creatività Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/creativita/ un blog di approfondimento culturale Mon, 06 Feb 2012 01:35:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg creatività Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/creativita/ 32 32 Arte festiva e arte feriale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/arte-festiva-e-arte-feriale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/arte-festiva-e-arte-feriale/#comments Wed, 01 Feb 2012 08:21:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6325 Pubblichiamo stamattina un estratto da un saggio di Piergiorgio Giacchè, antropologo, scrittore e saggista italiano, pubblicato su un quaderno delle Edizioni dell’Asino: «Necessità e servitù della critica». Ma più che di saggio, come specifica lo stesso autore, si tratta di «un assaggio: qualche considerazione fatta per alimentare una discussione aperta», sul valore dell’arte e il ruolo della critica.

di Piergiorgio Giacchè

Creatività e democrazia
Siamo tutti talmente in alto da sentirci creatori, si potrebbe anche dire. E molti in effetti lo dicono e si sentono così sollevati dalla merda, che siano o non siano artisti. Ma appunto, chi non è “artista”, ovviamente a modo suo?

L'articolo Arte festiva e arte feriale proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo stamattina un estratto da un saggio di Piergiorgio Giacchè, antropologo, scrittore e saggista italiano, pubblicato su un quaderno delle Edizioni dell’Asino: «Necessità e servitù della critica». Ma più che di saggio, come specifica lo stesso autore, si tratta di «un assaggio: qualche considerazione fatta per alimentare una discussione aperta», sul valore dell’arte e il ruolo della critica. 

di Piergiorgio Giacchè

Creatività e democrazia
Siamo tutti talmente in alto da sentirci creatori, si potrebbe anche dire. E molti in effetti lo dicono e si sentono così sollevati dalla merda, che siano o non siano artisti. Ma appunto, chi non è “artista”, ovviamente a modo suo?
Non ci capisco niente di arte, continuo a dire, anche quando mi spiegano che “non c’è niente da capire”. Continuare a dirlo è però un atto di umiltà e insieme di speranza, che mi è stato utile in più di un’occasione. Per l’appunto in tutte le occasioni in cui autentica ammirazione e meraviglia mi hanno colto all’improvviso davanti a una vera opera d’arte.
Non ci capisco niente di arte allora, ma la colpa sta diventando più sua che mia. Sta nella liberalizzazione e superficializzazione con cui il fenomeno e il concetto si sono spalmati su tutto e si sono moltiplicati per tutti, sono diventati insieme l’eccezione e la regola. Ma prima di tutto una regola che rende difficile incontrare e saper riconoscere l’eccezione.
In effetti, se il creatore, almeno per i credenti, rimane uno o trino, “creativo” è un aggettivo che qualifica tutti, anche quelli che non lo sanno e perfino quelli che non lo vogliono. Aggiungere una classifica e ammettere che si è creativi “chi più chi meno”, è già un secondo passo, certo ragionevole ma che non intacca il principio. Ed è difficile disconoscere che ognuno sia almeno in parte “creativo”. Chi non manipola, accosta, trasforma, aggiusta, ordina o disordina qualcosa durante la sua giornata e il suo lavoro? E se non lavora è anche meglio: chi non si sente “creativo” mentre fruisce, gioisce o patisce, di una qualunque infinita proposta, sia pure di merda? Così, all’indefinita proliferazione di opere e operazioni artistiche, corrisponde la generale dotazione di una creatività che unisce e confonde il produttore e il consumatore, l’attore e lo spettatore, l’emittente e il ricevente… che peraltro sono ruoli intercambiabili visto che la porta girevole della creatività può o deve far passare tutti da un ruolo all’altro. E però, se tanto mi dà tanto, non mi dà niente. “È il disordine intellettuale della nostra epoca… Il linguaggio è stato banalizzato”, scriveva nel 1987 il “reazionario” Allan Bloom nel suo libro su La chiusura della mente americana. I misfatti dell’istruzione contemporanea (Lindau 2009).

Parole (come creatività e personalità) che dovevano descrivere e incitare Beethoven e Goethe ora vengono applicate a ogni scolaro. È nella natura della democrazia non negare a nessuno l’accesso alle cose buone. Se quelle cose non sono veramente accessibili a tutti, allora si tende a negare il fatto – per esempio a proclamare semplicemente che quello che non è arte è arte… Creatività e personalità dovevano essere termini distintivi. Dovevano, in effetti, essere le distinzioni adatte a una società egualitaria, nella quale tutte le distinzioni sono minacciate. Il livellamento di queste distinzioni attraverso la familiarità incoraggia solo l’autocompiacimento. Ora che sono di tutti, si può dire che non significano niente, tanto nel linguaggio comune quanto nelle discipline della scienza sociale che le usano come “concetti”. Non hanno un contenuto specifico, sono una specie di narcotico per le masse… Sono il modo borghese per non essere borghese…

Da sinistra si può replicare poco e male. E più difendendo la regola che distinguendo l’eccezione. Fra gli scritti del geniale “anarchico” Kurt Vonnegut raccolti in Divina idiozia (e/o 2002), ad esempio, c’è un incoraggiamento aperto e un apprezzamento acritico della vocazione o l’applicazione all’arte da parte di chiunque. Male che vada, va sempre bene: fare arte è un’esperienza educativa per sé e per gli altri, e almeno ha il merito di allontanare quanta più gente possibile dalle violenze e dalle brutture del mondo – così come noi lo conosciamo e così come, mettendo l’arte da parte, lo abbiamo ridotto… Ma l’educazione, proprio come l’arte, ha bisogno di una verticalità che l’ideologia della creatività non favorisce e che l’egemonia del mercato non ammette. Ecco, ideologia della creatività ed egemonia del mercato sono le condizioni che rendono banalmente e piattamente imperante quell’imperativo artistico che sarebbe invece fatto di elevazione, di ricerca e infine di critica. A cause deformate corrispondono effetti deformanti: la nuova orizzontalità del mercato globale e della creatività diffusa non si accorge nemmeno che all’allargamento della base corrisponde l’abbassamento del vertice dell’arte.
È pur vero che tutti sono creativi ma questa “norma” finisce per prendere il posto del “valore”. È sempre bene che tutti si applichino all’arte, ma il comportamento “concreto” non supplisce né tanto meno sostituisce la complessità dell’atteggiamento “giusto”. Quello dell’artista, così come noi lo riconosciamo, è tensione verso l’eccezione, l’altezza, l’assolutezza. È un mettersi continuamente alla prova e alla sfida, malgrado la consapevolezza di una prova sempre impotente e di una sfida sempre perdente. Niente da eccepire se si crede o si vuole che questo “sentimento” appartenga alla generalità delle persone, purché si ammetta che non aumenta la produzione ma segnala la mancanza, e che non genera uguaglianza ma accentua la differenza. E purché dunque non si pensi che siano la democrazia o il suo mercato (o viceversa, il mercato e la sua democrazia) a verificarne l’autenticità e infine l’efficacia. In altri termini, l’accessibilità della cultura democratica o l’avidità del mercato globale non garantiscono nessun Senso alla liberazione del Gusto.
La democrazia commerciale isola il prodotto e libera il consumo dai rispettivi “processi”, più complessi e profondi, sui quali sempre meno si può dire ma ancor meno si può mentire. Dichiarati “privati” e seppelliti nell’intimità di ciascun produttore e consumatore, quegli interrogativi che precedono l’opera così come i metabolismi della sua fruizione, diventano prima segreti e poi fantasmi. Sono “processi” che non sono più socialmente qualificati e artisticamente qualificanti, rispetto alle “procedure” – di propaganda e consenso o infine di vendita e acquisto – che li hanno sbrigativamente assorbiti e gradualmente vanificati. In altre parole – in parole politiche – si può dire che il diritto a produrre e consumare arte – come tutta l’infinita serie dei diritti – non si associa a nessun dovere. E per dovere – almeno per quanto riguarda l’arte – non si deve intendere il rispetto delle norme (del produrre e del consumare), ma appunto la motivazione urgente, la giustificazione necessaria e la verifica tormentata di un processo di produzione artistica o di fruizione estetica.
Sono questi “paroloni” a dare ricerca di senso a quello che altrimenti è esercizio di gusto, e che può addirittura diventare il suo contrario.
Artisti non si diventa e non si nasce. Si è già nati. Basta volerlo riconoscere. E si sarà prima o poi riconosciuti. Se poi il creativo di turno rinuncia all’eccezione, non si orienta in altezza, non aspira all’assoluto, ci si può accontentare e addormentare con la bugia della novità, con il peccato dell’originalità, e infine con la festa dell’uguaglianza “culturale”.

Arte festiva e arte feriale
Intendiamoci. Non si tratta di scomunicare quel panorama aperto e confuso di partecipazione all’arte da fare e da fruire che è una dimensione per così dire naturale, di tutti i tempi e di tutti i mondi. Che l’arte sia di tutti e per tutti è un obiettivo irrinunciabile dell’arte stessa, prima ancora che si butti in politica o in economia. Quello che la politica culturale e commerciale sta facendo è confondere una dichiarazione di principio con l’attestazione della sua conquista. Con un gioco di parole davvero povero, ha trasformato un fine nella sua fine. Ma non dev’esserci riuscita, se è vero che l’Arte è ancora una questione e una parola ambigua, che ci divide e che si divide – nella realtà e nella coscienza – continuando a significare regola ma anche eccezione, liberazione ma anche elevazione, uguaglianza ma anche distinzione. Ed è fondamentale che questo “combattimento” non si dia per scontato e ancor meno per vinto. L’equivoco della proliferazione e della celebrazione del diritto all’espressione artistica “liberata” rischia infatti di oscurare la profondità e insieme la necessità dell’atto riflessivo e “disciplinato” che l’arte deve assumersi come dovere.
C’è un’arte festiva e un’arte feriale, almeno così è se ci pare.
O meglio, c’è una parte dell’arte che si spende nella legittima festa dell’espressione (che è il suo effetto) e una parte che si specchia nel vuoto da colmare o nel lutto da elaborare (che è la sua causa). Arte feriale, la possiamo chiamare, anche perché prevede un impegno più paziente e magari inconcludente, dove il mestiere non si trucca da abilità ma si sviluppa in fatica. Ma soprattutto la “ferialità” riguarda i giorni e gli atti della creazione; ed è fatta di prove delle prove e di pensiero del pensiero. È così che incontra e si confronta con la mancanza: contro o dentro di essa l’arte è destinata ad implodere. Ed è appunto in questo destino che trova – o soltanto cerca – il suo senso.
Nella realtà o nell’opera, feriale e festivo non si dividono né si succedono, anche se sembrano spartirsi il lavoro e il risultato. Sono entrambe parti attive del processo e costitutive del prodotto. Dovrebbero dunque stare sempre insieme ma talvolta – per cause di cultura e di politica “maggiore” – si sovrappongono in modo da nascondere l’una a favore dell’altra. Ed è inutile dire quale oggi gode del favore del mercato della cultura e della politica culturale. O, se si vuole dire con una sola democratica parola, della “gente”.
La gente ama l’arte, e la frequenta sempre di più. Sempre più spesso sono le grandi mostre d’arte ad attrarre turismo e catturare consenso. Gite di tutte le terze età, ad esempio, espiano lo shopping e digeriscono il cibo con la visita ai sepolcri dell’arte antica o alle mostre d’arte moderna, prima del concerto o dello spettacolo serale. Ma infine si è trattato per tutta la giornata di arte e di cultura, che siano capi di moda o piatti di gastronomia o affreschi e quadri e statue o infine musica e teatro. Oggi si può dire che soltanto l’arte riempie e giustifica la festa. O, come dice la Bibbia, la santifica.
Dall’altra parte, quella di chi l’arte la fa, la frequenta in senso biblico e la partorisce con più o meno dolore, “non si può non andare incontro alla gente”. E, chiamati a riempire l’orario e il calendario della festa ininterrotta del bene culturale, gli artisti di ogni ordine e grado (ma di più, l’immensa schiera di operatori, animatori, mediatori, commentatori che li circondano) sempre più spesso optano per un’arte che si accontenti della festa dell’espressione e abbandoni senz’altro il lutto della riflessione.
Non nasce da qui una cesura fra le due parti dell’arte: nessun artista ammetterebbe mai di fare “opere” che in nome della libertà e fertilità festosa dimenticano di scontare e scavare la mancanza che li motiva. Ma nasce senz’altro una deriva che divide l’arte in almeno in due partiti, mentre colora e condiziona un panorama di proposte e di progetti, di offerte e di domande che forse non fanno testo ma sono sempre di più il contesto in cui ogni opera e operazione d’arte si colloca. Precipita. Ecco perché conviene lasciar perdere i discorsi “alti” e guardare verso il bassopiano della nostra cultura e arte quotidiana, dove pascola la creatività diffusa. Lì, la fest-art della politica culturale nostrana si sviluppa come un’infestante sottocultura e finisce per coniugarsi con una post-art che davvero è il “dopo” dell’arte (come un dopolavoro) e non ha altra consistenza che quella di un consumo già avvenuto. Già consumato.

La festa del natale
È strano come tutta questa partecipazione, attenzione, proliferazione del Bene non faccia crescere la qualità, che pure è la bandiera e la barriera dell’arte, nonché la premessa di tutte le politiche culturali e la promessa di ogni tipo di mercato. Il fatto è che la questione della qualità la si può interpretare o aggirare come si vuole. Può bastare anche una grande quantità che si disponga come varietà e si venda come novità. Ma in arte o per l’arte occorre qualcosa di più vitale. E allora la novità si deve fare nascita, o se si preferisce “natale”. Solo così l’atto o l’evento saranno creativi, anzi decisamente “creazioni”. E se è difficile e non sempre ripetibile il processo del parto, meglio scegliere artisti primipari perché sono quelli che ce la mettono tutta, e se non ci riescono, sono pur sempre essi stessi “neonati”. Questa è la logica e la strategia attuale del mercato e della politica dell’arte e dello spettacolo. Non a caso è questo il territorio dove il “largo ai giovani” è gridato sempre anche se non viene garantito mai. Lo statu nascenti dell’opera o almeno dell’operatore dà all’arte quel tanto di vita che basta ad arricchire la novità, ampliare la varietà, giustificare la quantità delle creazioni. Quanta vita? “Basta che respira”, si diceva una volta durante i primi passi dell’iniziazione erotica. Sarcasmi a parte, è pur vero che le opere prime hanno sempre avuto un senso in più – anche quando hanno una marcia in meno. È pur vero che la verginità dell’artista implica un maggiore sforzo e dolore, una sacra paura e una sana autocritica che si orientano per davvero verso l’araba fenice della qualità, anche quando non la raggiungono. La scommessa e il rischio sono più alti e, dall’altra, la mancanza e la sua motivazione sono ancora avvertite. Tanto da fare spesso in modo che l’opera prima di un’arte festiva, sia in realtà feriale: più combattuta e più contraddetta, felicemente meno riuscita.
Anche il consumatore o lo spettatore d’arte è infine più soddisfatto. Da un lato, gli artisti in erba gli somigliano e lo rappresentano di più; dall’altro lato, il suo stesso atto di consumo vorrà adeguarsi al natale dell’opera, cercando anche lui di ripetersi sempre come nuovo, come vivo o “dal vivo”. Così aumentano le “prime” e le “inaugurazioni”, così si inseguono i festival o le fiere delle straordinarie presenze e occasioni (di poesia, di filosofia, di scienza…). Così si distinguono gli acquisti dei libri in presenza dell’autore che li firma, e del critico che li ha già letti (magari togliendoci dall’impegno di leggerli a nostra volta, una volta comprati). Così, la partecipazione all’evento ci rende tutti attori, tutti un po’ performer. E così lo spettacolo dell’arte aggiunge al mercato quel miracolo di rivalutazione del soggetto che fino a poco tempo fa era insperato e in virtù del quale era stato condannato.
Oggi, nel nuovo panorama tutto attivo e tutto nascente del mercato della cultura non c’è assessore che non ci creda, non c’è elettore che non ci punti, non c’è artista che non ci speri. O forse c’è, povero lui. E, ammettiamolo, poveri noi. Se guardiamo all’altro capo dello stesso fenomeno, e cioè all’Arte dello Spettacolo, ci si accorge di essere nel laboratorio che sperimenta ulteriori passi in avanti verso la partecipazione e all’indietro oltre la sorgente. È ovvio d’altronde, visto che la performance è di casa e di bottega nei vari reparti – teatrali, cinematografici, televisivi, internautici… – dello spettacolo. Lì da tempo o da sempre, la “prima volta”, la “presenza”, la “diretta”, sono le regole e insieme le eccezioni.
Lì, il natale è stato anticipato ben oltre le canoniche settimane dell’avvento. Si cerca e si vende direttamente l’embrione, spesso l’aborto, di un corso di formazione o di un concorso in televisione (che è la stessa cosa). Non c’è una grande differenza infatti fra le pornografiche trasmissioni televisive delle star academy nostrane e la pesca miracolosa nei vivai teatrali, che ieri servivano alla riproduzione e oggi al fritto misto. Tutto l’incoraggiamento senza sostegno alla libera espressione giovanile e perfino infantile non riesce più a nascondersi dietro gli antichi scopi educativi. Oggi, si va subito in pista ché lo spettacolo è cominciato da un pezzo e – come si sa – deve solo continuare. Oggi si è subito “saranno famosi”, o non si sarà più. Oggi, l’occasione persa fa l’artista derubato.
Lo statu nascenti non è la condizione prima ma la dimensione ultima in cui si stanno relegando i giovani artisti. In effetti, quando si tratta di una prima volta o di una nuova faccia, è più facile trovare credito; e se la tv – come diceva “il profeta” – non farà mancare a nessuno i famosi quindici minuti di notorietà, il mercato nel suo insieme o nel suo tutto (nazionale o locale, istituzionale o alternativo) non farà certo mancare una piazza a uno spettacolo, un editore a un libro, una mostra a un quadro e così via. Bisogna cominciare a diffidare dei neonati. Ma soprattutto loro, gli artisti in fieri o in progetto, dovrebbero diffidare dei molti organizzatori e assessori senza zecchini e però scopritori di talenti. Non ci sarà tempo sufficiente per vederli crescere, ma ci sarà invece modo di vederli marcire nel bancone delle primizie, dopo che la Madre di Tutti gli Eventi (il mercato dell’arte e della cultura, locale o nazionale che sia) li avrà inseriti e digeriti nel calendario avido e rapido delle trecentosessantacinque feste dell’anno. Si dirà che non è tutto così, oppure che il tutto non è tutto, ed è vero. Ma è comunque vero che le grandi operazioni della cultura di massa e della sua economia e commercio, finiscono per contaminare tutti gli ambienti o i reparti, anche quelli “fuori” dal mercato. Già perché è ora di dirselo: non si è mai fuori dal sistema culturale dominante. Si può essere contro se proprio si ha il coraggio e la capacità di farlo, ma sempre dentro.
E in ogni caso – sia dall’esterno che dall’interno – si stanno sollecitando continuamente parti prematuri. L’importante è la nascita in quanto tale, qualunque sia il bambino. Interi festival, sottostagioni, fiere e feste soprattutto feste hanno bisogno che sia sempre natale… La fame di opere prime o di quello che c’è ancor prima dell’opera è un allarme e non una gratificante apertura: è una ingannevole richiesta del mercato, anche se l’autore la vive ingenuamente come una sfida quando non la vende astutamente come una prova. Così – nell’arte e perfino nello spettacolo – è tutto un saggio, un rodaggio, un working progress, uno studio, uno schizzo… Ed è meglio per tutti fermarsi alle intuizioni e vendere le intenzioni, che come si sa sono tutte buone quando servono a lastricare la strada del nostro accogliente inferno.
La discesa è infine ancora una volta democratica: consente davvero a tutti di piazzarsi in una delle infinite posizioni al ribasso di un’eterna stagione di saldi della creatività.
La salita è invece una roba medievale. L’arte di oggi non deve più elevarsi né tanto meno elevare. Lo sforzo – quando c’è – non si deve vedere e tanto meno vendere. Fastidia il cliente e la sua ragione (d’essere): lo spettatore si è emancipato (come assicurano i critici e i teorici à la page) e non si vede a quale scopo l’arte dovrebbe disturbare la sua nuova libertà in cambio di un’antica e sempre fallita ricerca.

L'articolo Arte festiva e arte feriale proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/arte-festiva-e-arte-feriale/feed/ 2
Uno spazio inviolato https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/ https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/#respond Thu, 01 Dec 2011 08:47:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5829 di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, pp. 378, 17,50 euro, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza.

L'articolo Uno spazio inviolato proviene da Minima et Moralia.

]]>

di Benedetta Marietti

Non tutte le storie d’amore raccontate in letteratura si equivalgono, ne esistono alcune più intense e commoventi di altre. Soprattutto se sono accadute realmente. Quella narrata magistralmente da Stefan Merrill Block nel suo secondo romanzo, La tempesta alla porta (Neri Pozza, traduzione di Stefano Bortolussi), è una storia di amore e follia, di attesa e passione, che cattura per autenticità e urgenza. Perché è un “tentativo di ricostruzione”, come lo definisce Stefan, di ciò che è capitato ai suoi nonni materni, Katharine e Frederick Merrill, sposi felici e innamorati durante la seconda guerra mondiale, precipitati nell’abisso della disperazione in seguito al ricovero coatto di Frederick all’inizio degli anni ’60 in un ospedale psichiatrico: il famoso McLean Mental Hospital di Boston (nel libro ribattezzato Mayflower Home for the Mentally Ill), che nel corso degli anni ha ospitato pazienti illustri, da Sylvia Plath a Zelda Fitzgerald, da Marianne Faithfull a James Taylor, da Anne Sexton a David Foster Wallace. Ma cosa succede all’interno di una mente malata? Come cambia la personalità di un folle? E quali sono gli effetti sulla famiglia? L’amore è più forte della malattia mentale? Dopo Io non ricordo, bellissimo romanzo d’esordio pubblicato nel 2008 (da uno Stefan appena ventiseienne) e ispirato proprio dalla nonna Katharine, che affrontava il rapporto tra un ragazzino e la madre malata di Alzheimer, Merrill Block tenta di rispondere a interrogativi per lui incalzanti ritornando sui suoi temi prediletti: l’autobiografismo collegato al disturbo mentale. “I due romanzi sono molto diversi per tono e struttura ma li considero parte di un unico progetto”, spiega Stefan, poche ore dopo essere arrivato da Brooklyn in Toscana, ospite della Santa Maddalena Foundation di Beatrice Monti von Rezzori (dove ha scritto parte del libro). “Avevo necessità di conoscere la storia della mia famiglia prima di diventare adulto. Cercare di capire un passato ormai perduto al fine di comprendere un presente sempre più incerto è stato lo scopo principale dei miei vent’anni. Provavo una sorta di compulsione che mi spingeva a resuscitare i miei nonni con la forza dell’immaginazione. La sfida è stata quella di rimanere fedele ai pochi fatti documentati ricreando un mondo romanzesco. Non penso di essere arrivato a conclusioni definitive ma adesso che mi affaccio alla soglia dei trent’anni so che il progetto è arrivato alla fine. E provo un’eccitante sensazione di libertà”.
Quando si incontrano per la prima volta, mentre in Europa deflagra la seconda guerra mondiale, Katharine rimane incantata da un Frederick “avventuroso, tragico, brillante, il tipico caso di una vita vissuta in un modo troppo fuori dal comune”. Lui per due mesi la corteggia dedicandole attenzioni esclusive. Poi parte per la guerra, in Marina, ma per qualche motivo a lei sconosciuto viene ricoverato in un ospedale militare. Quando le invia un anello per posta, lei accetta di sposarlo. Ma il Frederick che torna a casa è un uomo irriconoscibile, sopraffatto dall’inedia. Troppo spesso prova “la tristezza di essere sempre distante dalla cose, al di sopra o al di sotto”. Katharine non si preoccupa: il suo amore e le sue cure lo avrebbero guarito. Così si sposano. Nascono quattro figlie (Susie, madre di Stefan, è la terzogenita). Per qualche tempo le cose funzionano: “in qualche caso la loro vita era stata la perfetta rappresentazione di una vita perfetta”. Poi iniziano le fughe di lui da casa, le sbornie, i tradimenti. Finché una notte esce per strada con addosso solo un impermeabile e si denuda davanti alle automobili di passaggio. Consigliata dai poliziotti che lo arrestano, Katharine decide di ricoverarlo alla Mayflower Home.
“Fin da piccolo sono rimasto affascinato dalla figura di mio nonno, morto molto prima che io nascessi”, spiega Merrill Block. “Anche perché ho da sempre una relazione fortissima con mia madre. È stata la mia insegnante e la mia migliore amica dato che non ho frequentato la scuola ma fino a 13 anni ho studiato a casa insieme a lei. È stato grazie a questa fondamentale esperienza che sono diventato uno scrittore. Mia madre ha permesso alla mia creatività di esprimersi, mi lasciava lavorare quanto volevo su qualsiasi cosa fosse di mio interesse. E il mio interesse era sempre scrivere. Quegli anni a casa hanno tratteggiato il mio futuro. E la mia vita quotidiana di scrittore, oggi, ora dopo ora, è molto simile a quella di studente casalingo. Con mia madre condividevo ogni cosa tranne quel dolore che sentivo l’aveva ferita da giovane: l’assenza di suo padre e la sua morte precoce. Attraverso di lei ho imparato a sentirmi molto vicino a mio nonno. Ma non solo per comprenderne la personalità misteriosa o per capire la sofferenza di mia madre. Ero irresistibilmente attratto da lui perché mi sentivo legato dal suo stesso destino. Gli assomiglio molto fisicamente, ho le sue stesse espressioni e i suoi tic, tanto che spesso i miei parenti si commuovono a vedermi. Forse se avessi capito la sua storia avrei saputo affrontare meglio il mio futuro. Tanto più che una notte di qualche anno fa, sdraiato nel mio letto in un campus universitario, anch’io ho sentito scattare qualcosa in me e per quattro giorni di fila non sono più riuscito a chiudere occhio. Quando ho parlato di questa strana e immotivata insonnia con una specialista, la sua diagnosi preliminare mi ha lasciato interdetto. Disturbo bipolare, sindrome maniaco-depressiva. La presunta malattia di mio nonno. E da quel momento scoprire che cosa gli fosse successo è diventata un’insopprimibile necessità”. Gli chiedo come vive la sua malattia e se pensa che suo nonno fosse veramente malato. “La notizia è stata uno shock ma non credo di essere bipolare anche se ho tendenze in quel senso. Penso invece che ogni processo creativo contenga in sé il bipolarismo. Per gli standard del 1962 mio nonno era sicuramente bipolare. Per quelli di oggi non so. È molto difficile diagnosticarlo, soprattutto se il disturbo è lieve. E le diagnosi sono strettamente legate a quello che la società ritiene debba essere un comportamento normale, regolato dall’opinione prevalente su cosa sia reale e cosa folle. Nel romanzo mi interessava anche scoprire come la sofferenza psichica possa peggiorare con trattamenti sanitari non adeguati”.
Prima del suo ritorno a casa, che rimetterà ancora a dura prova l’amore di Katherine e la stabilità della famiglia (con un finale sconvolgente del romanzo), Frederick rimarrà nell’ospedale psichiatrico per parecchi mesi. Dopo l’arrivo di un invasato e sadico psichiatra a capo della struttura, verrà sottoposto a elettroshock, chiuso in isolamento, costretto a imbottirsi di medicine stordenti. Eppure riuscirà in qualche modo a trasformare la carcerazione in un esercizio creativo. Aiutato dall’amicizia con il poeta Robert Lowell, realmente internato al McLean Hospital insieme a lui, Frederick scriverà alcune misteriose lettere che verranno recapitate a Katherine e che lei brucerà nel camino vent’anni dopo, senza farle leggere a nessuno. “Mia nonna ha conservato i suoi segreti fino alla morte. La distruzione di quei fogli è diventata per me il simbolo di tutte le perdite della mia vita. Mi sono sentito frustrato e rabbioso. Sono sicuro che contenessero informazioni importanti ma allo stesso tempo non credo fossero risolutivi per comprendere tutta la storia. Anche con mia nonna ero molto legato. Per un certo periodo, quando il suo Alzhemeir cominciava a peggiorare, è venuta a stare a casa nostra. Amavo passare il tempo con lei perché, studiando a casa, avevo pochi amici. Era una persona adorabile. Nel giro di poco tempo l’Alzheimer l’ha fatta regredire a uno stadio infantile, simile a quello di un undicenne. E dato che io avevo undici anni, il nostro rapporto divenne man mano simile a quello di due coetanei. Eravamo molto amici ma nello stesso tempo antagonisti perché non voleva rivelarmi niente del suo passato. Finché io crebbi e lei peggiorò sempre di più”.
Katharine non ha avuto una vita facile. Ha cresciuto quattro figlie da sola, ha affrontato difficoltà economiche, ha subito un marito bipolare e lo ha aspettato fine alla fine. Quando ha avuto occasione di rifarsi una vita si è tirata indietro. Le consuetudini della sua epoca erano più forti del desiderio di una vita più normale? Dice Stefan: “Mia nonna ha vissuto la vita domestica che ci si aspettava vivessero le donne del suo tempo. Cinicamente si potrebbe pensare che sia rimasta incatenata dai vincoli sociali. Ma credo che il motivo per cui sia rimasta sempre accanto a mio nonno sia più semplice: continuava ad amarlo, nonostante tutto. Il mio romanzo racconta la perdita del linguaggio, delle idee e delle storie ma alla fine parla di qualcosa di inesprimibile e concreto, che va al di là della ricerca delle parole: è una storia d’amore”. Ed è un amore anomalo, folle per l’appunto, quasi irrealizzabile, che contiene però in sé un’utopia possibile, la nostalgia per un’altra vita dove quell’amore diventi sufficiente, basti a se stesso senza bisogno di altro, e vinca l’impossibilità di un immediato futuro. Una vita dove la malattia mentale, perfino quella più cruenta e terribile da sopportare, soccomba di fronte alla forza dell’amore. “Provenendo da una famiglia come la mia, sofferente di varie forme di malattie mentali, non posso fare a meno di pensare che non siamo nient’altro che la cruda biologia dei nostri cervelli. Ma con i miei romanzi tento di trovare qualcosa che trascenda la verità inconfutabile del nostro sistema nervoso. Non sono sicuro di aver trovato una risposta ma penso che nel mistero dell’arte e in quello dell’amore ci sia uno spazio inviolato, esterno al caos e alla scienza dei nostri cervelli. Una sorta di paradiso temporaneo che ci creiamo l’un l’altro, e che continua a vivere nelle storie che raccontiamo”.

Questo articolo-intervista è uscito per «D di Repubblica».

L'articolo Uno spazio inviolato proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/uno-spazio-inviolato/feed/ 0