critica letteraria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/critica-letteraria/ un blog di approfondimento culturale Wed, 08 Feb 2023 18:16:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg critica letteraria Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/critica-letteraria/ 32 32 «Parliamone come se esistesse»: “Scrivere la realtà” di Brian Dillon https://minimaetmoralia.it/letteratura/parliamone-come-se-esistesse-scrivere-la-realta-di-brian-dillon/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/parliamone-come-se-esistesse-scrivere-la-realta-di-brian-dillon/#respond Thu, 09 Feb 2023 08:00:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51834 Scrivere la realtà non è quindi un libro che offre risposte definitive, ma si inserisce perfettamente nel taglio che il saggio opera sulla realtà, in quella fessura di difficile conoscenza abitata soprattutto da fantasmi e soggetti astratti.

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«Parliamone come se esistesse» ha scritto Roland Barthes in Il piacere del testo e questa formula apodittica e un po’ misteriosa, non priva di un possibile e volontario travisamento dell’oggetto di cui poi si parla e pienamente rispondente all’elegante sfuggevolezza della prosa barthesiana, risuona come impossibile, e quindi perfetta, caratterizzazione di un genere, il saggio, le cui forme non hanno alcuna possibilità di essere definite una volta per tutte. Accarezzando le forme di questo azzardo letterario e provando a valutarne le ricadute sulla sua opera e sulla sua vita, Brian Dillon in Scrivere la realtà. L’arte del saggio perfetto (pubblicato da Il Saggiatore con la traduzione di Andrea Sirotti) costruisce uno spazio dove il saggio viene sezionato ed esplorato e vengono interrogate le sue possibilità di descrivere l’uomo e il mondo.

Essayism, questo il titolo dell’edizione inglese, arricchito in quella americana dall’esplicativo sottotitolo On form, feeling and nonfiction, è un libro dove Dillon mette alla prova la forma saggistica tirandone i confini e le prerogative, immergendo una riflessione estremamente letteraria, e che fa riferimento, tra gli altri, a Roland Barthes, Susan Sontag, Maurice Blanchot, Joan Didion o Cyril Connolly, tra le pieghe della propria esistenza, confrontandosi con il suo modo di leggere questi libri e con gli eventi che hanno costellato la sua vita, dalla fine della sua lunga storia amorosa alla depressione («Ho sempre saputo che un giorno mi sarebbe stata diagnosticata la depressione, proprio come a mia madre. Ho pensato che nella mia famiglia funzionasse così»).

«Ero e rimango del tutto incapace di elaborare sulla pagina un argomento ragionato e coerente, tanto meno di descrivere me stesso» scrive a un certo punto Dillon e in questa confessione non c’è alcun desiderio di giustificare un libro dove sono altri libri a provare a fornire questa descrizione, ma piuttosto la misura di una caratteristica della letteratura contemporanea che, per almeno buona parte del Novecento, può procedere solo per frammenti, confessioni a mezza bocca e utilizzare maschere letterarie per coprire un’assenza di senso. Allora Scrivere la realtà funziona come straordinaria bussola per riconoscere da un lato le forme storiche e oblique della saggistica (i primi capitoli ripercorrono per brevi cenni proprio la storia del saggismo) e, dall’altra, di vedere come questa forma possa essere ancora in grado di raccontare il rapporto eccezionale tra vita e parola in una società dove qualsiasi desiderio di completezza è destinato a essere frustrato. Il libro infatti assume un forma quasi concentrica: dai capitoli iniziali dove l’attenzione si posa sull’oggetto di questo libro (sulle origini del saggio, sul deviazionismo che ne abita ogni prospettiva, sulla sua mancanza di completezza e sull’attrazione per la forma che, come un demone, abita chi ne fa uso), Dillon passa pian piano a enucleare come queste scritture incidano sulla sua visione del mondo e sulla sua scrittura, ingrandendo sempre di più il suo punto di vista.

A partire dal capitolo Dispersione, straordinario esercizio di micro-critica che analizza il valore delle particelle atmosferiche che abitano i saggi e i romanzi di Virginia Woolf, Dillon si imbarca in una riflessione introspettiva che si concentra su come la sua primaria attività di scrittura si condensi in testi brevi («ho preso a pensare che questa propensione verso le forme brevi debba essere anche l’espressione di quell’ansia, non solo la sua cura»), su un coraggioso capovolgimento del rapporto tra scrittura e depressione («e se l’affinità rovinosa e salvifica tra depressione e saggio fosse ciò che ti ha portato in primo luogo in questa situazione?»), su come lo stile sia un ricerca che non scivola solo nell’estetismo ma diventi scrittura stessa (molte belle le pagine dedicate a un saggista sui generis Cyril Connolly, il Palinuro autore dell’importante La tomba inquieta, «nostro contemporaneo di saggismo»), sul valore della frammentarietà e degli aforismi nella loro possibilità di toccare il dettaglio o su come La camera chiara di Roland Barthes sia un esempio perfetto, proprio perché non parla propriamente della fotografia, di saggio e su come la ricerca del semiologo francese sulla madre risuoni nel suo profondo.

Parlando del Tentativo di esaurire un luogo parigino di Georges Perec, altro autore fondamentale per comprendere la dispersione che la forma saggistica agita, Dillon riflette su come in questo libro l’autore si debba scontrare con l’impossibilità di affrontare tutto ciò che l’occhio osserva, di come pian piano una cosa prenda il sopravvento su un’altra e scrive che questo piccolo libro rivela un curioso effetto del saggio: questo «si allontana invariabilmente dagli oggetti a portata di mano per entrare nei domini della speculazione e persino della fantasia, perché questa è la libertà che tale attenzione permette». La libertà di cui parla Dillon in riferimento al saggio può essere certamente una delle spiegazioni per l’attrazione verso questo tipo di scrittura e per comprendere come la molla della curiosità (un esempio su tutti, e molto lontano nel tempo, il medico Thomas Browne, autore di eruditi e straordinari cataloghi) innervi le sue forme più estreme, rivelando per esempio l’insospettabile interesse per un elenco o per la collezione di immagini, un lavoro incompiuto che chiede poi al lettore di mettere insieme i pezzi.

Lo storico dell’arte Roberto Longhi, nel suo saggio Prospettive per una critica d’arte, scrive che la critica è una «storia di evasioni» e così può essere considerato il saggio che trova la sua forma proprio nell’informe, nella possibilità perduta di aderire all’oggetto di cui parla, che può essere tanto la morte di una falena quanto «ciò che un altro autore ha imparato di sé il giorno in cui perse i sensi», «che effetto faceva volare in alto sulla capitale quando il volo era ancora una novità» o il resoconto di ciò che è «passato nella testa dell’autore negli istanti precedenti un incidente con la carrozza postale» per citare alcuni esempi portati da Dillon. La natura impraticabile del saggio e, contemporaneamente, l’attrazione verso le sue forme, suggeriscono un percorso senza fine, un cominciamento continuo alla ricerca della concretizzazione di quell’estremo suggerimento di Cioran: «Non bisogna costringersi a un’opera, bisogna solo dire qualcosa che si possa bisbigliare all’orecchio di un ubriaco o un morente».

Scrivere la realtà non è quindi un libro che offre risposte definitive, perché queste probabilmente non ci sono, ma si inserisce perfettamente nel taglio che il saggio opera sulla realtà, in quella fessura di difficile conoscenza abitata soprattutto da fantasmi e soggetti astratti, un libro che, come ogni autentica ricerca e, ancor di più come ricerca critica, non mira a concretizzare e ritrovare l’oggetto che cerca, ma mette in bella mostra, piuttosto, la sua inaccessibilità.

 

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«Ogni libro che leggevo era una forma dell’infinito»: Pietro Citati, La ragazza dagli occhi d’oro https://minimaetmoralia.it/letteratura/ogni-libro-che-leggevo-era-una-forma-dellinfinito-pietro-citati-la-ragazza-dagli-occhi-doro/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ogni-libro-che-leggevo-era-una-forma-dellinfinito-pietro-citati-la-ragazza-dagli-occhi-doro/#respond Tue, 22 Nov 2022 08:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51539 Tra le pagine di "La ragazza dagli occhi d'oro" arde la fiamma più vera di chi ama la letteratura: nella deduzione e nella possibilità di scovare i segreti tra le parole delle opere sta uno dei lasciti più preziosi di Citati, il suo metodo, il suo modello di critica letteraria

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Ci sono, passata la metà di La ragazza dagli occhi d’oro di Pietro Citati, due saggi che, così affiancati, sembrano essere legati non solo da una vicinanza tematica, ma anche suggerire al lettore un dispositivo ermeneutico per addentrarsi tra le pagine di questo libro, una delle tantissime chiavi per provare ad avvicinarsi alla scivolosa e profondissima capacità di Citati di leggere le opere di ogni tempo. Il primo di questi testi è dedicato a Giorgio Manganelli, conosciuto da Citati nell’ufficio di Livio Garzanti (un trafelato Manganelli che giunge di corsa nell’ufficio, «che fu, per noi, – aggiunge Citati – tanto delizioso quanto odiosissimo», portando con sé, imbarazzato e insicuro, il manoscritto di Hilarotragedia) e che, da quel momento, diventerà un amico fedele con cui mangiare uccelli allo spiedo o muoversi tra i luoghi più diversi di Roma. Nel ritratto generoso e commosso che Citati dedica a Manganelli sembra possibile individuare, tra le penombre dell’effigie manganelliana che ne emerge, un’immagine speculare di Citati che quando scrive che «Manganelli pretendeva di essere incompetente: perché, sosteneva, “lo scrittore è colui che è sommamente, eroicamente incompetente in letteratura. Come l’innamorato è colui che fra tutti gli uomini e le donne ha ottenuto la grazia della totale incompetenza a proposito di amore”» e che «Era onnivoro. Leggeva di tutto, con una passione che di rado ho conosciuto: cose note e ignote, rare e comuni» pare pensare anche a sé stesso, alla comunanza di un’amicizia letteraria che si sublimava nella stessa curiosità e capacità di scandagliare i segreti delle pagine.

Le parole su Manganelli quindi fanno pensare all’opera di Citati stesso, immortalata adesso da questo libro edito da Adelphi a pochi mesi dalla sua scomparsa, un volume che in otto sezioni si muove dall’antichità alle forme più intriganti del Novecento e del tempo presente passando dagli amati maestri dell’Ottocento (Goethe prima di tutto, di cui è straordinaria testimonianza il libro pubblicato da Adelphi, ma anche Balzac, Dumas, Dickens) letti e riletti sempre con la capacità di vedere qualcosa di nuovo, qualcosa in più, qualcosa che a chi non cerca con fatica le porte di accesso tra le parole del testo è negato. Cercare non significa sempre trovare, ma ciò che rende significativo il lavoro di Citati è anche l’inattualità del suo modo di fare critica letteraria, un modo che si distacca dalle modalità contemporanee del lavoro ermeneutico perché Citati va in cerca dei luoghi più radicali, profondi e puri del testo immergendosi in esso. Mario Lavagetto ha scritto che la critica «deve cercare qualcosa che c’è, che è nel testo e che ne determina – invisibile – il funzionamento» e vanno in questa direzione le pagine di Citati che quasi mai, lavorando su un testo, si affida al confronto con altri autori e altre opere, ma compie invece un vero e proprio lavoro archeologico di scavo tra i segni in cerca dei significati.

È per questo che La ragazza dagli occhi d’oro è un libro che vive proprio sull’affiancarsi continuo dei brevi testi che lo compongono, perché solo nella lettura organica del lavoro di Citati sarà possibile costruire una rete di relazioni e di vicinanze tra libri di epoca diversa e solo così apparirà, in filigrana, fragile e sottile, la costellazione di autori che hanno significato per l’autore una certa idea della letteratura e della lettura. Riflettendo infatti sul saggio di Proust Sulla lettura, Citati sottolinea come non si trovi d’accordo su un passaggio dello scrittore francese, ovvero quando scrive: «non credo che la lettura abbia nella nostra vita spirituale quel ruolo preponderante che Ruskin sembra attribuirle» e, poco dopo, che «la lettura non è che il più nobile degli svaghi». Ciò che Citati vuole correggere (e che in realtà anche Proust stesso correggerà) della prospettiva di Proust, a cui ha dedicato uno dei suoi libri più belli, La colomba pugnalata, ci rimanda direttamente all’importanza che lui assegna al momento della lettura e della ricerca: «La Recherche – scrive infatti Citati –, questo libro senza principio e senza fine, o con un principio e una fine indefinibile, nasce dalla conquista di un numero infinito di letture, di quadri, di musiche, e persone e paesaggi e personaggi». Sono le letture quindi a creare l’universo di ogni uomo («ogni libro che leggevo era una forma dell’infinito, che inseguivo, e inseguivo, e fallivo continuamente nell’inseguire») ed è da questa considerazione che si può capire come, da un lato, ogni libro sia una particella confusa di un universo in continuo mutamento e movimento, e dall’altro come quindi Citati, specchiandosi negli autori di cui parla, costruisce ogni volta una parte diversa di sé stesso.

Questo vale per Emil Cioran, caro amico di Citati che lo frequentò a lungo a Parigi («Restavamo per ore a chiacchierare: chiacchierare e chiacchierare: via via, il riso diventava più assurdo e inconcepibile; fino a quando, arrivati al culmine, Cioran indossava l’impermeabile, e usciva di casa, camminando a mezzanotte per le deliziose strade di Parigi, della sua Parigi, piovosissima, che egli amava con una passione travolgente, pur affermando di detestarla»), vale per Sherlock Holmes (maestro della deduzione e forse per questo personaggio adorato da molti critici letterari, come Citati, interessati al dettaglio rivelatore di un’opera intera: «nella letteratura, o nella pittura, è una condizione rarissima, quasi inesistente. Sherlock Holmes ama una sola specie di realtà: il minimo»), vale per Roberto Calasso («Per narrare la metamorfosi nel ventunesimo secolo, Calasso possiede moltissime qualità. In primo luogo, una straordinaria cultura, che non finisce di meravigliarci: egli è a casa in quasi tutte le epoche, in quasi tutti i libri, in quasi tutti i miti. In secondo luogo, un acutissimo occhio analogico, che gli fa scoprire qualsiasi affinità nell’universo dei libri e della storia») e vale per tanti altri autori vicini e lontani sui quali l’occhio scrupoloso di Citati si posa, da Epitteto a Poliziano, da Pascal a Wilkie Collins.

E si torna così alla seconda figura a specchio a cui si accennava all’inizio, Alberto Arbasino, qui ricordato attraverso l’articolo che Citati scrisse dopo la sua morte, forse ancor più colpito dalla scomparsa di un caro coetaneo e spinto naturalmente a riflessioni definitive anche su sé stesso: leggiamo in questo testo l’apprezzamento per il movimento continuo della mente e del corpo dello scrittore («Una cosa mi piaceva alquanto. Arbasino era sempre altrove. […] Arbasino era sempre in movimento. Leggeva, leggeva, leggeva, appropriandosi di ogni cosa.»), un gradimento totale per ciò che faceva («Il motto di Arbasino era: “Supera la fontiera di Chiasso”. Era bravissimo: molto più bravo di me») e la condivisione dell’amore per Gadda («Fu l’unico, credo, a creare uno strano movimento: i Nipotini dell’Ingegnere; l’ingegnere era, naturalmente, Carlo Emilio Gadda, l’autore di tutti i capolavori in prosa della letteratura italiana moderna. Arbasino aveva un culto per L’Adalgisa, La cognizione del dolore e il Pasticciaccio; e ne parlava con rara precisione»). Citati dunque, anche nel caso dell’amico Arbasino, si specchia, si costruisce e si racconta attraverso la letteratura.

Gli itinerari invisibili che legano le opere e le epoche costruiscono il percorso che offre la sua immagine leggera tra le pagine di questo libro dove tempi lontanissimi parlano tra loro attraverso la lingua comune di chi li ha letti e riletti. Non deve infatti sorprendere come l’interesse di Citati non trovi mai un unico centro, un’unica specializzazione potremmo dire, un termine che oggi diventa spesso sinonimo di ristrettezza dello sguardo, muovendosi invece senza requie perché esso è sospinto solo dalla curiosità di conoscenza e dal desiderio dell’interpretazione, i due demoni che costituiscono il valore assoluto della critica letteraria. In La mente colorata, straordinaria indagine sul mito del racconto e sull’Odissea, Citati scrive che Ulisse «conosce le ansie, le angosce, le fatiche della mente e del corpo, i terrori più alti e più vili», ma è anche lo stesso Citati a vivere con trasporto ed emozione la lettura, la letteratura che si fa esistenza, le storie che vengono raccontate e che muovono l’animo di chi sa ascoltare la grana delle parole. Citati scrive che la «chiave» di Balzac, tra i suoi autori prediletti, sta nella frase del prologo del “Vangelo di Giovanni”, «Et verbum caro factum est», rivelandoci un’altra finissima mise en abyme, perché anche per Citati la parola è carne, è materia viva che plasma e che crea, capace di trasportare e far immaginare. Tra le pagine di La ragazza dagli occhi d’oro arde la fiamma più vera di chi ama la letteratura: nella deduzione e nella possibilità di scovare i segreti tra le parole delle opere sta uno dei lasciti più preziosi di Citati, il suo metodo, il suo modello («per quanto, nella realtà, non esista nessun modello» annota parlando di Lévi Strauss) di critica letteraria.

 

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Il coraggio della complessità: “Quel che ci è dato” di Marilynne Robinson https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-coraggio-della-complessita-quel-che-ci-e-dato-di-marilynne-robinson/#respond Mon, 08 Mar 2021 07:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48018 I saggi di Marilynne Robinson sembrano un miracolo: ogni pagina, ogni riga invita infatti a un approfondimento continuo, in un processo di lettura che pare senza fine.

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Il processo di semplificazione che attraversa ogni ambito del mondo contemporaneo sembra, più o meno lentamente e con più o meno resistenza, inesorabile. La semplificazione non è per definizione qualcosa di negativo ovviamente, ma quando questa si accompagna al desiderio di dare maggiore velocità alle informazioni veicolate, addormentare il ragionamento e la critica, il processo diventa qualcosa di esecrabile, un movimento da condannare perché inutile. Il rischio più grosso è quello di una anestetizzazione del pensiero, l’abitudine alle cose semplici e la conseguente difficoltà dentro le complessità. Non è esente da questo rischio certamente la letteratura che se, come scrive Nabokov nelle sua lezioni di letteratura, afferisce al regno dell’inutile, è anche ciò che può dare «l’appagamento puro e assoluto», contribuendo alla serenità e al «benessere mentale più genuino». I libri che si pongono in controtendenza rispetto a questo processo, che non concedono semplificazioni al lettore, ma che invece lo trattano con il grado di difficoltà che una materia complessa come la scrittura e la letteratura deve scatenare, senza adombrare scorciatoie, sono dei gioielli rari e preziosi.

La sensazione che generano i saggi di Marilynne Robinson raccolti in Quel che ci è dato (appena tradotti da Eva Kampmann per minimum fax che ha in catalogo anche un’altra raccolta di saggi di Robinson, Quando ero piccola leggevo libri) è proprio questa e pare quasi di trovarsi davanti a un miracolo: ogni pagina, ogni riga di questi saggi invita infatti alla rilettura, all’approfondimento, ad andar a controllare le pagine precedenti, in un processo di lettura e interpretazione che pare senza fine. Questo accade non perché Robinson indugi in una complessità fine a se stessa, che potrebbe anche essere consona agli argomenti complessi che vengono trattati, ma perché ogni pagina e ogni parola risulta così densa di significati da spalancare continui spazi ermeneutici troppo intriganti per non essere percorsi.

Si prenda a esempio il testo che apre questa raccolta, intitolato Umanesimo: qui Robinson parte dalla definizione di Umanesimo, tratteggia in poche parole ma con grande precisione il clima e il significato delle azioni di quel gruppo di appassionati studiosi dell’antichità e poi getta in campo l’annosa domanda sull’utilità degli studi umanistici in un mondo come quello contemporaneo dominato dalla scienza e dalla tecnica, dove l’imaging cerebrale probabilmente non evidenzierebbe nulla di diverso nel cervello di Shakespeare rispetto a quello di qualsiasi altra persona: per un momento Robinson sembra quasi convincerci e convincersi del predominio della tecnica ma poi, improvvisamente, il ragionamento scivola in un vicolo cieco gnoseologico che non può che riportare alla questione descritta all’inizio del saggio, mostrando l’importanza del «valore dell’io umano». Nel giro di una manciata di pagine scorrono davanti agli occhi del lettore principi di critica letteraria, di neuroscienze, di storia della scienza (Darwin) e di teologia, magnificamente aderenti al ragionamento perché, ed è questo un altro pregio di Robinson, non c’è mai nessun eccesso di conoscenza, nessuna esposizione tronfia delle capacità di ragionamento; Robinson, come una saggia alchimista, dosa il suo sapere, ne utilizza quel che basta per rendere la scrittura e i ragionamenti brillanti e multiformi, come se osservasse il mondo attraverso una pietra preziosa e ci donasse la possibilità di gettare l’occhio anche a noi attraverso questo straordinario punto di vista.

Questo porta a una visione ben precisa della scrittura e della cultura, ben esemplificata nel saggio intitolato Riforma dove Robinson si muove tra i personaggi principali della grande riforma del cristianesimo nel Cinquecento, «soprattutto storia di libri e pubblicazioni», come Giovanni Calvino, Martin Lutero e John Wycliffe, tutti promotori di un cristianesimo più vicino e accessibile al popolo anche grazie al loro lavoro di traduzione della Bibbia, personaggi che si fecero carico di cogliere «la bellezza del parlato corrente» mostrandosi «sensibili alle qualità estetiche di qualunque cosa una cultura abbia stigmatizzato come un marchio d’ignoranza». Nelle storie della Riforma che si snodano attorno alla traduzione della Bibbia e al viaggio dei puritani verso gli Stati Uniti, viaggiatori antenati della Robinson come lei stessa suggerisce e che stridore tra la società da loro immaginata e quella americana di oggi, la scrittrice americana insiste sul fatto che le lingue vernacolari insieme alla «bellezza misconosciuta e la capacità di esprimere significati profondi che racchiudevano» rese «l’ampia diffusione del sapere possibile e urgente, oltre che un atto di godimento estetico e di grandissimo amore».

La diffusione del sapere avvertita come un bisogno urgente, come un atto d’amore, è forse una delle chiavi più profonde per comprendere l’opera di una delle più grandi scrittrici contemporanee che nei suoi romanzi, tradotti in Italia da Einaudi e forse non letti quanto meriterebbero, ha creato un mondo basato su una serie di interrogativi attorno a una meditazione religiosa onesta e profonda, suggerendo l’esistenza di un futuro che, come ha scritto Nicola Lagioia, «vale la pena di essere vissuto», illuminando «la dimensione dello spirito a cui potremmo accedere se avessimo la meglio su una serie di ostacoli interiori che rappresentano la nostra vera dannazione». L’afflato religioso è ovviamente presente in tutti i saggi di Quel che ci è dato, una sovrastruttura del pensiero che diventa decisiva per indagare i fenomeni della società (come il razzismo o l’economia contemporanea affrontati nei capitoli Risveglio, Declino e Paura, o la presenza della violenza nel vertiginoso capitolo Teologia), una questione di scontro e possibile pacificazione in un mondo come quello americano dove la religione diventa un modo, come scrive Robinson, per dividere la popolazione «in fasce». Robinson, che è calvinista, percorre il percorso della fede con coraggio e intelligenza (come emerge anche da questa intervista di Fabio Donalisio), non tirandosi mai indietro anche davanti ai luoghi più complessi, quelli dove il pensiero sembra girare a vuoto, ma la fede nel fatto che in ogni essere vivente è celata quella bellezza a cui «potremmo dare il suo momento di gloria» la spinge sempre ad andare avanti.

«Nella narrativa e nella vita c’è una grande differenza tra il conoscere qualcuno e l’essere informato su qualcuno. Quando un autore è informato su un personaggio scrive per la trama. Quando conosce il suo personaggio, scrive per esplorare, per percepire l’impatto della realtà su un sistema nervoso che non è assolutamente il suo»: questo scrive Robinson nel saggio Libertà di pensiero, contenuto in Quando ero piccola leggevo libri, e questa è una delle sensazioni che nascono nel lettore scorrendo le pagine narrative o saggistiche di Robinson, la forza di conoscere ciò di cui si parla e si scrive, l’audacia di vedere il mondo attraverso l’occhio dell’altro, il sentir risuonare una voce onesta e luminosa capace, davvero, di rischiarare i percorsi all’apparenza più tenebrosi.

 

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Social network e critica militante: Antonio Di Grado, un italianista aforista https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/social-network-e-critica-militante-antonio-di-grado/#comments Tue, 09 Apr 2013 14:43:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13905 Questo articolo è apparso su Alias/ il manifesto.

Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l'atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri "stati", cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

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Chi voglia tracciare un panorama attendibile della critica letteraria attuale non può assolutamente evitare di fare i conti con i social network, e in particolare con facebook. Non solo perché quasi tutti i principali lit-blog si affidano a questo mezzo, ma anche perché un numero sempre crescente di critici delle più diverse generazioni ha ormai un account su facebook, utilizzato, fra l’atro, per diffondere valutazioni politiche, culturali o più strettamente letterarie. Cosicché, piaccia o meno, facebook è diventato oggi un luogo fondamentale per l’esercizio della critica cosiddetta militante. Tuttavia nessun critico italiano, che io sappia, aveva mai pensato finora di raccogliere in volume i propri “stati”, cioè gli scritti frammentari diffusi attraverso il social network in questione. Ecco perché vale senz’altro la pena leggere Chi apre chiude. Dispacci e cimeli arenati nel web (Le Farfalle, pp. 128, € 12) di Antonio Di Grado, italianista di meritato prestigio.

«Lo “stato” di facebook (giacché di questo stato, senza maiuscole e senza balzelli, si tratta)», scrive Di Grado, «è quel davanzale da cui ogni giorno ti affacci per dire la tua sul mondo, per imporre a un distratto uditorio il tuo diario in pubblico, per alternare detti e contraddetti, plausi e botte, paradossi e congetture, amenità e proclami». Quanto alla forma, il limitato numero di caratteri disponibili per gli “stati” non è necessariamente uno svantaggio, anzi (laddove non ci si approfitti questo spazio per pontificare) rappresenta uno stimolo «alla concisione, all’affermazione pregnante, al tagliente insinuarsi del dubbio». Il genere letterario a cui lo “stato” si avvicina di più è, infatti, il frammento letterario, nelle su diverse configurazioni possibili: l’aforisma, il motto di spirito, la maxime dei moralisti francesi (oggi un La Rochefoucauld spopolerebbe certamente su facebook, così come su twitter).

Le pagine del libro Antonio Di Grado, infatti, sono spesso illuminate da scintille aforistiche e da battute fulminanti: «La cosa peggiore che può capitare alle domande è la risposta»; «Tolstoi? Un personaggio di Dostoevskij»; «Abolire l’aggettivo “sperimentale”, comoda scappatoia per non spiegare la diversità di una scrittura o di una tecnica artistica. A un mio collega che lo definiva ‘sperimentale’, Stefano D’Arrigo urlò: “Come si permette? Sperimentale io, che mi sono fatto un culo così?”». Per Di Grado, allergico a certa critica aridamente accademica (non pochi sono gli strali destinati all’oscuro gergo veterostrutturalista giustamente considerato obsoleto), ha trovato in facebook un varco per uscire dalla routine di un’università ormai ridottasi a istituzione asfittica e mercificata.

Se Di Grado non è certo il primo a lamentare il declino dell’università italiana (si pensi alle frequenti polemiche mediatiche contro i “baroni”), egli presenta però il problema sotto una luce nuova, rilevando l’ambiguità di chi denuncia i mali di un’istituzione nella quale, nondimeno, ha in varia misura prosperato: «Edipo indaga sulla peste a Tebe e scopre di esserne responsabile. Allo stesso modo andrebbe condotta ogni indagine critica, ogni ricerca: coinvolgendo e mettendo in discussione l’io che indaga. Quanti studiosi e/o docenti universitari lo fanno?».

In ogni caso Di Grado non parla solo di critica, di letteratura o di università, ma affronta anche questioni politiche, storiche, morali e religiose, declinate quasi sempre in chiave personale, con il frequente ricorso a ricordi autobiografici (sotto questo aspetto, Chi apre chiude si potrebbe leggere come un singolare autoritratto letterario). Pur utilizzando e, per molti aspetti, valorizzando un medium come facebook, l’autore non cede alle facili euforie postmoderniste, anzi, come già in passato Luigi Baldacci (che intitolò una sua memorabile raccolta di saggi Ottocento come noi), afferma di appartenere idealmente più al diciannovesimo secolo che al ventesimo o al ventunesimo: «Il mio secolo elettivo? […] L’Ottocento di Leopardi e Baudelaire, di Zola e De Roberto, di Dostoevskij e Kierkegaard. L’Ottocento svilito dal secolo miserabile e sanguinario che lo seguì: Marx tradito dal comunismo, Nietzsche dal nazismo, Garibaldi e Cavour da Mussolini e Berlusconi».

Tra le pagine migliori del libro ci sono certamente quelle di tema religioso. Lontana da ogni chiesa, la religiosità di Antonio Di Grado è alquanto inquieta ed eterodossa (vien da pensare al Guido Morselli di Fede e critica, a lui assai caro): ne emerge uno spregiudicato corpo a corpo con i Vangeli, percorsi «con la fiduciosa attesa d’un lettore di romanzi, pronto a lasciarsi suggestionare, meno a elucubrare o a cavarne oracoli». Cosicché il teologo si confonde con il critico, mentre la dimensione del sacro riemerge tra le maglie della Rete.

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Il fritto misto dei critici https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-fritto-misto-dei-critici/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-fritto-misto-dei-critici/#respond Mon, 17 Oct 2011 12:46:54 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5447 Concludiamo, con questo intervento, il dibattito sulla letteratura italiana contemporanea (e sulla critica letteraria in italia) pubblicato nelle scorse settimane sulla Domenica del “Sole 24 Ore”

di Gabriele Pedullà

Il gran numero di risposte all’allarme sulla crisi dello stile lanciato su queste pagine (ripreso da giornali e siti) è il segno – sicuramente positivo – che la questione interessa a molti.

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Concludiamo, con questo intervento, il dibattito sulla letteratura italiana contemporanea (e sulla critica letteraria in italia) pubblicato nelle scorse settimane sulla Domenica del Sole 24 Ore.

di Gabriele Pedullà

Il gran numero di risposte all’allarme sulla crisi dello stile lanciato su queste pagine (ripreso da giornali e siti) è il segno – sicuramente positivo – che la questione interessa a molti. Discutere oggi di stile, proprio perché se ne parla in genere così poco (a cominciare dalle recensioni delle novità letterarie), vuol dire soprattutto dare inizio a un’indispensabile «verifica del sentire» al principio del secondo decennio del nuovo secolo. Così, non sorprendentemente, sono emerse delle linee di continuità…
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Mezzanotte Strega https://minimaetmoralia.it/interventi/mezzanotte-strega/ https://minimaetmoralia.it/interventi/mezzanotte-strega/#comments Wed, 03 Aug 2011 08:38:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4894 di Christian Raimo

Ora che la competizione è finita, svoltasi anche quest’anno con il discutibile gentlemen’s agreement (chiamiamolo così?) tra editori, si può parlare in maniera forse più distaccata del Premio Strega. L’ha vinto, come sapete, il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente, edito da Bompiani. Il libro di Nesi è subito schizzato in vetta alle classifiche, dopo mesi di ricezione molto distratta.

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di Christian Raimo

Ora che la competizione è finita, svoltasi anche quest’anno con il discutibile gentlemen’s agreement (chiamiamolo così?) tra editori, si può parlare in maniera forse più distaccata del Premio Strega. L’ha vinto, come sapete, il libro di Edoardo Nesi, Storia della mia gente, edito da Bompiani. Il libro di Nesi è subito schizzato in vetta alle classifiche, dopo mesi di ricezione molto distratta. Da un punto di vista della sociologia della letteratura dunque, il Premio Strega è un premio assolutamente cruciale per il piccolo panorama italiano: crea attenzione, incrementa le vendite, etc… Ma proviamo a bypassare il discorso sull’industria culturale, e a parlare di libri. Storia della mia gente: che libro è? È bello? È brutto? È così così? Secondo me è il libro più brutto che uno scrittore di talento come Nesi abbia scritto: dichiaratamente moralista, utilizza nella maniera più stanca e prevedibile le capacità stilistiche che Nesi ha saputo dimostrare in una serie di opere infinitamente migliori di Storia della mia gente, come Figli delle Stelle o L’eta dell’oro, ma anche in libri meno ambiziosi come Rebecca o Per sempre. La capacità di Nesi narratore puro di raccontare con empatia e complessità la deriva culturale, sociale e economica dell’Italia dei nuovi ricchi e potenti, qui in Storia della mia gente, viene trasformata in una forma di militanza intellettuale un po’ ingenua un po’ presuntuosa, che finisce con l’attrarre quel lettore o quella parte di lettore indignata e borghese che si trova confermata nelle sue lamentationes contro il degrado berlusconoide e della globalizzazione aggeessiva e della politica tutta e prova nostalgia dei tempi di boom economico che non ci sono più; ma respinge totalmente l’amore del lettore che questa roba se la può andare a trovare scritta con competenza di causa chessò in Italia reloaded di Paolo Sacco e che invece aveva amato Nesi per la capacità di restituirci l’indole di classi sociali poco raccontate, i loro pensieri e i loro desideri. Per tutti, leggendo in Figli delle stelle (uno dei migliori libri italiani sui nuovi arrivisti arricchiti), quanto avevamo provato una tenerezza mista a repulsione mista a immedesimazione per la moglie di Alberto Colzi che vuole con tutta se stessa rifarsi le tette?

Qui, tutto questo non c’è. E anzi invece di questa capacità romanzesca, ci vengono ammanniti sproloqui “civili” sull’Italia grande paese che siamo stati potremmo tornare a essere, e pagine spietate – sul pericoloso crinale di un doloroso razzismo strisciante – sui cinesi alla conquista del tessile pratese.

Ma sarebbe bello che su questi giudizi tranchant sul libro fosse il lettore a misurarsi. Vi riporto qui in calce una pagina, 49-50 per essere precisi, di Storia della mia gente. E più sotto, un articolo che prova a fare una piccola diagnosi sull’uso delle metafore e la loro funzione all’interno dei cinque libri finalisti di quest’anno (un articolo che è stato pubblicato in versione ridotta dal Sole 24ore).

Angelica [la figlia di Nesi, ndr] mi chiede il titolo della canzone che hanno iniziato a suonare. Le piace tantissimo, gliel’ha fatta sentire suo fratello, e le rispondo che è Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan, e anche se la musica è alta e non è il momento e non c’entra nulla e tra poco dovremmo andare, mi piacerebbe dirle che sarebbe bellissimo se oggi potesse essere la cultura a salvare l’Italia. Sarebbe un sogno. Se i romanzi e i film e i quadri e le poesie e le opere e le canzoni e persino la moda – sì, anche la moda – potessero aiutare tutti a non perdere il lavoro e a non scivolare prima nella depressione e poi nella povertà. Anche a quei buffoni degli stilisti andrei a chiedere aiuto: loro che ci imponevano lo sconto sul tessuto e poi rivendevano i loro cappotti a dieci volte il loro costo; loro che cianciavano tanto sul Made in Italy e poi andavano a produrre i loro cenci in Cina, e quando qualcuno glielo faceva notare si incazzavano e dicevano che, però, erano stati concepiti in Italia; loro che sono sempre riusciti a mettere a frutto quell’idea di cultura che personalmente non hanno mai avuto; loro che organizzavano le sfilate in Piazza di Spagna cosicché la bellezza di secoli si trasferisse sui loro abiti e le loro scarpe e borse e occhiali che poi venivano comprati dai disgraziati di tutto il mondo che, accecati da tanto fulgore, si immaginavano di poterla comprare davvero, la bellezza.

Perché tutti abbiamo bisogno di bellezza, un bisogno disperato. Ma non posso non usare la parola disperato. Non con la mia bambina, neanche dopo due martini. Così le prendo la mano e, accompagnato dalle note di Dylan, le chiedo se non le piacerebbe vivere in un mondo in cui tutti campassero solo di cultura, un mondo meraviglioso in cui si potrebbe pagare il macellaio con un racconto, il barista con una poesia, costruirsi una casa con un romanzo – e lei ride e mi dice che sarebbe una favola bellissima, e mi consiglia di scriverci un libro, su questa cosa del mondo fatto di cultura.

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Le metafore della cinquina

Come un direttore d’orchestra che guidi un’armonia di parole invece che di note… come un parallelepipedo di blocchetti sbeccati e grandi fessure usurate… come degli zombi di un film di Romero… come una pianta tropicale del pensiero… come una giraffa sul punto di morire… Ecco alcune tra le metafore che si trovano nei romanzi finalisti dello Strega di quest’anno. E uno si chiede: si può capire qualcosa di un libro a partire dalle sue figure retoriche? Forse sì.

Forse sì se si pensa che spesso sono propri questi i luoghi dove uno scrittore svela, nella densità in mezza riga, attraverso il suo repertorio d’immagini, il suo lavoro poetico in miniatura. Paul Ricouer nella Metafora viva pensava esattamente questa strategia di approccio al testo come ipotesi di indagine per combinare critica letteraria e semiotica. Insomma, non sarebbe interessante, anche come tentativo sociologico, provare a attraversare i cinque finalisti dello Strega così: cercare qui di carpire il carattere di ciascun testo?

Del resto tre dei titoli di questa cinquina sono già esplicitamente allusivi: La vita accanto, Ternitti e L’energia del vuoto evocano un mondo non raccontato: quello dell’esistenza laterale di una ragazzina particolarmente brutta (nel libro di Veladiano); quello di una comunità civile cresciuta all’ombra del presunto progresso economico (il tragico sogno industriale dell’eternit romanzato da Desiati); quello degli interessi occulti della ricerca scientifica internazionale indagato nel romanzo-quest di Arpaia. Accanto, Storia della mia gente e La scoperta del mondo rimandano invece direttamente a storie che sono al tempo stesso personali e comuni: lo sviluppo e la crisi del tessile pratese nel memoir di Nesi, l’antifascismo e l’iniziazione al comunismo in quello di Castellina.

Ma, ammesso che funzioni questo gioco di corrispondenza tra opera e metafore, che tipo di dialettica esiste tra la visione complessiva della struttura romanzesca e la forma retorica dei singoli esempi? Prendiamo il romanzo civile di Desiati: non è curioso che in un testo che si basa su una storia vera (su cui è stato fatto un lavoro preliminare d’inchiesta) quasi tutte le metafore siano di carattere naturale? Quando si parla del mondo prima e fuori della fabbrica si utilizzano immagini tratte dal regno animale (“Mimì vagava come una farfalla notturna che ritrova un raggio di luce fioca”); mentre quando è il lavoro, la fatica spietata a fagocitare la società degli uomini, è il regno minerale quello che dà la forma e in definitiva rende inorganica la nostra vita (i pensieri e le emozioni sono come pietre, come meccanismi, come pasta da modellare…) Non sembra più un caso che allora l’intero Ternitti si stenda tra due metafore. Alla terza pagina la protagonista Mimì vede, in un brutto presagio, il “cielo così livido, un cielo marcato dai fulmini, segni sottili, terminazioni nervose, i fili rossi delle arterie e dei muscoli, come in un sussidiario di scienze”: la storia che ci verrà raccontata, ci è suggerito, sarà la storia di un corpo morto, ripercorso come si fa con la foto di un fossile. E all’ultima pagina, eccola ricomparire l’immagine del fossile – la soluzione a chiave dell’intera narrazione che abbiamo appena finito di leggere: “Come un fossile nella terra che affiora soltanto quando c’è un’altra pietra che combacia”.

Anche Nesi ci parla del lavoro, di una piccola civiltà legata alla fabbrica che non esiste più. Se quella scelta da Desiati è stata sterminata dai tumori legati all’amianto, quella del tessile pratese è scomparsa con la globalizzazione. La storia della mia gente è un racconto che fino a un certo punto è stato collettivo e poi è diventata la storia di due comunità distinte e impermeabili: gli italiani e i cinesi, chi riconosce il valore del passato e non sa neanche cos’è la tradizione, chi si sente fiero di una cultura del lavoro e chi subisce solo le angherie dei padroncini. Il lungo capitolo dedicato allo sfruttamento dei cinesi utilizza una serie di metafore animali per raccontare come il lavoro post-fordista possa disumanizzare: non rendendo inorganici, creature fossili, ma trasformando in animali. I cinesi lavorano in un formicaio, i corridoi degli uffici sono una conigliera, la loro resistenza è bestiale, proprio perché sono in un capannone a sgobbare come ciuchi.

Antitetici per intenzione e esito, i libri di Desiati e Nesi condividono però tra loro e con gli altri tre finalisti lo stesso tono: quello di una mancanza di un’era perduta, la nostalgia di un tempo più facile, se non da vivere, almeno da interpretare: e questo tempo – detto alla spiccia – è il Novecento. In questo stesso senso il libro di Arpaia, l’Energia del vuoto è, tra le molte altre cose, una quest impossibile: il sub-plot principale ricostruisce in una lunga intervista incastonata nel romanzo la storia della fisica del secolo scorso. O per dirla meglio, il suo racconto. Proprio perché questo racconto è stato un grandioso sforzo collettivo di dare un’immagine del mondo che abbia più senso di quello apparente, una grande metafora che ordini. Che cos’è per esempio il modello atomico se non questo? E oggi questo sforzo di visione rischia di essere distorto dagli interessi economici. Le metafore di Arpaia non sono mai estetizzanti ma tutte funzionali alla nostra conoscenza del mondo: ci dicono che i gesti di certe persone assomigliano a bolle di sapone, che i vestiti dell’armadio possono essere sfogliati come pagine di un libro, che il campo del bosone di Higgs è come se spruzzasse in tutto l’universo una sostanza collosa come il miele che rallenta i movimenti delle particelle, ci dicono che il nostro sguardo è comunque cognitivo.

Ma se le metafore ci servono a dare una forma al caos, è vero anche che ci possono incantare imprigionandoci nella loro suggestione semantica. I libri di Veladiano e Castellina si potrebbero leggere come romanzi di formazione proprio perché testi anti-metaforici. Nella Vita accanto c’è un personaggio, quello della zia Erminia, che ne è una instancabile produttrice: ogni volta che compare se ne esce, per parlare della vita della piccola protagonista, con delle frasi del tipo “È depressa come un bradipo in vasca da bagno”, o “Zampilla come un’arteria recisa” o “Sei come una fortezza murata” o “Sei un muro di fuoco ma bruci solo dentro”. L’angoscia che ci sale quando è in scena zia Erminia è quella che abbiamo provato in tutti i momenti in cui è qualcun altro a modellarci e imprigionarci nel suo linguaggio. E liberarci vorrà dire prima di tutto affrancarsi da quest’ immaginario.

Nello stesso senso il racconto di Castellina è il diario di una ragazza che diventa antifascista proprio smarcandosi da una retorica che sente di non appartenerle. Nella Scoperta del mondo non c’è nemmeno una metafora, e in tutta la prima parte (anni ‘40 e guerra) gli anni del duce e della guerra sono raccontati con una presa di distanza dal linguaggio fascista che è il primo e fondante gesto di autocoscienza politica. È sintomatico che il diario parta proprio dal giorno in cui decide di “redigere un ‘diario politico’ usando il retro di un vecchio quaderno di scuola precedentemente dedicato alle ‘cronache’, le esercitazioni di italiano in uso alle medie. Una di queste, qualche mese prima, era intitolata ‘Tornano gli alpini’”. Come si fa a vivere in un mondo che ci opprime? Virgolette innanzitutto, Castellina usa centinaia di virgolette per rievocare il ventennio e il conflitto. Perché rileggere e riscrivere, sembra suggerirci, è l’unico modo possibile per trovare una lingua che sia la propria.

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