Damon Albarn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/damon-albarn/ un blog di approfondimento culturale Tue, 19 May 2015 23:26:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Damon Albarn Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/damon-albarn/ 32 32 Il ritorno dei Blur: intervista a Graham Coxon https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/blur-the-magic-whip/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/blur-the-magic-whip/#comments Wed, 20 May 2015 06:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26908 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

di Chiara Colli

La popular music, o almeno una sua parte, è diventata come un orologio. Un calendario da sfogliare, uno strumento con cui misurare il tempo che passa: i 20 anni di Nevermind, i 30 di Psychocandy, il tour di reunion per il 50° anniversario dalla nascita dei 13th Floor Elevators. E magari pure il ventennale di Parklife - celebrato insieme a qualche altro “sopravvissuto al brit pop” proprio 12 mesi fa.

È una mattina dello scorso febbraio e un pensiero simile mi sfiora mentre aspetto che si carichi lo streaming via Facebook della conferenza stampa dei Blur, evento annunciato solo poche ore prima. Più banalmente, nell’attesa penso anche che sono già passati sei anni da quel memorabile concerto ad Hyde Park – il primo della serie “al parco” a marchio Blur. Il collegamento con il ristorante cinese di Soho nel quale si materializzeranno Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree insieme al dj (ora ex) di BBC Radio 1 Zane Lowe si fa attendere e ho qualche minuto per rimuginare ancora.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

di Chiara Colli

La popular music, o almeno una sua parte, è diventata come un orologio. Un calendario da sfogliare, uno strumento con cui misurare il tempo che passa: i 20 anni di Nevermind, i 30 di Psychocandy, il tour di reunion per il 50° anniversario dalla nascita dei 13th Floor Elevators. E magari pure il ventennale di Parklife – celebrato insieme a qualche altro “sopravvissuto al brit pop” proprio 12 mesi fa.

È una mattina dello scorso febbraio e un pensiero simile mi sfiora mentre aspetto che si carichi lo streaming via Facebook della conferenza stampa dei Blur, evento annunciato solo poche ore prima. Più banalmente, nell’attesa penso anche che sono già passati sei anni da quel memorabile concerto ad Hyde Park – il primo della serie “al parco” a marchio Blur. Il collegamento con il ristorante cinese di Soho nel quale si materializzeranno Damon Albarn, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree insieme al dj (ora ex) di BBC Radio 1 Zane Lowe si fa attendere e ho qualche minuto per rimuginare ancora.

Penso a quel giorno di luglio del 2009, al Parco stracolmo, all’euforia dei quattro in Fred Perry e agli strilli della stampa inglese sulla loro esaltante performance a Glastonbury della settimana precedente, primo live (escluso il warm up all’East Anglian Railway Museum) in formazione completa dopo nove anni; penso a quante volte ho costretto gli amici a guardare No Distance Left To Run (il documentario uscito nel 2010) e alla malinconia di Fool’s Day, primissimo inedito a otto mani realizzato per il Record StoreDay di quell’anno; penso alla foto dei Brit Awards con Damon sbronzo e col dente d’oro in bella vista che abbraccia Noel – doveva essere di buon umore, anche perché i Blur avevano appena ritirato il premio per l’Outstanding Contribution to Music.

Si trattava del 2012 e sarebbe stato un anno intenso: ad agosto avrebbero concluso, con un altro live ad Hyde Park, la cerimonia delle Olimpiadi di Londra, per l’occasione avrebbero registrato due nuovi brani, Under The Westway e The Puritan e, poco dopo, sarebbe arrivato il lussuoso cofanetto Blur 21; solo a questo punto, mi vengono in mente tutte le risposte altalenanti di Albarn alla fatidica domanda su un nuovo disco – ricevute in prima persona lo scorso maggio, quando ci parlava del suo esordio da solista davanti a un Campari – e il fattaccio con William Orbit, coinvolto proprio a inizio 2012 per un primo tentativo di registrazione poi mandato in cavalleria (indovinate da chi?). Penso a quando Damon, sempre lui, disse che era tutto finito e invece l’anno dopo, nel 2013, rieccoli in un tour mondiale, a raccogliere plausi per il loro modo incredibile di stare sul palco come band.

Poi parte la diretta da The Golden Phoenix, il ristorante da cui i Blur hanno deciso di presentare il loro nuovo album, l’ottavo, a dodici anni da Think Tank e sedici da 13, l’ultimo con l’imprescindibile Coxon alla chitarra. La vaga malinconia lascia spazio a una risata non appena i quattro fanno ingresso davanti alle telecamere. Sfondo orientale su cui si stagliano smorfie, risatine, continue gag reciproche: l’atmosfera eccitata di chi sta per rivelare finalmente un segreto, ma rilassata perché è come se lo stesse facendo al pub, attorno a un tavolo, insieme ad altri tre amici.

The Magic Whip, per la band “The Hong Kong record”, è un album nato in maniera quasi casuale. Nel mezzo del tour del 2013, i Blur si trovano nella metropoli cinese con cinque giorni liberi, a causa della cancellazione del Tokyo Rocks Music festival. Albarn propone di affittare uno studio e impiegare quel tempo per registrare del nuovo materiale. Dopo la full immersion, è così entusiasta che spara la notizia dell’accaduto pure durante un concerto, riaprendo il tam-tam mediatico. La storia vuole che, a seguito di quelle session, i Blur proseguiranno il tour e poi ognuno di nuovo per la propria strada: Dave in giacca e cravatta a fare l’avvocato, Alex a produrre formaggi e articoli per il “The Sun”, Graham tra famiglia, chitarra e tweeting compulsivo e il capobanda preso dai suoi mille progetti, tra cui Everyday Robots. Quelle session diventeranno una leggenda ma, dopo qualche tempo, stampa e amici metteranno nel cassetto la solita domanda. È più o meno a quel punto che succederà qualcosa.

In qualità di deus ex machina di The Magic Whip – “È per colpa sua se tutto questo è successo”, afferma Damon ghignando e indicando Graham durante la conferenza – è il chitarrista a rispondermi al telefono per parlare del ritorno su disco. Mentre sento squillare, l’idea che la nostra conversazione si inserisca in una serie serrata e mortalmente noiosa di interviste con la stampa mi impensierisce non poco. Col suo solito tono da ragazzino tra il timido e il dispettoso, Coxon mi tranquillizza. “Ne ho solo un’altra dopo di te, giù al bar con un giornale inglese. E poi non devi preoccuparti, tanto mi annoierei anche se non facessi interviste”. L’ironia un po’ indolente, il piglio slacker che condivide con un musicista che lo ha impressionato un bel po’ negli anni 90, Stephen Malkmus, Graham ce l’ha sempre avuta. È con questo suo basso profilo disincantato ma ipersensibile, che comincia a raccontare la storia dell’album.

Era ottobre dello scorso anno, Damon continuava il suo tour e io non stavo facendo molto, mi annoiavo e mi sentivo un po’ frustrato. Volevo fare qualcosa e pensai che avrei potuto lavorare sulle Hong Kong session, ora che le avevamo lasciate riposare un po’. Ero convinto che valesse la pena provare e che tutto ciò di cui avevamo bisogno fosse un buon produttore, accurato e molto… paziente. L’unico rischio che avrei corso era di aver buttato del tempo: se il risultato non ci avesse soddisfatti avremmo dimenticato le registrazioni e i Blur, probabilmente, sarebbero davvero finiti. Ma avevo molta fiducia in quel materiale. Credo che il momento in cui abbiamo registrato a Honk Hong fosse ottimale sia perché eravamo in tour e abituati a suonare molto insieme sia perché ci sentivamo liberi da pressioni esterne, l’aspetto più insopportabile di questi ultimi anni”.

Nel 2013, sui palchi di mezzo mondo, i Blur hanno dato prova di essere l’esaltazione del concetto di band. Ognuno dei quattro musicisti, coi suoi gusti e interessi diversi, è indispensabile per il risultato finale – i feedback inquieti di Graham, l’equilibrio metronomico di Dave, il groove di Alex, in formissima su The Magic Whip, l’energia propulsiva e istrionica di Damon. Che piaccia o no, questo album rappresenta il picco massimo di intesa, professionale e umana, tra i quattro Blur. Il perno, chiaramente, sta nel rapporto tumultuoso e fraterno tra il frontman e il chitarrista – un tempo sgretolato sotto il peso dei problemi personali e del modo agli antipodi di affrontarli, oggi esaltato dalla maturità.

Credo che il momento più importante dal 2009 a oggi sia stato quando sono andato a parlare con Damon per proporgli l’idea di mettermi al lavoro su quelle registrazioni. Non sapevo se avrei avuto la sua benedizione, temevo non avrebbe apprezzato e sono stato molto felice quando invece si è mostrato entusiasta. È stato un momento fondamentale del nostro rapporto. Ci sono tanti eventi oggettivi che hanno attraversato la nostra storia ma quella reazione voleva dire che lui si fidava profondamente di me”.

Nei Blur, Albarn è quello che manda all’aria i piani o li riattiva, l’animale da palcoscenico o anche, per dirla con Alex James, “Un artista terrorizzato dal vivere sulla gloria del passato”. Ma da sempre, se Albarn accende il processo, Coxon è colui che lo porta a termine. “Credo sia il mio lavoro e in generale quello di ogni chitarrista in una band interpretare ciò che il songwriter vuole dire, capire dove vuole arrivare. Nei Blur è stato sempre così, è automatico, è telepatia: un unico flusso che parte da lui, passa dalle mie orecchie, arriva al mio cervello e si sviluppa attraverso le mie dita. Credo di dare il meglio sotto questo aspetto, anche se non sempre è andata bene. Stavolta, però, è stato molto naturale”.

Un processo spontaneo forse perché, come racconta il biondastro su “Mojo” di maggio, “Il nostro rapporto non era così armonico dai tempi di Parklife. È stato a quel punto che la bicicletta ha iniziato a traballare, siamo caduti e risaliti più volte ma è da allora che non avevamo un equilibrio così stabile. A quei tempi, però, la musica pop era un’altra cosa, ne parlo spesso con Noel… Eravamo molto diversi dagli Ed Sheeran di oggi”. Sempre in quella intervista, Damon racconta di come The Magic Whip abbia molto a che vedere con il rapporto tra i due. Ma per Graham non si tratta solo di amicizia. “Questo disco ha a che fare con qualcosa d’altro. Damon e io ci siamo conosciuti attraverso la musica e questa è una componente fondamentale del nostro rapporto, di come si è evoluto e di come ci relazioniamo tra di noi. The Magic Whip è molto incentrato sulla musica, se Damon non fosse stato ispirato dal lavoro che avevo fatto con Steve l’album non sarebbe uscito… Ma saremmo rimasti amici, non sarebbe cambiato nulla fra noi. Ormai siamo un albero abbastanza forte da non aver bisogno di ricevere acqua tutti i giorni… Non siamo più fragili”.

Steve è Stephen Street, produttore storico dei Blur dai tempi di Leisure e dei successivi quattro album, da Modern Life Is Rubbish a Blur, nonché meticoloso chirurgo pop con cui Coxon ha lavorato in tre dei suoi album da solista. Per quattro settimane, i due hanno plasmato “Le jam registrate in quei cinque giorni a Hong Kong a partire da alcune idee stravaganti che Damon aveva appuntato da tempo sul suo iPad con il software GarageBand. Il materiale che ne è venuto fuori è permeato dai rumori della metropolitana che prendevamo per arrivare allo studio e dai suoni della strada. C’è un’elettricità, un’aria diversa, lo studio era piccolo e caldissimo e abbiamo suonato intensamente, con una grande energia ma senza la varietà di strumentazione a cui eravamo abituati. È un album che suona familiarmente Blur, ma con una produzione più matura e fresca. C’è anche una maggiore presenza di elementi elettronici, aspetto che ha a che fare con il modo in cui ho approcciato il mio lavoro con Steve. Se c’era un suono da completare, qualcosa che doveva accadere, stavolta non ho pensato che dovesse per forza essere portato a termine dalla mia chitarra. Ho provato a lavorare coi sintetizzatori o con qualche effetto strano del computer, con suoni registrati da Damon alla TV o in strada. In The Magic Whip abbiamo prestato molta attenzione ai tessuti sonori”.

Esempio lampante è il brano che Graham definisce come centrale nell’album, Thought I Was A Spaceman. “È uno dei pezzi su cui ho lavorato di più, volevo che fosse un lungo viaggio, che avesse una forma narrativa. Come per il resto dell’album ho cambiato un po’ l’atmosfera, ma rispettando le linee musicali create a Hong Kong. Sai, le canzoni sono come le giornate, dipende da come si sviluppano… Spacemen è un po’ così, alla fine del pomeriggio è come se decollasse e poi alla sera diventa più dolce e tranquilla. È una storia. Tipo il progressive, ma non così lungo e noioso”.

Durante la conferenza, Albarn racconta di aver pensato “Oh no, this is really good” ascoltando il lavoro prodotto dalla coppia Coxon/Street. È a quel punto che decide valga la pena prendersi la responsabilità di scrivere i testi: fa tappa a Hong Kong di ritorno dall’Australia col tour di Everyday Robots e si cala nuovamente nell’atmosfera che aveva dato i natali a The Magic Whip. “Dysto-pop-ia” è il neologismo con cui definisce le idee che registra sul suo iPad e che trasformerà in parole, mescolando il rapporto umano tra lui e il suo amico a quelli disumani e un po’ futuristici della metropoli che lo circonda. “So che Damon e io abbiamo dato il massimo per questo disco. Il fatto di non aver messo realmente un punto al nostro lavoro insieme, anni fa, è stata una delle motivazioni per cui ho sentito di dover prendere in mano questo lavoro, di portare questo album a compimento”.

Allo stesso modo di The Next Day di David Bowie, The Magic Whip è uno dei segreti pop meglio custoditi negli ultimi anni – “Come abbiamo fatto a non farlo sapere in giro nell’era del 2.0? Non dicendolo a nessuno: uscivo dallo studio estremamente soddisfatto ma dovevo far finta di nulla. Non l’ho detto neanche a mia figlia… E mi ero abituato così tanto che, beh, neanche dopo l’annuncio lo dicevo a nessuno”.

A bruciapelo, mentre il nostro tempo finisce, gli chiedo“Hai tirato tu le fila, stavolta. Dovevi farti perdonare qualcosa?. Ci ho pensato solo dopo, ma credo che inconsciamente sentissi il bisogno di fare qualcosa di molto costruttivo verso ciò che avevamo condiviso e passato insieme. Per mostrare la mia dedizione, il mio impegno. Per sentirmi parte di un capitolo positivo, probabilmente il finale, nella storia dei Blur. E chissà che poi, tra 20 anni, non ci ritroveremo qui a ricordare l’ultimo, e ben riuscito, album dei Blur.

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Il gioco delle visioni: gli ultimi Arcade Fire, il primo Damon Albarn https://minimaetmoralia.it/musica/arcade-fire-damon-albarn/ https://minimaetmoralia.it/musica/arcade-fire-damon-albarn/#respond Wed, 06 Aug 2014 16:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22681 di Federico Pevere

Youtube Music Awards 2013. Gli Arcade Fire presentano il loro nuovo singolo, Afterlife, tratto da Reflektor. Tutto, fin dall’inizio, non fa per nulla pensare ad una semplice esibizione dal vivo. Interno notte, Greta Gerwig (sceneggiatrice, attrice, musa) bacia il suo amore, tutto attorno si fa vuoto e allucinazione. Si muove a scatti, delle volte a tempo, altre decisamente meno. Poi, è un attimo, si ritrova in un bosco dove sfogarsi danzando. L’inizio di una storia, si direbbe. È la premiere di un nuovo video, semplice found footage, un trailer o che altro? Nulla di tutto ciò, perchè la Gerwing viene immobilizzata dal cantato di William Butler (leader della band canadese), poco dietro, già immalinconito: siamo su un palco da sempre, lo ignoravamo da sempre. Pochi versi, drammatici, intensi, e Greta scappa via, via di corsa verso la scena. Tutti ballano. C’è finalmente un pubblico. Non è una semplice esibizione, va oltre, dietro c’è lo zampino di Spike Jonze (già Oscar per la miglior sceneggiatura del delicatissimo Her). La direzione di questa’esibizione la scopriremo qualche mese più tardi. È solo l’assaggio di un incrocio.

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di Federico Pevere

Youtube Music Awards 2013. Gli Arcade Fire presentano il loro nuovo singolo, Afterlife, tratto da Reflektor. Tutto, fin dall’inizio, non fa per nulla pensare ad una semplice esibizione dal vivo. Interno notte, Greta Gerwig (sceneggiatrice, attrice, musa) bacia il suo amore, tutto attorno si fa vuoto e allucinazione. Si muove a scatti, delle volte a tempo, altre decisamente meno. Poi, è un attimo, si ritrova in un bosco dove sfogarsi danzando. L’inizio di una storia, si direbbe. È la premiere di un nuovo video, semplice found footage, un trailer o che altro? Nulla di tutto ciò, perchè la Gerwing viene immobilizzata dal cantato di William Butler (leader della band canadese), poco dietro, già immalinconito: siamo su un palco da sempre, lo ignoravamo da sempre. Pochi versi, drammatici, intensi, e Greta scappa via, via di corsa verso la scena. Tutti ballano. C’è finalmente un pubblico. Non è una semplice esibizione, va oltre, dietro c’è lo zampino di Spike Jonze (già Oscar per la miglior sceneggiatura del delicatissimo Her). La direzione di questa’esibizione la scopriremo qualche mese più tardi. È solo l’assaggio di un incrocio.

Anno 2014, gli Arcade Fire sono headliner al Coachella. Durante l’esecuzione di We Exist quasi nessuno si accorge di una presenza dionisiaca sul palco. Si tratta dell’attore inglese Andrew Garfield. Tutti pensano a una bizzarra comparsata (come una Scarlet Johansson che stona con i Jesus and Mary Chains al Coachella di qualche anno fa, per intenderci). Passano un paio di settimane ed esce il nuovo video, di We Exist, per l’appunto. Video che racconta la storia di un ragazzo “particolare”, odiato e maltrattato (in un bar, da degli omaccioni) solo per il suo modo di vestirsi, di essere, di muoversi. Ma danzando le cose cambiano e si mescolano alle allucinazioni, la vita diviene uno spettacolo. Si aprono le porte della ribalta per il nostro(a) protagonista: luci ovunque, ci ri-troviamo al Coachella. Sul palco Andrew Garfield diventa una diva. La presunta finzione di una vita raccontata trova vita (diventa esempio) durante una loro esibizione. Ora tutti vogliono immaginarla reale, quella vita, si illudono di immaginarla. Diviene un simbolo. Uno sfondo. Gli Arcade Fire sanno riempire gli sfondi di simboli. Abusati, semplici, è vero. Ma veri. Veri. È difficile ormai immaginare qualcosa di vero, oggigiorno. Ci basta l’impressione che qualcosa sia vero.

Non è il classico video-collage di scarti/pillole/flash (magari tratto da un live), ma racconta – forse schiacciando l’acceleratore sul caricaturale e sull’ammicco facile – di un esperimento non nuovo, strabordante certo, fin troppo addocchiante, forse, ma azzeccatissimo. Re-inventandosi, diventando parte, finale, impulso di un racconto, la storia qualunque raccontata dagli Arcade Fire coinvolge tutti: chi vede il video, chi ha vissuto il live, chi si sente come il protagonista. Diventando tramite. Mescolando storie, piani temporali, mezzi di comunicazione, immagini, gesti, finzione, e chissà che altro. Non siamo qui per analizzare dal punto di vista tecnico la struttura del video, conta l’impatto, la voracità di questa storia, il suo essere in grado di essere ovunque. La sensazione di smarrimento – nostra e del protagonista, prima – e di bellezza, poi, quando tutto viene riunito e amalgamato. Pubblico, artisti, protagonisti. Indistinguibili, significativi. È una storia, solo una storia, è la voracità di una storia che si fa reinvenzione di vita. Si punta all’essenza, allo scheletro della vita, dritti al punto; gli Arcade Fire ci impongono l’immaginazione di una vita. Di una vita che non sappiamo recitata nel momento esatto in cui la Diva la raggiunge il palco. Ci mettono in contatto, creano immagini e storie per raccontare se stessi al di là di ogni hype – e loro l’hanno capito, fugace com’è – perché di solo hype non si campa. Ci vuole sostanza, essenza. Presunzione e impressioni.

Invece Damon Albarn non ha bisogno di raccontare storie. Nel suo ultimo, osannato album, Everyday Robots, è lui l’unica storia. Una storia che andava raccontata. Spudoratamente nei testi, certamente. Ma pure sviscerandosi visivamente, lasciandoci immergere, nel suo marasma colorato, nella sua ricerca personale, nei suoi viaggi, nel suo contorcersi ovunque, alla ricerca di cosa poi se non di se stesso, ancora una volta. Disseminando le immagini di eventi cruciali, significativi, a simboleggiare la sua nuova natura, il suo essere nuova creatura. Calcando la mano sull’autoreferenzialità, forse, ma, a differenza degli Arcade Fire, ritornando alle origini: l’artista, la musica, il suo passato, solo questo, solo lui al centro del prodotto (o meglio, del suo essere umano) che vuole rappresentare, farsi ricordare. C’è un pubblico che ascolta, c’è un protagonista nelle storie raccontate e quel protagonista è lui: Damon Albarn che si muove.

Nel video di Lonely Press Play, Albarn è il protagonista assoluto della sua solitudine. La racconta delicatamente, lui regista di se stesso, usando colori tenui come la sua presenza discreta, alquanto sottile, melanconicamente succube della vita attorno, che scorre, che guarda al futuro, ombrosa e solare allo stesso tempo. Esempio ancor più inequivocabile è il video di Heavy Seas of Love. Girato anch’esso in solitario, anche in questo caso armato di solo iPad, Albarn ritaglia alcuni schizzi di ciò che è la sua vita, ora, i suoi vagabondare, ciò su cui ora si può soffermare dopo tutti questi anni; e poi, quasi impercettibilmente tutto viene rallentato, il nastro riavvolto, e Albarn, spettatore diligente (e abile biografo di se stesso), ai lati della scena, in penombra, rivede la strada fatta, chiudendola di fatto (mai più Gorillaz, mai più Blur, così dice, così intuiamo).

Come se non bastasse, a chiudere il tutto (uno dei cerchi della sua vita? Il passato tutto?), la sequenza di un Albarn traballante, lo sguardo vuoto verso di noi, mentre si dirige, senza mai concederci le spalle, verso il mare, allontanandosi dalle sabbie (mobili?), avvicinandosi al suo pubblico. Come non mai. Guardandoci in faccia, rendendosi esempio (zoppicante, in vena di confidenze), e, a differenza di tanti altri solisti (Thom Yorke, i vari Gallagher): denudandosi completamente. Ritornando alle origini, ai tempi della sincerità, della messa a nudo: dell’essenzialità. Dunque ci si reinventa (ritornando alle origini) come Albarn, o si reinventa tutto, azzardando continuamente (gli Arcade Fire).

Al giorno d’oggi la musica è studium, razionalità, ragionamento finalizzato, obiettivo. Albarn e gli Arcade Fire vanno oltre. Per loro la parola d’ordine è reinventare, le immagini le movenze i gesti le impressioni, tutto. È vero, lo fanno in molti, a tutti i livelli, ma sempre più raramente a questi livelli. Chi, come la band canadese, puntando al cuore, chi come Albarn, alla pancia. In comune la ricerca di un tutto particolare punctum musicale: la ricerca dell’emotività, e quindi della vita, a modo loro. Magari la nostra vita, a modo loro. Pacchetto completo, essere umano completo. A noi gli occhi, dimenticando quello che ho scritto. A noi le immagini. Vere. Sì, sono vere, ci crediamo perlomeno.

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Ascesa e declino di Morgan https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/ https://minimaetmoralia.it/musica/ascesa-e-declino-di-morgan/#comments Thu, 03 Apr 2014 11:34:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19776 Questo pezzo è uscito su rockit.it

di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L'eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c'è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l'apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall'uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell'Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

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di Giulia Cavaliere

“La droga apre i sensi a chi li ha gia’ sviluppati e li chiude agli altri. Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa.”
(Marco Castoldi, “Max” 2010)

“L’eroina mi ha liberato, odio parlare di questo a causa di mia figlia e della mia famiglia. Ma mi ha reso incredibilmente creativo”
(Damon Albarn, “Q” 2014)

Ad essere precisi c’è una sfumatura assai lieve eppure molto importante che fa la differenza tra la dichiarazione rilasciata pochi giorni fa dal frontman dei Blur e quella che nel febbraio del 2010 divenne l’apparente causa di ostracismo artistico nei confronti di Morgan, frontman degli ex (mai del tutto ex) Bluvertigo. In quella chiacchieratissima intervista il cantautore monzese affermava di fare uso di cocaina in forma di basi – cioè crack – come antidepressivo; “la uso per curarmi, fa bene” diceva, “anche Freud la prescriveva” aggiungeva, universalizzando i benefici derivati dall’uso quotidiano della sostanza e dimenticando quel riflessivo “mi fa bene” che avrebbe forse edulcorato la percezione di queste parole e non gli avrebbe dunque impedito di continuare a fare il proprio lavoro e di presentarsi, dopo poche settimane, sul palco dell’Ariston per il concorso canoro più famoso della Nazione. Oppure forse, siamo onesti, non sarebbe comunque andata così perché siamo in Italia e non in Gran Bretagna, e molto semplicemente al rock, in tutte le sue più violente e scorrette sfaccettature, siamo culturalmente meno avvezzi.

Certo fa abbastanza effetto ad oggi parlare di Morgan, Marco Castoldi, avvicinandolo al concetto di rock, abituati come siamo a incontrare il suo nome e la sua faccia bianca e smascellante sugli schermi televisivi, nei rotocalchi e se va bene in qualche discoteca della provincia italiana dove appare come dj per un’ora scarsa – proprio come accade ai tronisti di Uomini e Donne o ai reduci del Grande Fratello – per deliziare però il pubblico con chicche musicali insolite per le pareti che le ospitano. Orde di ragazzine intasano il web con nickname adolescenziali che somigliano tanto a quelli che nella mia generazione, in una tarda infanzia pre-web, si usavano confidenzialmente di pomeriggio, in giardino, riferendosi a eroi del pop come i Take That o i Backstreet Boys. Ci si imbatte in una gran quantità di “morganina98” che non solo riempiono Instagram di fotografie di Morgan circondate da cuoricini, ma tentano di imitarne le pose, provano a vestirsi come lui con giacche nere, camicie bianche e fiocchi anarchici à la Baudelaire legati intorno al collo. Eppure…

Eppure c’è stato un mondo, neppure troppo lontano, in cui Morgan rappresentava in Italia un progetto rock che sfidava le declinazioni di un decennio – gli anni ’90 – in cui chitarrone e camicie di flanella la facevano da padrone. Un tempo di All Stars che tornavano in auge, di lente trasformazioni ginnasiali in Axl Rose, di magliette di Kurt Cobain – almeno tre in ogni classe. Sembra quasi normale a pensarci oggi, eppure, allora, c’era anche chi non amava questa roba, chi ascoltava i Kraftwerk in cameretta, si spaventava ed esaltava su “Showroom Dummies”, con Robert Smith, desiderava essere risucchiato fisicamente dai dischi di David Bowie e pensava che il futuro estetico del rock fosse immeritatamente finito tra le mani di maschi sporchi e brutti. Qualcuno amava il synth pop, rivoleva la psichedelia elegante e fascinosamente tossica degli anni ’70, e non sapeva a chi affidarsi per sperare che la cravatta tornasse a sostituire la maglietta Fruit of the loom con sopra stampato il faccione di Eddie Vedder.

Una voce rock per una minoranza di persone, questo era Morgan, questo erano in qualche modo i Bluvertigo che nella seconda metà degli anni ’90 rappresentarono la più radicale piccola avanguardia del pop-rock italiano, comparendo nei televisori d’Italia vestiti proprio come quei quattro di Düsseldorf, circondati dai sintetizzatori, mimando passi di danza di anni Ottanta perduti, duettando con Franco Battiato e con Alice, vincendo con il secondo album, Metallo non Metallo, (1997, più di 100.000 copie vendute, uno spazio anche nella classifica di Rolling Stone tra i 100 dischi italiani migliori di sempre) anche un Europe Music Award. Una band con una vita artistica in apparente discesa, in un’epoca in cui se eri bravo potevi ancora sperare di emergere davvero, un momento storico in cui la grande discografia aveva ancora denaro sufficiente per investire nel tuo talento: amati dalla critica, lentamente inseriti nello scenario italiano mainstream e colto, soprattutto proprio grazie alla figura di Morgan, i Bluvertigo riescono a ritagliarsi una posizione d’onore nella musica italiana che si affaccia sul nuovo millennio.

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