accadimento vocale.”

“Il tema del libro, invece, è l’amore colto nelle sue manifestazioni più estreme. Il blocco di poesie che lo apre, una nuova messa in scena del martirio di San Sebastiano in chiave pop, è un monologo in versi uscito nel 2004, che col tempo è diventato un mio ‘cavallo di battaglia’ nelle letture pubbliche. Lo rappresento da dieci anni; c’era bisogno di una ristampa. Così ho deciso di affiancargli poesie vecchie e nuove, tutte accomunate dal tema erotico-mortifero, ma sempre con una nota di leggerezza. Tra le influenze dirette c’è infatti il ‘300 toscano riletto in chiave parodica, dato che il mio ‘amore splatter’ è essenzialmente un amore scortese.”

“Va detto,” aggiunge il poeta, “che un’altra fonte d’ispirazione classica sono i sonetti shakespeariani: negli anni ne ho scritti un centinaio e qui ne pubblico quattordici. E poi credo vi sia l’influenza di un certo clima neovanguardista e manierista nella ricerca di una forma in grado di rivitalizzare e aggiornare il concetto di ‘poesia d’amore’. In questo caso, in chiave anche manifestamente queer. Recentemente ho avuto l’onore e l’onere di essere l’ultima voce antologizzata nel volume Le parole fra gli uomini, un excursus critico a cura di Luca Baldoni che per la prima volta prende in esame e mappa la poesia gay italiana del ‘900, da Saba a – appunto – Simonelli. In area anglosassone antologie del genere sono in circolazione da trent’anni; da noi siamo abbastanza indietro.”

“A livello stilistico, al di là delle influenze classiche devo molto al magistero maieutico di Danilo Dolci, Mariella Bettarini e Franco Buffoni e certamente la poesia di Amelia Rosselli ha avuto un forte impatto sulla mia scrittura. Molte delle poesie qui incluse, poi, hanno visto la luce all’interno di un laboratorio composto da poeti dell’area fiorentina: il lavoro di lima è essenzialmente un’esperienza collettiva. Se è vero che oggi c’è un piccolo rinascimento letterario a Firenze e in Toscana, con l’emersione di una nuova coorte di scrittori e critici dopo un periodo di relativo silenzio, la nostra poesia ha invece sempre goduto buona salute. Dopo il lunghissimo magistero post-ermetico, i poeti più interessanti della scena toscana sono soprattutto donne: Elisa Biagini, Rosaria Lo Russo, Francesca Matteoni. Voci diverse accomunate dalla consapevolezza che la poesia sia soprattutto una modalità d’intervento pratico nella realtà. Tra l’altro mi sento di dire che non è vero che la gente non legge poesia. Il fatto è che la poesia – e anche il fare poesia – è un ‘bene di lusso’ praticamente gratuito, pubblicato spesso con difficoltà e senza movimenti di denaro. Funziona e si diffonde in modo completamente proprio. Questo rende meno visibili i lettori di poesia, ma esistono e sono agguerriti ricercatori e collezionisti. L’assenza di business garantisce poi una libertà praticamente assoluta. Anche l’editore che ho scelto va in questo senso: Poesie d’amore splatter esce come edizione d’arte a tiratura limitata con copertina serigrafata per le edizioni Sartoria Utopia di Francesca Genti e Manuela Dago. Cuciono personalmente i libri a mano, sono delle vere artigiane della pagina, e col tempo hanno pure messo insieme un catalogo molto interessante.”
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Homo domine et regum dominatio
sia il dazio del suo corpo un momento assai divino
sia vino il sangue suo, siano pane le sue pene
sia il pene conservato in una teca

e cieca vada adorandolo la folla –
di quella polla di plasma vado fiera.

Ogni sua falla è d’amor miniera.

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Di Alzheimer non si parla (soprattutto in Italia) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/#comments Thu, 18 Sep 2014 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23366 Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

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Questo articolo è uscito su Pagina99.

Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

Eppure l’Alzheimer, dal nome del dottore bavarese Aloysius Alzheimer che per primo riconobbe nel 1901 sintomi inediti in una signora ricoverata in un centro a Francoforte, è una malattia seria e non una mera questione di distrazione o smemoratezza. La forma più comune di demenza è diventata un’epidemia. Se ne sono accorti anche gli sceneggiatori di House of Cards, quale migliore banco di prova per lo storytelling: c’è uno scoglio contro cui l’ambizione sanguinaria di Frank Underwood – in cerca di voti utili per la riforma delle pensioni – è costretta ad arenarsi. Quell’argine è la malattia che ha colpito la moglie del deputato Donald Blythe e che non può essere oggetto di baratto nel mercato di Washington: l’Alzheimer.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Alzheimer è stato con mia nonna, una donna di nome Wanda e di cognome Guerra. La malattia ha ridotto a spenta litania questo binomio battagliero e la sua parlantina piena di aneddoti. Poi nel 2008, quando ero al lavoro al desk del Riformista, arrivarono le foto d’agenzia di un Peter Falk smarrito, con l’aria strapazzata, ridotto a vagare per le strade di Beverly Hills in stato confusionale. Falk era scappato di casa, urlava ai passanti, gesticolando come un pazzo. La sagoma del tenente Colombo, nel telefilm un po’ arruffata e sorniona ma nel pieno controllo di sé, era completamente abbandonata, alla deriva, persino incattivita. L’anno dopo è arrivata la diagnosi per mio padre. Adesso so che esistono dei sistemi Gps per rintracciare le sue fughe da casa, quando le smanie si fanno irrefrenabili. So che non esiste un esame che certifichi l’ereditarietà ma solo una probabilità. Ma soprattutto ho scoperto che la perdita cognitiva è solo la facciata dell’Alzheimer dietro cui c’è il disturbo dei comportamenti, molto più violento, vedi Peter Falk. Le foto di molti reportage domestici sulla malattia, con quelle facce rugose e arrese alla demenza, sono paradossalmente foto in tempo di pace. Nella crepa della memoria si infilano deliri, allucinazioni, vagabondaggi.

Mio padre fa parte di quel milione di italiani affetti da demenza. È una stima, i dati non sono mai precisi, ma è bene moltiplicare per tre, coinvolgendo i nuclei familiari, dove la classica famiglia diventa la prima badante, in gergo tecnico caregiver. Si stimano tra questi affetti da demenza almeno 650 mila malati di Alzheimer, la forma più riconosciuta di progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Vale a dire incapacità di acquisire nuove informazioni e pianificare gli atti, impossibilità di ricordare fatti della vita recente, perdita della capacità esecutiva, perdita della memoria semantica, incapacità di trovare parole necessarie per qualsiasi discorso. Questo accade perché nel cervello si forma un eccesso di proteina beta-amiloide. Le proteine si aggregano fino a formare placche e fibre aggrovigliate.

Chi può riguardare questa degenerazione? Siamo con il Giappone il Paese più vecchio del mondo e l’irreversibile Alzheimer rappresenta un’emergenza reale proprio perché l’invecchiamento è l’unico fattore certo di rischio, e infatti le donne – più longeve – sono le più colpite. Si sa che si è allungata l’età media, ma pure l’anzianità è cambiata. Un uomo di 70 anni oggi è un senior, come direbbero in azienda, ma non è di per sé un “rincoglionito”, come vorrebbe la vulgata pronta alla battuta feroce sull’Alzheimer. Probabilmente per la fretta di ricollocarsi presso gli elettori suoi coetanei, Berlusconi a maggio disse di esserne malato, ma si riferiva appunto a delle innocue amnesie. Come saremo percepiti noi quando avremo 70 anni?

Mentre in famiglia si andava prendendo confidenza con l’Alzheimer, sui giornali ogni tanto piovevano dichiarazioni roboanti e numeri sempre più clamorosi, non però dall’Italia. Nel 2012 l’investimento di 150 milioni di dollari da parte di Obama per la cura e la prevenzione, nel dicembre 2013 a Londra i leader del G8 dichiarano l’Alzheimer un’emergenza sanitaria mondiale. Cameron usò toni epici: «Non importa dove voi viviate, la demenza ruba le vite e distrugge le famiglie. È per questo che noi siamo qui riuniti e siamo determinati a sconfiggerla». Dall’Italia nessun proclama e nessun ministro presente al G8. Gabriella Porro Salvini, presidente della Federazione Italiana Alzheimer, la racconta così: «La Lorenzin non ha mai risposto alla lettera di invito a firma congiunta nostra e dell’Alzheimer’s Disease International. Ha inviato il direttore del dipartimento della prevenzione del ministero, ma noi non siamo riusciti a partecipare perché dallo stesso non ci è arrivata la lettera di accreditamento».

Sull’Alzheimer i riflettori in Italia sono accesi da poco. Decenni fa si parlava genericamente di arteriosclerosi cerebrale, poi è arrivato il termine demenza, che però è un magma, perché tutte le demenze hanno storie e meccanismi diversi. L’Alzheimer vive di fama riflessa dei grandi numeri globali, quelli italiani non hanno popolarità. In questo vuoto chi si è organizzato sono stati i singoli cittadini, che hanno poi dato vita alle associazioni dei familiari, una galassia di gruppi di volontariato che oggi costituisce l’unica rete di protezione per i malati e le famiglie.  La presidente dell’Aima è la tenace Patrizia Spadin, che risponde personalmente al numero verde: «È cambiato tutto rispetto a 30 anni fa, quando l’Alzheimer era noto a uno sparuto numeri di medici, i soli che viaggiavano all’estero. Non si conosceva nulla, neanche le caratteristiche. Adesso la malattia è nota». Idem per Porro Salvini, che per capire cosa fosse successo alla mamma a metà Anni ‘80 cercò di parlarne con altri familiari: «Ho avuto qualche tipo di informazione solo così. D’istinto non ne volevo più sapere, ma poi ho sentito la necessità di dover raccontare la mia esperienza agli altri». Oggi la Federazione raccoglie 47 associazioni. Le famiglie però restano fondamentali: «È difficile che venga fatta la diagnosi al solo malato, non c’è un protocollo come per il cancro e i tumori».

Gli stessi farmaci specifici per l’Alzheimer, gli inibitori dell’acetilcolinesterasi – ovvero Galantamina, Rimastigmina, Donepezil e Memantina – sono in commercio solo dal 2000 (rimborsabili dal 2005). Gli altri farmaci, quelli per i disturbi comportamentali, i cosiddetti neurolettici, sono sul mercato per pazienti psichiatrici, nei bugiardini non c’è scritto demenza, e le difficoltà nella prescrizione non sono poche. Soltanto tredici anni fa, con il progetto Cronos firmato da Rosy Bindi, sono state create le Unità Valutative Alzheimer, le uniche a poter prescrivere quei farmaci e a fare la diagnosi. È stato creato anche un registro di malati, ma tutta l’organizzazione è disomogenea, varia da regione a regione. I centri Uva non sono stati finanziati dal Governo, «ma si basano su risorse esistenti, si appoggiano a ospedali, presidi e Asl» confessa Spadin. «L’assistenza per le famiglie, l’unico modo per contenere il problema, latita: non ci sono fondi da stanziare. La medicina inoltre punta sempre alla guarigione, ma la cura per l’Azheimer non è data solo dalla medicina».

Michele Farina del Corriere della Sera ha iniziato nel 2012 una lunga inchiesta sull’Alzheimer, ma non è stato facile raccontare la malattia in Italia: «Non ci sono standard di cura, variano da regione a regione. È enorme la difficoltà di avere referenti che ti diano un quadro della situazione, è tutto spezzettato. Non esiste una task-force ministeriale a tempo pieno per l’Alzheimer». Neanche il dizionario è certo: non tutte le Uva si chiamano così. Solo a novembre 2014, tredici anni dopo Cronos, l’Iss presenterà il primo censimento su Uva, Centri diurni e Residenze sanitarie assistenziali. Siamo insomma un fanalino di coda rispetto ai grandi piani internazionali.

Il 19 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Uniti ha invitato in Campidoglio il ministro Lorenzin per parlare del nuovo Piano per le demenze. Al momento però il piano non è ancora firmato, e chissà se lo sarà prima dell’evento. Il piano è stato redatto dal ministero dopo aver chiamato i referenti delle regioni per le demenze e l’Istituto superiore della Sanità. Un lavoro di sette mesi che è sul tavolo della segreteria in attesa di andare alla Conferenza Stato-Regioni. La novità è l’istituzione del Pdta, Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, dal medico generale fino agli specialisti. Per il 14 novembre, nell’ambito del semestre europeo, il ministero della Salute ha lanciato un convegno internazionale sulla demenza che verrà comunicato a breve. Sembrerebbe la risposta italiana al G8 londinese. Le associazioni si augurano che il Piano venga finanziato dal ministero, perché «se le linee guida come per Cronos lasciano la scelta alle regioni, queste potrebbero decidere di non spendere. La rete di assistenza odierna è ancora parziale perché ruota intorno ai centri Uva, il ministero delle Politiche sociali non è mai intervenuto». Bisogna fare pressione sulle regioni per una migliore programmazione nell’apertura di servizi, mettere in rete più informazioni e documenti possibile, creare un’anagrafe dell’Alzheimer.

Intanto sono emersi nuovi fattori di rischio, con nomi comuni ad altre malattie ma mai associate all’Alzheimer: diabete, ipertensione, obesità, attività fisica, depressione, fumo, bassa scolarità. Le stime per i prossimi 20 anni parlano di 3 milioni di affetti da demenza. I farmaci anticorpi monoclonari – nuovi, potenti e in azione in America – sono molto costosi, ma probabilmente detronizzeranno quelli attuali. Chi pagherà? Bisogna poi iniziare a parlare di prevenzione, che è l’esatto opposto della condanna.

Lo stigma dell’Alzheimer è una cosa tutta italiana. «Il muro dell’“io ce l’ho” – racconta Farina – non l’ha sfondato ancora nessuno, questa assenza dice qualcosa, è il segno di una realtà sommersa nonostante i numeri». «La verità è che i malati di Alzheimer sono troppi – confessa Porro Salvini – e fanno ancora troppa paura. Manca un testimonial e soprattutto, in Italia, c’è il tabù». La discrezione sui nomi illustri è viziata dal fatto che spesso non sono più in grado di fare dichiarazioni: la diva del cinema , l’allenatore dello scudetto dei miracoli, lo showman, il grande scrittore. Prevale la privacy dei familiari. «Non siamo americani – dice Spadin – non siamo abituati ad avere afflati da coming out. L’Alzheimer viene vissuto spesso come una perdita di dignità e il nostro sistema sociale non fa niente per impedire questo e colmare i vuoti che la malattia lascia. Se ci fosse una rete d’accoglienza ampia, l’atteggiamento sociale sarebbe diverso. Non sono lontane le memorie dei maltrattamenti dei vecchi dementi, da parti di santoni e guru. Oggi sappiamo cosa ci serve, questa è la differenza se scoprissi oggi che mia madre è ammalata».

Insomma l’Alzheimer è per le famiglie ancora una questione privata, mentre per gli altri, i sani, è uno spettro di cui ogni tanto si dà notizia quando muoiono personaggi internazionali come Annie Girardot e Margareth Thatcher. La versione di Barney è un dramma conosciutissimo ma non esiste ancora un equivalente italiano. Tra gli ultimi ci hanno provato l’attore Giulio Scarpati con il libro Ti ricordi la Casa rossa?, il giornalista Flavio Pagano con Perdutamente, Pupi Avati con Una sconfinata giovinezza (tra l’altro il suo peggior flop, per diretta ammissione). Racconti delicati, ma ci vuole una voce forte. Manca quindi chi decida di salire sopra le spalle di questa gigantesca perdita di sé chiamata Alzheimer e ne parli in prima persona. Il ricercatore Richard Taylor lo ha fatto, e l’Alzheimer’s Disease International gli ha affidato il progetto I Can, I Will.

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Contro il polemismo. Per la critica come mediazione. https://minimaetmoralia.it/editoria/contro-i-polemisti-per-i-mediatori/ https://minimaetmoralia.it/editoria/contro-i-polemisti-per-i-mediatori/#comments Sun, 01 Jun 2014 08:32:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21123 Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po' di narrativa italiana, tra di noi dico. C'è stata un'articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: "La palude degli scrittori"; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l'ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

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Nelle ultime due settimane si è parlato un bel po’ di narrativa italiana, tra di noi dico. C’è stata un’articolata polemica – molti di voi lo sanno – innescata da un articolo di Franco Cordelli: “La palude degli scrittori”; in cui Cordelli prendeva come bersaglio critico la prosa di due autori che hanno un buon riconoscimento critico come Giorgio Vasta e Giorgio Falco, per poi fare una mappatura molto personale della nuova letteratura italiana, che comprendeva 71 nomi divisi per categorie varie, da vitalisti a novisti, passando per moderati e conservatori.

A Cordelli hanno risposto, sul Corriere della Sera, Gilda Policastro, Paolo Sortino, Raffaella Silvestri, Andrea Di Consoli e Gabriele Pedullà (qui l’ultimo intervento e i link agli altri); su altri luoghi (giornali, blog, facebook) da Luigi Mascheroni a Renato Minore a Andrea Cortellessa a Alfonso Berardinelli a decine di altre persone.

In questi stessi giorni è uscita, la cita lo stesso articolo di Cordelli, per L’Orma Editore una voluminosa antologia di scrittori italiani che s’intitola La terra della prosa, è curata da Andrea Cortellessa, comprende brani scelti e schede critiche di 30 autori che hanno esordito dal 1999 in poi, ed è l’aggiornamento/allargamento di un lavoro uscito un paio di anni fa che s’intitolava Scrittori degli anni zero.
Il mio nome è inserito in entrambi i cataloghi – questo lo dico non per vanto ma per chiarire il punto di vista da cui parlo – anche se, in entrambi i casi sono posizionato “un po’ di traverso”. Per Cordelli sono uno dei dissidenti; per Cortellessa sono uno scrittore discontinuo: promettenti i racconti, assai meno convincente il romanzo.

Comunque tutto il dibattito generato da Cordelli, quest’attenzione critica, una persona poco esperta di queste robe, potrebbe pensare, sia una boccata d’aria fresca per l’anossico ambiente della critica: finalmente il giudizio sui libri, gli autori, gli stili non viene lasciato appannaggio delle segnalazioni, dei promotori, delle classifiche… Di questa Terra della prosa chissà quante copie si venderanno!… E invece: una persona poco esperta di queste cose, un lettore volenteroso che però poco sa intercettare le voci più interessanti della narrativa italiana, uno studente ventenne che vuole capire qual è il contesto in cui agiscono gli scrittori migliori in Italia, uno scrittore esordiente che cerca di confrontarsi con qualche genere di influenza, in realtà da questa serie di articoli (ultimo quello che state leggendo, probabilmente: qui il link ouroborico) non troverebbe nessun elemento utile. Anzi, si troverebbe invischiato, suo malgrado, in una delle modalità più ricorrenti e vischiose in cui si discute in Italia di libri tra critici: la polemica.

L’articolo di Cordelli in questo senso ha una colpa originaria: a detta del suo stesso autore, il suo giudizio è ipersoggettivo, “a vanvera”, idiosincratico. Questo modo di fare non è usuale per Cordelli: sono un assiduo lettore dei suoi pezzi sulla narrativa straniera per il Corriere, e sono al contrario spesso costruiti in modo argomentativamente impeccabile. Invece qui Cordelli elegge la sua sensibilità a sismografo e stronca in modo liquidatorio la scrittura di Vasta e quella di Falco. Il pretesto sono tre, quattro citazioni di passi non eccelsi dei due: nel caso di Falco, delle immagini poco felici tratte da La gemella H; nel caso di Vasta, addirittura dei passaggi della recensione che ha scritto del libro dello stesso Falco. Non ci vuole nemmeno un avvocato d’ufficio per capire come questo modo di fare critica è, per lo meno, ingeneroso, se non intellettualmente assai disonesto. I procedimenti induttivi devono portare molte prove a proprio carico, altrimenti il rischio – come in questo caso – è di trovare solo quello che si cerca.

Ho letto tutto quello che hanno pubblicato Vasta e Falco – i libri intendo – e leggo spesso i loro articoli. Li trovo tra i migliori scrittori italiani, e tra gli intellettuali più intelligenti con cui confrontarsi: la qualità di ciò che scrivono è sempre alta, le ambizioni che si pongono sorprendenti, il rigore critico indubbio. Questo non vuol dire che siano privi di difetti. Anche io, dopo aver amato Pausa caffè e L’ubicazione del bene, ho trovato La gemella H un romanzo faticoso – lo stile associativo di Falco, i lunghi periodi ipotattici, le scene costruite per immagini, il discorso indiretto libero usato come una sorta di lingua cerebrale, invece che crearmi un effetto magnetico, mi hanno spesso reso impermeabili le pagine della Gemella H: cercavo una struttura narrativa forte che invece sfuggiva, cercavo di respirare tra un flusso verbale e l’altro, ma venivo di frequente soffocato dalla densità eccessiva, oppressiva di Falco. Ma questo ugualmente non può non farmi concludere che La gemella H sia uno dei libri italiani più significativi degli ultimi anni, sia per l’immaginario che Falco utilizza sia per il controllo che imprime allo stile, sia per la sfida che pone rispetto al racconto della storia. E sarebbe stupido per uno scrittore italiano decidere di non misurarsi con questo romanzo, e sicuramente non smetterò di farlo.

Ora, recensire invece la recensione di Cordelli della recensione di Vasta a Falco può sembrare un’esercizio di falloforia. Ma può essere invece utile proprio perché quella recensione non ha convinto neanche me. Si capisce che La gemella H è piaciuto moltissimo a Giorgio Vasta, e credo che il tentativo di restituire quest’entusiasmo ha finito per ingolfare in una serie di immagini troppo cariche il suo giudizio. Penso anche che sia vero che alle volte, negli articoli di giornale, Vasta usi un tono iperbolico, un’aggettivazione talmente inedita da opacizzare alle volte la comprensione di quello che vuole dire – ma questi sono vezzi, e quale critico/scrittore non ne ha? (Soltanto nel pezzo che state leggendo, potreste fare a gara a trovarne). E dall’altra parte però mi vengono pochissimi nomi che al pari di Giorgio Vasta in questi anni, in Italia, abbiano così profondamente cercato di scomporre i dispositivi linguistici e narrativi della prosa contemporanea, con una rara capacità di dedicarsi alle forme della scrittura, che sia di un esordiente – la recente recensione di Garigliano, per dire – o a un classico – il meraviglioso breve saggio che introduce  Oltre il giardino di Jerzy Koszinski. Al tempo stesso, Il tempo materiale e anche il minore Spaesamento sono due libri, anche qui, inaggirabili per chiunque voglia avere un’idea anche vaga di cosa vuol dire fare letteratura oggi in Italia. Non riconoscerlo, è un errore nemmeno di analisi, ma di percezione.

Ora, va bene, ma che senso ha questa – anche scomposta, e debole – difesa dei due Giorgi? Vale quella di Pedullà o Policastro per il lavoro di Cortellessa, altro bersaglio polemico di Cordelli? Non sto per caso confermando il sospetto di Cordelli che ci siano delle cordate, delle tribù le chiama, e che io quindi difenda il loro lavoro per questioni di appartenenza? TQ contro maestri? No, e questo è un punto essenziale che vorrei chiarire.

Una delle ambizioni migliori di quell’esperienza complicata che è stata TQ – un’ambizione forse fallita ma tant’è – era di pensare che si potesse creare, anche in modo informale, anche in modo pattivo, una sorta di codice etico per i critici italiani. Di questo codice avrebbero dovuto far parte accorgimenti apparentemente scontati come il rifiuto delle marchette, ma anche una serie di buone pratiche. La questione era semplice: nel contesto dell’editoria che privilegia sempre più l’aspetto pubblicitario, come garantirsi un’autorevolezza? Come essere utili e credibili in quanto intellettuali? Una risposta per me altrettanto semplice stava nel metodo: la critica deve essere innanzitutto chiara.

Mentre intorno a noi abbiamo visto l’università sgretolarsi, l’impegno di chi ha fatto della sua formazione umanistica, della sua capacità d’interpretazione dei testi, la sua ragion d’essere, non può esimersi oggi, nell’Italia degli analfabeti di ritorno, dalla sfida di allargare il pubblico dei riceventi. Per questo un critico è obbligato, secondo me, a citare e in modo articolato ciò che sta recensendo, è obbligato a non essere autoreferenziale, è obbligato a scrivere per un contesto che comprenda il più possibile i riferimenti che sta usando. Quando, per fare un esempio esplicito, Cordelli scrive: “Alla lettura di Falco ero arrivato sull’onda di una stampa a lui molto favorevole, nell’ambito di una circoscrizione che per comodità diremo d’«avanguardia»”, a chi si riferisce? Io, che conosco personalmente Cordelli posso immaginarlo. Ma non sono solo io il destinatario di quest’articolo, e del resto nemmeno io voglio immaginarlo, ma voglio capirlo, voglio vedere se questa categoria, “d’avanguardia” regge, voglio conoscere i testi che avvalorano questo giudizio, voglio bibliografia… Altrimenti, questo è un cattivo servizio al lettore. E sembra semplicemente un messaggio triangolato rivolto a qualche critico, per cui si usa un giornale come pretesto, un dire a nuora perché suocera intenda.

È ovvio che il lettore debba fare la sua parte, ma è altrettanto indispensabile per me che chi scrive sui giornali si renda conto che quel lavoro di mediazione che veniva in genere svolto dall’università oggi è carente. Per questo non sono convinto né dal contenuto né dalla forma della totalità degli articoli usciti in risposta a Cordelli, e questo non per spocchia. Stimo, per citare solo i primi, Gilda Policastro come studiosa, o allo stesso modo penso che Paolo Sortino scriva benissimo, ma: i loro articoli non sono chiari. Come non sono convinto, anche qui stimando gli autori, del pezzo di Renato Minore, né dell’intervista che Prudenzano ha fatto a Cortellessa, né del retroscenismo pure umanissimo di Alfonso Berardinelli, né dell’intervento finalmente politico di Pedullà…

Perché non sono convinto? Perché in tutti questi pezzi, ancora, non si parla di libri, non si discute se quello scrittore è bravo a scrivere le descrizioni e quell’altro i dialoghi, non si impara un nome in più che si possa compulsare la prossima volta in libreria, non si mettono a confronto le diverse influenze che le tradizioni italiane hanno portato nella scena della narrativa italiana, etc… Per me, da scrittore, da critico, o da lettore, questo tipo di critica serve veramente a poco. A schierarsi, forse. Stai con Cordelli o contro Cordelli? Stai con Repubblica, e quindi de facto non puoi rispondere a una polemica innescata dal Corriere, e dall’altra parte devi difendere Vasta & Falco, firme di Repubblica; oppure stai col Corriere, e quindi non puoi esprimere le tue perplessità sull’idea di far intervenire Raffaella Silvestri, seconda classificata di Masterpiece, edita da Bompiani (RCS), nel giro delle repliche a Cordelli?

Del resto mi serve ancora a meno, se non a animare venti minuti di una cena in cui langue la conversazione, il catalogo a 71 fatto da Cordelli: una tassonomia talmente arbitraria da farla assomigliare a quella degli animali che Borges piazza nella sua Enciclopedia cinese o quella con cui Bolaño nei Detective selvaggi esaurisce, per bocca di Ernesto San Epifanio, l’analisi della poesia moderna: finocchioni, finocchie, finocchietti, pazze, busoni, velate, ninfi e fileni…

Invece di questo tipo di articoli, non si potrebbe discutere nel merito dei testi, anche ferocemente? Non si potrebbe confrontare riga per riga il modo in cui viene usata la terza persona da X o da Y? Non si potrebbe analizzare, attraverso dei semplici programmini, la logodiversità di testi contemporanei? Non si potrebbe vedere in che modo per esempio alcune tecniche cosiddette sperimentali vengano utilizzate da Z o da K? Non si potrebbe analizzare in modo puntuale, come ha fatto Francesco Longo per esempio qui, l’enorme lavoro antologico fatto da Cortellessa? Il suo canone anti-narrativo ha senso o pecca di eccessiva parzialità?

In questo modo si riuscirebbe a non esaurire queste polemiche al loro fiammeggiare per qualche giorno e poi spegnersi, ma si avrebbe la possibilità di riscoprire testi bellissimi come quella Democrazia magica di Franco Cordelli, uscito per Einaudi nel 1997 e meritoriamente ripubblicato da Fandango nel 2012, così come i libri di Policastro, Sortino, Pedullà, Berardinelli etc… I lettori penserebbero, e giustamente, che gli scrittori e i critici sono interessati a quel gigantesco specchio deformato del mondo che è la scrittura, e non a trovarsi la lanugine ognuno nell’ombelico dell’altro.

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Tre cose su Kurt Cobain, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/ https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/#comments Sat, 05 Apr 2014 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19793 Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

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Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

Kurt Cobain amava gli autori beat, ma quello che preferiva tra di loro era William Burroughs: si ispirava alla sua scrittura, ne riprendeva il nervosismo e i tic narrativi e l’immaginario underground[1]. Come Kerouac, però, è diventato (quello che si dice) l’icona di una generazione. Saltiamo a piè pari la controversia “suo malgrado” vs “furbastro in cerca di fama”, fermandoci sul fatto in sé, incontrovertibile: Kurt Cobain è un’icona, per giunta (così, a naso) l’ultima venuta dal mondo del rock[2]. Il perché (sia un’icona) è una cosa difficile da calcolare: si potrebbero sommare il numero di dischi venduti, il numero di ragazzi con la maglietta dei Nirvana che abbiamo incontrato in giro, la potenza con cui ha riempito un immaginario, le volte in cui Mtv ha trasmesso il video di «Smells like teen spirit», e così via. Ma non basterebbe[3], c’è bisogno di aggiungere qualcos’altro per arrivare al quoziente giusto… Quando si sparge la notizia del suicidio di Cobain, Seattle diventa un luogo di pellegrinaggio per i fan. Una ragazza lascia questo messaggio davanti alla villa di Lake Washington: «Oggi è difficile essere giovani. Lui ha contribuito a far capire alla gente le nostre difficoltà». Ecco, forse è questo[4], forse è il fatto che per assolvere a questa funzione bastava la semplice vocalità di Cobain, prima ancora delle canzoni.

Le leggi di quel posto avevano gli artigli

Sono i primi giorni di aprile del 1994, Kurt Cobain si toglie la vita. Lascia una lettera, una moglie, una figlia, due compagni di band e una schiera di fan che adorano le sue canzoni. Courtney Love, sua moglie, disse che il disco che ritrovò sul piatto, l’ultimo ascoltato da Kurt Cobain, era «Automatic for the people» dei Rem[5].

Nella lettera d’addio Kurt scrive ai fan e alla famiglia. Ai primi dice «non posso più imbrogliarvi, non sento più l’effetto dell’urlo della folla, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo». Ora, se c’è una band più lontana dal mondo da cui provenivano i Nirvana (quello del rock indipendente, del suono sporco, di un certo nichilismo), ecco i Queen. Una delle questioni che evidentemente mandava in tilt Kurt Cobain era il solco tra il voler essere una rockstar di successo, volontà di cui si trova traccia nei suoi diari e nelle interviste, e l’esserlo diventato. Scrive nel diario: «Spero di morire prima di trasformarmi in Pete Townshend». Gli piacevano i Melvins e Daniel Johnston, ma anche i Beatles, i Fleetwod Mac e persino gli Knack.

Con Mtv e la grande stampa americana coltivava un rapporto di amore-odio viscerale. Dice nel 1989, alla vigilia di «Nevermind»: «Puntiamo costantemente verso la semplicità e una miglior scrittura[6]». Detto fatto, ecco «Come as you are» e compagnia. E poi la tossicodipendenza. Secondo Krist Novoselic[7], Cobain provò l’eroina nel 1986 e ne divenne dipendente dal 1991. Cobain diceva che gli alleviava i cronici dolori allo stomaco di cui soffriva; ma col tempo capì di essere finito nel fondo d’un pozzo. Scrive: «Che lo si voglia ammettere o no, l’uso della droga è una fuga. Una persona può aver passato mesi, anni a cercare aiuto, ma il tempo che passi a cercare l’aiuto giusto non è nulla a confronto del numero di anni necessario a uscire completamente dalla droga».

Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle

L’ultima performance dei Nirvana in uno studio televisivo va in scena su Raitre, a «Tunnel», il programma condotto da Serena Dandini registrato a Roma. A un certo punto, per una gag, arriva sul palco Corrado Guzzanti nei panni di Lorenzo… Cobain è da tutt’altra parte, Novoselic è l’unico che gli dà un po’ di corda. Suonano «Serve the servants» e «Dumb», dal loro terzo e ultimo disco, «In Utero». La prima canzone inizia così: «Teenage angst has paid off well, Now I’m old and bored». Dopo «Tunnel», i Nirvana suonano a Milano, in Slovenia e a Berlino; ma prima di tornare negli Stati Uniti, Kurt Cobain si concede qualche giorno a Roma con sua moglie. Cobain era rimasto colpito da Roma tutte le volte in cui ci era stato, il che è sorprendente almeno quanto la citazione di Freddie Mercury nella lettera d’addio[8]. Ma le cose girano velocemente verso il peggio.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo finisce in ospedale, all’Umberto I, per un avvelenamento da farmaci e alcol. Roipnol, morfina, ipnotici, champagne. Il Corriere della Sera presenta i Nirvana così: «È  agghiacciante, fra gli altri, il testo di “Rap me[9]” che si ispira alla famigerata “pulizia etnica” della ex Jugoslavia: “Stuprami amico mio, stuprami ancora, non sono l’ unica, odiami e fallo, fallo ancora ed ancora sprecami e gustami amico mio”[10]». Segue elenco delle “rockstar maledette”. E La Stampa: «Kurt Cobain probabilmente ce la farà, nonostante abbia tentato di onorare al meglio la sua missione: anche lui ha ventisette anni, la stessa età che avevano Janis, Jimi e Jim quando “irruppero all’altra parte”. Ma è difficile sostenere che, ingerendo qualche grammo di Roipnol in più, sarebbe passato direttamente dal secondo disco[11] al mito[12]». Un teorema: ti ammazzi, diventi mito, e pazienza se per Layne Staley e Mark Linkous[13] non è andata così.

Vent’anni dopo, si cerca ancora l’erede dei Nirvana[14]. L’erede di Kurt, invece, c’è, si chiama Frances Bean Cobain, ha 21 anni, è sempre più coinvolta nell’amministrazione dei diritti discografici del padre. E le piacciono Pj Harvey e i Jesus and Mary Chain e Jeff Buckley, ma anche gli Oasis.

 

 


[1] I due incisero assieme un brano, «The priest they called him»: Cobain lacera la chitarra, Burroughs legge una sua storia, ehm, natalizia, protagonisti un tossico e un sacerdote. Cobain gli chiese anche di recitare nel video di «Heart-Shaped Box».

[2] Colpa (se mai è una colpa) dell’avvento del hiphop, della polverizzazione dei generi, dell’avvento di internet, dell’esaurimento di una formula? Fate voi.

[3] E poi ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire che “i Nirvana sono sopravvalutati”.

[4] Alla ragazza rispose Andy Rooney (una specie di Giuliano Ferrara americano, a prima vista), conduttore per la CBS del programma “60 minuti”. Disse: «Asciuga quelle lacrime, cara. Mi si stringe il cuore a vederti così. Mi piacerebbe alleviare il tuo dolore, scambiando la mia età con la tua».

[5] Cobain amava i Rem, è cosa nota. In tutti i what if immaginati per un Cobain ancora in vita, a un certo punto compare la collaborazione con Michael Stipe. E davvero sarebbe stato probabile. In un frammento del suo diario, Cobain scrive: «I Nirvana non sanno se essere punk o Rem».

[6] Nella stessa intervista manda a quel paese il saccentissimo (e attualmente intoccabile) critico rock Simon Reynolds.

[7] Il bassista dei Nirvana, cresciuto con Cobain ad Aberdeen. Adesso sta prendendo una laurea in scienze sociali e fa politica attiva. Gli capita di suonare ancora con Dave Grohl, batterista dei Nirvana e leader dei Foo Fighters.

[8] Mi sembra che non esista una città più lontana dall’immaginario grunge di Roma.

[9] Sic.

[10] Mario Luzzatto Fegiz, Corriere della Sera, 5 marzo 1994.

[11] Sic again. D’accordo, non esisteva ancora Wikipedia, ma bastava andare in una Ricordi, o al massimo sfogliare uno di quei cataloghi Nannucci. O chiedere al caporedattore.

[12] Maria Corbi, La Stampa, 5 marzo 1994,

[13] Cara Maria Corbi, ascolta «Sad and Beautiful World», poi ne riparliamo.

[14] No, non erano i Puddle of Mudd, né gli Staind.

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La banda della berlina 2 volumi bianca https://minimaetmoralia.it/giornalismo/la-banda-della-berlina-2-volumi-bianca/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/la-banda-della-berlina-2-volumi-bianca/#comments Wed, 13 Mar 2013 14:31:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13507 Il 10 marzo il Corriere della Sera, primo quotidiano italiano nell'edizione cartacea e secondo nel digitale, pubblica l'articolo "L'ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con la Porsche" di Andrea Kerbaker, dove si racconta di una signora con la Porsche che minaccia di denunciare per "occupazione di suolo pubblico" il conducente di un'ambulanza, lasciata alcuni minuti in mezzo a un passaggio; per un codice rosso, perché, dovendo soccorrere una persona in pericolo, era mancato il tempo di parcheggiare a regola d'arte.

Il giorno dopo il Corriere pubblica un lungo intervento del direttore generale di Porsche Italia, che impartisce lezioni di giornalismo, s'avventura in spericolate analisi sulla situazione del paese (esplicitamente lamentando la tassa sul lusso), eccede nel sociologismo triviale e individua nell'articolo di Kerbaker un "ingiusto danno morale ed economico". Massimo Mantellini, impeccabile, commenta così: "La lettera pubblicata oggi dal Corriere è per conto mio un segno dei tempi: è la rappresentazione di una sopraggiunta grande debolezza giornalistica (o se volete di una usuale ed ampia ingerenza autorizzata dell’inserzionista vero o potenziale). In altri tempi la lunga enciclica Porsche sarebbe stata ridotta a 4 righe nelle lettere al direttore oggi viene riconosciuta come una vera e propria minacciosa rettifica, anche se nel pezzo di Kerbaker non c’è nulla che vada rettificato."

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Il 10 marzo il Corriere della Sera, primo quotidiano italiano nell’edizione cartacea e secondo nel digitale, pubblica l’articolo “L’ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con la Porsche” di Andrea Kerbaker, dove si racconta di una signora con la Porsche che minaccia di denunciare per “occupazione di suolo pubblico” il conducente di un’ambulanza, lasciata alcuni minuti in mezzo a un passaggio; per un codice rosso, perché, dovendo soccorrere una persona in pericolo, era mancato il tempo di parcheggiare a regola d’arte.

Il giorno dopo il Corriere pubblica un lungo intervento del direttore generale di Porsche Italia, che impartisce lezioni di giornalismo, s’avventura in spericolate analisi sulla situazione del paese (esplicitamente lamentando la tassa sul lusso), eccede nel sociologismo triviale e individua nell’articolo di Kerbaker un “ingiusto danno morale ed economico”. Massimo Mantellini, impeccabile, commenta così: “La lettera pubblicata oggi dal Corriere è per conto mio un segno dei tempi: è la rappresentazione di una sopraggiunta grande debolezza giornalistica (o se volete di una usuale ed ampia ingerenza autorizzata dell’inserzionista vero o potenziale). In altri tempi la lunga enciclica Porsche sarebbe stata ridotta a 4 righe nelle lettere al direttore oggi viene riconosciuta come una vera e propria minacciosa rettifica, anche se nel pezzo di Kerbaker non c’è nulla che vada rettificato.”

Il 12 marzo (o comunque dopo la lettera) il Corriere rititola il pezzo in “L’ambulanza che blocca il passaggio e le urla della signora con l’auto di lusso“, anche se nel testo il riferimento a Porsche compare ancora: “Una delle due macchine bloccate è una Porsche, guidata da una signora di mezza età, che non si sa capacitare di questo inconveniente. Come, proprio lei, con la sua bella macchina, bloccata come se fosse una volgare Cinquecento?” (inoltre l’url non modificato contiene “ambulanza-blocca-passaggio-signora-porsche-ordinaria-incivilta”). L’articolo, a metà tra cronaca ed editoriale, di Kerbaker è appunto giocato su tre vetture: l’ambulanza dei volontari che dedicano il loro tempo agli altri, l’utilitaria della gente comune e l’auto di lusso della signora ricca che minaccia di denunciare la Croce Rossa. La struttura retorica potrà forse essere giudicata non troppo raffinata, ma si legga la retoricamente rozzissima lettera dell’azienda con le sue tre sdegnate denunce della “sistematica istigazione all’odio sociale” per capire che qui non si tratta di bello stile ma di libertà di stampa (nientedimeno che). 

Se una signora con la Porsche urla contro un’ambulanza perché il quotidiano più prestigioso, e pure quello meno illustre, d’Italia non possono nominare nel titolo e nel testo (una volta sola, peraltro) il marchio? E ovviamente se al posto della Porsche la signora avesse guidato un BMW, una Maserati o una Ferrari questi sarebbero comparsi, a Via Solferino non hanno di certo una particolare antipatia verso la casa tedesca… È opportuno che il nome sia indicato se il pezzo vuole, come legittimamente vuole, contrapporre un ricco in Porsche che non comprende l’importanza del lavoro volontario altrui e la gente normale che va in Cinquecento e magari s’impegna nel sociale, guidando un’ambulanza. Non mi pare vi siano gli estremi per dire che Kerbaker inciti alla lotta di classe dalle colonne del Corriere o chieda la requisizione e redistribuzione di tutte le auto di lusso. E non penso proprio che questo caso di “profilazione aziendale” possa essere paragonato alla “profilazione razziale” dei titoli rumeno spara a calabrese.

Il lettore è in grado di comprendere che non si denuncia il marchio, sebbene la Porsche “connoti” efficacemente la signora ricca e molto distante dalle vite altrui; esattamente come connota il bravo calciatore, la famosa cantante e il simpatico presentatore, in cento altri servizi con “Porsche” nel titolo. Non è inoltre dimostrato quanto scrive Innocenti, cioè che vi sia una “condanna sociale verso il possessore di una Porsche, il preconcetto che sia un evasore”. La lettera, anzi, insiste così a lungo nell’excusatio non petita da generare un inevitabile effetto controproducente: ribadire di continuo che i possessori di quelle auto sono “persone rispettabilissime” è un po’ come mettere cartelli di divieto per il rilascio di liquami dalle finestre. Se è necessario specificarlo, non ci sarà forse un problema di rispettabilità e liquami? Reale, non creato dal cartello o dai media.

«La professionalità dei giornalisti ben potrebbe evitare il riferimento diretto al marchio, riferendo invece il possesso di “un’auto di lusso”, “un’auto sportiva”, “una supercar”». Sorvoliamo sul povero lettore che con l’ultima espressione penserà a una signora venuta misteriosamente in possesso della macchina guidata da David Haselhoff in una serie di tamarro culto anni ’80 e pensiamo a quanto poco sono stati proattivi nella tutela del proprio brand i dirigenti Fiat vent’anni fa, quando hanno lasciato impunemente imporsi la definizione di “banda della Uno bianca” invece della più aziendalmente corretta “banda della berlina 2 volumi bianca”. Fiat si è però ripresa in tempi più recenti, come il caso Formigli ben documenta (e nell’occasione si levarono alti lai sulla libertà di stampa calpestata). 

Dispiace leggere che i lavoratori Porsche e dell’indotto “vedono ingiustamente erodersi le loro possibilità di continuare a svolgere il loro lavoro ad ogni articolo di ‘Porsche’ associata con malaffare, arroganza o evasione”, ma – per ribadire il punto in discussione – perché nel caso presente il Corriere non dovrebbe nominare il marchio? E come può permettersi Innocenti di scrivere: “Se la signora in questione avesse avuto un’altra vettura, sarebbe stata egualmente stigmatizzata? Sarebbe uscito l’articolo?”. Ovviamente sarebbe uscito l’articolo anche con un BMW e una Ferrari: un ricco con auto di lusso che inveisce contro un’ambulanza impegnata in un soccorso è una notizia (di ordinaria inciviltà).

Capisco che l’azienda possa sentirsi danneggiata da questa “pubblicità negativa” (concediamo ora che lo sia) e capisco anche la lettera di precisazione; ma che questa assuma la forma di un editoriale moraleggiante (e moraleggiando molto peggio di Kerbaker) è ben difficile da accettare, inoltre la prossima volta che Porsche vuole pubblicare un lungo advertorial dovrebbe avere la premura di contattare l’ufficio marketing, non il direttore del giornale. E soprattutto è incomprensibile che il Corriere (colpevole, in altri casi, anche recenti, di titoli pessimi ed eccessi di spettacolarizzazione) si senta costretto a rititolare, o meglio lo si comprende sin troppo bene, con la grande debolezza segnalata da Mantellini, l’attuale difficile situazione del gruppo RCS e la pubblicità – questa pagata, almeno – di Oliviero Toscani che riporto qui sotto, dall’edizione del 19 Novembre 2012, pagina 18.

Testo (da Linkiesta)

«IL TUO SOGNO E’ POSSIBILE, NON UCCIDERLO, E’ LA COSA PIU’ IMPORTANTE PER TE. NON FARTI FRENARE DALLE TASSE SUL LUSSO. SE TI FERMANO PER UN CONTROLLO LASCIALI FARE. SE SEI IN REGOLA, ANDRANNO A CONTROLLARE QUELLI CHE NON LO SONO. SE LA TUA FANTASIA SONO IO, NON REPRIMERLA. LA VITA DEVE ESSERE VISSUTA CON PASSIONE, ALTRIMENTI COSA CI RIMANE? IL 50% DI QUELLO CHE SPENDI PER ME VA ALLO STATO CHE DOVREBBE STIMOLARE A POSSEDERMI ED ESSERTI RICONOSCENTE PERCHE’, COMPRANDOMI, CONTRIBUISCI CON CORAGGIO ALLO SVILUPPO DI CUI TUTTI PARLANO. SONO UN’EMOZIONE RAZIONALE, SONO ESSENZIALE, TECNOLOGICA E MODERNA; CON ME HAI VISSUTO I SAFARI AFRICANI, LE 24 ORE DI LE MANS E LE TUE SERATE A TEATRO. IL MIO DESIGN E’ SENZA TEMPO E GIA’ FUTURO, SONO AMATA PERCHE’ VIVO LA REALTA’ SENZA L’ECCENTRICITA’ DELLA MODA. NON SONO VELOCE…SE SI RISPETTANO I LIMITI. A QUESTA ITALIA FERMA SERVONO I CAVALLI CHE IO HO E CHE DEVI AVERE ANCHE TU. I SOGNI NON SONO UN LUSSO. IL TUO SOGNO E’ POSSIBILE!»

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Se il vendolismo si limita agli applausi degli artisti https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/se-il-vendolismo-si-limita-agli-applausi-degli-artisti/#comments Tue, 27 Mar 2012 08:50:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7183 Dopo l'intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un'ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

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Dopo l’intervista di Nicola Lagioia per «Repubblica-Bari», un altro pugliese doc tenta una riflessione, dalle pagine del «Corriere della Sera» nazionale, sugli accadimenti che hanno decretato negli ultimi giorni la fine della primavera pugliese, e la conseguente delusione per una serie di aspettative disattese.   

La primavera pugliese sta vivendo un processo involutivo che rischia di comprometterne frutti e radici. Non si tratta degli scandali degli ultimi mesi, ma dello scollamento tra la politica di Nichi Vendola, divenuta più astratta in un’ottica nazionale, e la società civile, il territorio, il ceto intellettuale che tanta fiducia ha riposto in lui e ora può sentirsi spiazzato, come ha colto Luca Mastrantonio sul Corriere della Sera di ieri.

Qual era il maggior pregio della primavera pugliese? Aver sperimentato una rottura in una regione che era uno dei principali laboratori del berlusconismo meridionale. Come? Con un mix di buona amministrazione, effervescenza culturale, partecipazione allargata, efficace lavoro di alcuni tecnici. Una sorta di radical-riformismo amministrativo che ha dato il suo meglio, ad esempio, nell’affrontare i problemi di salute, povertà e immigrazione. Questo è stato oscurato dal «ciclone Tarantini», e dagli scandali recenti. Ma va difeso, non bruciato in una fuga in avanti nella politica nazionale.
Durante le primarie, nel 2010, il documento di sostegno a Vendola firmato a sinistra da tanti intellettuali e rappresentanti della società civile pugliese, da Franco Cassano a Mario Desiati, e nazionale, raggiunse in pochi giorni 10 mila firme. Ma ora Vendola intende lasciare la Puglia prima della scadenza del secondo mandato per correre alle politiche. Più che una svolta lideristica, già criticata da Cassano, c’è un errore «veltroniano», non nuovo a sinistra. Buttarsi nell’agone nazionale forte di un’esperienza locale che, però, rischia di venire lasciata a metà e senza eredità. Sarebbe un doppio fallimento: nazionale e locale.

Che fare? Se la legge elettorale pugliese fosse come quella lombarda, chiederei a Vendola di candidarsi per un terzo mandato e mettere da parte i giochi nazionali. Ma la legge pugliese non lo permette. E allora deve concludere il suo mandato. A maggior ragione, ora che lo scandalo «cozze pelose» ha azzoppato la candidatura di Emiliano alla Regione e aperto oggettivamente un enorme caos che il Pd non può ricomporre.

La domanda per Vendola, allora, oggi è questa: non abbiamo bisogno di rinnovare quell’intreccio locale tra buona amministrazione, intellettuali e tecnici, per riqualificare la politica? Non è meglio continuare su questa strada anziché criticare solo sul piano verbale il governo dei tecnici?
Pur non facendo parte della squadra di Vendola, e non avendo incarichi, ho potuto osservare da vicino la macchina regionale, soprattutto negli assessorati Welfare, Salute, Mediterraneo, e nell’impegno verso i non-garantiti. Da compagno di strada, ma con uno sguardo da fuori. C’è tanto lavoro anonimo che oggettivamente ha prodotto una rottura e oggi va «protetto». Uso convintamente questa parola. Se il vendolismo si slega da tutto ciò, rischia di rimanere solo narrazione che fluttua nell’aria. E può piacere ad artisti, registi e intellettuali mediaticamente più in vista, da Serena Dandini ad Antonio Scurati, che ne hanno sostenuto le ragioni, ma di certo non basta alla Puglia. E al centrosinistra.

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I ragazzi del fiume che non porta al mare https://minimaetmoralia.it/libri/i-ragazzi-del-fiume-che-non-porta-al-mare/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-ragazzi-del-fiume-che-non-porta-al-mare/#respond Tue, 06 Sep 2011 10:18:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5107 Pubblichiamo una bella recensione di Cesare Segre, uscita sul Corriere della Sera, del nuovo romanzo di Alessio Torino, Tetano.

di Cesare Segre

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse:

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Pubblichiamo una bella recensione di Cesare Segre, uscita sul Corriere della Sera, del nuovo romanzo di Alessio Torino, Tetano.

di Cesare Segre

In un paese dell’Appennino, sulla linea della corriera Roma-Rimini, alcuni ragazzi costituiscono un gruppo molto unito, cui via via si avvicinano i più strani tipi che si possono incontrare al bar o in angoli selvaggi lontani dall’abitato. il gruppo s’inventa iniziative e imprese fine a se stesse: soprattutto la costruzione di una zattera, denominata Grande Troia, che regolarmente affonda non appena costruita, costringendoli ogni volta a un nuovo impegno per la ricerca di materiali più adatti, che vengono rubacchiati qua e là.

Nessuno pensa, o confessa, che comunque la zattera non può navigare verso i lontani orizzonti vagheggiati, perché il torrente su cui dovrebbe galleggiare s’immette in una diga. Conati di fuga e baratri di frustrazione. L’avventura va dunque cercata non in un irraggiungibile altrove, ma nel paese e nei boschi, che, come i ragazzi scoprono o credono di scoprire, sono battuti da individui temibili, che li inseguono e li minacciano per sabotare le loro iniziative.

Questo l’ambiente descritto da Alessio Torino nel romanzo Tetano. Torino, autore di Undici decimi (Italic-Pequod 2010), che vinse il Bagutta opera prima, è latinista a Urbino, e studioso di Plauto, da cui forse ha imparato il rigore linguistico. Ma qui dà anche prova di rigore costruttivo: il romanzo altema callidamente i tempi, così che i personaggi sono di solito raccontati come ragazzini, ma talora appaiono ormai diventati adulti, e con figli, e la storia si polarizza fra il personaggio soprannominato Tetano e il narratore.

La vicenda che fa da connettivo è la morte del padre di Tetano, straziato dal cancello elettrico della vetreria in cui lavora, centro e punto di riferimento del paese. Il trauma per il tragico episodio, oltre a procurare a Tetano una poco solenne dissenteria, gl’impedisce di accettare la morte del padre, e tutto il paese asseconda con pietose invenzioni il suo autoinganno.

Il narratore vorrebbe portare l’amico alla verità, ma al momento buono non osa. Tetano pare ormai incistato nel suo mondo fantastico, impegolato nelle storie e nelle superstizioni del paese, mentre il narratore pensa di avere ormai compiuto lo strappo, e abbandona alle ruspe di un’impresa stradale la casa dei nonni, ricettacolo di ricordi e di affetti. Poi le posizioni tornano a cambiare. Tetano eredita il posto del padre alla vetreria, e il narratore ha l’impressione d’essere rimasto lui l’unico Tetano. Ma i cimeli, i ricordi, come salvarli e perché? «E così poco quello che possiamo portare in salvo. E così danneggiato». Eppure questo poco tanto danneggiato costituisce un legame inscindibile e straziante con il paese dell’infanzia.

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Luca, sfatiamo un equivoco? Se uno scrittore cerca delle amicizie con altri scrittori, il doppio fine spesso è quello di sentirsi meno solo, non quello di creare una piccola cricca di potere. https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luca-cominciamo-da-noi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/luca-cominciamo-da-noi/#comments Mon, 11 Jul 2011 19:18:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4709 di Christian Raimo Qualche giorno fa, all’indomani della premiazione dello Strega, esce l’articolo riportato qui sotto, scritto sul Corriere della Sera da Luca Mastrantonio nella pagina della cultura. Io lo leggo, anche perché mi cita, e non lo capisco. Leggetelo anche voi; e poi, se volete, alla fine della lettura, provate a rispondere a delle […]

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di Christian Raimo

Qualche giorno fa, all’indomani della premiazione dello Strega, esce l’articolo riportato qui sotto, scritto sul Corriere della Sera da Luca Mastrantonio nella pagina della cultura. Io lo leggo, anche perché mi cita, e non lo capisco. Leggetelo anche voi; e poi, se volete, alla fine della lettura, provate a rispondere a delle domande che mi sono fatto. Tipo: qual è la tesi dell’articolo? Perché parla sulla pagina di un quotidiano nazionale di un argomento che forse non interessa nemmeno chi viene chiamato in causa? A Luca Mastrantonio i libri di Nesi e di Desiati sono piaciuti o no? Secondo Mastrantonio il Premio Strega si è svolto in maniera trasparente o ci sono state delle pressioni tali che ne hanno condizionato l’esito? Esiste veramente una contrapposizione tra cinquantenni e quarantenni nella letteratura italiana? E se sì, perché? Se un lettore anche interessato alla società letteraria italiana, legge questo pezzo, capisce qualcosa di cos’è questo TQ? E cosa vuol dire per esempio che “il pallino di TQ sembra finito in mano a Vincenzo Ostuni e Christian Raimo”: TQ è una tavola da biliardo? è una piccola massoneria low-budget? Perché, come insinua, Mastrantonio, vincere lo Strega era un obiettivo di questo famigerato gruppo TQ, quando in ogni uscita pubblica o meno sono stati esposti molti e vari obiettivi soprattutto di tipo politico e non certo questo?

Viene citata una mail che ho inviato a un po’ di persone che fanno gli scrittori o lavorano nell’editoria. Siccome questa lettera privata che ho mandato a molti per cercare di dibattere sullo Strega era indirizzata anche a Luca Mastrantonio, perché nemmeno lui, pur denigrando il comportamento di chi non si è degnato nemmeno di reagire, non ha risposto né a me in privato (come molti hanno fatto) né in mailing list né qui sul giornale? O, ancora, se a Mastrantonio sembra che Desiati abbia un comportamento ondivago o incomprensibile, perché non chiederne direttamente a lui le ragioni?…. Insomma, Luca, possiamo cominciare da noi a praticare un giornalismo che indichi delle questioni per nome, che si schieri, che parli dei libri più che degli autori, che se denuncia dei comportamenti ambigui lo faccia senza ambiguità, che non sia pieno di allusioni che un lettore giustamente non coglie
Oppure mi sbaglio io, e l’articolo invece era chiarissimo?

 

Una sconfitta doppia per la generazione TQ

di Luca Mastrantonio

Paradossi letterari italiani. Allo Strega è arrivato come favorito un quarantenne che, per ironia del destino, non appartiene alla Generazione TQ, un gruppo di intellettuali, scrittori e affini che hanno trenta e quaranta anni. Edoardo Nesi, infatti, è del 1964, quindi poteva rientrare a pieno titolo tra i senior di TQ. Ma niente. Mario Desiati, invece, classe 1977, è co-fondatore di TQ, ma ha vissuto in maniera molto solitaria e poco collettiva la sua corsa al premio. Desiati è tra i più in vista della nuova classe dirigente intellettuale, in quanto direttore della Fandango Libri (che ha tra i soci fondatori Nesi), dove ha pubblicato il programma del conterraneo Nichi Vendola, cui è molto legato. I suoi romanzi, invece, sono pubblicati da Mondadori, come l’ ultimo, Ternitti, con il quale vincere lo Strega è apparsa subito una missione impossibile o quasi, già alla serata in casa Bellonci, quando si è scelta la cinquina e i voti dell’ Einaudi non si sono allineati al candidato di Segrate. Non vivere le ultime settimane da favorito, l’ ennesimo mondadoriano, ha comunque reso Desiati più simpatico. Perciò, anche nel caso di sconfitta, Desiati uscirebbe dal Ninfeo di Villa Giulia come beautiful loser. Per la Generazione TQ, invece, questo Strega è un brutto pasticciaccio. Desiati, da subito, si è sganciato dal gruppo che aveva fatto nascere con l’ intento, dichiarato e sottoscritto, di trovare un’ identità collettiva. Già dal primo incontro romano nella sede di Laterza, presenziato freddamente, lo scrittore e poeta pugliese ha dato l’ impressione di volersi disimpegnare. Ci ha messo la firma, non la faccia. Né ha lasciato il segno, o una vera traccia, nei tanti (forse troppi) dibattiti reali e virtuali che in questi mesi si sono susseguiti anche su Internet (creando il gruppo «editoria», il gruppo «politica»). Nati dal primo seminario di fine aprile e fioriti in vista del prossimo incontro a fine luglio, dove il pallino, ormai, sembra finito in mano a Christian Raimo e Vincenzo Ostuni, molto attivi anche nella gestione del Teatro Valle occupato. Desiati si è defilato forse per evitare di trovarsi sovraesposto, in quanto candidato allo Strega. Forse ha agito per immediato disincanto, o per pudore, vero o falso che sia. Forse per eccesso di cautela, verso il gruppo o se stesso. Resta il fatto che per molti, ormai, il Desiati del manifesto TQ e quello dello Strega sono un caso di omonimia. Le bordate principali contro il gruppo erano arrivate dagli irregolari di destra e dai radicali di sinistra, a formare un composito popolo no-TQ che su Facebook ha proposto persino una baby «legge Bacchelli», un sussidio. Le critiche riguardavano per lo più l’ aspetto potenzialmente lobbistico dell’ esperimento collettivo: dei cinque promotori di TQ, ad esempio, due sono votanti (Giuseppe Antonelli e Nicola Lagioia) e uno era da tempo papabile per lo Strega. Ragionevole, allora, scegliere un profilo basso. Ma sparire non è troppo? Ci sono ragioni più profonde, che riguardano la spaccatura del gruppo TQ tra mercatisti e anti-mercatisti. Le contraddizioni si sono chiarite anche alla vigilia della premiazione finale, con una mail di Christian Raimo, critica verso il premio, rivolta ai TQ e no. Raimo non criticava il merito, ma il metodo. Il sistema fatto di telefonate e compromessi, scambi di favori, pressioni e altre «cattive» abitudini. La discussione, nonostante un ampio indirizzario, tra cui Desiati, è per lo più caduta nel vuoto, in alcuni casi è stata addirittura respinta al mittente. Molti hanno chiesto di farsi cancellare dalla mailing list, manco fosse spam. Così la vittoria di Nesi, estraneo al gruppo, e la sconfitta di Desiati, cofondatore fantasma, riaffermano il valore dell’ individualismo, segnando una vittoria del popolo no-TQ.


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La zona neutra https://minimaetmoralia.it/societa/la-zona-neutra/ https://minimaetmoralia.it/societa/la-zona-neutra/#comments Thu, 18 Nov 2010 14:37:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3269 di Giorgio Fontana

Si è parlato molto del caso di Paola Caruso, la collaboratrice del Corriere che – dopo sette anni di collaborazioni – non è stata assunta come sperava e dunque ha iniziato uno sciopero della fame.

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di Giorgio Fontana

Si è parlato molto del caso di Paola Caruso, la collaboratrice del Corriere che – dopo sette anni di collaborazioni – non è stata assunta come sperava e dunque ha iniziato uno sciopero della fame.

In alcuni commenti su Facebook ho già espresso il mio parere al riguardo: la situazione delirante dell’Italia odierna mi porta a comprendere ed empatizzare questo gesto estremo, ma non a condividerlo. Lo sciopero della fame è una modalità di intervento fortissima e che deve essere motivata da precisi valori civili, al di là di una qualunque battaglia personale. So che lo sciopero della Caruso sta acquisendo questo valore, certo – ma le ragioni individuali che l’hanno portata a farlo rischiano di farlo cadere nel mero ricatto morale. E le conseguenze di un ricatto morale sono tremende: domani non mangio più io perché non mi assumono qui, domani non mangerà più lui perché lo pagano 6 euro invece di 12, eccetera. Dove fissare i paletti? Quando e come diventa giusto rischiare la vita per ottenere qualcosa? Lo sciopero della fame della Caruso è equiparabile alle proteste degli operai immigrati senza diritti saliti su una gru a Brescia? (Io credo proprio di no). E ancora: perché a me non è mai saltato in mente di fare lo sciopero della fame, nonostante lavori da cinque anni come precario e abbia cambiato diversi mestieri?

Domande. Ora però vorrei proporre una riflessione a latere, una sorta di punto di partenza e insieme sfondo comune per tutte le questioni sollevate.

E cioè: negli ultimi anni stiamo assistendo a un restringersi sempre più rapido di quella zona neutra fatta del semplice esercizio dei propri diritti: la zona esistenziale e civile, per essere più precisi, nella quale esercitare un proprio diritto non è determinato dall’uso di un potere. Esempi: essere pagati puntualmente per una collaborazione; attraversare le strisce pedonali senza rischiare la pelle perché nessuno si ferma; pretendere uno scontrino. Eccetera.

La zona neutra (la cui ampiezza a mio avviso definisce lo stato di salute civile di un paese) è limitata in basso e in alto da due zone estreme: una nera, in cui c’è l’assenza totale del diritto, e una bianca dove invece vige l’abuso del potere.

Ora. La cosa più atroce – e che ho provato sulla mia pelle diverse volte, specie negli ultimi tempi – è l’idea che se tu provi a rientrare nella zona neutra, sei uno stronzo. Sì. Sei tu, il debole, quello cacciato nella zona nera, a non poter alzare la voce – a comportarti male, a non essere un collaboratore fidato, un lavoratore silente e dedito, eccetera. Non importa quanta passione e dedizione ci metti. E non importa nemmeno che il tuo referente sia un giovane o un vecchio. Come si supera la barricata e si entra nella zona bianca, la stragrande maggioranza di chi avrà a che fare con te si comporterà come un padrone anche quando non lo è: perché ti considera, automaticamente, inferiore. E perché ritiene che il suo abuso di potere incontrerà il plauso di chiunque.

Una legge non scritta ma che ho sentito ripetere spesso da molti professionisti, nel giornalismo degli ultimi tempi, è la seguente: finché sei collaboratore preparati a subire le peggio angherìe. Ma se per qualche motivo diventi interno, puoi anche permetterti di non fare un cazzo. Io non so se sia una prassi vera o meno. Dal punto di vista della ricerca universitaria, ad esempio, mi sembra molto verosimile: date solo una scorsa al numero di pubblicazioni o all’effettiva presenza in ateneo dei professori ordinari una volta diventati tali, e vi accorgerete che appena ci si siede su una poltrona sicura, ogni dovere diventa un’opzione.

Che piaccia o no, il mondo dell’informazione funziona così. Tutte le riviste che leggete funzionano così. I portali online che leggete? Così. Ci sono eccezioni, sicuro. Così come ci saranno già difensori del buon lavoro che alzeranno il dito verso questa mia generalizzazione. Ma, di fondo, nove volte su dieci, quando leggete un pezzo questo è stato scritto da un povero cristo sottopagato, che lavora probabilmente in remoto, e i cui diritti anche più basilari (sapere quando e quanto si riceverà un compenso) sono calpestati.

Ma attenzione: credete davvero che fra questa prassi e i SUV che vanno a cento all’ora sulle strisce pedonali e i commercianti che non fanno scontrini e il presidente del Consiglio non ci sia alcuna relazione? Pensate sia solo un problema legato al mondo editoriale o a quello più ampio ancora del lavoro?

No, non è così. Il problema è generalizzato e ci siamo dentro tutti. E quello che mi lascia più sconfortato, quello che mi distrugge di più, è l’idea che la zona neutra della difesa e dell’esercizio dei propri diritti venga da un lato erosa da un abuso sempre più sfacciato del potere, e dall’altro porti a considerare come sacrosante soluzioni che rasentano un preteso martirio. Nessun’altra chance. Tutti soli. O cani o padroni.

Ma per avere ciò che mi spetta devo essere un martire? Io non voglio essere un martire. Non ne ho alcuna intenzione. La condotta etica sta diventando eroismo? Io non voglio vivere in un mondo dove fare del bene – fare il bene comune, comportarsi secondo le regole – significa essere degli eroi.

Oggi ho imbucato un’application per un PhD in un’università del Canada. Non so cosa augurare a Paola Caruso: so cosa augurare a me.

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Vent'anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/#respond Fri, 20 Nov 2009 10:15:33 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1185 Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di […]

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Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di minima&moralia volevamo ricordare con voi un protagonista della letteratura italiana, e anche, come ci racconta Alessandro Leogrande nell’articolo che segue, della nostra vita civile.

La morte di Leonardo Sciascia ci coglie del tutto impreparati sia perché vorremmo che le persone a cui siamo affezionati fossero in un certo modo immortali, sia perché la sua letteratura pareva promettere ancora lunghi e nuovi sviluppi, ma pur nella fretta imposta dalla notizia luttuosa vorremmo fare una riflessione su questo scrittore così importante e così singolare.
Quello che vorremmo dire è che in Sciascia erano presenti due tendenze frequenti agli scrittori italiani: l’ispirazione regionale, provinciale e municipale locale legata al luogo d’origine; e la necessità molto sentita di collegare questa ispirazione con la cultura nazionale e, nel caso di Sciascia, anche europea.
Sulla Sicilia e sulla «sicilianità» di Leonardo Sciascia ho scritto più volte. Ma oggi mi limiterò a dire che Sciascia era altrettanto siciliano che Gadda milanese, Bilenchi toscano, Svevo triestino. Quella che chiamo «sicilianità» era la singolare attitudine molto diffusa in Sicilia di fronte a tutto ciò che è inspiegabile, insolubile, incomprensibile e, insomma, in una parola, misterioso. Molte cose per i siciliani sono misteriose; per Sciascia lo erano tutte. Ma, curiosamente, il mistero non appariva a Sciascia nel primo momento del suo rapporto con la realtà. Tutto all’inizio era invece chiaro razionale e sicuro. Poi, però, via via che lo scrittore procedeva nella sua implacabile analisi, il rapporto col reale diventava sempre più oscuro, dubbioso, enigmatico e finalmente, al posto della certezza originaria, subentrava appunto l’oscurità del mistero. A dirlo in breve, Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Sciascia era dunque un illuminista per così dire paradossale anche se il suo illuminismo consisteva nel bilanciare la «sicilianità» con l’influenza e l’assistenza di scrittori come Voltaire e Manzoni, forse più il secondo che aveva un vivo senso del mistero che il primo. Così quando Sciascia fermava la sua attenzione sulla realtà della Sicilia, si potrebbe dire che all’inizio era un volterriano e un manzoniano per poi diventare alla fine, nella conclusione, nessun altro che se stesso, tutto solo con la sua ambiguità imprevedibile e ir-resistibile.
Si potrebbe vedere in questo capovolgimento del metodo illuminista un segno del pessimismo siciliano, quel pessimismo fatto di strenua volontà di razionalità e chiarificazione, seguito però immancabilmente da una regolare e inevitabile caduta nella confusione e nell’incertezza. Si potrebbe anche dedurne un pirandellismo di Sciascia. Ma noi preferiamo dire che Sciascia era un certo tipo di scrittore di piglio classico, cioè non decadente, né prezioso, né formale, ma, sia pure attraverso una scrittura essenzialmente letteraria, era legato quasi suo malgrado al reale.
(Alberto Moravia – Corriere della Sera, 21 novembre 1989)

Mi sovvengono i silenzi con i quali Leonardo Sciascia strutturava il suo discorrere. Erano meccanismi che gli consentivano di porgere il suo pensiero attraverso l’essenzialità delle frasi costruite con una sapiente capacità di sintesi.
Ma erano quei silenzi, anche un atto di estremo rispetto per l’interlocutore. Li metteva lì per consentirgli di meditare e assimilare quelle sue frasi con coerenza attenta.
Arte del tacere come stimolo, per migliorare quella del meditare del cui uso si aveva grande necessità nel discorrere con Sciascia: la complessità del suo pensiero si manifestava attraverso un’articolazione di significati che andava sempre oltre il semplice senso letterale e immediato.
Non diversamente accade nei suoi scritti, dove la storia – la trama – costituisce la robusta impalcatura che sorregge la fabbrica del pensiero espresso con una secchezza di linguaggio all’interno del quale ogni segno diviene essenziale e inamovibile dalla sua collocazione intensamente soppesata. Leggendo le storie di Leonardo Sciascia si è spinti al ripensamento e quindi in una complessa azione di analisi che dalle parole si estende alla frase allo scopo di trarre dalle specifiche collocazioni simboliche, precise connotazioni concettuali.
Tutto ciò senza mai nulla sottrarre al fascino del racconto che si dipana sempre intrigante anche grazie agli elementi di mistero che sapientemente, e tipicamente, lo ritmano.
Quel mistero che rappresentava, per Sciascia, il momento interpretativo più singolare del mestiere di vivere, riletto attraverso l’uso attento della ragione. Ciò spiega il suo amore per l’illuminismo e per il secolo che lo manifesta. Ma l’intelligenza era sempre siciliana, troppo esperta di vita e di uomini per non rendersi conto delle limitazioni intrinseche allo strumento del ragionamento, e dunque della necessità di inchinarsi al cospetto del mistero che diviene così elemento di naturale completamento delle manchevolezze della ragione.
Ricordo come i suoi silenzi fossero sovente accarezzati dal fumo delle sigarette che con costanza – anch’essa siciliana – consumava metodicamente, con grazia, senza l’atteggiamento ansioso e sgarbato che di solito l’incallito fumatore assume nei confronti del proprio vizio.
Questo suo modo di affrontare con metodica e graziosa costanza i pericoli che il fumo promette testimoniavano il rispetto che egli nutriva istintivamente verso le insidie che necessariamente la vita reca in seno. Ancora un senso di mesto rispetto si avvertiva per il mistero che circonda gli eventi fondamentali che la caratterizzano: la nascita, la morte. In particolare proprio il senso della morte, ineluttabile segno del destino, lo affascinava maggiormente. Realtà inconfutabile a cui abbandonarsi, appunto con grazia, senza intraprendere alcuna illogica, impossibile battaglia. E ciò pare trasparire da quasi tutte le più importanti opere di Leonardo Sciascia.
Mi sovvengono gli incontri, per me infrequenti ma densi di significati e di insegnamenti, quindi caratterizzati da attese lunghe, che finivano per assumere il senso e la funzione del silenzio nel dialogo. Erano momenti di pausa capaci di costruire, proprio nell’ansia e nell’attesa del nuovo incontro, armonie non dissimili da quelle che per esempio Schonberg e il nostro Luigi Nono propongono nelle loro reinterpretazioni della moderna composizione musicale.
Il lento trascorrere dei giorni precedenti l’incontro, finiva con l’imporsi come una spinta alla meditazione sui temi delle precedenti conversazioni, e attraverso essa si ergeva la struttura per le interrogazioni che avrebbero segnato il successivo incontro. Le attese venivano spesso interrotte e punteggiate da telefonate o da lettere anch’esse molto brevi, ed essenziali, perché sempre in Sciascia il rigore logico nell’espressione del proprio pensiero sembrava segnalare e asserire il massimo rispetto per la parola.
Parola capace di assumere, in quanto tale, importanza ancora maggiore del fatto che rappresentava. In questo senso ritengo che Leonardo Sciascia sia stato il migliore interprete dell’affermazione di Joseph Roth, «Le parole sono più potenti delle azioni… quanto sono deboli i fatti. Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata solo da un uomo».

Ricordo di averlo conosciuto in occasione della pubblicazione del mio primo libro, con il quale affrontavo divagazioni di carattere storico. Lesse infatti il manoscritto di Un avventuriero nella Napoli del Settecento che avevo proposto a Elvira Sellerio e mi volle regalare una splendida introduzione che sottolineava gli aspetti casanoviani della vicenda. Così ebbe modo di spiegarmi più da vicino il fascino del Settecento dolcemente abbandonato alle interpretazioni che di esso davano avventurieri grandi o meno grandi, sempre pero’ intellettualmente stimolanti, come Casanova o Ange Goudar.
Mi segnalò , in quella occasione, affinché la meditassi, una fondamentale affermazione di Hermann Hesse tratta da Letture da un minuto: «I libri non esistono per rendere sempre meno autonomo chi non ha carattere, e ancor meno esistono per elargire un raffinato e illusorio surrogato della vita a chi è incapace di vivere. Al contrario i libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza».
Quest’affermazione – mi diceva – dovrebbe costituire una costante linea di guida per chi affronta il faticoso mestiere dello scrittore.
Il ricordo di allora si rinvigorisce e la tristezza di oggi si stempera nella rilettura delle sue opere. I suoi grandi libri erano sempre di piccolo formato e il fatto enfatizza, attraverso il meccanismo degli opposti, l’importanza dei contenuti così come emerge da un’analisi necessariamente approfondita e mai superficiale che il lettore deve compiere sui singoli argomenti, sulle singole frasi, sulle singole parole.
Così si comprende come ciascuno di questi elementi fosse oggetto di profondi, fecondi ripensamenti. Sono, quelli di Sciascia, testi da scoprire pian piano, perché sanno sollecitare la curiosità culturale che l’intrigo del racconto rende ancor più stimolante.
Lo specifico argomento dei libri, lo stile che li informa, la sintesi del pensiero, le argomentazioni che impetuose dal racconto emergono, sono tutti elementi che armonicamente si fondono in un grande senso di civiltà, quello stesso che Sciascia viveva come fatto saliente ed essenziale della vita. D’altra parte, proprio in quanto cronista attento, era costretto a registrare il quotidiano dissolvimento del comune senso civile, e il suo rammarico si tramutava nell’angoscia che, alle volte, dai suoi scritti emerge come una sentenza.
Allora la necessità di rigenerarsi lo spirito lo spingeva a rincorrere gli accadimenti del passato fuggendo il presente, per tornarci poi immediatamente dopo aver colto dalla storia occasione per restituire all’attualità messaggi di straordinaria civiltà .
Parimenti la cronaca attuale veniva affrontata da Sciascia come oggetto da condurre immediatamente nella dimensione della grande storia, quella su cui rimeditare con occhi capaci di anticipare i tempi, che è la caratteristica dei supremi interpreti dell’evento artistico.
È proprio per questo suo amore per la storia che con Elvira Sellerio inventò la preziosa collana La memoria, che aprirà con un suo libro, Dalle parti degli infedeli.
Fra i fatti del vivere civile lo intrigavano particolarmente i processi e la figura enigmatica del giudice.
Nel suo 1912 + 1 aveva scritto: «Se si togliessero le illazioni dei testi e il sentito dire, i processi che si fanno oggi in Italia crollerebbero come castelli di carta». Lo tormentava il processo, dunque, evento fra i più importanti e, per certi versi, terribili cui l’umanità deve partecipare, sia quando essa si rappresenti attraverso i giudicati sia quando venga a manifestarsi per mezzo dei giudicanti.
L’interesse di Sciascia era sempre legato a un concetto di libertà indispensabile al vivere civile. Ricordo la spiegazione che dette a Giorgio Calcagno sull’interesse che nutriva per il mondo giudiziario: «Guicciardini diceva che se in uno stato tirannico od oligarchico si potesse esser sicuri della giustizia, non ci sarebbe ragione di desiderare molto la libertà; anche se poi aggiunge che l’osservanza delle buone leggi e dei buoni ordini è più sicura nel vivere libero che sotto il potere di uno o di pochi. In Italia, oggi, siamo al paradosso, al non senso, che la libertà non ci fa sicuri della giustizia. Non credo che, in una società civile, ci sia problema più di questo grave e angoscioso».
Fu al tempo stesso straordinario testimone e giudice dei fatti della storia: giudice rigoroso ma implacabile e imparziale, e testimone attento, sempre teso a costruire una spiegazione di civile dignità sugli eventi quotidiani.
Proprio riconsiderando la sua posizione critica nei confronti del giudizio, ma al tempo stesso capace di assumere la responsabilità di giudicare serenamente, mi sono spesso domandato come possa un uomo scegliere di fare il giudice.
Un uomo, voglio dire, con i suoi difetti e le sue limitazioni anche di apprendimento. Come può un uomo compiere quell’atto di grande presunzione che è il giudicare un suo simile. Di questa possibile presunzione l’umanità ha fatto una professione; quindi, la professionalità si sostituisce al giudizio morale. La risposta che Sciascia dava a questo dilemma si basava sulla necessità di condurre una battaglia democratica nei confronti della giustizia umana proprio astenendosi di schierarsi dalla parte di coloro che affermano il nolite iudicare, giudizio che portò di fatto alla crocefissione. Infatti, Leonardo Sciascia si fece sempre propositore di una giustizia da amministrare con grande senso di umiltà e sofferto equilibrio, ma anche con grande responsabilità e fermezza. Sia, qui, sufficiente il suo reiterato, sofferto, ostinato richiamo alla Legge.
I libri che scrisse, resi accattivanti dalle trame spesso poliziesche, si leggono d’un fiato per la loro perfetta orchestrazione e il lettore è trascinato verso le conclusioni quasi senza avere il tempo di respirare. Ma dopo aver chiuso il libro si ha immediatamente la voglia di riprenderlo per avviare quell’opera di rimeditazione e di interpretazione anche semantica che, leggendo Sciascia, viene talora spontanea e impellente. Tutti i suoi libri sono grandi opere letterarie, ma anche testimonianza della sua coscienza di uomo civile espressa sempre senza titubanze, per riproporre comportamenti di profonda saggezza agli uomini di buona volontà.
(..)
Mi fa piacere compiere una trasposizione analogica fra personaggi da me molto amati: mi piace ricordare Leonardo Sciascia come un grande educatore in un secolo, per molti versi, molto poco educato.

(Gianfranco Dioguardi, Il Sole/24 Ore, Domenica 26 novembre 1989)

Leonardo Sciascia era timido, anche con gli amici. Parlava poco, diceva di non essere tagliato per conversare e per la comunicazione in genere: eppure, dopo Moravia e Pasolini e più di Calvino, è stato uno dei nostri scrittori maggiori che più è intervenuto nelle cose italiane.
Ascoltava molto,tra l’attento e l’ironico, attratto in particolare da storie che lo potessero confortare nelle sue disillusioni e nel suo scetticismo, diventato negli anni assoluto e onnicomprensivo. Credo fosse per questa ragione che aveva preso a frequentare personaggi molto lontani da lui, per mentalità, costumi, morale.
Lo ricordo a Roma, in un ristorante, seduto davanti ad un ex giornalista, ex senatore, spesso brillante e divertente. L’ex giornalista raccontava storie di malaffare del sottobosco montecitoriano – ossia la politica italiana, quella vera, non quella del programma del governo – dimostrando una conoscenza precisa e intima, dall’interno. Erano vicende molto bieche e il tono divertito e cinico del narratore le rendeva ancora più deprimenti. Ma Leonardo era completamente affascinato, perché trovava conferma, in queste storie, delle sue teorie più nere sull’Italia. Prima sulla Sicilia, e poi sull’Italia, come si fosse svolta con gli anni una sorta di sicilianizzazione della penisola, che non lasciava scampo.
Sciascia detestava la Sicilia nella stessa misura in cui l’amava, perché non rispondeva al tipo di amore che le avrebbe voluto portare. Come molti siciliani intellettuali, si sentiva sicilianissimo e nello stesso tempo estraneo. Aveva capito che essere un intellettuale significava contare meno di niente e ripeteva spesso la frase di Machiavelli: «Non ci fanno nemmeno rovesciare una pietra». Ha continuato a condurre le sue battaglie e le sue polemiche, ma non aveva più speranze. Nato illuminista, è morto pessimista.
E a chi gli chiedeva ragione di questo suo pessimismo, spiegava che in siciliano la frase «Domani andrò in campagna» si dice «Dumani, vaju in campagna» con il presente indicativo. «E come volete non essere pessimista in un paese in cui il futuro non esiste?».
Ma sul pessimismo di Sciascia bisogna intendersi. Per lui non era un dato naturale siciliano, come i capelli neri o il colorito olivastro, ma un problema storico. O meglio, un modo di essere le cui origini andavano ricercate in una storia di sconfitte: sconfitte della ragione e degli uomini di ragione. Più che di pessimismo, preferiva parlare di scetticismo, che si stendeva sotto la ragione come la rete di sicurezza degli acrobati nei circhi. Non la vedeva come un’accettazione della disfatta, ma come una componente salutare dell’intelligenza, che impediva il fanatismo e l’assunzione di linee e di speranze sbagliate. Tuttavia ho l’impressione che il suo scetticismo fosse andato talmente in là, come è successo con Pirandello, da essere inutilizzabile come rete di sicurezza, o come qualsiasi altra cosa.
Così timido, Sciascia si apriva un poco non in casa sua, a Palermo, ma nello studio di Elvira Sellerio, in via Siracusa. Arrivava quasi ogni giorno, verso le cinque o le sei del pomeriggio, si sedeva su una poltrona liberty, dietro la finestra e accanto alla scrivania, e chiedeva cosa ci fosse di nuovo. Qui si trovava a suo agio, tra le bellissime incisioni appese alle pareti e le bozze dei libri sugli scaffali. I palermitani colti sapevano di questa sua abitudine e a quell’ora comparivano per una ragione o per un’altra. La casa editrice Sellerio è stata per anni uno dei pochissimi luoghi della Sicilia in cui si siano fatte delle conversazioni all’altezza dell’intelligenza dei siciliani.
Sciascia non parlava quasi mai per primo. Erano sempre gli altri ad avviare un argomento, possibilmente polemico, con l’occhio rivolto allo scrittore, per vedere le sue reazioni. Se l’argomento non gli interessava, come accadeva spesso, Sciascia sorrideva amabile, emetteva un «ehee» come un piccolo singhiozzo, inclinando leggermente indietro la testa, e lì chiudeva. Se invece era attratto dal tema, dopo il singhiozzo prendeva a fare qualche commento: poche parole all’inizio, poi delle frasi più lunghe: non un racconto, ma delle chiose , degli appunti come a margine, che solo più tardi capivo quanto fossero acuti, sarcastici e pertinenti. Aveva il gusto della battuta seminascosta da una citazione e non si sbagliava mai.

Sempre in un tono estremamente amabile, gentilissimo, a volte come a scusarsi e interrompendosi per qualche risata tutta interiore.
Aveva il terrore dei seccatori e pregava i suoi amici di non dare mai il suo numero di telefono privato. Ma non si è mai negato a un giornalista, perché gli sembrava poco urbano negarsi a una persona che era arrivata fino a Palermo per vederlo.
Non erano interviste facili, nemmeno con chi conosceva da lungo tempo, come me, e di cui si fidava. Bisognava riscaldarlo parlando del cinema francese degli anni Trenta che conosceva perfettamente, di Brancati o di Savinio, uno scrittore che ha amato moltissimo fin da ragazzo.
Oppure di incisioni, di cui faceva raccolta quando andava a Parigi o che ordinava presso una galleria di Bologna: aveva un occhio finissimo e un grande gusto, da amatore collezionista relativamente povero. Una volta mi disse che la maggior parte dei suoi diritti d’autore se n’erano andati in stampe.
Ci si deve accostare al tema Mafia con una certa accortezza. Molti, soprattutto giornalisti stranieri, scendevano in Sicilia per interrogare Sciascia solo sulla Mafia e questa riduzione dell’isola a un’unica dimensione lo infastidiva enormemente. Ma sapeva che era inevitabile, perché era stato lui, più di ogni altro, a rendere straordinariamente attraenti, con i suoi romanzi, delle vicende di per sé luride.
E come numerosi siciliani aveva un atteggiamento ambiguo, se così si può dire, nei riguardi della Mafia.
Sul piano civile è stato uno dei suoi avversari più acuti e più temibili (proprio perché ne capiva tutte le sottigliezze). Ma sul piano letterario – e forse anche sentimentale – la Mafia gli sembrava un fenomeno straordinario e appassionante. Era attratto dal codice d’onore dei mafiosi, dal modo tragico di vedere l’esistenza, dal rigore e dalla spietatezza dei comportamenti, del rispetto delle norme (che immaginava i mafiosi avessero). Sciascia è stato uno dei primi a capire che la democrazia, invece di ostacolare la Mafia, le stava offrendo il terreno più favorevole, attraverso la ricerca dei voti e le compromissioni elettorali. Però i suoi riferimenti erano quasi esclusivamente rivolti alla vecchia Mafia, molto più pittoresca e che meglio di adattava ad estrapolazioni letterarie. Sulla nuova Mafia, ossia sulla delinquenza comune, che si serviva strumentalmente degli antichi rituali per meglio stringere a sé i picciotti, aveva idee non chiare e legate a un passato che non c’era più.
D’estate lo andavo a trovare, quando potevo, nella sua casa di campagna, fuori Racalmuto, Leonardo sapeva che ero particolarmente goloso dei dolci siciliani e me li faceva trovare chiusi in una scatola di latta, perché non si guastassero. (A Palermo una volta mi portò in una pasticceria dove facevano i cannoli esportazione, glassati all’interno di cioccolata, in modo che la ricotta non inumidisse la cialda, durante il viaggio di ritorno a Roma). Maria, la moglie, preparava una frittata di neonate, gli avanotti, un piatto squisito. Poi, nel salotto arredato con pezzi liberty, che gli aveva suggerito di comprare Enzo Sellerio, Sciascia faceva un breve riassunto del romanzo su cui stava lavorando. Leonardo ha scritto quasi tutti i suoi libri a Racalmuto, d’estate, dopo averne elaborato la trama durante l’inverno, senza prendere un appunto.
Solo dopo che la conversazione era avviata, Sciascia si permetteva qualche commento. Sempre gentilissimo, sempre sorridente, negli ultimi anni ripeteva la stessa domanda: «E Scalfari che dice?». Ma sembrava che non ascoltasse la risposta e che ne intuisse già il contenuto. I rapporti tra i due – da lontano, perché credo che non si vedessero mai – e con la Repubblica in genere erano diventati tesi con l’affare Moro, e pessimi ancora più tardi. Ma non ho mai sentito Leonardo fare un’osservazione che non fosse civile. Diceva solo: «Che peccato, perché lui potrebbe…invece…». Continuandomi a trattare con inalterata cortesia.

(Stefano Malatesta, La Repubblica, 21 novembre 1989)

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