Cristina Campo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristina-campo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 15 Jul 2021 08:53:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cristina Campo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristina-campo/ 32 32 La ragazza con la febbre. Ritratto di Cristina Campo https://minimaetmoralia.it/altro/la-ragazza-con-la-febbre-ritratto-di-cristina-campo/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-ragazza-con-la-febbre-ritratto-di-cristina-campo/#respond Thu, 15 Jul 2021 12:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49063 Pubblichiamo un pezzo uscito sul numero 1 di Bezoar. Bezoar è una nuova rivista di poesia contemporanea diretta da Giorgio Ghiotti e coordinata da Ivonne Mussoni, Rudy Toffanetti, Francesco Ottonello e Stefano Bottero. La rivista ospita numerosi inediti di poete e poeti (dai più autorevoli maestri e maestre alle nuove voci delle ultime generazioni), interviste […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul numero 1 di Bezoar. Bezoar è una nuova rivista di poesia contemporanea diretta da Giorgio Ghiotti e coordinata da Ivonne Mussoni, Rudy Toffanetti, Francesco Ottonello e Stefano Bottero. La rivista ospita numerosi inediti di poete e poeti (dai più autorevoli maestri e maestre alle nuove voci delle ultime generazioni), interviste e scritti critici, recuperi, recensioni e ritratti di poeti e poete firmati da grandi nomi della narrativa italiana contemporanea.

Quell’impeto raccolto, quella perseveranza oltre la speranza, quel respiro anche nell’angustia più tremenda, voluta.
Leone Traverso

Dei mesi trascorsi a Roma, tra cene con filologi e ambasciatori, tentativi per ottenere un incarico da studioso presso la Curia e il disprezzo per la frivolezza bestiale delle donne, Leopardi ricordava con commozione il pellegrinaggio privato che aveva tributato alla tomba di Torquato Tasso, a S. Onofrio sul Gianicolo. Questo è il primo e l’unico piacere che ho provato in Roma. La strada per andarvi è lunga, e non si va a quel luogo se non per vedere questo sepolcro;- ma non si potrebbe anche venire dall’America per gustare il piacere delle lagrime lo spazio di due minuti? E’ pur certissimo che le immense spese che qui vedo fare non per altro che per proccurarsi uno o un altro piacere, sono tutte quante gettate all’aria, perché in luogo del piacere non s’ottiene altro che noia. Molti provano un sentimento d’indignazione vedendo il cenere del Tasso, coperto e indicato non da altro che da una pietra larga e lunga circa un palmo e mezzo, e posta in un cantoncino d’una chiesuccia. Io non vorrei in nessun modo trovar questo cenere sotto un mausoleo. Tu comprendi la gran folla di affetti che nasce dal considerare il contrasto fra la grandezza del Tasso e l’umiltà della sua sepoltura.

Quella pietra racconta la sofferenza di chi visse al confine tra due mondi interiori e barcollò fino all’ultima soglia mentre entrambi gli bruciavano sotto il cappotto, un animo che sognava la luce limpida d’un ideale che già si riteneva lontano nel tempo perché tutto ciò che pareva confermarlo andava in pezzi, un’eredità spirituale che come tutte le tradizioni in fondo è sempre inventata. Lo sguardo di un ragazzo che era cresciuto leggendo di crociati, eremiti e re e sognava un’impresa cui sacrificare la vita e l’arte, un grande arazzo che abbracciasse in armonia complessa l’intera architettura del mondo e il cammino dell’uomo, un mondo di cavalli lanciati al galoppo, eserciti in marcia che sollevano nubi di polvere in cui sfavillano le cotte e le corazze, e spade che sono croci e che avvampano a ricacciare tutti i demoni negli anfratti ombrosi della notte, un canto di dedizione pura, dove le mani giunte del devoto in preghiera sono note fin nell’Invisibile Trono circonfuso dalle schiere degli angeli.

Ma quel mondo conosceva anche la fitta all’inguine per la curva di un seno scorto sotto la camicia sottile, sapeva scovare un intero universo nella piega rossa di un labbro, verso cui la schiena si inarca e non c’è impresa o sacrificio che forse valga a compensare il fremito di un morso qui, sul collo, mentre sopra le teste frusciano gli alberi verdi nel primo pomeriggio d’estate, una fame e lo struggimento per un riposo in cui il corpo nega ciò che lo spirito afferma e lo spirito stesso dubita e vacilla e dispera, perché il sangue ha una canzone tutta sua. Due braccia ti stringono, e poi semplicemente chiudere gli occhi. Senti battere un cuore che non è il tuo, e quella pulsazione ti parifica con le cose, rende possibile anche invecchiare e morire. L’aspirazione a trasformare Angelica in Beatrice, e la paura che ciò significhi semplicemente ucciderla. Mi lascio quella tomba alle spalle, esco sotto gli alberi, siedo a una panchina, guardo Roma tutta intorno, il mondo mutabile e leggero, così terribile, così bello.

A volte compaiono spiriti…che evocano ancora una fase trascorsa dell’umanità, scriveva Nietzsche. C’è un altro luogo che per me documenta un dramma e una lotta non dissimile. Si tratta del Russicum, l’Istituto Pontificio di Scienze Orientali presso il quale, nella chiesa di Sant’Antonio Abbate si svolgono anche le celebrazioni secondo il rito bizantino. Quando scendo a Roma ci passeggio spesso intorno, a fumare. Siedo sulle scale, mi appoggio a un muro. Non entro, pure qui a interessarmi èil contrasto tra il portone d’ingresso e i semafori e il traffico serale, le luci dei negozietti di pakistani e cinesi.La soglia.

Qui veniva Cristina Campo, per assistere alla liturgia orientale, negli stessi anni in cui lottava contro le modernizzazioni del rito latino.

Al pari di S. Onofrio, anche questo per me è un luogo tragico. Ha visto svilupparsi e tuttora racconta, mormorando piano, un moto spirituale ed artistico che, in parte, descrive la medesima traiettoria dell’altro sepolcro, più antico, dalla disgregazione vorticosa della modernità all’anelito per una vasta, ordinata sinfonia di senso. E forse è superfluo esplicitare che la forza che stringe la gola in entrambe queste vicende fu che entrambi i protagonisti–l’uomo del ‘500 e la donna del ‘900– non riuscirono a conservare ciò che non volevano perdere, sotto i colpi delle burrasche che infuriavano tanto fuori che dentro di loro.

Guardo la sigaretta quasi finita, succhio ancora fino al filtro. Un ragazzo passa su un motorino e una ragazza alle sue spalle gli tiene una brioche davanti alla bocca.

È proprio a due immagini della letteratura russa – che Cristina Campo conosceva e amava tanto– che penso quando cerco di descriverla. Anche qui, si tratta di un contrasto. La prima è uno dei tanti passaggi in cui Dostoevskij descriva la cupa bruciante passione di Rogožin per Natasha Filippovna, un amore che lo fa scappare via e tornare a casa con tutte le luci spente, a fremere nel buio. Ci sono arrivato con la febbre; là le vecchiette si sono messe a recitarmi i loro santi, ma ormai ero ubriaco e poi me ne sono andato per bettole a spendere gli ultimi soldi, e ho passato la notte per strada privo di conoscenza, la mattina poi deliravo, infatti di notte m’avevano pure morso dei cani. L’altro sono i pensieri di Zivago a sua volta febbricitante, che nel delirio intravede appena un giovane che sembra aiutarlo a comporre. È chiaro, quel ragazzo è lo spirito della sua morte o, più semplicemente, la sua morte. Ma come può essere la sua morte se lo aiuta a scrivere una poesia? Si può forse trarre qualche vantaggio dalla morte, può forse la morte essere d’aiuto? La vita e la scrittura della poetessa e traduttrice bruciavano entrambi di questo fuoco divorante che pareva imitare le privazioni ascetiche degli eremiti e al tempo stesso invocavano e cercavano gli angoli aguzzi e le linee rigide di una morte che sola pare in grado di convogliare e conservare la potenza della vita. Questa fiamma e questo rigore le affilavano lineamenti, gesti e parole, quegli zigomi e quelle labbra sottili, l’enigma di quel sorriso antico, leonardesco, la luce di occhi che ricordavano quanto scriveva–in un passaggio che lei stessa aveva notato– Henry James sui palazzi della Firenze della sua giovinezza, in Via Capponi o dell’Oriuolo: le finestre dalle nobili proporzioni, estremamente architettoniche, la cui funzione parevano non tanto di offrire comunicazione col mondo quanto di sfidare il mondo a guardare dentro, sbarrate da inferriate massicce e poste a tale altezza che la curiosità, anche in punta di piedi, spirava prima di averle raggiunte. Le acque scure di un pozzo su cui baluginava anche una grazia civettuola – Addio, mio caro. Mi scriva tutto di tutto. Mita mi dice che ha la barba – che idea meravigliosa. Da tanti anni non ho un amico con la barba – è così propizia una barba, a sé e agli altri, lo sapeva? Aveva sempre la febbre, fisico e spirito erano consumati da affanni e tormenti che traboccavano gli uni negli altri: Scrivo a macchina queste cose perché mi fanno troppo male e le cose che scrivo a penna mi penetrano di più, e non bisogna farsi distruggere finché è possibile. Come ammise Mario Luzi, c’era qualcosa di lei nella protagonista del suo Ipazia, nella sua tensione senza cedimenti che poteva spezzarsi esausta ma non piegarsi mai, in quella eterna giovinezza dell’anima che si effondeva sui tratti stessi del viso e faceva tutt’uno coi colori purissimi in cui il mondo si staglia per occhi simili: Molte cose sono contro di noi, infatti./ Ma è nel fuoco che bisogna ardere./ Niente si addice alla parola come la temperatura del fuoco. Ciò si coglieva anche nella sua impazienza (Non mi interessa la gente che non capisce subito), nella sua insofferenza sprezzante per i compromessi. Bruciava e scottava. Nelle parole di una sua amica, riportate da Cristiana di Stefano, era difficile farle compagnia. Però aveva dentro una fiamma. Bastava toccare un argomento che le stava a cuore per vederla accendersi. La parola mistico viene da «muein» che vuol dire accennare. Il mistico è colui che fa intravedere ma non è mai esplicito. In questo senso Cristina era una mistica. Avevi l’impressione che dietro ci fosse qualcosa di enorme.

Se pativa uno scarto, una distanza, l’incomprensione d’una persona amata, reagiva addolorata anche solo per esplicitare tale delusione: Perdona, te ne prego, queste spiegazioni. Non avevo nessuna voglia di scrivere cose simili. Non sono – come scriveva Caterina a suo marito – la dama in carrozza chiusa e fitto velo sul viso, che ti gira intorno supplicandoti di salvare il suo onore. Io avevo solo chiesto una mano…aver desiderato, sia pure per un attimo, la tua mano, mi sembra ancora un segno di fedeltà–se non altro al mio passato e ame stessa. Ma basta adesso. Scusami, stai sereno. Lo strazio che la feriva nei rapporti più intimi e decisivi, intravisto dalle feritoie del suo controllo, si faceva esplicito disprezzo – tutto leopardiano – per le banalità intellettuali, le pose e le mode: Sembra incredibile che la gente possa prendersi tanto sul serio quando usa un linguaggio che è tutta una mascherata. Negli anni che vedevano esplodere la società dei consumi, lei vedeva già come questa infettava la vita e le opere degli artisti, insozzandole con la corsa al collocamento, la fame di etichette e riconoscimenti reciproci: la sigla nasce, lo slogan si appiccica saldamente allo scrittore e ai suoi prodotti insieme; ci pensano le testate dei rotocalchi a dare a ciascuno il suo posto negli scaffali del supermarket. Reagiva con insofferenza anche alle pedanterie pettegole che si illudevano di imbrigliare il mistero della vocazione poetica basandosi sulle orride rivelazioni del documento, questo servo dell’intuizione.

Tutta questa vibrazione vitale – l’impazienza dei veggenti e dei profeti, quella per cui Cristo si struggeva di portare il fuoco sulla Terra – accusava costantemente i limiti contro cui andava a sbattere, dentro e fuori di sé, e si può ben dire che cercasse di stanare la propria morte. Ogni esperienza autentica annunciava ciò che l’avrebbe frustrata, contraddetta, confinata: Moriremo lontani. Sarà molto/se poserò la guancia nel tuo palmo/a Capodanno; se nel mio la traccia/contemplerai di un’altra migrazione. Nelle brutture e banalità dell’Italia contemporanea, nell’avversione dell’autocompiaciuto mondo progressista per ciò che è difficile, elitario, ascetico, lei coglieva la paura dissimulata per la bellezza autentica, quella pressoché insostenibile di Beatrice che fustiga Dante per le sue infedeltà e lo fa svenire sulla sponda del Lete: E hanno ragione, perché accettarla è sempre accettare una morte, una fine del vecchio uomo e una difficile nuova vita. Era anche questo a farle cercare il rigore aristocratico della forma, a farle amare la geometrica gerarchia della tradizione (Dio ha pietà di noi perché ci lascia ancora qualche rito, su qualche vetta remota), l’addestramento costante d’uno stile delle parole e dei gesti perfetti. Per salvare un mondo, un orizzonte di senso e quanto esso contiene dallo sbriciolamento universale: un tempo ci insegnavano: il poeta…colui che nomina le cose come per la prima volta. Ora è colui che le nomina per l’ultima.

Era questa devozione senza confini a farle rispondere con disarmante sicurezza È bene avere ideali impossibili, o farle reggere Corrado Alvaro morente sussurrandogli che, da qualunque lato della morte fosse caduto, non avrebbe incontrato altro che amore. Ma questa è stata anche la sua tragedia. Perché tutto intorno a lei e così tanto dentro di lei attestava esattamente il contrario: il mondo andava in sfacelo, gli amori tradivano o semplicemente non reggevano, l’idiozia veniva incoronata e lodata, la bellezza braccata e processata, “l’orribile nodo” dell’angoscia e della depressione avvelenava le giornate e forse Dio non era semplicemente mai esistito. Nessun amore sull’altra sponda della morte, e qui solo compromessi, piccinerie, angosce. Musiche scambiate per dispetto sul giradischi, lunghe domeniche amare. Nel corso degli anni e delle lettere, nella conversione a un cattolicesimo sempre più austero e divorante, la si vede inoltrarsi in questo deserto, la si vede subire questa spoliazione continua di ogni antico conforto e sicurezza.

I giardini segreti sono soffocati dagli sterpi, riarsi dal sole e il vento che ghermiscono gli eremi. In tutto questo lei conservava l’acutezza e sensibilità di un tempo, la frecciata perfida e spavalda, il gusto della battuta elegante, c’è ancora spazio per  gesti delicati, mani tenute strette attraverso lo spazio, entusiasmi, eppure il rigore di sempre adesso pare rivoltarsi contro se stesso, ed eccola rileggere con durezza anche quanto già amava, in una sorta di espiazione iconoclasta che non risparmia niente, mentre intorno monta il fragore e le ondate nere di un paesaggio in cui non si riconosce più: l’altra notte…decisi di concedermi, per puro amore della salute, il dono più straordinario: una serata esclusivamente letteraria, cioè la lettura di alcuni capitoli di Proust. Da sempre una beatitudine di perfezione quasi fisica, come nell’adolescenza fare in gran segreto un bagno nudi al chiaro di luna. Ma oh! Le squisite acque sembravano essersi mutate in acqua di cartone. Possibile che le Sources de la Vivonne si fossero improvvisamente prosciugate. Persino l’ultima, solenne pagina del grande poema, la pietra del sepolcro che si chiude, l’ultima, maestosa parola, Le Temps, mi lasciò inesplicabilmente fredda. Il Rex tremendae majestatis era forse fuori della mia porta.

Ogni vita comprende ed esprime più di quanto ne possa dire chi la incontra e persino chi la vive, supera sempre la somma di tanti dettagli ed episodi che tuttavia, in certe personalità, paiono incarnare tanto di quel destino specifico. Il cammino di Cristina Campo è disseminato da gesti ed episodi analoghi a quelli che amava nei suoi libri e modelli. Come notava Borges in una riflessione cara a Marguerite Yourcenar, uno scrittore, se è fortunato, lascia un’immagine di sé. È una vittoria che può non avere niente a che fare con la pace o la felicità. La città da secoli ti divora/ma per te travede, sogno e sfacelo,/di luci e piogge, lacrime senili/sulla ragazza che passa/febbrile, indomabile, oltre il tempo, oltre un angolo. Quella ragazza con la febbre dei suoi stessi versi era lei, l’ingresso del Russicum l’angolo dove anche il tempo pareva, per qualche ora, piegarsi.

Ma nella donna avvolta nel cappotto chiaro, che varcava l’ingresso della chiesa stringendo in mano un vecchio Libro delle Ore, si può scorgere tanto la principessa in esilio, l’esile ardente protagonista d’una fiaba che nella lunga fedeltà dei folli sa percorrere soglie visibili e invisibili, trionfando col suo coraggio e la cieca fiducia sui sortilegi che hanno velato l’ultima raggiante vittoria dell’amore e della luce, quanto una naufraga folle che annaspa e si sbraccia nel tentativo di aggrapparsi all’ultimo relitto d’una nave a pezzi sotto un cielo livido, a farfugliare, a invocare un soccorso che non arriverà mai. Il prigioniero si getta a testate contro il muro della prigione, urla per non sentire il silenzio, affonda in quello strillo e gli pare di cogliervi la musica che tutto comprende, spiega.

Gli errori che tormentano, le mancanze e i propri sottili egoismi, che mandano in frantumi l’immagine che si aveva di sé, si raccolgono nelle mani e si tendono verso un cielo che piova fuoco a consumarli e trasformarli, ma l’uncino nelle viscere rimane, e l’oro dei tramonti e delle icone tace. Si stivano canapa, olive/ mercanti ed anni. Io non chino le ciglia./ Mezzanotte verrà, il primo grido/del silenzio, il lunghissimo ricadere/del fagiano tra le sue ali. La scrittura per lei era lo spazio dove cercare di tenere aperti quegli occhi, qualunque cosa ciò volesse dire o sapesse trarne. Dio brucia anche se non esiste. Pubblicazioni, recensioni, premi, per lei non significavano nulla.

Quando Leone Traverso le segnalò alcuni critici che volevano valorizzare la sua opera, lei rispose: Vedi come tutto si guasta quando i gesti spontanei s’incrociano con le astrazioni. Ora anche di questo libretto mi è venuto un enorme desiderio che nessuno si accorga. Ti ho già detto molte volte, credo, che la letteratura (parola orrenda) non è un fine, per me, non uno scopo, ma un mezzo, uno dei modi (infiniti) di vivere con libertà e solitudine… per piacere, Leone, aiutami a conservare il mio incognito, a scrivere ancora con piacere; aiutami a rimanere nel silenzio e nella pace che sono la sola libertà a cui io tenga. Per lei questo crocevia segreto era un falò sulla spiaggia, di notte, là dove i problemi ritrovano il loro centro e cadono le barriere di inesistenti valori. E poco importa se alla fine quel centro sia pieno o vuoto. Il suo tormento in fondo è la stesso di ciascuno. Poiché tutti viviamo di stelle spente. Tutti ci aggrappiamo agli echi. Butto la sigaretta, scendo per Via Cavour verso i Fori, supero negozi di giacche in pelle, ricariche telefoniche, caffè, alimentari halal, ogni passo è una porta che si attraversa comunque.

 

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Gerusalemme è Ovunque. Una conversazione sull’invisibile https://minimaetmoralia.it/libri/gerusalemme-e-ovunque-una-conversazione-sullinvisibile/ https://minimaetmoralia.it/libri/gerusalemme-e-ovunque-una-conversazione-sullinvisibile/#respond Wed, 17 Mar 2021 13:36:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48146 Photo by David Clode on Unsplash di Andrea Cafarella Quando abbiamo cominciato a scrivere questa conversazione era da qualche mese in circolazione un’ottima traduzione del libro di culto Il cibo degli Déi (Piano B, 2019) di uno dei più importanti divulgatori della psichedelia, Terence McKenna. Un testo essenziale quando parliamo di sostanze in grado di […]

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Photo by David Clode on Unsplash

di Andrea Cafarella

Quando abbiamo cominciato a scrivere questa conversazione era da qualche mese in circolazione un’ottima traduzione del libro di culto Il cibo degli Déi (Piano B, 2019) di uno dei più importanti divulgatori della psichedelia, Terence McKenna. Un testo essenziale quando parliamo di sostanze in grado di alterare la nostra percezione del mondo, quindi, inevitabilmente, un documento molto utile all’interno del più grande discorso relativo agli altri stati di coscienza, e agli altri mondi. Ovverosia al viaggio che è possibile compiere verso questi altrove ancora sconosciuti.

«Il mondo che percepiamo è una piccola frazione del mondo che possiamo percepire, che è una piccola frazione del mondo percepibile» questa è una delle frasi topiche di McKenna, segnalata già nell’introduzione, per intenderci.

È sfogliando le prime pagine di questo libro che mi sono imbattuto per la prima volta nel nome di Federico di Vita – che ne ha curato proprio l’introduzione. Mi ha subito affascinato l’indomabile lucidità e la chiarezza di sguardo che di Vita ha saputo mantenere nel descrivere un personaggio a dir poco controverso, le cui storie suscitano una meraviglia ambigua, poiché sembrano assurde. Eppure, niente hanno a che vedere con la finzione narrativa.

Scopro poi che Federico di Vita stava curando un volume (La scommessa psichedelica, Quodlibet, 2020) scritto a più mani, che si sarebbe occupato del Rinascimento psichedelico. Inizio quindi a mandargli una serie di domande, chiedendogli esplicitamente di prendersi del tempo – il giusto tempo – per rispondere a ognuna di esse. Il risultato è una conversazione durata mesi, nata senza uno scopo preciso, costruita nel tempo, con lentezza, mentre il nostro rapporto andava consolidandosi. Nel frattempo: il libro che stava curando è stato pubblicato, è nato un podcast chiamato Illuminismo psichedelico e moltissime altre cose sono successe.

Noi abbiamo continuato questo vero e proprio botta e risposta, nel quale tentiamo di ragionare sul significato di certi concetti inesplicabili, rievocando gli accadimenti di questi mesi e i testi che ci hanno accompagnato, indagando le esperienze di vita e forse anche – speriamo – perdendoci nei pensieri, fino a non sapere più dove eravamo diretti né dove siamo adesso.

Desidero iniziare andando subito al punto della questione: cosa è l’invisibile? Per poi risalire il crinale alla ricerca delle radici che ti hanno portato alla definizione che darai di questo concetto-luogo ontologicamente indefinibile.

 Parafrasando Calasso potrei rispondere «una vasta parte dell’essenziale», e seguendo la suggestione di McKenna che citi anche tu aggiungerei gran parte dell’esperibile. È così da sempre, pensa all’importanza che è stata riconosciuta all’interpretazione dei sogni sin dall’antichità. I sogni sono parte di un mondo altro, sommerso, per definizione non visibile con gli occhi ma direttamente calato nella nostra mente, eppure tra le visioni il sogno – anche il sogno lucido (mi capita da sempre di fare sogni lucidi, quelli cioè in cui riesci a piegare la trama del sogno stesso, imponendogli percorsi secondo le tue preferenze o paure – una skill che è considerata preziosa da chi non la possiede ma che a me, sarà che lo faccio sin da bambino, sembra normale, quasi superflua) – occupa per me il gradino più basso. Il sogno è prigioniero dei suoi schemi, procede a strappi che il cervello ricuce a velocità vertiginosa imbastendo una narrazione per legare insieme scene e ambientazioni palesemente incoerenti, spesso è sfuocato, ha quell’atmosfera, appunto, “da sogno”, affascinante come una bruma ma chi ha esperito l’incanto di un’epifania(che, in condizioni ideali di comunione con se stessi e il luogo in cui ci si trova, può avvenire ovunque), o quello di una Sindrome di Stendhal (evento raro che qualche volta nella vita, lontano dal proprio paese, può capitare di provare), sa che la grana della visione può distillare grazia in modo molto più sublime. Tu mi chiedevi dell’invisibile e io ti sto parlando di visioni, che sono per definizione visibili, eppure sono per la maggior parte del tempo inaccessibili, celate, in eterna attesa di una dischiusione che non arriva quasi mai (e quindi in gran parte tecnicamente “invisibili”, no?).

Si dà il caso che per dischiudere il mondo della visione esistano delle tecniche infallibili, messe a punto da diverse civiltà in tempi remoti: la sfera della visione può essere raggiunta grazie all’uso di piante sacre, dagli effetti psichedelici. Una piena esperienza psichedelica è tecnicamente indicibile, il salto di paradigma oltre una certa soglia è solo esperibile, non raccontabile. Una volta qualcuno mi ha detto che provare la sostanziale irriferibilità del trascendente rende la metafisica un’assurdità. Se lo sai, non ne dibatti, se ne dibatti, non lo sai. Credo di essere d’accordo, e poi – e qui siamo davvero nel cuore delle qualità dell’invisibile – gli psichedelici sono le uniche sostanze a permettere a chiunque di accedere a un rapporto diretto e senza mediazioni con la sfera del sacro. Sono l’ostia che funziona davvero, non un mero simulacro di un gesto perduto nei millenni. Una volta che sei lì poi sta a te scegliere cosa farne di questo profondissimo senso di trascendenza, una ricetta che vale per tutti io non la conosco.

Quando abbiamo un’esperienza paragonabile a quella che possiamo avere assumendo sostanze psicoattive, praticando digiuno prolungato, meditazione o semplicemente danzando senza sosta, cosa può accadere?

L’unica esperienza paragonabile a quella che si vive assumendo psichedelici che ho provato personalmente è stata proprio la Sindrome di Stendhal, nella sua caratteristica declinazione che si può provare a Gerusalemme (non a caso chiamata Sindrome di Gerusalemme). Mi è capitato sotto il Muro del Pianto, ho cominciato ad avere vertigini e un forte giramento di testa, ero profondamente scosso dal fatto di essere lì eppure pensai a un colpo di sole – certo il sole c’era ma era aprile, e per arrivare lì si passa sotto una serie di cunicoli. Così un’ora dopo essere uscito dalla Spianata delle moschee ho deciso di tornare sotto il Muro per vedere se l’effetto si sarebbe ripetuto: se non fosse successo avrei attribuito l’evento a un colpo di calore. Il mio pregiudizio era insomma negativo, eppure la seconda volta che fui lì caddi preda esattamente della stessa sensazione di rapimento estatico, era anche destabilizzante. La cosa stupefacente (be’, è il caso di dirlo) delle sostanze psichedeliche è che sensazioni di questo genere te le possono far venire in qualunque luogo, in qualunque momento, per ore e ore di seguito.

Credi che durante quei momenti di «rapimento estatico» ci rechiamo in un luogo altro, dove dimorano animali divini, spettri e voci misteriose, oppure ridiscendiamo nei sogni e nel nostro più oscuro inconscio inviolato?

Premesso che dipende in parte dalla complessione individuale, i percorsi cambiano anche a seconda della sostanza, come testimonia quel vero e proprio genere letterario sommerso che va sotto il nome di trip report. La visione scaturita dall’assunzione di ayahuasca o più in generale da quella del più importante dei suoi principi attivi, la DMT, sono caratterizzate dalla presenza di entità (non per niente il decotto amazzonico è noto come “liana dei morti”, perché la tradizione d’origine interpreta così le figure che si parano innanzi allo psiconauta – e dato che la suggestione nel caso delle sostanze psichedeliche è molto forte è facile leggere in quel modo gli esseri che compaiono assumendo ayahuasca), sta poi alla coscienza del singolo interpretarle come crede, e l’interpretazione è immediata, le entità vengono subito riconosciute come spettri, antenati, divinità, animali guida e via dicendo – io una volta ci ho visto perfino un croupier. Quindi per rispondere alla tua domanda credo che siano presenti entrambi gli elementi ma non sono necessariamente presenti e possono essere destati più facilmente seguendo alcuni percorsi, piuttosto che altri.

Cos’è, per te – prescindendo dalle definizioni scientifiche o pseudo-tali– il mondo dell’altrove?

È il giardino della lingua italiana, un villaggio del delirio, le onde del mare che come un vecchio amico ti mostrano la loro eterna, ricorsiva e commovente finezza geometrica, un angolo di un parcheggio polveroso che si rivela in paradiso, il luogo dove muore l’ego tra petali di origano e ascoltamagie in tramontovisione.

Con quali parole potresti definire il luogo in cui è possibile parlare con i Funghi, avere l’illuminazione sulla forma del DNA e forse addirittura vedere Dio?

Ovunque: può avvenire ovunque. L’importante è tenere presenti le indicazioni su set e setting, perfettamente illustrate da Timothy Leary nel suo The Psychedelic Experience: A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead:“Il set indica la preparazione dell’individuo, inclusa la struttura della sua personalità e il suo umore in quel momento. Il setting è il contesto – il tempo meteorologico, l’atmosfera nella stanza; sociale – i reciproci sentimenti delle persone presenti; e culturale– le opinioni prevalenti su ciò che è reale”.

«Dobbiamo inventarci gli strumenti per parlare di questi problemi in modo artisticamente variato, che li renda accessibili al pubblico. Idealmente, per esempio, dovremmo essere in grado di parlare di un’esperienza mistica simultaneamente in termini di teologia, psicologia e biochimica. È un obiettivo ambizioso, ma se non riusciremo a fare qualcosa di simile, continuerà a essere molto difficile pensare alla ininterrotta ragnatela della vita come a un continuum, e non nei termini del vecchio dualismo platonico o cartesiano, che falsifica profondamente la nostra immagine del mondo».

Queste sono le parole con le quali Aldous Huxley proponeva la sua visione rispetto al compito di chi potrebbe raccontare il mondo includendo la profondità illuminante dell’esperienza mistica. Lui che è stato al centro della scrittura di The Psychedelic Experience. A Manual Based on the Tibetan Book of the Dead e del movimento psichedelico di quegli anni. In particolare, credeva nella funzione essenziale dello scrittore, dell’autore di letteratura. Scriveva che «Il letterato non è in grado di dare un contributo che abbia un reale interesse scientifico, ma può intervenire per offrire il suo apporto nell’esplorazione di zone dell’universo fantastico della mente umana, in cui gli accademici, più prudenti, sono restii a mettere piede».

Vedo che in questi giorni hai intervistato con passione Carlo Rovelli, in occasione della pubblicazione del suo Helgoland. Mi sembra un autore con un’idea della letteratura molto in linea con quanto proponeva Huxley: la funzione di chi scrive può supportare – creativamente – il lavoro scientifico. Io credo che in fondo sia sempre stato così ed è quindi importante mantenere questo carattere pionieristico e a volte addirittura divinatorio della letteratura.

Cosa comporta nella tua esperienza dover trovare nuovi strumenti del linguaggio per raccontare ciò di cui parla – e che raccontò con fervore per tutta la vita –Aldous Huxley?

Il ruolo della letteratura e più in generale della sfera umanistica nel racconto dell’esperienza psichedelica è fondamentale. Non per caso tu citi Aldous Huxley, un romanziere di successo che grazie soprattutto a ciò che ha scritto in un saggio, mi riferisco a Le porte della percezione, si ritiene aver condizionato tutte le esperienze a base di LSD provate da chiunque da quel giorno in avanti. È molto forte il portato della suggestione nell’esperienza psichedelica e c’è quindi ragione di ritenere che le nuance orientali suggerite da Huxley abbiano finito per condizionare in modo indelebile i viaggi di milioni di psiconauti a partire dagli anni Sessanta.

Nei libri di Carlo Rovelli ci sono qua e là delle metafore tratte da esperienze psichedeliche, sono brevi frasi messe lì per chiarire a livello allegorico la grana di una certa esperienza. Se ci pensi però negli stessi libri spesso per illustrare alcune caratteristiche della fisica quantistica Rovelli fa ricorso a suggestioni tratte dalle antiche filosofie orientali, forse anche questo non è un caso – seppur in modo diverso sembra in qualche misura battere dei percorsi attraversati da Huxley. Per quanto mi riguarda di recente ho curato un libro che è uscito per Quodlibet, La scommessa psichedelica, e non è un caso se tra i tanti intellettuali che ho coinvolto per mostrare come la psichedelia influenzi a fondo il mondo in cui viviamo ho chiamato a esprimersi diversi scrittori: Peppe Fiore, Francesca Matteoni, Vanni Santoni, Edoardo Camurri, Ilaria Giannini, Gregorio Magini e il critico letterario Carlo Mazza Galanti. In modi diversi loro hanno mostrato anche in quel libro cosa può succedere nell’incontro tra psichedelia e letteratura, l’intervento di Magini in particolare mi pare andare nella direzione di cui mi chiedi, lui interroga alcuni lemmi simbolo del Rinascimento psichedelico per decostruirne i significati, tentando di capire che insidie e automatismi nascondano, ma insieme provando a tracciare nuove strade interpretative. Credo che la letteratura ­– e l’arte in generale – possa fare molto in questo senso, soprattutto in un paese come l’Italia dove la ricerca scientifica in questo ambito è ancora in forte ritardo.

Ho letto un testo che hai scritto a commento del XXV canto dell’Inferno dantesco (pubblicato su L’indiscreto all’interno del progetto CCC – Commento Collettivo alla Commedia dantesca). Mi sembra un bellissimo esempio di quanto dicevamo poco sopra. Quali sono le esperienze di picco che hanno segnato il tuo approccio alla scrittura e ancor di più all’analisi del mondo che ti circonda e del tuo quotidiano?

Credo che anche quello scritto sia un esempio di quanto dicevamo sopra, ti ringrazio di averlo ricordato. In quel caso provo a mostrare uno dei più significativi effetti clinici studiati proprio in questi anni: alcune sostanze psichedeliche sono considerate eccezionali strumenti per la cura della depressione e di alcune patologie affini, come la paura della morte nei malati terminali ma anche come la sindrome da stress post-traumatico. In quello scritto mostro l’elaborazione del lutto per la morte di mia sorella, che in quel caso avviene con uno strappo tipico da esperienza psichedelica, mostrandosi in un grumo di immagini che fino a quel giorno la mia memoria mi aveva negato. Non so se ci sono altri esempi letterari in cui viene raccontata l’elaborazione del lutto attraverso l’uso di sostanze psichedeliche, mi pare però una delle cose che la letteratura può fare. Di esperienze di picco ne ho avute diverse, un’altra è descritta nel saggio La sindrome di Stendhal nell’era della sua riproducibilità tecnica, a sua volta compreso in La scommessa psichedelica. In quel caso l’esperienza visionaria è quella che si può provare a un festival di musica elettronica – a un rave – di notte, sotto l’effetto dell’LSD. Avevo in mente una festa precisa, anche se poi ho usato elementi e visioni tratti anche da altre serate di quel tipo.

Giorgio Colli scrive, prendendo in prestito un’idea nietzschiana, che «i Greci davano un grande valore alla pazzia in quanto questa era qualcosa di involontario e di terrificante, dietro al quale si poteva credere più facilmente alla rivelazione divina. Per questo si diffusero le idee più ardite: i grandi uomini, quando non erano veramente pazzi, fingevano di esserlo». Ho sempre pensato che la figura di Nietzsche fosse rivelatoria rispetto alle questioni che stiamo discorrendo, poiché per me lo è stata grandemente, come per Colli e molti altri.

Tuttavia, non è sempre così per tutti i suoi lettori. Ci sono autori che segnano il nostro percorso di vita come veri e propri maestri e formano quell’arcinota scala dalla quale è possibile il salto. Possiamo provare a comporre una mappa – un abbozzo, quantomeno – di quei pensatori, artisti, personaggi storici che hanno simboleggiato per te quell’esperienza illuminante in grado di cambiare totalmente il tuo approccio alla vita?

Ti faccio tre nomi: Dante, Melville e Bob Dylan. Non hanno molto in comune tranne forse la possibilità di attingere a un mondo molto vasto, profondo e oscuro, che riescono a far brillare anche grazie a spunti mistici.

Un’ultimissima domanda.

Abbiamo parlato del rapporto tra la letteratura e i luoghi che possono essere evocati durante l’esperienza di picco. Una relazione di mutua creazione nella quale la letteratura si nutre dell’esperienza e allo stesso tempo può influenzare le esperienze successive, come nel caso di Aldous Huxley. Un po’ come se la letteratura, e più in generale le arti siano strettamente legate al misterioso mondo raggiungibile tramite l’estasi mistico-psichedelica.

Molti pensatori hanno lamentato il fatto che la nostra società sta allontanandosi sempre più da questo spazio sacro nel quale è possibile entrare in contatto con il mondo dei sogni, il regno degli spiriti, con la dimensione del mito.

Cristina Campo diceva che la nostra «non è più una civiltà» ma credeva nel «lavoro su di Sé», individuale, del singolo.
Tu hai curato un libro dedicato all’influenza che gli psichedelici hanno avuto sulla nostra società e su alcuni dei differenti campi nei quali hanno
interferito pesantemente.

Pensi che questi strumenti potentissimi possano essere la chiave di volta per un riavvicinamento al sacro e per un’attenzione nuova e diversa al lavoro che ognuno di noi può fare su sé stesso, e così cambiare collettivamente nel tentativo di ritornare a essere una civiltà; oppure sono “solo” uno degli strumenti a nostra disposizione, nel tentativo di spostare l’asse del futuro che creiamo nel nostro ancora invisibile mondo immaginale?

Comincio dalla fine. Sto leggendo Quando abbiamo smesso di capire il mondo di Benjamín Labatut, sembra quasi che lo stiano leggendo tutti in questo momento a dire il vero. In ogni modo, in uno degli essay del volume si racconta una storia che è insieme quasi incredibile e illuminante. Parla di due matematici, il primo – Alexander Grothendieck – è stato tra i più importanti del Novecento, e al centro della sua ricerca c’era l’intenzione di definire il concetto di “motivo”, ossia il fascio di luce in grado di illuminare tutte le incarnazioni e le implicazioni possibili di ogni oggetto matematico. Grothendieck chiamava questa entità iperurania “il cuore del cuore”: di cui a noi non arrivano che riflessi lontani. L’altro matematico della storia si chiama Shinichi Mochizuki, ed è presentato come il risolutore di un enigma misteriosissimo, che per altro aveva più di qualcosa a che fare con le imponenti rivelazioni di Grothendieck.

Il problema della soluzione di Mochizuki alla congettura a + b = c (questo il nome del misterioso dilemma) è che la sua spiegazione è così complessa da non essere stata ancora interpretata da alcuno, per cui non sappiamo se sia effettivamente valida o meno. In più Mochizuki si rifiuta da quando l’ha pubblicata sul suo blog di fornire ulteriori spiegazioni. Come Grothendieck, che giunto a un certo punto del suo percorso di ricerca si è semplicemente dato alla macchia, finendo per diventare un vagabondo in un minuscolo paese sui Pirenei, Mochizuki ritiene che sia in fondo meglio non chiarire certe questioni, i due sembrano insomma d’accordo su un punto: l’umanità potrebbe usare male alcune scoperte, come è successo con la fissione dell’atomo. I due hanno dunque intravisto davvero “il cuore del cuore” della matematica pura? Nessuno lo sa, quello che però mi sento di dire – ed è il motivo per cui ho raccontato qui questa storia – è che la psichedelia, e in particolare l’LSD, può portarci vicino al nostro di cuore del cuore, che però è diverso per ciascuno di noi.

Dunque per me sbaglia chi ritiene che gli psichedelici abbiano un intrinseco portato progressista, che possano indicarci un qualche cammino comune a livello di società, non penso facciano niente di tutto ciò. Mentre di sicuro possono fare moltissimo a livello personale e in questo senso certamente sono in grado di spalancare al centro della nostra testa percorsi spirituali, che poi ognuno di noi deciderà in che chiave interpretare e soprattutto se intraprenderli.

 

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Lo so https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-so/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-so/#comments Sat, 21 Dec 2019 08:49:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41944 Un anno fa ero a Parigi, e camminavo con un fantasma.

Mano nella mano, o più precisamente a braccetto. Le avevo offerto il gomito poco prima di uscire dall’appartamento e lei aveva fatto scivolare la mano nello spazio vuoto. “Vogliamo andare?” le ho chiesto.  Ci siamo chiusi la porta alle spalle. “Forza, a pas-seg-giar”, scandito come nella canzone di Mary Poppins. Abbiamo sceso le scale e siamo usciti assieme nella notte fredda e limpida di Dicembre. Lei mi guardava di traverso, il volto illuminato dalle luci bianche e gialle dei piccoli teatri e quelle rosa-rosse dei sexy shop che costellavano parimenti Rue De La Gaieté, a Montparnasse, e sorrideva appena. Io esalavo nuvolette di respiro, lei no. In metropolitana anche quella piccola differenza era azzerata.

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Un anno fa ero a Parigi, e camminavo con un fantasma.

Mano nella mano, o più precisamente a braccetto. Le avevo offerto il gomito poco prima di uscire dall’appartamento e lei aveva fatto scivolare la mano nello spazio vuoto. “Vogliamo andare?” le ho chiesto.  Ci siamo chiusi la porta alle spalle. “Forza, a pas-seg-giar”, scandito come nella canzone di Mary Poppins. Abbiamo sceso le scale e siamo usciti assieme nella notte fredda e limpida di Dicembre. Lei mi guardava di traverso, il volto illuminato dalle luci bianche e gialle dei piccoli teatri e quelle rosa-rosse dei sexy shop che costellavano parimenti Rue De La Gaieté, a Montparnasse, e sorrideva appena. Io esalavo nuvolette di respiro, lei no. In metropolitana anche quella piccola differenza era azzerata.

Sedevamo uno accanto all’altra. Davanti a noi, nel vagone piuttosto pieno, c’erano un ragazzo castano e una ragazza bionda, in piedi, lui aggrappato alla sbarra sopra la testa e lei stretta a lui. Difficile sapere se fossero fidanzati da tempo o agli inizi della storia. Entrambi assai belli, quasi il modello cinematografico della giovane coppia francese, lei circondata dalle falde del cappotto scuro e lungo di lui,che la superava di tutta la testa. Indifferenti e condiscendenti verso chi li circondava come sanno esserlo solo i profondamente felici. Chi possiede un potere o un segreto.

Anche la mia compagna indossava un cappotto scuro. Sedeva accanto a me. Ci siamo scambiati un’occhiata. Aveva i capelli voluminosi, che le ricadevano appena sotto le orecchie, e sul maglioncino a collo alto si distingueva una semplice collana di perle bianche, che tracciava come un secondo ovale, più ampio rispetto a quello disegnato dal volto pallido, dagli zigomi alti, dagli occhi appena socchiusi e dauna lieve piega all’angolo della bocca.

Siamo scesi poco prima di Notre-Dame, che spiccava illuminata nel cielo scuro, e abbiamo attraversato il fiume, sul quale sedevano alcuni barboni, nonostante il freddo, infagottati tra cartoni e lattine di birra. Le avevo nuovamente offerto il braccio e mi sono piegato a mormorarle: “Stasera ti porto a rimorchiare. Vediamo come ce la caviamo insieme, io e te.” Ha sbuffato una risata senza suono e rovesciato gli occhi al cielo.

E così eccoci seduti a un cafè di Le Marais con un gin tonic. Le luci rosate del locale piuttosto affollato illuminano i clienti, quasi tutti uomini, seduti ai tavolini o accalcati intorno al banco circolare al centro della sala. Sopra una sorta di palchetto rialzato alla mia destra, stravaccati su due sofà scuri, alcuni liceali tendono il braccio, annuiscono e scandiscono silenziosamente il ritornello in playback di Empire State Of Mind di Jay-Z e Alicia Keys. “There’s nothin’ you can’t do / Now you’re in New York”. Alla mia sinistra, al tavolino immediatamente incollato al mio, due ragazzi sulla trentina si stanno baciando sopra i bicchieri con ghiaccio e cannucce; uno mi guarda, osserva il mio libro e il taccuino, e sorride.

Io approfitto dello sguardo incrociato e in inglese gli domando di badare un attimo alle mie cose mentre vado al bagno. Al mio ritorno e al “Thank you” mi fissa, accenna col mento al taccuino e domanda con accento marcato che lo fa quasi sembrare slavo: “What are you doing here?”

“Writing.”

Agita un indice con un sorrisetto. “This is not a place for writing.” Strascica le parole. Mi chiede cosa faccio nella vita, e alla risposta “Writer” annuisce lentamente, a occhi socchiusi, gli angoli della bocca piegati verso il basso. Non so se mi abbia mai detto di sé, ma ricordo bene che ha indicato il compagno, ha fatto una pausa come se cercasse le parole, per poi sbuffare un “He is…An engineer… Something”, agitando la mano davanti alla faccia. Un altro sorrisetto, poi hanno ripreso a chiacchierare e a baciarsi; e io sono tornato al taccuino e alla compagna alla mia destra e alla sua foto sul tavolino. È quella di una giovane donna in bianco e nero, seduta sotto un albero, le mani che si stringono i gomiti. I capelli corti arrivano poco sotto le orecchie e il viso è un ovale dalla bellezza antica, difficile da collocare in un decennio preciso del Novecento. Anche su quel vestito scuro spicca la collana di perle, e al polso si distingue un orologio rettangolare dal cinturino sottile. La gonna le copre le gambe fin sotto le ginocchia. Accanto a lei, ammucchiato sull’erba c’è quello che pare il cappotto; subito sotto i suoi avambracci incrociati invece c’è un libro o un grosso quaderno. La donna guarda dritta in camera e sorride. Si chiamava Giulia Guerrini, più nota come Cristina Campo.

Si vede talvolta in un treno, in una sala d’aspetto, un volto umano. Che ha di diverso? Di nuovo potremmo dire ciò che quel volto non ha, ciò che i suoi occhi non tradiscono…nel treno, nella sala d’aspetto, essi gonfiano l’anima di gioia, di un accresciuto, appunto, sentimento di vita… Sono, in realtà, occhi eroici. Hanno guardato la bellezza e non ne sono fuggiti. Hanno riconosciuto la sua perdita sulla terra, e in grazia di ciò l’hanno guadagnata nella mente.

Sono partito per Parigi in un momento difficile. E ci sono andato solo con lei.

Coraggio, cara. Non ho forza per altre parole questa sera. Mi trema la mano, ma con 6 ore di sonno dovrei star meglio. Mi scriva o non mi scriva. Prenda la penna per piangere o vaneggiare: so tutto. Qui non rido, mi creda. È tutto di una estrema serietà: non i fatti, ma noi.

Ci sono emozioni e intuizioni così nostre che solo a tentar di comunicarle pare già di guastarle, di non rendere loro affatto giustizia, di tradirle. E poi ecco incontrare qualcuno che lo sa e basta, che conosce quello stesso angolo del giardino d’estate e i monti azzurri o quella pausa in un brano che poco dopo non continuerà a darci quanto ci aveva promesso. Se durante un evento pubblico, persino gradevole, nel quale sorridiamo e scherziamo eppure sentiamo che parimenti intelligenza e stupidità non hanno quasi nulla a che spartire con la camera di silenzio che c’è dentro di noi, e pare battere un’unica nota senza sosta, ci sentissimo improvvisamente afferrare il polso, alzassimo lo sguardo e incrociassimo uno sconosciuto o sconosciuta che ci fissi e scandisca: “Lo so”, forse torneremmo a casa senza bisogno di mangiare, perché l’avremmo già fatto. Sorrideremmo tra noi, con i polmoni che paiono dilatarsi. Non avremmo bisogno di musica o video in sottofondo. Ci spoglieremmo, laveremmo e andremmo a letto. Riposeremmo dando il benvenuto al sonno come all’ultimo incontro della serata.

Non credi che potrebbe farti bene – e un giorno aiutarti molto a comprendere – se tu scrivessi in un quaderno sigillato (per te sola, con l’idea di bruciare tutto tra un anno) tutto quello che vivi? Quello che stai vivendo è prezioso. Scrivi un diario senza colori – ma tutto ci dev’essere, tutto. E dimentica il mondo, là dentro; e te stessa, e i tuoi amici – e Dio stesso. Di’ tutto e nient’altro. È importante.

Ed eccomi lì, a camminare di notte, e chiedermelo. Ma tu lo sai che ti devo così tanto, tu lo sai che ti amo tanto? Lo vedi davvero quello che sto vivendo adesso,mentre rido e piango da solo, e cosa ne pensi?

Nella crisi peggiore della sua vita Dante sostenne di essere stato raggiunto dal poeta che venerava, un pagano dal quale lo distanziava il doppio dei secoli che separano Dante e da noi. E il poeta Charles Williams avrebbe poi ribaltato la prospettiva immaginando un Virgilio che muore nelle febbri e nel delirio, quasi cieco di follia per la corruzione dell’Impero e per il fallimento della poesia, e improvvisamente prova un moto incomprensibile di gioia e riposo. È il sostegno invisibile ma vivo e presente di coloro che nei millenni avrebbero amato le sue opere e sofferto per la sua fine disperata, migliaia di Dante anonimi, e avrebbero solo voluto essere lì, a stendergli un panno bagnato sulla fronte, a tenergli la mano.Celeste, la governante di Proust, non aveva dubbi: “Quando uno è stato potente sulla terra, come lo fu lui, non può che continuare a esserlo anche dopo, e sono certo che anche dall’aldilà mi sta vicino.”

Una volta, nel periodo degli attentati terroristici, sono tornato a casa reggendo una confezione di gelato, da dividere con un ragazzo che mi aspettava, e mi è parso che quel pacchettino mi ardesse tra le mani come un tizzone. Ci sono state ore di paura e sconcerto nelle quali ho appoggiato le mani al piano della scrivania e domandato se fossi solo io ad avvertire delle piccole scosse di terremoto. E in entrambi quei momenti me lo sono chiesto. Coloro che abbiamo sentito più noi di noi stessi, coloro che parlavano la nostra stessa lingua, che ci hanno insegnato a nominare e dunque davvero a guardare ciò che conta, fuori e dentro di noi, indossando la divisa lacera o sfavillante del nostro paese, orgogliosi come ambasciatori o farfuglianti come veggenti, lo sanno quello che hanno fatto e che sono, per noi? “Chi può dire se anche tra i morti questa legge è santa?”

Quando Corrado Alvaro stava agonizzando con la febbre alta, Cristina lo vegliò mormorandogli che da qualunque lato fosse caduto, da questa o quella parte della soglia, non avrebbe incontrato altro che amore.

Di tutti i brani musicali possibili, quello che danzo con lei è Notte senza Fine dei Tale of Us, in una versione remixata dei Kiasmos. A un anno di distanza da quelle notti di Parigi, lo ascoltavo a Firenze, passeggiando quand’era già buio, respirando l’odore delle foglie fradice, a terra. E improvvisamente mi sono scoperto a desiderare di andarlo a ballare in un locale, come chi aspetta una sentenza,a testa bassa, denti serrati, occhi chiusi,pur sapendo che riaprendoli non la troverò lì, davanti a me, illuminata dalla luce intermittente, azzurra, rossa, bianca, sorridendo sorniona della mia sorpresa – che per lei sorpresa non è – perfettamente a suo agiotra i vivi inconsapevoli, così ridicoli eppure fedeli in quel ritmo alla stessa verità che lei e gli altri guardano dritta in faccia. Allo stacco di bassi lei alzerebbe i gomiti alle orecchie, scuoterebbe testa e spalle e fianchi a occhi chiusi, indietreggerebbe appena.

Certamente, i morti sono gli amici e gli amanti perfetti, perché non ti possono tradire o deludere. Partecipano della stessa natura incomprensibile di Dio, ma suscitano in noi persino maggiore indulgenza. È così facile attribuirgli una comprensione senza riserve. La sete non garantisce l’esistenza dell’acqua. Eppure come negare la speranza che, se continuiamo a cantare, alla fine di tutti i divieti e i sortilegi, dopo aver conosciuto il dubbio beffardo e persino la pazzia e il panico, potremo finalmente voltarci e chi abbiamo amato, nel presente o nel passato, sarà ancora lì, con noi?

Non veder più il tappeto né da diritto né da rovescio, dopo averlo visto, per un attimo, spiegato in tutto il suo splendore… Accettare questo: ecco il grande strazio e la grande lezione. Perché il disegno si è solo dilatato, credo, ed è questo che l’ha reso invisibile.

Io non so se segni e messaggi siano chiari, se ci aggrappiamo a echi sempre più deboli o siamo sordi a prodigi, ammonimenti o rassicurazioni. So però chela validità di un amore può essere misurata anzitutto dal grado di movimento effettivo che suscita in noi, dalla realtà che sappiamo riconoscere all’altro, anche quando non esiste o sembra non esistere più.

È così difficile restare in questa incertezza, e non alzarsi dalla tavola apparecchiata.

per Dario

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Discorsi sul metodo – 28: Valerio Magrelli https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/discorsi-sul-metodo-28-valerio-magrelli/#comments Thu, 29 Nov 2018 06:30:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38605 Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

"Scrittura", oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d'attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

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Valerio Magrelli è nato a Roma nel 1957. Il suo ultimo romanzo è Geologia di un padre (Einaudi 2013)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?

“Scrittura”, oggi, è per me ciò che riesco a ricavare tra un formulario e un modulo della mia guerra contro la burocrazia. Sono infatti vittima di due burocrazie: quella del corpo e quella amministrativa. Mi spiego: ho subito dieci operazioni con anestesia totale e venti operazioni normali, in media ogni sei mesi sono ricoverato, e quando non lo sono devo fare fisioterapia. Tutto ciò che mi resta, è solo ciò che strappo: ormai direi una mezz’ora al giorno. Non c’è più libertà nella mia vita e mi regolo di conseguenza.

Dove scrivi? Hai orari precisi?

Essendo letteralmente un carcerato senza neanche la certezza dell’ora d’aria, mi sono adattato a prendere appunti sul telefonino, e conquistare così minuti di scrittura nelle sale d’attesa, nelle stazioni, alle fermate degli autobus, senza più alcuna possibilità di fissare un luogo o un orario.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dato che sono diventato mio malgrado un bracconiere – anzi, un cacciatore-raccoglitore – della scrittura, non posso più prevedere nulla. Ne consegue che il mio lavoro è per lo più di postproduzione. Prendo gli appunti che riesco a prendere, accumulo in mucchietti materiali sparsi, poi riorganizzo. Anche per questo penso di tornare vieppiù alla poesia, maggiormente adatta a un tale approccio. Anzi, ancora meglio: all’alfabeto Morse.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Cesellare, nelle condizioni in cui lavoro oggi, sarebbe impossibile. Per quantmagrelli2o il mio lubrificante sia l’ironia, e per quanto mi esprima per paradossi e secondo l’arte dell’esagerazione di Bernhard, io davvero mi sento calato nel clima spirituale di Ungaretti: queste continue aggressioni della burocrazia sono per me come vivere sotto le bombe. Ne consegue che non solo è cambiato il mio metodo di lavoro, ma anche ciò che produco: se l’unica cosa che conta è l’urgenza, il buttare sulla carta qualche sillaba, il piantare la bandierina, il rampone, almeno un po’ più in là, e poi accucciarsi in attesa della prossima tempesta di merda, non cambia solo come scrivi, ma anche cosa scrivi e come lo scrivi. Ci sono effetti di stile e contenuto, il che è certamente interessante: da giovane sono sempre stato circondato da marxisti, ed essendo un bastian contrario cercavo, pur all’interno della sinistra, di dar loro torto, contestandone il materialismo. Sbagliavo, mi dico oggi: poiché sono diventato io stesso un materialista, del tipo delirante. Conta solo la qualità della vita, mi ripeto, e ciò inevitabilmente esce anche sulla pagina.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sì, in generale mantengo una doppia pista di prosa e poesia, e ancor più da quando lavoro nel modo che ho detto. È appena uscito un mio fuori collana, polemico, contro i gialli, Il commissario Magrelli, che ho scritto in parallelo ad altro.

Carta o computer?

Addirittura telefono. Essenziale è per me oggi la app che traduce direttamente il parlato in testo: ci ho tradotto tutto Il tartufo di Molière, in metrica.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Lei. Dragon dictation. La app che trasforma la mia voce in testo – oggi, per me, la chiave di tutto.

Come hai esordito?

Scrivevo fin da quando ero ragazzino, credo dai dodici-tredici anni. Un giorno lessi sull’Espresso di un convegno di poesia di quattro giorni, che in chiusura avrebbe avuto un evento a iscrizione libera, del tipo “dilettanti allo sbaraglio”. Partecipai, assieme ad altri, e Elio Pagliarani, che era in sala, disse “Io quel gruppo lo pubblico tutto!” Avevo diciotto anni. Ricordo che uno del gruppo era Antonio De Rosa, un bravo musicista; un’altra era Chiara Scalesse, una poetessa che poi ho perso di vista; gli altri non li ricordo più. Pagliarani pubblicò quelle nostre poesie su rivista, io continuai a scrivere e frequentai anche un suo laboratorio, qualcosa di mio uscì anche su Nuovi Argomenti, ma per il libro ci vollero ancora diversi anni: un mio amico, che conosceva il direttore di Feltrinelli di allora, Aldo Tagliaferri, uomo di grande cultura, mi accompagnò a Milano e me lo fece conoscere. Tagliaferri disse che apprezzava il mio lavoro, e in effetti mi pubblicò, ma solo dopo altri tre anni. Così uscii nell’80: avevo ventitré anni, che per un esordiente sono pochi, è vero, ma è anche vero che ero stato in coda fuori dalla sala per cinque anni.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Sono cambiate le dimensioni vitali. Ho cominciato da ragazzo, un liceale che viveva in una tranquilla famiglia borghese, poi sono andato a vivere da solo, poi sono arrivati i figli, i viaggi… La scrittura è rimasta, adattandosi, ma credo di essere sempre stato segnato da un profondo senso di fatica. Scrisse Cardarelli: la mia fatica è mortale. Ne ho fatto il mio motto.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

Direi, su tutto il resto, le poesie di John Donne nella traduzione di Cristina Campo. Poi, quelle di Mandel’štam.

“Esisti” online?

Sono telematico a macchia di leopardo: come ho detto, lo smartphone e quella preziosa app oggi mi sono essenziali, inanello letteralmente doppi settenari nel telefonino; dall’altro lato però tutto il resto mi affatica molto: anche solo la posta elettronica. Per questo mi sono tenuto lontano dai social network. Credo sia un errore, specie riguardo la loro evidente utilità nel comunicare direttamente le cose nuove che escono, ma non avendo cominciato per tempo oggi è forse troppo tardi.

~

[28 – continua; le precedenti interviste: Mari, Moresco, Maraini, Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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La danza della libellula. In memoria di Cristina Campo https://minimaetmoralia.it/altro/la-danza-della-libellula-memoria-cristina-campo/ https://minimaetmoralia.it/altro/la-danza-della-libellula-memoria-cristina-campo/#comments Fri, 26 Jan 2018 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36033 di Rossella Farnese

1977 – 2018. Quarantuno anni dopo la morte di Cristina Campo (Roma, 10 gennaio 1977), quarantuno anni dopo la morte di «quell’anacoreta sul tappeto volante» – così il titolo di un articolo di Doriano Fasoli del 10 settembre 1989 su «Paese sera» ‒ quarantuno anni dopo la morte di una «trappista della parola» – questa una definizione di Cristina De Stefano nella romanzata biografia Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo ‒ cosa resta?

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cristina campo

di Rossella Farnese

1977 – 2018. Quarantuno anni dopo la morte di Cristina Campo (Roma, 10 gennaio 1977), quarantuno anni dopo la morte di «quell’anacoreta sul tappeto volante» – così il titolo di un articolo di Doriano Fasoli del 10 settembre 1989 su «Paese sera» ‒ quarantuno anni dopo la morte di una «trappista della parola» – questa una definizione di Cristina De Stefano nella romanzata biografia Belinda e il mostro. Vita segreta di Cristina Campo ‒ cosa resta?

Cristina Campo è una figura eccezionale che brilla solitaria nel panorama culturale italiano, la sua voce è cristallina, il suo pensiero altissimo, il suo orecchio assoluto, il suo occhio un’ape, il suo mondo quello delle fiabe: «Due mondi – e io vengo dall’altro» è l’incipit di Diario bizantino, apparso per la prima volta postumo, nel 1977, su «Conoscenza religiosa» nel numero che annuncia la morte della scrittrice e ora contenuto nel volume di poesie e traduzioni, La Tigre Assenza (Milano, Adelphi, 1991).

Distacco, nobiltà e assenza caratterizzano Cristina Campo, fiore indefinibile, imparagonabile e imperdonabile – per usare un’etichetta che lei medesima adotta in un saggio, Gli imperdonabili appunto, nell’omonimo volume, dedicato a Marianne Moore, Gottfried Benn e Hugo von Hofmannsthal e che Laura Boella, volgendola al femminile, applicherà anche alla Campo stessa, nel testo Le imperdonabili. Milena Jesenská, EttyHillesum, Marina Cveateva, IngeborgbBachman, Cristina Campo (Mimesis, 2013). La vicenda campiana è un destino di anonimato per via dell’irriducibilità al proprio tempo: negli anni Cinquanta-Sessanta, tra tardo neorealismo e neo-avanguardia, tra impegno sociale e poesia schizofrenico-schizomorfa, Cristina Campo è l’anti-Presente, l’inattuale, la dissidente; Roberto Calasso dice a riguardo che «aborriva ogni spiffero di avanguardia».

Si pensi ad esempio che nel 1956, anno dell’uscita della prima raccolta poetica campiana, Passo d’addio (Milano, Scheiwiller, All’Insegna del Pesce d’Oro), vede la luce Laborintus di Edoardo Sanguineti.

Appassionata della bellezza e smaniosa di perfezione, la Campo ha una tensione spirituale di tipo dostoevskiano, nel suo pellegrinaggio terrestre cerca il pensiero e l’anima, compie un itinerarium in Deum, verso il centro immobile della propria vita, le cui «vere radici erano in cielo e non sulla terra» – secondo una definizione di Arnaldo Pini in occasione del convegno campiano svoltosi a Firenze nel gennaio 1997 ‒e questa quêtesi traduce in un incessante lavoro di scavo, di lima, di frammento, di silenzio: la poesia è per sé, lo stile è nudo, la parola è un cammeo.

Cristina Campo è una sacerdotessa delle Muse che le diedero il privilegio bruciante, trafiggente e irrinunciabile della bellezza cosicché tutta la sua vita e tutta la sua opera sono caratterizzate dalla dedizione a un assoluto, l’assoluto della bellezza. Nell’Intervista in occasione della pubblicazione di Il flauto e il tappeto (Milano, Rusconi, 1971), riportata in Sotto falso nome, la Campo definisce la bellezza

…un giacinto azzurro che attira col suo profumo Persefone nei regni sotterranei della conoscenza e del destino. Si può senza dubbio chiamare “esorcismo” questo attrarre, per mezzo di figure, lo spirito, che di certe cose ha sempre una grande paura. Questo fanno i miti. Questo dovrebbe fare la poesia.

E del resto in tutta l’opera campiana riecheggiano i celebri versi conclusivi dell’Ode on a Grecian Urn(1819) di John Keats:

Beauty is Truth, Truth Beauty, – that is all
Ye know on earth, and allyeneed to know

A questo proposito abbiamo dialogato con il professor Arturo Donati, poeta, saggista, gestore del sito ufficiale e promotore di eventi culturali legati a Cristina Campo.

Cosa ne pensa del rapporto tra letteratura, bellezza e verità?

Se la letteratura viene intesa quale narrazione sorgiva della verità allora la bellezza letteraria appartiene tutta alla stessa verità in senso propedeutico ed è questo il compito mistico-misterico assolto in origine dalla fiaba. Se invece scindiamo, come spesso accade nel postmoderno, il rapporto tra verità e bellezza, impoverendola con l’autonomia estetica, allora la letteratura raccoglie e veicola contenuti di bellezza autoappaganti. Pertanto la letteratura può, in forza della stessa bellezza, distaccarsi dalla verità. In termini campiani, come possiamo desumere dal saggio breve dedicato a Proust, Lessources de la Vivonne, la letteratura può esprimere, anche nella dimensione contemporanea, una felice coniugazione tra verità e bellezza, possibile nella plasticità della forma narrativa, quando la narrazione mantiene l’intensità poetica della soggettività che offre “…il lutto del cuore…alla misura illusoria dell’universo…”, riconducendo il lettore sulla soglia rigenerante dello stupore. Per accostarsi alla verità servono ma non bastano le parole, occorrono visioni.

Nel saggio Con lievi mani, inglobato nella raccolta Gli imperdonabili, Campo tratta della sprezzatura: «La sprezzatura è arte […] è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore, è il tempo nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino […] è la delicata, feroce geometria che rende possibile la danza della libellula».

Nell’accezione originaria rinascimentale riconducibile al notissimo Libro del cortegiano di Baldassar Castiglione, il compito etico di reggenza è assicurato dalla padronanza, possibile grazie a un’alterità, conquistata con esercizio e passione indifferente alla volgarità, sino al punto di mostrar facile l’espletamento dei compiti più difficili. In senso letterario tale facoltà corrisponde all’esercizio proprio di uno stile, possibile per la forza interna del linguaggio, disciplinato dal bello che consente l’elargizione della grazia. Accostandoci alle tematiche campiane, la radice della credibilità di un linguaggio nasce dall’attenzione, quando coglie le sedimentazioni dei significati che sottendono alle parole. L’attenzione presuppone una distrazione dall’ordinario, possibile grazie al senso della trascendenza, al rifiuto dell’immediatezza espressiva che eluda il vaglio della perfezione a cui sottoporre la sorgiva parola poetica e al linguaggio del critico se emulo dell’arte dell’orefice.

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La necessità della purezza: “Un bene al mondo” di Andrea Bajani https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-necessita-della-purezza-un-bene-al-mondo-di-andrea-bajani/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-necessita-della-purezza-un-bene-al-mondo-di-andrea-bajani/#respond Mon, 03 Oct 2016 05:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32161 Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

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bajani

Questo pezzo è uscito su La Lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

di Emanuele Trevi

«È da notare come toccando la fiaba uno scrittore dia infallibilmente il meglio della sua lingua». È il parere di Cristina Campo, forse ancora oggi il più autorevole in materia. Ma in cosa consiste, esattamente, questo «meglio»? Forse per prima cosa sarà necessario ricordare che la favola è certamente un genere letterario, ma affonda le sue radici in uno strato molto più oscuro e profondo dell’esperienza umana.

Siamo addirittura sul confine incerto che separa la necessità biologica dal prodotto culturale. Per un tempo inconcepibilmente lungo, la durata di una favola è stata una sfida alla notte e alla morte; l’espressione di una fondamentale esigenza di orientamento e di durata. Oggi riusciamo a malapena a concepire emozioni così intense.

Eppure molti scrittori, anche fra i più dotati, a un certo punto della carriera decidono di aggiungere una favola alla loro opera. Nella stragrande maggioranza dei casi, si tratta di esperimenti del tutto trascurabili, melensi ed artefatti, che possono solo sperare, per reggersi alla meno peggio in piedi, nella collaborazione di un buon illustratore. Ma la tradizione della cosiddetta «favola d’autore» o «letteraria» è dura a morire perché ogni tanto qualcuno, non si capisce nemmeno bene come o perché, azzecca il tono: com’è il caso dell’ultimo libro di Andrea Bajani, Un bene al mondo.

Facciamo esperienza diretta, in queste pagine, di quello stato di grazia della lingua invocato da Cristina Campo come supremo criterio di giudizio. Nulla a che fare con un’idea astratta di «semplicità» o anche peggio di «innocenza». Semmai, può capitare, com’è il caso di Bajani, di imbattersi in alcuni contenuti, o nuclei di emozioni, che non possono essere affrontati che in modo arbitrario, un po’ simile a quello in cui si racconta un sogno o una barzelletta se vogliamo, comunque molto lontano dalla consueta aspirazione del linguaggio narrativo a fornire un equivalente della «realtà».

Non è affatto detto che i poeti siano più inclini alla favola che i romanzieri: per entrare in questa dimensione qualunque scrittore deve imporsi una specie di handicap, come in certi sport o giochi in cui si parte con uno svantaggio volontario. Perché le parole della favola non designano più nulla di particolare, sono semmai delle pure convenzioni che puntano dritte all’universale: una casa è una casa senza ulteriori connotati, e così un paese con i monti e i boschi che lo circondano e la sua piazza, la scuola, il passaggio a livello della ferrovia.

Ecco descritto il mondo evocato da Bajani, che è un mondo qualunque, nel senso che nell’atmosfera della favola tutto è convenzionale: in fondo anche il più stupefacente dei prodigi è simile infiniti altri. Che scorno per uno scrittore: in teoria, è il meno adatto fra tutti gli esseri umani a scrivere una fiaba. Lui, d’abitudine, mira al particolare, a far sì che anche il più comune degli oggetti e delle esperienze riveli il suo aspetto unico e irripetibile, mentre la lingua e lo stile si affannano a collaborare a questo regime di eccezionalità e stupore!

Eppure, se procede in questo modo e ottiene un vero risultato, un motivo ci sarà. Leggendo Un bene al mondo possiamo solo ammettere che le cose che Bajani voleva raccontare potevano essere raccontate solo in quel modo. È la necessità a conferire al discorso una specie di essenziale purezza. Non credo che Bajani, per iniziare a scrivere, si sia attardato troppo a immaginare uno schema, una trama (infatti, non è certo questo il lato forte del suo libro). Aveva in mente un bambino, un bambino che ha per compagno il suo dolore. Noi diciamo che il dolore «si cova». Ebbene, allora il dolore si può anche allevare: come fosse un cagnolino fedele, un compagno di vita inseparabile.

Questa del dolore/cane è una bella metafora, abbastanza duttile da permettere significative variazioni (non tutti i dolori sono adorabili come quello del bambino, proprio come esistono cagnolini inoffensivi e cagnacci feroci). Ma è una metafora stramba, e veramente fiabesca, perché non è più una cosa che ne designa un’altra. O meglio, la prima volta che Bajani la usa, funziona come una normalissima metafora, che dovrebbe durare il tempo di un lampo, rivelare qualcosa e poi sparire.

E invece, come un meccanismo inceppato, la metafora procede identica per tutto il libro. Il bambino esce col cane e lo porta nei boschi, lo nutre, ci dorme insieme. Facilmente immaginiamo che gli faccia anche fare i bisogni. Ma via via che ci inoltriamo nelle avventure di questa bellissima coppia di esseri viventi, un bambino qualunque e il suo dolore ancora cucciolo, noi sempre più ci dimenichiamo di cercare un significato a questa metafora, perché è lei ad aver divorato tutti i suoi possibili significati. L’invenzione, il trucco linguistico sono diventati la realtà. La realtà è che tutti noi ereditiamo un dolore e ci prendiamo cura di lui e in qualche modo questo dolore è anche un cane, e non è più possibile stabilire esattamente dove finisce il termine astratto (dolore) e dove inizia quello concreto (cane).

Ma è proprio questa la prigionia da cui ci libera una favola: non esiste una differenza netta e sostanziale tra l’astratto e il concreto, l’astratto potendo rivelare un’inaudita concretezza e viceversa. Una metafora libera dal suo significato, ci vuole forse suggerire Bajani, è una candela nella notte.

Ancora oggi che è diventato grande, quel bambino ogni tanto apre un quaderno e comincia a scrivere, per farlo correre sulle pagine come su un prato. Chi fa correre? Il suo dolore? Il suo cane? E’ troppo tardi per decidere: la favola ha vinto.

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La breve vita felice di Rocco Carbone https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/ https://minimaetmoralia.it/estratti/rocco-carbone/#comments Sat, 18 Jul 2015 08:29:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27860 Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l'introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene (Mondadori). (Fonte immagine)
Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

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Il 18 luglio 2008 moriva Rocco Carbone. Lo ricordiamo pubblicando l’introduzione di Emanuele Trevi al romanzo di Rocco Carbone Per il tuo bene uscito nel 2009 per Mondadori. (Fonte immagine)

di Emanuele Trevi

Non è facile rinunciare a una persona come

Ravelstein e lasciare che la morte se lo porti via

Saul Bellow, Ravelstein

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Era una di quelle persone destinate ad assomigliare al proprio nome ― sempre di più con l’andare del tempo. Rocco Carbone, in effetti, sembra l’esito di una perizia geologica. E molti lati del suo carattere per niente facile suggerivano un’ostinazione, una rigidità da regno minerale. A patto di ricordare, con gli antichi alchimisti, che non esiste in natura nulla di più psichico delle pietre e dei metalli.

Collaborava certamente a questa impressione la fisionomia spigolosa, a metà tra il marinaio di lungo corso e l’investigatore privato di un noir francese. Folta e compatta, la massa dei capelli si sarebbe detta modellata e dipinta sulla testa come quella delle marionette. In venticinque anni che l’ho frequentato – sui quarantasei della sua vita – era cambiato ben poco. Forte di braccia, gran camminatore, da ragazzino era stato cintura nera di judo. Sempre più che sobrio nel vestire. Anche le losanghe di un maglione erano capaci di metterlo un po’ in imbarazzo, mi ha confidato una volta. Nell’ultima casa abitata a Roma, quella di Monteverde Vecchio, nemmeno più un quadro, una qualsiasi immagine alle pareti. I mobili ridotti all’essenziale. Gli piacevano i legni scuri, i rivestimenti di cuoio. Neppure il lavoro che si era scelto, insegnante in un carcere, fa eccezione – nel senso che gli assomiglia pure quello. Lo si può capire bene percorrendo uno di quei viali dall’interminabile prospettiva, come angosciose creazioni oniriche, che circondano il quadrato di Rebibbia. La bellezza come risultato di una sottrazione: questo gli parlava, lo commuoveva.

Mi ricordo una mattina d’estate che eravamo a Parigi e ci siamo dati appuntamento davanti al Musée d’Orsay. Era il 1995, e da poche settimane lo Stato francese era entrato in possesso dell’Origine del mondo di Courbet, il quadro più scandaloso della storia dell’arte. L’ultimo proprietario privato era stato Jacques Lacan, che si divertiva a intrattenere i suoi ospiti con una specie di rituale di svelamento. Durante la cerimonia di acquisizione, l’allora ministro della cultura, cattolico ed ex sindaco di Lourdes, aveva dovuto fare delle vere e proprie contorsioni per evitare di essere immortalato in tv accanto a quella vagina socchiusa, ricoperta unicamente della sua peluria fulva. Tra le opere di dimensioni immense che occupano le pareti della sala dei Courbet al pianterreno del museo, l’Origine, con la sua cinquantina di centimetri per lato, può sembrare addirittura minuscola. Ma come una calamita attrae la limatura di ferro, così gli sguardi dei visitatori finiscono per convergere lì. Rocco era estasiato.

Molti anni dopo, ancora si ricordava di quella visita come di un momento capitale della sua educazione estetica ― e della nostra amicizia (assieme a noi c’era anche Pia Pera, la traduttrice dell’Onegin, autrice di un diario apocrifo della Lolita di Nabokov). Della potenza erotica di quell’immagine, però, del suo scandalo, non gli importava assolutamente nulla. Era semmai l’assenza di spessore del segno ad affascinarlo: la trasparenza del legame fra l’oggetto e i mezzi della sua rappresentazione. In altre parole, quella che si può definire la suprema libertà di Courbet: non nel dipingere una fica, ma nel farlo senz’ombra di retorica.

Si ha un bel dire che quella trasparenza, quella libertà sono delle utopie: Rocco ne era consapevole, eppure aveva bisogno di muoversi verso l’essenza, la nitidezza, la concentrazione. Chi lo conosceva, sapeva che in ballo c’era qualcosa di più profondo, necessario e vincolante di un certo gusto estetico. Le Furie che lo braccavano da quando era al mondo, fra tregue e nuovi assalti, prosperavano nel manierismo, nella complicazione, nell’incertezza delle forme e dei loro significati.

2

Era nato a Reggio Calabria, nel 1962, ma parte della sua infanzia l’aveva trascorsa in un piccolo paese dell’Aspromonte, Consoleto. La maestra elementare, lì, era sua madre ― fatto che gli procurava una ben giustificata sofferenza. Quando l’ho conosciuto, nell’inverno del 1983, era arrivato a Roma da poco tempo. Si era iscritto a Lettere e aveva seguito un corso di drammaturgia tenuto da Eduardo De Filippo (che gli era stato decisamente antipatico). A quei tempi, abitava in un collegio di preti, i padri Silvestrini, che accoglievano studenti fuori sede (lasciandoli sostanzialmente liberi di fare quello che volevano) in un vecchissimo palazzo di via Santo Stefano del Cacco, all’incirca a metà strada fra piazza della Pigna e la Minerva. Era – ed è ancora – uno di quei posti di Roma sui quali il tempo si stende come una muffa, qualcosa di addirittura palpabile e dotato di un odore particolare. Per citare Patrick Leigh Fermor, scrittore molto amato da Rocco negli ultimi tempi: “una vertigionosa ed esaltante antichità, una magnifica sensazione di ragnatele”.

A sinistra dell’entrata del collegio, c’è la facciata della chiesetta di Santo Stefano Protomartire, fra le più antiche di tutta la città, costruita direttamente sui resti di un tempio di Iside. Quella era stata da sempre una zona fitta di culti ed effigi egiziane: anche lo stranissimo “Cacco” che dà il nome alla strada viene da macaco o macacco, come era stata ribattezzata dal popolino una statua del dio Thot eretta nei pressi. Se ben ricordo, per salire fino alla camera di Rocco bisognava affrontare una specie di buia scala a chiocciola. Non c’era nessun tipo di sorveglianza. Assieme ai tolleranti Silvestrini e ai loro ospiti, si diceva che vivessero in quel palazzetto fradicio d’anni innumerevoli fantasmi – non cattivi, semmai inclini ai soliti dispetti.

La stanza di Rocco, ordinatissima e già simile a tutte le stanze abitate in seguito, godeva di una vista spettacolare sul mare di tetti di quel ventre di Roma. Come due astronavi di pianeti nemici pronti a sferrare l’estremo attacco, si vedevano fronteggiarsi la cupola del Pantheon e il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza del Borromini. In quella zona del centro, dominata dall’immensa mole del Collegio Romano, anche durante le sere d’estate, quando folle innumerevoli invadono le strade, regna un silenzio d’altri tempi, e le ombre, quasi fossero cariche dell’umidità di fiumi e laghi sotterranei, sembrano dotate di una consistenza maggiore che altrove. Il dottor Ingravallo, l’eroe del Pasticciaccio, lavorava proprio lì, nel commissariato che ancora oggi è dominato dallo spigolo posteriore di Palazzo Altieri. Ogni volta che rileggo il capolavoro di Gadda, mi immagino Rocco nei panni di Ciccio Ingravallo. Stranamente, non riesco nemmeno a immaginare l’altro grande eroe di Gadda, l’infelicissimo Gonzalo della Cognizione del dolore, senza sovrapporgli immediatamente i lineamenti spigolosi di Rocco. E a favore di questa seconda identificazione, gli argomenti non mancavano nemmeno in quegli anni lontani e per tanti aspetti spensierati. Il titolo di Gadda gli si addiceva, come un indumento che calzasse a pennello: il dolore come metodo, e insieme come contenuto della conoscenza.

Come definire ciò di cui soffriva Rocco? Per quello che ne sapeva lui, nemmeno l’infanzia era stata del tutto al sicuro da questo compagno segreto, da quest’ombra vanificatrice. Ma le prime manifestazioni serie erano arrivate un po’ più tardi, negli anni del liceo. Quel suo grandissimo, quasi stupefacente talento per l’amicizia si era formato molto precocemente, creandogli i primi legami importanti. A scuola era molto bravo, gli piaceva leggere, suonava la chitarra classica, frequentava l’unico cineclub della città. Ma questa costellazione di fatti positivi, o perlomeno normali, si disponeva attorno a una specie di buco nero, capace di assorbire al suo interno ogni energia vitale, trasformandola in un greve, inerte, disperato fastidio di esistere, nel quale il futuro gli appariva come l’irrimediabile ripetizione di un presente insopportabile. Lo assalivano sciami di pensieri, come cavallette della maledizione biblica, di cui non si riusciva a liberare in nessun modo. Molto precocemente, il sonno gli era diventato difficilissimo, e a vent’anni aveva gli orari di quei vecchi già in piedi alle cinque di mattina. Per quanto si spingesse indietro nel passato, la memoria non riusciva a catturare un’immagine di felicità che non fosse insidiata, accerchiata, contaminata da quell’oscura potenza.

3

Si era identificato con un detto di Eraclito, che ripeteva spesso ― l’anima secca è di tutte la migliore e la più saggia. “Secca” non significa arida, incapace di dare frutti. L’aggettivo semmai si riferisce alla natura ignea dell’anima, che quando è libera dagli impedimenti arde e sale verso l’alto. Spesso mi sono immaginato quest’anima che, al momento dell’incidente che l’ha ucciso, schizzava in su come un proiettile, con tutta l’energia della sua forza compressa.

4

La prima volta che l’ho incontrato, eravamo in un corridoio della facoltà di Lettere. Non so perché, ma ricordo esattamente la prima cosa di cui l’ho sentito parlare, col suo vocione dignitoso e pacato: le terribili memorie storiche che si annidano in una parola in apparenza inoffensiva come questionario. Nell’antico francese, infatti, la question era l’interrogatorio con il quale si ottenevano facili confessioni mediante la tortura. Quando era all’università, tutti gli amici pensavano che Rocco avesse davanti a sé una carriera da studioso capace di portarlo chissà dove. In quei fatui, tumultuosi, ingenui anni Ottanta si usciva tutte le sere, e si faceva tardi. Rocco ebbe anche una prima storia d’amore importante, e burrascosa come quelle che seguirono. Ma di mattina presto era già sui libri.

Frequentavamo insieme i corsi di Emilio Garroni, un vero sapiente nel senso più nobile, che commentava parola per parola la Critica del giudizio, lamentandosi di un’antiquata traduzione italiana (“è bello ciò che piace senza concetto”), in un’aula gremitissima di Villa Mirafiori, l’elegante dimora aristocratica, circondata dal suo malinconico parco, che Vittorio Emanuele II aveva regalato all’amante, la “bella Rosina”. Rocco prendeva appunti in modo meticoloso, su quaderni dalla copertina invariabilmente nera, con quella sua bellissima scrittura regolare e puntuta, che aveva la perfezione della legna bruciata. A quei tempi, all’università si potevano seguire le lezioni di grandi maestri di tantissime materie. Oltre a Garroni, tenevano i loro corsi studiosi del livello di Aurelio Roncaglia, Giorgio Raimondo Cardona, Carmelo Samonà… Ma l’aspetto più stimolante era un altro: una notevole quantità di talenti precocissimi, già versati in sapienze da iniziati a poco più di vent’anni, e stimati come meritavano dagli stessi professori. Ragazzini che conoscevano a menadito la storia delle eresie medievali, o le vicende più umbratili della pittura barocca a Roma, o ancora la metrica di Eugenio Montale, le lotte intestine dei partiti comunisti europei, il pensiero di Paul Ricoeur…

In quell’élite di studenti, Rocco godeva di un grandissimo rispetto. Già prima di laurearsi, pubblicava saggi e recensioni. Collaborava a tutte le riviste importanti quando ancora le riviste erano importanti: “alfabeta”, che era il non plus ultra dell’epoca, “Nuovi Argomenti”, “Strumenti Critici”, “Linea d’ombra”… Nel frattempo, si era specializzato in un ramo di conoscenze allora molto in voga nelle università, la semiotica applicata all’analisi dei testi narrativi. Con grande scorno del suo professore, che gli voleva bene e voleva spedirlo a Catania a compulsare il manoscritto dei Malavoglia, Rocco puntò i piedi, e lo convinse a farsi assegnare una tesi sulla semiotica del mito comparata a quella del romanzo, pura e algida teoria che divenne il suo primo libro pubblicato. Era un linguaggio che non riuscivo nemmeno a decifrare, e mi chiedevo perché mai Rocco volesse diventare un emulo di Gérard Genette. Questo era l’argomento di innumerevoli discussioni tra noi. «Ma che ci trovi, in quella roba?» E lui, imbozzolato nelle sue convinzioni: «Sono cose importanti». «E perché?», «Perché ti insegnano a capire», «Ma che devi capire?» E così via, all’infinito.

Oltre all’assoluta impossibilità di fargli cambiare una decisione che gli sembrasse giusta, in Rocco si notava spesso un’apparente chiusura stagna alle idee altrui. Come tutte le apparenze, anche questa impermeabilità non era del tutto vera, e nemmeno del tutto falsa. In quella testaccia di granito poteva darsi che le idee altrui si scavassero un loro carsico tragitto, finendo addirittura per mascherarsi da convinzioni personali. Ma potevano passare anni. Quanto alla teoria semiotica o semiologia, devo anche dire che certe bibbie del Rocco ventenne mi sono capitate per le mani, facendomi del tutto ricredere. Erano veramente libri capaci di educare lo spirito quelli su cui si era formato con tanta ostinazione, appuntandone il succo nei suoi quaderni neri: la Morfologia della fiaba di Propp, nell’edizione Einaudi con l’introduzione di Lévi-Strauss, i Saggi di linguistica generale di Jakobson, la Semantica strutturale di Greimas, i tre volumetti verdi delle Figure di Genette. Nel mio rifiuto giovanile, confondevo la grandezza dei maestri con la stoltezza degli epigoni che prosperavano negli atenei italiani. Ma più che un’iniziazione tardiva alle gioie dell’analisi strutturale, quelle letture mi sono valse un supplemento di conoscenza di Rocco.

Quell’impervia e spesso arida filosofia era un mezzo per fronteggiare il caos, una diga buona a respingere l’oceano da quel territorio sempre a rischio di inondazione che era la sua mente. In seguito, ci sarebbe stato bisogno di strumenti di difesa più complessi e raffinati. Ma al termine di un’adolescenza sotto molti aspetti difficilissima, segnata dai primi sintomi seri di quel disagio, di quel mal di vivere che lo avrebbe accompagnato tutta la vita, aveva incontrato un modo di pensare in grado di mettere ordine, di andare all’osso. Se ci si pensa bene, l’esigenza emotiva fondamentale nascosta dietro la sua prosa, così scabra ed essenziale, così priva di fronzoli simbolici, è della stessa razza. Il disordine che non ha mai smesso di minacciarlo, d’altra parte, era di quelli con cui non si scherza. Uno di quei nemici oscuri, senza forma, che godono del supremo vantaggio di essere sempre lì ― e se danno requie, è solo perché hanno tutto il tempo di aspettare.

5

Un’ombra. Un avversario. Un compagno segreto. Un sabotatore che agisce dall’interno, lavorando anche quando dormiamo. Cerco di definire il male che minacciava Rocco, variando e ripetendo parole ed espressioni che mi sembrano, un attimo dopo averle formulate, del tutto stupide. C’è sempre qualcosa di assente che mi tormenta, diceva Camille Claudel, la nipote folle e talentuosa di Rodin. Quelche chose d’absent. Se è dunque assente, colpisce da lontano, come Apollo che fa strage degli Achei con le sue frecce. Al contrario di Dioniso che infetta con il contatto, la promiscuità. Forse queste cose fanno parte della vita di ognuno, e c’è chi ci fa più caso, e chi meno. In una certa misura, se questo è vero, la felicità dovrebbe consistere in una sempre minore attenzione a se stessi. Quello che ho sempre augurato a Rocco, nei tanti anni della nostra amicizia, è stato un minimo di inconsapevolezza in più. Ma questa è davvero una forma di saggezza sovrumana. Lui, invece, faceva quello che è possibile fare agli esseri umani: opponeva resistenza. E non si accontentava di cavarsela, voleva una vita degna di essere vissuta, ricca di significato e di piacere.

Presa la laurea, si trasferì a Monti, un altro luogo in cui le “ragnatele” non facevano certo difetto, e ci restò molto tempo, tra via Baccina e un solaio di via del Boschetto, dove il tetto era così spiovente che tutti gli amici, prima o poi, rimediavano almeno una terribile testata su una delle enormi e nodose travi, come fosse un rito d’iniziazione a qualche confraternita. Lì dentro, Rocco continuava a studiare. Vinse un concorso per insegnare a scuola e poi un dottorato a Parigi, che per anni gli avrebbe consentito di dedicarsi alle sue ricerche. All’ardua tesi semiologica, seguì uno studio su certe lezioni di estetica di Giovanni Pascoli. Ma era un lavoro condotto in maniera ormai visibilmente svogliata. Me ne accorsi subito e ne rimasi stupito. Ma come? Una monografia su Pascoli era il passo decisivo verso la cattedra all’università, o perlomeno un posto da ricercatore! Il fatto è che Rocco era impegnato in un decisivo e inaspettato cambio di rotta. Ne parlammo tanto, passeggiando avanti e indietro per via dei Serpenti, al telefono, nella pause per la sigaretta di fronte all’entrata della Biblioteca Nazionale. Aveva capito che la sola idea di una vita da studioso lo gettava nel più profondo sconforto. All’improvviso, di Vladimir Propp e Roman Jakobson non gli importava più nulla.

Il modo di vita accademico, ipocrita e gerarchico, non era fatto per lui. Ne avrebbe approfittato per passare un po’ di tempo a Parigi, compilando una tesi di dottorato su Alberto Savinio, ma voleva essere libero di dedicarsi a ciò che più lo interessava. Aveva sempre scritto poesie, brevi e fulminanti strofette di tre, quattro versi, ma era la prosa narrativa che aveva calamitato con prepotenza ogni sua ambizione. Era inutile obiettargli che molti professori universitari conducevano una vita tranquilla che permetteva loro, se lo desideravano, di comporre tutti i romanzi che volevano: storici, erotici, fantascientifici. In fondo, chi aveva scritto Il nome della rosa? «Non sto cercando un hobby» rispondeva invariabilmente.

Una volta presa una decisione, Rocco la rafforzava bruciando tutti i ponti alle sue spalle. Si sentiva, e voleva sentirsi, come un giocatore che punta tutto su un solo numero. Si fidava solo delle vocazioni capaci di risucchiarlo al loro interno in maniera totale. In questo delicato periodo di transizione, Rocco era stato profondamente influenzato dalla scoperta dei saggi di Cesare Garboli. Mi citava spesso il finale memorabile dell’introduzione ai Diari di Antonio Delfini (“Era un uomo pieno di gioia”) e la Cronologia premessa all’edizione delle Trenta poesie famigliari di Pascoli ― che è forse l’apice dell’inimitabile talento narrativo di Garboli. Condividevo senza riserve questa ammirazione, e Cesare ben presto ci aprì le porte di casa sua ― quell’incredibile casa di Vado di Camaiore, onirica e labirintica come una fantasia di Magritte o Delvaux, così diversa dalle dimore di campagna degli intellettuali italiani. Ci raccontava scena per scena qualche opera di Shakespeare che stava traducendo (ricordo un intero, piovoso pomeriggio di dicembre passato a smontare la delicata orologeria di Misura per misura), oppure ci calcolava l’ascendente, basandosi sull’ora della nostra nascita, sfogliando un libretto che teneva in cucina, sopra il frigorifero. Garboli amava punzecchiare Rocco, ma gli voleva un gran bene, era divertito dai suoi puntigli e ammirato dalla sua determinazione. Col suo intuito psicologico infallibile, aveva anche capito qualcosa della natura di quelle Furie che, se in genere si tenevano a debita distanza, pure non smettevano di seguire Rocco dovunque andasse. «Meno pensieri» gli diceva sempre, «meno fiducia nell’efficacia dei pensieri». Ma questo invito a un certo grado di inconsapevolezza e di dimenticanza era proprio il più difficile da realizzare per Rocco.

I pensieri proliferavano nella sua testa come funghi nel bosco dopo un acquazzone. Si infittivano, e si ripetevano, come colpi di martello: trasformandosi in manie, in ossessioni. È per questo motivo che Garboli non vedeva affatto di buon occhio l’intenzione di Rocco di intraprendere una carriera di narratore. Non era certo questo il rischio maggiore che Rocco avrebbe corso nella vita, ma in un certo senso aveva ragione. Molto più del poeta, mettiamo, o dell’erudito, il romanziere dipende dall’altrui giudizio. Non è detto che debba per forza scalare le classifiche, ma una certa euforia nei rapporti con il prossimo è indispensabile. Senza minimamente sottoporne a discussione il talento, Garboli pensava che Rocco non avesse la stoffa, o meglio la corazza emotiva, del romanziere. Mi ricordo che, appena uscì il primo romanzo di Rocco, mi chiamò per commissionarmi una recensione su “Paragone”. Aveva capito che il libro non avrebbe riscosso molto favore altrove, e voleva che almeno dalle pagine della sua rivista uscisse qualcosa che lo facesse contento. Del tutto gratuite, e per giunta espresse da un uomo che aveva fama di cattiveria, queste premure gli facevano onore. «Abbonda in elogi» mi disse, e io obbedii volentieri. Ma poi, riuscì lo stesso a far saltare la mosca al naso a Rocco, mettendo al mio articolo un titolo per nulla attraente: Per un libro sconfortato, o qualcosa del genere.

6

Dopo un limbo editoriale che lo aveva frustrato e innervosito, il libro d’esordio di Rocco, intitolato Agosto, era uscito nel 1993 per Theoria. Anche se la casa editrice romana era già avviata verso il viale del tramonto, era ancora un’ottima collocazione, all’interno di un catalogo “alla moda”, noto per ospitare molti esordi importanti, dal Diario di un millennio che fugge di Marco Lodoli a Per dove parte questo treno allegro di Sandro Veronesi. Rocco aveva appena oltrepassato la linea d’ombra dei trent’anni, e come ho già detto considerava la pubblicazione di quel libro una specie di Rubicone. “In ogni inizio c’è l’eternità” ha detto un grande poeta. Quel primo romanzo contiene in sé tutta la sua letteratura successiva: la tonalità emotiva fondamentale, l’atteggiamento stilistico, l’organizzazione del racconto. Trascrivo le prime parole, perché mi sembrano un autoritratto artistico e insieme un oroscopo. “La luce ha invaso tutti gli angoli, cancella le ombre e rende ogni cosa di un colore uniforme”. Avevo iniziato questo ricordo evocando la coesione e la somiglianza di tratti del carattere, gusti e abitudini di Rocco. Ma l’elenco sarebbe viziato da un buco troppo vistoso se non vi si aggiungesse questo modo di scrivere, che procedeva lento e regolare, anno dopo anno, al ritmo di due pagine al giorno.

Attribuita alla luce estiva nella frase che ho citato, l’uniformità è il principio basilare della scrittura di Rocco. Un ordine imperturbabile regna sulla struttura della frase, escludendo ogni riflesso emotivo, ogni perdita del controllo. Sia che i personaggi parlino in prima persona, sia che ne vengano raccontate le vicissitudini in terza, la narrazione, letteralmente, non batte ciglio, anche sporgendosi su abissi incommensurabili di angoscia e dolore, su lutti e privazioni e spiacevoli scoperte. Anzi, la sfida è sempre la stessa: oppore al caos, alla forza del negativo, a quelle che già più di una volta ho chiamato le Furie, la certezza di un controllo razionale, di per sé non molto diverso dagli schemi e dalle griglie delle analisi semiotiche del periodo universitario. Per parte sua, il lessico è ridotto ai minimi termini, e qualunque imitazione dell’oralità è esclusa a priori. Frutto di innumerevoli rinunce, e di un’implacabile ortopedia, la lingua di Rocco è una lingua totalmente scritta, non più vicina al magma della realtà, in fin dei conti, del latino di un umanista.

Posso a questo proposito testimoniare la profonda impressione che su Rocco, ai tempi dell’università, aveva esercitato l’introduzione di Giorgio Agamben a una ristampa del Fanciullino di Pascoli. Un bellissimo saggio in cui Agamben, prendendo le mosse da certe intuizioni di Contini, si soffermava a lungo sull’”aspirazione a operare in una lingua morta” testimoniata dall’uso fatto da Pascoli non solo del latino, ma anche e ancor di più dell’italiano. Allo stesso modo, Rocco era affascinato dal francese di Beckett e Kundera, o dall’inglese di Nabokov: lingue artificiali, lingue morte anch’esse all’interno delle quali la voce umana, con le sue inflessioni e pronunce, continua a esistere solo in qualità di finzione e figura retorica. Come si può intuire da questi brevissimi accenni, questo è un nodo decisivo non solo per l’estetica letteraria di Rocco. L’orrore del parlato va inquadrato in una strategia sempre rivolta al tenere a bada, ammansire, allontanare la potenza dell’irrazionale, dell’imprevedibile. Ne risulta anche una specie di astrazione perpetua. A Rocco non interessa nemmeno nominare le città dove si svolgono le sue vicende. Scherzando, a volte gli dicevo che il mondo dei suoi libri mi sembrava quello delle illustrazioni dei rebus sulla “Settimana Enigmistica”. Tutte le cose erano riconoscibili, reali, ma facevano un passo indietro rispetto alla loro concretezza. Armato di un invisibile piumino, Rocco scuoteva via da ogni suo oggetto la polvere dell’esperienza. Era un mondo, insomma, di nomi comuni: strade alberi chiese negozi automobili elettrodomestici.

Vorrei notare, per inciso, che proprio nel momento in cui Rocco esordisce come narratore, la tendenza fondamentale nella prosa narrativa italiana è diametralmente opposta. Gli scrittori di maggior successo, a metà degli anni Novanta, al contrario di Rocco sono tutti più o meno compromessi con un progetto di rappresentazione verbale del parlato, della lingua viva. I risultati artistici vanno valutati caso per caso, ma il timbro degli scrittori più letti in quel momento (come i cosiddetti Cannibali) è il frutto di un adeguamento del respiro della frase ai ritmi, alla durata, alla concretezza del parlato. E ovviamente, visto che il parlato da imitare è quello che circola in una società massificata, dove imperano desideri e consumi, la letteratura che ne derivava era intessuta di nomi propri: toponimi, marche di ogni tipo di utensili, specialità alimentari, titoli di dischi e film, tanto meglio se radunati in lunghe enumerazioni.

Un libro dopo l’altro, in Rocco crebbe un senso di isolamento sul quale si arrovellava a lungo. Eppure, i quattro libri successivi all’esordio hanno avuto ottimi editori e lettori convinti. Con cadenza quasi regolare, specchio della tenacia con cui si metteva al lavoro ogni giorno, sono usciti per Feltrinelli Il comando nel 1996 e L’assedio nel 1998, e per Mondadori L’apparizione nel 2002 e Libera i miei nemici nel 2005. Lo sconforto di Rocco, bisogna ammettere, non era del tutto infondato. Cercherò di spiegarmi, perché si è trattato di un fattore importante nella vita emotiva del mio amico. Le date della sua bibliografia sono anche quelle di un cambiamento epocale nella maniera stessa di intendere la letteratura, la sua forza di persuasione, il suo prestigio all’interno della società.

Come tutti i nostri coetanei, Rocco e io siamo cresciuti all’interno di una società letteraria moderna che funzionava all’incirca alla stessa maniera dai tempi di Diderot e Voltaire. Quello che non sapevamo, è che eravamo gli ultimi. All’interno di quella società letteraria, il successo era tutt’altro che facile, ma prescindeva totalmente dal mercato. Intendiamoci: nulla sarebbe più sbagliato del pensare che ci fosse qualcosa di più nobile nell’aria di ieri che in quella di oggi. È solo un effetto ottico, ciò che è passato ci sembra preferibile solo perché privo della pesantezza e delle preoccupazioni del presente. La puzza umana è sempre la stessa. Ma è pur vero che il vendere non era l’unica condizione d’esistenza, di visibilità e leggibilità di un’opera e del suo autore. Coerentemente, il romanzo non era l’unico genere letterario su cui si giocava la partita.

Quando eravamo giovani, il nostro firmamento era fitto di autori che godevano di una considerazione immensa, pur non avendo mai superato qualche migliaio di copie di vendita, se gli era andata bene. Avevamo il culto di Andrea Zanzotto, di Guido Ceronetti, di Cristina Campo, di Sandro Penna. Rocco convinse Sellerio a ristampare Arturo Loria, superbo stilista rintanato in una piega della Firenze ermetica. Quanto ai più giovani, Milo De Angelis era considerato il più grande in maniera unanime ― a venticinque anni, era già un classico. Mi ricordo che con Rocco una notte d’estate andammo a sentirlo a un festival di poesia sulla terrazza del Pincio. Leggeva dei brani della sua traduzione del Ratto di Proserpina di Claudiano. Ci sarà stata, quella sera, una cinquantina di fan romani del poeta milanese. È difficile anche solo da spiegare a una persona più giovane, ma allora quelle persone bastavano e avanzavano, per consacrare un’opera.

Detto tutto questo, c’era sempre anche chi vendeva, chi stava in cima alle classifiche di allora: Eco e Calvino e Citati, ma anche Tondelli e Busi. La cosa non destava particolari curiosità. Nei decenni precedenti, lo stesso era accaduto a Elsa Morante, a Tomasi di Lampedusa, a Moravia. Solo un cretino avrebbe potuto disprezzare questi scrittori per il fatto che vendevano. Ma non stavano lì il successo, la considerazione, l’importanza di ciò che si faceva. E mentre anche noi scalpitavamo per salire sulla giostra, e mettere finalmente alla prova il nostro talento, non potevamo immaginare che la situazione sarebbe cambiata in maniera così drastica e fulminea. Del resto, la caratteristica essenziale del Vecchio Mondo sembra essere stata, verso la fine, l’incapacità di prevedere il Nuovo.

Ricorderò sempre che all’università andavo a lezione di Storia moderna da Franco Gaeta, un ottimo studioso del Rinascimento e di Machiavelli, che ci assicurava che il Muro di Berlino sarebbe rimasto lì ancora per un bel po’, dolorosa ma necessaria esigenza della democrazia. E al novembre del 1989 mancavano solo pochi mesi. Per tornare alla letteratura, la trasformazione fu rapidissima e irreversibile. E coincise proprio, all’incirca, con l’esordio di Rocco, questo scrittore così all’antica e, per dirla tutta, così invendibile. Tutti rimasero spiazzati dal nuovo andazzo, nei primi anni Novanta. Ma era inutile nascondersi dietro un dito: addio riviste, addio cenacoli e accademie ― il nuovo giudice, il nuovo arbitro dell’eleganza, il nuovo conferitore di realtà era diventato il mercato. Era giù per quell’imbuto che tutto, ormai, sarebbe passato.

Se mi dilungo su questo tema, è semplicemente perché il numero di ore che ho passato a sceverare il problema con Rocco, senza giungere a nessuna conclusione utile, mi sarebbe bastato a prendere un’altra laurea. Mi ricordo, ai tempi in cui era sposato, che percorrevamo in lungo e in largo lo stupendo parco che circonda la villa della sua ex moglie, nella campagna fra Pisa e Livorno. Al confine del parco, iniziava un bosco antico, fitto d’ombre, ariostesco dove abitavano centinaia di daini. Arrivavamo fino a una remota recinzione e poi tornavamo indietro, in direzione della villa, la cui rarità era quella di possedere una pianta veneta in terra toscana. Anche mentre camminava, si accendeva una sigaretta dietro l’altra. In quel periodo, ovunque mi capitasse di passare del tempo con lui, raramente lo vedevo sereno, capace di godersi pienamente quello che la vita, quasi a dimostrare un teorema morale, continuava a regalargli.

Proprio Garboli, in quello scritto su Delfini che piaceva tanto a Rocco, dice che in ogni amicizia c’è un rimorso. Sicuramente, il mio è stato quello di non aver offerto a Rocco nessuna vera sponda per quell’insoddisfazione. Da un certo punto di vista, avevo tutte le ragioni. Vuoi vendere? Almeno prova a inventare situazioni meno cupe. Imita un poco il modo di parlare della gente. Ficcaci dentro un delitto, una scopata interessante. Un qualunque elemento di stupore. Non è detto che vada, ma almeno ci avrai provato. Ma la vera ragione della mia sordità è che ero deluso da Rocco. Davvero non sopportiamo di vedere in certe figure, che abbiamo sempre immaginato forti, tratti di debolezza fin troppo simili a noi.

Com’era possibile che la frustrazione letteraria lo trasformasse – lui che era un vero duro, un uomo con le palle – in una specie di soccombente? Quante volte ci eravamo detti, durante le nostre nottate di apprendisti stregoni, che tutto ciò che non fosse la propria vocazione andava disprezzato, relegato ai margini del visibile? Insomma, andava a finire che Rocco mi chiedeva aiuto, e invece litigavamo tra noi, come i capponi di Renzo. E in questo non sono stato un buon amico, perché mi sono fermato alle ragioni apparenti, dichiarate, di quella delusione che mi manifestava. Dimenticando che ogni delusione, quale che sia il suo motivo di superficie, procede sempre dal fondo più oscuro di se stessi, e il suo unico motivo reale è l’esistere, l’essere vivi in un mondo inospitale, incapace di consolarci. Sono parole che non avrei mai voluto scrivere: ma a quel punto, arrabbiato per la sua ingenuità, ho voltato le spalle al mio amico, proprio nel momento in cui più avrebbe avuto bisogno di me.

Devo dire che era sempre più difficile parlarci. Non che sragionasse, ma dava sempre meno l’idea di comprendere ciò che gli veniva detto, e durante una conversazione continuava a seguire la propria rotta come se l’altro non esistesse. Tenute a bada per tanto tempo, le Furie avevano ricominciato, in una situazione così propizia, il loro assedio alla fortezza. L’errore peggiore di Rocco, all’approssimarsi della crisi, fu quello di bere sempre di più. Continuando la metafora dell’assedio, si può dire che l’alcol svolse il ruolo del traditore che apre le porte al nemico.

7

Come dice quella terribile ma verissima frase di Flannery O’Connor, la malattia è un posto dove nessuno, per quanto ti ami, ti può accompagnare. È pure vero che molto di quello che Rocco ha vissuto e patito sta nei suoi libri, a saperli interrogare. Quest’affermazione è insieme vera e falsa per tutti coloro che hanno scritto dei libri. Non si esce da un vicolo cieco: tutto ciò che si scrive in qualche modo è autobiografico; tutto ciò che si scrive, nello stesso tempo, è una menzogna. Ma nei libri di Rocco c’è qualcosa in più, che ci permette di liberarci della sconfortante genericità di questi assiomi. Perché non si tratta di riconoscere questo o quel particolare autobiografico all’interno dei suoi libri, ma di osservare l’efficacia di un metodo. Lo definirei senza remore un metodo allegorico, capace di rendere i suoi romanzi profondi e originali, diversi da ogni altro.

Per comprendere quello che dico bisogna cercare, per prima cosa, di stabilire quale sia il luogo in cui si svolgono i fatti raccontati. A un primo sguardo, questo luogo è uno scenario normalissimo, contemporaneo, perfettamente riconoscibile. Ci sono automobili, palazzi, uffici, negozi. Paesi e città, centri e periferie. Persone che interagiscono tra loro. È solo dopo un po’ che ci rendiamo conto che quello che stiamo leggendo non è un romanzo come tanti altri. Perché quel mondo esterno, in realtà, non esiste se non nella mente del personaggio. O meglio, è uno spazio mentale, una proiezione, quella che gli induisti chiamano una maya. E certo, la maya è una magia potente, un attributo degli dèi. Il mondo ci inganna facendoci credere nella sua sussistenza, nel suo esistere al di fuori di noi ― e lo stesso fa il romanziere. Ma in realtà, ciò che sembra agitarsi là fuori, si agita all’interno di una singola coscienza. Illusione lei stessa, la sua attività non smette di produrre illusioni.

In altre parole, la coscienza racconta, e questo processo narrativo è essenzialmente un processo di differenziazione. Così come il candore della luce si scompone nello spettro dei colori, lo spazio mentale si suddivide in una pluralità di personaggi, che nei loro moti di attrazione e repulsione danno vita a una certa trama. Gli scrittori della tarda antichità e poi del Medioevo avevano addirittura un termine tecnico per designare questa specie di pluralità illusoria: psicomachia. La tipica psicomachia può essere una battaglia tra virtù e vizi: Lussuria duella contro Castità, Avarizia contro Carità eccetera. Alla fine, il senso morale di questo tipo di opere è che tutte queste entità fanno parte di una sola realtà psichica, di un solo individuo, di cui ognuna personifica una caratteristica, un’inclinazione particolare. La somma di tutti i vizi e di tutte le virtù dà come risultato la singola anima del cristiano che lotta per la sua salvezza.

Non c’è nemmeno bisogno di dire che nella narrativa di Rocco questo schema di rappresentazione sopravvive in modo puro, privo di qualunque finalità teologico-morale. Ma si provi a leggere attraverso questa lente Per il tuo bene: non sono forse i due protagonisti, con le loro caratteristiche opposte e simmetriche, le due metà di un carattere che la storia cerca disperatamente di ricomporre, in una straziante lotta contro il tempo? In tutti i libri di Rocco, a partire da Agosto, mi sembra di poter riconoscere l’impronta del medesimo schema. L’apparire dell’altro non è l’epifania di una reale alterità, ma significa l’emergere di una parte nascosta, o rimossa, della coscienza.

Il miglior commento a questa maniera di interpretare il mondo l’ho trovato in un saggio di Carl Gustav Jung. “Ci sono persone” osserva il grande psicologo, “e ci sono sempre state, che non possono far a meno di ritenere che il mondo e quel che vi si esperimenta siano di natura allegorica e rappresentino esattamente quel che giace profondamente nascosto nel soggetto stesso, nella sua propria realtà trans-soggettiva”.

8

Al centro del metodo di rappresentazione allegorico, dunque, sta il procedimento della personificazione. Non solo le potenze e le inclinazioni che si contendono il governo dell’individuo, ma ogni sorta di emozione, perturbamento, desiderio può essere raffigurato nelle sembianze di una persona. Nei termini della filosofia classica, l’immaginazione letteraria e artistica è autorizzata a trattare un accidente come fosse una sostanza. Non altrimenti, nelle decorazioni plastiche delle chiese romaniche, le virtù avevano l’aspetto di un gruppo di belle donne, e i vizi di individui laidi, spiacevoli alla vista. Queste figure così piene di significato ci assomigliano, e nello stesso tempo sono più potenti e perfette di noi. Anche nel caso in cui esprimano un solo aspetto tra i tanti di un individuo, le loro sono prerogative di dèi, o di demoni.

Scrivendo L’apparizione, che per molti versi è il suo capolavoro, Rocco ha raggiunto il limite di efficacia di questa sua poetica conferendo l’aspetto di una specie di divinità, muta e sfuggente, al disturbo mentale che mina l’esistenza del protagonista. Ciò che è nato all’interno della psiche, viene immaginato nelle vesti di qualcuno che arriva dal di fuori e, appunto, appare. È un ragazzino dall’aspetto normale, vestito con una tuta da ginnastica, che si aggira in una casa di campagna e viene scambiato per un ladro. Quel ragazzino è la mania che si impossessa della sua vittima fino a condurla all’estinzione, in un crescendo tragicamente ineluttabile e privo di antidoti che consente, per essere riferito, solo l’uso della terza persona. Frutto di un lungo e stremante lavoro di lima, le pagine che descrivono questa teofania possono davvero considerarsi perfette.

Rocco ci aveva messo tutto se stesso nel senso letterale dell’espressione. Si trattava dell’episodio fondamentale della sua letteratura in quanto era stato l’episodio fondamentale della sua vita, l’esperienza diretta di quel Tremendo che non era più stato in grado, dopo tante resistenze, di respingere e differire. Viva e palpitante materia autobiografica, dunque: come negarlo? Molto di ciò che è descritto nel libro trova ahimè puntuale riscontro nella vita di Rocco in quell’oscuro periodo. Ma nello stesso tempo, proprio nell’occhio di ciclone della verità più scrupolosamente riferita, l’apparizione allegorico-mitologica determina un salto mortale, un giro di vite, un inaudito allargamento di significati.

9

Nell’inverno del 2002, appena letta L’apparizione, avevo cercato Rocco al telefono per fargli i complimenti. Come ho già detto, pur senza mai perderci di vista completamente, proprio durante quel periodo così difficile le nostre orbite avevano toccato il punto di massima lontananza. Senza poter minimamente paragonare i guai miei a quelli di Rocco, anch’io ero appena uscito da un brutto periodo della mia vita, e ritrovarsi fu bello per tutti e due. Gli avevo detto che, mentre leggevo, mi era venuta in mente l’immagine poetica del naufrago di Dante che, raggiunta la riva “con lena affannata”, contempla il mare in tempesta e il pericolo scampato per un soffio. A Rocco piacque il paragone, e con la sua solita precisione mi citò esattamente la terzina del primo canto dell’Inferno. Accanto a una breve frase della Guida della Grecia di Pausania (“Per gli esseri umani solo la realizzazione dell’amore vale la vita”) in esergo all’Apparizione si legge una lunga citazione del celebre e autorevole Dsm, ovvero Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association. Si tratta della definizione di episodio maniacale, “periodo durante il quale vi è un umore anormalmente e persistentemente elevato, espanso o irritabile”. A questa condizione si accompagna spesso “un aumento della libido”, e la tendenza dell’individuo a intraprendere “diverse nuove avventure senza curarsi dei rischi apparenti o della necessità di completare in modo soddisfacente ogni avventura”. Detta così, non sembra nemmeno una cosa tanto grave. In realtà, un episodio maniacale può equivalere a una catastrofe, come racconta Rocco nel suo libro dopo averlo sperimentato sulla propria pelle.

La lettura dell’Apparizione mi aveva riempito di gioia in base al presupposto che, se sei in grado di raccontare un tale disordine, una tale follia, in qualche modo ti sei salvato. Qualcosa si rifiutava all’identificazione totale con il male, e in questo rifiuto c’era il germe di un punto di vista, e dunque di una storia. Chiesi a Rocco se interpretava la scrittura del libro come una specie di guarigione. Mi rispose di aver pensato a una cosa del genere non tanto durante la stesura, ma adesso che il libro era stato pubblicato ed era diventato un manufatto con il suo prezzo e la sua immagine di copertina (un bizzarro particolare di Odilon Redon) ― un oggetto in fin dei conti che si poteva comprare, o regalare. Si era reso conto di non essersi mai spinto così avanti nel territorio selvaggio e pericoloso della Verità.

A parte una manciata di pagine all’inizio e alla fine, che pagano il loro tributo a una costruzione “romanzesca”, la maggior parte del libro consiste in un referto spietato di un caso di mania. L’uso della terza persona non fa che rendere ancora più lucidi e netti i contorni di un mondo interiore che va in frantumi a tappe forzate, senza la possibilità che intervengano rimedi autentici ed efficaci. Convinto di vivere una grande storia d’amore che in realtà esiste solo nella sua mente, Iano, il protagonista, distrugge da capo a fondo la sua esistenza, come se la sua concretezza non fosse stata che un’illusione, una sottilissima parete di carta che lo aveva separato dalla follia e che bastava un soffio per buttare a terra. Angosciosa e implacabile nelle sue tappe, la patografia che ne risulta è una lettura indimenticabile, e un risultato artistico di prim’ordine. Rocco era consapevole che l’esperienza, di per sé, non è che una materia amorfa, priva di dimensioni, esteticamente irrilevante. Una volta che hai doppiato il tuo Capo Horn, di qualunque cosa si tratti, il lavoro è ancora tutto da iniziare.

Nell’Apparizione, l’elaborazione artistica inizia proprio nel momento in cui l’anatomia della follia cerca una strada diversa da quella del linguaggio psichiatrico. La citazione del Dsm suona quasi antifrastica, rispetto alle intenzioni e alla strategia di Rocco. Non è che la letteratura sia più “elegante”, o più “metaforica” della psichiatria ― meno che mai le si può attribuire d’ufficio un maggiore grado di “autenticità” o “profondità”. Vale più mezza pagina di uno scritto minore di Freud di intere biblioteche di romanzetti intimisti. E nemmeno si può dire che sia una questione di competenze, di orizzonte culturale. Ma una differenza esiste, e si potrebbe dire che è una delle chiavi più importanti dell’opera di Rocco, considerata nel suo complesso. La psichiatria, che è un modello di conoscenza che ha lo scopo di formulare diagnosi e stabilire terapie, per essere efficace deve astrarre, ridurre la molteplicità dei casi e dei sintomi a delle costanti, creare delle definizioni: isteria, paranoia, depressione, episodio maniacale…

Al contrario, la letteratura deriva la sua stessa ragion d’essere dal rifiuto di ogni generalizzazione: è sempre la storia di quella persona, murata nella sua unicità, artefice e prigioniera della sua singolarità. È Ettore, il figlio di Priamo, che muore sotto i colpi di Achille; è l’impiegato Gregor Samsa a risvegliarsi trasformato in scarafaggio. E dunque la letteratura, se parla di una malattia, non potrà che trasformarla in una malattia senza nome, l’unica che si possa commisurare degnamente a quell’irripetibile intreccio di destino e carattere, contingenza e necessità che dà vita a un personaggio.

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Devo riferire di un fatto accaduto durante quella telefonata, in cui parlammo a lungo dell’Apparizione. Era ancora inverno e il sole calava presto. Mentre ascoltavo la voce di Rocco, per caso, guardando fuori dalla finestra, mi è caduto l’occhio su un uccellino sospeso a mezz’aria nella luce del tramonto. Aveva dato due ultimi colpi d’ala, e poi era precipitato giù come un corpo morto, come se fosse stato colpito da un infarto, o trafitto da un dardo invisibile scagliato da qualche spirito cacciatore della sera. Di fronte a cose così strane, tutte le spiegazioni appaiono più o meno verosimili ma mai del tutto affidabili alla mente che vorrebbe solo accantonarle, dimenticarle. Stavo per interrompere Rocco e informarlo di quello strano evento, un uccellino stramazzato in pieno volo, ma un istinto successivo mi disse di tenermi la cosa per me. Se era un presagio, non era per forza infausto. Un’intuizione repentina mi aveva portato a interpretare la scena come se l’uccellino fosse una specie di capro espiatorio, che si caricasse definitivamente su di sé tutto il male patito, lasciandoci liberi di goderci la vita che ci restava. Ma a parte i presagi e i capri espiatori, di una cosa sono sicuro: tra le tante fortune della mia vita, una delle più grandi e inestimabili è l’aver potuto recuperare e godere l’amicizia di Rocco ancora per qualche anno, fino a quando la sorte ce l’ha strappato via non meno rapidamente di quell’uccellino, averlo ritrovato, essere riuscito a dirgli quanto gli volevo bene.

Da quando abitavo con Chiara, era molto spesso a casa nostra. Sentiva che eravamo contenti di averlo lì, proprio come una persona di famiglia con la quale puoi dividere all’ultimo momento la cena preparata per te, senza cerimonie. All’inizio mi ero ingelosito per il rapporto che aveva intrecciato con Chiara, fatto di assoluta confidenza e calabrese devozione (“la faccia mia sotto i piedi tuoi”, le aveva scritto in un sms, una volta che avevano litigato). Poi, lentamente, avevo capito: nell’ultimo periodo della sua vita Rocco andava in cerca, più di ogni altra cosa, di una certa temperatura affettiva nei suoi rapporti. Forse tra noi era rimasta qualche impalcatura intellettuale, o l’ombra di una competizione ― cose che con Chiara non potevano esistere. È stata lei, dopo infinite discussioni, a convincere Rocco a trasformare in Per il tuo bene il titolo dell’ultimo libro, che in origine era La bontà.

Non posso dire che Rocco fosse diventato meno rompicoglioni, e che le discussioni molto spesso, com’era sempre accaduto, non finissero in litigi. A volte si rendeva conto di aver condotto il suo puntiglio spagnolesco oltre il limite di tolleranza, e lui per primo ci rimaneva male. Avevamo escogitato, senza mai parlarcene apertamente, un piccolo rito di pacificazione, per andarcene a dormire tranquilli. Prima di tornare a casa, mi accompagnava a fare un giro dell’isolato con il nostro cane. «Sai» iniziava accennando a scusarsi, «con il carattere di merda che ho sempre avuto…»

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Che cos’è un presentimento? In che misura il dopo stinge sul prima, lo deforma, lo immerge a forza nell’aura, nel clima irrespirabile del magico e del sovrannaturale? Ho parlato l’ultima volta con Rocco, al telefono, il pomeriggio del 17 luglio 2008, poche ore prima che morisse, schiantandosi con il motorino su una macchina parcheggiata in doppia fila, a pochi metri dall’impassibile statua equestre di Giorgio Castriota Scanderbeg, in piazza Albania, ai piedi dell’Aventino. Era appena tornato a Roma dopo aver trascorso due settimane in America, da amici di Providence ― una vacanza felice, mi aveva detto. Quella sera, dovevamo andare insieme a cena al Biondo Tevere, un ristorante molto popolare sulla via Ostiense, famoso perché fu l’ultima tappa in cui i testimoni videro ancora vivo Pier Paolo Pasolini, la notte del suo assassinio all’Idroscalo.

Qualche mese prima, ero stato proprio io a suggerire a Rocco di scrivere una specie di reportage su quel luogo, circa a metà strada tra la piramide di Caio Cestio e la basilica di San Paolo, per le pagine romane della “Repubblica”. Ne era venuto fuori un pezzo molto bello, che oggi si trova appeso in cornice – quasi come una reliquia – su una parete del ristorante. Poco prima dell’ora di cena, Rocco si fece vivo con un sms: si era ricordato di un altro impegno, dovevamo rimandare la cena all’indomani. Niente di grave. Noi riteniamo che sia sempre possibile rimandare le cose al giorno dopo, e questa illusione ci protegge. Per non cedere al terrore, dobbiamo essere convinti di avere, per ogni cosa, una vita davanti. Volendo approfittare della splendida luce calante della sera di luglio, sono sceso con il cane nel parco sotto casa, accomodandomi su una panchina a fumare una sigaretta. Pensavo a Rocco, con un’intensità e una commozione da congedo, che mi stupì. Ma perché pensavo tanto a Rocco, quella sera, mentre trascorrevano le sue ultime ore in questo mondo?

Se ci rifletto, ancora adesso che ne scrivo, mesi e mesi dopo, mi vengono i brividi. Ogni tanto la mente si fissa su certe filastrocche verbali, su certe associazioni di parole prodotte, per la maggior parte, più dai suoni che dai significati. Quella settimana di luglio vendevano in edicola un libretto, un racconto di Hemingway con il testo in inglese a fronte, La breve vita felice di Francis Macomber. Ebbene, dal momento in cui era saltato il nostro appuntamento al Biondo Tevere, la mia mente era assillata da un titolo immaginario, che suonava: La breve vita felice di Rocco Carbone. Il racconto di Hemingway, uno dei suoi capolavori, è ambientato in Africa, ma è una specie di parabola morale senza spazio né tempo, la storia di un uomo che realizza se stesso e acquista una sua piena dignità pochi minuti prima di morire.

In un certo senso, quella mia filastrocca ossessiva, La breve vita felice di Rocco Carbone, accennava a una verità. Credo che gli ultimi anni della vita del mio amico siano stati in assoluto i più felici. È molto difficile che si possa mai veramente guarire, o rinascere. Ma di sicuro si può imparare ad accarezzare il cane dal verso del pelo ― ad accettare, con ironia e stupore, ciò che si è. Ho detto all’inizio di queste pagine che in venticinque anni era cambiato ben poco. Eppure, un cambiamento importante si era verificato: il suo sguardo si era addolcito. Tutto ciò è stato colto alla perfezione da Chiara, in un articolo pubblicato poche ore dopo la sua morte, dal quale voglio citare alcune righe che hanno la precisione di una fotografia.

“In un universo letterario chiuso e asfittico come quello italiano, Rocco, per come era fatto, si era circondato solo di persone come lui. Che erano in realtà moltissime. Diverse da tutto, nel bene e nel male. Strutturalmente incapaci di stare al mondo: e consapevoli di questo al punto di prenderla a ridere. Affaticate dagli altri e per gli altri piuttosto faticose. Persone che sentivano di avere qualcosa che non andava. E a cui invece Rocco, più o meno implicitamente, e con l’esempio lampante della sua stessa esistenza, sembrava dire: è proprio quella cosa che di te pensi non vada, quella che più funziona”. [Chiara Gamberale, Il riscatto delle nostre imperfezioni, la lezione di Rocco Carbone, in “il Riformista”, 21 luglio 2008]

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Nei mesi successivi alla morte di Rocco ho patito uno strano malessere, di natura indubbiamente psicosomatica, ma non per questo poco fastidioso. Ogni volta che prendevo sonno, sia di notte che per un breve riposo durante il giorno, passavano pochi minuti e mi risvegliavo con il cuore che batteva fortissimo, ricoperto di sudore. Era una sensazione così brutta che per tutta l’estate ho cercato in ogni modo di arrivare esausto al momento di addormentarmi, aspettando le prime luci dell’alba. Così facendo, a volte lo sfinimento mi risparmiava quegli attacchi. In quel periodo io e Chiara avevamo affittato una casa in Grecia, sulla costa meridionale di Samo.

Una notte, dopo essermi risvegliato di soprassalto almeno cinque volte, stravolto e sudato avevo deciso di sistemarmi sulla spiaggia sotto la casa, per godermi il fresco aspettando l’aurora. Il paesaggio era stupendo. La luce della luna faceva letteralmente brillare le migliaia di ciottoli della spiaggia, e tracciava una pista argentata sulla superficie del mare, fino all’orizzonte. Abbandonato su una sedia a sdraio, mi godevo un torpore parziale, cercando di non richiudere gli occhi per non cadere nella solita trappola. Ed è stato così che mi è venuto in testa un pensiero, che ho riconosciuto come vero ancora prima di comprenderne il senso. Quel malessere, quel sintomo così fastidioso legato al sopraggiungere del sonno, non era una conseguenza dello shock dovuto alla morte improvvisa di Rocco, come avevo pensato fin dall’inizio. No, non si trattava di un semplice riflesso psicologico: era Rocco stesso. Ancora incerto sulla direzione da prendere, forse incapace di realizzare ciò che gli era accaduto, smarrito e spaventato di fronte al Grande Buio, il suo spirito si era insediato nel mio sonno. Sabotandolo, chiedeva aiuto, attenzione, memoria. Come sempre aveva fatto nella vita, voleva accertarsi che qualcuno gli volesse bene. E così, per mesi, mi sono adattato a quel lungo congedo. Per quanto resistessi, prima o poi chiudevo gli occhi, e scivolavo nel sonno; a quel punto, una forza portentosa mi riportava indietro. Mi sentivo come una strada percossa da innumerevoli zoccoli di cavalli al galoppo.

Poi, un giorno, senza nessun preavviso, sono riuscito a sognare Rocco, e da quel momento mi sono addormentato senza problemi. Eravamo in una macchina che aveva da giovane, un’utilitaria bianca con il bagagliaio completamente occupato dall’impianto Gpl. Percorrevamo un lunghissimo viale di periferia, bordato da platani. Sapevo che Rocco era già morto, perché aveva la ferita sul mento che lo ha ucciso sul colpo nell’incidente, ed era pallido. Ma a differenza di come l’avevo immaginato l’estate precedente, quella notte in Grecia, non mi sembrava più smarrito, o in pena per qualcosa. Ero arrabbiato con lui, perché guidava a una velocità da incosciente, senza fermarsi ai semafori e agli incroci di quel viale interminabile. Lui sorrideva, non aveva paura di nulla. In realtà, non c’era rischio di andare a sbattere, perché in quel viale e nelle sue traverse non c’era nessuno a parte noi. Senza nemmeno bisogno di svegliarmi e meditarci un po’ sopra, già durante il sogno mi ero reso conto che quella velocità sconsiderata era un simbolo della dimenticanza. Avrei dovuto iniziare presto a scrivere su Rocco, a trattenerne qualcosa prima che fosse troppo tardi.

Come fiori di melo toccati dalla brezza, anche i ricordi di chi più abbiamo amato, e conosciuto, si staccano e volano via con rapidità inconcepibile. Pensiamo di averne accumulati tantissimi, così numerosi e vividi da durare per sempre ― e invece in mano ci resta poco più di un pulviscolo di immagini incerte e fuggitive. Tutto l’onere della prova, in questi casi, ricade sulle spalle di chi resta. Sarà davvero esistita una persona come Rocco, così vera, così bizzarra, così ostinata e fedele nell’amicizia? Non è stato solo un’illusione quel Don Chisciotte all’incontrario, che scambiava tutti i giganti per mulini a vento, ancora più temibili di qualunque gigante?

Roma, Pasqua 2009

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Roma. Quattro modi di morire in prosa 4: Elena Stancanelli https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/elena-stancanelli-roma/#comments Thu, 20 Feb 2014 11:20:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18646 Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un'altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti.

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

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Concludiamo la serie di articoli dedicati a Roma con un intervento di Elena Stancanelli tratto da A immaginare una vita ce ne vuole un’altra pubblicato da minimum fax nel 2007. Qui le puntate precedenti. (Immagine: una scena di La dolce vita di Federico Fellini)

I non-luoghi

di Elena Stancanelli

Per semplicità, ero solita dividere i luoghi di Roma in due categorie: quelli che potevo raggiungere con la vespetta e quelli che non potevo raggiungere. I secondi semplicemente non esistevano. Facevano parte di un’altra città, nella quale non abitavo. Come Venezia o Torino, avrebbero potuto essere straordinari ma erano luoghi di vacanza. Non si raggiungevano, ci si andava in gita. Per vacanza o per lavoro.

La scarsa efficienza dei servizi di trasporto pubblico rende Roma una città misteriosa agli abitanti stessi. Quelli di Roma nord sanno di quelli di Roma sud soltanto storie, luoghi comuni, leggende, e viceversa. Le ville dell’Eur, lo spaccio a San Basilio, le puttane della Salaria, i rumeni ad Anagnina. Se abiti al Trullo non ci vai a Tor Bella Monaca, né da Dragona ti azzardi a raggiungere la Bufalotta. Puoi calare al centro, questo sì, ed è lì che probabilmente si tramandano le leggende sui quartieri.

Per me, quindi, i non-luoghi erano tutti quelli che fino a quel momento consideravo non esistenti, cioè oltre il raggio d’azione della vespetta. Ovvio che è bastato un primo giro, in macchina con Angelo Franceschi (il fotografo di Repubblica che lavora con me ormai da anni), per riorganizzare il criterio.

I «non-luoghi», secondo la definizione canonica di Marc Augé, sono spazi non coniugati. Non hanno né passato né futuro, né nostalgia né speranza. Vivono un presente ossessivo che solo la parola del racconto o il nostro sguardo affettuoso può vivificare. Augé si riferisce agli aeroporti, ai centri commerciali, agli svincoli autostradali, alle grandi catene alberghiere, alle strutture per il tempo libero, alle reti di comunicazione cablate o senza fili, e anche ai campi profughi. Sono luoghi nei quali l’identità è sostituita dalla funzione, dove tu sei ciò che fai, o ciò che rappresenti. Luoghi deputati a una condizione di transito perenne, che rende vecchio e ridicolo il concetto di dimora.

I non-luoghi sono moderni, anzi «surmoderni» sempre secondo Augé. Se si esclude la sfiga dei campi profughi, entrati in classifica per political correctness, i non-luoghi sono anche belli. Confortevoli, eleganti, e soprattutto mai mediocri, mai schiavi di un passato imbarazzante. Disinvolti come figli senza padri dei quali vergognarsi. Attraversati da viaggiatori di diversa foggia, non possono mai vantare affezionati o residenti. Sono tappe di un perenne spostamento, il cui indice di confortevolezza sale quanto più ogni tappa somiglia a tutte le altre.

Il giorno in cui vi sveglierete di soprassalto convinti di aver sentito odore di antrace, o in preda al panico butterete fuori dal finestrino dell’autobus la borsa che il vicino ha appoggiato in terra per soffiarsi il naso, il giorno in cui vi renderete conto di essere passati da uno a tre pacchetti di sigarette al giorno, e che le vostre abitudini sessuali e alimentari stanno oscillando dalla bulimia all’anoressia senza passare mai per il piacere, quel giorno sarete entrati a far parte dell’affollatissimo club di occidentali malati di ptsd, sindrome da stress post-traumatico.

Ecco i sintomi:

dissociazione;

somatizzazione;

instabilità affettiva;

disturbi dell’identità e dei confini della persona;

comportamenti autolesionistici;

comportamento sessuale impulsivo e a rischio;

difficoltà nella modulazione della rabbia e degli affetti in generale, coinvolgimento cronico in relazioni disfunzionali e frustranti.

È imbarazzante, lo so. Più che un quadro clinico sembra la descrizione di una qualsiasi delle nostre giornate. Pur non essendo vittime, almeno non tutti, di stupri infantili, o torture, presentiamo la stessa sintomatologia. Come una gravidanza isterica. Per fortuna che c’è stato l’11 settembre. Il grande trauma, lo stupro prêt-à-porter da indossare in ogni occasione. La scusa migliore per la nostra ipocondria. La giustificazione in quarta di copertina per i disastrosi risultati letterari di scrittori americani fino a quel momento inappuntabili. E adesso che il nostro dolore ha un nome modernissimo, come lo affrontiamo?

Con le fughe.

Questo è il tempo della vigliaccheria. Nel quale il sotterfugio ha sostituito il confronto, il denaro l’intelligenza. I nostri muscoli servono soltanto a indossare i vestiti con maggiore eleganza. «We have teeth as the cannibals do», dice Philip Roth in Patrimony, «but they are there, imbedded in our jaws, the better to help us articulate». Scappiamo di fronte al pericolo, e nello stesso modo di fronte al dolore. E non lo dico con disprezzo. Mi preoccupo solo della rimozione. Quella violenza che ci hanno insegnato a non usare, dove finisce? Non la possiamo cancellare dal nostro codice genetico. Mi pare che a volte si metaforizzi. Non più nell’arte, oramai l’arte non ha più, mi sembra, la forza di accogliere un’istanza sociale. Ma nel sesso. Tutta la ritualità bdsm che sembra espandersi, uscire dai ghetti e conquistare insospettabili estimatori, è un teatro della violenza senza conseguenze. Peggio è quando, repressa nei rapporti quotidiani, rispunta cieca e sorda nel branco. Dove diventa guerra o guerriglia senza confini.

La fuga, un tempo riservata agli eletti (dal sacro al crimine) è oggi alla portata psicologica di chiunque. Farmaci psicofarmaci droghe alcol eccetera.

Poi c’è chi se ne va davvero. Non sono solo i cervelli a lasciare il paese, ma quelli che si rompono i coglioni di abitare un organismo la cui complessità richiede cure continue semplicemente per rimanere in vita, impossibile quindi da spingere in avanti. Se ne vanno i ballerini e i surfisti, gli apritori di bar sulla spiaggia e gli sconvoltoni un po’ mistici, se ne vanno i ragazzini dopo il liceo e molti amici arrivati a quarant’anni, perché non ce la fanno più. Trasferiscono la loro residenza in paesi dove non fa mai freddo, dove le case costano quanto una Smart. Oppure si buttano nella mischia, nelle grandi metropoli giovanissime, a cercare di diventare ricchi dove è più facile.

Molti di quelli che restano non lo fanno per adesione a un principio di identità, ma per una naturale difficoltà a fare progetti imponenti. Per loro, per me, esistono i non-luoghi, piccole fughe reversibili, alla portata di chiunque.

Sono andata all’outlet di Castel Romano e ho pensato che se fossi stata presa dal panico del vivere in una città nel mirino dei terroristi, avrei potuto trasferirmi lì.

Costruirmi una cuccia da qualche parte. Forse nel negozio di Dolce & Gabbana, tra le montagne di abitucci anni Novanta – borse e giubbotti con le frange, scarpe di mucca, stivali da squaw – in vendita al trenta per cento di sconto. Una vera tentazione. Tanto che, se non fai attenzione, rischi di ritrovarti seduta in macchina a contemplare con un certo imbarazzo la tua nuova minigonna in pelo di gnu, acquistata a un prezzo favoloso. Utilissima nel caso uno voglia vestirsi da Cher per una festa in maschera. O il tailleur rosa, identico a quello indossato nel 1988 da Melanie Griffith in Una donna in carriera.

La notte, avvoltolata tra quelle sottovesti col pizzo che pubblicizzava Monica Bellucci quando ancora abitava a Città di Castello, sognerò un Boeing 747 che infilza la terra e la luna in un unico spiedino e gli unici superstiti saremo io e le altre persone previdenti che si trovavano all’outlet di Castel Romano.

Oppure potrei trasferirmi nel museo. Ricavare una nicchia segreta dietro il busto di Giulio Cesare, o quello di Marco Aurelio (i quali entrambi indossano misteriosamente, sul solito gesso, una toga rosso pompeiano e una corazza color patatina Cipster), sistemarci il computer e restare lì per sempre a lavorare. E chi fosse scampato alla pestilenza di antrace potrà scrivermi al nuovo indirizzo <infocastelromano@b-m-g.it>. Di notte, quando i visitatori se ne andranno, mi aggirerò nella sala grande, dove sono esposte le fotografie che ritraggono gli altri outlet McArthur Glen del mondo. Quello olandese è il mio preferito, con le forme dei mulini a vento che si stagliano nel profilo delle mura.

Questo di Roma è l’ultimo nato. In Italia c’era un outlet a Serravalle Scrivia, vicino a Genova, progettato per accogliere «la suggestione architettonica di un centro storico del Settecento ligure» e un altro aprirà a Barberino di Mugello, «in un’area di grandi opportunità dove gravitano oltre 7 milioni di persone con un reddito pro capite superiore alla media». Questo messaggio, che si trova sul pieghevole, non è ovviamente diretto a noi compratori di minigonne di gnu, ma agli affittuari dei negozi. I quali devono sapere che il motivo per cui gli affitti costano come a piazza di Spagna è che nell’out­let si vende come, e forse di più, che a piazza di Spagna.

Attaccata allo svincolo dell’autostrada del Sole verrà quindi costruita New Montalcino, un borgo medieval-­americano senza problemi di parcheggio, dove, al posto dei maniglioni per legare i cavalli, ci saranno gli sportelli del bancomat, perché il nostro shopping si trasformi «in un’esperienza assolutamente unica e coinvolgente».

Quando sono andata a visitare l’outlet, ancora non sapevo che sarebbe diventato il posto dove avrei potuto rifugiarmi in caso fossi colpita da ptsd. Sapevo che sarei andata a visitare «una vera e propria città, ispirata all’epoca augustea, che sembra uscire direttamente da uno scavo archeologico». Proprio così, in grassetto. Come dire: ve lo giuriamo, non ci crederete ma per quanto sia incredibile sembra uscire direttamente…

Io penso che la gente si sia lamentata. Che le persone, dopo aver parcheggiato, e attraversato l’arco di accesso alla «vera e propria città» che è una specie di Guantanamo della carta di credito, con i negozi le insegne luccicanti gli oggetti di design stile newyorkese e il bar uguale a quello dell’autogrill, devono aver cominciato a dirsi tra loro, a confidarsi coi commessi, che quel posto non sembra manco per niente uscito, direttamente, da uno scavo archeologico.

Per questo, secondo me, i responsabili dell’outlet hanno messo il cavallo. In fondo alla via dove c’è il museo dell’out­let, nella piazzetta che chiamerei, in mancanza di altre indicazioni, «piazza Dolce & Gabbana», hanno sistemato la testa di un cavallo in finto bronzo, ispirato ai guerrieri di Riace, che, vista riflessa nelle vetrine di Etro, nello stordimento di questa esperienza assolutamente unica e coinvolgente a livello di shopping, ha come scopo evidente quello di sembrare uscita direttamente da uno scavo archeologico.

Mentre me ne stavo seduta sotto la testa del cavallo di finto bronzo a piazza Dolce & Gabbana, si è avvicinato un uomo vestito di nero e ha chiesto ad Angelo, il fotografo, se aveva il permesso per fotografare. Non ce l’aveva. Ci siamo incamminati per via Golden Lady per raggiungere l’ufficio permessi. Solo allora mi sono accorta che davanti a ogni porta di accesso alla «vera e propria città» c’era un uomo vestito di nero, con l’auricolare e le mani allacciate davanti alla cerniera dei pantaloni, secondo l’iconografia standard dell’addetto alla security. E che anche dentro ognuno dei negozi, mimetizzato da uomo vestito di nero che guarda le cosce delle donne che si provano i tacchi, c’era un altro di quegli uomini. Che ce n’era uno dietro di me mentre facevo la fila per prendere il caffè, e un altro che mi osservava mentre, sfidando un cartello secondo il quale nessuno che non fosse accompagnato dai genitori poteva varcare quel cancello, varcavo quel cancello e mi facevo un paio di scivoli. E che in qualche zona, considerata evidentemente obiettivo sensibile della «vera e propria città», c’erano tre, quattro uomini vestiti anche loro di nero, ma con la pistola e un piccolo kit robocop che faceva la sua porca figura. Nel caso uno volesse fare il furbo, voglio dire.

Ottenuto il permesso, io e Angelo ci siamo riseduti su una panchina a chiacchierare con una ragazza veneta molto gentile, che era stata mandata qui dalla sua azienda per completare l’assunzione di personale per il negozio. Ci stava raccontando che era sbalordita dal fatto che a Roma le persone non si presentassero ai colloqui di lavoro, o arrivassero tardi. E che alle tre del pomeriggio di un giorno qualsiasi della settimana fossero così numerosi a passeggiare tra i negozi. E in effetti intorno a noi, a viale Calzedonia angolo vicolo Benetton, c’era davvero tanta gente per essere un giorno lavorativo. In quel momento esatto un altro uomo vestito di nero con l’auricolare, identico a quello di prima, ci si è avvicinato e ci ha chiesto se avevamo il permesso per fotografare.

È stato in quel momento che ho preso la mia decisione. Rimanete pure a godervi il folklore di Trastevere, l’atmosfera stimolante di piazza Vittorio, le passeggiate di Villa Ada. Io, alla prossima crisi di ansia, mollo tutto e mi trasferisco all’outlet di Castel Romano. E non fate che quando vedete arrivare il Boeing puntato contro il Vaticano pigliate tutti la macchina e vi scaraventate sulla Pontina. Noi, all’outlet, alzeremo il ponte levatoio.

…Per me che vengo dalla città delle eccezioni, l’attuale genericità della «lingua romana» è sempre stata un sollievo. Tutti parlano come tutti, perché tutti parlano romano. Roma è l’Italia, almeno dal punto di vista lessicale.

L’unica parentesi, nella lunghissima supremazia linguistica del romano, è rappresentata dai due governi Berlusconi. Nel marzo del 1994, il partito-azienda dell’uomo più ricco d’Italia conduce alla vittoria elettorale il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo contro la gioiosa macchina da guerra pilotata da Achille Occhetto. Il Polo delle Libertà e il Polo del Buon Governo, oltre a Forza Italia, contengono: Alleanza Nazionale, il Centro Cristiano Democratico di Pierferdinando Casini e, è bene ricordarlo, Clemente Mastella (attuale ministro della Giustizia nel governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi), Lega Nord e Unione di Centro (quello che resta del Partito Liberale, agli ordini di Raffaele Costa). Nel maggio di quell’anno Silvio Berlusconi presenta il suo governo nel quale spicca, anche questo è bene ricordarlo, Cesare Previti come ministro della Giustizia. Forza Italia, il partito del presidente, era nato ufficialmente soltanto due mesi prima. È infatti del 26 gennaio 1994 il discorso a reti unificate col quale annuncia la sua discesa in campo («L’Italia è il paese che amo…»). La Lega Nord, federazione di vari movimenti autonomisti alle dipendenze di Umberto Bossi, era nata invece l’8 febbraio 1991, ma manteneva un’ostinata antiprofessionalità politica come blasone. In parlamento, con le elezioni del 1994, entra quindi una schiera di neofiti, totalmente digiuni di linguaggio, rituali e abitudini ampiamente rodati dalla classe politica del secondo dopoguerra. Una calata di «barbari» che parla un dialetto diverso, veste in maniera diversa, si pettina e mangia in maniera diversa. Nei telegiornali, nei talk show, perfino nei film dei Vanzina, gli accenti si moltiplicano, e il romano, per la prima volta, arretra.

Si raccontano leggende su quella calata. Quasi tutti maschi, improvvisamente ricchi e potenti, ubriacati dall’impunità, molti di loro vedevano Roma come una specie di Las Vegas, capitale del vizio e del divertimento. Mentre le famiglie li aspettavano in qualche provincia lombarda o veneta, loro folleggiavano e davano sfogo a istinti e passioni. La metà della settimana che trascorrevano a Roma doveva essere sfruttata fino in fondo.

«Dopo che io prendo una decisione», dichiara infatti Berlusconi, «inizia il confronto con gli alleati e poi una volta che è stata presa una decisione comune dalla coalizione bisogna andare in commissione e poi in aula. Tutto ciò richiede molto tempo. Poi tocca ai senatori che devono dimostrare di non venire a Roma solo per avere un’amante e quindi cambiano una norma e tutto ricomincia da capo. Tutto questo richiede moltissimo tempo». E ancora: «Oltre i quattrocento chilometri di distanza, l’amante non conta. Come si dice a Napoli, in questi casi ’a commare nun è peccato».

Oltre i quattrocento chilometri. Anche la morale ha una portata, un raggio di azione. Più si allontana dal centro, più decresce in intensità fino a scomparire del tutto una volta varcato il confine. Chissà se in qualche dialetto del nord è comparsa l’espressione «andare a Roma» col significato di ubriacarsi, o scopare, o magari pagare una squillo. Gli anni Novanta sono stati gli anni delle vallette e dei ristoranti di lusso, mentre i trolley scorrevano su e giù per i sanpietrini.

Il primo governo Berlusconi, quello dell’armata Brancaleone, è durato otto mesi. Nei sei anni successivi, prima della seconda vittoria nel 2001, il cavaliere deve essersi occupato del problema. La seconda ondata, pur avendo lo stesso accento, aveva una diversa composizione antropologica. Per le mignotte, i gioiellieri, i ristoratori deve essere stato un brutto colpo.

Escluso Berlusconi, l’italiano è il romano.

Per questo motivo le parole che si usano a Roma non hanno mai quella presunzione di esattezza e nobiltà che hanno spesso negli altri dialetti. In questa città è passata troppa roba perché potesse essere mantenuta una qualsiasi purezza. Tranne la parola villa.

Come tutti sanno a Roma con villa si indica un parco. C’è anche la villa, certo, ma andare a Villa Ada o a Villa Pamphili significa andare a fare una passeggiata nel parco.

Per me che vengo dal nord, l’uso del sostantivo villa esattamente al posto di parco è un sintomo. Significa che Roma non è l’Italia ma una parte dell’Italia: il sud. Anche a Palermo, Catanzaro, Bari villa significa parco.

I non-luoghi ci piacciono perché si ha la sensazione che la vita, lì dentro, sia ferma. Il tempo immobile, i giorni identici. Dai non-luoghi la morte è stata espulsa, insieme a qualsiasi accadimento «verticale». Niente catene di eventi, ma singoli episodi. Comprare, prendere un aereo, entrare in autostrada. è diverso da mangiare, dormire, fare l’amore. Sono gesti che non servono a mandare avanti la vita, e se smettessimo di compierli non accadrebbe proprio niente.

I non-luoghi sono la rappresentazione architettonica della nostra epoca. Sono forme fisiche di precariato. Dove i fatti, così come i contratti che regolano il nostro mondo del lavoro, si accumulano in maniera casuale e soprattutto non possono essere compresi perché esclusi da una catena di senso.

Irredimibili. Un altro aggettivo che sarà piaciuto senz’altro a Cristina Campo e che spiega molto bene il concetto. Almeno fin quando non troveremo qualcos’altro di diverso dalla storia, dalla concatenazione di eventi, che ci assolva dall’assurdità della vita.

Opposti ma in qualche modo consustanziali ai non-luoghi sono gli orti botanici. Per niente moderni e veloci, del tutto estranei a una condizione di transito, sono però nello stesso modo inabitabili. Ma a differenza di qualsiasi museo, non sono contenitori di bellezza o di storia. Non c’è separazione tra quello che sono e quello che espongono. Una divisione territoriale li ha liberati dal brulichio delle residenze, li ha circondati con reti metalliche e provvisti di un botteghino all’entrata dove pagare un biglietto. Dando loro in questo modo la possibilità di cullare un tempo eccentrico rispetto alla vita. Se i non-luoghi ospitano un tempo orizzontale, spesso rapidissimo rispetto all’agenda del quotidiano, gli orti botanici sonnacchiano felici in una verticalità temporale profondissima, talmente profonda che rischia di essere scambiata per immobilità.

Nell’orto botanico di Roma, accanto allo scalone monumentale secentesco, vive un enorme platano vecchio di quattrocento anni, e nelle serre vengono cullati costantemente centinaia di germogli, profumate ipoteche sul futuro. Oggi, domani, domani l’altro sono parole senza valore in un orto botanico. Un po’ come sul pianeta Tralfamadore, quello di Mattatoio n. 5 di Vonnegut, dove tutto è sempre stato, è e sempre sarà. Dal quale le stelle sono viste non come lucette, ma come spaghetti luminosi, perché i tralfamadoriani vedono tutto contemporaneamente. E quindi, non dovendo fare i conti con cose tipo «sviluppo narrativo» o «coerenza dei personaggi», i libri tralfamadoriani sono basati sulla bellezza estetica. Gruppi di telegrammi da leggere tutti insieme e scelti perché producano un’immagine della vita che sia bella. Caleidoscopi. Proprio come le piante e i fiori.

Come quasi tutto in Italia, l’orto botanico di Roma sopporta l’imbarazzo di convivere con la bellezza, di doversi adattare a un palinsesto secolare di progetti. Le stesse piante sembrano affacciarsi con timidezza dietro la vasca dei tritoni del Padda, la serra Corsini, la fontana degli undici zampilli.

Gente come me, con un equilibrio psichico discutibile, ha l’abitudine, quando la nostalgia preme contro il cuore e tutto intorno diventa incomprensibile, di infilarsi in un orto botanico. In qualsiasi parte del mondo mi trovi, a Londra, a Bali, ad Auckland. Visito il roseto, il giardino giapponese, la serra delle piante grasse e mi rilasso, mi sento a casa. Poi mi siedo al bar, prendo un caffè e sono pronta ad affrontare di nuovo conversazioni in lingue assurde, Lonely Planet, insetti giganteschi e rognosissimi. Gli orti botanici, per me, sono come la Coca-Cola, un doppio cheeseburger di McDonald’s, l’insegna di Benetton.

Ma a Roma non funziona. E non è che non funziona con me perché vivo qui e i sollievi me li devo trovare nella mia vita. Non funziona perché, prima di tutto, all’orto botanico di Roma non c’è il bar. E non c’è neanche un negozio che venda libri costosi con foto di gladioli e paesaggi olandesi, servizi da tè decorati a roselline, gadget naturisti, kit in cuoio e ferro per il bravo giardiniere. Mancano i cappellini da baseball in testa al personale, i tabelloni con le spiegazioni (voi siete qui!) e le scritte in latino vicino alle radici delle piante.

Le scritte in realtà ci sarebbero, ma sono tutte sbrodolate dalla pioggia o divelte o messe in qualche punto talmente eccentrico che è impossibile associare significato e significante. Cinnamomum glanduliferum, leggo scritto in un punto del parco dove ci sono solo i miei piedi.

Io mi sono trasferita a Roma, da Firenze, circa vent’anni fa. Allora Roma era davvero la prima città del sud d’Italia. E non soltanto per me che venivo dal nord. Era una città del sud perché tutto quanto funzionava secondo standard leggermente al disotto della soglia minima, in una misura lieve ma che era profezia per l’ulteriore discesa a meridione. Perché esisteva la possibilità di accordarsi al di qua delle regole, mettendo in atto teatrini verbali per i quali a nord non avevamo alcun talento, considerandoli, oltre che inaccessibili, del tutto inefficaci.

Ricordo con chiarezza la prima volta che osai contrattare con un vigile per una multa. Dovetti superare l’imbarazzo che prova una ragazza bionda abituata a non usare in alcun modo la sua biondezza nei confronti di un uomo e, più ancora, la paura di sbagliare. Quella che spinge il turista bresciano a offrire dollari al cubano sbagliato, e a doverne poi subire il disprezzo e la ramanzina castrista e antiamericana. Timidamente chiesi al vigile di soprassedere su una mia manovra azzardata, giurando che non lo avrei fatto mai più. Lui mi ascoltò, poi si girò dall’altra parte e mi graziò.

Che meraviglia! Non mi sarei mai più lamentata del traffico, degli autobus, delle macchine in doppia fila. Roma era meravigliosa. Qualunque prezzo da pagare in cambio di quella libertà che avevo appena sperimentato non sarebbe stato troppo alto. E mentre trotterellavo sulla mia vespetta mi venne in mente di quella volta che in piazza del Duomo, a Firenze, fui multata perché portavo un’amica sulla canna della bicicletta. Mai più, mai più!

L’ultima volta che ho avuto la possibilità di mercanteggiare con un vigile è stato a metà degli anni Novanta. Con la mia vespetta e un’enorme borsa tra le gambe, avevo attraversato mezza città collezionando un numero impressionante di infrazioni. A un certo punto ero passata col rosso e avevo imboccato una strada contromano salendo sul marciapiede. Un vigile mi fermò.

Dallo sguardo capii che probabilmente mi seguiva da un pezzo. Me ne sto andando di casa, gli dissi, vede, in questa borsa ci sono tutte le mie cose. Mi sono lasciata col mio compagno, dopo dieci anni. Parlavo e lui non diceva niente. Quando mi sono tolta gli occhiali si è accorto che piangevo. Mi ha fatto segno di andare, ma io non ce l’ho fatta. Sono rimasta lì, piegata sulla mia vespetta per chissà quanto, pensando ai fallimenti e alle città.

Subito dopo è iniziato il terribile quinquennio del risanamento economico dei bilanci comunali per mezzo della sanzione indiscriminata all’automobilista o scooterista. Anni nei quali la falce si è abbattuta pesantissima sui romani, e le suppliche hanno perso la loro potenza, come amuleti scarichi. Molti di noi, io per esempio, subiscono ancora le conseguenze di quegli anni di terrore sotto forma di cartelle esattoriali che si ripresentano puntualmente a scadenze irregolari. Non credo che riuscirò mai più a mettermi in pari con i pagamenti. Sarò per sempre in balìa del Monte de’ Paschi di Siena, perfido e impietoso riscossore, pappone che incassa senza batter ciglio ogni mio risparmio nascosto nella borsetta.

La stagione della tolleranza zero, resa micidiale dal contemporaneo crollo verticale della pietà introdotto dagli arzilli ausiliari del traffico, fu il sintomo di un cambiamento che stava avvenendo carsicamente nella città, nel sottofondo delle strategie dei sindaci, nella mentalità di chi evidentemente era pronto a investire. Il mondo si stringe e il sud si ritira. Cambio di rotta: Roma deve diventare la prima città del nord. Solo in questo modo sarebbe diventata redditizia.

Le estati romane si sono trasformate in divertimentifici impressionanti, quel po’ di tregua dal dover fare e dover andare che ossessiona i residenti si accorciava anno dopo anno. Perfino agosto, che sembrava inattaccabile, cominciava a cedere. Fin quando non era rimasto che un pugno di giorni a cavallo di ferragosto, nei quali era possibile provare l’angoscia preziosa dello spaesamento nella città vuota. Alla fine degli anni Novanta Roma era pronta per il grande balzo: diventare la Parigi del Mediterraneo.

Quando mi trasferii a Roma, circa vent’anni fa come dicevo, oltre alla possibilità di contrattare con l’autorità e una certa allegra disfunzionalità di quasi tutto, ciò che la rendeva veramente una capitale del sud erano i prezzi. Tutto costava meno che al nord. Fare la spesa, affittare una casa. Avevo amici che venivano a Roma a comprare scarpe e vestiti, come si andava in Svizzera a fare il pieno alla macchina. Il paragone con Firenze era impressionante. In questa incasinata Calcutta si campava con poco e si poteva abitare ancora al centro, come i poeti e gli artisti negli anni Sessanta.

Non è più così. Gli artisti e i poeti si stanno spostando verso la periferia. I ristoranti, le case, i vestiti hanno prezzi settentrionali. Ogni giorno possiamo scegliere tra decine di mostre, concerti, presentazioni di libri. Abbiamo la Casa del jazz, quella del cinema, della letteratura, del teatro… questa, per la verità, non è altro che una casupola in mezzo a Villa Pamphili, inutilizzabile e inutilizzata, dove qualche scriteriato organizza ogni tanto letture alle quattro del pomeriggio: raramente ho visto qualcosa di più deprimente di una sala da dieci posti vuota. Povero teatro. Ma c’è il Teatro Argentina, il Teatro Valle, il Teatro India, il Teatro Eliseo, la Sala Zero, la Sala Uno, il Teatro Due. Le domeniche a piedi, i lunedì a teatro, il mercoledì con lo sconto al cinema, le notti bianche e il maggio dei teatri. Stanno aprendo anche i bookshop nei musei, e ci sono i doppi pullman scoperchiati per i bambini, quelli per i turisti cattolici, e per chi è interessato all’archeologia.

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Verrà presto il tempo anche dell’orto botanico, della sua parigizzazione per essere a norma. Faranno il bar, e anche il bookshop con i gadget, le tazze, i cappellini, le parannanze per cucinare e le borse flosce, tutti con la scritta: Roma’s Orto Botanico. E quando ci entrerò per la prima volta, io mi lamenterò. Lo so, dirò che era meglio prima, quando era lasciato a se stesso, quando non somigliava agli altri orti botanici del mondo.

Perché sono una stronza. Perché se il mondo diventa tutto uguale, io ho meno paura a sbarcare dall’aereo in Medio Oriente o in Nigeria, ma dove sto io deve essere diverso.

Sono stronza perché, come gran parte degli occidentali, contribuisco alla creazione del mito del nulla e dell’uguale, amandoli, ma fingo di apprezzare il particolare, di trovar gusto nell’impervia scoperta del pittoresco. Ma è falso. La verità è che io amo le Nike, perché le Nike sono meglio. Sono meglio forse solo per i primi quindici giorni, e poi si rompono. Ma pochi di noi, e tra questi non ci sono io, sono in grado di apprezzare qualcosa per un tempo superiore a quindici giorni.

A mezzogiorno viene sparato il colpo dal cannone del Gianicolo. Elisabetta, la botanica, mi racconta a lungo delle orchidee. Macchine biologiche perfette, ermafrodite, geneticamente all’avanguardia. Ogni fiore possiede organi sessuali femminili (gineceo) e maschili (androceo), riuniti in un corpo solo detto ginostemio. Per molto meno noi umani facciamo anni di psicanalisi. Il nome viene da orchis, orcheos che in greco significa testicolo. Per quelle pallette che alcune di loro mostrano sotto il fiore. Dalle quali si ricavava una sostanza ovviamente afrodisiaca detta Salep. Ma che la vaniglia, quel baccello nero e magro, fosse il frutto dell’orchidea, questo proprio non lo sapevo. Di un tipo di orchidea originaria del Messico e importata in Spagna dai conquistadores.

La Darwin’s Star è invece un’orchidea che ha una storia bellissima. Deve il suo nome a Charles Darwin (e alla sua bizzarra forma a stella), il quale in Madagascar la identificò, e ne studiò con attenzione il lungo serbatoio che aveva dietro. Voleva capire come diavolo faceva per essere impollinata. Ci sono, disse un giorno: il suo cuore, decretò, deve essere raggiunto da un animale con una proboscide lunga decine di centimetri, qualcuno che sia fatto apposta per lei. Lo presero tutti per il culo. Non c’è un animale simile, un insetto con un naso sottile come un ago e lungo decine di centimetri. Te lo immagini?

E invece c’era. Lo identificarono solo quarant’anni dopo. Si chiama Xanthopan morganii praedicta, vive in Madagascar, e ha un’appendice lunga e stretta, così lunga da calzare perfettamente il serbatoio dell’orchidea a stella.

Non è questo che ci ripetiamo tutti quanti dalla mattina alla sera con inspiegabile ottimismo? Ci deve essere un animale le cui caratteristiche si attagliano alla mia deformità. E in fondo quarant’anni sono un tempo ragionevole per trovarlo.

Ho incluso Ikea nel numero dei non-luoghi di Roma. L’ho fatto perché i negozi Ikea sono identici nel mondo, sono difficili da raggiungere, e perché sono sicura che Marc Augé stava pensando a Ikea quando ha creato la sua definizione.

Non lo so come fanno quelli che dicono che noia questa giornata, perché non andiamo da Ikea?, e poi ci vanno. Io se voglio andare da Ikea senza avere un crollo psichico ho bisogno di prepararmi almeno per una settimana. Devo fare namiorenghecchiò soltanto per riuscire ad affrontare la questione dello svincolo dal raccordo, che se vieni da sud tanto tanto, ma se arrivi da Tiburtina entri in un ginepraio pauroso. Le frecce sono minuscole in confronto all’immensità di ciò che indicano. Perché?

È la filosofia Ikea. Ce la puoi fare. Sforzati, aguzza lo sguardo e l’intelligenza. E i clienti di Ikea, quando finalmente parcheggiano, sentono un po’ di aver superato il primo esame. Io almeno mi sento così. Tutto è possibile, gridano i cataloghi di Ikea: sistemare tre letti a castello in quindici metri quadrati, arredare la casa da cima a fondo con uno stipendio da insegnante, ricavare un vano cucina dietro la vasca da bagno…

Però, il mondo Ikea ha le sue regole. Appena entri ti trovi davanti allo Småland, che a causa del cerchietto capisci subito che è una parola svedese, ma poi non la sai pronunciare perché nella nostra lingua non c’è modo di pronunciare un cerchietto se non dicendo «cerchietto». Lì, compilato un modulo, devi abbandonare tuo figlio, novello Buchettino, nella foresta misteriosa. In questo modo, mentre lui razzola in una marana di palle di diverso colore, o si riposa dentro uno zoccolo di legno grande come una Smart, potrai andartene in giro con il tuo sacchettone giallo sotto il braccio. Qualcuno i figli se li porta dietro, ma nel mondo Ikea è un po’ una figuraccia.

La cosa diabolica è che a illustrarmi l’utilità dello Småland sono tre ragazzi di vent’anni con piercing e tatuaggi, che tracannano birra al magnifico bar svedese del primo piano. E senza alcuna ironia. Li avevo avvicinati perché sentivo arrivare la crisi da inadeguatezza. Intorno a me, da ore, avevo soltanto donne incinte e coppie sorridenti che si tenevano per mano. Avevo notato che la popolazione di Ikea è composta al cinquanta per cento da uomini, dato questo che non solo è imparagonabile con quello di qualsiasi altro negozio, ma che supera addirittura quello della media della popolazione mondiale. E ognuno di loro, uomo o donna, ha un progetto. Se si potesse sfruttare l’energia che viaggia per i corridoi di Ikea, il fremito di speranza, di attesa per una vita nuova tutta da arredare con librerie in faggio e portautensili di alluminio, potremmo rinunciare alla benzina, e magari evitare di bombardare per l’ennesima volta, inutilmente, un paese a caso tra quelli produttori di petrolio. È una specie di utero sempre gravido di domani. Cioè il posto giusto dove tentare il suicidio nel caso le tue aspettative per il futuro si limitino alla speranza di sopravvivere solo un altro po’, abbastanza da vedere una donna presidente della Repubblica, o leggere il prossimo libro di Philip Roth.

Ecco perché avevo avvicinato quei ragazzi, perché pensavo che anche loro si sentissero così. Che mi dicessero che vengono da Ikea solo per rimorchiare le svedesi, per far l’amore nei letti di faggio quando si voltano le commesse, per tirarsi dietro le polpette ai mirtilli. La signora Rossi è attesa da suo figlio Mario allo smolend, la signora Rossi… smolend, ecco come si pronuncia, proprio come in inglese e infatti vuol dire piccolo paese. Io guardo i tre ragazzi e sorrido, penso adesso facciamo una bella battutaccia su questo paradiso terrestre che va bene per gli svedesi ma qui, dove i bambini lasciati nelle foreste urlano come aquile, ci vuol altro che uno zoccolone di legno grande come un’automobile per trasformare il caos del mondo in un catalogo di prelibatezze. Adesso ce ne andiamo, noi, adesso usciamo da questo piccolo paese idiota e andiamo di nuovo a comprare i letti, le sedie, le cucine a gas nei negozi dell’usato o a Porta Portese, come abbiamo sempre fatto.

E invece loro il letto lo comprano qui. Perché costa meno e si può provare.

Ed è divertente. Allora faccio anch’io quello per cui tutti sostengono valga la pena di venire qui, sfidando traffico e chilometri: vado a provare le stanze. Mi butto sui letti, mi siedo a tavola di cucine stile country, fingo di battere i tasti di computer in ipotesi di ufficio, mi guardo negli specchi di bagni vezzosi. Entro ed esco da vite possibili, senza fare alcuno sforzo per inventarle. E intorno a me decine di persone fanno la stessa cosa. Mentre mi spaparanzo su un matrimoniale con spalliera mi volto e trovo un uomo accanto a me. Ci guardiamo e in quel momento siamo marito e moglie. Ma la moglie, quella vera, ci raggiunge come un falco e, seppure impedita dalla gravidanza avanzata, si riprende lo sposo tirandolo per un braccio. Dentro Ikea una cosa come questa è imperdonabile. Perché Ikea è peggio della vita. Nella vita si tradisce, si perde tempo, a volte ci si abbandona alla disperazione. Qui si marcia come soldati dell’esercito della felicità, e guai a disertare. E questo, se io fossi Philip Dick, sarebbe l’inizio per un altro spaventoso e bellissimo romanzo.

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