costituzione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/costituzione/ un blog di approfondimento culturale Tue, 28 Jan 2014 10:13:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg costituzione Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/costituzione/ 32 32 La Costituzione, in prima persona. https://minimaetmoralia.it/arte/la-costituzione-in-prima-persona/ https://minimaetmoralia.it/arte/la-costituzione-in-prima-persona/#respond Tue, 28 Jan 2014 00:23:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17957 Oggi, martedì 28 gennario alle 17 e 30, presso il Dipartimento di Filosofia, a Villa Mirafiori, nell'aula XII, Via Carlo Fea 2, 00161 Roma, Tomaso Montanari terrà una relazione dal titolo Patrimonio artistico e democrazia come primo incontro del seminario permanente, organizzato dalla Cattedra internazionale Emilio Garroni dedicato al tema di una “Topologia del senso comune”. Questo è il sito del progetto. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare Emilio Garroni quand'era vivo, si guardi almeno questo video. Questo qui sotto è l'abstract dell'intervento.

Il più importante repertorio di immagini della prima età moderna – l’Iconologia di Cesare Ripa – contiene un’allegoria della Conservazione il cui senso è che la «durazione» delle cose si può assicurare solo a condizione di una «trasmutazione».
È proprio così: l’ambiente e il patrimonio storico e artistico della nazione italiana dureranno solo se gli italiani «trasmuteranno» la loro mentalità. Per farlo abbiamo bisogno di pensieri diversi, di parole che non siano quelle – fruste, inefficaci, fallimentari – che affondano ogni giorno il discorso pubblico italiano. Di un altro modo per guardare alla funzione della cultura.

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Oggi, martedì 28 gennario alle 17 e 30, presso il Dipartimento di Filosofia, a Villa Mirafiori, nell’aula XII, Via Carlo Fea 2, 00161 Roma, Tomaso Montanari terrà una relazione dal titolo Patrimonio artistico e democrazia come primo incontro del seminario permanente, organizzato dalla Cattedra internazionale Emilio Garroni dedicato al tema di una “Topologia del senso comune”. Questo è il sito del progetto. Chi non ha avuto la fortuna di ascoltare Emilio Garroni quand’era vivo, si guardi almeno questo video. Questo qui sotto è l’abstract dell’intervento.

di Tomaso Montanari

Il più importante repertorio di immagini della prima età moderna – l’Iconologia di Cesare Ripa – contiene un’allegoria della Conservazione il cui senso è che la «durazione» delle cose si può assicurare solo a condizione di una «trasmutazione».
È proprio così: l’ambiente e il patrimonio storico e artistico della nazione italiana dureranno solo se gli italiani «trasmuteranno» la loro mentalità. Per farlo abbiamo bisogno di pensieri diversi, di parole che non siano quelle – fruste, inefficaci, fallimentari – che affondano ogni giorno il discorso pubblico italiano. Di un altro modo per guardare alla funzione della cultura.
Un modo che riprenda le parole e lo spirito della Costituente: e soprattutto che ne riprenda lo sguardo felicemente presbite, e cioè libero dall’angoscia del presente e capace di guardare lontano. È di quel punto di vista che abbiamo disperatamente bisogno se vogliamo rompere l’opprimente stato delle cose nell’Italia di oggi: abbiamo bisogno di uno sguardo pieno di fiducia e di amore, di un progetto carico di futuro.
Per questo non parlerò di ‘beni culturali’, ma di ‘patrimonio’. Il patrimonio non è un’entità amministrativa, né una categoria economica: è, letteralmente, il retaggio dei padri, l’eredità delle generazioni che ci hanno preceduti. È ciò che ci definisce come famiglia, come comunità. «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione»: l’articolo 9 della Costituzione si lega all’articolo 1 («la sovranità appartiene al popolo»), perché, conquistando la sovranità, il popolo acquista anche un patrimonio, quello che un tempo era nella disponibilità del re. Così, parlando di patrimonio parliamo di cittadinanza, di sovranità popolare, di uno Stato inteso come comunità. Durante un dibattito televisivo del dicembre 2013, un mio occasionale interlocutore ha esortato gli italiani a «non fidarsi della Pubblica amministrazione», e a fare invece da soli: rimboccandosi le maniche in prima persona per salvare il patrimonio artistico, magari riunendosi in associazioni. Il mio intervento vuole ricordare che Difficilmente potremmo inventarcene di migliori: perché solo la Repubblica può permettere al esiste già una associazione per la difesa dell’ambiente e del patrimonio storico e artistico della nazione: quella associazione si chiama Repubblica italiana.
patrimonio di svolgere la sua vera funzione. Che non è assicurare il diletto privato di pochi illuminati volenterosi, ma alimentare la virtù civile, essere palestra di vita pubblica, mezzo per costruire uguaglianza e democrazia sostanziali. E a garantirlo è lo statuto di questa speciale associazione di cittadini: la Costituzione, appunto. L’impegno di ogni cittadino è prezioso: e mai come ora c’è bisogno di un’assunzione di responsabilità in prima persona. Ma il frutto di quell’impegno individuale non può essere la pietra tombale su ogni speranza di esistere come comunità: non possiamo condannarci a mimare ogni giorno il ruolo dello Stato, a ricostruirne malamente le funzioni in una sorta di bricolage personale. Al contrario, l’impegno personale dei cittadini deve aiutarci a riprendercelo, lo Stato. Insieme a quelle per la scuola, l’università e la salute pubblica, la lotta di resistenza per la difesa del patrimonio culturale è uno dei mezzi attraverso i quali dobbiamo riuscire a riportare la Repubblica a res publica.
Sono consapevole che si tratta di un messaggio controcorrente. L’intera scena politica italiana sembra infatti caratterizzata da un unico estremismo: quello antistatale. Così la pensa quel che resta della destra berlusconiana, così il centro post-montiano, così anche ciò che un giorno fu la sinistra, e che oggi si è affidata al neoliberismo ritardatario di Matteo Renzi. Quasi tutti i partiti rappresentati in Parlamento affermano che lo Stato non può essere la soluzione dei nostri problemi, perché esso stesso sarebbe il problema. Paradossalmente, questa convinzione rischia di mettere d’accordo la destra e ciò che era la sinistra: i neoliberisti con i fautori di una visione anti-pubblica del diritto dei beni comuni.
Una simile, radicale, sfiducia nello Stato fu espressa esattamente con quelle parole il 20 gennaio del 1981 da Ronald Reagan, nel discorso di insediamento del suo primo mandato alla Casa Bianca: «In this present crisis, government is not the solution to our problem; government is the problem». Ed è questa la dottrina che ha distrutto, in Europa, ogni idea di giustizia sociale e solidarietà, rimpiazzandola con la «modernizzazione», che è stata la parola d’ordine dell’età di Tony Blair: un’età a cui Renzi si ispira esplicitamente e programmaticamente, e la cui «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra»1. Luciano Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – del mercato dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio»2. Così – mentre negli Stati Uniti economisti, storici e filosofi come Joseph Stiglitz, Tony Judt o Michael Sandel rilanciano il ruolo dello Stato e un’idea forte di interesse pubblico collettivo – l’Europa e con essa l’Italia sembrano condannarsi a guardare al passato, ripetendone errori e tragedie. Ciò che manca, ovunque si guardi, è un progetto di comunità, un’idea forte di cosa possa essere la Repubblica italiana del futuro, la capacità di render finalmente concreto l’attualissimo disegno contenuto nella Costituzione: quella vera. E questa idea manca perché oggi sembra impossibile avere un’idea dell’uomo che non sia ridotta alla sola dimensione economica. Far evadere il patrimonio culturale dalla prostrazione materiale e morale in cui è stato confinato dal totalitarismo neoliberista significa rimettere in circolo uno dei pochi antidoti a questo dogma. Perché le nostre città, i nostri musei, il nostro paesaggio non contengono solo cose belle: contengono valori e prospettive che possano liberarci, innalzarci, renderci di nuovo umani, restituirci un’idea dell’uomo e un idea di comunità che ci permettano di costruire un futuro diverso.

Bibliografia minima

Luciano Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Torino 2013

Ernst Gombrich, «Discipline umanistiche sotto assedio. La crisi delle università», in Argomenti del nostro tempo. Cultura e arte nel XX secolo, Einaudi, Torino 1991

Tony Judt, Guasto è il mondo, Laterza, Bari 2010

Alice Leone, Paolo Maddalena, Tomaso Montanari, Salvatore Settis, Costituzione incompiuta. Arte, paesaggio, ambiente, Einaudi, Torino, 2013 2 Ibidem.

Roberto Longhi, Critica d’arte e buongoverno, Sansoni, Firenze 1985

Ugo Mattei, Contro riforme, Einaudi, Torino 2013

Tomaso Montanari, A cosa serve Michelangelo?, Einaudi, Torino 2011

Tomaso Montanari, Le pietre e il popolo, minimum fax, Roma 2013

Erwin Panofsky, «La storia dell’arte come disciplina umanistica» [1940], in Il significato nelle arti visive, Einaudi, Torino 1962

Michael J. Sandel, Quello che i soldi non possono comprare. I limiti morali del mercato, Feltrinelli, Milano 2013

Salvatore Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi, Torino, 2002

Salvatore Settis, Paesaggio, Costituzione, cemento, Einaudi, Torino, 2011 Salvatore Settis, Azione popolare, Einaudi, Torino, 2012

Joseph Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013

David Foster Wallace, «Questa è l’acqua», in Questa è l’acqua, a cura di Luca Briasco, Einaudi, Torino 2009

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La Costituzione e Fahrenheit 451 https://minimaetmoralia.it/interventi/la-costituzione-e-fahrenheit-451/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-costituzione-e-fahrenheit-451/#comments Fri, 18 Mar 2011 09:10:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3990 di Christian Raimo Sembra una versione estrema di Fahrenheit 451 quella messa in scena da queste manifestazioni in cui si sfila per difendere la Costituzione. Non ne manco una, credo siano momenti di politica importanti, ma dopo un po’ mi sembra di vivere in una sorta di incubo: un mondo in cui tutti, ovunque, bambini, […]

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di Christian Raimo

Sembra una versione estrema di Fahrenheit 451 quella messa in scena da queste manifestazioni in cui si sfila per difendere la Costituzione.
Non ne manco una, credo siano momenti di politica importanti, ma dopo un po’ mi sembra di vivere in una sorta di incubo: un mondo in cui tutti, ovunque, bambini, vecchi, declamano a memoria articoli della Costituzione, donne con le Hogan ai piedi e il collo avvolto di fucsia che si avvampano per Calamandrei – una retorica da popolo viola che sta contagiando ogni possibile opposizione politica. L’ideologia dell’autoreferenzialità: ribadire l’ovvio, sottolineare il sottolineato, un discorso molto spesso copiativo, e difensivo.

La resistenza, il Risorgimento, la storia d’Italia tutta sta diventando in quest’anno di celebrazione una specie di grande mito fantasmatico che nessuno ha mai raccontato prima. Metterlo in crisi, attraversarlo, rielaborarlo, non pare possibile. Se lo si discute lo si violenta: il leghismo da una parte; dall’altra questo meridionalismo improvvisato di un Pino Aprile o di un Giordano Bruno Guerri, che sta diventando un altro piccolo filone memorialistico tutto italico, dopo quello sulle foibe, e quello sui partigiani cattivi di Giampaolo Pansa.

E allora difendere. Magari è davvero un’emergenza democratica. Magari che si diventi tutti pompieri da grandi dopo che per un po’ avevamo pensato di essere incendiari da giovani è anche forse un luogo comune, una verità hegeliana. Ma davvero ci rispecchiamo così bene in questo sentire comune didascalico? È davvero possibile che venga considerato un alto momento di spettacolo quello in cui Roberto Benigni fa un’esegesi dell’inno di Mameli? Abbiamo così bisogno di valori condivisi che dobbiamo sentirci fieri di essere discendenti dei Romani e ex-nemici dell’Austria di Metternich?
Proprio la metamorfosi di Roberto Benigni getta forse una luce non solo sulla sua evoluzione artistica, e sul suo percorso esistenziale (conversione al cattolicesimo compresa) ma anche sul riconoscimento che un paese intero tributa a un sacerdote civile dopo che, per anni, il ruolo che gli aveva assegnato era quello di dissacratore.

Trent’anni fa, nel 1980, in un Sanremo in cui si cantava ancora in playback, il ruolo del comico era quello carnevalesco: Benigni conduceva il festival in maglia della salute e papillon, e in un contesto molto più perbenista di quello attuale riusciva a creare una tensione reale nell’attesa degli spettatori. In varie occasioni il pubblico reagiva sentendosi libero: liberato o spiazzato, applausi e buuu che si mescolavano.

Trent’anni dopo il consenso è preventivo. Sia da parte del pubblico sia da parte di Benigni che arriva in studio a cavallo: in una specie di doppio legame, nessuno dei due può sorprendere l’altro. Il comico è il sacerdote. Il paese è bloccato: applaude a comando. Luca e Paolo citano Gramsci. Gli viene chiesta di fare satira bipartisan. Al momento comico del rito sanremese non viene più concessa quella che è la funzione di carnevale – di specchio al rovescio della società – che gli assegnava Bachtin: Questi riti carnevaleschi, organizzate sul principio del riso, presentavano una differenza estremamente netta, di principio si potrebbe dire, rispetto alle forme di culto e alle cerimonie ufficiali serie della chiesa e dello stato feudale. Esse rivelavano un aspetto completamente diverso del mondo, dell’uomo e dei rapporti umani, marcatamente non ufficiale, esterno alla chiesa e allo stato; sembravano aver edificato accanto al mondo ufficiale un secondo mondo e una seconda vita, di cui erano partecipi, in misura più o meno grande, tutti gli uomini del Medioevo, e in cui essi vivevano in corrispondenza con alcune date particolari. Tutto ciò aveva creato un particolare dualismo del mondoe non sarebbe possibile comprendere né la coscienza culturale del Medioevo, né la cultura del Rinascimento senza tenere in considerazione questo dualismo. L’ignorare o il sottovalutare il riso popolare del Medioevo porta a snaturare il quadro di tutta l’evoluzione storica della cultura europea nei secoli seguenti. […] Il carnevale, in opposizione alla festa ufficiale, era il trionfo di una sorta di liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, l’abolizione provvisoria di tutti i rapporti gerarchici, dei privilegi, delle regole e dei tabù. Era l’autentica festa del tempo, del divenire, degli avvicendamenti e del rinnovamento.

Abbiamo così paura del sovvertimento?
Davvero non ricordiamo più che il rovesciamento, in ogni buona dialettica tesi-antitesi-sintesi che si rispetti, serve a dare legittimazione al mondo a cui si contrappone? E per questo probabilmente, nel 1980, non serviva che il giullare si sedesse neanche per un momento sul trono. In quel posto lì negli anni ’80 c’era il co-conduttore Toto Cutugno, l’italiano per antonomasia. E il posto di chi voleva a cuore i destini comuni d’Italia poteva essere quello, per riconoscerne implicitamente il valore, di dissacrare i miti invece che inseguirne una museificazione plebiscitaria. Oggi chi potrebbe scherzare sulla retorica della Resistenza, come ha fatto la commedia all’italiana, o sull’unità d’Italia? Siamo davvero costretti a difendere sempre l’azione dei magistrati, la scuola, la legalità, la Costituzione, ogni forma possibile di disciplinamento, perché appena mettiamo in crisi uno di questi valori, abbiamo paura che crolli ogni possibile costrutto comune?

Vorrei farvi una domanda. Ho guardato questi due video comici in questi giorni, e mi sono fatto l’idea che oggi non potrebbero far ridere come facevano ridere trent’anni fa.
Vi inviterei a guardarli; ditemi, avete anche voi la stessa impressione?

Questo pezzo è uscito su Doppiozero.

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Piccola riflessione sull’identità nazionale https://minimaetmoralia.it/societa/piccola-riflessione-sullidentita-nazionale/ https://minimaetmoralia.it/societa/piccola-riflessione-sullidentita-nazionale/#comments Wed, 19 May 2010 08:27:42 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2423 Questo articolo è apparso la settimana scorsa sul Fatto Quotidiano. Nel percorso di avvicinamento al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia si moltiplicano le discussioni sull’identità nazionale. Non è impalpabile in materia il timore di aver imboccato da qualche decennio la via del work in regress, e l’argomento diventa più spinoso se si traccia il parallelo con […]

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Questo articolo è apparso la settimana scorsa sul Fatto Quotidiano.

Nel percorso di avvicinamento al centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia si moltiplicano le discussioni sull’identità nazionale. Non è impalpabile in materia il timore di aver imboccato da qualche decennio la via del work in regress, e l’argomento diventa più spinoso se si traccia il parallelo con l’Italia del ’61, un paese che festeggiava il centenario ancora fresco di Olimpiadi e annunci del Concilio Vaticano II, forte di una moneta da poco proclamata la «più stabile del mondo», e nel quale le tensioni politiche e sociali non giocavano comunque alle tre carte con concetti quali l’unità o i valori costituzionali.
Sulla spinosa questione si può provare oggi a tracciare un filo di Arianna utilizzando gli importanti e recenti libri di due storici: Autobiografia di una repubblica di Guido Crainz (Donzelli) e Italianità. La costruzione del carattere nazionale di Silvana Patriarca (Laterza).
Del libro di Crainz si è molto parlato, ma il dato che qui preme sottolineare è l’utilizzo di Gobetti (che nel 1922 definì il fascismo «l’autobiografia della nazione») come possibile richiamo alla responsabilità collettiva. Chiudendo il cerchio aperto coi suoi precedenti lavori, Crainz prova a dimostrare come lo sconfortante quadro politico e civile dell’Italia attuale non sia la conseguenza di un’imprevedibile calata dei barbari ma il frutto di una lunga catena di cause, quali ad esempio l’ostilità verso lo Stato sentita già all’alba dell’Unità, l’abitudine al servilismo consolidatasi durante il fascismo, l’incapacità di sfruttare sul lungo periodo le congiunture favorevoli, il familismo amorale, l’amore per l’anarchia a basso costo e per i bassi istinti di cui l’attuale governo sarebbe uno specchio fedele e, insieme, lo sbocco tutto sommato naturale di un lungo processo degenerativo.
A voler saldare il discorso dell’identità a quello del carattere, viene in soccorso poi il volume della Patriarca. È la storia di un popolo patologicamente incline all’autoanalisi, scisso tra denigrazione ed esaltazione di sé, morbosamente felice di leggersi come un’eterna incompiuta in attesa di palingenesi. Nel tempo, siamo stati capaci di rappresentarci in ogni modo: popolo molle ed effeminato nel Settecento, ricettacolo di tutti gli ozi nell’Ottocento, divisi tra fessi (chi moriva in trincea) e furbi (chi stava in retrovia) durante la Grande Guerra, fucina di mandolinisti da raddrizzare pur di promuovere l’entrata nel fascismo e di brava gente pur di dimenticarsene in fretta vent’anni dopo, fino agli individualismi senza ritorno degli ultimi tempi, mentre l’arrivo della componente multietnica coglie alle spalle questo continuo esercizio di rimuginamento.

Se le tinte con cui ci siamo dipinti sono troppo accese e contrastanti per essere credibili, c’è da capire cosa ci porta a giocare al rialzo con questa schizofrenia. Probabilmente siamo un popolo dalla cultura troppo storicamente ricca e turbolenta per stare comodi in una definizione, e se si pensa che ciò che ci unisce (la lingua) è giunto alla sua prima splendida prova sotto il cielo del contrasto tra Guelfi e Ghibellini, si intuisce il perché della nostra vocazione. Proprio questa irriducibilità, in apparenza il nostro peggior difetto, si è rivelata tuttavia la leva in grado di farci spiccare il balzo quando siamo riusciti a usarla in maniera virtuosa. Si pensi a che ritardi abbiamo accumulato e quali disastri incamerato quando – dalla Controriforma al fascismo – abbiamo cercato di chiuderci dentro una reductio ad unum. E poi si pensi invece all’ultima grande impresa di cui siamo stati capaci: trasformare una landa devastata dalla guerra in un paese ricco, civile, dotato di una carta costituzionale tra le più riuscite del continente. Il vero miracolo dell’Italia del dopoguerra non fu far cantare con una sola voce le diverse culture che la abitavano, ma consentire a ognuna di tarpare le ali agli eccessi e ai fanatismi delle altre, costringendo paradossalmente l’avversario a dare il meglio di sé. Cosa sarebbe accaduto al Pci del Togliatti già inquilino all’hotel Lux di Mosca non solo senza l’opposizione di cattolici e liberali, ma in mancanza degli strappi di intellettuali come Vittorini e Calvino? E in quale medioevo dei diritti civili e della sovranità dimezzata saremmo rimasti non solo senza l’azione culturale delle opposizioni ma anche in mancanza, nella stessa Dc, di provvidenziali cortocircuiti, come quello che nel ’52 fece sì che De Gasperi rispondesse picche a Pio XII che aveva caldeggiato l’alleanza dei cattolici con l’estrema destra e i monarchici? («proprio a me», scriverà poi De Gasperi, «un povero cattolico della Valsugana, è toccato di dire di no al papa»).
È per questi motivi che oggi fanno tremare i polsi alcune posizioni storicamente miopi come quelle di chi, considerando l’impresa dei padri costituenti un «compromesso da superare», lasciano cadere più di un’ombra sul reale valore da assegnare al sostantivo. Vedere o anche solo auspicare segretamente in questo superamento l’accordatura (obtorto collo o meno) di tante voci sul timbro di una sola significa aver capito poco della nostra identità, ma soprattutto vuol dire aver cercato ancora meno di indagare il segreto dei successi che pure siamo riusciti a raggiungere. Significa non riuscire a capacitarsi di come Machiavelli e san Francesco e Leopardi e don Sturzo e Malaparte e Pasolini siano potuti nascere sotto le stesse latitudini, e dunque condannarsi a guidare verso il futuro a occhi bendati.

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