Cristiano de Majo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristiano-de-majo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 29 Nov 2016 10:55:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cristiano de Majo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristiano-de-majo/ 32 32 Carne da canone https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/carne-da-canone/#comments Tue, 29 Nov 2016 13:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32689 (fonte immagine)

di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri?

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di Luigi Loi

L’occidentale credeva ingenuamente che le opere d’arte belle fossero anche le più importanti. Abbiamo collocato Bach, Mozart, i Beatles al centro di questa geografia dell’importanza. Peccato che la storia prima o poi metta tutti in imbarazzo. Nel loro tour in Italia del 1965 i Beatles furono accompagnati da Peppino di Capri. Dopo più di 50 anni l’aneddoto ci fa sorridere perché dimentichiamo una cosa: il bello in termini assoluti non esiste, il bello ha sempre un contesto e una storicità. I Beatles hanno influenzato tutte le successive generazioni di musicisti, oggi sono belli e imprescindibili. Nel 1965 anche Peppino di Capri evidentemente lo era.

Insomma, quello che accade in musica accade in letteratura, perché anche qui dove sta il bello nessuno più osa dirlo con certezza. Se venisse lanciato un nuovo programma Voyager, cosa decideremmo di mettere dentro la piccola libreria italiana per extraterrestri? Forse avremo pochi dubbi sugli anni ‘70: La Storia, I sillabari e Todo modo. Forse anche per ’80: Altri libertini, Seminario sulla gioventù, Diario di un millennio che fugge. Più difficile dire degli anni ’90 dove convivono Gioventù cannibale e Alonso e i visionari. Ma quando si cerca di stabilire cosa rimarrà nei prossimi 15 anni della letteratura italiana scritta dal 2000 a oggi?

Una delle possibili risposte sta in Canone 2030, saggio edito da Enrico Damiani Editore, che vede gli interventi di Paolo Di Paolo, Cristiano De Majo, Gabriele Pedullà tra i tanti. Se ormai non riusciamo più a stabilire in termini teologici, né filosofici o giuridici dove risieda il bello, Canone 2030 ha un pregio: col metro di una vocazione storicista cerca di decidere almeno quali siano i libri più importanti degli ultimi 15 anni pubblicati in Italia.

Nei suoi episodi più interessanti Canone 2030 centra il bersaglio: emerge un panorama molto differenziato, che smentisce alcune delle mitologie critiche nostrane. Non potrebbe essere diversamente, considerando gli autori trattati: Nicola Lagioia, Edoardo Albinati, Elena Ferrante, Giordano Tedoldi, Antonio Tabucchi, Alessandro Piperno, Serena Vitale, Roberto Saviano, Milena Magnani, Caterina Serra, Simona Vinci, Andrea Bajani, Francesco Pecoraro, Leonardo Pico Ciamarra, Lucia Calamaro, Milo De Angelis. Alcuni di questi sono molto letti, altri sono solo prediletti, perché la critica non può fare a meno di sondare, osservare, valutare i libri del presente, dando anche qualche stoccata come accade in questo saggio. E sebbene appare evidente la difficolta di dare un canone quando un corpo sociale è così suddiviso in microcomunità emerge un dato perlomeno statistico: le tribù letterarie in Italia sono grossomodo tre: letteratura di genere, nonfiction e autofiction.

Non è la fiction

Non è un caso che Paolo Maccari, nel suo intervento su Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale, scriva sul senso di «saturazione verso le ‘storie finte’ e di un bisogno diffuso dell’effetto realtà che si avverte un po’ a tutti i livelli». Gilda Policastro continua: «la suspension of disbelief sembra non poter riguardare almeno un paio di generazioni che la confidenza col virtuale ha reso quasi per paradosso più scettiche, meno avvezze alla finzionalità romanzesca, da cui rifuggono per un sentore di stantio, di muffa e di separatezza dal mondo». L’autofiction conosce il suo zenit con Trevi, Genna, Nesi e Piccolo. Curiosa dimenticanza di questo saggio è l’assenza dell’autore che più rappresenta questo genere in Italia: Walter Siti. Per contrasto emerge un’altra figura che Francesco Longo identifica con l’autore di Inseparabili, Piperno, che «sembra ignorare i generi egemoni oggi in Italia e tira dritto lungo la strada del romanzo. Sembra che per lui esistano solo i romanzi».

Il corpo negato

Negli ultimi 15 anni solo due italiani hanno avuto una dimensione davvero internazionale: la Ferrante e Saviano. Entrambi sono presenti nel discorso pubblico, ma da una posizione di evanescenza più o meno ideale; la prima assenza è voluta, la seconda imposta dalle drammatiche circostanze. Sono tra noi ma allo stesso tempo sono irraggiungibili, sono autori senza corpo, avatar. Se per Paolo Di Paolo «la forza di Ferrante è, più che nei suoi libri, nel suo non esserci», per Cristiano De Majo la grandezza di Gomorra risiede nel cortocircuito che il corpo minacciato del suo autore imprime all’opera letteraria quando diventa testimonianza civile. Altrove il corpo negato è quello dell’editore. Accade che lo scrittore che più ha investito sulla cifra della radicalità negli ultimi anni, Giordano Tedoldi, dopo Io odio John Updike e I segnalati, decida di autopubblicare e vendere su Amazon il suo romanzo Deep Lipsia. Analogo destino è quello di Fallire di Beppe Sebaste, anch’esso autopubblicato su Amazon.

Tra quindici anni saranno carta solo pochissimi libri, l’autore sarà il sinonimo di un prisma ottico da cui partiranno una serie di informazioni, gli editori da evocare in seduta spiritica?

L’importanza genetica delle interazioni artistiche

Nessun canone ha la pretesa di essere esaustivo e di farsi regolamento, tantomeno questo Canone 2030. Tuttavia qualsiasi esplorazione geografica, anche la più spericolata, esercita la nostra capacità di relativizzare l’esperienza artistica. Se dall’arcipelago di ghiaccio del ‘900 emergono con forza i vari Levi, Manganelli, Landolfi, Ginzburg, Morante, questa vittoria l’hanno subita i vari Raffaello Brignetti, Ottiero Ottieri, Vittorio Gorresio e i tanti di cui non rimane che il fenomeno allucinatorio. A rileggere il passato non si può che essere d’accordo con esso: in pochi oggi baratterebbero una pagina de La tregua con le trecento di Tempi stretti.

Torniamo a monte. L’aneddoto su Peppino di Capri ci fa sorridere perché sappiamo la storia ineluttabile, dimenticando che il vero campo di battaglia è il presente. È suggestivo immaginare un presente dove ha vinto il gene di Peppino di Capri su quello di Lennon e soci, o dove Liala sovrasta Calvino. Improbabile e ormai impossibile, eppure sappiamo la casualità forte quanto la genetica: nel 2030 forse non sentiremo più la necessità di una sintesi interpretativa perché non ci sarà più nulla da leggere e interpretare.

Fissate nella memoria questa scena: lo scrittore Flavio Soriga, inviato speciale di Rai Letteratura al Salone del Libro di Torino 2016, intervista il cantautore Motta, che presenta il suo nuovo album La fine del vent’anni. Soriga chiede: «tu sei un lettore?». Motta sorride alla telecamera. La risposta è superflua, immaginatela. Ciò che conta è proprio la domanda. Proviamo a rovesciarla: «tu ascolti musica?».

Bene, nel 2030, di chi sorrideremo: di Flavio Soriga o di Francesco Motta?

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La letteratura senza inconscio https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-letteratura-senza-inconscio/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-letteratura-senza-inconscio/#comments Wed, 10 Aug 2016 05:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29789 Ripeschiamo dal nostro archivio un approfondimento di Gianluca Didino: buona lettura.

Simboli e racconti

Nel suo significato originario, il termine greco σύμβολον, da cui deriva l’italiano “simbolo”, indicava, cito l’Enciclopedia Treccani, un «mezzo di riconoscimento, di controllo e simili, costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto (per es. un pezzo di legno) che i discendenti di famiglie diverse conservavano come segno di reciproca amicizia». L’etimologia del termine contiene dunque il senso di un’unità spezzata che tende al ricongiungimento, un collegamento implicito tra due oggetti ora separati ma che un tempo avevano fatto parte di una stessa totalità. Da qui il significato del termine è passato a indicare un oggetto “che sta al posto” di qualcos’altro, traslando l’idea della connessione dal piano della realtà (le due parti del bastone) a quella delle idee (il senso di amicizia tra le due famiglie). Questo è il presupposto che ha permesso di attribuire al concetto di simbolo una concezione estetica, differenziandolo progressivamente dal semplice “segno”.

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Ripeschiamo dal nostro archivio un approfondimento di Gianluca Didino: buona lettura.

Simboli e racconti

Nel suo significato originario, il termine greco σύμβολον, da cui deriva l’italiano “simbolo”, indicava, cito l’Enciclopedia Treccani, un «mezzo di riconoscimento, di controllo e simili, costituito da ognuna delle due parti ottenute spezzando irregolarmente in due un oggetto (per es. un pezzo di legno) che i discendenti di famiglie diverse conservavano come segno di reciproca amicizia». L’etimologia del termine contiene dunque il senso di un’unità spezzata che tende al ricongiungimento, un collegamento implicito tra due oggetti ora separati ma che un tempo avevano fatto parte di una stessa totalità. Da qui il significato del termine è passato a indicare un oggetto “che sta al posto” di qualcos’altro, traslando l’idea della connessione dal piano della realtà (le due parti del bastone) a quella delle idee (il senso di amicizia tra le due famiglie). Questo è il presupposto che ha permesso di attribuire al concetto di simbolo una concezione estetica, differenziandolo progressivamente dal semplice “segno”.

In ambito letterario, pochi generi in epoca moderna si sono serviti del simbolo come il racconto breve. La short story, per l’economia imposta dalla sua lunghezza ridotta e per la struttura conclusa che lo caratterizza (anche quando è aperto o sospeso: Julio Cortázar, un grande scrittore di racconti dal significato multiplo, ha più volte paragonato il genere a «una sfera»), ha bisogno di poggiare la propria struttura su nuclei tematici forti e circoscritti, che ne limitino le derive ed esercitino una forza centripeta. Qualunque lettore abituale di racconti brevi registra immediatamente la presenza di questi “concentrati di senso” non appena li incontra, e li deposita nella propria memoria sapendo che quegli elementi combinati insieme andranno a comporre il senso del racconto. Spesso questi elementi hanno il valore di simboli; sempre si comportano come le due parti del σύμβολον greco, frammenti di un dispositivo semiotico più ampio che richiede il lavoro del lettore per essere riportato alla propria originaria unità.

È stato Immanuel Kant, nella Critica del giudizio (1790), a tracciare la distinzione fondamentale tra simbolo e segno. Il simbolo, per Kant, è una forma particolare di segno che, cito di nuovo la Treccani, «ha in sé determinazioni ulteriori e indefinite; di qui nasce la vaghezza del senso del simbolo, la sua allusività e inesauribilità». In altre parole, il simbolo è un segno ma è anche qualcos’altro: un segno dai contorni sfumati, potremmo dire, circondato di un alone più o meno ampio di significati collaterali o periferici. Nella storia della letteratura moderna, questo alone è andato di volta in volta ampliandosi o riducendosi, oppure cambiando connotazioni, a seconda della sensibilità artistica delle epoche storiche e dei movimenti artistici: molto ampio e indefinito nel Romanticismo, codificato nel Simbolismo, piuttosto preciso e psicologizzato nel Modernismo e così via fino ai giorni nostri.

Elefanti, pavoni, cani

Ernest Hemingway scrisse il racconto breve Colline come elefanti bianchi nel 1927 e lo pubblicò sulla rivista parigina di letteratura sperimentale transition; quello stesso anno lo incluse nella sua seconda raccolta di racconti, Men Without Women, la quale fu successivamente accorpata ai Quarantanove racconti nel 1938. Il racconto, tra i più studiati nei licei e nelle università di mezzo mondo come esempio paradigmatico del simbolismo modernista, racconta una storia semplice: mentre aspettano un treno in un piccolo paese spagnolo, un uomo e una donna discutono dell’eventualità che lei abortisca.

Né l’aborto né i dettagli della relazione tra i due vengono mai esplicitati (da quanto tempo si conoscono? sono sposati? è lui il padre del bambino? si intuirebbe di sì, ma nel corso del racconto, lungo solo quattro pagine, non viene mai detto chiaramente), lasciando al lettore il compito di completare i tanti buchi lasciati dalla prosa essenziale e distaccata. In questo, com’è noto, consiste la “teoria dell’iceberg” di Hemingway: lo scrittore si occupa di esplicitare solo una parte molto piccola della storia che sta raccontando, lasciando sommersi i nuclei tematici profondi allo stesso modo in cui l’aera emersa costituisce solo una piccola un iceberg.

Così, quando la ragazza del racconto paragona le colline spagnole a elefanti bianchi, il lettore anglofono percepisce il significato dell’espressione idiomatica “elefante bianco”, che l’Oxford Dictionary definisce come «un possesso che è inutile o dannoso, specialmente se costoso o di cui è difficile liberarsi»: la ragazza si riferisce naturalmente al bambino che porta in grembo. Il modello di Hemingway dunque è costruito secondo un’opposizione netta tra superficie e profondità, che ricalca quella tra significato e significante, dove qualcosa (l’elefante) sta al posto di qualcos’altro (la gravidanza indesiderata). Una rappresentazione schematica di questo modello può essere vista nella Figura 1:

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Nel 1983 uno scrittore postmoderno che a Hemingway deve molto della sua tecnica letteraria, Raymond Carver, dava alle stampe la sua terza raccolta di racconti, Cattedrale. Il racconto che apre la raccolta, intitolato Penne, presenta una situazione per certi aspetti simile a Colline come elefanti bianchi: un uomo e una donna si trovano a vivere una situazione che farà loro cambiare idea sulla possibilità di una gravidanza. Jack e Fran, una coppia senza figli, vanno a cena da Bud, un collega di Jack, e da sua moglie Olla. La cena, a cui inizialmente Fran non voleva partecipare, si rivela fin da subito imbarazzante e costellata di piccoli eventi inquietanti: la coppia possiede un pavone; Olla non è particolarmente desiderabile e il figlio della coppia è decisamente brutto; su una mensola vicino alla televisione si trova un calco dei denti storti di Olla prima che Bud pagasse per l’operazione odontoiatrica che li ha sistemati. Tuttavia, nel corso della serata diventa sempre più chiaro che Ollaha avuto da Bud quello che voleva e che in definitiva la coppia è felice, mentre Frannon è pienamente felice della sua vita con Jack. Il sogno da bambina di Olla era avere un pavone e l’ha coronato; quello di Fran era visitare il Canada, ma Jack non ce l’ha mai portata.

Nel racconto di Carver il pavone svolge lo stesso ruolo dell’elefante in quello di Hemingway, è cioè il simbolo visibile di qualcosa di nascosto sotto la superficie. Tuttavia, il racconto di Carver è più inquietante di quello di Hemingway, al punto da lambire i confini del genere horror: i denti di Olla sono mostruosi, il bambino sembra inumano, il pavone emette suoni alieni camminando sul tetto, in televisione viene mostrato un catastrofico incidente stradale. Sembra chiaro che l’alone di significati secondari nel simbolo di Carver è molto più ampio di quello di Hemingway, tanto da sfumare in un senso di minaccia generalizzato che travalica la storia personale di Jack e Fran. Carver, scrittore postmoderno, vive in un mondo senza più certezze, che si regge in equilibrio precario sull’orlo di un abisso. Ecco perché, come si può vedere dalla Figura 2, il significato profondo di cui il pavone (e i denti, e il bambino) è il significante non è più solamente un’entità univoca (le cose che Jack non ha dato a Fran), ma anche il terrore che si nasconde dietro la faccia quotidiana dell’America degli anni Settanta. Il simbolo è un meta-simbolo, il rapporto tra superficie e profondità si è parzialmente interrotto:

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Dopo aver preso in esame uno scrittore reduce da entrambe le guerre mondiali e uno che ha raccontato l’America del post-Vietnam, sembra coerente chiudere questa carrellata di animali con il lavoro di Phil Klay, veterano dei marines nato proprio nell’anno in cui Carver pubblicava Cattedrale, il 1983, che nel 2014 ha pubblicato una sorprendente raccolta di racconti di guerra intitolata Fine missione. Il racconto omonimo, che apre la raccolta, comincia così: «Sparavamo ai cani. Non per sbaglio. Lo facevamo di proposito, e la chiamavamo Operazione Scooby. Io amo i cani, per questo ci ho pensato parecchio». Come scrittore di racconti, Klay si inserisce molto chiaramente in quella tradizione consacrata all’essenzialità della prosa di cui Hemingway e Carver sono i principali esponenti, e la riga di apertura fa immediatamente scattare nel lettore abituale di short stories il riconoscimento di uno di quei conglomerati di senso chereggono la struttura di un racconto breve. Tuttavia il racconto di Klay prosegue per un lungo momento seguendo altre strade: il narratore, conclusa la sua missione, viene mandato a casa negli U.S.A. e durante il viaggio lui e i suoi compagni fanno scalo da qualche parte in Irlanda dove si ubriacano per la prima volta dopo molti mesi.

Alla fine però un altro cane compare, chiudendo almeno in apparenza il cerchio: tornato a casa dalla moglie, il narratore scopre che il cane che hanno adottato anni prima in un canile è anziano e malato, e per non farlo soffrire ulteriormente, quando si accorge che non c’è speranza di guarigione, lo porta in un campo e gli spara. Un cane ucciso apre il racconto, un cane ucciso lo chiude: a prima vista sembrerebbe un dispositivo semiotico dei più semplici, costruito su una semplice opposizione (sparare a un cane in guerra / sparare a un cane nella vita civile) la cui tensione narrativa deriva, come già in Hemingway e Carver, dal rapporto del protagonista con la moglie.

Una lettura più approfondita del racconto mostra però che nessuna di queste ipotesi è corretta. È vero che il protagonista e sua moglie devono affrontare delle difficoltà dopo il ritorno di lui dall’Iraq, ma queste difficoltà sono così esplicitate da Klay che la tensione narrativa è pressoché inesistente. Allo stesso modo, l’uccisione del cane Vicar nel finale viene direttamente associata dal protagonista alla tecnica di uccisione a cui sono addestrati i marines in guerra: è una scena potente, dolorosa, ma che non rimanda a nessuna “profondità nascosta” come nel caso di Hemingway e di Carver. In altre parole, il cane del racconto di Klay non solo non è un simbolo, ma nemmeno “sta per” qualcos’altro: qui l’iceberg di Hemingway è del tutto emerso. Non si tratta tanto di un’assenza del significato, come in certi quadri astratti, ma di una perfetta sovrapposizione del significato al significante, tanto che sarebbe più corretto dire che il cane nel racconto di Klayè un simbolo del cane. Questa particolare condizione del simbolo letterario nella narrativa contemporanea può essere schematizzata come nella Figura 3:

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Roland Barthes ha scritto, ne L’impero dei segni (1970), che la caratteristica fondamentale dell’haiku giapponese è «l’esenzione del senso», mostrando come in questa forma d’arte non esista profondità ma solo superficie e come, dunque, commentarla sarebbe impossibile: «parlare dello haiku sarebbe semplicemente ed esattamente ripeterlo». Qualcosa di molto simile si potrebbe dire per il cane di Klay. Dobbiamo concluderne che la narrativa occidentale si sta orientalizzando? Che dopo il postmoderno viene lo Zen? Non proprio.

La fine della profondità

Nel 2010 lo psicanalista Massimo Recalcati ha pubblicato L’uomo senza inconscio, nel quale adatta alcuni punti chiave del pensiero di Jaques Lacan alla clinica di quelli che definisce, sulla scorta dei lavori di Gilles Lipovetsky, «i tempi ipermoderni». Il punto centrale dell’argomentazione di Recalcati è semplice e potente: nel disagio psichico contemporaneo gioca un ruolo sempre meno importante il cosiddetto soggetto dell’inconscio, quell’entità desiderante che manifesta alla superficie le istanze inconsce attraverso i sintomi e altre forme simboliche di rappresentazione. A essere entrato in crisi è nientemeno che il modello tradizionale della psicanalisi freudiana, perché il conflitto non sorge più da un desiderio (inconscio) che si scontra con un ordine regolatore (di tipo sociale o individuale) manifestandosi alla coscienza sotto forma di sintomo (un segno, qualcosa che “sta per” qualcos’altro); al contrario il sintomo viene sostituito da «forme verticali di scissione», come ad esempio l’identità narcisistica che si compatta su sé stessa per difendersi dall’angoscia) in cui l’opposizione fondamentale non è più quella tra superficie e profondità.

Tra gli esempi portati da Recalcati (tossicodipendenze, anoressia) quello più calzante ai fini del nostro discorso sono i disturbi psicosomatici,  nei quali «il corpo espone una lesione muta, mostra un segno privo di significazione, un reale refrattario al potere del simbolico, una cifra che resta indecifrabile»: siccome manca «la natura simbolica del sintomo isterico», il fenomeno psicosomatico «anziché prendere la via della metafora s’incarna direttamente nel corpo, cortocircuita con il reale del corpo senza alcuna mediazione simbolica producendosi direttamente come lesione».

Senza entrare nel dettaglio dell’analisi psicanalitica, ci sono ancora due punti che mi sembra necessario sottolineare nel discorso di Recalcati. Il primo è la stretta connessione tra queste nuove forme di disagio e la tecnologia. Se infatti da un lato «Lacan assimilava, nella conferenza di Ginevra del 1975 dedicata al Sintomo, il fenomeno psicosomatico al numero», si capisce come mai l’uomo senza inconscio è la figura clinica per eccellenza in un tempo dove a regnare sono «il numero, la cifra, la comparazione quantitativa, la quantificazione scientista, la negazione del desiderio come impossibile da misurare»: perché, appunto, il soggetto dell’inconscio si manifesta nell’incontro con un Altro irriducibile alla dimensione razionale (Freud lo chiamava “il perturbante”) e scompare quando questa dimensione viene totalmente inglobata nel dominio della normazione scientifica.

In secondo luogo Recalcati accenna una periodizzazione del fenomeno non solo quando identifica la nuova clinica in un quadro di passaggio dal postmoderno ai “tempi ipermoderni”, ma anche quando scrive che «la nostra idea di fondo è che, dagli anni Settanta a oggi, si è verificata una trasformazione inedita di quello che Freud definiva “Superio sociale” […]. Sino agli anni Settanta il comandamento del Superio sociale aveva assunto le forme del dovere morale […], la “morale civile” dell’uomo occidentale; il fulcro di questo comandamento prevedeva che l’accesso alla Civiltà […] avvenisse a condizione di un sacrificio di godimento».

Il risultato di questa trasformazione storico-psichica è per Recalcati che le nuove forme del disagio «s’impongono piuttosto come evidenze fuori discussione: il tossicomane è un tossicomane, l’anoressica è un’anoressica, il depresso è un depresso. La funzione enigmatica del sintomo metaforico viene sostituita da una nominazione identitaria assicurata dal sintomo stesso». Recalcati sostiene, in altre parole, che all’incirca dalla generazione dei nati negli anni Settanta in poi, e su forte spinta della tecnologia, la psiche dell’uomo occidentale abbia progressivamente perso contatto con il proprio inconscio appiattendo la propria dimensione esistenziale a livello della superficie, del significante o del corpo. Nel paragrafo precedente abbiamo visto come nel racconto di Phil Klay il cane “sta per” il cane, in una coincidenza di significato e significante che è anche elisione del simbolo in favore di un’evidenza situata tutta a livello della superficie (ciò che il lettore può effettivamente leggere, il racconto esplicito). Il parallelismo è abbastanza netto da farmi avanzare la prima delle due ipotesi alla base di questo saggio: che la letteratura dei tempi ipermoderni sia essenzialmente una letteratura senza inconscio. Nei paragrafi successivi cercheremo di capire cosa questo significhi nel concreto.

Corpi

Un’obiezione valida al discorso fatto fino a questo punto potrebbe essere la seguente: chi dice che il racconto di Klay non sia un’eccezione? Per un cane che “sta per” un cane ci saranno nella letteratura contemporanea decine di cani che “stanno per” qualcos’altro, che simboleggiano un referente profondo nascosto al di sotto della superficie del testo. Probabilmente questo è vero, ma nella narrativa contemporanea gli esempi di letteratura senza inconscio sono moltissimi. Eccone una lista:

– Nel racconto Dentophilia di Julia Slavin (1999) a una donna crescono denti su tutto il corpo; gli altri racconti della raccolta, intitolata La donna che si tagliò una gamba al Madison Club, sono all’incirca dello stesso tenore: una donna si taglia una gamba per sfuggire al prurito, un’altra ingoia intero il proprio giardiniere. La raccolta di Julia Slavin viene generalmente considerata l’apripista del Realismo Magico statunitense, una piccola corrente di cui fanno parte anche Aimee Bender e alcuni lavori di A. M. Homes. Nella raccolta di racconti Creature ostinate di Bender (2006) ci sono donne i cui figli sono ortaggi e bambini nati con un ferro da stiro al posto della testa; nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, L’inconfondibile tristezza della torta al limone (2011), la protagonista Rose prova le emozioni di chi ha cucinato il cibo che mangia (e più avanti nel libro suo fratello Joseph si trasforma in una sedia). In tutti questi casi il simbolo prende forma nel corpo dei personaggi: è molto difficile dire cosa rappresentino i denti che crescono sul corpo della donna nel racconto di Slavin;

– Probabilmente il simbolo più potente di tutta l’opera di Jennifer Egan si trova in Il tempo è un bastardo (2010), quando di Rolph, morto suicida a ventotto anni, viene detto che aveva un corpo privo di segni perché «il segno era ovunque. Il segno era la giovinezza». La giovinezza (ma una giovinezza dalla quale non riesce a uscire, quindi anche la morte) si incide sul suo corpo nella forma dell’assenza di segno, di un’impenetrabilità del corpo alla trasformazione: siamo nello stesso territorio della «esenzione di senso» che Roland Barthes associava allo haiku. Ma siamo anche, al di là di ogni ragionevole dubbio, nel campo del corpo come «lesione muta, segno privo di significazione, cifra che resta indecifrabile» di cui parlava Recalcati in relazione al fenomeno psicosomatico;

– Il romanzo C di Tom McCarthy è in parte la storia del laborioso (e fallimentare) tentativo da parte di Serge Carrefax di conferire un senso alla propria storia personale attraverso una serie di indizi frammentari che emergono alla sua coscienza sotto forma di segnali cifrati (corporali e psichici, ma anche tecnici come i frammenti di messaggi radiofonici che capta attraverso un’antenna rudimentale). Da un altro punto di vista, C è un saggio critico sull’impossibilità di decifrare il senso del segno letterario, di svelare quello che altrove McCarthy ha definito «il segreto della letteratura». Infine C, che è la rielaborazione di un famoso caso clinico di Freud, è una riflessione sul fallimento della psicanalisi in tempi in cui il corpo, la mente e il linguaggio umani sono completamente colonizzati dal discorso tecnologico. L’epilogo di queste tre tracce sovrapposte è sempre lo stesso. Al momento della sua morte, Serge incontrerà finalmente la profondità che sottende la saturazione di significanti nei quali si è mosso per tutta la vita: quello che trova è un’interferenza, un rumore inintelligibile, la cacofonia di tutti i significanti sovrapposti che non producono alcun senso;

– Ma soprattutto l’esempio più importante, sia in termini di frequenza nelle ricorrenze che di rilievo letterario, è quello rappresentato dalla letteratura di testimonianza che dal 2000 a oggi ha ottenuto tanto successo. Non mi riferisco tanto al memoir, con cui comunque condivide molti aspetti, quanto a quella scrittura in cui l’autore che si pone come “testimone” di un fatto storico o di un particolare contesto (il mondo della prostituzione, il traffico di stupefacenti) normalmente non accessibile al lettore comune: William Vollman, ad esempio, o il suo seguace Roberto Saviano. Come ha scritto giustamente Giordano Tedoldi in un articolo[1] dedicato al premio Nobel a Svetlana Aleksievic, la letteratura di testimonianza è caratterizzata da una «ossessione per il corpo», e in quanto tale «è una letteratura di superficie», non prova interesse per la dimensione psichica perché essa è una dimensione della profondità, “non misurabile” direbbe probabilmente Recalcati. Il che solleva un punto importante nel nostro discorso: l’idea, veicolata dalla letteratura di testimonianza come da altre forme di scrittura personale, che ciò di cui posso fare esperienza fisica sia anche reale, anzi sia la Realtà, e in quanto tale abbia un valore letterario in sé. Ma siamo proprio sicuri che le cose siano così semplici?

Il Nuovo Realismo letterario come equivoco

Nel 2012 il filosofo Maurizio Ferraris ha dato alle stampe il Manifesto del Nuovo Realismo, libro con il quale ha popolarizzato la sua fortunata teoria per il superamento dell’impasse del pensiero postmoderno. L’argomentazione di Ferraris, riassunta ai minimi termini, è la seguente: con il suo accento sull’ermeneutica, il postmoderno ha progressivamente delegittimato il concetto di realtà aprendo la strada al populismo: il punto di non ritorno del cosiddetto “pensiero debole”, logica conseguenza della “fine delle grandi narrazioni” di cui aveva parlato Lyotard negli anni Settanta, sarebbe dunque un processo di interpretazione infinita nel quale a soccombere sono le idee illuministe di progresso e oggettività. Uscire dall’impasse postmoderna significa dunque per Ferraris recuperare quella base di realtà (l’ontologia) che rende i fatti «inemendabili», impossibili da correggere (o manipolare, o distorcere) tramite l’applicazione di categorie culturali.

La proposta di Ferraris è figlia dell’11 settembre, prova suprema che i fatti esistono al di là delle interpretazioni: “emendare” l’attacco alle Twin Towers è effettivamente problematico. Tuttavia si inserisce in un più ampio percorso di recupero del valore culturale della realtà anche in altri settori, come è facile constatare pensando al boom del reality e del memoir rispettivamente nelle forme audiovisive e in letteratura dagli anni Novanta in poi. Quello che a noi interessa maggiormente è però il concetto di «inemendabilità», che nella letteratura di testimonianza è stato interpretato come un fattore essenzialmente corporale: niente è più inemendabile delle cicatrici che mi sono provocato a Fukushima, a Chernobyl, nella guerra dei Balcani o nella lotta alla mafia. Un discorso che vale in larga parte anche per il memoir, visto che ancora meno emendabile di guerre e catastrofi sono la malattia personale, la morte di un parente, la discesa nelle spirali dell’alcol o della droga.

Non entro nel merito della questione filosofica. Mi limito a dire che in letteratura l’assunto per cui l’inemendabilitàè un attributo della realtàè quantomeno problematico, visto che stiamo parlando non dei fatti, ma della loro rappresentazione: per questo il realismo letterario, come ha detto Walter Siti, è «l’impossibile» per eccellenza. Ne consegue che l’appiattimento sulla superficie che abbiamo visto essere la caratteristica fondamentale della narrativa “ipermoderna” difficilmente, e con buona pace della letteratura di testimonianza (questo sia detto al di là dei meriti), potrà essere la realtà. Se del binomiotra realtà e rappresentazione solo uno dei due poli è destinato a sopravvivere, non c’è dubbio che nelle arti si tratterà del secondo: la letteratura senza inconscio, dunque (è la seconda tesi che sostengo) è anche una letteratura di pura rappresentazione.

Conclusione: autofiction e appiattimento dello sguardo

Quanto detto finora ci porta, per concludere, a un’ultima osservazione. Insieme al memoir e alla letteratura di testimonianza, un altro genere in cui questo “ritorno della realtà” si è fatto particolarmente sentire è quello della cosiddetta autofiction: romanzi e racconti che mescolano senza soluzione di continuità realtà e finzione. A differenza della letteratura di testimonianza, l’autofiction non afferma alcuno statuto di verità o autenticità: piuttosto gioca con l’assottigliamento dei confini e, in maniera postmoderna, con i mescolamenti di genere (Guarigione di Cristiano De Majo, ad esempio, gioca con il memoir, in un discorso tutto interno alla “letteratura della realtà”).

C’è voluto il libro di Ben Lerner, Nel mondo a venire (2014), per sradicare definitivamente il concetto di realtà come profondità dall’autofiction. Un libro scritto in prima persona come un memoir, da un autore che è in primo luogo un poeta, che riflette sulla letteratura citando un grande classico della fiction popolare come Ritorno al futuro: poche opere avrebbero potuto combinare meglio postmoderno e suo superamento. Nel mondo a venire dimostra meglio di qualsiasi altro lavoro letterario finora che l’autofiction non porta nessuna prova di “inemendabilità”, anzi sostiene implicitamente il contrario: anche ciò che appare inemendabile è in effetti in possesso di una natura ontologicamente instabile. Più precisamente l’autofiction fa un passo ancora successivo verso l’appiattimento della prospettiva comportandosi esattamente come si comporta il Google Glass o qualsiasi altro dispositivo per la realtà aumentata: include in uno stesso sguardo realtà e rappresentazione, mondo e commento sul mondo, significato e significante. E dunque, terza tesi sostenuta in questo saggio, non c’è letteratura senza inconscio più netta dell’autofiction.

Si tratta di un bene o un male per il futuro della letteratura? La sparizione del soggetto dell’inconscio è un problema per Recalcati, il ritorno del reale è un bene per Ferraris. Nel contesto del nostro discorso il fatto che il cane di Klay stia al posto del cane, che significante e significato si sovrappongano, non ha una connotazione morale: partecipa, come altre manifestazioni (la mappatura planetaria del territorio, ad esempio, o le sculture iperrealiste senza spessore di Ron Mueck) di un più generale processo di trasformazione a cui la cultura occidentale sta andando incontro e che rappresenta, mi sembra, una delle principali cifre distintive del XXI secolo.

[1] http://www.rivistastudio.com/standard/uno-scrittore-ti-salvera/

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di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

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Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

Alternavo il primo Novecento al secondo, i vivi ai morti. Compravo i Nobel e i Pulitzer per autoeducarmi: così ho scoperto Eugenides, Franzen e l’America. Ho cominciato a credere in Carver, Malamud e Yates. Ho avuto il periodo Roth e il periodo McCarthy. C’era di sicuro qualcosa di sbagliato se non apprezzavo Houellebecq: mi sono affrettata a rimediare con Carrere per sentirmi meglio.

In quei primi anni di letture matte e disperatissime non ho mai scientemente evitato le donne, ma ne ho lette di meno. Dovevano essere morte (Woolf, Morante, Ginzburg) o molto note (Fallaci, Maraini) perché mi arrivassero tra le mani. Non mi sarei mai definita una ventenne sessista, ovviamente; leggevo senza fare caso al sesso dell’autore e capitava che si trattasse in maggioranza di uomini. Del resto gli uomini mi sembravano perfettamente in grado di scrivere bene tutto quello che c’era da scrivere, di dare una risposta a tutte le domande che avrei mai pensato di fare.

Quest’anno ho compiuto trentatré anni: definirmi ragazza non è più una possibilità. (Non lo è più da tempo, ovviamente, ma le prese di coscienza più difficili non arrivano mai puntuali, è un fatto).
Ebbene, sono una donna. Non mi pesa come credevo, ma mi proietta in un’altra dimensione della mia esistenza. Invecchiare, amare e lavorare hanno un altro significato adesso rispetto a dieci anni fa. I miei no pesano quasi quanto i sì. Le mie paure non sono scomparse: hanno cambiato forma e hanno aspettato pazienti che le riconoscessi. Se prima coltivavo fedi e certezze, adesso sento il bisogno di accanirmici contro e di dedicare tempo e cure a quelle che sopravvivono. Come al solito, quindi, anche quest’anno sono andata in cerca di parole martello che mi aiutassero a spazzare via il superfluo. Non ne ho trovate. O meglio: non ho trovato quelle che mi avrebbero permesso di distruggere e di ricostruire ciò di cui avevo bisogno. All’inizio dell’anno ho letto Guarigione di Cristiano de Majo, un libro sulla paternità, la continuità e sul senso dello stare al mondo. Molto bello, ho pensato. Ne avrei voluto uno simile che parlasse a me, di me.

Così, in attesa di qualcosa di diverso e potente e di mio, mi ha trovato Il posto di Annie Ernaux. Poche pagine, frasi brevi. Un ritratto. L’esame del concorso per l’assunzione a scuola e la morte del padre sono i due chiodi cui è appeso il quadro: il posto della protagonista nel mondo si trova in un punto imprecisato di questa cornice, nello spazio che i genitori le hanno ritagliato perché lo abitasse in maniera più consapevole di loro. Questo posto però non è un punto geometrico, ma una distanza dal padre e dalla madre ingigantita dai libri che la protagonista ha letto, dalla lingua ricercata che usa e che loro non parlano. È un tradimento e io lo conosco. Ernaux mi ha trovato e non mi ha rassicurato o liberato dal senso di colpa. Mi ha detto che sa, che capisce, con poche parole appuntite. È così che si scrive, mi ha anche detto.

Qualche mese dopo, intrappolata su un frecciabianca diretto nelle Marche, mi è successo di nuovo con un libro non fiction di Didion, una scrittrice non comune. Avevo sentito parlare molto di lei, ne avevo letto su riviste specializzate; scrittori uomini la citavano nelle interviste. Insomma, la leggevano tutti. Ne L’anno del pensiero magico, lei e il marito sono seduti a tavola e un attimo dopo lui è morto. Senza un preavviso o un perché prevedibile. Morto.
Il resto del viaggio è stato lungo e difficile.

Durante l’estate avevo letto Riparare i viventi di De Kerangal e mi era sembrato che i miei organi interni pulsassero tutti contemporaneamente, in una rinnovata fragilità. Avevo già fatto esperienza del dolore assorbito dai tessuti e poi pianto con ogni lacrima producibile dal corpo. Non avevo ancora superato un confine, però; Didion mi ha costretto a farlo. Non è solo il dolore, mi ha spiegato. È il vuoto improvviso e la necessità di sostituire un arto mancante con qualcos’altro che non pareggerà il conto, un pensiero razionale con uno magico. Il cuore del protagonista di De Kerangal è lo stesso che batte, vivo, in un altro petto, ma la modifica provvisoria che il marito di Didion ha fatto al suo romanzo un quarto d’ora prima di morire resterà per sempre l’ultima. Il segreto della morte, quindi, me l’ha rivelato lei. Quello della sua scrittura invece se lo tiene stretto: forse lo stile di Didion è solo il suo modo di soffrire, è lei.

E dunque avevo bisogno di risposte quest’anno (la vita, l’universo e tutto quanto) e non mi bastava la solita, profonda e universale riflessione sulla solitudine e sul venire a patti con l’idea di essere vivi per altri dodici mesi. Volevo leggere di un’infelicità propriamente femminile e del suo opposto; volevo capire come si fa a essere vive e trentenni nel 2015. Ho scoperto che si fa come Hannah in Amori e disamori di Nathaniel P di Waldman, imparando a interagire con gli insicuri narcisisti che troviamo così attraenti finché non crollano davanti ai nostri occhi e scopriamo che in parte li avevamo inventati. Sono stata grata a Waldman per avermi fatto ridere di Nate, delle ferite che infligge alle donne, della piccola felicità che si è costruito su misura. Insomma, leggere il suo libro non mi ha risolto un destino, ma me l’ha reso più leggero. I Nate passano, a quanto pare, almeno fino al successivo.

Single, frivole e pronte a tutto di Heiny è arrivato subito dopo, al momento giusto. Non era necessario che mi identificassi con le protagoniste dei racconti perché non siamo uguali: giochiamo solo nello stesso campionato. E se qualcuna resta col fidanzato di sempre anche se non lo ama più, non posso darle addosso come avrei fatto a vent’anni: sento il vuoto da cui sta scappando, ne ho un’immagine chiara, precisa.

L’ho letto anche, questo vuoto; è tutto in Sembrava una felicità di Offill. La protagonista tenta di tenere legato a sé il marito pur convivendo con una perdurante sensazione di lutto che non ha a che fare col matrimonio, né è addolcita dalla presenza di lui. C’è. È un inguaribile senso di distacco dalle cose: svegliarsi ogni mattina sapendo di dover essere madre e moglie, come un compito che ci si assegna per arrivare a fine giornata.

È questo, dunque, che andavo cercando. Essere vive, mediamente giovani, disperate; sentire che in qualche modo alcuni giochi sono fatti, senza che ce ne accorgessimo. Quando Carne viva di Tierce è arrivata in Italia se ne è parlato come di una discesa all’inferno. Io non ho problemi con l’inferno, soprattutto quello letterario: ho sempre cercato le fiamme nei libri, fin da piccola. E, infatti, non ho avuto problemi a girare le pagine, a seguire Marie da un letto all’altro, da un pavimento all’altro, da un divano sporco al sedile di un’auto sotto l’ennesimo uomo con cui annullarsi. Non ho avuto problemi ad arrivare in fondo alla sua storia, a chiuderla e a lasciarla sul comodino. Poi però, a distanza di mesi, si parla di uomini che non leggono le donne e io non posso fare a meno di pensare a Marie e a quella rinuncia a essere altro che una bambola di carne. Mi avrebbe dato fastidio il romanzo di uno scrittore che equipara il sesso promiscuo all’autodistruzione per un personaggio femminile. Invece riprendo Carne viva dopo una notte uguale ad altre notti e mi dico che Tierce sa. E non sta giudicando o semplificando. Sta dicendo che i giochi sono fatti e che il vuoto non lo senti più: ci sei caduta dentro.

Ho sempre cercato nei libri la morte, l’amore, la scrittura; quest’anno però volevo che fossero declinati su misura per i miei trent’anni. Sono stata fortunata, li ho trovati. La maggior parte erano stati scritti da donne. Mi dico che non avrei dovuto notarlo, che non importa. Invece importa.
Sono sempre stata femminista, eppure non leggevo molte donne: sceglievo in base alle storie e sceglievo gli uomini. Mi davano tutte le risposte di cui avevo bisogno. Così, almeno, credevo.
Adesso so che un pregiudizio può guidare la tua scelta anche se non te ne rendi conto. So che tocca a me fare in modo che il libro di una scrittrice di talento mi arrivi tra le mani. So che ne ho bisogno. E non perché io pensi che esista una scrittura femminile. Al contrario: esiste una scrittura che racconta le crepe dell’umano e ciò che lo tiene insieme. Non ha sesso o età. È puro talento, ma è anche attenzione per quello che ci riguarda.

La differenza non sta nella scrittura, è nella scelta che la nostra società continua a fare di ignorare deliberatamente che una scrittrice possa restituire un aspetto della realtà che ha un peso e un’importanza nella nostra definizione di noi stessi. Ci cerchiamo tutti nei temi universali degli scrittori di talento e spesso ci troviamo. Nei libri delle scrittrici di talento si ritrovano spesso soprattutto le donne. È talmente radicato il pregiudizio di una letteratura minore, che tutto quello che di universale e umano c’è in questi libri passa per ombelicale. Il sesso, l’amore, la maternità, l’emancipazione: se ne scrivono le donne diventano quasi un genere a parte, interessano meno.

Eppure, questi libri sono interessanti. E lo sono doppiamente: parlano a tutti, uomini e donne indifferentemente, e allo stesso tempo mi sembrano trovare la ferita al primo colpo. Scavano, sondano, illuminano questo mio tempo di mezzo che non conosco e non so abitare.

Ad esempio, ero femminista a vent’anni ma non ha funzionato. Adesso che mi chiedo cosa significhi questa parola, come faccio ad appuntarmela addosso senza mentire, ho bisogno che qualcuno del posto mi indichi la strada. Pochi scrittori uomini hanno risposto all’appello, molte scrittrici sì. L’ha fatto Ferrante per prima (e poco importa se persiste il dubbio sul suo sesso). L’amica geniale è entrata nelle mie letture di quest’anno come un faro, spazzando via ogni proposta politicamente corretta, suggerendo la prospettiva di un femminismo cinico e disincantato: sarebbe il caso, forse, di cominciare a salvarci in modo individuale puntando a ottenere qualcosa dalla sofferenza e dalle ingiustizie inflitte dai Sarratore di tutti i rioni del mondo.

Ancora, Ferrante mi ha mostrato come pochi altri, il passaggio del tempo sull’essere donna e scrittrice. La vecchiaia non è lo scoglio che ci fa naufragare, ma un punto da cui guardare il passato e trovare solo quello che era fatto per restare, anche se sul momento non lo sapevamo. La stessa verità mi hanno gridato contro Olive Kitteridge di Strout e quasi tutti i racconti di Munro, mostrandomi un futuro in cui, ottantenne, mi guarderò indietro cercando un senso al percorso fatto, un motivo in più per perdonarmi.

Se per dare retta a un’abitudine consolidata, a qualche classifica di rivista culturale o al giudizio di qualche critico che non legge le donne mi fossi persa uno di questi libri, credo che mi mancherebbe qualcosa di importante. Qualcosa di mio, destinato a passare. La stessa Ernaux me l’ha dimostrato scrivendo Gli anni, trovando le parole giuste per raccontare i momenti fatti per resistere al tempo e quelli che ha dovuto strappargli con la forza. Di questo avevo e ho bisogno adesso, del racconto di questi miei trent’anni, di qualcuno capace di fermarli prima che scappino. Tutte queste scrittrici ci sono riuscite. Hanno talento, certo, e forse ognuna di loro sa qualcosa di quest’altalena di cui sono fatti i giorni, della ferocia con cui desidero quello che non ho e delle corse, del sonno perso, dei letti sfatti, del gesso che mi consuma le mani un po’ alla volta.

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Un casino immenso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-casino-immenso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/un-casino-immenso/#comments Tue, 11 Aug 2015 06:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28144 Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell'aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una... come vogliamo chiamarla? New wave dell'opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

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Questo pezzo è uscito sul numero di agosto di Linus. Ringraziamo gli autori e la testata.

di Valerio Mattioli e Raffaele Alberto Ventura

Alla fine era nell’aria: al di fuori dei canali che una volta avremmo detto tradizionali, e a fianco delle testate che per decenni sono servite come riferimento per il “dibattito politico-culturale” – qualunque significato decidiate di dare alla famigerata formula – si è sviluppata negli ultimi anni una… come vogliamo chiamarla? New wave dell’opinionismo da terza pagina? Giovane scena intellettual-letteraria? Nuova generazione del giornalismo più o meno critico, più o meno militante?

Se non sapete di cosa stiamo parlando fidatevi di noi, che a parlare di robe simili rischiamo un conflitto d’interessi grande così poiché a questo mondo in qualche modo partecipiamo (seppur ai livelli più infimi). Diciamo allora che negli ultimi cinque, dieci anni è venuta a comporsi una costellazione di testate e firme che, se non ha interamente monopolizzato il dibattito di cui sopra, quantomeno ne sta fornendo una versione laterale e col passare del tempo forse persino influente.

L’armamentario è quello di sempre: editoriali di commento, saggi critici, approfondimenti di varia natura, articoli alle volte brillanti alle volte meno, “pezzi definitivi” e via di questo passo. Ma è innanzitutto cambiato il profilo generazionale degli attori in campo, nonché i mezzi attraverso i quali il fantomatico dibattito procede e si diffonde: di fatto, stiamo parlando di una galassia che si è perlopiù formata su e con la Rete, e che sempre in Rete trova i suoi sbocchi naturali – comprese le polemiche, i flame, e le ripicche a mezzo social.

VICE

Prendiamo un esempio al tempo stesso anomalo eppur emblematico qual è VICE. In questo caso stiamo parlando di una vera e propria multinazionale con sedi sparse in tutto il mondo, che da qualche tempo a questa parte non fa mistero delle sue ambizioni: da magazine giovanilista dedicato a “arte, cultura e nuove tendenze”, si è trasformato in un piccolo gigante dell’informazione 2.0, con tanto di programmi TV, reportage su ISIS e Ucraina e interviste a Barack Obama; il che non è male, per una testata considerata fino all’altroieri la quintessenza dell’hipsterismo e dei “giovani creativi e gentrificatori”. In ogni caso: se frequentate i canali del web, i social network e qualsivoglia tipo di chiacchiericcio online, è difficile che non vi siate imbattuti in qualche articolo targato VICE. L’edizione italiana della piattaforma nordamericana riflette com’è ovvio un po’ tutte le caratteristiche della casa-madre, che sommariamente sarebbero: un linguaggio “giovane” condito di ironia e sano spirito dissacratorio; reportage in chiave gonzo e improbabili titoli tipo “Cosa sognano i computer quando guardano i porno”; ma anche articoli approfonditi su temi di cultura, tecnologia e infine politica, specie da quando VICE ha una sua apposita sezione news.

In questo senso, la figura più rappresentativa di VICE Italia è senza dubbio Leonardo Bianchi, il cui lavoro come news editor per la testata con sede a Milano ne ha fortemente connotato indirizzi politici e “sfera d’appartenenza”. Per capirci: per uno come Christian Raimo (vedi oltre), Leonardo Bianchi è nientemeno che il “miglior giornalista di movimento in Italia”.

Le voci del Movimento

Pretendere che VICE sia un foglio militante sarebbe comunque troppo. Certo, gli ambienti “di movimento” in Italia non stanno vivendo un momento particolarmente felice – anche nel campo dell’intervento culturale vero e proprio, visto che di questo stiamo parlando. D’accordo, c’è ancora il giro Wu Ming e relativo blog Giap (tuttora seguitissimo), c’è Alfabeta2 con dentro gente come Andrea Cortellessa e Andrea Inglese, e in tempi più recenti il portale DINAMOpress si è guadagnato un certo seguito con articoli che spaziano dal bollettino antagonista a scritti sui rave e omaggi a Claudio Caligari (firmati Valerio Mastrandrea). Ah, e poi c’è pur sempre Zerocalcare. Ma l’impressione, per dirla col giornalista Giuliano Santoro, è che “dopo aver dato i natali a esperienze come Indymedia e gli HackLab, le realtà di italiane fatichino ad adeguarsi ai tempi e ai modi dell’era social”. In più, DINAMOpress è anche una realtà molto “romana” – un dettaglio che, come vedrete, continua a esercitare un certo peso nelle polemiche che periodicamente scuotono il milieu culturale di casa nostra.

minimum fax

A Roma da oltre vent’anni opera minimum fax, l’editore che più di tutti è riuscito a costruirsi l’invidiabile reputazione di laboratorio, snodo e simbolo della nuova letteratura italiana. Ora, a parlare di “scena romana”, il forestiero s’immagina subito consorterie, sfilate di alti prelati dell’intellighenzia e grandi abbuffate sorrentiniane, un magna-magna radical chic avvolto nelle riconoscibilissime grafiche di Riccardo Falcinelli. Quel che è certo è che minimum (per gli amici), e il vicino blog www.minimaetmoralia.it, è riuscita da esprimere un pugno d’intellettuali particolarmente visibili nel dibattito culturale contemporaneo, quasi tutti collocati a sinistra. Uno è Nicola Lagioia, anche giornalista di Repubblica, fresco vincitore premio Strega (da lui dedicato “alla Grecia”). E poi c’è il già citato Christian Raimo, che commenta l’attualità su internazionale.it in puro spirito engagé (e da posizioni apertamente antirenziane).

Internazionale.it

Il nuovo sito di Internazionale ha in effetti trasformato la testata-vetrina del miglior giornalismo (appunto) internazionale in un vero e proprio peso massimo del web politico-culturale. Attorno a Raimo, su internazionale.it si è anche formata una schiera di “nuove penne” che va dallo scrittore Giorgio Fontana alla star del web Quit the Doner passando per Matteo Bordone, quintessenza dell’opinionista post-moderno imbevuto di cultura pop e fiero portabandiera di una certa “milanesità” da opporre a una non meglio precisata “romanità”.

Rivista Studio

Già, perché la rivalità Milano-Roma, nel 2015, incredibilmente resta una faglia sulla quale si giocano ancora molte scaramucce ideologiche. Se i romani sono i soliti gufi sinistrorsi a cui piace borbottare contro #BuonaScuola e #JobsAct, la “scena milanese” ha sommariamente posizioni più Renzi-friendly. La testata-simbolo in questo senso è senza dubbio Rivista Studio, un po’ la versione giornalistico-letteraria di Eataly. Fondata dallo stesso Federico Sarica che in tempi lontani fu primissimo direttore di VICE Italia e ancora più lontani un membro di Lyricalz, duo hip hop torinese. Studio è elegante, moderno e di orientamento lib; mostra un’attenzione particolare verso l’attualità culturale americana e propone articoli “lunghi” e “intelligenti” su serie TV, comici d’Oltreoceano, tecnologia, letteratura e dintorni, con firme che vanno dall’Arbasino di Rione Monti Michele Masneri all’ex direttore di Linkiesta e attuale “storyteller all’Eni” Marco Alfieri, entrambi anche al Foglio.

Le firme di Studio rivendicano una propensione all’ottimismo tipica del renzismo più dinamico e “smart”, quello cioè che vorrebbe lasciarsi alle spalle i proverbiali piagnistei da sezione sfigata. In un recente articolo sintomaticamente intitolato Addio, Popolo, lo scrittore Cristiano de Majo ha più o meno stilato un manifesto del nuovo intellettuale post-engagé, per il quale (citiamo il lancio su Facebook) “la vera rivoluzione sarebbe non avere opinioni” — con reazioni che vi lasciamo immaginare. L’articolo ha avuto il merito di portare a galla una frattura che covava da tempo e che a questo punto pare non più ricomponibile. Salvo apericena in zona Pigneto, si intende. O meglio zona Isola? E via con una nuova polemica.

IL triangolo milanese

Studio fa idealmente parte di un triangolo tutto meneghino i cui due vertici restanti sono Il Post di Luca Sofri e IL, magazine del Sole 24 Ore dalla grafica curatissima (opera di Francesco Franchi). Diretto dall’ex del Foglio Christian Rocca, irruente neo-conservatore, IL è tuttavia anch’esso farcito di firme “di sinistra”. Tutte assieme, queste tre testate fanno della scena milanese una specie di (mini)superpotenza capace di indirizzare in maniera sostanziale toni e temi del dibattito politico-culturale, sufficiente cioè a contrastare i minacciosi salotti romani… da cui non poche delle loro firme provengono.

Perché l’impressione è che un certo mondo culturale italiano si presenti come un grande magma di centrosinistra-centrodestra, all’insegna di un clima di difficile convivenza che caratterizza il dopo-Berlusconi: lo stesso Guido Vitiello che castiga gli “intellò antirenziani” sul Foglio magari lo trovavi anche su Internazionale, Christian Raimo ha per molto tempo tenuto un blog su Il Post, e nello stesso numero di IL che ospita un saggio vagamente islamofobo qualche pagina dopo può spuntare un entusiasta articolo sull’indie rock più antagonista; senza dire delle figure-ponte come, per dirne due, lo scrittore Francesco Pacifico (ex caporedattore di Nuovi Argomenti) o Timothy Small (altro ex di VICE).

Cioè, noi ci proviamo a fare una “mappa”, per definizione arbitraria e incompleta, ma la realtà è che è un casino immenso. D’altronde, nel contesto professionale del giornalismo italiano, precario e sottopagato, nessun giornalista può permettersi di fare il difficile, no? Forse stiamo semplicemente vivendo un’epocale trasformazione dell’industria culturale in piattaforma di erogazione di contenuti intercambiabili, il cui punto più estremo sono le centinaia di blog del Fatto o dell’Huffington Post.

Il grande precursore del giornalismo d’opinione contemporaneo, nonché padre nobile dello stesso triangolo Studio/IL/Il Post, è comunque Il Foglio di Giuliano Ferrara, ora diretto da Claudio Cerasa (già opinionista politico su Studio). Secondo l’opinione di uno dei più letti blogger italiani, Leonardo Tondelli, Il Foglio fu a suo tempo precursore dei blog quando ancora non c’erano i blog: su quelle pagine è nato anche quel genere di critica cinico-sarcastica praticata da autori come il già citato Vitiello, Andrea Minuz o Matteo Marchesini.

Ma perchè? I blog esistono ancora?

I blog sono praticamente morti, ma proviamo comunque a citarne qualcuno ancora rilevante, secondo il nostro modesto parere: oltre a Leonardo Tondelli di leonardo.blogspot.com (firma brevemente transitata all’Unità, prima della morte e controversa rinascita del quotidiano fondato da Gramsci) sicuramente va segnalato phastidio.net, ovvero Mario Seminerio, economista di scuola liberale che deve la sua più recente fama a posizioni anti-austerity, e infine Miguel Martinez ovvero kelebeklerblog.com, prevalentemente impegnato in una critica radicale della retorica “occidentalista” e molto letto sia a destra che a sinistra. Ma lo sviluppo del web 2.0 sembra avere definitivamente chiuso la stagione della “blogosfera” e aperto la strada a una nuova generazione di siti e blog collettivi: nomi come Nazione Indiana, Il primo amore, Le parole e le cose, Doppiozero, Il lavoro culturale, 404, sono oggi particolarmente seguiti, se non dal grande pubblico, perlomeno dagli “addetti ai lavori” (culturali). E poi naturalmente esiste il Grillo-network, che ospita una mole impressionante di conversazioni e ha espresso qualche personalità come Claudio Messora (ByoBlu), promosso “consulente per la comunicazione” del Movimento Cinque Stelle e poi rimosso.

E a destra?

C’è poi la destra, quella vera. In generale, lì vanno di moda gli anticonformisti, i cani sciolti, ma anche i ribelli di jungeriana memoria, gli intellettuali dissidenti, i presunti punk aristocratici e dulcis in fundo i fascio-hipster (come li ha chiamati Alessandro Lolli in un articolo sul magazine Prismo). Sempre convinti di essere scandalosi e controcorrente, proclamano di combattere il “pensiero unico” eppure hanno di fronte una sinistra frammentata come in quel vecchio sketch dei Monty Python sul Fronte Popolare di Giudea. “Questa è la sinistra italiana!” è il loro credo e anche il nome di un sito molto seguito dagli orfani del berlusconismo. Le loro sembrano spesso invettive contro un nemico immaginario, caratterizzato dai seguenti attributi mitologici: cene equo-solidali, film d’autore, teoria gender ecc. Scrivono talvolta sul Foglio (come Camillo Langone o Adriano Scianca di CasaPound) e sul Giornale, su Libero, su Panorama, pubblicano per Mondadori e sembrano concepire la scrittura più come sfogo catartico dei loro traumi che come strumento di analisi. Un nome tra tutti è quello dello scrittore Massimiliano Parente, già autore di un libro su La casta dei radical chic, e ormai specializzato nel genere (ahilui di vita breve) della provocazione giornalistica. Un altro, emergente ma con una faccia tosta sufficiente per ritagliarsi una nicchia, è il giovane Marco Cubeddu, oggi caporedattore di Nuovi Argomenti. Su Panorama proponeva (ironicamente beninteso) di “discriminare, multare e punire” i giovani alternativi, “pericolosi parassiti” della società.

E ancora più a destra?

Scivolando ancora più a destra, o dalle parti di quel “socialismo nazionale” ormai sdoganato, svetta la figura del filosofo Diego Fusaro. Corteggiato dagli editori e dalla televisione, onnipresente sui social network quasi quanto Andrea Diprè, Fusaro si tiene in equilibrio al crocevia tra No Euro e Nouvelle Droite all’italiana. I No Euro sono una galassia che va dai sostenitori di Grillo agli elettori di Salvini, il cui intellettuale forse più rappresentativo è l’economista Alberto Bagnai; più complessi i contorni della Nouvelle Droite, che potremmo definire come un’estrema destra che ha rispolverato le proprie radici anticapitaliste e che usa (anche) argomenti “di sinistra” per difendere le proprie posizioni su immigrazione e morale sessuale.

Cattolici convinti

Ci sono poi i cattolici alla Mario Adinolfi, giornalista e politico (del Partito Democratico!) improvvisamente virato a destra dopo essersi assicurato la poltrona in parlamento. All’area del suo giornale La croce, fondato e fallito in pochi mesi, fa riferimento una nuova generazione di cattolici da combattimento. Tra di loro Costanza Miriano, autrice del libro Sposati e sii sottomessa e animatrice di un blog molto seguito. Ancora più a destra sta la casa editrice Effedieffe con il suo sito (a pagamento) diretto da Maurizio Blondet, al quale contribuisce principalmente l’opinionista Roberto dal Bosco raccontando di complotti anticlericali e di presenze sataniche.

E molto al largo, qualche isola sperduta

Il resto sono isole sperdute nel mare del Rete, e non pretendiamo certo di essere esaustivi segnalandone qualcuna. Un vero cane sciolto dell’anticapitalismo “marxista revisionista” è l’economista ottantenne Gianfranco La Grassa, che malgrado la veneranda età si è riscoperto blogger e anima il sito Conflitti e strategie, la cui linea editoriale può essere riassunta nel dare addosso ai “decerebrati di sinistra”. Infine, in rappresentanza della destra più estrema, ci teniamo perlomeno a segnalare il blogger Svart Jugend: un esperimento di narrazione (ironica?) attorno all’estremismo politico, che può vantare diecimila fan entusiasti su Facebook al grido di “Vado alla Crai urlando viva il Quarto Reich”. E con questo (per fortuna) chiudiamo e andiamo a berci una birra sulla curva del male.

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Padri e figli: su “Guarigione” di Cristiano de Majo https://minimaetmoralia.it/libri/guarigione-cristiano-de-majo/ https://minimaetmoralia.it/libri/guarigione-cristiano-de-majo/#comments Sun, 10 May 2015 06:25:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26385 Questo articolo è apparso in forma ridotta su L’Indice di aprile 2015.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

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Cristiano de Majo Guarigione

Questo articolo è apparso in forma ridotta su L’Indice di aprile 2015.

C’è una frase di Fortini che mi tornava in mente leggendo Guarigione di Cristiano de Majo: “la sola storia che conti davvero, la sola veramente traumatica è quella cui dobbiamo la nostra nascita”. Mi sono sempre piaciuti quei libri in cui il narratore è mosso da una, più o meno esplicita, volontà di sapere cos’era il mondo prima di lui. Cosa, in particolare, ha reso possibile quello stesso soggetto che ora si interroga sulla propria origine. Cosmogonie private ben diverse dall’autobiografia: sono storie, cioè, in cui lo sguardo rivolto alla traumatica “eternità fatta di tenebra” che precede la nascita è attraversato da un desiderio che ha l’urgenza e l’onestà di cui parla Fortini. Ma è anche uno sguardo che, come l’osservatore del gatto di Schrödinger, ha il potere di cambiare la natura dell’oggetto scrutato. Quel particolare passato, proprio perché traumatico, non potrà che, allo stesso tempo, essere e non essere reale, sempre immanente e sempre perduto. Questa presa in carico del rischio vale anche per il libro di de Majo, per quanto Guarigione racconti esattamente l’opposto: ciò che vediamo qui non è la nostra nascita (cioè quella del narratore), ma la loro, quella dei figli.

Ho letto Guarigione questo inverno, in mezzo a un complicato trasloco. Complicato, va detto, solo per la mia pigrizia: non è che, materialmente, ci fosse molta roba da trasportare. Smantellando la stanza in cui abitavo in una casa con altri due coinquilini – come un fuorisede decisamente fuori tempo massimo, a sentire la mia ragazza laureata alla Facoltà delle Brutali Verità – mi rendevo conto con lovecraftiano orrore di possedere quasi soltanto libri. Quando erano entrati tutti quei libri nella mia vita? Come avevano fatto? E che me ne facevo adesso? Mentre li mettevo negli scatoloni, però, prendevo coscienza anche di un’altra cosa. Che c’era ben poco d’altro che mi interessasse portare nella casa nuova (sempre in affitto, ma questa volta tutta per me): c’era ben poco d’altro letteralmente.

Guarigione è il resoconto di una manciata di anni della vita di de Majo: all’epoca poco più che trentenne, Cristiano non aveva mai nutrito particolari desideri di paternità, ma la remissione di un tumore al testicolo lo convince a cercare un figlio con la compagna  – “era lo scampato pericolo di non riuscire a essere padre che mi fece venire voglia di avere un figlio, o qualcosa che aveva a che fare la naturale evoluzione di un rapporto, o ancora la fatica spesso insopportabile di essere sempre e soltanto figlio?” Nascono due gemelli. Gemelli, ma non identici: uno dei due è affetto da una malattia che rende chi ne soffre particolarmente vulnerabile a qualsiasi lesione cutanea e che nei casi più gravi costringe i bambini a una vita durissima, coperti di piaghe e bende protettive. L’esatta diagnosi della malattia e il suo decorso verso un’eventuale guarigione, o almeno un’attenuazione, occupa i primi anni di vita del piccolo e tutto il libro.

Mentre, nella casa nuova, sfasciavo i libri dalle loro culle di cartone mi chiedevo se davvero erano quelli gli unici beni che ero riuscito a mettere insieme in questi anni. Li posavo a terra, impilandoli in colonnine alte più o meno un metro, contro i muri. Non avevo ancora comprato delle librerie.

Sempre più sconfortato (non ne sarei mai venuto a capo), intimamente rassegnato a vivere in quella condizione precaria per mesi e mesi (e già me la stavo facendo piacere: “In fondo non stanno male, i libri così. Certo, non è il massimo della comodità, però, dài, hai un che di hipster-chic…”), mi capita tra le mani il grosso tomo dei Saggi di Montaigne. C’è un saggio, quello in cui racconta dei suoi calcoli renali, in cui Montaigne si stupisce di come certe malattie si trasmettano di padre in figlio. Anche suo padre, infatti, soffriva del “mal di pietra”: “dove covava da tanto tempo la predisposizione a questo difetto? Così nascosto che quarantacinque anni dopo io abbia cominciato a risentirne? solo, fino a questo momento, tra tanti fratelli e sorelle, tutti d’una madre. Chi mi spieghera questo processo, gli presterò fede per quanti altri prodigi vorrà”.

Che cos’è Guarigione? Non è un romanzo, privo com’è di elementi finzionali, né quindi autofiction. Non è un memoir: per quanto sia anche il memoriale di una malattia non è quello il cuore del libro, tanto meno innesca quei meccanismi ricattatori tipici della memorialistica del genere. Guarigione non è un saggio in senso stretto – o almeno nel senso che comunemente si dà a questa parola oggi, cioè l’esposizione e la dimostrazione di una tesi.

Guarigione è un libro pieno di cose, aneddoti, temi, incrociati col passo divagante e inquieto di chi mette alla prova i propri ragionamenti. Le ascendenze più immediate sono evidenti: Sebald, Sontag, Teju Cole, Philip Forest, ma soprattutto Carrère e Joan Didion, una  genealogia esplicitata dal testo stesso nelle tante pagine di riflessione dedicata a questi autori. Se non ricordo male, però, Montaigne non viene mai citato direttamente. Eppure Guarigione, come gli Essais, si sarebbe potuto aprire con l’avvertenza che “Questo, lettore, è un libro sincero”: anche qui si tratta di lasciare un ritratto il più possibile onesto di sé a disposizione di amici e famigliari. La sincerità è decisiva dal momento che il libro è la risposta alla “responabilità di dare ai miei figli un passato. L’onere di costruire per loro una storia che fosse il più possibile priva di omissioni”.

Quasi ogni pagina di de Majo sembra chiedersi se sarà all’altezza di un tale compito: trasmettere un ritratto assolutamente sincero dei gemelli e di se stesso, del suo amore per i figli, delle sue debolezze anche, paure e piccinerie. “Mi chiedo quanto sia diverso [rispetto alla fotografia], invece, fissare il presente con la scrittura, annotando su un diario le cose da non dimenticare. È in fondo quello che avrei voluto i miei genitori facessero con me: mi sarebbe piaciuto leggere da grande quello che sono stato – o come sono stato visto – da piccolo, mi sarebbe piaciuto che i primi mesi della mia vita non fossero del tutto scomparsi”. Invece di dare un futuro, ai figli si dà un passato, una storia che però è costruita – e quindi comunque con qualche fessura in cui si inserisce la finzione, l’omissione, anche solo il falso ricordo: fessure aperte dal proprio desiderio, inappagato, per un passato che a noi non hanno tramandato.

Ecco perché Guarigione è un libro ossessionato dalle tracce, dai segni (sulla pelle), da lasciti, orme e impronte: e quindi dalla scrittura, quella altrui (e un libro pieno di altri libri, di citazioni, autori, letture) e la propria (domande sul senso di ciò che si sta facendo, ma anche sul proprio ruolo di scrittore e intellettuale).

Forse allora il vero tema di Guarigione è quello dell’idea di trasmissione: della vita e dei segni. In fondo il padre non passa al figlio esattamente dell’informazione in forma di dna? (Scrive Montaigne: “Che prodigio è mai questo, che la goccia di seme da cui siamo prodotti porti in sé le tracce non solo della forma corporea, ma dei pensieri e delle inclinazioni dei nostri padri? questa goccia d’acqua, dove mai può albergare quell’infinito numero di forme?”)

La trasmissione dell’esperienza, invece, è ciò che chiamiamo cultura. A un certo punto, durante un viaggio, a de Majo capita in mano una guida che consiglia “di perdersi”: “Va da sé che nessuno potrebbe mai perdersi con una Lonely Planet in mano, ma l’importante non è perdersi, è avere la sensazione di perdersi”. Quella che vive il turista che cerca “il gusto dell’esotico” è un’esperienza inautentica perché di seconda mano, stereotipata, ma d’altro canto siamo troppo smaliziati (disincantati) per credere davvero che ci possa essere un’esperienza autenticamente originale, non mediata dal linguaggio. Temi non nuovi, d’accordo, ma mi sembra che qui la posta in gioco non sia tanto quella di conquistare chissà quale summa teorica, quanto di far passeggiare il pensiero secondo un certo ritmo, una certa cadenza – insomma, uno stile. Un passo in grado di scartare sia i malinconici cantori della “fine dell’esperienza”, sia chi diagnostica l’assenza del trauma nella narrativa di oggi. Del resto una storia “veramente traumatica” ce l’abbiamo tutti.

Guarigione è il diario di tante malattie, tante crisi: del padre, della rappresentazione. Del romanziere insofferente ai vincoli della finzione. Dell’intellettuale perennemente roso dal dubbio che dovrebbe trovarsi “un lavoro vero” e badare al sostentamento dei figli invece di continuare a scrivere articoli, libri e saggi che, nei momenti bui, gli sembrano le velleità narcisistiche di autoaffermazione buone per adolescenti con tanto tempo libero.

Un po’ come me, pensavo. Mentre finivo il libro di de Majo e sollevavo lo sguardo in questa casa semivuota, abitata solo da colonne di libri che mai come allora sentivo inutili, un fardello narcisistico, capivo anche un’altra cosa. Che Guarigione mi costringeva a fare i conti con una ferita, no: con un fastidio simile a una pietruzza che ti gira dentro e che lentamente cresce. Ci sono dei passaggi nel libro di de Majo – non pochi – che mi provocavano fitte di riconoscimento. E poi ci sono momenti, sempre di riconoscimento, ma, per così dire, più simili al dolore di un arto fantasma. Formicolii su una gamba, un braccio che non si possiede più. O, come nel mio caso, che non si è mai posseduti. Nonostante le somiglianze tra me e lui che sentivo e sapevo (stessa età più o meno, stessi interessi, stesso investimento in una certa idea “seria” di letteratura), c’era una differenza fondamentale. Io non ho figli. Quella che sentivo, nei confronti dell’amore straripante di un padre verso i suoi figli, era, ecco, una cosa che non so come definire se non come invidia.

Quella che racconta de Majo non è l’ansia dell’influenza (dei padri) ma l’ansia dell’ininfluenza sui figli, la paura che quella linea di trasmissione sia interrotta. Che un certo vecchio mondo sia finito. Ma non c’è nessuna concessione allo sconforto, alla nostalgia, nessun ripiegamento: la scrittura del libro stesso diventa la dimostrazione che la fine dei vecchi regimi (dei vecchi generi, l’usurarsi delle abitudini, l’imporsi di nuove forme della vita) è, in fondo, un’altra forma di guarigione. L’apocalisse è già avvenuta ma non è stata la fine del mondo, mettiamoci l’anima in pace. Magari falliremo, ma troveremo il modo di vivere e trasmettere la nostra esperienza ai figli anche in questo nuovo, terribile, interessante mondo.

Insomma, forse avevo capito che era tempo di montare le librerie, sistemare i libri, i mobili, gli affetti, gli amori. E poi tutto il resto ancora.

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100 libri per una biblioteca della nonfiction narrativa https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-biblioteca-della-nonfiction-narrativa/ https://minimaetmoralia.it/libri/per-una-biblioteca-della-nonfiction-narrativa/#comments Thu, 20 Nov 2014 15:11:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24443 Dal 21 al 23 novembre torna alla Triennale di Milano il ciclo di incontri organizzati da Studio. Vi segnaliamo il programma completo e in particolare l'incontro di venerdì 21 alle 18.30 sul tema Il racconto della realtà: intervengono Cristiano de Majo, Lorenzo Mieli, Aldo Grasso, Francesco Anzelmo e Niccolò Contessa.

Riprendiamo un articolo di Cristiano de Majo apparso su Studio.

(Ho scritto un lista di 100 libri immaginando di mettere insieme una biblioteca di nonfiction narrativa: reportage, memorie, autobiografie, biografie, saggi personali… Ovviamente è un genere che sfugge a una definizione precisa e che quindi si presta all’interpretazione soggettiva, ma la lista è anche un modo per cercare di disegnare un perimetro di questo genere,  che trovo il più interessante campo di applicazione della letteratura in questi anni. Ci sono sicuramente alcuni buchi – libri che non letto, che ho dimenticato o che non considero fondamentali al contrario di altri -e sicuramente un po’ di favoritismo interno, nel senso che sono inclusi libri italiani, anche piccoli e sconosciuti, accanto a capolavori riconosciuti. C’è anche forse una  considerazione perferenziale per le uscite più recenti rispetto a libri del passato e non so se dipende dalla freschezza della lettura o dal fatto che questo tipo di libri si trovino in un momento di interessante evoluzione. L’elenco non segue un ordine preciso.)

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Dal 21 al 23 novembre torna alla Triennale di Milano il ciclo di incontri organizzati da Studio. Vi segnaliamo il programma completo e in particolare l’incontro di venerdì 21 alle 18.30 sul tema Il racconto della realtà: intervengono Cristiano de Majo, Lorenzo Mieli, Aldo Grasso, Francesco Anzelmo e Niccolò Contessa.

Riprendiamo un articolo di Cristiano de Majo apparso su Studio.

(Ho scritto un lista di 100 libri immaginando di mettere insieme una biblioteca di nonfiction narrativa: reportage, memorie, autobiografie, biografie, saggi personali… Ovviamente è un genere che sfugge a una definizione precisa e che quindi si presta all’interpretazione soggettiva, ma la lista è anche un modo per cercare di disegnare un perimetro di questo genere,  che trovo il più interessante campo di applicazione della letteratura in questi anni. Ci sono sicuramente alcuni buchi – libri che non letto, che ho dimenticato o che non considero fondamentali al contrario di altri -e sicuramente un po’ di favoritismo interno, nel senso che sono inclusi libri italiani, anche piccoli e sconosciuti, accanto a capolavori riconosciuti. C’è anche forse una  considerazione perferenziale per le uscite più recenti rispetto a libri del passato e non so se dipende dalla freschezza della lettura o dal fatto che questo tipo di libri si trovino in un momento di interessante evoluzione. L’elenco non segue un ordine preciso.)

Vollmann – I racconti dell’Arcobaleno (Purtroppo l’edizione Fanucci è fuori catalogo, ma questa è nonfiction biblica, mischiata anche a tanta fiction, Vollmann tra i barboni e le battone di San Francisco, Vollmann amico degli skinhead.)

Vollmann – Storie di farfalle

Vollmann – Afghanistan Picture Show (Forse il più bel reportage di guerra che abbia mai letto, anche considerato che il protagonista non riesce in nessun modo ad arrivare sul fronte.)

Vollmann – Come un’onda che sale e che scende (Nella versione italiana, condensata rispetto alle tremila pagine dell’originale, ci sono alcune dei migliori suoi reportage, come le pagine sul confitto in Jugoslavia.)

Sebald – Gli anelli di Saturno (A mio parere il suo capolavoro, racconto di un pellgrinaggio nel sud dell’Inghilterra, apertura di uno spazio nuovo della letteratura, il suo libro più sperimentale insieme a Vertigini.)

Sebald – Gli emigrati

Sebald – Vertigini

Goffredo Parise – Guerre politiche (Raccolta dei reportage dal fronte di uno dei pochi scrittori italiani del Novecento che resiste a una catalogazione antiquaria.)

Giorgio Manganelli – Cina e altri orienti (Tra le migliori e più intelligenti sedute di autocoscienza del turista che mi sia capitato di leggere.)

Ermanno Rea – Mistero napoletano (Romanzo di fatti che è insieme indagine personale e affresco storico, da considerare uno dei migliori libri italiani degli ultimi vent’anni.)

Joan Didion – Verso Betlemme (Raccolta di saggi e reportage è un classico del new journalism da avere a tutti i costi.)

Joan Didion – Miami

Joan Didion – The White Album (Altra raccolta che è il seguito ideale di Verso Betlemme,  non è mai stato tradotto in Italia.)

Joan Didion – L’anno del pensiero magico

Joan Didion – Blue Nights

Philip Forest – Tutti i bambini tranne uno (Come raccontare il dolore? Il problema non da poco viene affrontato da Forest nella pratica con un difficile equilibrio tra pathos – la morte per tumore della figli di tre anni – e bellissime pagine di critica letteraria.)

Laurent Binet – HHhH (Appassionantissima ricostruzione storica che è anche una intelligentissima riflessione sull’etica del romanzo storico.)

Emmanuel Carrère – L’avversario (Il libro più  breve dello scrittore francese ma forse anche il suo capolavoro.)

Emmanuel Carrère – Vite che non sono la mia

Emmanuel Carrère – La vita come un romanzo russo

Emmanuel Carrère – Limonov

David Foster Wallace – Considera l’aragosta (I saggi di Wallace, vedi anche sotto, restano. Alcuni sono più legati al tempo in cui furono scritti, un po’ con il respiro corto dell’affresco generazionale, ma non si dimenticano il ritratto di McCain, o il bellissimo saggio narrativo sulla radio.)

David Foster Wallace – Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose cose divertenti che non farò mai più (Il reportage dal set di Lynch, il saggio sugli scrittori e la televisione, la fiera del Midwest.)

Michel de Montaigne – Saggi

Jean-Jacques Rousseau – Le passeggiate di un sognatore solitario

Hunter S. Thompson – Paura e disgusto a Las Vegas

Hunter S. Thompson – Hell’s Angels

Tom Wolfe – Radical Chic (Il primo e più brillante reportage da salotto nella storia della letteratura.)

Tom Wolfe – Electric Kool-Aid Acid Test (Altro superclassico del new journalism da poco riedito nei tascabili Mondadori. Gli anni Sessanta, eccoli. Da leggere insieme a Verso Betlemme.)

Iain Sinclair – London Orbital (Storia di Londra e della sua periferia raccontata nel corso di una passeggiata psicogeografica sulla M25.)

David Shields – Fame di realtà

David Shields – How Literature Saved My Life (Autobiobliografia di Shields bella quasi quanto Fame di realtà.)

Renata Adler – Gone: The Last Days of The New Yorker (La più bella storia di un giornale che abbia mai letto.)

Silvio Bernelli – Dopo il lampo bianco (Racconto di un incidente quasi mortale durante una vacanza in Thailandia e del successivo e complicato ritorno alla vita.)

Lucio Trevisan – Ingratitudine (Autobiografia di uno scrittore, memoria di una città, la Milano dagli anni CInquanta agli Ottanta, e biografia politica di una generazione.)

Emanuele Trevi – Senza Verso (Racconto dell’estate del 2003 a Roma in cerca di se stesso, uno dei migliori libri italiani della nostra generazione x.)

Emanuele Trevi – Qualcosa di scritto

Emanuele Trevi – I cani del nulla

Beppe Sebaste – H.P. L’ultimo autista di Lady Diana (Con Parigi sullo sfondo, è un’indagine sul misconosciuto Henry Paul che diventa accurata autoindagine.)

Vladimir Nabokov – Parla, ricordo

Sylvia Plath – Diari

John Cheever – Una specie di solitudine. Diari

Sheila Heti – La persona ideale, come dovrebbe essere? (Un autodefinito “romanzo” con nomi veri, mail trascritte, conversazioni sbobinate, completamente privo di una trama. Più che altro un’indagine filosofica sulla distanza tra quello che si è e quello che si vorrebbe essere.)

Marco Roth – Gli scienziati

Rick Moody – Il velo nero (Metà ricostruzione, abbastanza noiosa, delle proprie origini, controbilanciata da una potentissima altra metà in cui lo scrittore americano parla del suo apprendistato, dei suoi problemi di alcolismo, della morte della sorella.)

Julio Cortázar – Gli autonauti della cosmostrada (Esempio bizzarro di letteratura performativa: lo scrittore argentino decide di passare un mese, senza mai uscire, sulle autostrade francesi e fermandosi a ogni autogrill, in un furgoncino con sua moglie, da Parigi a Marsiglia.)

Oriana Fallaci – Se il sole muore (Lo stile della Fallaci può infastidire, e a me personalmente provoca spesso un senso di irritazione per la sua pesante retorica, però questo libro vale la pena leggerlo, parla di missioni nello spazio e si apre con uno strambo incontro con Ray Bradbury a casa dello scrittore.)

Paul French – Mezzanotte a Pechino (Esempio interessante di inchiesta giornalistica e ricostruzione storica operata con la tecnica del romanzo. Infatti si legge come un giallo, nonostante racconti dell’omicidio, realmente avvenuto nella Pechino degli anni Trenta, della figlia adolescente di un diplomatico inglese.)

Philipp Gourevitch – Un caso freddo (Simile a Mezzanotte a Pechino, e probabilmente sua fonte di ispirazione, ma qui siamo nella New York degli anni Settanta.)

Philipp Gourevitch – Desideriamo informarla che domani verrete uccisi con le vostre famiglie (Per sapere cosa è successo in Ruanda, e inorridire, un libro tesissimo scritto senza impulsi moralistici e solo per bisogni morali.)

Frederick Exley – Appunti di un tifoso (Classico della nonfiction narrativa: vita da bar, filosofia, football e fallimenti.)

Michael Herr – Dispacci (Nonfiction sperimentale dal Vietnam, altro classico.)

Harold Brodkey – Questo buio feroce (Dove il grande scrittore americano racconta accuratamente la sua morte per Aids.)

Truman Capote – A sangue freddo (Il classico dei classici.)

Roberto Saviano – Gomorra (Nonostante tutte le riserve, è difficile non considerarlo un libro importante, influente.)

V.S. Naipaul – Scrittori di uno scrittore (Autobibliografia di Naipaul, è apparentemente un suo libro minore, ma a mio parere il suo migliore tra quelli che ho letto.)

V.S. Naipaul – Fedeli a oltranza

William Langewiesche – Terrore dal mare

Jon Krakauer – Nelle terre estreme (Chi pensa che sia un libro commerciale e sputtanato dopo aver visto il film di Sean Penn, si sbaglia. È un grande, grandissimo libro.)

Ernest Hemingway – Morte nel pomeriggio

Walter Benjamin – Angelus Novus (Non è corretto classificarlo come libro narrativo, d’altra parte senza il classico di Benjamin molti dei libri qui citati non esisterebbero.)

JJ Sullivan – Americani

Sandro Veronesi – Superalbo (Brillante raccolta di saggi narrativi  e reportage. Purtroppo “attualmente non disponibile”).

Alberto Arbasino – Le muse a Los Angeles (Il libro di Arbasino che preferisco, ma non so quanto c’entri la mia predilezione per L.A. e la California in genere.)

Ivan Carozzi – Figli delle stelle (Un piccolo dimenticato libro di nonfiction italiana sul Movimento realiano.)

Rebecca Solnit – The Faraway Nearby (Tra Sebald e Dillard, un meraviglioso libro di viaggi, digressioni, pensieri e indagini sull’io.)

Gerald Durrell – La mia famiglia e altri animali (Divertentissimo romanzo-diario, ricco di descrizioni fantastiche, del celebre naturalista inglese, sui cinque anni passati a Corfù da adolescente con la sua strana famiglia.)

Geoff Dyer – Zona: a Book About a Film About a Journey to a Room (Il libro più sperimentale di Dyer, racconta, immagine per immagine, Stalker, il capolavoro di Tarkovskij, e incredibilmente si legge con gusto e continue illuminazioni.)

Nicholson Baker – U and I (Uno dei libri più sorprendenti che abbia letto negli ultimi tempi, parla della relazione dello scrittore Baker con John Updike. La relazione come semplice suo lettore e fan.)

Annie Dillard –Teaching a Stone to Talk (Una raccolta di pezzi di una scrittrice poco considerata in Italia dotati di una grazia rara – da non perdere il reportage su un’eclisse – e che quasi sempre insistono sulla relazione tra natura e soprannaturale.)

Primo Levi – Se questo è un uomo

Murakami Haruki – Underground (Si legge come un romanzo, ma  è un libro di interviste dello scrittore giapponese alle vittime e ai carnefici dell’attentato alla metro di Tokyo del 1995.)

Karen Green – Bough Down (Un esempio incredibilmente riuscito di saggio lirico e visuale sulla perdita e il lutto scritto e disegnato dalla vedova di DFW.)

Trevor Paglen – The Last Pictures (Non è molto narrativo, ma è anche difficile considerarlo un saggio a pieno titolo. Questo libro è il dietro le quinte di una curiosa installazione artistica, cento immagini in grado di rappresentare la civiltà umana da mandare in orbita su un satellite spaziale.)

Craig Thompson – Blankets (Memoir in forma di romanzo grafico sull’adolescenza di Thompson, tra educazione sentimentale, educazione religiosa e inverni freddissimi.)

Robert M. Pirsig – Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta (Se non lo avete letto e pensate che sia una puttanata new age, vi sbagliate di grosso. Questo è un altro bellissimo classico della letteratura di viaggio.)

Philip Lopate – L’arte di aspettare e altri saggi (La maestria del personal essay.)

Mike Davis – Città di quarzo (Messo un po’ di forza nella lista, è in realtà un trattato di urbanistica, ma anche la più bella e affascinante storia di una città – Los Angeles – che abbia mai letto. Fonde antropologia, storia, narrazione, critica letteraria e cinematografica, politica urbana.)

Choire Sicha – Very Recent History (Uno stranissimo ipnotico “romanzo” scritto in terza persona su un anno di vita a New York, ma, come dice il sottotitolo, “entirely factual”.)

Marco Drago – La prigione grande quanto un Paese (Classificato come “romanzo” è in realtà una memoria degli anni Ottanta su un’estate trascorsa da Drago in un campus della Germania orientale.)

Antonio Pascale – La città distratta

Anthony Shadid – La casa di pietra

Guido Piovene – Viaggio in Italia (La più completa mappatura narrativa – in prima persona – della geografia italiana.)

Douglas Coupland – Memoria Polaroid

Christa Wolf – La città degli angeli

Arturo Pérez-Reverte – Territorio Comanche

James Ellroy – I miei luoghi oscuri

Sergio González Rodríguez – Ossa nel deserto (Storia del femminicidio di Ciudad Juarez, indagine narrativa sul male e sulle classi sociali in Messico.)

Cristopher Hitchens – Hitch 22

Andre Agassi – Open (Molto pop ma di una sorprendente qualità letteraria grazie al lavoro di Moehringer.)

Martin Amis – Esperienza

Stephen King – On Writing

Antonio Franchini – L’abusivo (Uno dei migliori esempi di nonfiction narrativa di un famoso funzionario editoriale quando ancora non era un peso massimo dell’editoria. La vicenda di Giancarlo Siani s’intreccia con la storia personale di Franchini e del suo apprendistato giornalistico nella Napoli degli Ottanta.)

George Simenon – Pedigree

Alison Bechdel – Fun home (Insieme a Blankets, altro memoir grafico di grande forza letteraria.)

Susan Sontag – Malattia come metafora (Più saggio che narrazione, è libro della Sontag che resiste meglio nel tempo e anche forse, e in modo sottile, il più personale.)

Colm Tóibín – New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Family(Documentatissimo e appassionante saggio sulle relazioni, turbolentissime, di alcuni importanti scrittori con le relative famiglie.)

Patrik Ourednik – Europeana (Una specie di bignami della storia del Novecento, è una cronaca di fatti che attraverso lo stile e il curioso punto di vista del narratore diventa letteratura.)

Leanne Shapton – Swimming Studies (Un sinuoso memoir pittorico sull’esperienza di nuoto agonistico della bravissima scrittrice/illustratrice.)

Cees Noteboom – Verso Santiago

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Il migliore libro dell’anno https://minimaetmoralia.it/editoria/il-migliore-libro-dellanno/ https://minimaetmoralia.it/editoria/il-migliore-libro-dellanno/#comments Fri, 25 Apr 2014 12:28:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20277 Come vi avevamo promesso - dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura di Cristiano De Majo (qui) e una  lunga, bellissima, intima intervista di Martina Testa che potete trovare invece qui - torniamo a parlare di David Means, con questo pezzo uscito su Europa.

di Christian Raimo

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.

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Come vi avevamo promesso – dopo avervi fatto leggere a Pasquetta un suo racconto, dopo avervi seganalato un’introduzione capillare e amorosa alla sua opera su Rivistastudio a cura di Cristiano De Majo (qui) e una  lunga, bellissima, intima intervista di Martina Testa che potete trovare invece qui – torniamo a parlare di David Means, con questo pezzo uscito su Europa.

di Christian Raimo

È inutile, probabilmente fastidioso, affermare che un libro è il migliore di quelli pubblicati in Italia quest’anno. Il miglior libro dell’anno, non è una recensione, è uno status su Facebook. Ma il motivo per cui mi veniva da lanciare un giudizio definitivo di questo tipo è che questo libro, Il punto, scritto da David Means passerà quasi sicuramente inosservato, ed è invece un’assoluta meraviglia.

Se conosco come vanno le cose nell’editoria, se so che un libro di racconti pubblicato originariamente nel 2010 negli States e tradotto ora mirabilmente da Silvia Pareschi per Einaudi, un libro di uno scrittore poco famoso e abbastanza schivo che ha scritto soltanto racconti – una cinquantina in tutto, divisi in quattro raccolte per la precisione – bene che andranno le cose, potrà vendere 1500 copie, mi sale un sentimento di rabbia, e non m’interessa dover moderare i giudizi, evitare i superlativi: Il punto di David Means è il migliore libro dell’anno, e ci sono le prove.
Prendiamo pagina 89, quello che è l’inizio di un racconto che è una cronaca ellittica di un adulterio a piccoli quadri. Ecco come viene presentata la protagonista femminile:

«Lei faceva la pendolare da un paese in riva al fiume, una cinquantina di chilometri a nord della città, e lavorava due piani sotto come perito assicurativo. Campanili abbattuti dal temporale, spiegò. Sai, incendi di chiese e roba del genere. Nel Midwest c’è sempre qualche chiesa che brucia, viene ricostruita e poi brucia ancora. Penso agli incendi delle chiese come a una specie di rito di passaggio civico. Sai, le catene di secchi che passano di mano in mano. Poi ci sono le azioni legali, naturalmente, cadute di anziani e così via. Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia. Ma questa non è la mia attività principale. In realtà sono un’insegnante di canto».

Già qui ci sono tutti una serie di elementi di Means: i personaggi sono strambi, quasi sempre dei drop-out, vivono della luce sorprendente della solitudine e del fallimento. Ma hanno qualcosa in più dei personaggi di Carver o di Alice Munro: sembrano essere toccati da una specie di destino speciale, una forma di elezione si potrebbe dire.

Per questo credo che un altro paragone non esagerato che viene spesso usato per la scrittura di Means è Flannery O’Connor, quella O’Connor che diceva che le serviva ambientare le sue storie nella Bible belt perché era lo stesso passaggio a consentire una trasfigurazione: un posto «dove non è anomalo immaginare un roveto ardente». Dalla O’Connor Means ha imparato il coraggio di creare situazioni al limite del plausibile, ma anche quest’ironia nei confronti della dimensione confessionale – «Non immagini quanta gente inciampa durante l’eucarestia».

Ecco il paragrafo successivo, il momento del loro primo incontro.

«L’adulterio è sfaccettato, disse lui. È informe ma al contempo ha una sagoma elementare, come un fiocco di neve; è circondato da una quantità di luoghi comuni e tuttavia è unico, un’entità diversa ogni volta. La finestra della sua camera da letto era chiusa da un’inferriata e poi attraverso le tende ricamate che lui aveva comprato in Spagna, disegnandole un reticolo sul corpo che lui seguiva con le dita, dal ventre – con la cicatrice del cesareo – al mento».

Che cosa sono queste poche righe? Quanta raffinatezza nella costruzione dei personaggi e del legame che si sta formando tra loro? La verbalizzazione che indica come ci sia già una consapevolezza che li allontana dalla complicità del non detto. La Spagna, la cicatrice che stanno a significare quanto spazio di mistero ancora rimanga inesplorato.

“Leggendo Cechov”, questo è il titolo di questo racconto, va avanti così, sette otto righe alle volta, mentre loro due si amano clamorosamente – «Il punto dove lussuria e amore si incontrano, dove una finisce e l’altro comincia: l’innata sincerità sepolta nell’atto del tradimento», e poi si raffreddano e si deludono, si distaccano.

In questa narrazione che sembra così naturale, quasi veramente Means riuscisse a resocontare un processo che, più che umano, è botanico – noi ci fidiamo riga dopo riga della necessità di queste narrazioni, nonostante spesso siano storie dicevamo implausibili; mentre è però determinante il tono sentenziale di certe frasi associato al ritmo impassibile e al tempo stesso rigoroso della natura.

La mancanza di reciprocità, il fatto che uno dovesse soffrire più dell’altro, per quanto prestabilito, era sorprendente. I semi cadevano in anticipo dagli alberi di ginkgo biloba in Claremont Avenue – la siccità aveva spinto avanti la stagione – e un uomo li infilava dentro un sacco di tela, lavorando piano nella calura, raccogliendoli uno alla volta.

Questo ritmo non è il fatalismo dei grandi cantori del Midwest o dei suburbia, che siano autori infuocati come Faulkner o Anderson o O’Connor oppure algidi come Carver o Richard Ford, ma una sorta di virtù aruspicina: un’interpretazione dei segni – esseri umani, fiumi, piante: sono tutti creature da indagare.

In alcuni casi poi questa indagine si fa clinica, compilativa, tassonomica.

Nel Punto c’è un racconto che s’intitola “Alcuni fatti necessari a comprendere la combustione umana spontanea di Errol McGee” diviso in capitoletti di mezza pagina a loro volta titolati Il fuoco, Il cranio, Condizioni generali, Pomata naturale per capelli Udall, et… In Episodi incendiari assortiti il racconto che dà il titolo alla raccolta funziona in questo modo. Nel Pesce rosso segreto ci sono almeno tre racconti che simulano questo desiderio di ordine attraverso un elenco simile a quello famoso di Borges sulla catalogazione degli uccelli.

Uno è “Elenco aggiornato delle apparizioni delle apparizioni dell’uomo di polvere”, un altro è “Duplicati”, un altro è “L’Uomo Lampo”. Quest’ultimo racconto è la storia romanzata, immaginifica di uomo che nella sua vita viene colpito da un fulmine per sette volte. Ispirato evidentemente a una storia incredibile ma vera – questo record è presente tuttora sul Guinness – Means esplora questa come le altre condizione di trascendenza come una specie di santità, di elezione spirituale nel mondo ipersecolarizzato. In questo somiglia molto a quei narratori americani che hanno delineato una sorta di “realismo soprannaturale” come Faulkner certo e la O’Connor, ma anche come Cormac McCarthy (Suttree è il padre di molti racconti di queste short-stories) o Don DeLillo, e anche – ovviamente – David Foster Wallace.

Ma è attraverso un altro racconto del Pesce rosso segreto che secondo me possiamo capire quale è la potenza della sua maestria narrativa. Ed è “Petrouchka [con omissioni]”.

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Quello che spero io (un piccolo regalo per Pasquetta) https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/ https://minimaetmoralia.it/estratti/quello-che-spero-io/#comments Mon, 21 Apr 2014 09:38:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20130 Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta […]

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Uno dei migliori scrittori americani viventi è David Means. Jonathan Franzen gli dedicò Le correzioni. Gli attestati di ammirazione dei suoi colleghi scrittori sono negli anni cresciuti a dismisura. In questi giorni Einaudi ha mandato in libreria la sua ultima straordinaria racconta di racconti, Il punto (The spot), uscita negli Stati Uniti nel 2010, tradotta ora da Silvia Pareschi. Prima del Punto, di Means in Italia erano uscite altre due raccolte di racconti (ne ha scritte quattro in tutto, solo la prima A Quick Kiss of Redemption non è tradotta): Il pesce rosso segreto (2004) pubblicato da Einaudi nel 2006 sempre con la traduzione di Silvia Pareschi; e Episodi incendiari assortiti (2000) pubblicato da minimum fax nel 2003 tradotti da Matteo Colombo. Un’introduzione amorosa all’opera di Means la potete trovare su Rivistastudio, in un articolo di Cristiano De Majo, qui. Una lunga, bellissima, intima intervista gliela fece ormai dieci anni fa Martina Testa e la potete trovare qui.
Quello che invece potete leggere qui sotto è un brevissimo racconto tratto dalla raccolta
Episodi incendiari assortiti. Buona Pasquetta con David Means. Tanto noi ne continueremo a parlare, anche a breve.

di David Means

Non voglio più che nei miei racconti la gente muoia. D’ora in poi dovrà essere una vita meravigliosa. La luce della sera che si vede dal traghetto per l’isola baluginerà un istante per poi sparire dietro l’orizzonte, portandosi dietro l’ultimo spicchio di sole; loro due si appoggeranno sul parapetto spalla contro spalla, avvertiranno il tenue rollio della barca, e sapranno che una volta arrivati al bed and breakfast – il sacchettino di pot pourri appeso nell’armadio e la mentina sul cuscino – si svestiranno e si ammireranno a vicenda nel loro nudo splendore. Il giorno dopo affitteranno due biciclette e pedaleranno controvento finché non avranno le cosce indolenzite (a casa, in città, non vanno mai in bicicletta); andranno a fare un pic-nic lontano, sull’altro capo dell’isola, in una caletta riparata dal vento. Di tanto in tanto un soffio di vento spargerà sabbia sulla loro insalata di patate. Lì si baceranno lentamente e lui le leccherà la salsedine dalle labbra e si stupirà del contrasto tra il calore della sua bocca e il freddo intenso dell’aria in fondo alla cala, dove si infrangono le onde. Tornando indietro, questa volta con il vento a favore, proveranno l’ebbrezza di un jet che sfreccia lasciando la scia, allargheranno le braccia, spinnaker per catturare il vento. Parcheggeranno le biciclette sulla veranda, chiuderanno i lucchetti delle catene e si dirigeranno a passi incerti verso l’ingresso, con le gambe che non li reggono. Dio come saranno stanchi, con le gambe meravigliosamente molli, come se poggiassero i piedi a terra per la prima volta dopo anni; e nell’angoscia di quello sfinimento faranno l’amore di nuovo, su in camera, semisvestiti, dopodiché si addormenteranno saltando la cena, svegliandosi soltanto quando ormai fuori è già buio pesto e con il brivido del temporale che imperversa, con la sensazione appena percepibile di essersi persi qualcosa, qualcosa di estremamente importante. Nel corridoio la porta cigola e l’uomo laggiù in fondo, che loro immaginano essere un lupo solitario, avanza lentamente verso il bagno (in comune), e tutti e due restano in ascolto, trattenendo il fiato per sentire lo scroscio della pipì nell’acqua, che non li fa più ridere come la prima volta che l’hanno sentito, al mattino, ma che ora suona invece come qualcosa che va fatto, acqua fredda e immobile contro altra acqua in una tazza di porcellana. Se nel racconto nessuno morirà, ecco come andrà a finire: con loro due che il giorno dopo salgono di nuovo sul traghetto e fanno ritorno alla terraferma, osservando il paesaggio scivolare dietro la barca, con i gabbiani che sfrecciano al di sopra della scia, e l’iniziale forma a V della scia stessa che si allarga stemperandosi nell’eterno tumulto dell’Oceano Atlantico settentrionale.

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Teju Cole raccontato da New York https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-citta-aperta-teju-cole/#comments Mon, 09 Sep 2013 13:24:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15398 Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti "imperdibili" o "di culto". Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

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cole

Questo pezzo è uscito su Europa.

Come in tutti in luoghi ispirati ai sogni collettivi, a New York si dovrebbe vagare serenamente, senza preoccuparsi di tralasciare posti “imperdibili” o “di culto”. Dove palazzi e strade sono materiale onirico le guide non servono: New York non va visitata, è un flipper dentro cui rimbalzare spinti solo dalle occasioni.

Si può essere tentati di leggere il libro dello scrittore nigeriano Teju Cole, Città aperta (Einaudi), come una guida alternativa ai quartieri mitici di New York e inserirlo tra i buoni libri di narrativa di viaggio. Le pagine infatti appaiono come il resoconto di un narratore, Julius, che cammina per la metropoli e descrive ciò che vede. Nota che «nella notte di Harlem non c’erano bianchi», osserva «il traffico della Sixth Avenue», attraversa i parchi («adorati, curati, affollati»), ammira la folla, scruta abitanti sempre diversi, che si tratti di «donne di colore in tailleur antracite» o di «giovani ben rasati, di origine indiana». Tutte le pagine potrebbero aprirsi con la frase «uscii per una delle mie camminate» e potrebbero concludersi con «finii per perdermi».

L’accoglienza italiana a questo libro è stata ottima. Si è fatto molto riferimento ad altri scrittori pellegrini, e sono venuti fuori tutti i nomi dei camminatori letterari, da Benjamin a Iain Sinclair (l’autore di London Orbital a cui ha fatto riferimento Cristiano de Majo su Repubblica), passando per Baudelaire e Sebald (il più citato). Cordelli sul Corriere della Sera si è chiesto perché fosse associato a Coetzee, collegamento che aveva proposto Goffredo Fofi su Internazionale. Gli itinerari di Cole (tanto per le strade americane quanto lungo i confini della forma romanzo) insomma sono piaciuti a tutti, dallo stesso Fofi  («raramente un esordio ci è sembrato più benvenuto di questo») a Luca Doninelli sul Giornale (che lo definisce «una straordinaria guida di New York»).

Forse però, bisognerebbe lasciarsi andare meno alla scrittura ipnotica di Teju Cole e alle sue digressioni urbane e prendere più seriamente in considerazione la chiave di lettura lasciata proprio sulla soglia, nella prima pagina. Qui c’è un’indicazione dell’autore che rovescia la tesi che questo sia un libro-guida. Scrive Cole, come premessa: «New York si era fatta strada nella mia vita passo dopo passo» («New York City worked itself into my life at walking pace»). Non è tanto l’autore dunque che percorre la città e la indaga e la racconta, quanto il contrario: è la città che scopre l’uomo, lo attraversa e lo descrive. È New York che mette a nudo chi la visita. È New York che fa venire alla luce luoghi inaccessibili dell’anima, quartieri dimenticati dell’io, periferie dell’emotività. Ecco dunque che scorci, grattacieli e cittadini si «fanno strada» nel narratore al punto da scavarne psicologia e coscienza. La città si fa strada ed emergono presto i suoi rapporti famigliari: «Mia madre e io avevamo smesso di parlarci quando avevo diciassette anni, poco prima che partissi per l’America». New York lo visita, e lui torna indietro nel tempo fino l’abito scelto per la cerimonia funebre del padre.

Un altro indizio, talmente evidente da risultare invisibile, è il titolo della seconda parte: «Ho esplorato me stesso». Il viaggio – certo come avviene in tutti i veri libri di viaggio – è dunque quello verso l’interiorità. Ma in questo caso particolare pare che le proporzioni siano addirittura invertite: «Io facevo parte di una minuscola minoranza, o almeno così mi pareva, che pensava continuamente all’anima». Non sembra un caso il riferimento a Paracelso: «la realtà interiore è di fatto così profonda che, per Paracelso, può esprimersi solo nella forma esterna». Insomma aggirandosi per queste pagine si scopre più come è fatto l’essere umano – coi suoi rimorsi, i suoi interrogativi, l’instancabile ricerca del senso che lo spinge a mettersi in moto – di quanto non si scopra la città percorsa. Sarà che New York è una città di specchi, ma tutto riflette chi la racconta. Ed è precisamente, come scriveva JR Moheringer in Pieno giorno, una città «Dove la gente non nota mai niente, perché sono tutti in fuga da qualcosa». Cole nota tutto, eppure la sua fuga continua.

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Scritture vagabonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/scritture-vagabonde/#comments Wed, 04 Sep 2013 12:23:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15354 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

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pietmondrian

Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Piet Mondrian, Albero Grigio.)

The Faraway Nearby (“la lontana vicinanza”), ossimoro ripreso da una frase della pittrice Georgia O’Keeffe, è il titolo dell’ultimo libro di Rebecca Solnit, scrittrice e giornalista americana, molto più nota in patria che in Italia, dove è stata tradotta piuttosto parzialmente. Conosciuta soprattutto per il suo impegno sul fronte dei disastri (uragano Katrina) e dell’eco-attivismo, con The  Faraway Nearby, uscito da poco per Penguin, la Solnit ha scritto il suo libro più intimo ma allo stesso tempo universale, un testo che nasce come memoir sull’Alzheimer dell’anziana madre e diventa un magnifico collage di collegamenti culturali, vite vissute e viaggi, che investiga le misteriose concatenazioni tra esseri umani. Accoglienza: paragoni con Sebald formulati con note di entusiasmo sulla stampa americana e inglese; recensioni che lo eleggono a lettura fondamentale.

Il libro abbonda di immagini che si possono prendere in prestito per definirlo, ma tra tutte la più appropriata sembra quella del fiume: un flusso di pensieri, riflessioni, racconti, esperienze in cui ogni molecola d’acqua è collegata all’altra dando forma a un insieme che fa perdere le tracce dei singoli componenti. Le frasi scorrono con naturalezza dal mondo interiore dell’autrice alle letture analizzate con acume, dagli incontri ai racconti, dai miti alla ricerca scientifica. Un viaggio in Islanda diventa il motore per raccontare la gestazione di Frankenstein e la singolare a tragica vita di Mary Shelley si conclude con una vertiginosa meditazione sul sé. La traversata motociclistica sudamericana del Che innesca una dettagliata trattazione di storia e sociologia della lebbra, che a sua volta sfocia in una riflessione filosofica sul dolore. In un altro capitolo si passa senza fatica dal mitologico pittore cinese Wu Daozi a BeepBeep e si arriva ai riti dell’Isola di Pasqua e alla struttura dei racconti fantastici. Esattamente come in Sebald, il metodo della divagazione produce una narrazione ipnotica che finisce per rappresentare la vita e le sue diramazioni con più fedeltà rispetto al determinismo romanzesco, dove ogni cosa succede per soddisfare una logica interna, una coerenza che non è davvero realistica. Non ci sono soluzioni, né una vera e propria fine: “La materia di una storia”, si legge, “è come acqua raccolta dal mare in un bicchiere e poi di nuovo restituita al mare”. Il pensiero,come aggregatore di connessioni alla ricerca di senso, si fa specchio della condizione umana.

Costruito come la cronaca di un pellegrinaggio a piedi nel Suffolk (regione dell’Inghilterra orientale), Gli anelli di Saturno è il libro più rappresentativo di W. G. Sebald, autore di lingua tedesca, diventato in pochi anni, e già in piena maturità, un gigante del Novecento, poco prima che la sua produzione fosse definitivamente interrotta da un incidente stradale in cui perse la vita. Da quelle passeggiate e dal relativo divagare, lo scrittore ricavò una forma personale e nuova, che utilizza l’erudizione saggistica, la fotografia documentale e la narrativa per investigare il senso della storia. Un senso sfuggente che l’uomo tenta ogni volta di acciuffare, tanto che il camminare senza una meta precisa diventa una luminosa metafora che simboleggia un più astratto non sapere dove stiamo andando.

Di recente, ancora Sebald, come tessitore di memorie e maestro riconosciuto della divagazione, è stato chiamato in causa in occasione dell’uscita di Città aperta, altra affascinante narrazione digressiva, anche se più vicina alla forma romanzo rispetto a The Faraway Nearby, scritta da Teju Cole e da poco pubblicata da Einaudi; un libro che si apre e si chiude con immagini di uccelli che migrano, scelte per rappresentare la condizione di Julius, enigmatica voce narrante, nigeriano trapiantato a New York, camminatore solitario e palombaro della sua stessa memoria. Ma in questi ultimi anni gli esempi si moltiplicano; in tutti i casi si tratta di testi che confondono i generi oscillando continuamente tra saggio e memoriale, prendendo a prestito dal romanzo elementi di architettura e montaggio. In Italia, i libri di Emanuele Trevi, che mescolano viaggi, critica letteraria e cronaca quotidiana minima, o l’indagine di Beppe Sebaste su Henri Paul, l’autista di Lady Diana, che attraverso la scoperta dei piccoli tasselli della vita un personaggio minore, compone un prodigioso scavo di autocoscienza.

Pensare, ricordare, vagabondare e mettere tutto in relazione: i segni della realtà esteriore con le storie piccole e grandi del mondo. Tra i più importanti influssi che nel corso del tempo hanno dato forma all’arte della divagazione non si possono non ravvisare: i Saggi di Montaigne e le Fantasticherie del passeggiatore solitario di Rousseau, il flâneur Baudelaire e gli studi di Benjamin sul poeta francese e Parigi, le orchestrazioni interiori di Joyce e Proust e il setacciatore di dettagli minimi Robert Walser, ancora più in là il metodo della deriva predicato da Guy Debord che ha poi dato origine a quella strana disciplina che è la psicogeografia. Fedele alla lettera al metodo, il poeta, saggista e psicogeografo inglese Iain Sinclair, autore del monumentale London Orbital, resoconto ricco di digressioni delle passeggiate autostradali dell’autore sulla M25 di Londra. Lo spazio autostradale che per definizione non può essere conosciuto se non attraverso lo schermo della propria automobile viene attraversato ed esplorato nei suoi anfratti più nascosti per dare vita a una sorprendente storia del paesaggio della periferia londinese, dove autobiografia e analisi delle trasformazioni economico-sociali convivono organicamente.

Spesso in questi libri, come è il caso di The Faraway Nearby, aleggia un senso di mistero. E con questo mistero, da cui si è fatto rapire, l’autore prova a sua volta a rapire il lettore. Siamo mossi dal bisogno di cercare pur sapendo che trovare una risposta definitiva è impossibile e, osserviamo, scaviamo, interpretiamo, sentendoci allo stesso tempo soli e parte di tutto. Perché divagare risponde in fondo all’utopia di tracciare una mappa dei larghi e invisibili confini dell’uomo.

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Uccidi la tua famiglia, diventa uno scrittore https://minimaetmoralia.it/letteratura/uccidi-la-tua-famiglia-diventa-uno-scrittore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/uccidi-la-tua-famiglia-diventa-uno-scrittore/#comments Mon, 06 May 2013 09:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14210 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Edward Hopper, People in the Sun.)

Nel suo ultimo libro, How literature saved my life (Knopf 2013), non ancora uscito in Italia, David Shields sintetizza in una frase una grande verità della scrittura: È difficile scrivere un libro, è molto difficile scrivere un buon libro, ed è impossibile scrivere un buon libro se ti preoccupi di come le persone a te vicine lo giudicheranno.

Sul New York Times, la scrittrice e giornalista Susan Shapiro – che nella sua biografia si definisce autrice di tre memoir che la sua famiglia odia – dice di dare agli studenti dei suoi corsi di scrittura questo semplice quanto diabolico consiglio: Avrete trovato la vostra voce quando scriverete un pezzo che la vostra famiglia odierà. Se volete avere successo con genitori e fratelli, provate con i libri di ricette.

Sareste teoricamente disponibili ad accettare una buona recensione su un quotidiano a grande tiratura in cambio di una burrascosa interruzione dei rapporti con vostra madre? Se la risposta è sì, siete sulla strada giusta, la letteratura, fiction o non fiction che sia, è per i rapporti famigliari un campo minato in cui ogni scrittore che si rispetti non solo conosce la posizione delle mine, ma trova inevitabile farle esplodere.

La delicata questione può essere considerata da due punti di vista: 1) per lo scrittore la propria famiglia è, in quanto a profili psicologici e dinamiche umane, il materiale più ricco e meglio conosciuto che ha disposizione, ma 2) non bisogna sottovalutare il potenziale vendicativo del testo letterario; scrivere può anche significare, e lo dimostrano alcuni capolavori, regolare i conti con il proprio passato.

La Lettera al padre di Franz Kafka è, in questo senso, una lampante dimostrazione di come un’intera poetica si possa articolare intorno a un tentativo di vendetta. A trentasei anni il grande scrittore praghese compone un drammatico ritratto del genitore e dei suoi abusi psicologici stilando una lista di lontani aneddoti a cui si è tentati di ricondurre tutta la sua produzione letteraria, e arrivando infine a individuare l’origine della sua vocazione proprio in quel rapporto per lui così doloroso: Scrivevo di te, scrivendo lamentavo quello che non potevo lamentare sul tuo petto. Era un addio da te, intenzionalmente tirato per le lunghe, soltanto che, per quanto imposto da te, andava nella direzione da me determinata.

Ne sa qualcosa anche Lucie Ceccaldi, madre dello scrittore più famoso della Francia contemporanea, a cui spesso si aggiungono gli aggettivi: controverso, cinico, rancoroso, sessualmente morboso, che non equivalgono a buone notizie per chi è stato, o avrebbe dovuto essere, responsabile della sua costruzione emotiva. Nelle Particelle elementari, Michel Houellebecq, la prende di peso con il suo vero nome, Ceccaldi, e le fa interpretare il “ruolo” della madre hippie che abbandona il proprio figlio ai nonni, ubriaca di illusioni libertarie, affamata di sesso. La terribile coincidenza è che Houellebecq fu esattamente affidato ai nonni da piccolissimo e che i suoi genitori furono esattamente due giramondo imbevuti di edonismo sessantottino.

Si scopre così che tutta la critica asprissima alla generazione dei baby boomers, uno dei temi centrali dei primi libri dello scrittore francese, mascherata abilmente nello stile del personaggio, un nichilista prodigo di considerazioni storico-sociali, mette radici nel risentimento personale, in una tristissima sindrome da abbandono. Ma la storia non finisce qui. Nel 2008 Lucie Ceccaldi dà alle stampe un memoir intitolato con eloquenza L’Innocente con cui si propone di dire la sua verità e rilascia interviste in giro nelle quali dichiara di essere disposta a perdonare suo figlio solo nel caso in cui decidesse di presentarsi in una piazza brandendo Le particelle elementari e autoaccusandosi come bugiardo e impostore. La lite letteraria finisce per assumere connotati vertiginosi perché non solo è curioso che l’autore di un romanzo venga accusato di essere un mentitore, ma anche perché se suo figlio non fosse diventato Houellebecq, Lucie Ceccaldi non avrebbe mai pubblicato un libro.

D’altra parte, per quanto strano possa sembrare,  il suo non è l’unico caso di “genitore d’arte”. Henry James e William Yeats, erano figli di due padri parecchio simili: artisti falliti e borghesi inconcludenti, con John Butler Yeats che, dopo il successo letterario del figlio, arrivò addirittura a implorarlo di raccomandare i suoi testi teatrali. Le due vicende sono raccontate nel bellissimo libro di Colm Tóibίn New Ways to Kill Your Mother: Writers and Their Families (Penguin 2012), uno spaccato ricchissimo di fatti e documentazioni sulle famiglie di alcuni importanti scrittori dell’Otto-Novecento, che scoperchia un covo di dolori, frustrazioni, condizionamenti.

Il limite estremo della morbosità famigliare si tocca nel capitolo dedicato alla famiglia Mann, condensato di distorsioni sessuali, mancanza di amore, ambiguità storiche. Klaus, secondogenito di Thomas, è la figura tragica, quasi più letteraria che reale, che ne incarna le storture. Ragazzo prodigio e di ambizioni smisurate – al punto che il padre gli autografò con ironia sprezzante una copia della Montagna incantata, scrivendo Al mio rispettato collega, il suo promettente padre – sessualmente incerto, ma legato più che fraternamente a sua sorella Erika, tossicodipendente e anti-nazista più vibrante del suo prudente e celebre congiunto, visse fino al suicidio una vita alla continua ricerca dell’approvazione paterna, anche attraverso una frustrante competizione letteraria.

Nel 1936 pubblicò Mephisto, in cui la figura di un personaggio che decide di non esporsi politicamente per non rovinare il suo successo artistico è, secondo Tóibίn, ispirata precisamente da suo padre. Che, d’altra parte sembra rispondergli in Carlotta a Weimar, descrivendo così il personaggio di August, figlio di Goethe: Essere figli di un grand’uomo è una grossa fortuna, un considerevole vantaggio. Ma, d’altra parte, anche un fardello opprimente, una umiliazione permanente del proprio ego.

Si dà il caso poi, ed è un caso non meno doloroso per una famiglia, di una vita segreta rivelata post-mortem da un lascito letterario. Sempre nel libro di Tóibίn  si può leggere della vicenda legata ai Diari di John Cheever, recentemente pubblicati da Feltrinelli, che svelarono un’omosessualità tenuta a lungo nascosta tra le mura di casa. Mary Cheever, la moglie dello scrittore della suburbia americana, decise di non leggerli, giustificando così la sua scelta: “Non posso leggerli, non è la mia vita. Si tratta di lui. È tutto dentro di lui”. Ed è proprio la consapevolezza di questo scarto tra realtà esterna e vita interiore, identificato con disperata lucidità dalla moglie di Cheever, che potrebbe alleviare i dolori delle vittime del fuoco amico, o parentale, della letteratura.

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Cloud Atlas, il libro e il film https://minimaetmoralia.it/cinema/cloud-atlas-libro-e-film/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cloud-atlas-libro-e-film/#comments Sat, 26 Jan 2013 14:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12652 È un peccato che ci siano voluti nientemeno che i fratelli Wachowski per salvare L'atlante delle nuvole dal dimenticatoio in cui era finito nel 2004, anno della sua prima pubblicazione. Non tanto perché il terzo lavoro di David Mitchell (quarantenne inglese semisconosciuto in Italia nonostante nel nostro paese ci abbia pure vissuto, in Sicilia) sia privo di difetti, ma perché a conti fatti i pregi bastano a compensarne le non poche esitazioni narrative e a perdonargli l'imperdonabile per eccellenza dell'industria culturale: un'idea molto ambiziosa realizzata solo in parte. L'atlante delle nuvole, il libro, è una di quelle opere che rientrano nella categoria ondivaga di ciò che può essere considerato "importante" al di là dei meriti estetici, quei prodotti più o meno belli che hanno la capacità di rimanere nel tempo, di riassumere un'epoca o di diffondere su larga scala un'idea già nota ma mai espressa in maniera così esplicita a strati così larghi di popolazione. Un punto d'arrivo o di svolta, la consapevolezza acquisita che un'idea è stata sfruttata fino in fondo. Il fatto che a portarlo sullo schermo siano stati proprio i Wachowski non è un caso dato che i due fratelli di Chicago hanno fiuto per questo genere di operazioni, se è vero che Matrix era rappresentativo dell'ingresso nel mondo cyber alla fine degli anni Novanta tanto quanto V per vendetta lo era della nascita, alla metà degli anni Zero, del nuovo movimentismo in stile Occupy Wall Street.

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È un peccato che ci siano voluti nientemeno che i fratelli Wachowski per salvare L’atlante delle nuvole dal dimenticatoio in cui era finito nel 2004, anno della sua prima pubblicazione. Non tanto perché il terzo lavoro di David Mitchell (quarantenne inglese semisconosciuto in Italia nonostante nel nostro paese ci abbia pure vissuto, in Sicilia) sia privo di difetti, ma perché a conti fatti i pregi bastano a compensarne le non poche esitazioni narrative e a perdonargli l’imperdonabile per eccellenza dell’industria culturale: un’idea molto ambiziosa realizzata solo in parte. L’atlante delle nuvole, il libro, è una di quelle opere che rientrano nella categoria ondivaga di ciò che può essere considerato “importante” al di là dei meriti estetici, quei prodotti più o meno belli che hanno la capacità di rimanere nel tempo, di riassumere un’epoca o di diffondere su larga scala un’idea già nota ma mai espressa in maniera così esplicita a strati così larghi di popolazione. Un punto d’arrivo o di svolta, la consapevolezza acquisita che un’idea è stata sfruttata fino in fondo. Il fatto che a portarlo sullo schermo siano stati proprio i Wachowski non è un caso dato che i due fratelli di Chicago hanno fiuto per questo genere di operazioni, se è vero che Matrix era rappresentativo dell’ingresso nel mondo cyber alla fine degli anni Novanta tanto quanto V per vendetta lo era della nascita, alla metà degli anni Zero, del nuovo movimentismo in stile Occupy Wall Street.

L’altante delle nuvole, libro e film, raccontano la stessa storia in una maniera apparentemente simile: sei racconti collegati tra loro che dal passato (un avvocato americano in viaggio nell’Oceano Pacifico nel 1849) arrivano fino al lontano futuro (l’umanità dopo l’apocalisse). Nella prima parte del romanzo le sei storie si interrompono a metà, per poi riprendere nella seconda parte in ordine inverso, dal futuro al passato, fino a chiudere il percorso in una forma perfettamente circolare. Poiché ognuna delle sei storie entra in contatto con la storia cronologicamente successiva sotto forma di testo scritto (il diario dell’avvocato viene letto da un compositore inglese nel 1930; le lettere del compositore giungono nelle mani di una giornalista nel 1975; e così via), L’atlante delle nuvole, il libro, oltre a essere una riflessione sul destino della civiltà è anche una riflessione sul ruolo della parola scritta in questo destino. E proprio qui sta il merito maggiore di David Mitchell, che si dimostra scrittore di tecnica sopraffina nel saper calibrare ogni storia su uno stile diverso che rimanda a una specifica tradizione letteraria (il romanzo epistolare, il bildungsroman, il thriller investigativo ecc.), peraltro in maniera sempre emotivamente coinvolgente e mai leziosa o accademica. Questo pastiche tardo-postmoderno di stili diversi è anche il motivo che giustifica la struttura complessiva del romanzo, con le sei storie ben separate piuttosto che mescolate tra di loro.

Al contrario Cloud Atlas, il film, abbandona totalmente il discorso relativo alla parola letteraria e piega la storia alle specificità del proprio mezzo di comunicazione: ai sei capitoli dai confini delimitati preferisce lo strumento che da sempre il cinema predilige per istituire connessioni, il montaggio. A differenza del testo scritto il cinema ha poi il potere niente affatto trascurabile di trasferire l’immagine che si forma nella mente del lettore in una forma esterna, e dunque oggettiva. I fratelli Wachowski sfruttano fino in fondo questa oggettività dell’immagine vista rispetto alla soggettività dell’immagine letta per riassumere sullo schermo il discorso relativo alle connessioni tra i personaggi, che invece è probabilmente uno dei punti più deboli del romanzo di Mitchell.

Ne L’atlante delle nuvole, libro, non sono infatti solo le storie a entrare in connessione reciproca, ma il lettore ha spesso l’impressione che i personaggi stessi siano reincarnazioni dei personaggi delle storie cronologicamente precedenti. In Mitchell questo sospetto rimane tale e non è suffragato da alcuna prova, se non dall’indizio fornito da una voglia a forma di stella cometa che compare sulla pelle di diversi (ma non tutti i) personaggi. In Cloud Atlas al contrario i registi enfatizzano questo punto nel modo forse più didascalico possibile, e cioè utilizzando uno stesso attore per interpretare diversi ruoli in diverse storie. Non solo, ma la prova che il film è più fedele agli intenti del libro che il libro stesso sta nel fatto che questa sorta di ubiquità corporale dei personaggi non si ferma nemmeno davanti alle distinzioni solo apparentemente invalicabili di genere, così che attori maschi vengono utilizzati per interpretare ruoli femminili (ma per qualche motivo mai viceversa).

Se visivamente parlando l’effetto tocca più di una volta i limiti del trash, pare comunque ragionevole chiedersi se una forzatura così palese non sia in fondo l’unica scelta possibile per mettere in scena un discorso che già in partenza deborda ben oltre i confini della ragionevolezza. Come dire: se il romanzo-mondo contiene tutto ciò che può essere immaginato è giusto allora fare i conti con i mostri, e Hugo Weaving vestito da infermiera mostruoso lo è davvero, eccome.

Il risultato della trasposizione cinematografica è dunque il seguente: che in una maniera abbastanza mistica da essere coerente con la materia trattata, libro e film sembrano completarsi a vicenda, venendo ciascuno in aiuto delle mancanze dell’altro. L’atlante delle nuvole, libro, funziona infatti bene come raccolta di racconti disposti in maniera creativa (vale a dire le sei storie prese singolarmente) ma rivela una certa fragilità strutturale se considerato nell’insieme, non solo perché come si è detto i nessi che legano una storia alle altre sono a volte deboli e a volte vistosamente forzati, ma anche perché il semplice esistere nel tempo delle singole storie sotto forma di testo scritto resta un’evidenza troppo debole per giustificare o almeno per rendere narrativamente potente la constatazione di per sé piuttosto ovvia che “tutto è connesso”.

L’impressione per il lettore è quella di trovarsi di fronte a un lavoro molto ambizioso ma non del tutto riuscito: se il punto centrale del discorso è il destino dell’umanità allora la stella cometa di cui sopra è troppo poco per creare davvero un senso globale, se il punto è il ruolo della letteratura allora il romanzo manca di quella pulsione enciclopedica, di quella necessaria tendenza alla dispersione che ha reso grandi le opere di scrittori come Borges o Bolaño (in questo senso Mitchell sembra ancora troppo legato a un senso della forma oppure, più banalmente, è ancora troppo mainstream; a proposito del rapporto tra Bolaño e L’atlante delle nuvole si veda il bell’articolo di Cristiano De Majo pubblicato su “Studio”.

In Cloud Atlas, il film, le singole storie funzionano invece solo lo stretto indispensabile per non far collassare l’architettura narrativa generale, che occupa visibilmente il centro dell’attenzione dei registi: smembrate dal gioco del montaggio alternato e disposte in maniera sequenziale le singole vicende si affloscerebbero nella più totale insignificanza. Tuttavia nel complesso, proprio come il libro, anche il film funziona, riuscendo a reggere 175 minuti (leggi 600 pagine) che alternano momenti di buon intrattenimento a momenti di ottimo cinema (leggi ottima letteratura). Proprio focalizzando l’attenzione laddove Mitchell aveva dimostrato di non riuscire a gestire la complessità messa in campo, i fratelli Wachowski arrivano a realizzare quell'”atlante” che il libro vorrebbe essere senza farcela fino in fondo: una mappa a volte retorica, iper-emotiva come ogni buon kolossal dovrebbe essere, che non risparmia un happy end del tutto assente dalle intenzioni di Mitchell e in buona parte priva delle sottigliezze del libro, ma che in qualche maniera ne porta a compimento quelle ambizioni che, sulla carta stampata, erano rimaste soltanto allo stadio latente.

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Essere se stessi https://minimaetmoralia.it/libri/essere-se-stessi/ https://minimaetmoralia.it/libri/essere-se-stessi/#respond Sun, 11 Dec 2011 10:03:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5912 Questo articolo è uscito per la rivista Studio

Può essere molto istruttivo, soprattutto se si coltivano più o meno in segreto velleità letterarie, leggere Come diventare se stessi (minimum fax), la lunga intervista concessa da David Foster Wallace a David Lipsky nel 1996, originariamente commissionata, ma poi rifiutata, da Rolling Stone all’indomani dell’uscita di Infinite Jest, e che lo stesso giornalista ha poi deciso di far diventare un libro, sfruttando la diffusione dell’interesse, anche extra-letterario, per la vicenda Wallace dopo il suo suicidio.

Il libro dipinge un ritratto di DFW di un’intimità quasi imbarazzante, essendo il risultato trascritto di una frequentazione di alcuni giorni durante i quali l’intervistatore, con il registratore acceso, seguiva l’intervistato praticamente ovunque: alle presentazioni, in macchina, nelle tavole calde, in aereo, fino a casa sua. Il lettore ha così la possibilità di conoscere un inedito Wallace quotidiano, che parla di musica e di cinema, mangia cheeseburger e porta i cani a pisciare, stabilendo un livello di confidenza eccessivo con uno scrittore che non ha mai nascosto la sua difficoltà a esibirsi pubblicamente.

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Questo articolo è uscito per la rivista Studio

Può essere molto istruttivo, soprattutto se si coltivano più o meno in segreto velleità letterarie, leggere Come diventare se stessi (minimum fax), la lunga intervista concessa da David Foster Wallace a David Lipsky nel 1996, originariamente commissionata, ma poi rifiutata, da Rolling Stone all’indomani dell’uscita di Infinite Jest, e che lo stesso giornalista ha poi deciso di far diventare un libro, sfruttando la diffusione dell’interesse, anche extra-letterario, per la vicenda Wallace dopo il suo suicidio.

Il libro dipinge un ritratto di DFW di un’intimità quasi imbarazzante, essendo il risultato trascritto di una frequentazione di alcuni giorni durante i quali l’intervistatore, con il registratore acceso, seguiva l’intervistato praticamente ovunque: alle presentazioni, in macchina, nelle tavole calde, in aereo, fino a casa sua. Il lettore ha così la possibilità di conoscere un inedito Wallace quotidiano, che parla di musica e di cinema, mangia cheeseburger e porta i cani a pisciare, stabilendo un livello di confidenza eccessivo con uno scrittore che non ha mai nascosto la sua difficoltà a esibirsi pubblicamente.

Ciononostante l’intervista è molto poco sorvegliata e la genuinità della discussione, che mostra senza filtri i lati deboli di entrambi, Lipsky e Wallace, finisce a tratti per essere irritante. Il peccato originale è da rintracciare nella biografia dell’intervistatore. Alla metà degli anni Novanta, David Lipsky ha già cavalcato un bel tratto della parabola letteraria, dalle speranze alle delusioni, passando per il giornalismo; dunque è lo scrittore che non ce l’ha fatta approdato alla corte dello scrittore che ce l’ha fatta, ovvero lo scrittore che ha appena pubblicato Infinite Jest, e che non solo viene riconosciuto pressoché da tutti come genio e innovatore, ma è autore di un libro sperimentale di più di mille pagine che si trova al quindicesimo posto della classifica dei più venduti in America; è incensato, idolatrato, richiesto in lungo e in largo; è la persona che tutti quelli che coltivano più o meno in segreto velleità letterarie vorrebbero essere. Da tutto l’armamentario di domande, postille, puntualizzazioni, è evidente che il coinvolgimento di Lispky è troppo forte (e lui è anche onesto nel confessarlo). Ed è altrettanto evidente che la sua intervista fiume sia indirizzata verso un unico scopo inconscio: fare del male a se stesso. Lo si evince dall’insistenza con cui chiede all’intervistato, con un misto di invidia e masochismo, cosa prova a essere sulla bocca di tutti, e dall’atteggiamento condiscendente e forzatamente simpatico con cui cerca – e lo fa per sua stessa ammissione, appunto – l’approvazione dell’intervistato.

La combinazione dei fattori fa girare continuamente il libro intorno al rapporto tra vanità e autenticità. DFW, che ha antenne troppo sensibili per non rendersi conto di chi si trova davanti, ha l’intelligenza di virare la conversazione, sempre un attimo prima di sbracare per la troppa adulazione, in una meta-intervista sullo statuto morale dell’essere intervistati. E infatti, le sue risposte più interessanti sono quelle in cui cerca di guardarsi dall’esterno – un flusso di coscienza su quali punti deboli mostra la sua autorappresentazione – e quelle in cui evidenzia lo straniamento generato dall’essere diviso tra il piacere inconfessabile di avere successo e la consapevolezza che il successo sia qualcosa di tossico per la scrittura e per se stesso – «È stata una sensazione di piacere intensa, probabilmente simile alla botta che ti dà il crack. [si riferisce a un articolo apparso sul WSJ] Capisci? Trenta secondi di piacere intenso, e poi ne vorresti ancora. Così che ovviamente, a meno che non sei un coglione, ti rendi conto che il vero problema è la parte di te che resta insoddisfatta» – e, infine, quelle in cui parla della difficoltà di sentirsi a proprio agio nel sistema dell’editoria, dalle feste ai rapporti con i cosiddetti intellettuali.

Dunque, nell’essere artisticamente qualcuno il problema diventa, come da titolo, restare se stessi. Riuscire a coniugare ambizioni, vanità e desiderio di riconoscimento con l’onestà e l’autenticità a cui bisognerebbe restare fedeli. Oppure, il fatto di essere un artista riconosciuto pubblicamente comporta di per sé un’impostura? Ci convinciamo e convinciamo gli altri di essere qualcosa soltanto per soddisfare la nostra fame di approvazione? Problemi non di poco conto che obliquamente erano stati affrontati dallo stesso Wallace nel fin troppe volte citato Caro Vecchio Neon – «Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato» – un racconto che, fuor di metafora, originava dal suicidio della voce narrante.

Negli stessi giorni in cui leggevo Lipsky-Wallace, ho completato la lettura di un altro libro-intervista, il dialogo di Catherine Grenier con Maurizio Cattelan, pubblicato da Rizzoli con il titolo Un salto nel vuoto. Da un certo punto di vista, e al di là del campo di applicazione, è difficile immaginare due personaggi più distanti di Cattelan e Wallace. L’uno di origini proletarie, semplificatore della comunicazione globale, provocatore persino troppo popular, sempre in bilico tra furbizia e genio, superficialità e pregnanza. L’altro di origini borghesi, super-complesso, tormentato, d’élite, profondo, persino troppo intelligente. Eppure entrambi, oltre a essere punte di diamante di un’epoca, hanno condiviso la strana ambiguità e il disagio di sentirsioutsider pur essendo perfettamente integrati all’interno di un sistema (editoriale o artistico) che li ha venerati e trasformati in idoli. Curioso, per esempio, che nel momento di massima ascesa – la pubblicazione di Infinite Jest, una retrospettiva al Guggenheim – sia Wallace sia Cattelan sentano l’esigenza di dire a chi li intervista e a se stessi che l’arte o la scrittura non possono essere tutto, smarcandosi da un destino che hanno sognato e per cui hanno lavorato con determinazione ferrea. «Ho sempre considerato il fatto di essere un artista come un mestiere, e niente mi impedisce di cambiare mestiere», dice Cattelan.

Non è tanto questione di understatement, quanto paura di perdere la propria autenticità. E infatti l’inseguimento dell’autenticità ideale è l’elemento che unisce i due libri nonostante siano caratterizzati da format diversi e opposti. Se Come diventare se stessipuò essere ascritto al genere dell’intervista voyeuristica, Un salto nel vuoto è in realtà un’intervista simulata, un’operazione costruita per dare a Cattelan l’immagine che effettivamente si merita, quella cioè di una persona preparata, intelligente, colta, intenzionata a restituire il senso ogni suo lavoro, cioè il contrario di un impostore. Resta il problema della vanità, che mentre nelle risposte di Wallace viene problematizzata fino all’autosfinimento, in Cattelan non si eleva dal sottotesto: Vi racconto come sono diventato io da che non ero nessunoVi dico come sono stato osteggiato e quali problemi ho avutoCe l’ho fatta perché sono sempre rimasto me stesso. Una narrazione che, senza nulla togliere all’intelligenza e al fascino dell’artista, resta troppo lineare, aproblematica e apparentemente inautentica, nonostante si sforzi di dimostrare il contrario.

Il confronto tra i due libri è molto interessante anche per misurare il valore del quoziente umano che emerge in superficie. L’intervista a Cattelan, nel raccontare quest’incredibile storia di emancipazione di un proletario italiano sembra sprigionare il massimo di umanità, eppure a conti fatti assume la veste inscalfibile, levigata e senza falle, di un curriculum vitae singolare e di prestigio. In Come diventare se stessi ci troviamo, invece, davanti a un testo senza pelle, spettatori di discussioni a cui assistiamo, per la distanza troppo ravvicinata, quasi con disagio, tipico rischio della scrittura fatta dagli scrittori in cerca di profondità, quando non accompagnata, come è il caso di Lipsky, da un rigoroso controllo tecnico ed emotivo.

Da un lato dunque, il sano pragmatismo di un self-made-artist che fa di tutto per non scoprirsi. Dall’altro l’apertura senza filtri, ma ultra-consapevole di un intellettuale dalle solide tradizioni familiari. Due opposte tecniche di rappresentazione dell’essere se stessi in un genere, quello della biografia, che fa dell’autenticità la propria ragion d’essere.

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Le immagini nei romanzi https://minimaetmoralia.it/arte/le-immagini-nei-romanzi/ https://minimaetmoralia.it/arte/le-immagini-nei-romanzi/#comments Tue, 18 Jan 2011 08:28:19 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3654 Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

di Gianluigi Ricuperati

John Berger. Tiziano Scarpa. Leanne Shapton. Andrè Breton. W.G. Sebald. Javier Marias. Geoff Dyer. Alberto Savinio, Aleksandar Hemon, Joyce Carol Oates. Roland Barthes. Bruno Schulz. Marco Belpoliti. Susan Sontag. Roberto Calasso. Luc Sante. Lawrence Weschler, Andrea Cortellessa, Alain Robbe-Grillet. Gianni Celati. Julio Cortàzar, Matteo Codignola, Ben Marcus, Rick Moody, Italo Calvino, Georges Perec.

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di Gianluigi Ricuperati

John Berger. Tiziano Scarpa. Leanne Shapton. Andrè Breton. W.G. Sebald. Javier Marias. Geoff Dyer. Alberto Savinio, Aleksandar Hemon, Joyce Carol Oates. Roland Barthes. Bruno Schulz. Marco Belpoliti. Susan Sontag. Roberto Calasso. Luc Sante. Lawrence Weschler, Andrea Cortellessa, Alain Robbe-Grillet. Gianni Celati. Julio Cortàzar, Matteo Codignola, Ben Marcus, Rick Moody, Italo Calvino, Georges Perec. Questo articolo potrebbe essere un frammento di libro dei nomi – ma quale comune denominatore li tiene insieme? Sono tutti autori letterari, certo. Di ogni nazionalità, estrazione ideologica, etnica, religiosa, filosofica. Molti non ci sono più. Parecchi sono dei classici. Certi sono nel mezzo. Ci sono romanzieri, prosatori, critici, saggisti, scrittori di racconti. Ma tutti, almeno una volta, hanno pubblicato un’opera in cui le immagini e le parole si compenetrano, si interrogano vicendevolmente, si supportano, si avvicinano o si allontanano pur essendo giustapposte. Immagini di ogni genere, dalle fotografie ai disegni, dai materiali disomogenei, d’occasione, fino a operazioni visive concertate per l’occasione. Naturalmente per alcuni l’esperimento è stato sporadico – un atto minoritario – ma per altri è diventato parte integrante di una poetica, bastone da ricerca, strumento radicale di rabdomanzia sulle tracce delle proprie forme.
È un tema che ritengo centrale nell’esperienza letteraria contemporanea – basta la qualità media sprigionata dall’elenco di cui sopra per accorgersene. Da quando mi è capitato di pubblicare alcuni saggi e reportage, ciò che gli americani chiamerebbero literary non-fiction, di rado sono riuscito a tenere fuori dall’involucro del testo la pressione di immagini che volevano, o dovevano, o potevano aggiungervi qualcosa, distorcerne la traiettoria, influenzarlo o esserne influenzate. In un romanzo di prossima uscita inserirò tre frammenti di un album di figurine che nella finzione cambia la vita del protagonista, ma che per incanto esiste anche nella realtà dello sventurato scrittore. Il lettore perdonerà il riferimento personale, ma è d’obbligo. Stiamo parlando di una questione culturale rilevante. Viviamo nell’apice di produzione iconografica di tutta la storia umana – solo le macchine digitali e i telefoni producono miliardi di nuove immagini ogni anno, e questo fa la differenza. È una mutazione ambientale, percettiva, cognitiva, quasi fisica: se tutte le fotografie messe al mondo fossero specchi e ricoprissero il globo, il Sole stesso verrebbe cancellato dalla potenza della rifrazione.
Negli ultimi mesi, solo in Italia, sono usciti almeno cinque testi importanti di autori che scrivono o vivono nel nostro paese, e ciascuno di essi contiene immagini – disegni, fotografie, litografie. Si tratta del Cimitero di Praga di Umberto Eco, di Persecuzione di Alessandro Piperno, Vita e morte di un giovane impostore raccontata dal suo migliore amico di Cristiano de Majo, Autopsia dell’ossessione di Walter Siti e Insegnami la quiete di Tim Parks. La presenza iconografica in questi libri è piuttosto variegata, ed è necessario essere consapevoli che il peso di un disegno a fumetti e di un’incisione del Settecento sono differenti da quelli di una fototessera o dei raggi X: producono conseguenze diverse, irradiano un’aura che semplicemente non è assimilabile. Il bestseller di Eco gioca magistralmente con la notoria erudizione dell’autore, e a tutti gli effetti anche le immagini, che costellano la narrazione con puntualità, sono oggetti da feullieton: provengono infatti dalla vasta collezione privata del semiologo più famoso del mondo, e in certi passaggi sembra addirittura che alcune scene siano state scritte a partire da queste avventurose chine di Sette-Ottocento – una sorta di grado zero dell’ekphrasis (l’arte di descrivere un quadro con le parole), ma al contrario, dall’immagine al testo. Il romanzo di Piperno, peraltro bellissimo, presenta invece inserti visivi che rimandano allo stile dei fumetti della Bonelli, tratto rapido di matita su sfondo bianco, non sono all’altezza della qualità di scrittura: didascaliche anch’esse, paiono provenire da un desiderio autoimposto di decorazione, che in verità non aggiunge nulla alla caratura romanzesca messa in scena. Nell’interessante libro di de Majo le parti non strettamente testuali sono elementi integranti della storia raccontata: si tratta di materiali pop, di provenienza spuria, addirittura poverista e trash, come le cartoline da souvenir che punteggiano il secondo capitolo. Walter Siti gioca su un piano più complesso, mettendo appunto in moto una sottile macchina di ekphrasis, descrizioni di descrizioni visive concertate dal romanziere d’accordo con diversi fotografi, con il medesimo corpo maschile ritratto in pose e dettagli che quasi sembrano spingere per fare il proprio ingresso nel testo, ma senza rinunciare all’autonomia dell’icona. L’eccellente memoir di Parks, per finire, conduce sulla pagina le rappresentazioni degli oggetti, spesso banali, che segnano il corso doloroso di una malattia e del modo di affrontarla: boccette di medicine, paesaggi della guarigione, grafici di valori delle componenti chimiche umane. Il modello, qui, è senza dubbio il grande Sebald, moderno genitore dell’alleanza tra parola e immagine, molto amato da Parks e purtroppo imitato senza la medesima magia – ma come fargliene una colpa? Sebald ha fatto meglio di tutti gli animi letterari più sensibili del nostro tempo ciò che tutti gli animi sensibili del nostro tempo avrebbero voluto fare prima di lui. I suoi quattro capolavori, da Vertigine ad Austerlitz, concepiti all’alba della grande ondata digitale di cui dicevo poco fa, costituiscono tuttora un’ispirazione sorgiva. In un’intervista rilasciata a Eleanor Wachtel nel 1997, Sebald dice una cosa illuminante: “la funzione delle fotografie è anche quella di arrestare il tempo. La fiction è una forma d’arte che muove sempre verso il compimento, la fine, senza prevedere fermate. Le fotografie servono a questo, nei miei testi: portano fuori dal tempo, a una contemplazione più simile a quella delle arti visive, come davanti a un quadro in un museo.”
Ecco il punto dolente e cruciale – la connessione con le arti, un rapporto profondo e abituale, informato, una visitazione disposta all’apprendimento e all’insegnamento costante e reciproco, è la conditio di qualsiasi intervento iconografico serio nella narrativa letteraria che ci aspetta. Quasi tutti i romanzi che ho citato sono un passo in questa direzione – ma si può andare ancora in avanti, rifiutando ogni tentazione pleonastica. Se le immagini devono esserci, che siano una prosecuzione della scrittura con altri mezzi. E che gli amici regalino agli scrittori abbonamenti a riviste d’arte e fotografia colte ed eccitanti come Frieze, Parkett, Aperture o qualsiasi altra che garantisca una buona informazione sulle ricerche più avanzate dei nostri contemporanei. Altrimenti, come succede nella prima memorabile visione del Gli emigrati di Sebald, incontreremo sempre più spesso ciò che trova il narratore, alla ricerca del proprietario dell’immobile che vorrebbe affittare, nella campagna inglese, quando gli viene raccontata la storia di due eccentrici locali che avevano fatto erigere una riproduzione esatta del Castello di Versailles, ma solo nella sua facciata: “un fondale privo di qualsiasi scopo, ma visto da lontano di notevole effetto, le cui finestre erano scintillanti e cieche esattamente come quelle della casa di fronte alla quale ci trovavamo noi adesso”. Un avvertimento, per tutte le illustrazioni dei nostri romanzi futuri.

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Vuoto disincanto https://minimaetmoralia.it/societa/vuoto-disincanto/ https://minimaetmoralia.it/societa/vuoto-disincanto/#respond Wed, 06 Oct 2010 08:25:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2988 Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

di Christian Raimo

Domenica scorsa apro il domenicale e vedo qualcosa di inedito: articoli di Luzzatto, Pedullà, Pacifico, De Majo, Ricuperati, Lagioia. Sono delle persone con cui ho condiviso dei percorsi, sono intellettuali (storici, critici, scrittori, giornalisti, politici della cultura…)

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Questo articolo è apparso sul Sole 24 Ore.

Domenica scorsa apro il domenicale e vedo qualcosa di inedito: articoli di Luzzatto, Pedullà, Pacifico, De Majo, Ricuperati, Lagioia. Sono delle persone con cui ho condiviso dei percorsi, sono intellettuali (storici, critici, scrittori, giornalisti, politici della cultura…) che per anni hanno cercato un terreno di confronto comune che non si è quasi mai dato; trovarli tutte insieme per la prima volta dopo tanto mi ha suscitato una reazione ambivalente. Perché, mi sono chiesto, questa non è la normalità da tempo? Ma soprattutto: perché, da questo e da pochi altri piccoli esempi che si riconoscono in giro, non si potrebbe finalmente cominciare a rimodellare la forma di uno spazio di dibattito pubblico che sia al tempo stesso politico e culturale, e che non avvenga, come al solito, all’interno di nicchie autocompiaciute o autoconsolatorie?

Sarebbe una questione ovvia, se non fosse che in Italia – difficile non accorgersene – siamo invasi da un vuoto. Sono anni che sento i migliori giornalisti, i più interessanti intellettuali italiani, le persone che hanno a cuore il futuro politico di questo paese dar voce a un’unica geremiade che può assumere di volta in volta forme diverse ma ricorsive: non mi riconosco in un partito che non riesce a trasmettermi uno straccio di senso comunitario, scrivo per questo giornale di cui non condivido il progetto editoriale figuriamoci la linea culturale, lavoro per la rivista x perché almeno mi paga due lire, ho messo su un blog come forma di minima resistenza…

Il vuoto è il disagio, la frustrazione, la mancanza di riconoscimento, l’impossibilità del conflitto, gli anni che passano, una generazione immobile. È l’aver a che fare con un meccanismo che potrebbe essere descritto in questi termini: la scelta che oggi si pone a uno scrittore, a un giornalista, a un intellettuale, a un semplice cittadino è questa – come posso vivere, fare esperienza, produrre arte, agire politicamente, ribellarmi, senza che tutto ciò si esaurisca in un gesto ininfluente? Come posso far sì che la mia attitudine critica, l’impegno civile, l’esperienza politica non sia una forma di intrattenimento, di mero consumo culturale, un passatempo come un altro? È il paradosso di Winston in 1984 di Orwell: come posso agire in modo che il mio intervento in una società che controlla la stessa parametrazione della verità sia credibile prima di tutto a me stesso? Quali parole userò, di quale retorica mi posso fidare? Quale pratica sociale avrà una sua efficacia per me e per gli altri?

Cominciate a riconoscervi? Metteteci anche che c’è un (non)modello relazionale che si è parallelamente imposto: e il paesaggio intorno a noi si è desertificato anche per la mancanza di rapporti personali. Al confronto, si è sostituita l’anti-politica, l’anti-intellettualismo, l’anti-elitismo di varia foggia, le crociate indiscriminate contro vecchi, professori, istituzioni…

E proprio mentre questa grande bolla anossica occupava l’intero orizzonte culturale trasformandolo in un immaginario collettivo nutrito solo di barzellette e recriminazioni, perdevano di corpo anche le ultime strutture residuali dell’umanismo novecentesco: le potenzialità della politica attiva, la credibilità della chiesa, la forza dell’impegno sociale, l’autorevolezza della scuola e delle università, il ruolo in generale di quello che da tre secoli in qua è stata l’opinione pubblica…

Come fare a resistere, ci si chiede. Così: al massimo si prova a occupare di volta in volta un pezzettino di questo vuoto. Scrittori a cui si chiede un’autorevolezza da statisti, case editrici indipendenti che si fanno succedanee nel ruolo che avevano i partiti (come è accaduto per il decreto intercettazioni o per il sostegno pubblico alla cultura), festival della letteratura o del diritto che provano a fare le veci di un’università allo sbando: tentativi apprezzabili, accidentati percorsi collettivi e prometeici sforzi individuali. Ma, proprio perché estemporanei e isolati, destinati ad avere semplicemente un valore di rifugio; compensatorio, quindi fragile. Fare politica si riduce a cliccare su facebook per salvare la vita a Sakineh. Per studiare biologia marina può bastare un abbonamento a Focus. Per farsi finanziare un’inchiesta sulla guerra in Somalia bisogna prima scrivere una decina di servizi sulle sfilate di moda a Addis Abeba…

Che dite? Possiamo finirla di contemplare questo deserto in una sorta di fascinazione apocalissofila e cominciare a pensare a come ricostruire una piccola civiltà culturale? Possiamo raddensare queste energie disperse iniziando a farle circuitare, e poi esplodere? Vi va di dismettere quell’espressione di disincanto che vi si legge negli occhi?

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