Dacia Maraini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dacia-maraini/ un blog di approfondimento culturale Wed, 10 Jul 2024 08:33:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dacia Maraini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dacia-maraini/ 32 32 La Posta Letteraria a Radicofani. Intervista a Dacia Maraini, ospite della rassegna https://minimaetmoralia.it/interviste/la-posta-letteraria-a-radicofani-intervista-a-dacia-maraini-ospite-della-rassegna/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-posta-letteraria-a-radicofani-intervista-a-dacia-maraini-ospite-della-rassegna/#respond Wed, 10 Jul 2024 08:33:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=53930 Il secondo fine settimana di luglio, sabato 13 e domenica 14, torna nel Bosco Isabella di Radicofani in provincia di Siena La Posta Letteraria, il Festival Internazionale del Libro della Val d’Orcia ideato nel 2019 della associazione Pyramid, composta da ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Tra gli ospiti di questa sesta edizione […]

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Il secondo fine settimana di luglio, sabato 13 e domenica 14, torna nel Bosco Isabella di Radicofani in provincia di Siena La Posta Letteraria, il Festival Internazionale del Libro della Val d’Orcia ideato nel 2019 della associazione Pyramid, composta da ragazzi tra i 18 e i 30 anni. Tra gli ospiti di questa sesta edizione Antonio Di Bella, Domenico Starnone, Dacia Maraini, Teresa Principato, Claudio Tito, Fabrizio Biasin, Nicola Gratteri.

Ringraziamo Dacia Maraini per la disponibilità a questa intervista.

Dacia Marini, con il suo ultimo libro, Vita mia, riavvolge il nastro al tempo della sua infanzia, quando assieme alla sua famiglia venne sottoposta alla prigionia in Giappone. Vorrei chiederle com’è stato tornare a quei giorni, quali sono i sentimenti che hanno accompagnato la sua scrittura.

Dapprima ho avuto paura di aprire vecchie ferite. Sono anni infatti che provavo a scrivere questo libro: lo cominciavo e poi mi fermavo, lo ricominciavo e mi fermavo. Sentendo oggi  venti di guerra mi sono costretta a  finirlo e darlo alle stampe. Penso che una testimonianza di guerra sia sempre più importante di discorsi generici sulla pace. Curiosamente, mentre lo scrivevo, mi sono tornate alla memoria degli episodi che avevo dimenticato, o forse cancellato. Alla fine mi ha fatto bene portare a termine questo libro, mi ha aiutato a creare un rapporto più dinamico e consapevole con la memoria.

Per quanto era una bambina, quanto hanno influito nella sua biografia intellettuale gli anni giapponesi? Voglio dire, qual è stata l’eco di quel tempo a livello di suggestioni, ricordi, riflessioni?

Credo di avere risposto. Comunque le esperienze drammatiche rimangono incise nella nostra carne. Si tratta appunto di creare un rapporto di consapevolezza con la memoria, perché quelle ferite non diventino purulente.

Sempre in riferimento alla sua formazione, quanto ha contato la dimensione del viaggio, della scoperta di luoghi e culture differenti?

L’amore per il viaggio mi viene dalla famiglia: mio padre, antropologo, ha sempre viaggiato. A sua volta, la madre di mio padre che era inglese, girava per il mondo da sola ai primi del secolo. E non era ricca mia nonna, ma si mettevo lo zaino in spalla e affrontava tutti i rischi di un viaggio solitario. E allora le donne non viaggiavano mai da sole.

Oltre a Vita mia, l’infanzia in Giappone è presente anche nel suo libro La nave per Kobe, uscito qualche anno fa. Cosa lega e cosa differenzia questi due testi?

La nave per Kobe racconta il passaggio da un continente a un altro. Ma ero troppo piccola per capire e confrontare i due mondi. Vita mia invece è una riflessione sui ricordi più amari e su una cultura che nonostante le difficoltà, ho amato e amo ancora.

Sempre a proposito di legami e differenze, Italia e Giappone sono paesi geograficamente e storicamente lontanissimi. Dal suo punto di vista, quali sono – se esistono – i ponti sociali e culturali che uniscono questi due mondi? 

In questo momento Giappone e Italia hanno in comune la democrazia come conquista dopo anni di un regime totalitario e una guerra persa. Dal punto di vista culturale sono veramente troppo diversi. I giapponesi si pensano prima di tutto come collettività mentre noi ci pensiamo prima di tutto come individui. Per noi l’io conta più di tutto, per loro prevale il noi. Quello che ci unisce ora è un terribile ricordo della guerra, la voglia di pace, una alimentazione sana che porta alla longevità.

Nei circoli letterari e culturali che ha avuto modo di frequentare nel corso del tempo, questa sua infanzia giapponese suscitava curiosità? 

Non tanto, devo dire. Forse troppo esotico il paese e troppo lontano per suscitare curiosità.

Vorrei farle infine qualche domanda sul nostro presente. Innanzitutto, da scrittrice e intellettuale, come valuta l’attuale panorama italiano? Le sembra di scorgere fermento o nota una scena stanca, poco brillante?

Sento una grande confusione. Troppe paure, troppo individualismo, troppo protagonismo. Mancano i valori condivisi che uniscono una nazione. Ma non è colpa di nessuno. E’ che viviamo in un momento difficile, in cui i cambiamenti si susseguono con tale velocità che mettono paura: il movimento dei popoli, la paura di perdere la propria identità, i cambiamenti climatici, le epidemie incontrollabili, le minacce nucleari.  Tutto questo crea  ansia e stimola quell’egoismo che porta a chiudersi in bunker che sembra difenderti dal mondo ma invece crea  solo  isolamento e solitudine.

Passando al ruolo degli intellettuali, che lei ha sempre interpretato con coraggio: crede che la classe intellettuale sia ancora in grado di esercitare una propria influenza? E se sì, quali sono i temi sui quali dovrebbe insistere maggiormente?

Come ho detto prima se non ci sono dei valori condivisi non si crea una società coesa e forte. Oggi ciascuno va per conto suo. Le paure sono tante e diverse, ma le risposte sono tutte diverse e personali. Questo genera  confusione e frammentazione dei pensieri e delle emozioni.

Cosa la preoccupa maggiormente e quali sono invece le ragioni per guardare con ottimismo al futuro?

Mi preoccupa l’imbarbarimento a cui stiamo assistendo, proprio per la perdita dei valori umani a cui nessuno sembra più credere. Ma siccome sono una inguaribile ottimista, penso che alla fine il buon senso potrà prevale. Chissà quando però, e nell’attesa che le persone rinsaviscano, possono accadere molti guai.

 

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Miss Rosselli – conversazione con Renzo Paris https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/amelia-rosselli-renzo-paris/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/amelia-rosselli-renzo-paris/#respond Sat, 28 Mar 2020 11:44:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42825 L’assillo è Rima è l’anagramma del nome della poetessa Amelia Rosselli, come nel titolo del documentario di Stella Savino a lei dedicato nel 2006, a 10 anni dalla scomparsa. Una significativa sintesi della sua ossessione poetica, sospesa a metà tra la possessione orfica e il delirio paranoide.

Il corpus poetico di Amelia Rosselli rappresenta un unicum nella letteratura mondiale, specchio della sua vicenda esistenziale tragicamente straordinaria: figlia del grande pensatore politico Carlo Rosselli (il cui testo sul Socialismo liberale è quanto mai di attualità in questa fase storica), ucciso nel 1937 a Parigi dalle milizie fasciste dei cagoulards, su esplicito ordine di Mussolini e Ciano, la poetessa passerà la prima giovinezza da esule, tra Francia, Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra e Italia.

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L’assillo è Rima è l’anagramma del nome della poetessa Amelia Rosselli, come nel titolo del documentario di Stella Savino a lei dedicato nel 2006, a 10 anni dalla scomparsa. Una significativa sintesi della sua ossessione poetica, sospesa a metà tra la possessione orfica e il delirio paranoide.

Il corpus poetico di Amelia Rosselli rappresenta un unicum nella letteratura mondiale, specchio della sua vicenda esistenziale tragicamente straordinaria: figlia del grande pensatore politico Carlo Rosselli (il cui testo sul Socialismo liberale è quanto mai di attualità in questa fase storica), ucciso nel 1937 a Parigi dalle milizie fasciste dei cagoulards, su esplicito ordine di Mussolini e Ciano, la poetessa passerà la prima giovinezza da esule, tra Francia, Svizzera, Stati Uniti, Inghilterra e Italia.

Questo segnerà per sempre la sua condizione culturale, ed esistenziale, di perenne esule interiore, apolide e poliglotta, “cosmopolita”, come la definì nel’63 Pasolini su Il Menabò, la rivista diretta da Italo Calvino; anche se al riguardo è obbligatorio ricordare il chiarimento della stessa Rosselli in un’intervista del 1987 concessa a Spagnoletti: “Non sono apolide. Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati”.

La ricerca, inconscia e consapevole, delle proprie radici guiderà la poetessa in una ricerca incessante, non solo in ambito letterario ma anche teatrale ed etnomusicologico.

L’eccezionalità della poesia rosselliana è proprio in questa inimitabile commistione linguistica, in un intarsio vertiginoso di citazioni (ci sono poesie in cui quasi ogni verso è un omaggio, una parodia, un rovesciamento, una variazione d’altri poeti d’ogni tempo), di uno sfondamento frequente da una lingua all’altra, alla ricerca di una particolarissima musicalità, accentuata nella sue apparizioni pubbliche dalla sua recitazione straniante e ipnotica.

Tutto ciò, questo calderone stregonesco di memorie, evocazioni, suggestioni erudite e slanci sensuali della sua giovinezza verrà, drammaticamente, amplificato da un progressivo delirio paranoide:  “la sua solitudine è popolata di spettri,e gli spettri la popolano di solitudine” come descrivono perfettamente i versi de La libellula.

Renzo Paris, intellettuale a cui siamo grati, tra l’altro, per il volume Mondadori dedicato a Tristan Corbière, dopo aver raccontato Moravia, Silone e Pasolini, ha deciso di evocare l’anima inquieta della sua grande amica, in omaggio alla sua ossessiva consultazione di oracoli e sedute spiritiche.

Miss Rosselli (Neri Pozza) è un ricordo commosso quanto sincero, non solo della poetessa ma di un intero microcosmo culturale, di eccezionale livello, di cui Roma era il grembo.

Un mondo già scomparso nel 1996, l’anno del suicidio di Amelia Rosselli, compiuto nello stesso giorno della sua amata Sylvia Plath, l’11 febbraio.

Di questo mondo Paris si dichiara ultimo custode: “Voglio essere per l’ultima volta il custode di un mondo scomparso, evocatore di un’ombra, chiedendomi, perplesso, chi mai sarà il testimone del custode”. Invitiamo i nostri lettori a rispondere, con la loro attenzione, alla perplessità dell’autore. Ecco la nostra conversazione.

Nel libro afferma, trovandomi concorde, che i versi più”comprensibili” di Amelia Rosselli siano quelli dedicati a Rocco Scotellaro. Quanto è stato importante l’incontro con lo scrittore lucano?

Scotellaro era appena uscito di galera quando la incontrò a Venezia. Lei volle che la chiamasse con il nome della madre Marion. E dunque le parve di vedere in lui caratteristiche del padre, mentre Rocco vedeva in lei “la donna dominante”. Fu affascinata anche dal poeta, il quale la introdusse nella etnomusica. Fu un rapporto complicato. Restò l’amicizia amorosa, anche dopo la morte di Rocco, che l’aveva incoraggiata a scrivere versi.

Lei che ha conosciuto bene entrambi, ci può illuminare sui rapporti tra Pasolini e Amelia Rosselli?

Fu Alberto Moravia  che le fece conoscere, nel salotto di casa sua, Pasolini. Amelia tremava quando  gli consegnò il dattiloscritto di “Variazioni belliche”.  Alla fine lo stampò Garzanti, ma Amelia, non volendo attendere molto, l’aveva proposto a diversi editori, anche a Mondadori, che le aveva chiesto di comperare un certo numero di copie. Pasolini la lanciò. Ma non ci fu una vera e propria amicizia tra i due. Pasolini era colpito dalla sua famiglia d’origine.

Un altro suo grande amico è stato Dario Bellezza, legato alla Rosselli da un rapporto complicato, di stima e ingiuria. Come si sono riconciliati dopo i versi feroci che lui le dedicò? Possiamo parlare di rivolta contro una impossibile figura materna?

Bellezza incontrò  Amelia  quando la sua ricerca della madre infuriava. Amelia non poteva essere una madre. Di lì le liti furibonde.

Poi la figura materna la indossò Elsa Morante e finì male anche lì. Solo con la Ortese,che però non abitava a Roma,  Dario sembrò acquietarsi.

Un aspetto poco noto della produzione rosselliana è la sua prima grande passione, la musica. Purtroppo si trova molto poco, o meglio nulla, in rete, eppure è straordinario pensarla vicino a figure come Stockhausen e John Cage.

Nel libro racconto in dettaglio la sua volontà di avere successo con la musica, compresi i suoi incontri importanti. Tutto cominciò a Larchemont dove imparò a suonare il violino. Cercava una lingua universale,  possedendo  fin da  piccola  diverse lingue: quella francese, l’italiana e l’inglese. Poi quella universalità la trovò nella poesia, che chiamava “pan-poesia”.

Un altro collaboratore e amico è stato Sylvano Bussotti ed entrambi hanno collaborato ai primi spettacoli di Carmelo Bene, nel periodo delle cantine romane. Quali aneddoti ricorda di due temperamenti così particolari, come Bene e la Rosselli?

Lasciandolo, Miss Rosselli diceva che Carmelo Bene era matto e che, soprattutto, non l’aveva pagata,  anche conoscendo le sue condizioni economiche. Si era molto divertita però a fare l’attrice di “Majakovskij” e a offrirgli  delle sue musiche.

Amelia Rosselli si è sempre definita marxista. Quali erano i rapporti di Amelia Rosselli nei confronti della sinistra extraparlamentare, o anche degli eretici del Partito Radicale?

Amelia alle interviste dei marxisti impegnati rispondeva che era un’autrice d’avanguardia e a quelli d’avanguardia rispondeva che era marxista iscritta al PCI. Amava provocare. Con la sinistra extraparlamentare  come quella de Il Manifesto era in simpatia, ma la riteneva troppo ingenua, visto che non si erano accorti che Roma era un crocevia di spie della Cia.

Uno degli aspetti più interessanti del suo straordinario albero genealogico è l’essere cugina di Alberto Moravia.

Appena giunta a Roma andò a trovare Moravia, che le diede molti libri e le aprì insieme alla Maraini i salotti degli intellettuali romani. Quando poi lesse “Il conformista” gli tolse il saluto, a differenza di Aldo Rosselli che continuò a  frequentarlo. Secondo lei Moravia non aveva combattuto politicamente e con azioni precise il Fascismo, come aveva fatto il padre.

Chiaramente, la figura del padre, Carlo Rosselli, martire e mito dell’antifascismo, è dominante nella piscologia poetica della Rosselli. Come si potrebbe riassumere un rapporto così complesso e straordinario?

Amelia cercò a lungo suo padre, non solo leggendolo, ma combattendo gli spioni della Cia che le  riserbavano, a suo dire, lo stesso atroce destino. Fu il suo un lungo avvicinamento alle idee paterne,  con simpatie a volte per i radicali.

Capitolo a parte meritano i suoi “amorastri”, alcuni con alcuni delle menti più brillanti della sua generazione.

Miss Rosselli definiva “amorastri”  quelli con Tobino, Guttuso e anche Volponi, solo perché per lei erano amori non corrisposti. Faceva tutto lei, cercando anche di farsi sposare, per formare una famiglia diversa da quella che aveva avuto.Il mare nero del suo inconscio però la riportava nella notte e ne soffriva fino al ricovero in cliniche di mezza Europa.

In breve, come si può definire l’unicum poetico di Amelia Rosselli: sciamana, folle, genio, vittima della storia, albatro baudelairiano?

Miss Rosselli era straniera anche a sé stessa e veniva da un altro mondo. Era una sciamana, consultava di continuo I Ching e da medium partecipava a sedute spiritiiche. Era affollata di ombre.

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Discorsi sul metodo – 25: Dacia Maraini https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/discorsi-sul-metodo-25-dacia-maraini/#comments Thu, 18 Oct 2018 12:18:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38215 Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe) * * * Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi? Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti […]

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Dacia Maraini è nata a Fiesole nel 1936. Il suo ultimo libro è Il diritto di morire (SEM 2018, con Claudio Volpe)

* * *

Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura? Hai orari precisi?

Non ho delle regole fisse. Di solito comincio alle otto di mattina e vado avanti  fino all’una. Poi stacco per pranzare, leggere i giornali, riposare mezz’ora e poi riprendo. Ma quando sono in viaggio le cose cambiano naturalmente, anche se scrivo lo stesso portandomi dietro l’iPad. Ma in viaggio non posso stare a orari fissi e tutto dipende dagli impegni che ho con il pubblico che vado a incontrare.

Dove scrivi?

Scrivo nel mio studio di Roma che sta all’ultimo piano e ho davanti una finestra che dà sui tetti e sul cielo spesso solcato da gabbiani e piccioni. Spesso però scrivo nello studio della mia casa di Pescasseroli, al centro del Parco nazionale abruzzese. Ci lavoro bene perché c’è silenzio, perché ho davanti a me solo cime di montagne e boschi centenari, perché ho molto meno impegni e distrazioni che a Roma.

Fai preproduzione o scrivi di getto?

Dipende. Se scrivo un articolo, scelgo un tema e faccio un piccolo progetto mentale. Se scrivo un romanzo cambia tutto perché si tratta di un progetto a lunga scadenza e devo pensare in termini di anni. Mentre scrivo cambio prospettiva, cambio struttura, insomma lascio che la storia mi suggerisca i suoi caratteri.

Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?

Faccio decine, a volte centinaia di riscritture. Ricomincio ogni volta da capo e riscrivo, riscrivo finché non mi sembra di avere raggiunto un grado di compiutezza accettabile. Ma potrei continuare all’infinito, perché ogni opera è in fieri e ha tante possibilità che ogni volta nascono dall’approfondimento del tema e possono essere modificate. Parlo sia dal punto di vista linguistico, che narrativo. Comunque per me la scrittura è un progetto musicale. E l’orecchio, mentre scrivo, segue un ritmo che non va mai tradito.

Scrivi più libri in contemporanea?

Sempre un libro per volta. Posso scrivere un romanzo e un testo teatrale più o meno in contemporanea, gli articoli poi sono sempre in contemporanea. Come ho detto: per scrivere un romanzo non ci metto mai meno di due anni. In questi due anni può capitare che scriva un testo teatrale, una poesia, e certamente ogni quindici giorni il mio intervento sulla pagina delle Opinioni del Corriere della sera.

Carta o computer?

Computer. Uso molto i quaderni per gli appunti ma poi trasferisco tutto sul computer.

Tic o rituali per favorire la concentrazione?

Non li chiamerei tic ma necessità. Per me prima di tutto il silenzio e il tempo a disposizione. Mi disturba molto essere interrotta. Infatti di solito stacco il telefono quando scrivo.

Come hai esordito?

Ho la fortuna di venire da una famiglia di scrittori: Una mia bisnonna inglese, Cornelia Berkeley, scriveva libri per bambini; mia nonna Yoi Crosse scriveva romanzi di viaggio; mio padre, Fosco Maraini, antropologo, ha sempre scritto; l’altro mio nonno, Enrico Alliata, scriveva di teosofia, e di cucina vegetariana. Ho cominciato a scrivere a tredici anni per il giornale della scuola, il Garibaldi di Palermo. Da allora non ho mai smesso. Naturalmente sono stata precoce nello scrivere ma anche nel leggere. Ho sempre letto tantissimo. A volte facendomi ridere dietro, come quando mi portavo un libro sullo schilift e facevo delle cadute fenomenali, oppure camminando, e non parliamo dei tram, dei treni, degli aerei, su cui passo il tempo leggendo.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?

Beh, prima usavo la macchina da scrivere. Ora uso il computer che è molto più comodo. Basterebbero quelle tre parolette – Salva con nome – per capire la novità del PC per chi è cresciuto con la macchina da scrivere.

Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.

L’esempio di mio padre: la sua tenacia, la sua disciplina. Ma poi ciascuno trova il suo equilibrio e i suoi ritmi. Ho imparato molto leggendo, e anche traducendo. Per esempio l’importanza della riscrittura, del seguire l’istinto creativo e musicale, ma senza masi compiacersi,  mantenendo uno sguardo critico sul proprio lavoro.

“Esisti” online?

No. Non mi piace il clima che si respira da quelle parti.

~

[25 – continua; le precedenti interviste: Siti, Laferrière, Moore, Énard, Luiselli, Hasbún, Li, Cărtărescu, Tierce, Miller, Drndić, Nettel, Lahiri, Sorokin, Pauls, Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín.]

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Variazioni su un tempo di mezzo https://minimaetmoralia.it/interventi/variazioni-su-un-tempo-di-mezzo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/variazioni-su-un-tempo-di-mezzo/#comments Sat, 02 Jan 2016 12:19:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29561 Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell'anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l'autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

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Joan-Didion

Pubblichiamo un riepilogo sulle letture dell’anno appena passato scritto da Giusi Marchetta, ringraziando l’autrice (nella foto, Joan Didion).

di Giusi Marchetta

La storia delle mie letture è sempre stata declinata al maschile. Al liceo credevo nei classici: russi, italiani, europei soprattutto. I classici avevano l’autorità per restituirmi del mondo un’immagine più vera e completa di quella che avrei potuto concepire da sola. Non avevano bisogno di convincermi che le cose stessero in un certo modo: Dostoevskij era Dostoevskij, Pavese era Pavese e Flaubert era Emma Bovary. Mi bastava quello.

Qualche anno dopo, pronta per una scrittura che non mi aiutasse a capire ma a distruggere quello che avevo capito, ho lasciato che Nabokov, Celine e molti altri usassero parole nuove, parole-martello, contro di me. Mi è piaciuto. Mi serviva.

Alternavo il primo Novecento al secondo, i vivi ai morti. Compravo i Nobel e i Pulitzer per autoeducarmi: così ho scoperto Eugenides, Franzen e l’America. Ho cominciato a credere in Carver, Malamud e Yates. Ho avuto il periodo Roth e il periodo McCarthy. C’era di sicuro qualcosa di sbagliato se non apprezzavo Houellebecq: mi sono affrettata a rimediare con Carrere per sentirmi meglio.

In quei primi anni di letture matte e disperatissime non ho mai scientemente evitato le donne, ma ne ho lette di meno. Dovevano essere morte (Woolf, Morante, Ginzburg) o molto note (Fallaci, Maraini) perché mi arrivassero tra le mani. Non mi sarei mai definita una ventenne sessista, ovviamente; leggevo senza fare caso al sesso dell’autore e capitava che si trattasse in maggioranza di uomini. Del resto gli uomini mi sembravano perfettamente in grado di scrivere bene tutto quello che c’era da scrivere, di dare una risposta a tutte le domande che avrei mai pensato di fare.

Quest’anno ho compiuto trentatré anni: definirmi ragazza non è più una possibilità. (Non lo è più da tempo, ovviamente, ma le prese di coscienza più difficili non arrivano mai puntuali, è un fatto).
Ebbene, sono una donna. Non mi pesa come credevo, ma mi proietta in un’altra dimensione della mia esistenza. Invecchiare, amare e lavorare hanno un altro significato adesso rispetto a dieci anni fa. I miei no pesano quasi quanto i sì. Le mie paure non sono scomparse: hanno cambiato forma e hanno aspettato pazienti che le riconoscessi. Se prima coltivavo fedi e certezze, adesso sento il bisogno di accanirmici contro e di dedicare tempo e cure a quelle che sopravvivono. Come al solito, quindi, anche quest’anno sono andata in cerca di parole martello che mi aiutassero a spazzare via il superfluo. Non ne ho trovate. O meglio: non ho trovato quelle che mi avrebbero permesso di distruggere e di ricostruire ciò di cui avevo bisogno. All’inizio dell’anno ho letto Guarigione di Cristiano de Majo, un libro sulla paternità, la continuità e sul senso dello stare al mondo. Molto bello, ho pensato. Ne avrei voluto uno simile che parlasse a me, di me.

Così, in attesa di qualcosa di diverso e potente e di mio, mi ha trovato Il posto di Annie Ernaux. Poche pagine, frasi brevi. Un ritratto. L’esame del concorso per l’assunzione a scuola e la morte del padre sono i due chiodi cui è appeso il quadro: il posto della protagonista nel mondo si trova in un punto imprecisato di questa cornice, nello spazio che i genitori le hanno ritagliato perché lo abitasse in maniera più consapevole di loro. Questo posto però non è un punto geometrico, ma una distanza dal padre e dalla madre ingigantita dai libri che la protagonista ha letto, dalla lingua ricercata che usa e che loro non parlano. È un tradimento e io lo conosco. Ernaux mi ha trovato e non mi ha rassicurato o liberato dal senso di colpa. Mi ha detto che sa, che capisce, con poche parole appuntite. È così che si scrive, mi ha anche detto.

Qualche mese dopo, intrappolata su un frecciabianca diretto nelle Marche, mi è successo di nuovo con un libro non fiction di Didion, una scrittrice non comune. Avevo sentito parlare molto di lei, ne avevo letto su riviste specializzate; scrittori uomini la citavano nelle interviste. Insomma, la leggevano tutti. Ne L’anno del pensiero magico, lei e il marito sono seduti a tavola e un attimo dopo lui è morto. Senza un preavviso o un perché prevedibile. Morto.
Il resto del viaggio è stato lungo e difficile.

Durante l’estate avevo letto Riparare i viventi di De Kerangal e mi era sembrato che i miei organi interni pulsassero tutti contemporaneamente, in una rinnovata fragilità. Avevo già fatto esperienza del dolore assorbito dai tessuti e poi pianto con ogni lacrima producibile dal corpo. Non avevo ancora superato un confine, però; Didion mi ha costretto a farlo. Non è solo il dolore, mi ha spiegato. È il vuoto improvviso e la necessità di sostituire un arto mancante con qualcos’altro che non pareggerà il conto, un pensiero razionale con uno magico. Il cuore del protagonista di De Kerangal è lo stesso che batte, vivo, in un altro petto, ma la modifica provvisoria che il marito di Didion ha fatto al suo romanzo un quarto d’ora prima di morire resterà per sempre l’ultima. Il segreto della morte, quindi, me l’ha rivelato lei. Quello della sua scrittura invece se lo tiene stretto: forse lo stile di Didion è solo il suo modo di soffrire, è lei.

E dunque avevo bisogno di risposte quest’anno (la vita, l’universo e tutto quanto) e non mi bastava la solita, profonda e universale riflessione sulla solitudine e sul venire a patti con l’idea di essere vivi per altri dodici mesi. Volevo leggere di un’infelicità propriamente femminile e del suo opposto; volevo capire come si fa a essere vive e trentenni nel 2015. Ho scoperto che si fa come Hannah in Amori e disamori di Nathaniel P di Waldman, imparando a interagire con gli insicuri narcisisti che troviamo così attraenti finché non crollano davanti ai nostri occhi e scopriamo che in parte li avevamo inventati. Sono stata grata a Waldman per avermi fatto ridere di Nate, delle ferite che infligge alle donne, della piccola felicità che si è costruito su misura. Insomma, leggere il suo libro non mi ha risolto un destino, ma me l’ha reso più leggero. I Nate passano, a quanto pare, almeno fino al successivo.

Single, frivole e pronte a tutto di Heiny è arrivato subito dopo, al momento giusto. Non era necessario che mi identificassi con le protagoniste dei racconti perché non siamo uguali: giochiamo solo nello stesso campionato. E se qualcuna resta col fidanzato di sempre anche se non lo ama più, non posso darle addosso come avrei fatto a vent’anni: sento il vuoto da cui sta scappando, ne ho un’immagine chiara, precisa.

L’ho letto anche, questo vuoto; è tutto in Sembrava una felicità di Offill. La protagonista tenta di tenere legato a sé il marito pur convivendo con una perdurante sensazione di lutto che non ha a che fare col matrimonio, né è addolcita dalla presenza di lui. C’è. È un inguaribile senso di distacco dalle cose: svegliarsi ogni mattina sapendo di dover essere madre e moglie, come un compito che ci si assegna per arrivare a fine giornata.

È questo, dunque, che andavo cercando. Essere vive, mediamente giovani, disperate; sentire che in qualche modo alcuni giochi sono fatti, senza che ce ne accorgessimo. Quando Carne viva di Tierce è arrivata in Italia se ne è parlato come di una discesa all’inferno. Io non ho problemi con l’inferno, soprattutto quello letterario: ho sempre cercato le fiamme nei libri, fin da piccola. E, infatti, non ho avuto problemi a girare le pagine, a seguire Marie da un letto all’altro, da un pavimento all’altro, da un divano sporco al sedile di un’auto sotto l’ennesimo uomo con cui annullarsi. Non ho avuto problemi ad arrivare in fondo alla sua storia, a chiuderla e a lasciarla sul comodino. Poi però, a distanza di mesi, si parla di uomini che non leggono le donne e io non posso fare a meno di pensare a Marie e a quella rinuncia a essere altro che una bambola di carne. Mi avrebbe dato fastidio il romanzo di uno scrittore che equipara il sesso promiscuo all’autodistruzione per un personaggio femminile. Invece riprendo Carne viva dopo una notte uguale ad altre notti e mi dico che Tierce sa. E non sta giudicando o semplificando. Sta dicendo che i giochi sono fatti e che il vuoto non lo senti più: ci sei caduta dentro.

Ho sempre cercato nei libri la morte, l’amore, la scrittura; quest’anno però volevo che fossero declinati su misura per i miei trent’anni. Sono stata fortunata, li ho trovati. La maggior parte erano stati scritti da donne. Mi dico che non avrei dovuto notarlo, che non importa. Invece importa.
Sono sempre stata femminista, eppure non leggevo molte donne: sceglievo in base alle storie e sceglievo gli uomini. Mi davano tutte le risposte di cui avevo bisogno. Così, almeno, credevo.
Adesso so che un pregiudizio può guidare la tua scelta anche se non te ne rendi conto. So che tocca a me fare in modo che il libro di una scrittrice di talento mi arrivi tra le mani. So che ne ho bisogno. E non perché io pensi che esista una scrittura femminile. Al contrario: esiste una scrittura che racconta le crepe dell’umano e ciò che lo tiene insieme. Non ha sesso o età. È puro talento, ma è anche attenzione per quello che ci riguarda.

La differenza non sta nella scrittura, è nella scelta che la nostra società continua a fare di ignorare deliberatamente che una scrittrice possa restituire un aspetto della realtà che ha un peso e un’importanza nella nostra definizione di noi stessi. Ci cerchiamo tutti nei temi universali degli scrittori di talento e spesso ci troviamo. Nei libri delle scrittrici di talento si ritrovano spesso soprattutto le donne. È talmente radicato il pregiudizio di una letteratura minore, che tutto quello che di universale e umano c’è in questi libri passa per ombelicale. Il sesso, l’amore, la maternità, l’emancipazione: se ne scrivono le donne diventano quasi un genere a parte, interessano meno.

Eppure, questi libri sono interessanti. E lo sono doppiamente: parlano a tutti, uomini e donne indifferentemente, e allo stesso tempo mi sembrano trovare la ferita al primo colpo. Scavano, sondano, illuminano questo mio tempo di mezzo che non conosco e non so abitare.

Ad esempio, ero femminista a vent’anni ma non ha funzionato. Adesso che mi chiedo cosa significhi questa parola, come faccio ad appuntarmela addosso senza mentire, ho bisogno che qualcuno del posto mi indichi la strada. Pochi scrittori uomini hanno risposto all’appello, molte scrittrici sì. L’ha fatto Ferrante per prima (e poco importa se persiste il dubbio sul suo sesso). L’amica geniale è entrata nelle mie letture di quest’anno come un faro, spazzando via ogni proposta politicamente corretta, suggerendo la prospettiva di un femminismo cinico e disincantato: sarebbe il caso, forse, di cominciare a salvarci in modo individuale puntando a ottenere qualcosa dalla sofferenza e dalle ingiustizie inflitte dai Sarratore di tutti i rioni del mondo.

Ancora, Ferrante mi ha mostrato come pochi altri, il passaggio del tempo sull’essere donna e scrittrice. La vecchiaia non è lo scoglio che ci fa naufragare, ma un punto da cui guardare il passato e trovare solo quello che era fatto per restare, anche se sul momento non lo sapevamo. La stessa verità mi hanno gridato contro Olive Kitteridge di Strout e quasi tutti i racconti di Munro, mostrandomi un futuro in cui, ottantenne, mi guarderò indietro cercando un senso al percorso fatto, un motivo in più per perdonarmi.

Se per dare retta a un’abitudine consolidata, a qualche classifica di rivista culturale o al giudizio di qualche critico che non legge le donne mi fossi persa uno di questi libri, credo che mi mancherebbe qualcosa di importante. Qualcosa di mio, destinato a passare. La stessa Ernaux me l’ha dimostrato scrivendo Gli anni, trovando le parole giuste per raccontare i momenti fatti per resistere al tempo e quelli che ha dovuto strappargli con la forza. Di questo avevo e ho bisogno adesso, del racconto di questi miei trent’anni, di qualcuno capace di fermarli prima che scappino. Tutte queste scrittrici ci sono riuscite. Hanno talento, certo, e forse ognuna di loro sa qualcosa di quest’altalena di cui sono fatti i giorni, della ferocia con cui desidero quello che non ho e delle corse, del sonno perso, dei letti sfatti, del gesso che mi consuma le mani un po’ alla volta.

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L’infanzia di PPP. Intervista di Dacia Maraini https://minimaetmoralia.it/interviste/linfanzia-di-ppp-intervista-di-dacia-maraini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/linfanzia-di-ppp-intervista-di-dacia-maraini/#respond Mon, 02 Nov 2015 16:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28929 Per chiudere questa giornata dedicata a Pier Paolo Pasolini pubblichiamo un'intervista allo scrittore realizzata da Dacia Maraini per Vogue Italia, uscita nel maggio 1971. Il pezzo è contenuto nel volume dei Meridiani Saggi sulla politica e sulla società, curato da Silvia De Laude e Walter Siti, ed è ospitato sul sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia.

di Dacia Maraini

Sei nato a Bologna, vero? In che anno?

Nel 1922.

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Per chiudere questa giornata dedicata a Pier Paolo Pasolini pubblichiamo un’intervista allo scrittore realizzata da Dacia Maraini per Vogue Italia, uscita nel maggio 1971. Il pezzo è contenuto nel volume dei Meridiani Saggi sulla politica e sulla società, curato da Silvia De Laude e Walter Siti, ed è ospitato sul sito del Centro Studi Pier Paolo Pasolini di Casarsa della Delizia.   

di Dacia Maraini

Sei nato a Bologna, vero? In che anno?

Nel 1922.

Qual è il primo ricordo che hai della tua infanzia? 

Mi ricordo di quando avevo un anno. Ricordo la camera dove dormivo. Era la sala da pranzo e la mia culla stava in un angolo addossata al muro. Di fronte c’era una grande alcova di legno dove dormiva la mia nonna. Ricordo anche un divano che poi ci ha seguiti per tutta la vita. Il bracciolo di questo divano si rovesciava e scopriva la struttura di legno. Io su questo legno disegnavo con la matita un’automobile e la chiamavo Ru-pepé.

Hai una memoria molto buona. Ricordi altro?

Ricordo i giardini Margherita; una strada di Bologna dove passeggiavo con una mia zia e davanti a lei usavo impuntarmi perché volevo tornare a casa in carrozza. Hanno cercato di convincermi, mi hanno sgridato. Ma ho vinto io. I miei capricci erano violenti e assoluti.

Sono ricordi piacevoli o spiacevoli?

Né una cosa né l’altra, come i sogni. Uno soprattutto ha qualcosa di terribile: c’era una stanza con delle grandi tende bianche e sotto, nel vicolo, passavano i cavalli con le carrozze. Il tonfo di quegli zoccoli mi metteva paura, ma nello stesso tempo mi affascinava come qualcosa di magico e di misterioso.

Tuo padre che mestiere faceva ?

Mio padre era ufficiale di fanteria. Nei primi anni della mia vita per me lui è stato più importante di mia madre. Era una presenza rassicurante, forte. Un vero padre affettuoso e protettivo. Poi improvvisamente, quando avevo circa tre anni, è scoppiato il conflitto. Da allora c’è sempre stata una tensione antagonistica, drammatica, tragica fra me e lui.

Com’era tuo padre fisicamente?

Un bellissimo uomo. Quando sono nato io aveva ventotto anni. Era di statura non troppo alta, bruno, molto forte, gli occhi scuri e limpidi, i lineamenti marcati.

E di carattere?

Era violento, possessivo, tirannico. Prima dei tre anni me lo ricordo anche allegro. Poi, dopo i tre anni, non ricordo più un sorriso (quelle poche volte che rideva, però, era addirittura gongolante).

Gli assomigli?

Sì, molto.

E tua madre com’era da giovane? Come te la ricordi?

Bellissima. Era piccola, fragile, aveva il collo bianco bianco e i capelli castani. Nei primi anni della mia vita ho di lei un ricordo quasi invisibile. Poi salta fuori improvvisamente verso i tre anni e da allora tutta la mia vita è stata imperniata su di lei.

Avevi anche un fratello, vero? 

Sì. È nato a Belluno quando avevo tre anni. Ricordo mia madre incinta e io che chiedevo: «Mamma, come nascono i bambini?». E lei, mitemente, dolcemente, mi ha risposto: «Nascono dalla pancia della mamma». Una cosa a cui allora però non ho voluto credere, naturalmente. La tua vita si è improvvisamente trasformata e ha preso la strada che poi hai seguito finora. È giusto? Sì, a tre anni è cambiato tutto. Quando mia madre stava per partorire ho cominciato a soffrire di bruciore agli occhi. Mio padre mi immobilizzava sul tavolo della cucina, mi apriva l’occhio con le dita e mi versava dentro il collirio. È da quel momento “simbolico” che ho cominciato a non amare più mio padre.

Ma tu allora giocavi con gli altri bambini o facevi una vita solitaria?

Avevo solo tre anni! Ricordo che stavo in mezzo a dei ragazzetti che giocavano nella piazza davanti casa. Ero attratto dalle loro gambe; anzi, precisamente dall’incavo dei loro ginocchi. È la prima parte del corpo che mi ha colpito come corpo. Uno dei ragazzetti mi attraeva e non sapevo perché. Questo sentimento di affetto l’avevo chiamato Teta-veleta. Qualche anno fa Contini mi ha fatto osservare come, in greco, Tetis voglia dire sesso (sia maschile che femminile) e come Teta-veleta sia un reminder del tipo che si usa nei linguaggi arcaici. Questo stesso sentimento di Teta-veleta lo provavo per il seno di mia madre.

Ru-pepé Teta-veleta. La tua infanzia sembra fissata attorno a delle parole chiave.

Non solo la mia infanzia ma la mia vita intera è cosparsa di parole chiave.

A Bologna quanto siete rimasti?

Solo un anno e mezzo. Poi siamo andati a Parma, a Belluno, a Conegliano. Ogni anno cambiavamo città. Di Parma mi ricordo solo un porcospino. Ricordo un grande viale di periferia e in mezzo alla strada un porcospino. Ero molto incuriosito da quell’animale. Ma quello che mi colpiva di più era il suo nome. Mi chiedevo: ma perché porco?

A che età hai cominciato a parlare? 

Prestissimo. E ho imparato a scrivere a quattro anni.

Di Belluno cosa ricordi?

A parte quel che ti ho detto del collirio e del Teta-veleta, ricordo che a Belluno una volta è venuto il re. La popolazione l’ha accolto molto freddamente. Mia madre che era antifascista e teneva ingenuamente per il re, ha gridato da sola nel silenzio: «Viva il re!». Questo “Viva il re” me lo ricordo bene. Io però non mi ero accorto che la popolazione era ostile. Avevo solo notato la bella voce infantile di mia madre.

A che età hai cominciato ad andare a scuola?

Proprio quell’anno, a Belluno, ho cominciato a frequentare l’asilo. Le suore, per farci giocare tranquilli, ci dicevano che, scavando la terra, avremmo trovato un tesoro. Io per giorni e giorni ho continuato a scavare. Poi mi sono seccato e non ho più voluto andare all’asilo. Anche quella volta l’ho avuta vinta. Il mio rifiuto era deciso e categorico. Infatti non ci sono più andato.

Com’eri da bambino?

Come adesso. Solo più buffo. Ero ingenuo, credulone. Molto capriccioso. Mi entusiasmavo facilmente. Volevo capire le cose, ero curioso e testardo.

Eri chiuso?

No. Ero timido. Impacciato.

Cos’è che ti piaceva di più al mondo a quell’età?

Mi piacevano le storie, i racconti, il sapere. Le nozioni sul mondo.

Tua madre ti raccontava delle storie?

Sempre. Mi raccontava storie, favole, me le leggeva. Mia madre era come Socrate per me. Aveva e ha una visione del mondo certamente idealistica e idealizzata. Lei crede veramente nell’eroismo, nella carità, nella pietà, nella generosità. E io ho assorbito tutto questo in maniera quasi patologica.

Tua madre ha mai lavorato?

Sì, ha fatto la maestra. L’anno dopo, a Conegliano, è cominciata una serie di sogni in cui sognavo di perdere mia madre e l’andavo a cercare in una città che era Bologna. La cosa strana è che Bologna io me la ricordo soprattutto attraverso quei sogni. L’incubo finiva con delle scale che io salivo correndo, sempre cercando mia madre disperatamente. Poi mi svegliavo nel letto dei miei genitori. In quell’epoca è cominciata una forma di nevrosi cardiaca. Avevo imparato che il cuore è il motore della vita ed ero preso dall’improvvisa paura che smettesse di battere.

Quanti anni avevi?

Quattro.

E dopo ne hai più sofferto di questa paura?

Sì, circa un anno dopo a Casarsa, in seguito a non so che disastro economico. Mio padre aveva fatto dei debiti ed era in mezzo ai guai. Mia madre è tornata a fare la maestra. In quell’epoca dormivo nel letto con lei.

E poi hai sofferto ancora di tale nevrosi?

Sì, ancora una volta mi ha ripreso a Bologna, quando avevo diciassette anni. Una notte mi sono svegliato con la sensazione che il mio cuore non battesse più.

Ma soffrivi veramente di mal di cuore?

No, fisicamente stavo benissimo. Sono sempre stato forte e sanissimo. Era soltanto una forma di angoscia.

Tu una volta hai detto che l’angoscia è lo stato naturale della tua vita. Che cos’è che ti fa soffrire?

La mia sofferenza è dovuta al fatto che per me una disgrazia non è mai quella disgrazia lì, ma una disgrazia cosmica, che mette in forse tutto me stesso. Ogni scacco per me è uno scacco totale.

Ti fanno soffrire più gli amici o i nemici?

Soffro delle cose oggettive, come le denunce, le calunnie, gli impedimenti al mio lavoro. Le persone che mi stanno a cuore non mi fanno soffrire.

Tornando all’infanzia, è stata un’infanzia felice o infelice?

Ho dei ricordi gloriosi. Ogni mese (in prima elementare, a Conegliano) distribuivano le medaglie ai più bravi. Mi ricordo un meraviglioso fiocco verde. Tornavo a casa di corsa. Vedevo mia madre alla finestra e le indicavo col dito il fiocco sul petto.

Sei sempre stato bravo a scuola?

Non in tutto. Qualche volta, pur essendo preparato, avevo delle strane lacune.

Era importante per te l’affermazione scolastica? E perché?

Sì, molto. Proprio per quei valori che mi aveva insegnato mia madre: la serietà, l’applicazione, l’entusiasmo per il sapere. In quel periodo, a Conegliano, ho cominciato a dire bugie. Le prime colpe coscienti.

Che genere di bugie?

Bugie un po’ gratuite. Mia madre mi diceva: non andare in strada, e io andavo in strada di nascosto, senza dirglielo. Probabilmente, se le avessi detto che volevo andare a giocare fuori, non mi avrebbe detto di no. Ma io raccontavo lo stesso quelle bugie. Mi piaceva. Quelle bugie sono legate a un colore meraviglioso tra il verde e l’azzurro che forse era il vestito di mia madre o una blusa di quel periodo, non so.

Quanti anni avevi?

Cinque anni. Ma il periodo delle bugie è passato subito. Ci siamo poi trasferiti a Casarsa, dove ho frequentato la seconda elementare. La seconda elementare è uno dei punti vertici della mia vita. Ho vissuto per la prima volta in una casa mia, in mezzo a un mondo nuovo di cugini, cugine, zie, zii, nonni e nonne. Quell’anno c’è stato un amore per mia cugina Franca che era una bambina bellissima e allegra.

E poi?

L’anno dopo ci siamo trasferiti di nuovo (stavolta a Sacile). Però ogni estate tornavamo lì per le vacanze.

La famiglia di tua madre era ricca o povera?

Era una famiglia di piccoli possidenti. C’era mia nonna Giulia per cui ho avuto un grande amore. Mio nonno che è morto proprio quell’anno. Aveva costruito una distilleria che poi è andata in fallimento. Di soldi ce n’erano pochi. Però mia madre e mia zia avevano potuto diventare maestre. Insomma erano di quei contadini che possono mandare i figli a scuola.

E la famiglia di tuo padre?

La famiglia di mio padre era ricchissima. Mio nonno Argobasto possedeva terre, palazzi, proprietà. Quando è morto, mio padre ragazzo ha ereditato tutto. Ma in capo a qualche anno ha sperperato ogni cosa. È diventato povero più di mia madre.

In che modo ha sperperato quei soldi?

Non lo so. Mi hanno detto che a quattordici anni è scappato di casa con una ballerina.

Ma ne parlava mai, con te, del suo passato tuo padre?

No, mai. Mio padre era un uomo passionale, sensuale, disorientato e nel momento che ha abbracciato l’ordine, l’ha fatto sul serio. È diventato nazionalista fascista.

Non ti parlava mai della sua giovinezza?

No. Era orgoglioso delle sue origini nobiliari. Era orgoglioso soprattutto di un fratello che si chiamava Pier Paolo e scriveva poesie. Questo fratello è morto a venti anni, in mare, affogato mi pare.

È per quello che ti hanno chiamato Pier Paolo?

Sì. E la cosa strana è che mio padre, per amore di questo suo fratello morto ragazzo, ha appoggiato la mia aspirazione poetica, quasi perfino contro se stesso. Io fino ai sedici anni volevo fare l’ufficiale di marina. Lui invece diceva che dovevo fare lettere. Poi naturalmente i suoi incoraggiamenti si sono ritorti contro di lui.

Perché ritorti?

Perché lui attribuiva alla poesia un carattere ufficiale. Non pensava che potesse essere eversiva, scandalosa. Lui pensava a Carducci, a D’Annunzio.

A che età hai cominciato a scrivere poesie?

A sette anni, in terza elementare, a Sacile.

Com’erano queste poesie?

Erano poesie “elette”, nella tradizione petrarchesca. Da allora ho scritto sempre. Ho una intera cassapanca di scritti infantili.

Il rapporto con gli altri a quest’età com’era?

Il più grande dolore era per me allora fare il balilla e dovere andare alle marce. Essendo il figlio di un ufficiale, dovevo stare fuori dal gruppo e strillare: un, due, un, due! Era un incubo.

Con tuo fratello andavi d’accordo?

Litigavamo, ma eravamo molto amici. Lui mi ammirava perché a scuola avevo la media dell’otto. Perché ero più grande, più forte. Andavamo a fare a sassate con gli altri ragazzi. Una volta a Idria (quarta elementare) abbiamo avuto l’idea di farci costruire degli scudi di metallo dal fabbro del reggimento. Quello scudo è stata una delle più grandi gioie della mia vita. Quando i ragazzi della banda nemica hanno cominciato a tirare sassi, noi ci siamo lanciati in avanti, protetti dagli scudi, come un esercito di troiani all’assalto. Tutti sono rimasti travolti dall’ammirazione. Quell’anno il dispiacere più grosso è stato il maestro, il maestro Cravatta. Aveva una grande antipatia per me e io non capivo perché. Forse ero diventato un po’ troppo Pierino.

Cioè primo della classe?

Sì.

Che libri leggevi allora, te lo ricordi?

Libri di avventure. Mi ricordo la storia di un cowboy che si chiamava Morning Star, stella del mattino. Un giovanotto dritto, coi calzoni di pelle e il fazzoletto rosso al collo. E poi Salgari, tutto Salgari. Sono state le più belle letture della mia vita. Letture incomparabili.

Qual è stato il primo libro non per ragazzi che hai letto?

Macbeth. Improvvisamente a quattordici anni, a Bologna, ho fatto il salto qualitativo. Ho scoperto i Portici della Morte dove compravo i libri di seconda mano. Ho smesso di credere in Dio. Tutto insieme.

La tua famiglia era religiosa?

Mia madre aveva una religione dolce, contadina. Mio padre ci portava in chiesa, ma era una cosa ufficiale di cui non gli importava niente.

E adesso credi in Dio?

No. La fede mi è passata così, a quattordici anni, dalla sera alla mattina.

Ma tu hai sempre mostrato attrazione per il cristianesimo.

L’interesse per il cristianesimo è nato dopo la guerra, sotto l’incubo quotidiano della morte, a contatto con il mondo contadino di Casarsa. Attraverso l’estetismo ho riscoperto la religione.

Facendo un passo indietro, da Idria dove vi siete trasferiti?

Da Idria a Sacile. Dove ho ritrovato i miei compagni cresciuti, irriconoscibili. Ho incontrato Norma, Lavinia, Margherita, i due fratelli Fatati. Ho sentito che parlavano di un certo “taculin”, cioè di un taccuino (portamonete). Di colpo mi sono sentito escluso.

Perché?

Parlavano con grande naturalezza, usando un tono confidenziale che io non avrei mai saputo usare. C’era qualcosa di peccaminoso e insieme normale nei loro modi che mi colpiva.

E cosa hai fatto?

Niente. Li ho ascoltati parlare del “taculin” con una certa invidia e una certa angoscia. Mi sentivo escluso per sempre.

E in famiglia come andavano le cose? Tuo padre e tua madre andavano d’accordo?

Mio padre e mia madre non andavano d’accordo per niente. Tutta la mia vita è stata influenzata dalle scenate che mio padre faceva a mia madre. Quelle scenate hanno fatto nascere in me il desiderio di morire. Mio padre era innamorato pazzo di mia madre ma in un modo sbagliato, passionale, possessivo. La cosa odiosa, poi, era che lui trasferiva la sua passionalità non corrisposta in piccole osservazioni tipo il bicchiere fuori posto, l’asciugamano non lavato, il cibo troppo salato eccetera.

E tua madre come reagiva?

Reagiva lamentandosi dolcemente.

Ma di che cosa la rimproverava tuo padre?

La rimproverava di avere la testa nelle nuvole. Ma non era vero. Il fatto è che lui era fascista e lei no. Fra di loro non parlavano mai di politica, ma mio padre sapeva che mia madre pensava di Mussolini che era un “culatta”, cioè “chiappe grosse”, come lo chiamava gaddianamente mia nonna. Stare nelle nuvole, comunque, per lui voleva dire essere anticonformista, in contrasto con le leggi dello Stato, in dissidio con l’opinione dei potenti.

E tu intervenivi mai in favore di tua madre? 

Ero semplicemente terrorizzato. Sentivo che lei si lamentava e che lui l’aggrediva, sempre. È stato l’incubo della mia vita. Tutte le sere aspettavo con terrore l’ora della cena sapendo che sarebbero venute le scenate.

Ma anche in caserma coi suoi soldati si comportava così tuo padre?

No. Come ufficiale era molto diverso, umano, comprensivo. Fuori di casa era buono. Gli volevano tutti bene. Quando è morto abbiamo visto arrivare un soldato dalla Sicilia con un cesto pieno di arance.

E tu come la spieghi questa differenza di comportamento tra fuori e dentro?

È tipico dei paranoidei, e degli uomini che bevono.

Tuo padre beveva molto? Quando ha cominciato a bere?

Sì, beveva e diventava aggressivo. Ha cominciato pochi anni dopo il matrimonio.

E tuo fratello come reagiva a queste scenate?

Mio fratello era un ragazzo normale. Ne soffriva anche lui ma non ne faceva una tragedia.

E tu perché ne facevi una tragedia?

In me c’era stata una iniziale rimozione della madre che mi ha procurato una nevrosi infantile. Questa nevrosi mi aveva fatto diventare inquieto, di un’inquietudine che metteva in discussione in ogni momento il mio essere al mondo.

Torniamo indietro. Alla quinta elementare.

Alla quinta elementare è successo un fatto inaudito. Sono stato bocciato in italiano scritto. Hanno accusato il mio tema di essere troppo poetico.

Ci sei rimasto molto male?

Malissimo. Ero abituato a riuscire bene in tutto, specialmente in italiano.

Da Sacile dove siete andati?

A Cremona. Dove sono rimasto tre anni. Ma avevo cominciato a frequentare la prima media andando in treno da Sacile a Conegliano. Avevo dieci anni. Andavo su e giù in treno da solo con i libri e un panino involtato nella carta. Arrivavo al ginnasio tanto presto che era tutto deserto, e mi mettevo lì ad aspettare.

Soffrivi di questi viaggi solitari?

No, anzi. Questi viaggi in treno da solo sono stati importanti per me. Imparavo a stare solo, a togliermi d’impiccio da me, a riflettere e osservare.

Cremona è stata quindi la prima città della tua infanzia?

Sì, Cremona è stata un’esperienza traumatica. A Cremona è finita la mia infanzia.

A che età finisce la tua infanzia?

A tredici anni. Come per tutti: tredici anni è la vecchiaia dell’infanzia, momento perciò di grande saggezza.

Eri contento di te?

Era un momento felice della mia vita. Ero stato il più bravo a scuola. Cominciava l’estate del ‘34. Finiva un periodo della mia vita, concludevo un’esperienza ed ero pronto a cominciarne un’altra. Quei giorni che hanno preceduto l’estate del ‘34 sono stati tra i giorni più belli e gloriosi della mia vita.

Rimpiangi molto la tua infanzia?

Fino ai trent’anni l’ho rimpianta e l’ho narcisisticamente rivissuta. Del resto ho cominciato a rimpiangere la mia infanzia dopo due, tre anni che era passata. Perché è stato un periodo felice, pieno di idealismo. È stato il periodo eroico della mia vita. L’ho rimpianta disperatamente. Ora è là. Saranno quindici anni che non ne parlo più.

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Alberto Moravia e l’Europa https://minimaetmoralia.it/interviste/alberto-moravia-e-leuropa/ https://minimaetmoralia.it/interviste/alberto-moravia-e-leuropa/#comments Tue, 06 May 2014 11:45:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20523 Questo pezzo è uscito su l'Unità.

di Paolo Di Paolo

In vista delle elezioni europee, è un libro da rileggere. Il Diario europeo di Alberto Moravia, legato all’esperienza di parlamentare a Strasburgo negli anni Ottanta, è incredibilmente attuale. Un esempio a caso? Le osservazioni che Moravia fa sul rapporto in Europa fra particolarismi nazionali e universalismo culturale sembrano scritte ieri: l’autore degli Indifferenti paragona l’Europa a una stoffa double-face, su un lato una tessitura multicolore come un patchwork, sull’altro una sola tinta viva e profonda. L’universalismo culturale europeo, sosteneva Moravia, come un temporale improvviso, imbeve di tanto in tanto un territorio disegnato da confini, frontiere, limiti di proprietà. Ma questa pioggia fecondante è tutt’altro che tranquilla, è invece esplosiva e drammatica. Non vi sembra che siamo ancora lì, alle prese con le stesse questioni?

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di Paolo Di Paolo

In vista delle elezioni europee, è un libro da rileggere. Il Diario europeo di Alberto Moravia, legato all’esperienza di parlamentare a Strasburgo negli anni Ottanta, è incredibilmente attuale. Un esempio a caso? Le osservazioni che Moravia fa sul rapporto in Europa fra particolarismi nazionali e universalismo culturale sembrano scritte ieri: l’autore degli Indifferenti paragona l’Europa a una stoffa double-face, su un lato una tessitura multicolore come un patchwork, sull’altro una sola tinta viva e profonda. L’universalismo culturale europeo, sosteneva Moravia, come un temporale improvviso, imbeve di tanto in tanto un territorio disegnato da confini, frontiere, limiti di proprietà. Ma questa pioggia fecondante è tutt’altro che tranquilla, è invece esplosiva e drammatica. Non vi sembra che siamo ancora lì, alle prese con le stesse questioni?

Di Moravia e l’Europa si è discusso in un convegno all’Università di Perugia giovedì scorso, organizzato dal Fondo Alberto Moravia. È una delle attività che aprono una nuova stagione del Fondo, con visite alla casa museo Moravia, a Roma (sarà aperta in un’occasione straordinaria il 10 maggio), e incontri sull’opera dello scrittore (a Fondi il 9 maggio si parlerà della Ciociara). Al convegno di Perugia critici e studiosi, da Raffaele Manica a Salvatore Silvano Nigro, da René de Ceccatty a Simone Casini, hanno toccato diversi aspetti della riflessione europea di Moravia, eletto nelle file del Pci al Parlamento di Strasburgo giusto trent’anni fa, nel 1984.

Chiediamo alla scrittrice Dacia Maraini, che ha tenuto un intervento dal titolo «Moravia e l’Europa» ed è presidente del Fondo Moravia, qual è secondo lei l’aspetto più europeo dello scrittore.

«Alberto – risponde Maraini – era e si sentiva profondamente europeo, più che per una questione politica o geografica, perché i suoi punti di riferimento erano i grandi scrittori europei su cui si era formato. Fin dall’adolescenza, si era immerso nella lettura di autori come Balzac, Proust, Joyce, Woolf, aveva poi frequentato Bloomsbury, e il suo percorso letterario dimostra l’esistenza di un’Europa prima di tutto e soprattutto culturale, un’Europa dello spirito che esiste da molto prima di quanto immaginiamo».

Quale fu la ragione che spinse Moravia a candidarsi al Parlamento europeo?

«L’ha fatto soprattutto per poter diffondere le sue idee pacifiste: in quegli anni si parlava molto di guerra atomica e lui ne era preoccupato, se non ossessionato. I suoi discorsi a Strasburgo si soffermano spesso sul pericolo di quello che lui chiamava l’inverno nucleare. Come gli esseri umani hanno creato il tabù dell’incesto, che non esiste in natura, occorre – diceva Moravia – un lavoro culturale per creare il tabù della guerra. È una bellissima idea, poetica e insieme di grande forza politica».

Nella distanza sempre più larga fra i cittadini e l’idea stessa di Europa, l’appuntamento elettorale del 25 maggio quanto conta?

«È molto importante andare a votare per arginare l’avanzata dei nazionalismi. La globalizzazione, la mobilità sociale, i flussi migratori hanno alimentato in questi decenni paure legate alla perdita delle identità locali. Si tratta di ansie legittime, viscerali, che non però vanno assecondate, ma razionalizzate. La risposta deve passare per una politica che non sia solo populismo, ma che porti invece con sé una visione culturale dell’Europa contemporanea. Il rischio, altrimenti, è che per troppi cittadini l’Europa sia solo quella della finanza e delle banche».

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Memorie del reduce Arbasino https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alberto-arbasino/#comments Thu, 26 Sep 2013 09:12:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15584 Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un'intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l'autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del '30, è il più grande scrittore italiano vivente.

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Arriva oggi in edicola il numero cinquantaquattro di IL, il magazine del Sole 24 Ore. Pubblichiamo un’intervista di Francesco Pacifico a Alberto Arbasino uscita a novembre 2012 ringraziando l’autore e la testata.

La casa: un ultimo piano dietro via Flaminia Vecchia con due grandi A sulle ante della porta. Sul pianerottolo, scaffali di libri. Dentro, un salotto con un divano a L interminabile, comodo, occupato da libri, sovrastato da lampade fungoidali e da un esercito di Adelphi. Ma il pezzo forte è un corridoio: quadri illustri ai lati, Guttuso e Pasolini soprattutto, a lui dedicati, e come soffitto una combinazione di pannelli in vetro colorato, illuminati come un dancefloor Anni 70 rovesciato, in combinazioni cromatiche – viola giallo blu bianco rosa rosso – da grafico hipster. È del ’30, è il più grande scrittore italiano vivente.

Uno penserebbe a un ego debilitante, invece Arbasino è uno da cui farsi raccontare d’altro, di altri (tanto, per l’agiografia e la completezza abbiamo i ben due Meridiani Mondadori usciti pochi anni fa). Ecco per esempio come ritrae la scena di Nuovi Argomenti, la rivista pensosa e impegnata di Moravia, dove arrivò neanche trentenne, grazie all’esordio proustiano e già Nouvelle Vague di Le piccole vacanze.

Con Moravia che rapporti aveva?

Ottimi, perché erano pessimi con Elsa Morante, perché non so perché lei ce l’aveva con me… con Moravia erano ottimi…

Era anche la donna più antipatica d’Italia, no?

Era molto antipatica… Noi spesso con la buona stagione pranzavamo fuori, la sera, con Moravia e Morante, i due Piovene quando erano a Roma, i due Guttuso che abitavano qui e quindi venivano lì, poi Bassani, Pasolini eccetera e qualche volta Gadda, che se era stanco non veniva, poi il giorno dopo telefonava e diceva «Ha strillato molto la Elsina anche ieri sera?». «Ha strillato la Elsina?», diceva Gadda… E lì effettivamente lei strillava perché arrivava agitando Paese Sera dicendo «Qui bisogna scrivere una protesta, bisogna fare una raccolta di firme»…

E Moravia invece… era credibile il suo ruolo pubblico?

Sì.

Anche utile?

Anche utile, lui poi era sempre imbronciato ma era molto socievole: imbronciato e socievole. Anche con Dacia [Maraini] ci siamo sempre visti abbastanza spesso. Una cosa curiosa era che verso le undici di sera mentre si era ancora lì a tavola c’era Pasolini che cominciava ad agitarsi un po’ e la Elsina gli diceva «Vai, vai pure Pier Paolo perché sennò non aspettano»… allora, quello che ci potremmo chiedere oggi era che, siccome la pedofilia allora non esisteva come concetto oltre che come termine, e allora non ci si pensava alla maggiore o minore età dei ragazzini… il fatto era che siccome i ragazzini non avevano né moto né biciclette né niente, stavano lì sotto casa e Pier Paolo arrivava lì sotto le case loro, come mai i fratelli maggiori, i genitori…

… Non lo andavano a menare?

Appunto, perché ogni tanto, specialmente Pier Paolo si vedeva un po’ percosso ma però ci si domandava come mai i genitori, il padre, i fratelli non andavano a menare Pier Paolo…

Eh però Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto] dice che ogni tanto lo si vedeva un po’… (malconcio, ma non ho finito la frase).

Sì, perché a lui piaceva farsi picchiare quindi quando poi giravano i film esotici… India, Yemen, così… dicevano i macchinisti che tornava tardissimo insanguinato, picchiato… trovava dovunque, in questi luoghi esotici, trovava delle turbe di ragazzini da cui si faceva picchiare perché è impossibile che lo picchiassero in Yemen, in Arabia, in India…

(Ecco qui un racconto di Arbasino, composto così, di fronte a me, nel suo salotto pieno di libri. Attento a ogni dettaglio, sul tavolino, accanto a un Mallarmé ha il numero di Nuovi Argomenti che contiene un mio saggio su di lui, e anche un mio libro in cui scrivo di lui, e non li menziona mai, solo mi dà a intendere di essere al corrente. Si vede che ha frequentato un genio delle relazioni come Henry Kissinger quando lavorava nella diplomazia internazionale. Ma torniamo ai racconti: comincio a capire come ha fatto a pubblicare tanto: parla esattamente come scrive – ed ecco la parte inevitabile sull’infanzia, il fascismo e la guerra…)

Sono nato nel ’30, quindi ho fatto in tempo a vivere gli ultimi anni del fascismo e poi tutta quanta la guerra perché eravamo sfollati in campagna ed eravamo in difficoltà gravi perché si era in una zona dominata dalle brigate nere e da una Sichereit tedesca… e poi quello che colpiva negli anni dei partigiani e delle brigate nere era con che spontaneità veniva fuori da persone grigie, burocratiche, apparentemente normalissime, una crudeltà sanguinaria tale… Era inimmaginabile perché si son viste delle persone come – ripeto – grigie, burocratiche, funzionariali, che non appena avevano una divisa organizzavano subito le celle della morte… supplizi, delle cose inverosimili da concepire fino a un momento prima, voglio dire… e quindi è diventato abbastanza complicato avere dei rapporti con quel tipo di realtà dove da ragazzini si vedevano degli anziani signori che diventavano improvvisamente sanguinari crudelissimi torturatori… e quello succedeva…

Come si venivano a sapere queste cose?

Si sapevano perché c’erano gli arresti, ne parlavano, se ne parlava moltissimo. C’erano ad esempio i castelli dei dintorni di Voghera, che venivano requisiti dalle brigate nere, dalle Sichereit, da quelle varie formazioni… ed erano poi formazioni abbastanza spontanee, si veniva a sapere perché lì nei paesini si sa tutto – se un castello viene requisito, se una casa viene requisita, occupata. Così per esempio a un certo punto mio padre era stato arrestato da una di queste formazioni fasciste perché facendo il farmacista dava le medicine ai partigiani. Poi era amico di Italo Pietra, che era comandante partigiano della zona quindi ovviamente mio padre gliele dava… e quando veniva arrestato mio padre, dovevano intervenire degli amici di famiglia, degli avvocati, persone che avevano un po’ rapporti con tutti, diciamo, perché poi nei centri piccoli tutti si conoscevano da prima ovviamente e quindi se uno veniva arrestato, se mio padre veniva arrestato… non lo vedevamo tornare e io che avevo quattordici, quindici anni, così, dovevo mettermi a cercare dove lo tenevano e lo vedevo lì in attesa di un interrogatorio…

E poi quanto è rimasto fuori casa?

Qualche giorno, alcuni giorni… ma poi siccome nei centri molto piccoli tutti quanti si conoscono da sempre, lì poi ci sono degli accomodamenti. Uno viene arrestato anche forse per intimidirlo.

E questo quindi tra persone che si conoscevano già prima?

Sì, appunto, per un ragazzino molto giovane… Io poi avevo a scuola, nel primo ginnasio, quindi nel quaranta, quarantuno, come insegnante una delle figlie del preside Provenzal, ebreo… queste figlie erano cattoliche come la madre e andavano anche in chiesa in maniera piuttosto visibile e lui, Dino Provenzal, a un certo punto, succedeva ad alcuni ebrei che abitavano a Voghera e nei dintorni, si diceva «È in Svizzera, è riuscito a espatriare», ma poi era vero o era invece in una camera lì nascosta della villa… in cantina, torretta? Che poi a Voghera non c’è mai stato un ghetto ebraico, però c’erano degli ebrei di posizione: il preside del ginnasio, oppure c’erano degli avvocati, dei commercianti. C’era per esempio, in campagna vicino a noi, era nascosto il professore Della Seta, non solo ebreo come dice il nome, ma era un personaggio molto famoso ai suoi tempi perché aveva diretto la scuola archeologica italiana ad Atene, Alessandro Della Seta, c’è anche sulla Treccani. Siccome aveva sposato una sorella della sciura Marina, che era una signora proprietaria di terreni, allora si era rifugiato lì, ma siccome era scappato con gli abiti che aveva addosso, che erano abiti elegantissimi da città con dei paltoncini blu come usavano, però ogni tanto usciva, verso sera, per fare una passeggiata: ma non aveva né le scarpe né gli indumenti adatti per le vigne fangose dove eravamo sfollati… Lui poi morì lì, prima che finisse la guerra morì lì.

Voi eravate sfollati.

Vicino Casteggio, tra Voghera e Casteggio. Perché si usava che allora tutti i cittadini di un certo rilievo avevano lo studio professionale oppure nel caso di mio padre la farmacia a Voghera e poi c’era, a poca distanza, la casa di campagna dove si passava tutte le estati, perché si stava al mare o in montagna per un mese ma poi, l’estate essendo lunga, prima di cominciare le scuole si stava nelle case in campagna e c’eran tante di queste case di campagna perché era un’usanza…

A voi cosa venne requisito?

A noi niente, perché non avevamo castelli o ville.

Ha iniziato a scrivere già durante la guerra?

No, dopo la guerra. Le piccole vacanze, sono uscite nel cinquantasette, Calvino l’ha pubblicato, è stato il mio primo libro. Però erano racconti scritti da un anno o due circa. Prima avevo scritto un po’ di poesie che sono quelle poi raccolte in Matinée… In verità è successo che volevo, ormai stufo da anni e anni di neorealismo postbellico, esemplato sulle brutte traduzioni degli americani, tutti quei “disse”… allora io nelle Piccole Vacanze, nel primo racconto, si dice che adagio adagio era finita la guerra, e questo adagio adagio è finita la guerra dice proprio il contrario perché non era adagio adagio: era morte, fame… Perché facendo finta di parlare di vacanze, di estati, in realtà si decretava la fine del neorealismo ed è per quello che a molti non è piaciuto quel libro, perché non era engagé, non c’erano i partigiani, non c’erano le SS, e non c’era “Bella ciao”, insomma…

Per questa cosa potrei ridere per un’ora… E Calvino? Rispetto a questa cosa?

Calvino ha avuto un atteggiamento fantastico perché io gli avevo mandato parecchi racconti…

Lo conosceva?

No… si mandavano tranquillamente via posta… e allora Calvino mi disse testualmente – che queste son cose che si ricordano: «Guarda, tu mi hai mandato parecchi racconti, più di cinque non ci conviene pubblicarne perché se il libro è troppo lungo non lo leggono e quindi non lo recensiscono, dobbiamo stare entro un limite modesto di pagine così lo leggono e lo recensiscono», poi però siccome sono tutti col fucile spianato in attesa del secondo, che non è mai all’altezza del primo perché nel primo uno ci ha messo tutte le sue esperienze, le letture, così, il secondo invece va fatto in fretta, dice «Tu non preoccuparti, che il secondo ce l’hai già qui, sono questi altri racconti quindi non stanno lì col fucile spianato che tu ti devi preoccupare, il secondo è qui», e infatti poi Bassani nella sua collana da Feltrinelli, Bassani ha pubblicato anche il secondo, cioè era un integrale dove c’erano gli stessi racconti più parecchi altri e fra l’altro c’era anche L’Anonimo lombardo che essendo di soggetto, diciamo, si direbbe scabroso per allora, oggi non importerebbe niente [si parla di neoavanguardia e omosessuali, ndr], ma siccome capitava in quel momento, è una cosa che io racconto anche per stabilire qual era il clima dell’epoca…

Fine anni Cinquanta erano sotto processo la maggior parte degli scrittori e dei registi, da Pasolini a Testori, Visconti, Antonioni, Fellini, erano tutti denunciati da un pm o da un altro perché nelle opere c’era qualche cosa di contrario alla morale corrente, c’era qualche trasgressione, qualche cosa contro la morale… allora, siccome si diceva normalmente che contrariamente ai film, che ci vuole un paio d’ore per vederli, invece per quanto riguarda i libri i pm non vanno oltre le prime pagine, allora mettendo L’Anonimo lombardo in un librone, una specie di omnibus, un librone grossissimo per allora, non c’era nessuno dei vari pm provinciali disposto a leggerlo… Erano tutti quanti sotto processo… poi Pasolini son continuate le storie anche per via delle vicende personali ma per esempio Visconti, Antonioni, Fellini, Testori: tutti sotto processo.

E di questi registi lei frequentava qualcuno? Come funzionava la vita a Roma?

Mah, io vedevo soprattutto Visconti e Fellini, frequentandoci poco tutto sommato perché per esempio Visconti era molto altero, così, e quindi siccome ero anche abbastanza amico di Testori, proprio in epoca dell’Arialda, allora ogni tanto andavo a mangiare da lui con Testori, così… Oppure con Fellini ci si vedeva abbastanza spesso perché viveva in via Veneto al tempo della dolce vita. Quando è uscito il film, il fenomeno della dolce vita era finito praticamente, perché il film descriveva ma ha segnato la fine di quel periodo dolce vita, e siamo nel Sessanta, Sessantuno… E però c’erano dei fatti molto simpatici perché siccome Fellini viveva in via Veneto, dove c’erano tavolini con Pannunzio, Patti, De Feo, qualche volta venivano Nicola Chiaromonte, Franca Valeri con Vittorio Caprioli, Nora Ricci che era la più elegante di tutti, perché era figlia del famoso Renzo Ricci e di Margherita Bagni ed era una bellissima donna elegante e spiritosa, colta, poi avendo dietro le spalle – il nonno era Zacconi, aveva tutta un’eleganza acquisita, non di primo acchito diciamo… e si stava volentieri con loro, certe volte veniva addirittura Saragata sedersi al tavolino… e c’era Fellini…

Com’era stato l’arrivo a Roma? Quando è arrivato a Roma?

Io sono arrivato subito dopo Le piccole vacanze, fra il Cinquantasette, Cinquantotto. Ero tutore e sono stato a lungo assistente di diritto internazionale… io mi ero trasferito a Roma da Milano con il mio professore di diritto internazionale, Ago, di cui ero assistente… alle Scienze Politiche, quelle dove c’era anche Moro che aveva una cattedra e parecchi altri luminari dell’epoca… allora siccome lui si è trasferito a Roma, anche perché poi aveva molte cariche internazionali a Ginevra, all’Aia, a tribunali vari, allora aveva casa a Roma – fra l’altro era cognato di Noberto Bobbio, avevano sposato due sorelle figlie di un notaio molto…

Sembra che stia parlando di un paesino, sembra che ci siano trecento persone che si conoscono tutte… E dove si abitava? Quali erano i quartieri in cui abitavate?

Dunque… io ho abitato per i primi tempi, per un paio d’anni in via Mario dei Fiori all’angolo con via Frattina ed era un ultimo piano dove avevano abitato nei vari periodi Zeffirelli, Bolognini… E allora la cosa che si usava normalmente e tranquillamente era che si pranzava in trattoria prendendo un’hachée, uno spaghetto, qualche cosa così, alla trattoria romana di via Frattina che non esiste più… e invece la sera Cesaretto, via della Croce, dove c’erano appunto Flaiano, Comisso, Giovanni Rodani, Sandro Viola che era il più giovane di tutti e insomma si era in parecchi… io di solito andavo a colazione, cioè pranzo alla romana, con un gruppo tutto di spettacolo perché c’erano appunto Bolognini, Tosi, Zeffirelli, Laura Betti, Adriana Asti… che poi Laura Betti era simpaticissima, non quella strega che viene diffamata da Emanuele Trevi [in Qualcosa di scritto]… Io l’ho conosciuta quando scrivevamo le canzoni per lei… le scrivevano Moravia, Pasolini, Soldati, Calvino, Fortini… che poi sapeva anche trovare degli ottimi compositori… era veramente, ripensandoci, una specie di paesino perché per esempio per il fatto di essere… l’impressione di paesino è inevitabile, perché la mattina l’università, lì fa meno paesino già…

A piazza Aldo Moro?

Sì, piazza Aldo Moro, con Aldo Moro che era ancora vivo e non era ancora piazza Aldo Moro… stava lì a Scienze Politiche…

E con questa abbiamo detto tutto…

Però colazione-pranzo lì con Zeffirelli, Bolognini, Tosi…

Questa è proprio fantascienza, tutti che abitavano lì…

Dunque io prima son stato in questa casetta che è ancora tale e quale… un cinque piani da salire a piedi ma non ci si pensava, via Mario dei Fiori angolo via Frattina… Dopo sono andato invece a stare in via del Consolato che è l’ultima traversa di via Giulia davanti alla Chiesa dei Fiorentini e lì c’è Palazzo Malvezzi dove io stavo… Io avevo un appartamentino nelle scuderie e lì c’era un insieme che era abbastanza interessante perché all’ultimo piano ci stava prima gli Aldobrandini, poi ci son venuti a stare Audrey Hepburn e il marito Dotti… A metà scala c’era Milo Mendez il poeta brasiliano che era anche diplomatico… Poi erano ambienti diversi veramente… perché c’era l’ambiente della trattoria romana di via Frattina era appunto gente di teatro, la Asti, la Betti…

Ma non c’erano altre duecento persone che volevano entrare nel locale?

No…

C’era questa battuta di Vaime: Vaime da Rosati, a piazza del Popolo, con Flaiano, e Flaiano indica un po’ di gente intorno e dice «Guarda, credono di essere noi!». Che fa molto ridere e la collego al discorso della fine della dolce vita…

Poi bisogna pensare anche – per le differenze di epoche e di costume – che quando si andava a teatro poi si andava a cena, quindi si andava a cena che era mezzanotte e mezza dopo di che si andava a via Veneto… Via Veneto si animava dopo l’una, l’una e mezza, erano orari che dicevamo spagnoli. Io mi svegliavo la mattina per andare in università.

Lei quando scriveva? Aveva due lavori.

Quando potevo.

Poi ha smesso la carriera diplomatica?

Ho smesso l’altra cosa perché era tutt’altra faccenda, perché se si pensa per esempio che a Londra oltre ad andare a teatro tutte le sere e a fare le interviste con i grandi maestri io facevo delle ricerche a Chatham House che era il cosiddetto Royal Institute of International Affairs, e io a Milano ero borsista cioè impiegato stipendiato all’Ispi, Istituto studi politica internazionale…

E Fellini come vide questa fine della dolce vita dopo il suo film? Qual era la sua…

Be’, Fellini in realtà aveva fatto ricostruire via Veneto a Cinecittà allora, ed era tale e quale…

Lei la vide? La andò a vedere?

No, l’ho vista dopo, quando è uscito il film, perché un aiuto di Fellini, che era direttore di produzione, che era Guidarino Guidi, invitava spesso i protagonisti della dolce vita, cioè De Feo e gli altri… ad andare, a partecipare al giraggio de La dolce vita a Cinecittà. Naturalmente ci siamo sempre ben guardati dall’andare…

Perché sarebbe stata una caduta di stile?

Era sbagliato apparire.

Poi passiamo a parlare degli anni Sessanta.

Gli anni Sessanta hanno portato l’inizio del Gruppo 63… era una piattaforma generazionale di personaggi diversissimi… Eco, Sanguineti, Manganelli… allora si pensava di utilizzare il boom economico, che sembrava molto più solido e a lunga portata, per cercare di migliorare la qualità letteraria, elevare la qualità perché l’altra strada era approfittare del boom economico per produrre bestseller.

Approfittare dei soldi per fare progetti.

E allora i casi, le prospettive erano fondamentalmente queste due: usare il boom economico per produrre bestseller per il mercato, era quella che si chiamava “letteratura da aeroporti” allora, perché negli aeroporti si facevano le ore lunghe e c’erano i romanzi di Moravia in tutte le lingue… Allora l’altra ipotesi era non produrre bestseller ma, dal momento che avevamo tutti quanti uno status economico abbastanza normale, soddisfacente in qualche caso, allora cercare di elevare la qualità media della letteratura, che poi la qualità media della letteratura…

Concetto pericoloso.

Il Gruppo 63 è entrato in crisi col ’68 perché di fronte all’ipotesi di usare le pubblicazioni del Gruppo 63 per pubblicare integralmente le risoluzioni delle assemblee extraparlamentari, allora si diceva «Se le pubblichino da sé»…

E chi stava dalla parte di pubblicare le risoluzioni?

Mah… Balestrini e altri così… mentre Giuliani e altri…

E Manganelli?

Manganelli ha sempre fatto letteratura…

(Breve parentesi in cui Arbasino invece di raccontare di tutto parla del suo libro più importante, Fratelli d’Italia, che esiste in tre versioni molto diverse fra loro, una del ’63, una del ’67, una del ’91.)

Per me quello che conta non è la fase intermedia, è la prima edizione e l’ultima… tutte e due partivano da uno stesso presupposto in fondo, cioè dare l’impressione di una struttura franante perché fatta di frammenti e di lunghe conversazioni, ma conversazioni dove scompaiono gli interlocutori, non contano molto, e in fondo forse è quella un’idea che veniva da Joyce ma non lo so…

(Ma parliamo piuttosto di epoche, e arrivando agli Anni 70 Arbasino sembra all’improvviso scordare i dettagli.)

È stata un’età un po’ vuota tutto sommato. Infatti facevo libri politici in quegli anni lì.

E non andava più a pranzo con tutti? E l’atmosfera del cinema italiano per esempio com’era?

Crisi… perché ormai erano finiti i maestri…

Soldi ce ne erano ancora?

Non credo molti… cominciava un po’ di certa crisi… comunque però non c’erano più i soldi per fare i film di Visconti o di Fellini come c’erano stati prima, perché se si pensa al costo dei film di Visconti e di Fellini sono cose che fanno paura…

Fellini di che umore era in quel periodo? Lo vedeva ancora o non lo vedeva più?

Lo vedevo tristissimo, e poi era cupo perché non riusciva più a fare film: perché i produttori non lo volevano più.

Nella scena letteraria qual era l’umore?

Non saprei, perché francamente non mi viene in mente… cioè so che io facevo molto giornalismo, facevo dei libri di politica tipo quello sul caso Moro, Questo Stato, Fantasmi Italiani

(Così magicamente si torna indietro, a parlare di anni Cinquanta, e assurdamente di Henry Kissinger).

… Kissinger che dirigeva l’International Seminar… faceva delle bellissime colazioni del sabato… sul pratino, che poi era estate, sul pratino dietro casa… colazioni buffet che ci si andava a servire… come si usa in America insomma… e dove c’erano personaggi anche molto notevoli come per esempio Schlesinger e c’era addirittura… io ho conosciuto Eleanor Roosevelt che viveva ancora: andiamo molto indietro nei decenni. Allora poi siccome alla fine di ogni corso, anzi all’inizio dell’estate la segretaria di Kissinger mandava ai vari ex alunni del seminario nelle varie capitali europee un messaggio dicendo «Il professor Kissinger sarà a Roma», per esempio, oppure Parigi… dal… al… sarebbe felice di incontrarla. Allora a questo punto si cercava di ricambiare in qualche modo la sua ospitalità con personaggi illustri e mi ricordo che per esempio io facevo dei pranzetti con Pannunzio, De Feo, La Malfa, personaggi abbastanza rappresentativi con cui lui si intratteneva molto piacevolmente col suo accento gutturale bavarese che aveva sempre tenuto da tutta la vita e che ha ancora adesso da vecchissimo novantenne. E quindi cosa è successo poi: che quando Kissinger è diventato segretario di Stato, da qualunque parte andasse incontrava delle persone con cui era stato a pranzo poco tempo prima e quindi dal punto di vista dei contatti umani oltre che diplomatici lui era in confidenza perché ci aveva pranzato insieme, nelle diverse capitali…

(Succede qualcosa di strano: anche degli anni Ottanta non ha ricordi. Mi telefona qualche giorno dopo, per dirmi: «Ah sì, negli anni Ottanta sono stato in Parlamento». Ci diamo appuntamento telefonico per l’unico pomeriggio in cui è possibile, prima che parta per Parigi. Gli telefono poco meno di dieci volte, lasciando diversi messaggi in segreteria. Del Parlamento dunque niente, non una parte interessante, quindi? Degli anni Ottanta solo questo aveva ricordato, a casa sua: «A parte la riscrittura dei Fratelli d’Italia che mi ha portato via un bel po’ di tempo e di fatica, ma che cosa ho fatto?». Così gli chiedo, rispetto a quella vita di articoli discussi con il gatto e la volpe Pannunzio e De Feo, da lui continuamente citati…) Quando lei ha iniziato a scrivere sui giornali quello che scriveva immagino veniva poi discusso tra gli amici, alla fine eravate tutti collegati, adesso invece quando scrive su Repubblica che impressione ha, che interesse ha?

Non ho nessuna impressione, in realtà, perché mi dà la sensazione di essere in un certo senso sopravvissuto a una certa epoca, a un certo linguaggio, un certo tipo di interessi: perché, faccio un esempio in concreto, se si pensa che c’era una volta un pubblico di livello che si definiva “liceale” cioè se in una rivista, alla prima con i commendatori in cammello con le mogli ingioiellate alla ultima col pubblico in piedi, standing, in una rivista così, con Totò, c’erano delle citazioni dantesche, Elena di Troia, un po’ di Iliade, Promessi Sposi, Renzo e Lucia, la monaca di Monza… Qualunque pubblico, fino dalle prime a quelli delle ultime, li coglievano al volo. Oggi, mi domando, se ci fosse nelle comiche televisive qualche allusione alla Divina Commedia o ai Promessi Sposi non lo so se sarebbe colta immediatamente come succedeva ai tempi di Totò e della Wanda Osiris…

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