Dan Brown Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dan-brown/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Feb 2015 10:44:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dan Brown Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dan-brown/ 32 32 Patrimonio senza storia: sulla situazione degli archivi in Italia https://minimaetmoralia.it/arte/patrimonio-senza-storia-sulla-situazione-degli-archivi-in-italia/ https://minimaetmoralia.it/arte/patrimonio-senza-storia-sulla-situazione-degli-archivi-in-italia/#comments Tue, 17 Feb 2015 10:44:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25490 di Maria Pia Donato

Il mese scorso due iniziative hanno richiamato l’attenzione sulla rovinosa situazione del patrimonio archivistico e librario in Italia. Due gridi d’allarme disperati.

L’Associazione Italiana Biblioteca, l’ICOM e l’Associazione Nazio­nale Archi­vi­stica ita­liana, con A chi compete la cultura, avvisano che la riforma Delrio delle province mette a rischio centinaia di istituzioni culturali lasciandone indeterminata la responsabilità. “A chi toccherà finanziare, amministrare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale delle amministrazioni provinciali, continuare l’attività di enti, fondazioni e direzioni che lo hanno gestito in questi anni, custodire gli edifici che li ospitano (spesso essi stessi di enorme valore) e soprattutto tutelarne l’apertura, la qualità dell’offerta e tutti i servizi al pubblico?”, si chiedono. Già, che succederà?

L'articolo Patrimonio senza storia: sulla situazione degli archivi in Italia proviene da Minima et Moralia.

]]>
SEP1F1big

(Fonte immagine)

di Maria Pia Donato

Il mese scorso due iniziative hanno richiamato l’attenzione sulla rovinosa situazione del patrimonio archivistico e librario in Italia. Due gridi d’allarme disperati.

L’Associazione Italiana Biblioteca, l’ICOM e l’Associazione Nazio­nale Archi­vi­stica ita­liana, con A chi compete la cultura, avvisano che la riforma Delrio delle province mette a rischio centinaia di istituzioni culturali lasciandone indeterminata la responsabilità. “A chi toccherà finanziare, amministrare, salvaguardare e valorizzare il patrimonio culturale delle amministrazioni provinciali, continuare l’attività di enti, fondazioni e direzioni che lo hanno gestito in questi anni, custodire gli edifici che li ospitano (spesso essi stessi di enorme valore) e soprattutto tutelarne l’apertura, la qualità dell’offerta e tutti i servizi al pubblico?”, si chiedono. Già, che succederà?

Intanto, i presidenti delle associazioni degli storici italiani hanno inviato al ministro Franceschini una lettera aperta sulla “situazione di archivi e biblioteche”. Sottolineano come il sistema bibliotecario e archivistico abbia subito continui tagli di risorse e personale con una “grave e cronica condizione di sotto organico”, e riduzione di orari e servizi. Infine, esprimono preoccupazione sui possibili effetti della riforma del MIBACT su istituzioni che, come le biblioteche e gli archivi, “per loro natura non sono in grado di offrire ritorni economici dei servizi da loro offerti”. La riforma darà verosimilmente il colpo di grazia a un sistema al collasso. Risale a diversi anni fa la denuncia dell’ANAI sul mancato turn over; la Sissco ha costituito un osservatorio per monitorare la situazione, con risultati sconfortanti. Praticamente non è stato fatto niente, e il degrado avanza a colpi di tagli, riforme roboanti e sprezzo per le istituzioni pubbliche.

Nella loro lettera gli storici insistono dunque sulla “assenza di un complessivo investimento a lungo termine, in termini di memoria e di ‘identità nazionale’, che la tutela del patrimonio archivistico e bibliotecario sottende.”, cosa tanto vera quanto problematica.

Gli archivi, in effetti, appaiono oggi l’anello debole della tutela del patrimonio. Anzi, del patrimonio tout court. A che servono tutte queste carte, possiamo permetterci in tempo di crisi di pensare a scartoffie polverose buone solo per qualche storico per scrivere libri inutili?

In un saggio recente, due studiosi statunitensi hanno parlato di archival divide[1]. Per secoli, archivisti e storici hanno condiviso tra loro, e con le classi colte e il ceto politico, una cultura storica imperniata sulla storia politica e istituzionale e sullo stato-nazione, dalla quale dipendeva tanto il fine della ricerca storica, quanto l’organizzazione degli archivi e le politiche di conservazione e il valore stesso attribuito al patrimonio archivistico. Sensibilmente dagli anni Sessanta, e oggi in modo clamoroso, si è creato un divario. Gli storici non usano più gli archivi nello stesso modo, non le stesse fonti e per gli stessi fini, mentre gli archivisti si trovano di fronte a difficoltà tecniche e teoriche sempre più complesse, connesse al modo di intendere e preservare la memoria e le “identità” che non sono più (solo) quella nazionale o al massimo cittadina. Ciò pone grossi problemi di definizione, conservazione e accessibilità di una massa documentaria inarrestabilmente crescente, e una sfida di missione per gli archivi.

Storici e archivisti, nondimeno, condividono l’idea che gli archivi costituiscono un patrimonio culturale fondamentale in un paese democratico perché sono indispensabili alla conoscenza critica del passato contro ogni tentazione totalitaria o falsificazione politica. Dunque devono essere nella disponibilità degli studiosi e dei cittadini.

Viceversa, questa idea pare scomparsa dall’orizzonte della classe politica e di buona parte delle élites intellettuali (meno sensibili al tema degli archivi che ad altri aspetti della tutela del patrimonio, e ancora…). Naturalmente, stenta a vivere nel sentire comune.

Uno dei modi per superare tale divario è stato, nel tempo, sottolineare il valore, appunto, memoriale degli archivi, favorendo la raccolta di documentazione personale e familiare a tutti i livelli, e di soggetti sociali, etnici, di genere storicamente meno presenti negli archivi. Si può citare per esempio la recente campagna di deposito di ricordi della Grande Guerra, lanciata in vari paesi europei. Per quanto la nozione di memoria sia problematica, si tratta di una politica intesa a rinnovare il ruolo degli archivi e ad attualizzarne il senso.

Ma gli archivi meno recenti? Raramente i documenti hanno valore in sé, come attestazione di proprietà e diritti, o per il loro intrinseco valore materiale. Per di più, sono refrattari alla valorizzazione estetizzante che (alcuni) libri e biblioteche sono ancora capaci di sostenere nell’era digitale. Per la verità, qualche tentativo in tal senso c’è. Non mi riferisco allo sforzo degli archivisti stessi di organizzare eventi rivolti al pubblico, ma a mostre nelle quali i documenti sono isolati e mostrati come cimeli, curiosità o capolavori, all’incrocio tra Dan Brown e le esposizioni di opere d’arte stracelebri. Ovvero il contrario della ricerca storica, che ricostruisce il passato stabilendo delle relazioni tra documenti.

Apparentemente il punto sta proprio qua, nel valore che si attribuisce al lavoro dello storico per la vita democratica, anzi: alla storia e basta. Poco o nulla, a giudicare dalle politiche governative, ormai da tempo, e non solo in materia di archivi.

Ogni parte del patrimonio culturale, ogni quadro, pietra, paesaggio, festa, ha il suo senso profondo in un contesto, in un reticolo e un palinsesto di significati, e ha bisogno di essere studiato e reso fruibile. Ma è anche evento in sé, suscettibile di essere ogni volta (re)investito di significati personali. I documenti d’archivio invece – è un paradosso, trattandosi di carte scritte- sono monumenti muti. Antichi o recenti, ‘parlano’ a un lettore esperto, grazie a un dispositivo istituzionale che li ha selezionati e ordinati e all’interno di una narrazione scientificamente fondata. Supporti materiali di una memoria, che sia familiare o cittadina o nazionale, vicina o lontana, si attivano davvero solo quando entrano a far parte di una storia. Nonostante la tendenza a contrapporre queste due dimensioni, non senza una vena polemica contro la storiografia come disciplina autoritativa ed escludente, esse sono in realtà complementari.

Importa relativamente poco che sia un accademico a farne la lettura esperta, ma che sia fatta con i necessari strumenti critici, ossia importa che ci sia una conoscenza storica diffusa. In ogni caso, è impossibile difendere ciò che non si conosce e di cui non si condivide il significato. In fondo, gli archivi sono una questione di democrazia, ossia di inclusione, e gli storici per primi dovrebbero spiegarlo più chiaramente. È un compito degli storici attenuare il ‘divario archivistico’, e scrivere libri scientifici leggibili da tutti, non c’è dubbio. Ma dovrebbe anche essere uno dei fini della politica culturale di un paese democratico.

 

[1] Francis X. Blouin Jr., William G. Rosenberg, Processing the Past: Contesting Authority in History and the Archives, Oxford, Oxford University Press, 2011

L'articolo Patrimonio senza storia: sulla situazione degli archivi in Italia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/patrimonio-senza-storia-sulla-situazione-degli-archivi-in-italia/feed/ 5
Sulle tracce degli scrittori selvaggi: Andrés Neuman racconta Roberto Bolaño https://minimaetmoralia.it/interviste/andres-neuman-racconta-roberto-bolano/ https://minimaetmoralia.it/interviste/andres-neuman-racconta-roberto-bolano/#comments Tue, 21 Oct 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23895 di Marco Gigliotti

Roberto Bolaño non ha mai vissuto a Madrid, ma è proprio qui che è atterrato nel 1977, a ventiquattro anni, proveniente dal Messico. C'è una foto che lo ritrae mentre scende la scaletta dell'aereo, con una valigia in mano, i capelli lunghi e lo sguardo smarrito di chi si ritrova per la prima volta in un altro continente. La capitale sarà per Bolaño solo un luogo di passaggio, sceso dall'aereo si dirigerà a Barcellona per raggiungere la madre.

Bolaño non ha scritto quasi nulla sulla capitale spagnola: un numero irrisorio di pagine ne I detective selvaggi e in 2666 e un articolo intitolato «Come arrivare a Madrid», inserito poi in Tra Parentesi. Nell'articolo, oltre a dire che Madrid non esiste o che forse è una città immaginaria, racconta che i suoi alberghi preferiti sono quelli tra la piazza di Santa Ana e Lavapíes, gli alberghi dove andava all'epoca in cui faceva l'autostop e riusciva a resistere diversi giorni senza mangiare  né dormire. Ho prenotato un ostello in questa zona perché nonostante sia in pieno centro, adiacente a Puerta del Sol, è molto economica. Avrei dovuto condividere il bagno con gli altri ospiti del piano, ma per una serie di imprevisti, dice la ragazza della reception, mi è toccata una stanza col bagno interno. Per raggiungerla devo andare in un altro edificio e fare a piedi sei rampe di scale. La stanza è minuscola, riesco a malapena a infilare il mio trolley nello spazio tra il letto e la parete. Dalla finestra vedo l'entrata di una discoteca che promette decibel e schiamazzi fino all'alba.

L'articolo Sulle tracce degli scrittori selvaggi: Andrés Neuman racconta Roberto Bolaño proviene da Minima et Moralia.

]]>
0e2d29f1922d66dc19a5837bd8343889

(Fonte immagine)

di Marco Gigliotti

Roberto Bolaño non ha mai vissuto a Madrid, ma è proprio qui che è atterrato nel 1977, a ventiquattro anni, proveniente dal Messico. C’è una foto che lo ritrae mentre scende la scaletta dell’aereo, con una valigia in mano, i capelli lunghi e lo sguardo smarrito di chi si ritrova per la prima volta in un altro continente. La capitale sarà per Bolaño solo un luogo di passaggio, sceso dall’aereo si dirigerà a Barcellona per raggiungere la madre.

Bolaño non ha scritto quasi nulla sulla capitale spagnola: un numero irrisorio di pagine ne I detective selvaggi e in 2666 e un articolo intitolato «Come arrivare a Madrid», inserito poi in Tra Parentesi. Nell’articolo, oltre a dire che Madrid non esiste o che forse è una città immaginaria, racconta che i suoi alberghi preferiti sono quelli tra la piazza di Santa Ana e Lavapíes, gli alberghi dove andava all’epoca in cui faceva l’autostop e riusciva a resistere diversi giorni senza mangiare  né dormire. Ho prenotato un ostello in questa zona perché nonostante sia in pieno centro, adiacente a Puerta del Sol, è molto economica. Avrei dovuto condividere il bagno con gli altri ospiti del piano, ma per una serie di imprevisti, dice la ragazza della reception, mi è toccata una stanza col bagno interno. Per raggiungerla devo andare in un altro edificio e fare a piedi sei rampe di scale. La stanza è minuscola, riesco a malapena a infilare il mio trolley nello spazio tra il letto e la parete. Dalla finestra vedo l’entrata di una discoteca che promette decibel e schiamazzi fino all’alba.

Il futuro della letteratura, scriveva Bolaño, appartiene ad Andrés Neuman e a pochi suoi fratelli di sangue. Se ho deciso di iniziare il mio viaggio in Spagna da Madrid è per seguire un corso di lettura letteraria tenuto da Neuman presso l’Istituto Cervantes.

L’edificio che ospita l’Istituto è soprannominato Palazzo delle Cariatidi, a causa delle quattro colonne a forma di donna situate ai lati dell’entrata principale. Si trova in pieno centro ed è un grande parallelepipedo che congiunge le perpendicolari calle Alcalá e calle del Barquillo. Venne progettato nel 1918 secondi i canoni del classicismo monumentale, su modello di costruzioni presenti in alcune città americane come Washington e Boston: la facciata esterna ha un aspetto imponente, il patio interno è caratterizzato da una colonnata in stile ionico. La stanza in cui si tiene il seminario è una scatola ritagliata su un lato del piano terra, racchiusa da due pareti di vetro e da un cartonato rosso su cui si ripete all’infinito il logo del Cervantes.

Arrivo in anticipo e nella hall incontro una ragazza bionda. Si chiama Paqui, è di Albacete e anche lei seguirà il seminario. Sta scrivendo la sua tesi di laurea su Andrés Neuman.

Siamo pochi in classe, solo sei, di cui tre stranieri: una portoricana, un brasiliano ed io. A noi si aggiungeranno di volta in volta alcuni stagisti del Cervantes.

L’accento di Neuman mi sorprende. Ho visto un paio di interviste che ha fatto per televisioni latinoamericane e la sua cadenza argentina era piuttosto marcata. Adesso invece parla con accento andaluso, un accento che conosco bene perché ho vissuto a Siviglia, e la sua voce è identica a quella del mio professore di spagnolo dell’epoca.

Decidiamo di fare l’intervista subito, alla fine della prima lezione. Andrés mi dice che può concedermi solo mezz’ora, quindi andiamo in un bar là vicino, la Cerveceria Pozo Real. Ci sediamo all’aperto e tra una birra e l’altra passano più di due ore.

Neuman mi racconta della genesi di Bariloche, il suo romanzo d’esordio, che ha pubblicato con Anagrama nel 1999, a ventidue anni: «Provo un certo affetto per Bariloche, anche perché se non l’avessi scritto non avrei conosciuto Bolaño. L’idea è nata mentre tornavo a casa dall’università. Ero in autobus e stavo leggendo un saggio di John Berger. Non mi ricordo il titolo [Leopardi, 1983], ma mi ricordo che parlava dello sfruttamento lavorativo e dell’impossibilità della rivoluzione  ad opera del proletariato. Diceva che la fatica fisica della classe operaia impedisce una vera rivoluzione, che il trucco dello sfruttamento è che i soggetti che avrebbero più ragioni per ribellarsi sono quelli che hanno meno forze e capacità di attrazione per farlo. Stavo leggendo la frase È così che sopravvivono gli esausti che poi sarebbe apparsa come epigrafe nel mio romanzo, dove Berger spiega che la felicità del lavoratore sfruttato è mangiare e dormire, che uno sfruttato si trasforma in un animale che ottiene la felicità tramite l’appagamento dei suoi bisogni primari. Stavo leggendo questa frase e ho alzato lo sguardo: ho visto fuori dal finestrino un camion dell’immondizia e un uomo che scendeva dal camion. È stata una piccola rivelazione, ho visualizzato i due protagonisti e avevo già tutto il romanzo in testa.»

Però tu all’epoca vivevi in Spagna, mentre Bariloche è ambientato in Argentina.

Sì, sì, ero a Granada, vivo a Granada fin da ragazzino. Me ne sono andato da Buenos Aires a tredici anni. La mia educazione familiare è argentina, i miei genitori e tutti i miei nonni sono argentini, ma ho vissuto più tempo in Spagna. In realtà, a casa mia era come vivere ancora a Buenos Aires, poi aprivo la porta ed ero in Spagna. Era come ne La porta condannata di Cortázar, c’era un altro mondo al di là della porta, ho sempre vissuto in due Paesi. Ma la tua osservazione è pertinente, perché ho alzato la testa, ho visto uno spazzino e mi sono subito chiesto: di dov’è lo spazzino, spagnolo o argentino? E ho pensato che uno spazzino della provincia spagnola non desse l’idea della grande alienazione urbana.

Tra l’altro gli spazzini in Spagna, fino a un po’ di tempo fa almeno, non se la passavano così male. 

Per certi versi è un lavoro ingrato, ma è vero, il capo non ti sta col fiato sul collo, si può chiacchierare e all’epoca qui non si guadagnava male. Gli spazzini mi affascinano, mi sembrano la metafora perfetta della borghesia. Cioè, cosa fa la borghesia con l’immondizia? Paga qualcuno perché se ne occupi. Sono l’incarnazione della nostra morale, gli spazzini. Siamo in macchina e ci dà fastidio trovarci davanti il camion dell’immondizia. Però la spazzatura che stanno caricando è la nostra, quindi non è lo spazzino a darci fastidio, ma la nostra spazzatura. Uno spazzino della grande città funzionava bene come metafora dell’ultracapitalismo. E poi mi sono ricordato che da bambino mi colpivano le tute riflettenti degli spazzini argentini, così ho scelto di ambientare la storia a Buenos Aires.

La recensione che Bolaño dedicò a Bariloche si concludeva così : “Quando incontro questi giovani scrittori mi viene voglia di mettermi a piangere. […] Non so se una notte verranno travolti da un automobilista ubriaco o se all’improvviso smetteranno di scrivere. Se nulla di tutto questo accadrà, la letteratura del XXI secolo apparterrà a Neuman e a pochi suoi fratelli di sangue.” Avevi letto qualcosa di Bolaño prima che lui recensisse il tuo romanzo?

Mi imbarazza profondamente ammetterlo, ma non avevo letto niente di suo. Bisogna dire che all’epoca non era la leggenda che è adesso, anche se aveva già pubblicato I detective selvaggi.

Tra l’altro I detective aveva venduto abbastanza bene, no? 

Sí, ma non è questo il punto, ci saranno sempre autori che venderanno più di Bolaño. Dan Brown vende milioni di copie, ma io non leggerò mai un suo libro. Il fatto è che aveva già raggiunto un certo prestigio letterario. I pochi lettori de La letteratura nazista in America lo consideravano un libro significativo. Secondo me è un buon libro, ma è il primo grande libro di Bolaño “copiato” da qualcun altro. O in altre parole, l’ultimo brutto libro di Bolaño o il suo primo grande libro di apprendistato. Non fraintendermi, La letteratura nazista è divertente, ingegnoso, ma è una copia de La sinagoga degli iconoclasti di Rodolfo Wilcock e de Le vite immaginarie di Marcel Schwob. Poi pubblicò Chiamate telefoniche e Stella distante, che sono i suoi due primi capolavori. Alcuni lettori stavano già parlando di questo cileno che viveva in Catalogna e aveva pubblicato due libri per Anagrama che non erano niente male. All’improvviso fece la sua comparsa I detective selvaggi e la gente iniziò a chiedersi “Chi diavolo è questo tizio?”. Inizialmente era una sorta di segreto tra addetti ai lavori, altri scrittori e un ridottissimo numero di lettori: c’era questo cileno, venuto fuori dal nulla, che aveva scritto un romanzo davvero importante. Fu allora che spedii il mio manoscritto a Anagrama e, miracolosamente, finì in mano a Bolaño, che di quando in quando faceva da lettore per la casa editrice.

Faceva parte della giuria del premio Herralde, vero? 

Sí, ma io non lo sapevo, non avevo idea di chi fosse Roberto Bolaño. Avevo inviato il romanzo senza aspettative. A dire il vero, non ero stato io a inviarlo, ma un amico, lo scrittore Justo Navarro, a mia insaputa. Quando la casa editrice mi contattò, fu una sorpresa enorme. Ci fu la cerimonia di consegna del premio e il mio romanzo arrivò secondo, dietro París di Marco Girralt Torrente. Bolaño, ovviamente, non c’era. Gli piaceva scomparire, socialmente parlando. Lo faceva per coltivare la sua leggenda.

C’è una famosa gag di un film italiano degli anni ’70 [Ecce bombo, Nanni Moretti, 1978], in cui il protagonista telefona a un amico e, parlando di una festa, gli chiede: “Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”.

Esatto, Bolaño pensava che a volte l’assenza si nota più della presenza. Non era un misantropo, al contrario, era divertente ed estremamente brillante nei contesti mondani, l’opposto di un anacoreta. Ma tra la sue precarie condizioni di salute, il fatto che gli piaceva creare quest’aura di mistero attorno a sé e la distanza tra Blanes e Barcellona, capitava spesso che confermasse la sua partecipazione agli eventi e poi non si presentasse. Insomma, non lo incontrai alla premiazione, ma gli altri membri della giuria mi dissero che era stato lo sponsor principale del mio romanzo. Pensai “Che gentile questo signore cileno” e dopo un po’ me ne dimenticai. Qualche mese più tardi, Bolaño scrisse un articolo su Bariloche e sulle prime poesie che avevo pubblicato. Il pezzo era così entusiasta e generoso che il giorno stesso andai in libreria, comprai tutti i suoi libri e mi ripromisi di non chiamarlo fino a quando non avessi finito di leggerli. Lessi Stella distante, Chiamate telefoniche, I detective selvaggi, tutto quello che riuscii a trovare, anche un libro di poesia, probabilmente Los perros románticos. Rimasi sbalordito.

Ti ricordi quando gli parlasti per la prima volta?

Lo chiamai nell’estate del 2000. Stavo cercando di spiegargli i motivi della mia telefonata, avevo preparato un discorso per scusarmi per il modo in cui avevo ottenuto il suo numero e per aver invaso la sua privacy, ma lui rispose semplicemente: “Ah, sei tu, Neuman” come se ci conoscessimo da una vita. Parlammo per due ore e mezzo, o meglio, lui parlò e io ascoltai. Il suo modo di fare mi spiazzò. Avevo chiamato un estraneo e avevo riagganciato con l’illusione, un’illusione tangibile, che fossimo grandi amici. Da quel momento in poi intrattenemmo una relazione insolita. Per due o tre anni parlammo spesso al telefono e ci scambiammo molte email, ma lo vidi una sola volta.

Un giorno andai in “pellegrinaggio” a Blanes e trascorsi quasi ventiquattro ore con lui, ventiquattro ore sveglio, perché Bolaño praticamente non dormiva. Mangiammo tacos messicani e mi sottopose a un questionario su Beethoven. Era curioso di sapere se, secondo me, una sonata di Beethoven eseguita su Marte sarebbe stata comunque un’opera d’arte. Dato che all’epoca ero un giovane, entusiasta e convinto marxista, gli risposi in maniera marxista: dissi che non sarebbe stata un’opera d’arte perché su Marte non esisteva il consenso sociale che la borghesia identifica come tale, che si sarebbe trattato di semplici onde sonore, e aggiunsi una serie di idiozie incredibilmente appaganti per un ragazzino che vuole mostrarsi il più intransigente possibile riguardo alle proprie convinzioni politiche. Bolaño scosse la testa, rise e mi disse: “Sei un coglione Neuman, certo che sarebbe un’opera d’arte, lo è qui e lo sarebbe su Marte.”

Si prendeva gioco dei miei studi universitari: lui non aveva frequentato l’università e le contrapponeva la sua presunta formazione selvaggia. Dico “presunta” perché era un uomo molto colto e sua madre – un particolare biografico che nessuno sembra ricordare – era professoressa di letteratura. La maggior parte della gente, soprattutto negli Stati Uniti, è innamorata del mito di un Bolaño tossicodipendente e autodidatta, che tra una droga e l’altra, leggeva Baudelaire e Archiloco. In realtà, durante la sua adolescenza aveva letto un’enorme quantità di libri e a vent’anni era già una persona colta, non un contadino o un operaio, tipo Erri De Luca, che a un certo punto della sua vita decide di farsi una cultura. In ogni caso, non aveva una formazione accademica e si divertiva a prendere in giro chi ne aveva una. In seguito giocammo a scacchi, ascoltando Álex Lora e altri gruppi rock messicani. Bolaño vinse e fui sorpreso dalla sua bravura. Io gioco a un livello accettabile e da ragazzino facevo parte di un club. Per queste ragioni pensavo che l’avrei battuto con facilità, ma appena iniziammo mi resi conto che era un buon giocatore e dopo mezz’ora capii che conosceva alla perfezione la teoria degli scacchi. Vinse giocando in maniera estremamente speculativa, difendendo e programmando le mosse a lungo termine. Il modo in cui giocava a scacchi era una metafora di Bolaño: fingeva di essere un selvaggio, ma era un razionalista.

Alla fine della giornata, quando sua moglie e suo figlio andarono a letto, mi recitò delle poesie. All’inizio lesse la sua raccolta ancora inedita che si sarebbe intitolata Trés, me la lesse per intero. È divisa in tre parti, tre lunghi poemi. Dedicò il terzo, Un paseo por la literatura, a me e a Rodrigo Pinto, probabilmente perché si sentiva in colpa per avermi costretto ad ascoltarlo così a lungo. Scherzi a parte, sono molto orgoglioso di quella dedica, anche perché si tratta di un poema magnifico. Poi mi disse che voleva leggermi un poeta migliore di lui e tirò fuori un libro di Archiloco. Erano le quattro di mattina e io ero ubriaco, morto di sonno, perché avevo bevuto whisky tutta la notte, mentre lui aveva bevuto solo camomilla. Mi vide stanco e mi portò nella sua “caverna”, il posto dove lavorava. Viveva in una casa che era – forse questo stupirà e deluderà alcuni dei suoi fan – estremamente ordinata, pulita, una tipica casa borghese. La sua casa era tutto fuorché disordinata. Quello che voglio dire è che molti hanno in mente una caricatura romantica di  Bolaño, ma si trattava di un uomo estremamente complesso.

In realtà parlava bene della borghesia. In un’intervista disse che la nostra aspirazione dovrebbe essere che tutti diventino borghesi e possano avere un buon tenore di vita.

Certo, il racconto politico di Bolaño è difatti il racconto dell’abbandono dell’utopia degli anni ’60, del fallimento del sogno rivoluzionario.

Tornando a quella notte, più tardi ci spostammo dalla casa al suo ufficio, dall’altra parte della strada. E lì trovai il Roberto Bolaño che la gente si aspetta. Lo studio era un disastro: umido, con le pareti scrostate, privo di televisione e internet. C’erano solo un computer obsoleto, una scatola con i suoi libri e le traduzioni di quest’ultimi sparpagliate sul pavimento: ricordo ancora come Bolaño, con totale nonchalance, continuava a prenderle a pedate per aprirsi un varco nella stanza.

L'articolo Sulle tracce degli scrittori selvaggi: Andrés Neuman racconta Roberto Bolaño proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/andres-neuman-racconta-roberto-bolano/feed/ 3
Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale) https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/#comments Fri, 09 May 2014 15:27:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20628 In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante.  di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) In un […]

L'articolo Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale) proviene da Minima et Moralia.

]]>
Vincitore-con-Coppola1-500x381

In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante. 

di Alessandro Gazoia  (jumpinshark)

In un post sul blog del Corriere della Sera dedicato a Masterpiece si loda “il coraggio di Bompiani nel pubblicare in centomila copie (tremano i polsi solo a pronunciare queste cifre, anche se si tratta di una bipartizione carta-digitale)” Vita Migliore di Nikola Savic, il romanzo vincitore di quel reality. A un commentatore un poco cinico tremano i polsi solo a pronunciare “bipartizione carta-digitale” per la tiratura di un libro. Oggi solitamente una casa editrice invia in tipografia un file digitale da stampare in un certo numero di esemplari cartacei, e può anche preparare (in proprio o attraverso collaboratori) uno o più formati digitali per la vendita come libro elettronico.

Accade già per alcuni libri, soprattutto best-seller della letteratura di genere in lingua inglese, che le vendite dell’ebook siano superiori a quelle “analogiche”, del libro di carta, ma nessun editore o autore autopubblicato di successo (come Hugh Howey) pensa a un libro “da pubblicare in 20.000 copie cartacee e 80.000 digitali” e in concreto nessuno prepara, in proprio o con l’aiuto di esperti, 80.000 identici file epub da immettere sul mercato. La “bipartizione carta-digitale” sembra quindi a un commentatore un poco cinico un goffo trucco per gonfiare la tiratura, mentre l’offerta di Vita Migliore insieme al Corriere della Sera incide direttamente su quella e sul venduto.

Molti scrittori italiani, pure bravissimi e pubblicati da grandi editori, non superano coi loro libri qualche migliaio di copie vendute. Si tirano prime edizioni sopra i venticinquemila esemplari solo per i previsti best-seller di stagione, e giusto per un Saviano o un Dan Brown le centomila copie sono sorpassate. L’Armata dei Sonnambuli di Wu Ming, romanzo atteso a lungo dai numerosi e affezionati lettori, è stato stampato da Einaudi in una prima edizione di quarantamila copie. Gli autori sono giustamente entusiasti per averne venduto cinquemila nella prima settimana piazzandosi al terzo posto assoluto nelle classifiche Nielsen; in alcune librerie il testo è andato esaurito e una ristampa è stata già approntata, mentre l’ebook non è ancora in commercio.

Oltre i casi e numeri singoli è utile esercizio provare a considerare sul serio la “pubblicazione di …mila copie in digitale”. Faccio quindi un piccolo esperimento: prendo le bozze di stampa in pdf a bassa risoluzione di un saggio di centocinquanta pagine, appena tirato in una prima edizione di 2500 esemplari; e raggiungo le 100.000 copie “bipartite” creando 97.500 copie del pdf con il mio malandato computer. La cartella contenente gli ebook tutti uguali fuorché nel nome si riempie in un quarto d’ora e occupa 24GB [1]. Il costo totale dell’operazione è quantificabile in una manciata di euro. Stampare 97.500 copie cartacee di un libro di centocinquanta pagine richiede attrezzature professionali che umiliano il mio pc e ha un costo ben più alto: dobbiamo aggiungere ai pochi euro tre o quattro zeri.

L’elenco delle differenze tra centomila copie analogiche e  digitali potrebbe continuare a lungo: le prime necessitano di un ampio magazzino per essere conservate, le seconde stanno comodamente su una scheda di memoria microSD poco più grande di un’unghia; l’invio al macero dei volumi cartacei invenduti è molto più oneroso di un canc su una cartella del computer ecc. Insomma, per stampare e conservare centomila copie cartacee ci vuole una struttura industriale; per “stampare” e conservare centomila copie digitali sono sufficienti qualche minuto di processore del proprio pc e un po’ di spazio su disco.

La carta e la stampa non sono la voce che incide di più nel costo di un libro; questa credenza è però piuttosto diffusa e una volta collegata a quella che un oggetto digitale in sé non costi nulla, poiché “immateriale”, porta a considerare troppo alto il prezzo di un libro elettronico. Un lettore di questo post potrebbe dire: “4.99€ per un ebook è troppo, produrlo non costa niente e insomma l’hai mostrato pure tu poco sopra”.

Un qualsiasi libro ha una serie di costi in larga parte indipendenti dalla realizzazione finale in un certo numero di copie su carta o in digitale. Progettazione, scrittura o traduzione, editing, lettura della bozze, copertina, marketing, non sono strettamente legati alla tiratura e alla “forma”: hanno un costo fisso e irrecuperabile. Inoltre sia per il libro di carta che per quello digitale vale il principio del costo marginale zero, ovvero il costo di produzione di una copia in più è trascurabile rispetto al produrre la prima unità. Con il libro di carta, fuor di principio, rimangono però forti alcune costrizioni materiali: Einaudi non avvia un progetto di libro da stampare in sole trenta copie e allo stesso modo non ristampa un libro in sole trenta copie; mentre con l’ebook alcune di queste costrizioni tendono a scomparire: tre o trenta copie in più vengono generate secondo l’occorrenza a un costo irrisorio (ma un editore digitale non avvierà comunque un progetto serio di ebook con la speranza di venderne solo trenta copie, appunto per i costi fissi  ricordati sopra).

La commercializzazione del libro di carta coinvolge tre soggetti principali: l’editore, il distributore e  il libraio. Anche a causa del particolare meccanismo delle rese (il librario ordina dieci copie di Vita Migliore, ne vende tre e dopo un mese e mezzo ne rende sette, per poi riordinarne tre dopo novanta giorni… e il ciclo ricomincia) il distributore, che si fa carico di rifornire le librerie e di gestire questi passaggi, incide molto sul prezzo finale (cfr Luisa Capelli). Il libro di carta ha quindi una particolare economia e non stupisce che sia molto forte la spinta economica verso l’integrazione verticale (una singola azienda assume i ruoli di editore, distributore, libraio) e pure quella orizzontale (in RCS Media Group troviamo Il Corriere della Sera, tra i quotidiani, e Rizzoli, Bompiani, Marsilio ecc.).

Veniamo quindi alla conclusione del nostro ragionamento: possiamo creare con facilità migliaia di copie identiche di un ebook ma non ha senso sovrapporre la stampa, e quindi l’intero ciclo di vendita e gestione del libro di carta, alla commercializzazione del libro digitale. Anche chi non conosca dall’interno l’editoria, rifacendosi alla propria esperienza coi file digitali, troverà forzato l’accostamento. Molti di noi hanno inviato per email decine o centinaia di copie di un documento digitale dal nome CV.doc ad altrettanti soggetti diversi, ma nessuno di noi ha creato in anticipo mille copie carbone digitali dello stesso documento: quando abbiamo una nuova azienda da contattare prendiamo il documento (spesso già conservato in rete, “in the cloud”) e lo alleghiamo. Allo stesso modo, senza essere esperti di commercio online di beni digitali, ci pare sensato immaginare che Mondadori non invii ad Amazon 50.000 copie digitali identiche del nuovo libro di Fabio Volo ma una singola “copia master” dell’ebook che creerà una propria riproduzione perfetta a ogni nuovo ordine, effettuato online e con trasferimento telematico del bene digitale al cliente (compri l’ebook, Amazon crea la copia e la invia al tuo Kindle) [2].

Quanto suona insensato Amazon che scrive a Bompiani; “abbiamo esaurito le 20.000 copie digitali da voi fornite di Vita Migliore, vi preghiamo di inviarcene altre 10.000 al più presto”? Gli ebook funzionano in modo diverso dalla carta, per loro proprietà “essenziali” che modificano tutto il circuito di gestione e commercializzazione del libro di carta e con questo, sia chiaro, non voglio dire che sono migliori sotto ogni aspetto per ogni lettore e rendono sorpassata la tecnologia del “libro analogico” . Possiamo pure immaginare una libreria indipendente del 2019 che venda anche ebook in un negozio fisico e li trasferisca a un indirizzo email o a un dispositivo (le future evoluzioni di tablet ed e-reader) però non potrà accadere che il librario si trovi imbarazzato nel dire “ho finito l’ebook dell’Armata dei Sonnambuli, mi spiace, arriva di nuovo tra un paio di settimane” o si rammarichi dei troppi Dan Brown ordinati e mandati in resa. Inoltre la piccola libreria potrebbe ospitare in negozio qualche migliaio di volumi cartacei e offrire qualche centinaia di migliaia di volumi digitali. Nel primo caso abbiamo un limite fisico (i metri quadri), nel secondo quel limite è trascurabile e il problema è l’infrastruttura commerciale.

Le “centomila copie tra cartaceo e digitale” di Vita Migliore sono una trovata di marketing che forse funziona un poco giusto la prima volta e, a un livello più profondo, segnalano l’inizio di una comunque lenta e parziale transizione al digitale. Un editore, per onestà commerciale e a scarico di coscienza, potrebbe persino ripetere il mio esperimento creando copie elettroniche su un pc aziendale e mettere quindi su ogni libro in uscita una fascetta con stampato in centomila copie, anzi cinquecentomila, anzi osiamo ancora di più: stampato in un milione di copie! Ma il trucco e la sfacciataggine stancherebbero presto; soprattutto non cambierebbero né le vendite reali, di libri ed ebook, né il basso numero (quattro milioni circa) di “lettori forti” che comprano una buona parte di quelle copie reali e tengono in piedi il settore dell’editoria (su questi pochi lettori, di libri cartacei ed elettronici, torneremo nel prossimo intervento).

 

[1] Per evitare i davvero troppi “incolla e rinomina” a mano ho scritto un programmino di tre righe che numera in modo progressivo i nuovi file (“cs1.pdf”, “cs2.pdf” ecc.).

[2] Ora non entriamo in dettagli tecnici come la “protezione personalizzata” del file con il dispositivo DRM e la creazione di copie su vari server per ragioni di ridondanza ed efficienza.

L'articolo Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale) proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/feed/ 2
Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown. https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-cantiere-dellinferno-nel-bunker-di-segrate-a-tradurre-dan-brown/ https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-cantiere-dellinferno-nel-bunker-di-segrate-a-tradurre-dan-brown/#comments Sat, 06 Jul 2013 06:54:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14912 di Roberta Scarabelli In principio era New York. Le tre traduttrici cominciarono a consultare entusiaste i cartelloni di Broadway. Poi diventò Londra. E le tre traduttrici si dissero che anche Covent Garden non era poi male. Infine fu Segrate. Scuotendo la testa, le tre traduttrici ammisero di avere sempre amato le filodrammatiche del dopolavoro ferroviario. […]

L'articolo Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown. proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Roberta Scarabelli

In principio era New York. Le tre traduttrici cominciarono a consultare entusiaste i cartelloni di Broadway. Poi diventò Londra. E le tre traduttrici si dissero che anche Covent Garden non era poi male. Infine fu Segrate. Scuotendo la testa, le tre traduttrici ammisero di avere sempre amato le filodrammatiche del dopolavoro ferroviario.

Il bunker di Segrate (ovvero la “Translation Room”)

L’esperienza più interessante nella mia formazione di traduttrice è stata quando, due anni fa a luglio, sono rimasta rinchiusa per una settimana in una stanza infuocata di Settignano, sulle colline fiorentine, a parlare di traduzione con colleghi italiani e tedeschi durante un laboratorio promosso da Viceversa e NTL. Lo scambio di idee e di esperienze, il lavoro sui testi, lo spirito di colleganza che si è creato in quei giorni rimangono per me un ricordo bellissimo, malgrado avessimo sacrificato tutti una settimana di lavoro per seguire quel corso di formazione.

Uno dei motivi che mi ha spinto ad accettare la proposta di Mondadori di far parte di un team di traduttori che avrebbe lavorato in-house all’ultimo romanzo di Dan Brown è stata proprio la prospettiva di collaborare con colleghi italiani e di altri paesi a un progetto comune. Certo, le condizioni di lavoro “estreme” all’inizio hanno lasciato tutti un po’ perplessi, ma nella realtà si sono rivelate una routine tutto sommato piacevole, con risvolti anche molto positivi rispetto al lavoro solitario del traduttore.

Per sfatare subito alcuni aspetti che hanno suscitato scalpore, durante la mia permanenza nel bunker (in realtà l’aula formazione di Mondadori, sottoterra sì, ma con una parete a vetri che dà su un bel rock garden…) non ho subito perquisizioni, né soprusi né limitazioni della libertà. Né tanto meno ho dovuto mentire a marito e figlie per giustificare le mie lunghe assenze. L’unica cosa vagamente simile a una tortura era la relativa lontananza del bagno: conoscendo la ben nota abitudine dei traduttori di voler finire un paragrafo prima di prendersi una pausa, non era raro vedere colleghi che, con una certa fretta, si dirigevano verso la piazzetta metafisica e dechirichiana della Mondadori.

Gli orari di lavoro nella Translation Room erano molto ampi e flessibili. Naturalmente i traduttori in trasferta volevano ottimizzare al massimo la permanenza in Italia lavorando il più possibile, anche nei giorni di festa, per tornare in patria appena finita la traduzione. Io, milanese doc che abita a un quarto d’ora da Segrate, me la prendevo più comoda la mattina e, da brava traduttrice notturna, venivo buttata fuori alle nove, quando gli addetti alla sicurezza volevano giustamente chiudere e tornare a casa.

Già, la sicurezza…

Queste bodyguard ritratte come energumeni dalla pistola facile in realtà erano tre ragazzi gentili e socievoli, con i quali si è creato un rapporto molto affettuoso durante i due mesi trascorsi insieme. Sindrome di Stoccolma? Mah, forse solo simpatia umana. Fatto sta che l’unica cosa che sono riuscita a portare fuori di contrabbando dal bunker è il tulipano di origami che Max la guardia ci ha regalato l’8 marzo e che ora è qui in un portamatite sulla mia scrivania.

Il ritiro dei cellulari e la registrazione delle entrate e delle uscite, poi, erano operazioni che venivano effettuate con estremo rispetto e grande delicatezza, e mai una volta mi sono sentita trattare con diffidenza o come una traduttrice inaffidabile e irresponsabile, non più di quanto mi senta una terrorista passando attraverso i controlli della sicurezza all’aeroporto. D’altronde è più che comprensibile, dopo tutti i casi di pirateria di cui si è avuta notizia, che un autore così esposto all’attenzione pubblica si tuteli perché la sua opera non venga divulgata prima della pubblicazione.

Una Babele di lingue… e di compensi

Per il resto, chi mai può lamentarsi di lavorare in un ambiente privo di distrazioni, dove non squillano i telefoni, se hai un dubbio basta alzare la testa e chiedere ai colleghi che stanno lavorando al tuo stesso romanzo e sanno benissimo di cosa stai parlando, trovi il pranzo (vegetariano) pronto quando hai fame senza doverti interrompere mezz’ora prima per cucinare, e se hai un problema al computer non fai in tempo ad alzare un dito che una squadra di tecnici si precipita a risolverlo?

Ed era affascinante sentirti attorno  quella Babele di lingue che snocciolavano le frasi e i nomi a cui anche tu stavi lavorando, quei processi di neuroni e sinapsi in azione che, in una stanza, trasformavano simultaneamente un testo inglese in italiano, francese, spagnolo, catalano, tedesco, brasiliano, avvolgendone il contenuto in altre lingue e altre culture.

Non altrettanto affascinante era la consapevolezza che, se il lavoro che facevamo in quella stanza era simile, non lo era però il trattamento economico. Noi traduttori italiani sappiamo bene di essere le Cenerentole d’Europa, ma un conto è saperlo, un altro è respirare questa consapevolezza per due mesi, lavorando fianco a fianco con i colleghi più fortunati solo perché nati in un altro paese.

Non avrei mai immaginato, quando ho firmato il contratto, che la traduzione per cui ho spuntato la tariffa a cartella più alta della mia carriera sarebbe stata anche quella che mi avrebbe lasciato più amaro in bocca. Non è bello fare lo stesso lavoro dei colleghi stranieri sapendo che tu al massimo ci vivrai tranquillamente qualche mese, loro compreranno una casa ai figli con le royalties. Questa sperequazione si risolverà solo modificando a livello legislativo le norme che regolano il diritto d’autore: non possiamo neanche pensare che, in tempi di crisi e tariffe al ribasso come questi, gli editori accettino spontaneamente di allineare il trattamento economico dei traduttori italiani a quello dei colleghi europei.

Cosa ho amato dell’Inferno

In un divertente articolo sul sito della Melville House (www.mhpbooks.com/whats-worse-being-stuck-in-a-bunker-for-two-months-or-translating-dan-brown), i due ex librai Dustin Kurtz e Alex Shephard discutono se la tortura più grande per i traduttori rinchiusi nel bunker siano state le privazioni a cui erano sottoposti o il fatto in sé di dover lavorare a un romanzo di Dan Brown (e concludono con un eloquente: “And yes, I’ll let you borrow my copy when it comes out.”). Bene. Tradurre narrativa di genere non è facile. Tradurre narrativa di genere americana (per di più un autore che tutti leggono e amano criticare) e renderla appetibile ai nostri esigenti lettori italiani lo è ancora meno. Se aggiungiamo che potevamo accedere a internet solo da quattro computer (e non da quello su cui lavoravamo) e che sapevamo di avere a disposizione l’originale solo per otto settimane, risulta chiaro che l’impresa non è stata facile. Ma facendo un bilancio tra gli handicap e la grande risorsa di poter far lavorare insieme tre teste invece di una, credo che il saldo alla fine sia positivo.

E nel romanzo ho incontrato radure illuminate dal sole che hanno risollevato il mio spirito di traduttrice. Quali?

– Le tre terzine apocrife di Dante: non avrei mai pensato di dover tradurre una traduzione, tanto meno dall’inglese al volgare fiorentino del Trecento. È stata una sfida divertente cercare di ricreare, con le mie colleghe, almeno l’eco del ritmo degli endecasillabi danteschi, sotto lo sguardo incuriosito degli altri traduttori che sbirciavano mentre battevamo il tempo sulla scrivania. Loro, almeno, questo problema non ce l’avevano…

– Le disquisizioni del protagonista sulle differenze qualitative fra la traduzione in inglese della Divina Commedia fatta da Longfellow (quello del Circolo Dante, per intenderci) e da Mandelbaum: invitare milioni di lettori a riflettere sull’unicità di ogni traduzione è un omaggio ai traduttori di cui sarò per sempre grata all’autore.

– Scoprire che se dalla Peste Nera, che nel Trecento ha sfoltito di un terzo la popolazione europea, ha avuto origine il Rinascimento, allora anche il sacrificio dei lavoratori dell’editoria che oggi vengono falciati via dalle redazioni forse non sarà vano e in futuro il settore vivrà una nuova età dell’oro.

Le ricadute mediatiche

I traduttori sanno bene che i recensori letterari si dividono in tre categorie:

1)   i giornalisti che non citano mai il traduttore, sfidando impunemente la legge italiana;

2)   i giornalisti che citano i traduttori solo per criticarli tout court, il più delle volte senza nemmeno sapere di cosa stiano parlando;

3)   i giornalisti seri che giudicano a ragion veduta e circostanziata, positivamente o negativamente, il lavoro del traduttore (specie rarissima).

Dopo l’esperienza del bunker ho scoperto che ne esiste una quarta specie, “il paparazzo dei traduttori”, il cacciatore di scoop che si è reso conto che anche il traduttore può fare notizia, basta presentarlo come un fenomeno da baraccone un po’ masochista. Leggete l’articolo apparso su “TV Sorrisi e Canzoni” per capire di cosa sto parlando.

A questo punto, però, bisogna ridiscutere la questione della visibilità del traduttore. Io non ci ho mai tenuto in modo particolare, ma se la visibilità deve essere questa io ci rinuncio subito e a cuor leggero.

Continua a leggere sul sito della rivista del Sindacato Traduttori, Strade.

 

L'articolo Il cantiere dell’Inferno. Nel bunker di Segrate a tradurre Dan Brown. proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/nel-cantiere-dellinferno-nel-bunker-di-segrate-a-tradurre-dan-brown/feed/ 4
Sede Vagante – I media e il Vaticano/2 https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano-2/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano-2/#respond Wed, 03 Apr 2013 09:21:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13832 Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con "l'altra volta". Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente "l'altra volta", il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l'eterno paradigma dell'evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un'idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l'8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l'intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall'annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall'ottobre del 1978.

L'articolo Sede Vagante – I media e il Vaticano/2 proviene da Minima et Moralia.

]]>

Qui la prima parte. (Fonte immagine: PontifEX (2013), documentario di Emiliano Sacchetti, prodotto da Federico Schiavi.)

Nei discorsi che hanno accompagnato il cammino verso la recente elezione del nuovo pontefice è stato inevitabile che si facessero paragoni con “l’altra volta”. Magari meglio circostanziato nei dibattiti televisivi, ma spesso per le strade chiamato semplicemente “l’altra volta”, il lungo calvario di Giovanni Paolo II e la successiva elezione di Benedetto XVI rappresentano l’eterno paradigma dell’evento epocale per eccellenza. I numeri possono dare un’idea delle differenze tra le due successioni: Wojtyla fu ricoverato una prima volta il 1 febbraio 2005 e morì il 2 aprile successivo; le esequie furono celebrate l’8 aprile, il conclave si svolse il 18 e il 19, l’intronizzazione di papa Ratzinger avvenne il 24 aprile. Un totale di 83 giorni, contro i soli 37 trascorsi dall’annuncio di dimissioni di Benedetto XVI alla messa di insediamento di Francesco. Va considerato inoltre che nel 2005 il cambiamento di pontefice avveniva dopo quasi 27 anni, dall’ottobre del 1978.

Giovanni Paolo II era semplicemente “il papa”: per anni durante il pontificato di Benedetto XVI abbiamo continuato tra colleghi a ricordare i giorni della malattia di Wojtyla con l’espressione “durante il papa”, come se “il papa” non fosse una persona ma un’entità collettiva dentro cui eravamo tutti contenuti, persone, televisioni, città. Durante l’esposizione della salma del pontefice polacco la fila dei pellegrini per entrare in Basilica raggiunse i 5 km di lunghezza, la Protezione Civile prese in mano le operazioni in pieno stile Guido Bertolaso, con sommozzatori, elicotteri, tensostrutture. Ricordo che il giorno delle esequie il traffico era chiuso in quasi tutta la città, regalandomi l’allucinazione di una via Prenestina vuota in un giorno settimanale, solo tre-quattro scooter temerari stretti a un semaforo, davanti una spianata libera come neanche ad agosto.

Da un punto di vista televisivo era una Sede Vacante pre-HD, le immagini erano nel modesto formato 4:3 e non lo slanciato 16:9 di oggi, la maggior parte delle TV ancora lavorava con le cassette, poco computer, niente ftp (trasferimento file via internet) e le chiavette per navigare non esistevano. Otto anni fa neanche l’iPhone esisteva, cosa che ha permesso a un fotografo di fare il confronto tra una folla a Piazza S. Pietro nel 2005 e una nel 2013: la prima una selva di nuche nella notte bagnata dalla luce dei lampioni vaticani, la seconda un mare di display a perdita d’occhio, luminosissimi.

Si può dire che l’evento del 2005 sia stato più grande della copertura televisiva ricevuta, la massa di persone riversatasi su Roma ben superiore a quella di quest’anno, la reazione popolare più sofferta: lì si è trattato di un lutto, qui di un cambio della guardia. Poi un conclave non accadeva da moltissimi anni, e molto del fascino delle manovre cardinalizie ha a che fare con la rarità con cui si manifestano.

Il comignolo, la fumata, l’assemblea nella Cappella Sistina, l’extra omnes: tutti rituali avvolti in un esoterismo dovuto alla loro eccezionalità. E noi tutti lì ad ammirare il loro manifestarsi, il maestro di cerimonie che chiude le porte della Sistina, gli esperti di Vaticano a elucubrare sul rinchiudersi dei cardinali in una perenne seduzione per l’ancestrale, con una spruzzata di Dan Brown. In fondo un banale consiglio dei ministri si svolge in modo simile: alle TV è in genere concesso di filmarne uno all’anno, per fare il cosiddetto “giro di tavolo” con i componenti del governo seduti assieme, prima che la riunione abbia ufficialmente inizio e i cine-foto operatori (come ancora teneramente vengono chiamati dagli uffici stampa parlamentari) vengano gentilmente fatti uscire dalla sala.

Lo stesso che accade al momento dell’extra omnes, pronunciato dal maestro di cerimonie ancora in mezzo ai cardinali assisi, per poi procedere solennemente verso l’ingresso e chiudere l’accesso alla Sistina. Con uno zoom all’indietro la diretta televisiva ci ha mostrato un fiume di preti, suore, fotografi e cameraman uscire, e poi ha stretto di nuovo sulla chiusura del portone, con un suono per descrivere il quale vale la pena rispolverare il termine clangore. Dopo detto clangore l’inquadratura ha cominciato a fluttuare verso l’alto, con una lenta progressione che ha sfiorato gli affreschi della sala antistante la Sistina, raggiungendo un finestrone sul quale ha lentamente sfocato e in dissolvenza è passata a mostrare il tetto della Sistina da fuori, con il comignolo in bella vista. Splendida prova di misticismo cablato.

Il fervore registico del Centro Televisivo Vaticano ha anche prodotto un momento al limite del sacrilego: subito prima che il nuovo pontefice si manifestasse alla folla, mentre le tende del balcone erano state richiuse dopo l’annuncio dell’Habemus Papam, la diretta ufficiale ha mostrato per una manciata di secondi papa Francesco che lasciava la Sistina appena vestito di bianco (qui, al minuto 11:18). Poi bruscamente le immagini sono tornate sul balcone, le tende si sono aperte e il pontefice è apparso. In sostanza il nuovo papa è stato mostrato in diretta televisiva ancor prima che si concedesse alla folla, un eccesso di zelo mediatico del quale deve forse essersi resa conto la stessa regia dell’evento, che su quella scena privata è rimasta così poco da far pensare a un pentimento.

Simile profluvio di narrazione d’altronde asseconda la richiesta di partecipare, osservare, commentare: una secolarizzazione delle pratiche politiche vaticane a uso di un apparato mediatico che vuole giocare a fare l’insider, approfittando dell’illusione di un momento in cui tutte le persone sembrano unite in uno stesso afflato: le fotografie delle suore che esultano come fan sfegatati, le fotografie dei cardinali che arrivano in bici o che armeggiano con il blackberry, le infinite rubriche sui segreti vaticani.

Il trionfo dei salotti televisivi, come quello di repubblica.it dallo sgraziato nome Teleconclave, dove per giorni vari esperti hanno speculato sulle scarpe rosse griffate Prada che papa Francesco non avrebbe più indossato, oppure sul buonasera bergogliano, letto come un segno di laicità provocatoria con echi addirittura della canzone “Buonasera signorina”, un allure da Clark Gable e Sofia Loren. Tutto un ragionare lievemente birichino a scoperchiare infiniti segreti di Pulcinella, la condanna a dover produrre analisi a getto continuo per riempire la diretta, cercando di combinare una postura da giornalismo di osservazione con un’innegabile seduzione per la gigantesca macchina celebrativa,e infine avvertendo che no, non possiamo aspettarci un papa grillino.

Sotto questo tappeto di immagini e parole, per le strade risulta più arduo comprendere ciò che si osserva. Ricordo ad esempio la domenica precedente all’inizio del conclave, quando tradizione vuole che i cardinali celebrino messa nella chiesa romana di cui sono titolari. Una diaspora di potenziali pontefici in giro per la città, tutti da aspettare all’arrivo alla parrocchia per strappargli un saluto o chissà cos’altro, chiese intasate di giornalisti, sotto una pioggia torrenziale. Dentro corrispondenti parlano alle telecamere camminando tra i banchi, intervistano fedeli prima e durante la messa, facendo lo slalom tra un offertorio e una confessione.

Finito di assistere alla terza messa della giornata esco su Via della Conciliazione, le luci del viale che si riflettono sui sampietrini lucidi, la basilica che splende imperturbabile, mentre sotto i tanti portici vaticani vedo barboni che sistemano i giacigli sopra decine di metri di cavi che alimentano le piattaforme per le televisioni. Scampoli di una carità cristiana che permette il bivacco a quelle creature ai margini, meglio tollerate di noi operatori dell’informazione, che passiamo il tempo a discutere con carabinieri e polizia su cavalletti che non si possono usare (“occupazione di suolo pubblico”, il mantra ripetuto), e sui continui salti di frontiera tra stato italiano e Città del Vaticano di quel pugno di strade.

Mi guardo intorno e penso che una delle cose che non permette di guardare nel giusto modo il pianeta Vaticano sia proprio la crudele bellezza della basilica e delle sue propaggini, quell’unione di armonia, pesantezza, eternità. Visione inamovibile, che lascia senza fiato e toglie senso alle speculazioni sui cambiamenti, la modernità, il pauperismo del nuovo millennio. Svettano come una realtà che non muterà mai, tonnellate di marmo perfetto che sopravviveranno a tutti noi.

Un paio di anni fa sono stato a Yamoussoukro, la capitale amministrativa della Costa d’Avorio, e mentre entravamo in città all’improvviso è comparsa in lontananza una forma gigantesca, talmente grande da non riuscire a intuirne le reali dimensioni. Era la cupola della basilica Nostra Signora della Pace, voluta alla fine degli anni ’80 dal padre della patria Félix Houphouët-Boigny a un costo spropositato, da molti ritenuto scandaloso viste le condizioni del paese. Gli ivoriani sono fieri di descriverla come la più grande chiesa cattolica del mondo, anche se non è chiaro se il primato le appartenga davvero. Eretta su una spianata tuttora deserta, la basilica si presenta come un’aberrante replica di San Pietro: lo stesso doppio colonnato che abbraccia la piazza, la stessa forma della cupola con forti reminiscenze dei motivi michelangioleschi, qui espressi con un’economia di forme che ricorda i rendering degli architetti. Un trionfo della volontà in mezzo al nulla, un’astronave di simulacri cattolici planata su una città in divenire.

Nei giorni di escalation vaticana, mentre ascoltavo molte persone interrogarsi su cosa rappresenti per noi il sorriso di papa Francesco, più volte il mio pensiero è tornato alla basilica di Nostra Signora. Sommerso da pullman di turisti e pellegrini, negozi di souvenir e scorci di colonnato, mi sono chiesto se non fosse stato meglio trovarci di fronte quell’arido cupolone macrocefalo ben venti metri più alto dell’originale, privo dell’ammaliante splendore creato da alcuni tra i più grandi artisti mai esistiti. Così avremmo avuto di fronte un maldestro doppelgänger,nudo nella sua prepotenza che esprime solo potere, e non la bellezza sovrana della casa di Pietro, che da secoli siamo costretti a ammirare.

L'articolo Sede Vagante – I media e il Vaticano/2 proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/giornalismo/media-vaticano-2/feed/ 0
Il tradimento dei chierici e dei chierichetti https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/ https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/#comments Fri, 22 Jun 2012 13:44:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8177 La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull'ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.

L'articolo Il tradimento dei chierici e dei chierichetti proviene da Minima et Moralia.

]]>

La diffidenza, e incomprensione reciproca, tra intellettuali e tv parte da lontano. E così la tv italiana si condanna alla serie B. Pubblichiamo un articolo di Aldo Grasso apparso sull’ultimo numero di «Link».

di Aldo Grasso

Gli intellettuali vanno volentieri in tv a presentare i loro libri ma fanno poco per la tv, molto poco. Anzi, se possono ne parlano male. Una sera, nel salotto mondano di Daria Bignardi mi è capitato di vedere Giorgio Faletti che insolentiva con una battuta sprezzante Pietro Citati, reo di aver sostenuto che “oggi la lettura tende a diventare una specie di orgia, dove ciò che conta è la volgarità dell’immaginazione, la banalità della trama e la mediocrità dello stile. Credo che sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho”. Il grande apporto dato alla tv da Faletti è il personaggio di Vito Catozzo o quello di Carlino, ai tempi di Drive in. Alla letteratura non so.

Sì certo, abbassare il tiro è la maledizione della tv generalista, il suo Geist, il demone inquieto. In questi anni la tv non ha fatto altro che spostare i confini dell’accettabile, del visibile, del sopportabile. Ma è anche vero che i Faletti raggiungono il loro livello più basso in video e poi diventano scrittori di successo. Sulla buona tv c’è rassegnazione intellettuale. In tv, quando si tratta di “spessore”, siamo abituati all’indigenza, alla mendicità, alla ristrettezza. Quattro immagini di repertorio commentate da un giornalista “della carta stampata”, molto bianco e nero, una scrivania presa a prestito dal trovarobato, un intellettuale ingemmato da giullare e via andare. I libri sono diventati occasioni per sontuose markette. Gli uomini di pensiero sono presentabili se accettano la guitteria di un talk show. La prosopopea è soverchiante rispetto all’essenziale.

Non è il caso qui di riaprire l’annosa questione sulla consolidata tesi secondo cui la tv generalista deprime la cultura dei colti e innalza quella degli incolti, ma è doveroso sottolineare come da almeno trent’anni la tv generalista, in nome dell’audience, abbia deciso di abbandonare il pubblico più istruito. Ma è anche vero il contrario: da più di trent’anni, forse da sempre, gli intellettuali hanno abbandonato la tv. È come se la tv italiana avesse deciso che il suo meglio è il suo peggio, è come se il mediocre fosse diventato un valore positivo. E la mediocrità rende potenti i mediocri.

Tempo fa in Francia si era acceso un dibattito su questo tema: il ministro Catherine Clément si chiedeva se fosse ancora praticabile una tv d’autore o, meglio, se fosse possibile riabilitare il servizio pubblico attraverso la cultura e iscriverlo fra i diritti costituzionali. Argomento non da poco, estremamente affascinante. Anche per le facili obbiezioni che si possono muovere. La tv non promuove beni culturali, ma consumi materiali: anzi, trasforma il consumo in un valore. Fare della cultura in tv un valore a sé vuol dire tornare a uno schema pedagogico del passato, che ha fatto il suo tempo. La tv commerciale è condannata alla ripetitività, a un linguaggio semplice, corporeo, ridondante. E poi il rapporto Clément metteva ancora una volta in luce la debolezza di ogni progetto illuministico, di ogni tentativo di identificare la ragione con il progresso. Catherine Clément non faceva alcun accenno a quella che gli americani chiamano “quality tv”: qualità è innanzitutto fare bene le cose, come succede con la scrittura della grande serialità.

Dunque, il peggior nemico della buona tv rischia di essere il perbenismo culturale di cui la tv generalista non riesce a liberarsi: perché non si fa più il teatro in tv? perché non si dà più spazio agli scrittori? e perché non si affida alla famiglia Angela un intero canale? Il perbenismo culturale è il virus che ha infettato in questi anni la tv, che ha trasformato la cultura in noia, pavidità, melensaggine, nell’infernale buona volontà dell’educational. Il perbenismo culturale è solo feconda e faconda bêtise, genera a dismisura comitati di tutela e vigilanza, disseppellisce i vecchi fantasmi dei ministeri della cultura.

Ma dov’è cominciato tutto, dove si è incrinato il rapporto?

Le radici di questa incomprensione paiono antiche e riguardano l’incompatibilità di linguaggi diversi, il prevaricare di una tradizione accademica anche dentro il piccolo schermo, la mancanza di una tradizione divulgativa in campo culturale, la convinzione che la cultura televisiva, in quanto tale, possa, anzi debba, tranquillamente prescindere dagli intellettuali (tanto più che, come insegna Giorgio Faletti, buona parte della narrativa moderna sembra già così largamente televisiva), l’implacabile ossessione che la cultura in televisione non faccia audience.

C’è sempre stata molta diffidenza nei confronti della tv. Una celebre ed epigrammatica affermazione di Alberto Moravia ne racchiude l’essenza: “L’Italia televisiva è una sotto-Italia, un’Italia di serie B”. La prima constatazione – oggi di sapore beffardo – è appunto che la tv è nata fra la ritrosia e l’ostilità degli intellettuali: troppo occupati dal riscatto delle masse, troppo legati al valore catartico dei vari “realismi”, troppo ingenuamente romantici. E oggi paghiamo quell’imprinting.

Eppure la Rai, prima di allinearsi definitivamente ai modelli dell’industria culturale, voleva attribuirsi l’immagine di un serbatoio di diffusione della cultura tradizionalmente compartecipata da un’élite. Questa scelta derivava, in buona parte, dalla formazione dei suoi programmisti e dei suoi autori: la programmazione della Rai si era sempre svolta in un’ottica pedagogica, rinforzata dalla situazione monopolistica, per cui i suoi operatori culturali si erano immediatamente trasformati in divulgatori, un poco per convinzione e un poco per il desiderio di ricrearsi un ruolo di credibilità, dopo aver abbandonato, per “entrare in Rai”, università o case editrici.

Ma c’era una ragione più profonda, ed era l’idea stessa di cultura che avevano allora i dirigenti della Rai. La comunicazione popolare, cui la televisione apparteneva a pieno titolo, è sempre stata considerata come una “corruzione”, un recupero, un’applicazione su vasta scala di un tipo di cultura più colta e alta. Ecco, finché non usciremo dall’equivoco storico della “corruzione”, finché gli intellettuali continueranno a considerare la tv come un potente megafono delle loro opere, la tv generalista italiana resterà per sempre, tanto per fare il verso a Moravia, una sotto-televisione, una televisione di serie B.

L'articolo Il tradimento dei chierici e dei chierichetti proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/il-tradimento-dei-chierici-e-dei-chierichetti/feed/ 11