Dalai Lama Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dalai-lama/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Jul 2014 15:30:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dalai Lama Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dalai-lama/ 32 32 L’Italia invisibile di Guido Ceronetti https://minimaetmoralia.it/libri/un-viaggio-in-italia-guido-ceronetti/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-viaggio-in-italia-guido-ceronetti/#comments Tue, 01 Jul 2014 15:30:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21858 Questo articolo è uscito in forma ridotta e rimaneggiata su Alias/il manifesto

A oltre trent’anni dall’uscita, Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti - ristampato da Einaudi (pp. XVI-376, € 22,00) con una nuova premessa e una preziosa appendice inedita - ha mantenuto intatto, insieme all’intrinseco fascino letterario, tutto il suo straordinario valore di testimonianza antropologica sull’Italia contemporanea. Aveva ragione Raffaele La Capria, quando definì il Viaggio e il volume gemello Albergo Italia, oggi purtroppo quasi introvabile, «due descrizioni grandiose, e direi dantesche, da cui vien fuori tutto l'orrore del disastro italiano, […] che costituiscono […] l'ultimo definitivo capitolo di quel viaggio in Italia romanticamente iniziato da Goethe e così miseramente finito ai nostri giorni».

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Questo articolo è uscito in forma ridotta e rimaneggiata su Alias/il manifesto. (Fonte immagine)

A oltre trent’anni dall’uscita, Un viaggio in Italia di Guido Ceronetti – ristampato da Einaudi (pp. XVI-376, € 22,00) con una nuova premessa e una preziosa appendice inedita – ha mantenuto intatto, insieme all’intrinseco fascino letterario, tutto il suo straordinario valore di testimonianza antropologica sull’Italia contemporanea. Aveva ragione Raffaele La Capria, quando definì il Viaggio e il volume gemello Albergo Italia, oggi purtroppo quasi introvabile, «due descrizioni grandiose, e direi dantesche, da cui vien fuori tutto l’orrore del disastro italiano, […] che costituiscono […] l’ultimo definitivo capitolo di quel viaggio in Italia romanticamente iniziato da Goethe e così miseramente finito ai nostri giorni».

Scritto in un periodo storico – la prima metà degli anni Ottanta -, in cui la sensibilità ecologista era ancora poco diffusa nel nostro Paese, il Viaggio di Ceronetti denunciò con inaudita potenza le devastazioni ambientali provocate dallo sviluppo industriale indiscriminato dell’Italia post-boom economico. Tuttavia il precoce grido di allarme lanciato da Ceronetti non ebbe carattere ideologico (il parallelismo con il Pasolini «corsaro» è, in questo senso, poco persuasivo), bensì metafisico: il libro nacque innanzitutto dalla volontà di salvaguardare non una particolare realtà storico-politica, ma l’Italia invisibileAgli amici dell’Italia invisibile» recita, non per nulla, la dedica aggiunta a questa nuova edizione).

Del resto, come afferma l’autore stesso, «L’Italia è più archetipo che nazione. Né un ispessito regno piemontese, né una repubblica poliarchica di cui sono stati, significativamente, resi incerti […] i confini orientali, sebbene rivestiti del nome Italia, corrispondono alla sua idea». La patria che Ceronetti ha in mente non è dunque lo Stato sorto dopo il processo di unificazione (su cui anzi esprime un giudizio impietoso), ma l’Italia, ancora essenzialmente virtuale, di Dante, Petrarca e Manzoni, le cui opere lo accompagnano, materialmente non meno che idealmente, nel corso del tragitto attraverso la Penisola. D’altronde, a dimostrazione dell’attualità del discorso di Ceronetti, non è forse l’Italia invisibile della letteratura, nata molti secoli prima dell’Italia politica, l’unica nazione che rimarrà davvero, l’unica nazione in grado di sopravvivere alle crisi che, secondo certi accreditati sondaggi degli economisti, rischiano di far precipitare il nostro Paese nel nulla?

La fedeltà di Ceronetti a questa idea dell’Italia emerge chiaramente fin dal Primo taccuino di viaggio (1980), pubblicato per la prima volta in questa nuova edizione, in cui Ceronetti fissò le linee-guida del viaggio che avrebbe compiuto, per scrivere il libro, tra il 1981 e 1983: «Abbiamo scioccamente scassinato l’ideologia dell’unità indivisibile giacobina, ficcandoci nell’imbuto di una unità nazionale che non poteva reggere. L’unità nazionale nell’arte soltanto era invece una mèta raggiungibile senza sforzo […]. Dopo il 1861 l’Italia savoiarda è un bordello indecifrabile per cui a Belfiore le forche resterebbero vuote. Era fatta per non esserci, non-Stato, non governo, archetipo ideale…».

Per queste ragioni il patriottismo metafisico di Ceronetti fa riferimento soprattutto al Risorgimento, eleggendo, in particolare, come mentori, figure storiche quali quella di Carlo Alberto di Savoia, morto più di dieci anni prima che l’Unità giungesse a compimento («Carlo Alberto visse gli ultimi anni in astinenza da tutto, disinfettato dal potere, mai visitato da guerre vittoriose, purificandosi, eppure anche lui uomo del destino, che apre le porte, con impaurita cautela, alla Rivoluzione, emancipa ebrei e valdesi, spinge un pochino in un’aria diversa un Piemonte inchiodato dalla bigotteria», si legge nel Taccuino).

Dietro l’Italia di oggi, «uniforme e noiosa», che Ceronetti sottopone ad una critica implacabile, si affaccia un’altra Italia, «l’Italia vera, l’Italia pneumatica e abscondita», che esorbita dagli stessi confini geografici della nazione, comprendendo anche l’ultima roccaforte catara di Montségur («Questo viaggio io volevo iniziarlo a Montségur, montagna asiatica sacrificale, vagina della più segreta Italia»). D’altra parte, Ceronetti trascura o liquida rapidamente molte delle più classiche mete turistiche del Belpaese («L’inferno turistico è tra i peggiori perché ti senti sepolto, impiramidato nella stupidità»), dedicando invece grande attenzione a luoghi apparentemente più marginali, come gli ospedali o i cimiteri. I centri cittadini che interessano all’autore non sono quelli comunemente designati come tali, bensì invece i centri metafisici, segrete propaggini di quello che René Guénon chiamò il «centro spirituale supremo»: «L’Italia non ha centri storici (così parla chi è senza centro), ha innumerevoli centri, molti dei quali sono viventi o sepolti, noti o ignoti, umbilicus mundi».

In questo viaggio iniziatico, troppo spesso etichettato a sproposito come apocalittico, non si evocano soltanto scenari degradati e soccombenti, ma anche residue scintille di bellezza («Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo») e volti vivi, rari e isolati, certo, ma ancora non del tutto annientati dal male. È il caso del singolare agricoltore – simbolico custode dell’Italia invisibile –, al quale è dedicata una delle pagine più memorabili del libro: «un solitario aratore affondava l’erpice tirato da due magnifici cavalli bruni in un piccolo campo. Era certamente conscio di essere, col suo campetto e i suoi cavalli da Iliade, condannato a sparire, eppure arava, con pazienza, con disprezzo, con umiltà, con sapienza. Un Dio in incognito, un Dalai Lama in esilio, un simbolo, o più semplicemente un uomo forte e tranquillo. Non sapeva che quel suo erpice è una spada, che il luogo dove arava ha il segreto nome di Termopili».

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Natale a casa De Sica https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/natale-a-casa-de-sica/#respond Thu, 02 Jan 2014 13:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17236 Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall'omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

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Michele Masneri, in procinto di pubblicare il suo Addio, Monti (gennaio 2014) con minimum fax, è evaso dall’omonimo quartiere romano protagonista del suo libro per spingersi fino a San Saba, in una casa molto speciale dove si celebrano i trentennali di un genere molto umiliato e offeso, il cinepanettone. Questo pezzo è uscito sul numero 17 di Studio. (Foto: Gilda Louise Aloisi)

Intanto i luoghi: San Saba, quartiere romano di scicchismo violento, old money, contrappasso sgarrupato-lugubre-fané del fronteggiante Aventino. Conventi e intonaci frananti. Una via sontuosamente alberata, che a sinistra costeggia l’ex ministero delle Colonie, oggi Fao; tanti villini decorosissimi, moderni, e «alcune riuscite realizzazioni di architettura modernista» secondo la Guida Rossa del Touring Club Italiano. Tra queste, casa De Sica. Un appartamento al primo piano di un villino di quattro, opera di Andrea Busiri-Vici, dinastia d’architetti romani per ricchi.

Di fronte, l’ambasciata svizzera presso le Nazioni Unite. Prius silenziose targate Corpo Diplomatico scendono sibilando tra le foglie rosse come in Vermont. Parlate americane da east coast in strada; accanto, il liceo più aspirazionale di Roma, il St. Stephens, per cui rampolli di rare biondezze e stature che passeggiano sotto i platani (una piccola Boston). Viene in mente subito una scena di Simpatici e antipatici (1997) su cui si ritornerà: Christian De Sica (d’ora in poi: CDS) alias Roberto porta a scuola due figlie grasse, e incontra una sua antica spasimante, le fa il baciamano, rievoca momenti magici ormai lontani: «Fregene, estate settantatre-settantaquattro. La Conchiglia. Tu eri sdraiata sulla sabbia dorata. E in lontananza le onde che si infrangevano sulla battigia. Al juke box, Pazza idea di Patty Pravo…». Lei: «Eri tenerissimo». Lui, all’apice del vagheggiamento: «Te ricordi che bucio de culo che t’ho fatto?»

Un grande terrazzo, inferriate alle finestre, molta quiete. Molte opere d’arte in un salone grande-borghese, cotto al pavimento, un po’ Sunset Boulevard. In un portariviste, solo giornali con in copertina Lui (spicca un Sette di qualche tempo fa). Una cucina a vista dietro un vetro, tipo ristorante stellato o casa bling ring; un maxi frigorifero a doppia anta, metallico, incrostato di calamite, con molti cornetti napoletani scaramantici, e frasi “fatevi i cazzi vostri!”, e una foto del Dalai Lama. Un boudoir tutto boiserie bianche, con una nicchia e la sua statua, e quadretti anche molto importanti col loro lumino ottonato, da museo, o tea room, o Olgiata. Una gardenia viola, in vaso; librerie di mogano; vezzosi posacenere di ceramica bianchi con la sua cifra, C, e sopra coroncina dorata nobiliare; un ripiano con i premi: tre Telegatti, due David di Donatello, decine di “biglietti d’oro”, il premio del botteghino, in cui CDS è vincitore imbattuto: foto in cornici e cornicette d’argento, su tavolini bassi: lui con la moglie Silvia Verdone (in una foto, giovanissimi, lei con aria di trionfo, da cacciatrice di impegnativa preda; in una meno antica, lui in smoking e lei in gran sera, lui molto sorridente, luminoso; lei un po’ provata).

Molti quadri, da collezionista non improvvisato: Turcato, Depero, un Sebastian Matta importante; uno regalato da Cesare Zavattini, suo padrino e mentore («un comunista vero, dava metà dei soldi che prendeva con le sceneggiature al Partito. Stava a via Angela Merici, sulla Nomentana, in un sottoscala, e unico lusso un parquet che fece mettere, una volta, ma si riempì subito di bolle per l’umidità – ciac-ciac»). Un ritratto in bianco e nero di Andy Warhol e Basquiat, la celebre foto di Tony Curtis e Jack Lemmon truccati e vestiti da donna (A qualcuno piace caldo) di Annie Leibovitz. «Agli americani noi gli abbiamo dato Caravaggio, gli abbiamo dato Michelangelo, gli abbiamo dato Morandi. Loro chi ci hanno dato? Sta monnezza». Ride.

CDS è comparso, anticipato da un grosso cane simpatico e da uno piccolo che sta in disparte, poi da una filippina che dice Signor-Christian-arriva-subito-sta-preparando ed è un momento molto Vanzina. Poi Signor Christian entra, dolcevita grigio e blazer, gentilezza e puntualità e affabilità grande-borghese, e qualcosa in più. Effetto straniamento. Ti vien voglia di toccarlo, lo conosci già, perché è come quando si va a New York per la prima volta, ma in realtà l’hai già vista tante volte nei film; con lui è ancora peggio, perché si ha una sorta di effetto-Droste; puoi chiudere gli occhi e solo con la sua voce è Sapore di mareYuppies, più citazioni e saccheggi di suo padre Vittorio (VDS) e Alberto Sordi: i tempi, le pause, le facce; i dialetti, i birignao e la presa in giro dei birignao.

CDS è soprattutto Figlio di papà. Così si intitola un suo libro di memorie (Mondadori, 2008).

Vittorio Domenico Stanislao Gaetano Sorano De Sica, ciociaro, padre del neorealismo, nato nel 1901, morto nel 1974; regista di culto ma anche attore popolare, bell’uomo, 4 premi Oscar che ne segnalano l’eclettismo: Sciuscià, Ladri di biciclette, Ieri Oggi Domani, Il giardino dei Finzi Contini. Grande giocatore d’azzardo, come è noto. Questa casa dove stiamo adesso è quello che rimane alla disfatta economica: un tempo VDS era un enorme proprietario immobiliare grazie ai proventi dei film, possessore di luoghi anche simbolici della capitale: tutta piazza Santiago del Cile – Parioli in purezza, ci stanno Angelo Guglielmi e molti psicanalisti junghiani; grandi gastronomie, l’unico vitel tonné buono di Roma; poi tutta via Cortina d’Ampezzo, dunque Finte Bionde, Moccia, Smart, romanordismo in purezza. E gli studi televisivi Dear della Rai sulla Nomentana – Dear sta per De Sica-Amato-Rizzoli, un tempo comproprietari), Domenica In, Prova del Cuoco, l’Eredità, eccetera.

Tutto perso al tavolo da gioco. Aneddotica di CDS su VDS: quando il croupier del casinò di Sanremo (nonché papà di Eugenio Scalfari) dà a VDS il “viatico” cioè nel codice dei giocatori le centomila lire per tornare a casa quando ti sei giocato tutto («l’alternativa era spararsi, come i granduchi russi, dietro le tende. Si sentiva un colpo di pistola. Pum. Erano bravissimi a suicidarsi dietro le tende»). Ricchezza: «Le automobili a Roma ce l’avevamo noi, ce l’aveva Gronchi, presidente della Repubblica, ce l’aveva il chirurgo Valdoni, e altre dieci persone». A proposito di presidenti, CDS chiama al Quirinale per farsi passare Mauro Leone, figlio del presidente della Repubblica, suo compagno di scuola. «Sono De Sica, mi passi Leone». Passano minuti. Poi: «Proonto» con inconfondibile accento napoletano. È il capo dello Stato. Imbarazzo. E poi: «Maurooo! Maurooo! C’è Christian che ti vuole, corri!», sempre un presidente sotto impeachment, poi riabilitato.

Familismo umorale: CDS è come tutti sanno figlio di Maria Mercader, bellezza spagnola, e per anni amante di VDS, che poi la sposerà dopo un divorzio dalla prima moglie Giuditta Rissone; divorzio non riconosciuto dallo Stato italiano, di qui pubblica riprovazione e scomunica – sic – da parte del Vaticano. VDS per anni continuerà a frequentare le due famiglie l’una all’insaputa dell’altra, di qui «doppie case, doppi natali, doppi capodanni, con spostamento in avanti delle lancette»; come nel primo Fantozzi quando il direttore d’orchestra Maestro Canello si fa due veglioni invece che uno. Raccomandazioni: quando CDS parte per il Sudamerica (ha fatto la maturità, collegio Nazareno, Roma super-bene, compagno di banco come è noto di Carlo Verdone; è fidanzato con una venezuelana e tenta la fortuna come showman in Sudamerica)  all’aeroporto, la mamma piange. VDS, chiamandolo quando sta per salire sulla scaletta: «Christian! Christian». CDS: «Che è». VDS: «Mi raccomando, prima di entrare in scena, un po’ di grigio sulle palpebre!».

Anche il cinepanettone – d’ora in poi: CP – che sarebbe il tema di questa intervista, è una cosa di famiglia. Non solo perché CDS è protagonista del primo episodio della saga, il celebre Vacanze di Natale, 1983, regia di Carlo Vanzina, di cui salutiamo il trentennale. Piuttosto perché i prodromi sono da ritrovarsi proprio in casa De Sica, e, per estensione, Sordi. Nel 1937 Mario Camerini dirige infatti un primo Signor Max, storia di un giornalaio sub-proletario di via Veneto che si finge il conte Max Orsini Varaldo (suo squattrinato mentore) e parte per Cortina, con tutte le dinamiche miseria-nobiltà che si conoscono. Nel 1957 Giorgio Bianchi dirige un secondo Conte Max in cui protagonista è Alberto Sordi e VDS fa il conte squattrinato. Nel 1991 il figlio CDS dirige un nuovo Conte Max in cui lui è anche il giornalaio-finto conte. Nel 1959 poi Sordi e VDS sono protagonisti del prequel riconosciuto dei CP, Vacanze d’inverno, 1959, regia di Camillo Mastrocinque, che racconta ancora una volta le gesta proletarie a Cortina coi soliti plot (interessante che anche Neri Parenti, regista degli ultimi CP, sia stato scomunicato, come VDS).

CDS ha appena finito di girare quello nuovo, di CP, che esce a Natale, «si intitola Colpi di fortuna, sono tre episodi, nel mio faccio un industriale ricchissimo, un Brunello Cucinelli della situazione, che ha saputo resistere alla crisi perché molto superstizioso. Sono in Mongolia per fare affare con dei mongoli, e ho bisogno di un interprete. Ma l’unico disponibile è Francesco Mandelli, famoso per essere uno jettatore tremendo, porta una sfiga micidiale, tanto che nemmeno la sua famiglia lo vuole vicino. Io prima penso che porti fortuna, poi mi accorgo che porta sfiga». Questo, dice CDS, sarà l’ultimo, perché il contratto quinquennale che lo lega al produttore Aurelio De Laurentiis non è stato rinnovato. CDS sogna adesso di fare un altro musical, dopo il successo di Un americano a Parigi: Tributo a George Gershwin Parlami di me. Gli piacerebbe uno spettacolo su «Cinecittà, dalle origini, i telefoni bianchi, alla Dolce Vita, Hollywood sul Tevere, a oggi: in fondo una volta si sognava di entrare in un kolossal, oggi al Grande Fratello, ma alla fine sempre a Cinecittà si sogna di andare». Ma non gli si crede molto. Un CP è per sempre.

Tanto più che CDS non sembra interessato a entrare in un meccanismo di ecologia attoriale alla Pupi Avati: di diventare venerato maestro non gliene importa molto. Di andare a Capalbio all’Ultima Spiaggia, con quell’acqua verdastra, non sembra avere molta voglia, meglio Capri dove è cittadino onorario. Soldi, ne ha fatti tanti. Ed è probabilmente l’attore più famoso d’Italia. Con Pupi Avati pure un film l’ha fatto: era Il figlio più piccolo (2010), in cui faceva un padre imprenditore molto fijo de na mignotta, e chi si aspettava tutto un «sopire, troncare», e un De Sica minimalista e ronconiano è rimasto molto molto deluso, perché lì c’era esattamente la stessa maschera di sempre: il borghesone cinico tutto battute e facce e boccucce, con un sovrappiù di cattiveria (alla fine il padre imprenditore scarica tutte le rogne societarie sul figlio un po’ ritardato e che lo ammira tanto), e addio venerato maestro, benvenuto overacting (e però, un Nastro D’Argento vinto).

Per la cronaca, il CP attuale, con la forma a episodi e il tema dell’oroscopo è il tentativo di rinnovare il CP dopo che il celebrativo Vacanze di Natale a Cortina (il 2011 ha segnato il punto d’arrivo del paradigma. Naturalmente la tentazione della lettura metaforica è forte: il primo CP è del 1983, primo governo Craxi. L’ultimo, 2011, corrisponde al declino del berlusconismo. Su Repubblica Curzio Maltese non si è risparmiato: «il crollo di incassi del cinepanettone di Natale […] è forse il primo e più clamoroso segno della fine dell’epoca berlusconiana. Il cinepanettone sta al ventennio berlusconiano così come i «telefoni bianchi» stanno al ventennio fascista. […] Le anomalie, politica e cinematografica, hanno viaggiato in parallelo dall’inizio degli anni ’90 fino a ieri, per crollare di schianto insieme».

Ma è un po’ una semplificazione facile: CDS naturalmente non la accetta. «Quando facevo la pubblicità della Tim in cui ero un vigile urbano, l’Espresso fece un articolo in cui diceva che Amendola, che invece era testimonial della Tre, era di sinistra e io invece di destra, anzi di estrema destra. Di estrema destra. Ma perché? Se faccio il vigile sono fascista? Io faccio il borghese, anche perché fisicamente devo fare per forza il borghese. Non posso fare l’operaio. Ho questa faccia qua, sono alto. Posso fare l’architetto, il dentista. Poi da vecchio farò l’aristocratico, il cardinale, come faceva mio padre. È questione di fisico. Io i borghesi li ho sempre presi per il culo. Parolacciai, misogini, mascalzoni. Non è che io sono fascista e rappresento il berlusconismo, io li prendo per il culo».

CDS difende anche il trentennio cinepanettonico: «È chiaro che drammaturgicamente i CP lasciano il tempo che trovano… è ovvio, sono una serie di scenette così. Però è vero anche che in ognuno ci sono sempre cinque minuti fantastici. Anche in Totò era così. Totò contro Maciste era una grande cacata. Però ci sono quei cinque minuti in cui viene fuori il genio» (e pure in Totò Peppino e la Malafemmina, effettivamente, non si ricordano altri momenti se non la lettera e il colbacco a Milano). Poi c’è pure un problema generazionale; «quelli della mia generazione non avevano paura di far ridere» dice; «non avevamo paura di pigiare l’acceleratore sulla superficialità sulla volgarità sul doppio senso. Oggi se ritengono che sia troppo scurrile pensano “no, non sta bene, io non la faccio”. Ci sono dei comici che lo fanno ancora, come Checco Zalone, e infatti fa il botto. La verità è che gli altri sono dei brillanti, non sono comici. Hanno paura di far ridere, non sta bene. La comicità nasce dalla cattiveria, dalla scurrilità. Per far ridere bisogna essere volgari».

La volgarità è un altro tema interessante. Adesso CDS sta facendo tutto un numero sugli accusatori dei CP che fa molto ridere: «cito a memoria» – va avanti, e fa tutte le facce e le bocche, e praticamente si assiste a un mini-De Sica da camera. Voce impostata, alta: imita Gian Luigi Rondi, «raramente abbiamo assistito a scene di tale volgarità». Risata ampia e affabile. «C’è uno snobismo bestiale», sospira, accasciandosi sul divano. «Certi attori non possono essere presi in certi film. Lino Banfi, che è un genio, da Gianni Amelio non viene scritturato. Non è elegante» (qui fa suo padre nel Processo di Frine). «C’è sempre il regista de sinistra sfigato, incazzato, che va a Venezia, che dice “io Lino Banfi non lo prendo, perché mi spovca il cast”, e qui di nuovo è VDS. «Devi metterci Battiston» (e pronuncia Battistòn con un accento veneto esagerato, e viene in mente “Zartolin, la mutanda”, al maestro di sci eponimo, nel primo Vacanze); «e devi metterci la Rohrwacher», e pronuncia Rohrwacher digrignando i denti e sporgendo in avanti la bocca, e ripete Rohrwacher un po’ abbaiando, come se fosse Rottweiller, e si ride molto.

Certo, la volgarità offre pure una bella lettura metaforica. «Beppe Severgnini sul Corriere della Sera si prese la briga di contare i cazzi in un mio film, non mi ricordo più quale. Centodue, record assoluto dai tempi del sonoro», dice ancora CDS. Qui evoca un pezzo del 2002, dal titolo Cento volgarità nel film di Natale, il cattivo gusto non ha argini. Eppure la deriva parolacciaia del CP era cominciata molto prima: è in Spqr 2000 e mezzo anni fa a cui la critica unanime attribuisce l’inizio della deriva impresentabile, con la famosa battuta: “a Iside, famme una pompa”. «La pompa è stato il momento in cui si è passati oltre. Da quel momento lì il produttore De Laurentiis ha pensato che il successo era dovuto solo a quello, quindi ha puntato molto su quella roba lì e ha dimenticato il resto» (intervista a Carlo Vanzina, contenuta in Fenomenologia del cinepanettone, di Alan O’ Leary, studioso dell’università di Leeds che si è prodotto sul tema. “Un matto”, dice CDS, e in effetti).

Interessante piuttosto notare che Spqr è del 1994. Primo governo Berlusconi. Un parallelo? Cazzate? «Cazzate». Eppure i cortocircuiti tra CP e la realtà ci sono e non sono secondari: racconta CDS che Simpatici e antipatici (1997), da lui diretto, venne ritirato dalle sale. Simpatici e antipatici era un film con una sua importanza documentaristica, dedicato al mondo dei circoli sportivi romani, dove alligna il Generone: raccontava ascesa e declino di un Alberto, avvocato-simbolo di quel mondo lì (cafone, di destra, soldi nuovi, moglie burina), e del suo arresto finale. Interpretato da Gianfranco Funari, tutto una montatura di corno e un gessato. Tutti ritennero che il riferimento fosse al ministro della Difesa Cesare Previti. Il film fu tolto dalle sale. «Non ci avevamo mai pensato, a Previti. Fu un disastro». I cortocircuiti ci sono, dunque, ma forse sono simmetrici: in Spqr, per esempio, quello di “Ah Iside, famme na pompa”, i riferimenti all’attualità sono grossolani e ingenui: il plot racconta della campagna moralizzatrice di un giudice, Antonio Servilio, che sembra Di Pietro; c’è un ultrà della squadra del Mediolanum che si chiama Silvio. E però Iside, quella dello sketch, è egiziana, e il senatore corrotto impersonato da De Sica le mette su casa, una specie di Olgettina, ma siamo nel 1994, vent’anni fa.

Sempre Spqr genera altre sovrapposizioni inquietanti con la realtà: Umberto Bossi, nel 2010, da ministro sosterrà che il celebre acronimo significa Sono porci questi romani, come da tormentone del film. Ancora: nel 2009, il ministero della Cultura concesse la qualifica di “film di interesse culturale” a Natale a Beverly Hills. Poi un altro ministro, Ignazio La Russa, rivelerà che Aurelio De Laurentiis gli propose un cameo «con insistenza» in un suo CP non identificato, ma lui «naturalmente» rifiutò.

Allora forse la lettura giusta è un’altra. Non è che CDS e la sua banda hanno fatto i sociologi, fini o meno fini, in questi anni. È che forse la realtà, disperata, è diventata cinepanettonica. L’illuminazione arriva leggendo l’ultimo libro di Filippo Ceccarelli, Come un gufo tra le rovine (Feltrinelli) in cui il giornalista di Repubblica semplicemente “monta” insieme come in un Satyricon ugualmente sbrindellato dichiarazioni e uscite dei politici proprio a partire dal caso La Russa. Da quel “naturalmente” molto sospetto. «Naturalmente un corno» scrive Ceccarelli. «L’ipotesi di studio su cui mi sto perigliosamente esercitando è che, dopo le drammatiche narrazioni collettive dello scorso secolo, la politica italiana si stia trasformando in un cinepanettone». «Ma che non lo vedi Bondi, il ministro» fa CDS accompagnandoci alla porta. «Quello è uguale a Boldi. Separati alla nascita».

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Intervista a Hugh Laurie https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-hugh-laurie/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-hugh-laurie/#comments Sun, 14 Apr 2013 09:32:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13961 Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell'immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell'omonima serie: ma ora, a cinquant'anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L'altra sera abbiamo fatto un'ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

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Questo pezzo è uscito su Rolling Stone.

Intervista telefonica con Hugh Laurie: nato come oxfordiano e vogatore, con accento inglese, poi dagli anni ottanta comico televisivo in coppia con Stephen Fry, sempre con accento inglese, diventa un Socrate dell’immaginario contemporaneo con accento americano grazie al ruolo del dottor House nell’omonima serie: ma ora, a cinquant’anni, sempre con accento americano, esce Let Them Talk, un suo disco jazz per la Warner con ospiti illustri e lunga scaletta di classici, dove canta e suona il piano.

“Sono a New Orleans, è una giornata stupenda e la città profuma. L’altra sera abbiamo fatto un’ora circa di concerto. Abbiamo suonato i pezzi dal nostro disco per un pubblico ristretto, ma è stata una cosa molto emozionante: ho suonato dal vivo con Tom Jones, Irma Thomas, Alain Toussaint, una serata incredibile. La band è di cinque elementi, in più ci sono i quattro ottoni arrangiati da Alain su tre canzoni”.

Amo le persone entusiaste e questo sincero riassunto telefonico della sua condizione attuale fa di Hugh Laurie una persona con cui sono disposto a parlare seriamente. Non un’ottima idea considerato che – lo scoprirò alla fine – dal numero +44 che mi ha messo in contatto con New Orleans un PR della Warner in segreto ci ascolta.

Gli ottoni sono la cosa più bella del disco. Ho letto le tue note di copertina e volevo chiederti se ti sono venuti complessi a lavorare con musicisti così bravi. Ne scrivi con un tono molto umile. E poi il disco si chiama Let Them Talk, come a prevedere la reazione dei dubbiosi. Com’è stato lavorarci?

“È stato un onore incredibile. Molte volte mi sono guardato le mani, durante le registrazioni, mentre ero al pianoforte, e ho visto che tremavano per il solo fatto che ero in sala con quelle persone. Un giorno è arrivato Dr. John per cantare una canzone e non ci riuscivo a credere che stavo accompagnando al pianoforte un uomo la cui musica avevo ascoltato per tutta la vita: tutto ciò che so fare al pianoforte lo devo a Dr. John, ed eccomi là a suonare con lui”.

Quanto ci avete messo a registrare il disco?

“È stata una cosa fatta nei ritagli di tempo, perché ho dovuto supplicare la produzione di Dr. House per avere due ore qua due ore là a disposizione. Credo che in tutto abbiamo avuto nove giorni, e uno dei nove è stato tutto per la registrazione degli ottoni qui a New Orleans. Alain ha arrangiato i tre pezzi, poi è venuto e ha diretto gli ottoni in un giorno”.

Come l’hai convinto a partecipare?

“Per mia fortuna, Alain è amico di Joe Henry [il produttore del disco, NdR.] Avevamo parlato spesso di Alain, con Joe. E io l’avevo incontrato personalmente quando Joe stava facendo quel disco con lui ed Elvis Costello [The River in Reverse, del 2006, NdR]. Sono andato e ho ascoltato una loro session. È stato qualche anno fa. Lì conobbi sia Alain che Joe. Alain ovviamente lo veneravo da tempo come produttore, come compositore, musicista. L’altro giorno qualcuno l’ha definito il Dalai Lama della musica di New Orleans… Joa ha detto: sto pensando di chiedere ad Alain di fare gli ottoni, e io: Mio Dio sarebbe incredibile. Joe gli ha mandato le tracce e Alain ha detto che l’avrebbe fatto volentieri. L’ho presa come un gran segno di approvazione”.

Perché ovviamente poteva benissimo dirti di no.

“Assolutamente. Non credo che un uomo della statura di Alain si faccia problemi a dire no”.

Volevo esserne sicuro. Non so come funziona con i jazzisti. Senti, hai mai pensato cose come “Non dovrei stare qui a incidere un disco”?

“Oh sì, molte volte. Ne sono sempre stato consapevole: io sono il novellino, qui. Anche martedì sera al concerto mi guardavo intorno… C’erano sul palco Irma Thomas e Thom Jones e pare che l’ultima volta che si erano visti era stato nel 1966… a Manchester. E stavo facendo due conti tra me e me, be’, in due cantano da cento anni: hanno cominciato molto giovani entrambi, hanno un’esperienza pazzesca, ed eccomi qui con loro, ed è il mio primo concerto. Sì, quindi ne ero molto consapevole, ma era pure così emozionante… e mi sento onorato”.

Ora devo usare una parolaccia, spero tu non te la prenda: la parola è Vanity Project. [È il termine spregevole che si usa per i progetti non proprio necessari degli artisti famosi; es: Madonna che gira un film.] Stavo guardando i tuoi sketch comici in duo con Stephen Fry su youtube, e mi dicevo che in fondo i comici fanno parte di un mondo strutturato molto secondo il rispetto e la gerarchia, quindi forse assomiglia a quello dei jazzisti. Un comico giovane dev’essere sempre rispettoso dei comici più grandi ed esperti, perché far ridere è un’arte.

“Giusto”.

Forse tu sei riuscito a entrare nel mondo dei jazzisti perché sai come rispettare le persone brave. Dimmi che ne pensi.

“Non ho ben capito, intendi… Cosa c’entrano jazz e commedia?”

Questo non mi sembra un Vanity Project perché mi pare che tu hai molto rispetto, e sei uno che ha radici forti nell’arte e sa come funzionano le dinamiche fra gli artisti…

“Oh sì, e amo questa musica da quando sono ragazzo. Non conosco bene il termine Vanity Project e lo rifiuto. Se ho ben capito cosa intendi, Vanity Project è quando uno paga per il piacere di pubblicare un’opera senza tener conto dell’investimento altrui, solo per sé. Ma la Warner proverebbe orrore se intuisse che questo è un mio Vanity Project: loro sperano che la gente compri questo disco. Non lo fanno per compiacermi, per lusingare la mia vanità. Sono gente professionale, è un’impresa seria, non penso possano aver alcun interesse nei Vanity Project di chicchessia”.

Sono contento di avertelo chiesto, perché queste cose uno non sa mai come funzionano davvero, e volevo che tu lo raccontassi esplicitamente. Piuttosto che lasciare la cosa al lettore che fra sé dice: vabbè, ma perché questo attore ha fatto un disco jazz…? e magari il lettore non conosce la tua storia, la carriera che hai avuto, il fatto che sei una specie di figura rinascimentale, hai fatto tante cose.

“No, certo, assolutamente. Voglio solo dire: questa musica è molto più vicina a ciò che sono, a ciò che provo, alla mia visione del mondo, che ogni parte che ho recitato in vita mia. Mi è molto più intima. Certo accetto anche l’idea che la mia posizione sia fortunata, perché la fama che ho mi apre delle opportunità in altri campi. È vero. Ciononostante, questo progetto è molto più vicino alla mia vera identità e a ciò in cui credo di qualunque altra cosa abbia mai fatto”.

Senti, ora devo farti una domanda da parte di un mio amico scrittore tuo grande ammiratore. Quando gli ho detto due ore fa che dovevo intervistarti per telefono gli tremava la voce per l’emozione. Il mio amico insegna storia e filosofia al liceo e dice che prova a utilizzare il metodo induttivo del Dr House con i suoi studenti per insegnar loro a ragionare. Allora vuole farti questa domanda: credi che il tuo lavoro, per via della popolarità del tuo personaggio, abbia un valore pedagogico? Credi che la gente riceva qualcosa a livello profondo? 

“Direi di sì. Lo spero. Credo che la serie sia divertente ma spero abbia, sotto, un intento serio: enfatizzare il valore della verità rispetto a ogni altra considerazione. La verità rispetto al bisogno di piacere agli altri. La verità rispetto all’obbedienza. La verità rispetto alle buone maniere. La verità rispetto a tante altre cose. La verità scientifica e la verità morale vanno messe al di sopra di ogni altra cosa, e credo che uno scopo del genere sia nobile. Il personaggio di House per molti versi è discutibile, ma credo ci sia qualcosa di nobile in lui per la sua ricerca continua della verità, e per la sua impazienza verso ogni ostacolo che si frappone fra lui e la verità, e che lui vuole solo levare di mezzo. E perciò paga. La verità ha un costo, e ciò rende nobile House: senza quel costo non c’è nobiltà. È un costo misurabile nella sua solitudine, nei suoi tormenti e il suo isolamento. È un prezzo molto alto, ma fa della sua ricerca della verità una ricerca nobile. È una buona lezione”.

Grazie per avermi dato una risposta seria. Stavo pensando (ma forse non è una vera domanda): non ho potuto non notare che in rete si dà notizia di certi tuoi problemi psichici. [Wikipedia Inglese: “Laurie ha sofferto di depressione clinica e a tutt’oggi è in cura da uno psicoterapeuta”. Si aggiunge un aneddoto che dà prova dello humour di Laurie: negli anni novanta, partecipando a un demolition derby di beneficienza, una di quelle gare in cui si sfasciano le macchine, si rese conto che “guidare in mezzo a scontri esplosivi [di automobili] non gli provocava né eccitazione né spavento”. “La noia”, commenta Laurie, “non è la reazione appropriata di fronte a delle macchine che esplodono”.] Siccome condivido alcuni aspetti del problema mi viene di dire che (è imbarazzante ma ne voglio parlare e non so se lo metterò nel pezzo)… la mia sensazione era che alla domanda seria del mio amico stava rispondendo una persona che sa cosa vuol dire stare male. Perché quando stai male con la mente, il problema del bene, di fare del bene, diventa una domanda molto seria: perché a volte vivere è veramente molto difficile, perciò questa domanda su cos’è fare il bene, cos’è dare al prossimo… ti ci trovi a pensare la notte quando hai i terrori notturni e non riesci a dormire, vuoi che almeno la vita abbia valore… e ora che ho detto questa cosa penso che non la metterò nel pezzo, ma…

“Credo invece che tu la debba mettere. Lo credo davvero. Tu no? Credo che ciò che hai detto sia illuminante, e potrebbe essere un gran sollievo… per… la gente che ha lo stesso problema. Non credi?”

Ok. [Segue mia descrizione maniacale su quanto è bello quando gli altri ti capiscono.] Vabbè, cambiamo argomento. Credi che tornerai mai a fare il comico a tempo pieno?

“Non so. Sono molto fortunato a fare la parte di House, perché sono due lavori in uno: House è un personaggio incerdibilmente divertente e spiritoso, ha un lato da pagliaccio, infantile; ma allo stesso tempo è un uomo vero, e ha uno scopo nella vita. Perciò con House mi pare di poter fare le due cose insieme: la commedia e il dramma. Alcune delle cose fatte in Dr House sono davvero divertenti, ho la sensazione di fare della buona commedia. Tornare alla commedia di sketch sarebbe tutt’altra cosa, ma ho la sensazione che gli sketch siano una faccenda da ragazzi: lo sketch è una cosa per giovani che prendono in giro gli adulti, è lo studente che fa la caricatura del professore. E quando ormai hai l’età del professore diventa più difficile. Io ho un’età per cui potrei essere un ministro di gabinetto, o un generale, un politico. Per cui è più difficile prendere in giro quella gente: perché io sono quella cosa, io sono di quella generazione”.

Fantastico. Hai presente quel detto: Commedia = Tragedia + Tempo? L’altro giorno stavo pensando che è falso: perché il passare del tempo è una tragedia di per sé, quindi com’è possibile che Tragedia + Tragedia = Commedia?

È vero”.

È un po’ quello che dicevi tu. Se all’età tua imiti i tuoi coetanei poi ti viene la tristezza…

E qui infine interviene la voce androgina di un PR britannico: “One last question?”

Ah, ma allora ci stavano spiando… No no grazie, abbiamo finito.

Poi ci salutiamo.

A quel punto Laurie chiede al PR della Warner: “Siamo rimasti noi due? Hanno riagganciato tutti?” Io però sto ancora registrando e non ho ancora agganciato il telefono e dunque posso ascoltare il seguente scambio:

House: “Be’, non ho dovuto dare delle vere e proprie risposte, perché stava più o meno…”

Warner: “Perché andava per conto suo”.

House: “Perché andava per conto suo. Ma comunque gli auguro buona fortuna, mi è parso una brava persona, spero solo che trovi un po’ di pace”.

Warner: “Senti, fammi un po’ vedere cosa dice il PR locale, poi ti faccio sapere”.

La cosa mi ha fatto molto vergognare. Ho agganciato. E adesso ho in mp3 un’ipotesi del dottor House sul mio stato psichico. È un onore o una condanna? Mi dispiace che House non potrà mai verificare col suo procedimento induttivo stile Sherlock Holmes se la sua ipotesi tiene. Ma poi: quanto cuore bisogna metterci nel trattare con i grandi personaggi del nostro tempo? Volete che vi prendiamo sul serio o che vi diciamo solo: “Ciaaaaaaaaao, allora, questo graaaaande diiiisco di jaaaaaaaazz, dicci tutto!”? Io con il dottor House voglio parlare di onestà intellettuale, di malattie fisiche e psichiche, voglio parlare della verità: e lui, e su questo mi impunto, è tenuto al segreto professionale: non deve confidarsi coi PR.

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Immagini del Buddha https://minimaetmoralia.it/libri/immagini-buddha/ https://minimaetmoralia.it/libri/immagini-buddha/#comments Thu, 27 Dec 2012 09:25:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12175 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Foto di Paolo Pecere.)

Centinaia di Buddha di diverse grandezze, illuminati da aureole lampeggianti, circondano l’enorme stupa dorato a forma di campana dello Schwedagon Paya di Yangon. Lo sguardo salta tra padiglioni e altari tutt’intorno e, anche se questa moltiplicazione di statue rievoca forse le molteplici incarnazioni del Buddha (più di 500 secondo la tradizione), rimane un senso di profonda incomprensione. Centinaia di birmani suonano campane, lavano le statue o siedono in meditazione, producendo soltanto un brusìo ovattato. Il sacro è un sottinteso diffuso, non si concentra in un oggetto o in un gesto, come se le persone che percorrono in circolo il perimetro della pagoda mettessero in atto l’insegnamento del Buddha: “tutte le cose composte sono impermanenti”.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Foto di Paolo Pecere.)

Centinaia di Buddha di diverse grandezze, illuminati da aureole lampeggianti, circondano l’enorme stupa dorato a forma di campana dello Schwedagon Paya di Yangon. Lo sguardo salta tra padiglioni e altari tutt’intorno e, anche se questa moltiplicazione di statue rievoca forse le molteplici incarnazioni del Buddha (più di 500 secondo la tradizione), rimane un senso di profonda incomprensione. Centinaia di birmani suonano campane, lavano le statue o siedono in meditazione, producendo soltanto un brusìo ovattato. Il sacro è un sottinteso diffuso, non si concentra in un oggetto o in un gesto, come se le persone che percorrono in circolo il perimetro della pagoda mettessero in atto l’insegnamento del Buddha: “tutte le cose composte sono impermanenti”.

Agli occhi degli occidentali il Buddha, già remoto dietro duemila anni di tradizione orale e scritta, subisce un’ennesima moltiplicazione, rifrangendosi nel gioco di specchi dell’esotismo. Come molti europei, da adolescente, ho saputo di Gotama “Buddha”, il “Risvegliato”, leggendo Siddhartha di Hermann Hesse. Contento solo a metà della sua dottrina, Hesse ­– come si ricava dai documenti opportunamente aggiunti alla nuova edizione appena pubblicata da Adelphi ­– ne critica l’atteggiamento “razionalistico”, che pretende la difficilissima rinuncia alle “pulsioni” figurandosi un mondo “senza dèi” e una salvezza puramente spirituale. Cercando nell’Asia una sponda per temperare i rigori dell’ambiente protestante in cui era cresciuto, Hesse vede nel Buddha, nel bene e nel male, un puritano “simile a Lutero”. Così lo sdoppia: dell’originale Gautama, che si dedica all’ascetismo e alla predicazione, fa un personaggio secondario, incapace di esprimere con la sua vita la complessità dell’esperienza umana; il suo protagonista Siddhartha ­–  che porta un altro nome del Buddha, “colui che  ha raggiunto i suoi obiettivi” ­– cerca la saggezza lasciandosi alle spalle l’ascetismo, passando per l’esperienza dell’amore e della paternità, per finire lungo un fiume a meditare sullo scorrere del tempo. Hesse esprime così la sua saggezza “sintetica”, combinando l’ascesi con l’amore per la totalità del mondo. Il libro non è chiarissimo: rimanda ad altri libri, alla psicoanalisi, al pensiero cinese.

Nello stesso anno, il 1922, quasi gli stessi elementi – un rapporto sessuale superficiale, la meditazione sul fiume – si ritrovano nel Sermone del fuoco di Thomas Eliot, al centro del poema La terra desolata. Il buddismo si è disperso ormai in una sconfinata biblioteca, confondendosi con temi ebraici e cristiani, e diventa un problema insolubile: tre puntini che collegano un gusto intellettuale fine secolo con statuette buone per il salotto, che non dicono niente ­– “O monaci, tutto brucia”.

Solo alcuni anni dopo ho faticosamente cominciato a salire a ritroso la corrente, e ho cominciato a chiarire alcuni punti: tra il VI e il V secolo a.C., il Buddha ha insegnato che non c’è nulla di permanente, né in noi stessi né nel mondo; che il tentativo di immobilizzare questo processo in “cose” è associato a una “sete” inestinguibile, alla frustrazione, che attraverso le nostre azioni si prolunga in un numero infinito di vite; che è possibile un cammino di liberazione, il cui primo passo è la “retta visione” del contenuto dell’esperienza, cui consegue la graduale eliminazione delle cause di sofferenza, e il cui punto di arrivo è il “nirvana”, uno stato di distacco che interrompe il ciclo del dolore prima ancora della morte, ma che il linguaggio non è in grado di descrivere adeguatamente. Non stupisce che questa dottrina abbia esercitato una grande attrattiva in Occidente soprattutto dopo il disincanto dell’Illuminismo, perché vista in ottica cristiana essa può produrre sgomento: a capo della saggezza non c’è una Luce ma l’estinzione della fiamma che tutto brucia, non si torna in nessun luogo di vita beata, ma il punto è proprio che non c’è luogo in cui tornare; non c’è gloria, ma pace, già in questa vita, però.

Viaggiando in paesi buddisti, in seguito, ho trovato che il problema oggi si complica: al nostro esotismo insofferente verso le distinzioni risponde la secolarizzazione dell’Asia. Le immagini pregiudicano il dialogo. Le stelle di Hollywood (e anche Lisa Simpson!) si convertono per ritrovare valori perduti, mentre i giovanissimi monaci tibetani vogliono scendere in paese per procurarsi i dvd dei film occidentali; i monaci sorridono enigmaticamente nei film di Scorsese e Kim Ki-Duk, mentre in Myanmar manifestano contro il governo e in Tibet si danno fuoco, o sono costretti a contraddire la non-violenza e uccidere i cinesi (come Tashi Passang, di cui ci racconta William Darlymple in Nove vite). Vai a chiedere del Buddha e sospettano l’incomprensione. Anche da questo, forse, è dipeso l’invito del Dalai Lama, qualche anno fa, a non convertirsi al buddismo.

Torno in Italia, ritrovo le conversioni, i libri, la confusione. Ancora qualche mese fa Roberto Del Bosco (Contro il buddismo, Fede&Cultura) ha contrapposto, con metodi e toni del fanatismo apologetico, il “nichilismo” buddista alla “bontà” del cristianesimo. Marcello Veneziani, a tutela di quella che gli appare pur sempre come una sfaccettatura del Sacro di cui ha bisogno l’ateismo pratico occidentale, ha reagito invitando a distinguere la rispettabile tradizione del “buddismo” dalle “buddanate”. Ma quale tradizione? Le storie del pensiero indiano (come quella di Torella) faticano a mettere ordine in secoli di scuole indiane, cinesi e tibetane, per tacere del contesto filosofico brahmano da cui il Buddha è provenuto, conservandone molte idee. Ancora oggi troviamo i frutti di una ramificazione storica che nessuna Chiesa ha tenuto sotto controllo: che cosa unisce, per esempio, l’insegnamento di Gautama con quello promosso dall’Istituto Soka Gakkai – il più popolare promotore del buddismo in Italia – secondo cui lo scopo della vita umana è “partecipare attivamente al compassionevole funzionamento dell’universo, arricchendo e intensificando il dinamismo creativo della vita”? L’istituto si riferisce alle dottrine del monaco giapponese Nichiren Daishonin. Ma la lettura del testo di riferimento, il complicatissimo Sutra del Loto (composto nei primi secoli dell’era cristiana), non aiuta a diradare la difficoltà, che peraltro non impensierisce gli aderenti al gruppo. Chi ha partecipato alle riunioni di Soka Gakkai, gruppi d’ascolto tra persone ferite dalla vita e deluse dal cristianesimo, sa che si tratta di un insegnamento pratico volto al miglioramento della vita, basato sulla recitazione ruggente di un mantra. La rivista dell’Istituto si chiama “Nuovo Rinascimento”. Qui il controllo della mente non serve a sottrarsi al processo doloroso della vita; al contrario, la coscienza della morte “rende possibile il rinnovamento e una nuova crescita” e “può farci vivere senza paura, con forza, chiarezza di propositi, e gioia”.  Si parla di “buddità” come di un ottimismo della volontà, si respira un’aria calvinista. Di statue del Buddha non c’è traccia.

Una bussola per orientarsi la offre oggi in un libro di Robert Gombrich (appena tradotto da Adelphi), Il pensiero del Buddha. Gombrich mira a ritrovare il pensiero originale del Buddha, provando a risalire i secoli di tradizione orale che separano la predicazione dalle prime trascrizioni dei sermoni. Il Buddha è presentato come un pensatore critico rispetto alla religione del suo tempo: se il panteismo dei brahmani è intriso di ritualità e metafisica, l’ascetismo radicale, per l’altro verso, è una pratica eccessiva. Ciò che conta è la comprensione dell’esperienza, che il Buddha propone usando gli stessi termini della tradizione e rovesciandone spesso i significati (qualcosa di simile a quanto accadrà con l’ebreo Gesù Cristo). Il Buddha si propone del resto come un medico – il chirurgo che rimuove la freccia – il cui scopo è la guarigione: egli invita pertanto a valutare le sue parole in base all’efficacia, senza avvolgersi in inutili difficoltà: “le mie parole sono come un serpente: se le afferrate nel modo sbagliato possono farvi male”. Il nirvana non è uno stato mistico di annullamento della coscienza, ma al contrario è la sola piena coscienza delle cose “così come sono”.

La difficoltà di esprimerlo non nasce da qualche mistero sovrannaturale, ma dal fatto che il linguaggio stesso, parte integrante della consueta visione del mondo, con le parole ripete sempre “vuoti” concetti e non riesce a esprimere perfettamente un processo perfettamente fluido, che non contiene nessuna cosa permanente. Buddha appare alla fine come un saggio “mondano”, più laico di molti superstiziosi discepoli antichi che lo hanno divinizzato, che rifiuta la speculazione metafisica. Paragona i monaci brahmani, convinti dell’unità tra anima individuale e Dio, a chi ami una bella donna che non ha mai visto, senza sapere chi sia e dove viva. Le analisi di Gombrich sono sicuramente discutibili, bisognerà ritornarci, ma agiscono con efficacia sull’immagine del Buddha, che è paragonato più volte ai filosofi greci. Con la sua logica scettica e i suoi interessi etici, mi ricorda un filosofo ellenistico. Ecco un punto di familiarità, da cui ripercorrere le storie parallele dell’Occidente e dell’Oriente: Buddha ci parla come un antico filosofo pagano.

Letto Gombrich torno a Siddartha, e poi rieccomi seduto nella pagoda silenziosa. All’improvviso mi coglie lo stupore che i birmani adorino questo Buddha scettico, che smette di promettere miracoli e guarda in faccia la vita con rigore logico. Ma certo, quale delle infinite versioni avranno in mente? Una famiglia apparecchia la cena e comincia a mangiare sul pavimento del tempio. Un gatto viene a curiosare. Un Buddha dorato sorride in una luce che pare un presepio. All’improvviso mi rilasso, mi sento ancora ospite in casa altrui, ma in fondo prima o poi dobbiamo lasciare ogni casa. Incrocio le gambe in precario equilibrio. Questo non è il nirvana, ma è una pace.

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