coscienza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coscienza/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 Jun 2013 09:40:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg coscienza Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/coscienza/ 32 32 Perché la nostra mente è come una sinfonia https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/#comments Mon, 23 Apr 2012 09:55:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7550 Pubblichiamo l'intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

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Pubblichiamo l’intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

Lei inizia il libro con una citazione di Pessoa: l’anima come “una misteriosa orchestra” e la conoscenza di sé “come una sinfonia”.

Sono portoghese e Pessoa fa parte della mia cultura. E l’analogia con l’orchestra ci spiega bene cosa sia la vita umana. Pensiamo a un brano da suonare. C’è un progetto da realizzare, il brano stesso, poi c’è il direttore d’orchestra, i musicisti, ecc. Ma affinché il progetto si realizzi non basta suonare le note nel modo corretto: ci sono anche i tempi da rispettare, la linea verticale della partitura. Ecco, la vita umana è un po’ la stessa cosa.

E la coscienza che parte gioca?

La coscienza è un grandioso brano sinfonico. Possiamo dire che è l’ingrediente principale della mente, la quale altrimenti sarebbe soltanto cervello, capace di poche operazioni di base. La mente cosciente invece ha differenti livelli di “sé”: il sé primordiale, il sé nucleare, il sé autobiografico. Noi condividiamo con diversi animali un tipo di coscienza molto semplice, che si può distinguere con il termine sentience. In inglese equivale a coscienza, ma per esser più precisi è la condizione dell’essere senziente. E infatti è un termine più antico di coscienza, deriva dal latino sentire. Questo è sostanzialmente un “sé primordiale” che permette di avere sensazioni, come provare dolore e piacere. Ma non di riflettere su queste sensazioni.

Cosa che possiamo fare noi esseri umani.

Grazie ad altri livelli come il sé nucleare e il sé autobiografico. Così siamo in grado non solo di essere senzienti, ma anche “riflettenti”. Ovvero abbiamo la capacità di speculare su noi stessi e su quello che ci succede. Anche nella prospettiva della storia e la memoria: ogni cosa che ci accade è un’eco di quello che abbiamo passato e assume senso in ciò che succederà poi.

La coscienza è quindi ciò che ci permette di dare senso alle cose?

Proprio così. Il livello di base ha a che fare con le sensazioni, il resto della coscienza dà un quadro migliore e più chiaro di quello che significano le cose.

E questo aspetto riflessivo che rapporto ha con il corpo?

Ogni azione materiale è modellata e forgiata dal cervello. C’è una costante fusione fra cervello e corpo. Tanto che basta tagliare questo legame che tutto collassa. È il caso dei danni al tronco cerebrale, come avviene in certi casi di coma: tutto crolla, fisicamente e mentalmente.

Nel libro cita una massima di Francis Scott Fitzgerald: «chi per primo inventò la coscienza commise un gran peccato».

Mi piace molto Fitzgerald: è stato uno scrittore brillante e mi lega a lui il fatto che abbia passato gli ultimi anni della sua vita a Los Angeles, dove vivo. Quando Fitzgerald cercò di scrivere per il cinema, fallì miseramente. Questo perché era troppo letterario, troppo sofisticato, mentre gli Studios volevano storie veloci, dialoghi facili e poca riflessione. Da questo suo fallimento si può evincere l’idea che aveva: il fatto che la coscienza, pur straordinaria, ha un lato oscuro, perché ci dice chi siamo e dove falliamo. Ha una doppia faccia.

Possiamo dire che la coscienza è una sorta di sceneggiatura della nostra vita?

Sì, è giusto, e possiamo mettere le due metafore che abbiamo usato in parallelo: come esseri viventi abbiamo alla base una sinfonia e poi, quando raggiungiamo il livello del linguaggio, abbiamo una sceneggiatura. E questo è quello che facciamo: scriviamo le cose, tutte le volte.

Quindi siamo noi che “scriviamo” la nostra coscienza?

Ne siamo gli autori in larghissima parte, ma non del tutto. In passato la natura ha scritto per noi. Perciò non siamo completamente padroni del nostro destino: spesso ci troviamo a far fronte a cose che non volevamo ma semplicemente sono successe.

E questa consapevolezza è sempre un bene?

Più sappiamo come siamo fatti, più possiamo capire come funzioniamo. Certo, c’è la doppia faccia, quasi pericolosa (e mi viene in mente Hitchcock), di cui parlava Scott Fitzgerald, che ci mostra la tragedia della vita: vivere e morire. Eppure questa conoscenza è la sola possibilità che abbiamo di aiutare gli altri a vivere meglio.

Perché le veniva in mente Alfred Hitchcock?

Lo amo molto, in particolare il film L’uomo che sapeva troppo. Verso la fine del film, il protagonista interpretato da James Stewart, dice più o meno così: “anche un po’ di conoscenza può esser troppo pericolosa”. E in effetti nel film farà una brutta fine.

Che importanza ha la biologia nel suo lavoro?

Tutto si può capire meglio se lo si guarda in una prospettiva biologica. I nostri sistemi biologici sono sistemi economici, ovvero sistemi che operano in un ambiente sociale. Questo ci può aiutare a comprendere la nostra società che, in fondo, si comporta come un sistema biologico, basato sul successo e sul fallimento. I sistemi morali, religiosi, economici, così come le leggi o la medicina e le arti, non sono altro che una proiezione di un sistema biologico.

E questo vivere biologico come si concilia con la coscienza che abbiamo di noi stessi?

La nostra condizione di viventi è una lotta contro la malattia e la morte. È una battaglia costante, dobbiamo sempre lottare per mantenere una “condizione omeostatica”. Questa condizione oscilla fra il buon funzionamento e il cattivo funzionamento. Sin dall’inizio biologico ed evolutivo, storicamente, appaiono questi yin e yang, uno nella forma del piacere e l’altro nella forma del dolore. E vivere è stare nel mezzo. Dobbiamo navigare fra il troppo dolore che ti uccide e la troppa felicità, che ti uccide lo stesso.

È soddisfatto delle sue ricerche?

No, per nulla: sono riuscito a chiarire alcune idee, ma ne ho scoperte altre da sviluppare e studiare. Per dirla ancora con Scott Fitzgerald, alla fine del Grande Gatsby: siamo una nave che va sempre controcorrente, un po’ andiamo avanti e un po’ torniamo indietro.

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Seminario sui luoghi comuni https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-16/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/seminario-sui-luoghi-comuni-16/#respond Thu, 23 Sep 2010 12:18:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2920 di Francesco Pacifico

Un dottore fa visita a una giovane malata, figlia di una donna che gestisce una fabbrica: si scoprirà poi che la giovane più che malata è depressa per l’ambiente in cui vive, un ambiente chiuso dove si sfruttano gli operai, e che l’unica cura vera per la malattia – ma il dottore non avrà il coraggio di comunicarglielo – è andarsene di lì.

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29: Il diavolo, la fabbrica, le riforme, il bene

Un dottore fa visita a una giovane malata, figlia di una donna che gestisce una fabbrica: si scoprirà poi che la giovane più che malata è depressa per l’ambiente in cui vive, un ambiente chiuso dove si sfruttano gli operai, e che l’unica cura vera per la malattia – ma il dottore non avrà il coraggio di comunicarglielo – è andarsene di lì. Ma il vero punto forte di «Un caso di pratica medica» di Cechov sono le riflessioni del medico rispetto alla fabbrica.

Ho scelto questo brano perché contiene un insegnamento su come si può parlare in maniera non retorica della tensione di un personaggio verso il bene. Il medico protagonista del racconto prova dei sentimenti molto precisi verso la condizione di squallore che trova durante la visita. Nell’osservare la fabbrica, il medico fa sulle prime un perfetto, razionale riassunto della situazione: duemila persone lavorano in condizioni da incubo a vantaggio di tre persone, che non riescono a far altro, del loro privilegio, che mangiare polpette di pollo e bere madera. La descrizione è sufficientemente precisa da sembrare argomento da economista: ambiente malsano, cattiva tela indiana, cento sorveglianti, cinque edifici – sembra un problema di aritmetica, o un caso di studio di microeconomia.
Ma è scesa la notte e nel frattempo la speculazione è arrivata a un punto tale che la preoccupazione per le persone che sta alla base del ragionamento o del moto dell’animo del medico, si capovolge, e la governante – figura che sta a metà fra sfruttatori e sfruttati – per la posizione paradossale che occupa viene liquidata come “personaggio di pura finzione”. E a prendere concretezza, invece che le persone, è quel che Cechov considerava senz’altro una superstizione: “il padrone, per cui si fa tutto qui, è il diavolo”.
Il diavolo, più che negli occhi di fuoco del caminetto, sta nei rapporti di forza, nel divario tra forti e deboli. Così le riflessioni da riformista, nella stanchezza presaga, cupa della sera, perdono tutto il loro aspetto razionale, utilitaristico, illuminista, per cedere a qualcosa di più intuitivo e immediato: le tenebre, la presenza appena avvertita di “una forza bruta, incosciente”. La riflessione sul bene dunque non ha impedito a Cechov di considerare quanti componenti non razionali intervengono nello sviluppo di un’idea: la stanchezza fisica, la delusione, la paura che si prova in un luogo irriducibilmente inospitale. Vediamo l’intorpidimento del dottore ma senza essere costretti a negare ciò che ha pensato razionalmente poco prima. Il suo pensiero è cominciato come un’osservazione da filantropo ed è finito come un gioco di ombre della coscienza nel dormiveglia, ma non ci lascia una vera impressione di nichilismo, disfattismo: l’idea ambiziosa non si è ridotta alla propria negazione, si è semplicemente spenta, per il momento, dietro la legge universale del sonno e delle tenebre, che smorzano regolarmente, ogni notte, il vigore del pensiero umano.
L’ansia per il bene in Cechov si definisce attraverso un disagio del cuore, e molti giudizi impietosi, uniti a un desiderio di salvare sempre l’uomo: il dottore non condanna nessuno ma prova impazienza per i torti commessi. L’indignazione del dottore, un misto di sconcerto intellettuale ed esaurimento nervoso, permette di raccontare l’ideale – in questo caso quello del progresso sociale e del miglioramento delle condizioni della classe operaia – senza tratti netti di matita nera a definire i contorni del problema. Ci è tecnicamente possibile liquidare le opinioni del protagonista, attribuirle alla sua stanchezza. Siamo liberi di muoverci fra i suoi pensieri e moti interiori, non siamo costretti a pensarla in un certo modo. I suoi pensieri sulla società non sono su un piedistallo: sono raccontati nella loro particolarità, quasi singolarità, come se si descrivesse un naso, o la costa di un lago, che di giorno è al sole ed è un incanto mentre la notte fa paura e ci si perde.

Dal racconto «Un caso di pratica medica»
di Anton Cechov

Guardando gli edifici e le baracche degli operai, Korolëv pensò di nuovo a ciò a cui pensava sempre quando vedeva una fabbrica. Per quanto ci fossero spettacoli per gli operai, lanterne magiche, medici di fabbrica e vari miglioramenti, gli operai che aveva incontrato la sera innanzi per la strada non differivano in nulla da quelli da lui veduti nella sua infanzia, quando non c’erano per loro né spettacoli né miglioramenti.
Essendo medico, e avendo dovuto farsi un’idea esatta delle affezioni croniche, la cui causa iniziale è incomprensibile e incurabile, considerava la vita delle officine come un malinteso la cui causa è parimenti oscura e inevitabile. Ogni miglioramento nei riguardi degli operai delle fabbriche non era, secondo lui, superfluo, ma paragonabile alla cura delle malattie incurabili.
“C’è un malinteso, certamente…” pensava guardando le finestre che si schiarivano. “Da millecinquecento a duemila operai lavorano senza sosta in un ambiente malsano per fabbricare della cattiva tela indiana. Vivono a metà affamati, liberandosi come da un incubo, di quando in quando, all’osteria. Un centinaio di persone li sorveglia, e la vita di costoro consiste nel segnare delle multe, nel pronunciare delle ingiurie, nel commettere delle ingiustizie. E due o tre persone soltanto, a cui si dà il nome di padroni, profittano dei benefici, e come ne profittano? La signora Ljàlikov e sua figlia sono infelici, fanno pena a vederle. Solo una Christina Dmìtrevna, vecchia scema e zitella con le lenti, vive a suo agio. E dunque, quei cinque edifici di officina lavorano, e si vende sui mercati d’oriente della cattiva tela indiana, unicamente perché una Christina Dmìtrevna possa mangiare delle polpette di pollo e bere del madera”.
(…)
“Solo la governante vive qui come meglio le pare; e la fabbrica lavora per soddisfarla. Ma questa è pura apparenza, essa è un personaggio di pura finzione: il padrone, per cui si fa tutto qui, è il diavolo”.
E pensava al diavolo, a cui non credeva. Si voltò verso le due finestre rischiarate dal fuoco. Gli sembrava che da quegli occhi color fiamma lo guardasse il diavolo in persona: quella forza ignota, che aveva stabilito le relazioni fra forti e deboli, che aveva creato il grossolano malinteso da cui non ci si poteva più riscattare.
(…)
L’orizzonte, a oriente, impallidiva; i minuti passavano. I cinque edifici della fabbrica e le ciminiere, sul fondo grigio dell’alba, mentre intorno tutto sembrava assente, come morto, avevano un aspetto strano, diverso da quello del giorno. Si dimenticava del tutto che là dentro ci fossero delle macchine a vapore, dell’elettricità, dei telefoni: veniva piuttosto da pensare a dimore preistoriche, dell’età della pietra; si avvertiva soltanto la presenza di una forza bruta, incosciente.

Leggi le precedenti puntate del seminario sui luoghi comuni:
28. Le particelle elementari
27. Ritratto di signora
26. L’avvocato del diavolo
25. Ai confini della realtà
24. Ma è pazza?
23. La città vestita a vesta
22. Domenica
21. Boccaccesco
20. Understatement
19. Fordismo
18. Coprimi di soldi
17. Un uomo serio
16. La matrice
15. But I Digress
14. Amore e morte
13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto
12. Se la montagna non va a Maometto
11. La livella
10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte
9. La realtà nonostante l’autore
8. Scene di lotta di classe
7. Pettegolezzi
6. Culto della personalità
5. Il giovane moralista
4. Le leggi della fisica
3. Idiosincrasie di un protagonista
2. Compassione per la comparsa
1. Il viale per lo struscio

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