Dag Solstad Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dag-solstad/ un blog di approfondimento culturale Thu, 26 Mar 2020 19:58:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dag Solstad Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dag-solstad/ 32 32 “T. Singer”, il romanzo definitivo di Dag Solstad https://minimaetmoralia.it/altro/solstad-dag-singer/ https://minimaetmoralia.it/altro/solstad-dag-singer/#respond Fri, 27 Mar 2020 07:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42551 Leggendo certe pagine dei romanzi di Solstad si riesce già a immaginare i brani che verranno inseriti nelle antologie scolastiche del futuro. Quando inventa una scena o un sentimento lo fa con una nettezza priva di dubbi: “Singer soffriva di una particolare forma di vergogna” è l’incipit, “che non lo affliggeva minimamente nella vita quotidiana, ma emergeva ogni tanto, come il ricordo di un malinteso imbarazzante, e lo costringeva a fermarsi, rigido come un palo, con un’espressione disperata sul viso che subito nascondeva dietro le mani, esclamando a gran voce: «No, no.»”

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Leggendo certe pagine dei romanzi di Solstad si riesce già a immaginare i brani che verranno inseriti nelle antologie scolastiche del futuro. Quando inventa una scena o un sentimento lo fa con una nettezza priva di dubbi: “Singer soffriva di una particolare forma di vergogna” è l’incipit, “che non lo affliggeva minimamente nella vita quotidiana, ma emergeva ogni tanto, come il ricordo di un malinteso imbarazzante, e lo costringeva a fermarsi, rigido come un palo, con un’espressione disperata sul viso che subito nascondeva dietro le mani, esclamando a gran voce: «No, no.»”

T. Singer comincia con un saggio di bravura: il trentacinquenne aspirante scrittore che ha scritto e riscritto una sola frase e che diventerà bibliotecario in una cittadina industriale nata nel nulla per la scommessa di un industriale visionario, ogni tanto, da sempre, si immobilizza al ricordo di una brutta figura che ha fatto da bambino: per compiacere un amico burlone, Singer aveva riso in modo “innaturale”, “la voce alta e forzata, la risata artificiosa”; non si era accorto che passava di là suo zio: “Questo aveva osservato lo zio, e il suo sbalordimento aveva riempito Singer d’imbarazzo, anzi di vergogna, per decenni”. Era stata “una risata tanto orribile e falsa. A voce troppo alta. Forzata. Sorpreso in flagranza di risata artificiosa. Un bambino. Sorpreso e denudato”.

Questo Pirandello norvegese scrive storie di disorientamento esistenziale – europee, scandinave, comiche, teatrali – che sembrerebbero monologhi o sceneggiature ma sono energici esperimenti sulla prosa e sul prosaico. L’ouverture sulla vergogna comincia a illustrarci il carattere di T. Singer, rispettato bibliotecario, protagonista di quel che Solstad considera il suo libro definitivo (è del 1999). “Singer prosperava a Notodden, e nel nuovo lavoro. Aveva quella che lui stesso avrebbe definito una vita bella e tranquilla, e soprattutto ritmica, ossia regolare”. Solstad viene spesso messo a confronto con Thomas Bernhard: nell’austriaco, un’analoga sensibilità al non senso della vita produce vortici sintattici ossessivi.; il norvegese ha un’anima di anarchico ma la veste da impiegato.

Con la sua prosa metodica finge di darla vinta al suo norvegese piccolo piccolo che cerca di reagire alla forza di gravità della vita rimanendo compassato. Ma Solstad mette alla prova i suoi protagonisti cacciandoli in destini paradossali. La trama di questo libro non va rivelata, per godere appieno del suo realismo, che sta anche nelle sorprese, ma diciamo che la svolta arriva con un classico “accadde qualcosa: Singer s’innamorò”. Quel che segue è tragico e Singer diventerà Giobbe. Ma al posto della trama si potrebbe anticipare un altro brano da antologia: “Può un uomo come Singer innamorarsi? Sì, può. Ma può, sotto l’influsso di questo innamoramento, trasferirsi in casa dell’amata per dormire nel suo letto e mangiare alla sua tavola, che ora condividono? Sì, può. Singer fece tutto questo, anche se non era consigliabile, e ci si potrebbe domandare come sia stato possibile, per un uomo come lui, farsi coinvolgere in quella spietata intimità…”

E più avanti, a chiudere questa indagine sull’amore, Solstad si chiede chi sia “questa Merete Sæthre che si corica ogni notte accanto al rimuginatore Singer? Sappiamo poco di lei, e non verremo a saperne molto di più. Non è lei la protagonista di questo romanzo… In questo particolare romanzo Merete Sæthre è subordinata a Singer, ha un ruolo secondario, e non per volontà di Singer ma dell’autore del romanzo stesso”. Che però deve ammettere che “a questo punto della storia potrebbe sembrare un enigma che Singer stesso sia il protagonista di un qualsivoglia romanzo, di qualunque livello; tuttavia possiamo svelare che questo enigma è precisamente il tema del romanzo che stiamo cercando di costruire”.

Con le loro trame semplici intarsiate di enigmi, questi libri sono carotaggi, discese nello scorrere degli eventi. Sarebbe una letteratura perfetta per la nostra epoca, se non fosse che invece ora l’angoscia porta molti a cercare scrittori saggi che spieghino tutto, che diano le ricette per vivere, e Solstad non è proprio il tipo.

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L’illusione borghese in “Romanzo 11, libro 18” di Dag Solstad https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzo-11-libro-18-di-dag-solstad/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzo-11-libro-18-di-dag-solstad/#respond Mon, 19 Nov 2018 14:09:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38690 Questo pezzo è uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonathan Percy on Unsplash

Un uomo di mezza età interrompe una relazione con una donna, ospita in casa il figlio universitario e infine gioca ai propri concittadini uno scherzo terribile, suscitato dalla sensazione che la sua vita non abbia senso:

“È un puro caso che io sia finito in questa città, che non ha mai significato niente per me” rivela a un conoscente. “Com’è un puro caso che io faccia l’esattore comunale. Del resto, se non fossi qui, sarei da qualche altra parte e vivrei nello stesso modo. Comunque il punto è che non riesco a conciliarmi con questa idea.

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Questo pezzo è uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonathan Percy on Unsplash

Un uomo di mezza età interrompe una relazione con una donna, ospita in casa il figlio universitario e infine gioca ai propri concittadini uno scherzo terribile, suscitato dalla sensazione che la sua vita non abbia senso:

“È un puro caso che io sia finito in questa città, che non ha mai significato niente per me” rivela a un conoscente. “Com’è un puro caso che io faccia l’esattore comunale. Del resto, se non fossi qui, sarei da qualche altra parte e vivrei nello stesso modo. Comunque il punto è che non riesco a conciliarmi con questa idea. (…) L’esistenza non ha mai dato risposte alle mie domande”.

La crisi di Bjørn Hansen emerge a poco a poco mentre si racconta com’è andata con Turid Lammers, la donna per cui lasciò la moglie e il figlio per vivere a Kongsberg “senza mai nemmeno avvicinarmi al sentiero in cui i miei bisogni più profondi possono essere visti e ascoltati. Morirò in silenzio, e questo mi atterrisce, senza una parola sulle labbra, perché non c’è niente da dire”.

Nonostante le sue affermazioni terribili, si tratta di un romanzo comico. La comicità deriva forse dalla persistenza con cui Solstad riesce a raccontare in maniera letterale ma non spietata il funzionamento di una crisi interiore mentre a livello di struttura manipola il proprio romanzo come un cubo di Rubik. Il libro è del ’92 – Solstad aveva l’età del suo protagonista – ed è l’opera di uno scrittore maturo che riesce a combinare ingranaggi narrativi e istinto in maniera unica, personale. Le tre vicende dell’ex compagna, del figlio e dello scherzo si succedono senza che si vada mai a pagina nuova, con una forma di virtuosismo che ricorda Thomas Bernhard ma in cui rispetto all’austriaco manca del tutto il senso di ossessione.

Romanzo 11, Libro 18 è ancora più bello e inspiegabile del proprio titolo, ed è un romanzo in cui il piacere deriva anche dal confondersi e dover sfogliare le pagine a ritroso alla ricerca di informazioni che si teme di aver frainteso perché illusoriamente chiare, appunto letterali. Per capirci, è uno di quei romanzi impossibili da leggere in versione e-book; perfino l’incipit col passare delle pagine diventa un mistero, e ci si ritorna fino a impararlo a memoria: “Quando questa storia ha inizio, Bjørn Hansen ha appena compiuto cinquant’anni e sta aspettando qualcuno alla stazione di Kongsberg”.

Dopo l’incipit, invece, Solstad impiega metà del libro a raccontare, prima di “questa storia”, la relazione con Turid Lammers. “Non ebbero mai figli insieme, loro due. Turid Lammers non diventò mai madre. A volte civettava con lui su questo fatto, dicendo che era la tragedia della sua vita”. Ecco la commedia della scelta delle parole, l’accostamento giusto di “civetta” e “tragedia” che crea un vuoto, una domanda: cosa significheranno davvero questi problemi così umani? Turid è una “donna solitaria, libera e inquieta”, animatrice di un gruppo di teatro amatoriale con cui mette in scena commedie che sono “un brillante pretesto per realizzare la sua idea di teatro: costumi, maschere, parrucche, cambi veloci, ritmo, ritmo”, un ritmo che la distrarrà fino alla dolorosa fine della giovinezza.

È un grande ritratto di donna, e di comunità, che ricorda Ibsen, cui Solstad offre un ruolo importante: la compagnia di Turid decide di mettere in scena il suo dramma L’anitra selvatica, ma si rivela uno sforzo troppo grande per degli amatori e rovina il loro gusto per il teatro. Nel romanzo successivo di Solstad, Timidezza e dignità, già pubblicato in Italia, sarà il medesimo dramma ibseniano a scatenare la crisi di un professore di scuole superiori. Ibsen, che è al tempo stesso la tradizione norvegese ma anche il germe della rottura dell’ordine borghese, è il grimaldello di Solstad e il romanziere gli rende onore usandolo sempre a fini comico-esistenziali.

Dopo Turid e il teatro, il romanzo si dedica a un secondo grande ritratto: Peter, neo-studente di ottica venuto in città dopo anni che non frequenta suo padre Bjørn. Il padre “riusciva a immaginarlo ottico. Assistente in un negozio di ottica. (…) Aveva preso la strada giusta. Studiando una materia che in realtà non significava nulla per lui, che aveva scelto per caso, perché prometteva un futuro certo”. Con voli incerti dell’immaginazione e cercando di investigare sulla vita del figlio, tanto simile alla sua, Bjørn trova in Peter uno specchio deformante. Peter vuole vendere occhiali alla moda: “Suo figlio, l’ottico” si immagina il padre. “Che cerca gli occhiali giusti per il cliente. L’orgoglio compiaciuto con cui interviene nel proprio tempo e ne estrae in modo quasi misterioso un paio di occhiali…”.

Nella letteratura norvegese, Solstad è il figlio di Ibsen e Knut Hamsun: unisce i salotti bizzarri del primo e i vagabondaggi inquieti del secondo. Il suo realismo riesce a commuovere senza essere sentimentale, dipingendo la solitudine di uomini sconvolti dal passare del tempo: fatti i conti con l’amore e con la paternità, Bjørn Hansen vuole  liberarsi dall’insensatezza scherzando col tempo, sfidandolo beffardamente. Lo farà reinventando la sua vita, escogitando un nuovo e assurdo ruolo sociale da interpretare, una nuova finzione narrativa da sostituire alla finzione di essere l’esattore, il notabile, l’uomo rispettato e salutato per strada.

Questa è la lezione di Ibsen: i borghesi hanno sempre costruito l’illusione della vita adulta su un gioco di ruolo, su una recita.

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