cronaca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cronaca/ un blog di approfondimento culturale Mon, 17 Oct 2011 10:35:12 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg cronaca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/cronaca/ 32 32 Lo scrittore e lo scudo di Perseo: narrare l’Italia di Belusconi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-scrittore-e-lo-scudo-di-perseo-narrare-l%e2%80%99italia-di-belusconi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-scrittore-e-lo-scudo-di-perseo-narrare-l%e2%80%99italia-di-belusconi/#comments Mon, 17 Oct 2011 10:34:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5434 Questo articolo è uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore.

di Vittorio Giacopini

Non è questione di buoni romanzi o cattivi romanzi. Da un po’ di tempo, la sfida – ambiziosa – di narrare il presente (per confutarlo?) sembra incantare più di una generazione di scrittori ma qualcosa non torna, gira a vuoto. Il sogno – magari inconfessato – di scrivere il Grande Romanzo Italiano e chiudere con un ultimo esorcismo il ‘ventennio’ Berlusconiano

L'articolo Lo scrittore e lo scudo di Perseo: <br>narrare l’Italia di Belusconi proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito sulla Domenica del Sole 24 Ore.

di Vittorio Giacopini

Non è questione di buoni romanzi o cattivi romanzi. Da un po’ di tempo, la sfida – ambiziosa – di narrare il presente (per confutarlo?) sembra incantare più di una generazione di scrittori ma qualcosa non torna, gira a vuoto. Il sogno – magari inconfessato – di scrivere il Grande Romanzo Italiano e chiudere con un ultimo esorcismo il ‘ventennio’ Berlusconiano coi suoi guasti viene accarezzato con ostinazione, impegno, desiderio, ma senza la lucidità necessaria, senza distanza, e l’effetto complessivo è deludente. Per non cavarsela con la vecchia battuta di Karl Kraus, troppo sferzante (“Hitler – diceva –non mi fa venire in mente niente…” e vale per il potere in generale ), bisognerebbe capire dove inizia questo ‘blocco’, da cosa nasce; e quale preistoria celi, o subisca.

Si può azzardare un’ipotesi secca, da complicare. Non è questione di buoni scrittori o cattivi scrittori ma di consapevolezza storica e antropologica, politica. Gli indizi o i sintomi si moltiplicano all’infinito – è una gran giostra – ma tocca semplificare, tagliare corto. Il termine “immaginario”, per esempio, ha preso a funzionare come una giustificazione o come un alibi, e buoni e cattivi scrittori, ‘vecchi’ e ‘giovani’, intonano la stessa geremiade recriminatoria. Del resto, è anche un tentativo di autodiagnosi. Si scrive, si sogna e racconta e pensa all’ombra degli anni Ottanta. Paolo di Paolo (che ha appena scritto un romanzetto-collage sull’Italia…berlusconiana) evocava in un’intervista recente la colonizzazione dell’immaginario da parte di TV commerciali e videogiochi. Antonio Scurati (che ha appena scritto un romanzone apocalittico sull’Italia… post-berlusconiana) insiste e rincara la dose, svariando sul tema quanto basta. “La mia è la prima generazione allevata in una bolla mediatica, in cui prevale un immaginario violento. Siamo stati invasi dalle guerre, dalla cronaca nera, dai racconti d’orrore. Protetti tuttavia, da un guscio che impediva di fare vera esperienza di ciò che vedevamo. È nata così una sindorme post-traumatica..”. Di un “trauma senza evento” parla anche Nicola Lagioia, di una “catastrofe per il sentire comune”, e, ancora una volta, il suo riportare tutto a casa vuol dire fare i conti col vuoto troppo invadente degli anni Ottanta.

Ci siamo, più o meno. È come se tra Colpo Grosso (o Drive-in) e la prima guerra del Golfo – insomma tra Umberto Smaila e Baudrillard –si sia materializzata una nuova dimensione mentale obbligatoria; un immaginario, appunto, intenso come liquido amniotico, clima, atmosfera; qualcosa di subìto in piena passività, senza arte o scelta. Non è un assunto scontato o indiscutibile e il tono autoassolutorio e tranchant con cui la parola è pronunciata è molto dubbio. Dici immaginario è già sei coperto dall’alibi perfetto. Invaso, colonizzato, presidiato, l’immaginario è (sarebbe) l’orizzonte obbligato, la premessa.

Se ne può parlare. Mitologie, simboli, icone, concetti si incrociano a diversi livelli, più sottili, e c’è sempre un margine di soggettività (e responsabilità creativa, intellettuale) a complicare il quadro, a scombussolarlo. Per dirla con una battuta secca e andare al sodo: ognuno ha l’immaginario che si merita.

Quanto agli anni Ottanta, il cliché andrebbe rivisitato in termini… critici. I vaticini sulla Mutazione Antropologica o l’avvento totale dello Spettacolo – le profezie di Pier Paolo Pasolini o Guy Debord – hanno perso qualsiasi funzione evocativa nel momento stesso del loro avverarsi e l’ipotesi storiografica che vede in quel decennio (“basso e disonesto” quant’altri mai, occorre dire) una svolta radicale e la fine e il re-inizio della Storia è un po’ forzata. Qualcosa è successo, e sempre accade qualcosa, è inevitabile, ma nessun salto nel buio e nessuna amputazione, nessuna kehre. I profeti di un tempo han lasciato il posto ai traumatizzati senza trauma vittime del genio ruffiano di un Antonio Ricci o di Rai3. Non sarebbe propriamente un dramma o una catastrofe ma poi è iniziato il “ventennio” e forse il problema è questo, ancora irrisolto. Gli scrittori si sentono impegnati a ‘narrare il presente’, nuovamente, ma lo sguardo di Medusa li paralizza.

Che venga chiamato con nome e cognome o citato per velate allusioni cambia poco. L’Italia di Berlusconi, il paese della ‘battuta perfetta’ (Carlo D’Amicis) o di Colpo Grosso: raccontare un contesto vissuto come degenerazione in atto è un paradosso e poi la realtà trascende la fantasia, la rende vana. Il mito insegna che chi fissa in volto Medusa si fa di pietra. Per mozzare la testa della gorgone occorre lo Scudo di Perseo; guardare altrove. Ma la trappola è più insidiosa – è un labirinto – e alla letteratura si chiede di lasciare a casa lo scudo, di non pensarci. La costante, la pressante richiesta di narrare il presente è vincolante e dopo anni di ombelicali elegie e melensa auto-fiction, la rinnovata intenzione di misurarsi con la storia-in-atto sta producendo un canone narrativo direi ambiguo dove l’intenzione è regolarmente smentita dai risultati, ribaltata.

Il fiato corto di questo éngagement ritrovato sconta l’ipoteca di quell’ipotesi storiografica (e politica) convenzionale che ormai fa degli anni Ottanta l’alfa e l’omega e immagina micidiali traumi (senza trauma) lì dove al massimo si sono prodotte sbucciature superficiali, lievi graffi. A parte che il più delle volte la Storia davvero è solo un pretesto, lo scenario contro cui proiettare le solite confessioni ultra-ordinarie, le pigre avventure di un “io” piccolo-borghese, il guaio vero è appunto l’idea di Storia latente, presupposta. La cronaca (la “comunicazione”) diventa l’unico metro e lo scrittore cede al ricatto dell’attualità senza avvedersene. Chi in modo più scoperto chi invece con maggior accortezza e miglior mestiere, in molti si stanno accanendo a narrare l’inizio del buio (e perché è ancora buio e perché siamo ancora confusi e spensierati) ed è abbastanza impressionante accorgersi come ormai la storia sia solo sfondo inerte, ripetitivo, una semplice sequenza di eventi, incidenti e fatti ricorrenti. È come se lo scrittore disponesse di un kit di montaggio in serie, brevettato. È la tecnica del collage, una sciagura. Vermicino, le TV commerciali, l’Heysel, il sequestro Moro, il Terremoto (rivisitati sempre attraverso gli stessi ritagli di giornale, gli stessi reperti filmati su You-tube) diventano le quinte mobili, le scene sempre cangianti e sempre uguali, di un’unica narrazione collettiva dentro cui costruire il proprio punto di vista o (quando va bene) il proprio stile. È una storia-cronaca, ancora una volta qualcosa di subito, come “l’immaginario” (o Berlusconi) e, ancora una volta, Medusa ha la meglio.

Ma non è un percorso obbligato, non è un destino. Si può fare altrimenti; si può sempre. Recuperare lo ‘scudo di Perseo’ non vuol dire distogliere definitivamente lo sguardo ma affinarlo. Tra il proprio lavoro e la comunicazione, il suo linguaggio, tra il proprio lavoro e i media, la “cronaca”, occorre frapporre un cuneo, creando uno scarto. L’arte non deve ‘documentare’ ma inceppare e sovvertire, sabotare. Al ricatto dell’attualità bisognerebbe riuscire a opporre un deliberato rifiuto della contemporaneità (ovvio: dialettico), di questa falsa realtà che oggi ci è imposta. Nessuna torre d’avorio, naturalmente: farsi non-contemporanei vuol dire stare ai propri tempi, senza subirli.

L'articolo Lo scrittore e lo scudo di Perseo: <br>narrare l’Italia di Belusconi proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lo-scrittore-e-lo-scudo-di-perseo-narrare-l%e2%80%99italia-di-belusconi/feed/ 3
Quando la cronaca diventa letteratura https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-cronaca-diventa-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-cronaca-diventa-letteratura/#comments Thu, 28 Apr 2011 09:07:47 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4263 Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi precipita nel pozzo artesiano di Vermicino, partono i soccorsi ma all’alba del 13 giugno Alfredo Rampi muore. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi viene picchiato a morte, a Ferrara, da quattro agenti di polizia.

L'articolo Quando la cronaca diventa letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo articolo è uscito su La Repubblica.

di Giorgio Vasta

Il 10 giugno 1981 Alfredo Rampi precipita nel pozzo artesiano di Vermicino, partono i soccorsi ma all’alba del 13 giugno Alfredo Rampi muore. Il 25 settembre 2005 Federico Aldrovandi viene picchiato a morte, a Ferrara, da quattro agenti di polizia. Il 18 gennaio 1992 Eluana Englaro ha un incidente stradale alle porte di Lecco e permane in stato vegetativo per diciassette anni, fino alla morte, il 9 febbraio del 2009. E ancora: il 23 novembre 1993, il sequestro di Giuseppe Di Matteo, figlio di Santino, collaboratore di giustizia, e la sua uccisione, l’11 gennaio 1996, e infine l’omicidio di Dirk Hamer, il giovane tedesco colpito da una pallottola sparata da Vittorio Emanuele di Savoia a Cavallo, Corsica, la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978.
Da questi cinque fatti di cronaca – di fatto un breve catalogo della violenza, un censimento del dolore possibile – nasce il nuovo libro di Marco Mancassola, Non saremo confusi per sempre (Einaudi). Un libro che potrebbe essere avvertito come un riattraversamento letterario della cronaca, o come una mappa – geografica e anagrafica – di dove quando e come si muore nell’Italia atroce. In realtà Non saremo confusi per sempre è molto di più. Perché scorgendo in ognuno di questi episodi la struttura drammaturgica di una fiaba nera, Mancassola decide di trascendere la misura giornalistica e di portarla al collasso facendoci accedere a una dimensione specificamente letteraria: la percezione del molteplice che in filigrana abita tutto quanto consideriamo dato e noto.
Immaginare infatti che nella profondità del sottosuolo Alfredo Rampi incontri Otto Lidenbrock – l’esploratore protagonista del Viaggio al centro della Terra di Jules Verne – è un modo per saldare al déjà vu del dramma l’altrove improvviso di uno stupore, dando forma a una malinconia paradossale (e dunque indispensabile), a una commovente felicità nel dolore. Così come condurre il fantasma di Federico Aldrovandi, e di altri ragazzi uccisi in circostanze simili, a Roma, dentro la casa del Grande Fratello, a increspare l’aria scossa e respirata dai concorrenti ufficiali, genera una specie di ossimoro, un disorientamento al quale segue un senso di rivelazione, la comprensione profonda di quanto complesso e irrisolvibile sia tutto ciò che accade e di come, attraversati lo sgomento la disperazione e la rabbia, il sentimento tramite il quale guardare il mondo è la compassione. Per esempio quella improvvisa e vitale del giovane Dirk Hamer che colpito a morte emerge vivo dalla barca, restituisce al principe il proiettile e si allontana, chiarendoci che, come nel finale di Buongiorno notte di Marco Bellocchio, la narrazione di ciò che è accaduto non deve ricalcare filologicamente i fatti ma incaricarsi di generare un esito diverso, far riverberare di fronte ai nostri occhi il ventaglio delle possibilità, la cognizione di tutto quello che poteva essere e non è stato. Perché una narrazione non è mai dato certo e incontestabile bensì presentimento, jamais vu, fantasma della storia e nella storia.
Laddove, dunque, la violenza ha dissolto, raccontare ricostruisce. E la lingua di Mancassola ricostruisce procedendo mite e dignitosa, sempre attenta alla costruzione complessiva della frase, alla forma delle immagini. È una scrittura che fabbrica piano, senza spettacolarizzare, per condurci alla fine, specularmente a quanto accade nelle fiabe, a un luogo e a una rivelazione. Come se questa lingua potesse essere un’alternativa alle parole che non dicono o dicono troppo e male; come se la dignità potesse almeno per un poco prendere il posto di tutto ciò che è indegno.

L'articolo Quando la cronaca diventa letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-cronaca-diventa-letteratura/feed/ 8