Cristina D'Avena Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristina-davena/ un blog di approfondimento culturale Fri, 23 Sep 2016 19:53:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Cristina D'Avena Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cristina-davena/ 32 32 Sognando Pechino https://minimaetmoralia.it/societa/sognando-pechino/ https://minimaetmoralia.it/societa/sognando-pechino/#respond Sat, 24 Sep 2016 07:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32090 Questo pezzo è uscito su La lettura del Corriere della sera, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

"Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo fai e quando lo ricordi".

Questa frase – di volta in volta attribuita a Sognatriceinviaggio77 o a MarcoPolo68 sui siti di miriadi agenzie di viaggio – benché suggestiva, sdolcinata e corriva si presta perfettamente a descrivere la triplice natura di Pechino Express.

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla quinta edizione di questo adventure game e, parafrasando l’anonimo aforisma, penso che questo viaggio attraverso le “civiltà perdute” di Colombia, Guatemala e Messico, con le sue tre vite, finirà col cambiare per sempre la mia.

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Questo pezzo è uscito su La lettura del Corriere della sera, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

“Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo fai e quando lo ricordi”.

Questa frase – di volta in volta attribuita a Sognatriceinviaggio77 o a MarcoPolo68 sui siti di miriadi agenzie di viaggio – benché suggestiva, sdolcinata e corriva si presta perfettamente a descrivere la triplice natura di Pechino Express.

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla quinta edizione di questo adventure game e, parafrasando l’anonimo aforisma, penso che questo viaggio attraverso le “civiltà perdute” di Colombia, Guatemala e Messico, con le sue tre vite, finirà col cambiare per sempre la mia.

Quando lo sogni (prima di sognarlo)

A dire il vero, il folle carrozzone sudamericano di Pechino Express per me è cominciato tre anni fa, in India.

Siamo a fine 2013, e un settimanale di moda mi manda a seguire il lancio dell’ultima fragranza di Bulgari. Come a un editore sia venuto in mente di mandare proprio me a un evento del genere è una storia nella storia legata al possesso di diversi calendari Pirelli, che prima o poi racconterò.

Fatto sta che, nell’unico pomeriggio libero da eventi mondani affollati di lanciatrici di petali di rosa ed elefanti misteriosamente addestrati a barrire all’unisono, mi ritrovo nella crepuscolare Pink City di Jaipur: unico estraneo di un gruppo di rodate giornaliste dei più importanti periodici di moda del mondo. Che, contrariamente a quanto temessi, invece di sbranarmi, mi adottano. Sistemandomi il papillon dello smoking alle feste, suggerendomi le domande da fare al mastro profumiere (“Sbaglio o è proprio un bouquet di osmanto quello che sento, magari con un afrore di albicocca e cuoio?”) o, come quel pomeriggio, riempiendomi di raccomandazioni materne: “Non toccare le scimmie. Non toccare le mucche. Non toccare i venditori di bidi…”

Alla fine, affamato e bastian contrario, approfittando di un momento di distrazione delle mie mamme adottive, mi lascio sedurre da un venditore ambulante di polpette di montone che frigge le sue leccornie su una lamiera arrugginita modellata a padella.

Scacciando il sospetto che l’olio in cui immerge le polpette estratte da un sacchetto di plastica possa essere quello dei motori dell’officina accanto, mando giù quella rovente poltiglia mugolando di piacere, conquistandomi il commento di Susanna, inviata di Vogue, un po’ disgustata, un po’ ammirata: “Saresti perfetto per Pechino Express!”

In quel momento non so ancora di cosa si tratti, ma l’idea mi si conficca nel cervello: è la prima volta che qualcuno dice che sono perfetto per qualcosa.

Quando lo sogni (ma non sai dove vai)

“Sei perfetto per Pechino Express!”

Non sono ancora sicuro si tratti di un complimento, ma a quanto pare lo pensano anche “quelli del programma”.

Ora devo solo decidere, a scatola chiusa – senza sapere dove andrò e con chi – se accettare o declinare l’offerta.

Ma la vera domanda che dovrebbe porsi un oscuro romanziere, quando gli viene proposto di partecipare a un reality che va in onda in prima serata su Rai2, non è tanto il Vado o non vado/mi si nota di più se vado o se non vado (ti si nota di più se vai, fidati), quanto il: che cosa mi metto?

Così, malauguratamente, mi affido a una squadra di amiche, ultras del programma dalla prima edizione: “Allora”, mi dice Olga, “tu chi saresti?”

“?”

“Chi vuoi essere a Pechino? Il Freak, l’Anonimo, lo Zombie, l’Astronauta, chi?”

“Sarebbe uno scrittore”, la interrompe Elisa, “forse il punto è capire… come si veste uno scrittore?”

“Male”, dice Olga, “molto male. Ma non li vedi quei poracci del Pigneto? Lasciamo stare va’”.

Stabiliscono che dobbiamo trovare un modello a cui ispirarci. Così ci sediamo davanti al computer e riguardiamo in streaming innumerevoli puntate delle diverse edizioni di Pechino, alla ricerca dell’ispirazione che, a quanto pare, arriva: “Devi diventare Massimo Ciavarro (seconda edizione)! Guarda come è esattamente quel tipo di maschio – rude ma chic, disinvolto ma elegante, piacente ma non effemminato – che dobbiamo fare di te!”

Ed eccomi trascinato per tutta Porta Portese da pseudofashionblogger che domandano ai bancarellai: “Ha qualcosa stile Massimo Ciavarro?”, e che mi ripetono incessantemente “Colori autunnali, devi essere autunnale, pensa a Massimo Ciavarro, come gli fa risaltare gli occhi”.

“Ma cosa c’entrano gli occhi, lui li ha azzurri, io…”

“Ecco, appunto, vedi di essere almeno autunnale, va’…”

Alla fine, a parte il cappello alla Indiana Jones requisitomi da Olga prima dell’imbarco perché “troppo poco alla Massimo Ciavarro”, sono riuscito a portare con me solo due cose che realmente avrei voluto indossare:

  1. le mie “camicie Acapulco” comprate a Los Angeles per andare a Las Vegas in un viaggio di paura e delirio di qualche anno fa.
  2. Delle magliette bianche con impresso “IT56J0306901401100000061904”, cioè il mio codice Iban (Banca Intesa Sanpaolo): perché è bellissimo che questo programma sia per beneficienza, ma io mi guadagno da vivere scrivendo romanzi “letterari”, non riesco più nemmeno a ricordarmi cosa si prova a ricevere un bonifico, ed è tempo di trovare qualche mecenate.

Quando lo sogni (e il sogno sta per finire )

Atterro a Bogotà, in Colombia, dove partirà la gara che, attraverso il Guatemala, porterà i vincitori a Città del Messico.

Gara che si fa in due, anche se per ora sono partito prima, da solo, in quanto “estraneo”.

L’altra metà della mia coppia, di cui non so nulla, mi raggiungerà insieme al resto dei concorrenti, il giorno dopo.

Quando comincerà il gioco dovrò consegnare portafoglio e cellulare ma, per adesso, mi dicono i produttori del programma, devo solo aspettare.

Domando: quanto?

“Ti faremo sapere, tu non ti muovere da qui”.

Così resto chiuso nella stanza d’albergo, in attesa. Tiro fuori il cellulare e cerco il wi-fi dell’hotel che, secondo le istruzioni sul comodino, si può usare gratuitamente, basta inserire il proprio cognome e il numero di camera.

Cubeddu

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Niente.

Riprovo.

Niente.

Chiamo in reception, balbetto qualcosa in spagnolo, “perdonas , señoritas, los uaifais non… funzionas…”

Nella mia mente, allucinata dall’ansia, mi convinco mi venga risposto “non podemos darles il uaifais, el uegos es iniziatos”.

Paranoia.

Eccomi, penso, mi stanno riprendendo, in fondo questo è un reality, cosa ci sarebbe di più reality?

Calma, respira, mi dico, non andare nel panico, sii di quelli furbi, quelli che capiscono tutto al volo, che non fanno la figura dei polli in televisione.

Così grido Aaahha, e spalanco l’armadio convinto di trovarci dentro un cameraman.

Soltanto grucce.

Mi getto a terra, plastico, atletico. Ammortizzo l’impatto al suolo, come in un film di arti marziali, con un piegamento sulle braccia, e guardo sotto al letto. Nessuno.

Corro in bagno, tiro la tendina della doccia. Nessuno.

Tutto si trasforma in un film di spionaggio: la telecamera deve essere nascosta. Frugo dappertutto, sempre più allucinato, sto per squarciare i cuscini con un calzascarpe alla ricerca di cimici, quando sento bussare.

Mi avvicino all’uscio con passi felpati, guardo dallo spioncino: Aaahha. Quello che sembra un cameriere del servizio in stanza DEVE essere in realtà un cameraman.

Apro lentamente la porta, sorride, mi punta contro il vassoio del pranzo. Aaahha, sollevo il coperchio: pollo fritto.

A quel punto, esasperato, lo afferro per le spalle, lo scuoto e grido “Ablas, digames, dove sta escondida la telecameras?!?

[José, se mi stai leggendo, sono davvero mortificato per come ho ridotto la tua bella divisa blu, è stato un malinteso e, per la cronaca, il motivo per cui non riuscivo a connettermi è risultato essere che alla reception mi avevano registrato come “Dr. Capeddu”]

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Quando (quasi) lo fai

La paranoia regna sovrana anche sulle ore che precedono il vero e proprio inizio del mio Pechino.

Vengo bendato e caricato su un furgone: “Aspetta qui, tra poco conoscerai con chi partirai”.

“Tra poco”, si sa, è un concetto relativo, e io, all’oscuro di tutto, tralasciando il timore di essere in realtà oggetto di scambio con qualche prigioniero politico delle FARQ (che a giorni avrebbero firmato storici accordi con il governo) non posso fare a meno di iniziare a figurarmi questo programma come un mix tra The Truman Show, Acido Solforico di Amelie Nothomb – che racconta un reality ambientato dentro un campo di concentramento – e il celeberrimo Hunger Games (anche se è più facile che mi spuntino gli occhi blu di Massimo Ciavarro che riesca ad esprimere anche solo un briciolo della grazia della splendida Jennifer Lawrence).

E, soprattutto, non posso fare a meno di domandarmi: con chi mi faranno viaggiare?

La mia mente proietta strane combinazioni anagrafoetnoprofessionalsessuali dei miti dalla mia infanzia a oggi: Cristina D’Avena, Natalie Portman, Philip Roth (con indosso una maglietta con scritto: il Nobel che non mi daranno mai vincilo tu per me), Ambra Angiolini (ai tempi di Non è la Rai), Vladimir Nabokov (resuscitato), Kate Moss (sempre e comunque), James Gandolfini (resuscitato), Bud Spencer (che purtroppo di lì a poco sarebbe venuto a mancare).

Poi, un brivido di consapevolezza mi attraversa la schiena: questo è Pechino, il conduttore è Costantino, Costantino è un uomo crudele, cosa avrà escogitato?

Penso all’incubo peggiore, l’orrore supremo: un’ex fidanzata.

Oddio, ma quale?

Quella che ha consegnato un dossier di 1800 pagine su di me al suo analista incolpandomi di ogni suo fallimento personale e professionale (compresi quelli prima che ci frequentassimo)?

Quella che ha gettato tutti i miei vestiti dalla finestra (e il mio portatile, e i miei libri, e la mia dignità…)?

Quella che ha preferito sposare un surfista australiano?

Oppure, oddio, oddio: e se fosse la madre di una mia ex fidanzata?

Tipo, quella che da ragazzino mi buttò fuori di casa sua perché, una notte, mi beccò ubriaco sul terrazzino a orinare sulla sua pianta di melanzane?

Per fortuna, la porta del furgone si apre, qualcuno mi prende per mano e mi porta da qualche parte. Sento scandire il mio nome con toni enfatici, applausi, ed ecco che, tolta la benda, incontro la mia compagna di viaggio: Silvia Farina, truccatrice romana, amante del rosa shocking.

[Se mi sia andata meglio o peggio di come temevo, ogni spettatore potrà stabilirlo da sé]

Quando lo fai

La telecamera è un mezzo potente, cambia tutto, ma non perché renda le cose più superficiali. Al contrario: perché rende ogni cosa più intensa, complessa, memorabile.

Paradossalmente, sapere di essere ripresi permette di vivere le cose in maniera più diretta.

Per me, che tendo a trasformare in memoire ogni cosa che vivo, rovinandomi così l’immediatezza delle esperienze, non c’è cosa più rassicurante al mondo di un viaggio televisivo: che è già automaticamente racconto, senza che si debba raccontarlo in prima persona; e che, obbligandomi a stare senza telefonino per fotografarle e connessione per condividerle, le esperienze mi costringe prima di tutto a viverle.

Così mi abbandono al viaggio e mi sembra la cosa più normale del mondo sfrecciare su una Willys (la tradizionale Jeep delle piantagioni), mangiare platano fritto e arepas (insipide frittelle di mais), essere ospite in case senza acqua corrente e tetti fatiscenti in paesaggi da cartolina, rinfrescarmi bevendo aguapanela, giocare a pallone con un intero paesino di bambini e chiacchierare (in uno spagnolo sempre più improbabile ma irragionevolmente efficace) con famiglie di decine di persone in verande in cui i discorsi sono scanditi dai toc degli insetti che ci si schiaccia sulla schiena.

Ripreso da cameramen che sembrano ironmen, in un percorso tracciato magistralmente da professionisti dell’avventura, conoscerò il proprietario di una finca di caffè che siccome non possiede il macchinario per macinarlo ne beve uno molto più scadente del suo, guarderò le partite di Copa America commentate davvero come facevano vedere a Mai dire gol, con quei tanto improbabili quanto interminabili Goooooooooooooollazo e non riuscirò a memorizzare la differenza tra Buenas tarde e Buenas noche.

L’impatto con la Colombia è una girandola di facce, profumi, contraddizioni (chiese evangeliche in cui si consumano disgustosi beveroni di Herba life e cordiali venditori di cocaina a sei euro al grammo). Così come contraddittorio è fin da subito il mio stato d’animo: sono esaltato per essere in un programma con Tina Cipollari e Lory Del Santo (sarà che sono un uomo frivolo, ma le ho trovate più interessanti e raffinate di tanti intellettualoidi che normalmente sono costretto a frequentare) e commosso dalla storia di una ragazza i cui genitori, piccoli spacciatori, sono stati assassinati dai cartelli della droga.

Con Diana ci sediamo nel baretto davanti a casa sua: il venticello tiepido, la musica “ranchera”, così dozzinale e malinconica, e mentre beviamo una cerveza dopo l’altra mi sento pervaso da un senso di pienezza, distratto dal ticchettare delle unghie del suo cane che ci gironzola intorno, mentre mi racconta che si mantiene con l’ex attività di copertura della famiglia, una gallera, cioè un’arena per il combattimento di galli. È orgogliosamente omosessuale, tifosissima di calcio (“Me gustan Totti e la Roma”), ambiziosa e triste come nessuna ragazza abbia conosciuto prima d’ora, mentre mi dice “Nosotros tenemos mala fama pero somos guerreros”.

Quando lo ricordi (o meglio: quando lo rivedi)

E adesso che sono tornato?

Si ricomincia. Rivedrò il viaggio che ho fatto, con tutte le prove, gli entusiasmi, i fallimenti, le liti, le gioie, i nuovi amici del cast e della troupe, le albe gloriose, le immersioni nel fango, le nuotate caraibiche, gli innumerevoli autostop sui cassoni dei pickup, quella volta che, furibondo, ho diretto il traffico di una città…

Rivedrò me stesso, certo, ma quale me stesso rivedrò?

In un certo senso sarà tutto nuovo: tutti quei giorni diventeranno una sintesi televisiva di pochi minuti, grazie al montaggio, che è come la memoria selettiva, però di qualcun altro.

Nel rivedermi fatico a riconoscermi: “estraneo”, di nome e di fatto, a me stesso e agli altri.

Come Pessoa diceva del poeta, che finge così completamente da arrivare a fingere che è dolore il dolore che davvero sente, anche il concorrente di un reality è un fingitore, che finge di essere realmente ciò che realmente è.

Il timore più grande è che le cose vadano come nel secondo magistrale racconto di Numero 11 di Jonathan Coe, in cui una cantante in declino, per riscattarsi ma soprattutto per bisogno di soldi, decide di partecipare a un reality show, venendo fatta a pezzi sui social network.

Perché ormai, come ho avuto modo di leggere su queste pagine in un articolo di Aldo Grasso, con la social tv, l’assunto di McLuhan, “il mezzo è il messaggio”, si è ribaltato in “il contenuto è il mezzo”: la televisione sarà sempre più influenzata, e perciò sostanzialmente fatta, dai contenuti che i suoi utenti pubblicano in rete durante la visione dei programmi.

E quindi, a ben pensarci, un viaggio (con Pechino Express) non si vive solo tre volte, come sostiene GabbianellaLivingston89 su TripAdvisor, ma quattro: quando lo sogni, quando lo fai, quando lo “rivedi”, e quando i fan lo commentano (magari facendoti a pezzi).

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“Hai paura del buio?” Teresa Ciabatti intervista Cristina D’Avena https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-paura-del-buio-teresa-ciabatti-intervista-cristina-davena/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-paura-del-buio-teresa-ciabatti-intervista-cristina-davena/#comments Sun, 20 Jul 2014 09:11:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22317 “Tu non devi crescere mai” le scrivono i fan. E lei non li delude. Perché tutto quello che è e che ha costruito lo deve a loro, ai bambini di un tempo. “Crescere significherebbe tradire la loro infanzia” dice.

Cristina D’Avena, cinquant’anni il 6 luglio, trent’anni di carriera, settecentocinquanta canzoni, disco d’oro per la Canzone dei Puffi, si è fermata laggiù.

Esattamente dove?

Agli anni di Kiss me Licia. Se sento qualcuno chiamare Licia, mi giro.

Gli anni più felici?

Licia ero io. Quella era la mia famiglia. Kiss me Licia è stato il primo telefilm italiano per ragazzi. Giorgio Gori, allora direttore di rete, ci faceva i complimenti: campioni di auditel. Nessuno ci voleva contro. Antonio Ricci litigava per farci spostare, diceva che portavamo via pubblico al Gabibbo. “Tutto ma non Licia” diceva. Eravamo la sua ossessione.

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“Tu non devi crescere mai” le scrivono i fan. E lei non li delude. Perché tutto quello che è e che ha costruito lo deve a loro, ai bambini di un tempo. “Crescere significherebbe tradire la loro infanzia” dice.

Cristina D’Avena, cinquant’anni il 6 luglio, trent’anni di carriera, settecentocinquanta canzoni, disco d’oro per la Canzone dei Puffi, si è fermata laggiù.

Esattamente dove?

Agli anni di Kiss me Licia. Se sento qualcuno chiamare Licia, mi giro.

Gli anni più felici?

Licia ero io. Quella era la mia famiglia. Kiss me Licia è stato il primo telefilm italiano per ragazzi. Giorgio Gori, allora direttore di rete, ci faceva i complimenti: campioni di auditel. Nessuno ci voleva contro. Antonio Ricci litigava per farci spostare, diceva che portavamo via pubblico al Gabibbo. “Tutto ma non Licia” diceva. Eravamo la sua ossessione.

L’apice della sua carriera?

1992, concerto al Forum di Assago. Sono stata la prima donna a salire su quel palco. Tutto esaurito: 15mila in sala, 3mila all’esterno.

Quando è iniziato a cambiare qualcosa?

Non è cambiato niente. Ho sempre moltissimi fan, ricevo centinaia di lettere e proposte di matrimonio da uomini di tutte le età, dai venticinque ai novant’anni. Solo che oggi mi scrivono su Facebook. Senta qui la tenerezza di queste persone: “Veronica: è stato fantastico, con Pollyanna avevo i brividi, e mi è bastato chiudere gli occhi per riassaporare i profumi e i ricordi di quando ero piccola; Ivan: Bellissimo look. Adoro la gonna; Mattew: dove ci sei tu, c’è sempre boooooom;”

Va bene non è cambiato niente, lei ha ancora molti fan…

Una volta a un mio concerto è venuto un punkabbestia, barba, piercing, birra. Ho pensato: si sarà sbagliato. Poi quando ho iniziato a cantare Memole e lui è scoppiato a piangere, ho capito: l’infanzia è il rifugio di tutti. Bisogna tornare alla purezza dell’infanzia.

Dopo l’infanzia cosa c’è per lei?

Sempre a un mio concerto scoppia una rissa. Io mi fermo e dico al microfono: “vi rendete conto cosa state facendo? Noi rievochiamo l’infanzia e voi vi picchiate, sporcate il ricordo con la violenza!” Si sono fermati.

Quale dei suoi personaggi avrebbe potuto dire queste parole?

Grande Puffo, ma anche Georgie.

Tornando alla sua carriera: non è cambiato niente, l’amore del pubblico è invariato, lei però a un certo punto è stata meno presente in tv, giusto?

Non nego di aver sofferto quando hanno chiuso la Tv per ragazzi. Per loro i bambini contano poco.

Per loro chi?

I dirigenti tv, gli adulti.

Cosa fa oggi Cristina D’Avena?

Concerti per l’Italia, centri commerciali. Conduco karaoke per bambini nei centri commerciali. Ho lanciato una mia linea di sneakers. Vado negli ospedali a far visita ai malati.

Un ricordo legato all’ospedale?

Ho cantato I Puffi per un ragazzo in coma.

Si è risvegliato?

No.

A proposito di Puffi, anche le nuove sigle sono cantate da lei.

Sì.

La voce sembra la stessa di quando era bambina.

È un dono di Dio. Almeno con quella ho fermato il tempo.

Conserva qualcosa del suo passato?

Ho un magazzino dove conservo tutti i vestiti di scena. Ogni tanto li riguardo, li riprovo. Alcuni non mi entrano più.

È credente?

Voglio raccontare un episodio che non ho mai raccontato prima, lo voglio raccontare per un motivo: trasmettere ai giovani che Dio c’è.

Dunque: sono in macchina con mia sorella e altri amici. Scoppia una gomma, la macchina gira su se stessa una decina di volte. Io vedo ghiaia e non asfalto. E le macchine intorno ferme, ogni cosa attorno di colpo immobile. Non ci sono stati danni, né feriti. Un miracolo.

O una magia. Se fosse Fata Turchina cosa farebbe?

Fermare il tempo.

Pensa di esserci riuscita in qualche modo?

Non so. Diciamo che odio i cambiamenti. Ho sempre vissuto con mamma e mia sorella. Vivo ancora con loro.

La scelta di non sposarsi è stato un modo per non cambiare?

Non mi vergogno a dire che soffro un po’ della sindrome di Peter Pan, che male c’è? Poi intendiamoci, non è che io non sia cresciuta, solo che mi sono fermata a 24 anni.

Certe volte mi guardo allo specchio e dico: “Cri, cosa vuoi?” Quando devo rispondere me ne vado.

Di cosa ha  paura Cristina D’Avema?

Del buio. Da quando sono piccola dormo con la lucina. Se mi sveglio, devo sapere dove sono.

La morte che teme di più?

Quella di mamma.

Lei è anche un’icona gay?

Faccio molti concerti per i gay. Mi vesto da fatina perché loro mi vogliono ancora così. Creamy è un simbolo. Una bambina maschiaccio che con la bacchetta magica si trasforma in prima donna. È l’ideale della trasformazione. Molti di loro sono cresciuti con questa speranza. Quando canto Creamy o Sailor Moon i gay si commuovono.

Il verso di una sua canzone che la emoziona di più?

Hai la notte in te, principessa di un regno che non sai dov’è, Hai la luna in te, con la luna vedi sempre dove vai.

E lei dove va?

Sono sempre qui, nello stesso punto.

Cos’è l’infanzia per Cristina D’Avena?

Il luogo più protetto.

 

Questo articolo è uscito su “Il Venerdì di Repubblica”. Ringraziamo autrice e testata.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

L'articolo Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta proviene da Minima et Moralia.

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