Dana Spiotta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dana-spiotta/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:17:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dana Spiotta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dana-spiotta/ 32 32 Don DeLillo, il grandissimo freddo https://minimaetmoralia.it/interviste/don-delillo-il-grandissimo-freddo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/don-delillo-il-grandissimo-freddo/#comments Thu, 20 Oct 2016 06:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32324 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

NEW YORK. Per un uomo di sconfinate risorse la morte è, prima di tutto, un affronto imperdonabile. L’eccezione che conferma la regola aurea secondo la quale «per tutto il resto c’è Mastercard». Ross Lockhart, che ha fatto miliardi speculando sulle conseguenze finanziarie dei disastri naturali, non se ne capacita. Così, quando la seconda moglie Artis si ammala senza speranza, con un aereo privato la trasporta in una località segreta del deserto uzbeko che ospita la Convergenza, una via di mezzo tra una clinica zen, una prigione foucaultiana e il laboratorio dove si costruiscono i sensuali automi del film Ex Machina.

La specialità della casa è la crioconservazione. I morti vengono sospesi in capsule di azoto liquido nella speranza di scongelarli quando la medicina avrà capito come riparare gli organi difettosi. Sembra follia, ma all’ultima contabilità erano 144 i deceduti ospiti della Alcor, in Arizona, fiduciosi in tempi migliori. E io conosco almeno tre persone, tra cui uno scienziato stimatissimo, che hanno firmato un oneroso contratto con la suddetta compagnia per essere ibernati quando verrà il momento. Qui però siamo dentro la trama rarefatta di Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo uscito in Italia l’11 ottobre per Einaudi (traduzione di Federica Aceto, pp. 240, euro 19). Un libro sull’elusivo senso della vita, sulla sua fine, sulle promesse messianiche della tecnologia, sulla guerra a bassa intensità in cui rovinano certi rapporti padri-figli e molto altro ancora.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

NEW YORK. Per un uomo di sconfinate risorse la morte è, prima di tutto, un affronto imperdonabile. L’eccezione che conferma la regola aurea secondo la quale «per tutto il resto c’è Mastercard». Ross Lockhart, che ha fatto miliardi speculando sulle conseguenze finanziarie dei disastri naturali, non se ne capacita. Così, quando la seconda moglie Artis si ammala senza speranza, con un aereo privato la trasporta in una località segreta del deserto uzbeko che ospita la Convergenza, una via di mezzo tra una clinica zen, una prigione foucaultiana e il laboratorio dove si costruiscono i sensuali automi del film Ex Machina.

La specialità della casa è la crioconservazione. I morti vengono sospesi in capsule di azoto liquido nella speranza di scongelarli quando la medicina avrà capito come riparare gli organi difettosi. Sembra follia, ma all’ultima contabilità erano 144 i deceduti ospiti della Alcor, in Arizona, fiduciosi in tempi migliori. E io conosco almeno tre persone, tra cui uno scienziato stimatissimo, che hanno firmato un oneroso contratto con la suddetta compagnia per essere ibernati quando verrà il momento. Qui però siamo dentro la trama rarefatta di Zero K, il nuovo romanzo di Don DeLillo uscito in Italia l’11 ottobre per Einaudi (traduzione di Federica Aceto, pp. 240, euro 19). Un libro sull’elusivo senso della vita, sulla sua fine, sulle promesse messianiche della tecnologia, sulla guerra a bassa intensità in cui rovinano certi rapporti padri-figli e molto altro ancora.

DeLillo si presenta all’appuntamento, nell’ufficio del suo agente nell’Upper East Side di Manhattan, con dieci minuti di anticipo. Ha una camicia di jeans chiara, jeans neri a vita a alta e sneakers nere. Mi viene in mente una sua autodefinizione di qualche tempo fa: «Io non sono Hemingway, sono solo il ragazzo del Bronx con un cognome difficile da pronunciare». Si ravvia la zazzera canuta e intravedo un apparecchio acustico. A novembre compirà ottant’anni. Non vuole essere fotografato, tantomeno ripreso e mi avverte che la voce tende alla dissolvenza dopo un po’. Anni fa aveva un biglietto da visita che, sotto il nome, avvertiva «Non ne voglio parlare». Con questo viatico provo disperatamente a ingraziarmelo recapitandogli i saluti di Tommaso Pincio, che aveva conosciuto a un festival letterario. Contraccambia («Persona di valore. Sopravviverà senza dubbio all’originale Pynchon») e ottempera all’impegno giornalistico con senso del dovere d’altri tempi. Riscaldato, a più riprese, da larghi sorrisi.

Cominciamo dalla fine, che nel libro è l’inizio: la morte. In Rumore bianco (uno dei suoi possibili titoli alternativi era The American Book of the Dead) il protagonista Jack Gladney dice che «tutte le storie procedono nella direzione della morte» e sua moglie prende dei farmaci per non pensarci in continuazione. Da allora, era l’85, è cambiata in qualche modo l’attitudine collettiva nei confronti del congedo finale? «Non credo, è sempre l’elemento più potente nell’esistenza delle persone. Qui ho provato a esplorare il tema dell’estensione della vita, che ovviamente solo una minoranza prende in considerazione, spesso con un’attitudine più fideistica che scientifica».

Gli racconto degli immortalisti che avevo incontrato in Wisconsin qualche anno fa, con le bacche disidratate di cui si cibavano e la fissazione per il lipofuscin, le scorie cellulari prodotte dall’ossidazione che ci farebbero invecchiare, fino al pensiero magico che non li faceva vacillare neppure di fronte a chi, tra loro, faceva conservare solo la testa spiccata dal corpo. Gli chiedo che idea si è fatto, di questi giocatori d’azzardo estremi: «La verità è che ho limitato le mie ricerche al minimo indispensabile. Non mi interessava capire come funzionava, in pratica, la cosa. Ciò che mi stava a cuore invece era raccontare la sfida immane contro l’appuntamento che ci attende tutti. Da questo punto di vista la crionica è una grande avventura». Nella vita vera si imbatté nella tecnica quando Ted Williams, uno dei più grandi campioni di baseball di sempre, vi si sottopose. Ma tra i testimonial celebri, veri o presunti, c’è anche Walt Disney, come ricorda Philip K. Dick nella splendida biografia di Emmanuel Carrère appena ripubblicata. Il mistico Dick e il postmoderno DeLillo, però, non potrebbero essere più diversi.

È come se, per le persone di grande successo, fosse più umiliante alzare le mani davanti alla falciatrice (i poveri sono più abituati a perdere). Non a caso nella Silicon Valley non c’è quasi miliardario che non finanzi qualche start up per risolvere la fastidiosa seccatura («La morte non l’ho mai capita» ha dichiarato Larry Ellison, capo di Oracle tra i più ricchi al mondo, «come può una persona esistere e un momento dopo svanire?»). Stormannsgalskap è il termine con cui i norvegesi descrivono la «pazzia dei grandi uomini», intesa come l’illusione che non esista problema così grande che una somma congrua non possa sistemare. Ne soffre anche Ross Lockahrt, nel romanzo? «È un uomo d’azione e vuole prendere la situazione in mano come è sempre stato abituato a fare. Ma quando decide di accompagnare nell’ultimo viaggio l’amata, facendosi ibernare da sano nella speciale unità Zero K (dallo zero assoluto di Kelvin, -273,15 gradi Celsius), è un gesto più romantico che tracotante. Ha l’impressione, come molti esseri umani che hanno condiviso tutto con un’altra persona, che non ce la farebbe senza. Nonostante tutti i suoi soldi».

Compagno generoso, padre più discutibile, dal momento che non si domanda neppure come la prenderà il figlio Jeffrey, avuto dalla moglie precedente, a cui chiede però di accompagnarlo alla Convergenza. La relazione tra i due è problematica da sempre. Jeff descrive così la sua adolescenza: «Bofonchiavo, camminavo strisciando i piedi, mi rasavo una striscia di capelli al centro della testa, dalla fonte alla nuca: ero il suo anticristo personale». Oggi, ormai quarantenne, prende e lascia lavori vaghi, è «un uomo senza forma» tanto quanto il genitore è un maschio alfa da competizione. «Le qualifiche dei mestieri per cui continua a fare colloqui di assunzione, cose tipo consulente sui prezzi di correnti incrociate o analista di implementazione di progetti — ambienti chiusi o aperti, in realtà non qualificano niente, sono impossibili da ricordare, alludono all’inanità di qualcuno che sta ore davanti a un computer senza sapere neppure bene il perché. Una condizione purtroppo comune a milioni di persone».

Ora conviene ricordare che DeLillo non ha un cellulare, usa ancora la macchina da scrivere Olympia comprata nel ‘75 («L’ho fatta sistemare di recente, è in splendida forma, quasi mi manca lo strano rumore che faceva prima del check-up») e la sua alfabetizzazione digitale si limita a un iPad su cui si documenta o cerca i titoli che sempre più spesso dimentica («A un certo punto Jeff si innamora di una frase di Auto da fé, di quell’autore… tra un momento mi verrà il nome». Poi il nome, Canetti, gli viene, ma ha confessato di dimenticare anche personaggi della sua affollata cosmogonia letteraria).

A Jeff fa dire: «Vado avanti grazie alla droga fantoccio della tecnologia a uso personale. Ogni pulsante sfiorato mi provoca l’eccitazione neurale della scoperta di qualcosa che non avevo mai saputo né avevo mai avuto bisogno di sapere finché non mi compare sotto gli avidi polpastrelli». Però è la stessa elettronica che, nel romanzo, promette di risolvere il problema dei problemi, o no? «Ho un grandissimo rispetto per la tecnologia, fa cose stupefacenti che vanno totalmente al di là della mia capacità di comprensione» dice guardando il telefono che, sul tavolino, registra i suoi decibel calanti, «credo però anche che la gente tenda a diventarne dipendente e mi ha fatto molto impressione la notizia di campi estivi di disintossicazione da internet, credo in Corea del Sud. Come saranno quei ragazzi da adulti? Migliori? Peggiori di noi? Di certo diversi».

Ci pensa ancora un po’ ed emette una delle sentenze cristalline per cui è diventato famoso, uno dei quattro grandissimi nella spietata classifica del critico Harold Bloom, insieme a Pynchon, Roth e McCarthy: «La regola, sin qui, è stata la seguente: se c’è una cosa che la tecnologia diventa capace di fare, verrà fatta. Forse abrogherà la morte, di certo ha provocato distruzione di massa. Per questo mi fanno più paura le potenze atomiche che non fanno i test rispetto a chi li fa. Vedere all’opera quella forza mostruosa, funziona come disincentivo dall’usarla davvero».

Sembra il momento giusto per dissotterrare la vecchia definizione di «sciamano capo della scuola paranoica della fiction americana» o quella, forse meno epicizzante ma più precisa di «paranoia flemmatica». Le trova pertinenti? «C’è di certo paranoia nei miei romanzi, ma io non lo sono affatto. Per quanto mi riguarda tutto è cominciato con l’omicidio di John Fitzgerald Kennedy e il mistero dei due sparatori, di cui mi sono occupato anni dopo in Libra. La sfiducia nelle versioni ufficiali è diventata, da allora, un elemento fondamentale della nostra cultura. Per non dire della violenza, a tutti i livelli, cui abbiamo assistito negli anni 60 e 70». Purtroppo, suggerisco, non se ne può parlare al passato: la grottesca epidemia delle armi e le tensioni razziali sono cronaca di oggi. Per motivi che ignoro l’attualità sembra una pentola troppo incandescente che DeLillo vuole al più sfiorare. «Dico solo che la situazione non è buona, che molta gente è pessimista circa le prossime elezioni, comunque vadano. Obama era stato un momento di risveglio delle speranze, ora viviamo in uno stato di semi-passività». Di Trump, che aveva etichettato come «allucinazione nazionale», dice che è «una barzelletta. Il fatto che sia in corsa è già una preoccupazione più che sufficiente e la prova che il sistema è rotto, non funziona più in maniera sana».

Non è mai stato uno scrittore engagé, siamo agli antipodi rispetto a un Norman Mailer o a un Gore Vidal, però una ritrosia così assoluta nei confronti dei fatti correnti stupisce. D’altronde anche la parabola creativa sembra essersi ripiegata, dalle 850 pagine e le centinaia di personaggi, tra cui Frank Sinatra e Edgar J. Hoover, del massimalista Underworld al minimalismo odierno della Convergenza, nei cui corridoi spogli si aggirano rare figure monacali e sulle cui pareti vanno in loop immagini sgranate di disastri. Poca trama, poche pagine, un tempo rallentato come nella limousine che ospitava il trader delirante di Cosmopolis. Non nega l’ovvio: «Negli anni 70 ho scritto moltissimo, con urgenza. Negli anni 80 e 90 avevo meno fretta, anche se Rumore bianco è stato partorito in maniera quasi automatica. Certo, se si mettono a confronto i cinque anni di lavorazione di Underworld con i quasi quattro di Zero K ne risulta che sono rallentato, ma è ciò che il romanzo chiedeva». Ha ceduto anche lui i propri archivi personali all’Harry Ransom Center di Austin, Texas, il Fort Knox delle lettere mondiali. Lì mi ero imbattuto in un carteggio in cui David Foster Wallace gli chiedeva conto del perché di una specifica virgola nel mare magno di Underworld («Era uno scrittore imprevedibile, che osava, prendeva rischi. Ci è voluta quel tipo di morte per consacrarlo presso un pubblico ampio. Tuttavia continuo a non capire perché certi critici ci accomunassero»).

Gli chiedo chi gli piace, cosa legge. Svicola: «Molto meno di una volta, e non faccio liste perché non vorrei dimenticare qualcuno». Fa solo tre nomi di giovani, come se lì avesse meno da rischiare: «Joshua Ferris (che l’ha recensito sul New York Times), Dana Spiotta e Rachel Kushner. Sono tutti bravi». Il critico Frank Lentricchia ha detto che i romanzi di DeLillo sono «anatomie culturali di ciò che ci rende infelici».

Mi sembra che non si possano riassumere meglio le memorie del sottosuolo di Zero K. Di fronte alle rimostranze del figlio, il padre riluttante pospone la decisione di farla finita. Jeff, tornato a New York, inganna il tempo senza costrutto («Sull’autobus, nella tempesta di un touch screen, mi vedevo entrare meccanicamente nella mezza età, un uomo involontario») e vagheggia un amore che non ha saputo cogliere («Ho sempre il mio smartphone sul fianco perché lei è lì, da qualche parte, nelle selvagge lande digitali, e la suoneria, che di rado si sente, è la sua voce implicita, a un attimo di distanza»). DeLillo ha meno fiato di un tempo – l’assistente entra per preservarlo, ricordando che l’intervista è finita –, il volume è più basso, ma il timbro non è per questo meno riconoscibile.

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Ascolti d’autore: Dana Spiotta https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ascolti-dautore-dana-spiotta/#comments Mon, 04 Nov 2013 09:30:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16198 Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d'autore. (Fonte immagine)

 Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

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Questa è la versione integrale delle interviste a Dana Spiotta uscita su ilmascalzone.it e su Outsider. Qui la prima puntata di Ascolti d’autore. (Fonte immagine)

Americana, quarantasettenne, insegnante di letteratura alla Syracuse University, Dana Spiotta è l’autrice di Versioni di me (minimum fax, 2013), che Thurston Moore ha definito «un romanzo rock’n’roll che non ha uguali».

È vero che il rock’n’roll ti ha salvato la vita?

Certo, proprio come nella canzone dei Velvet Underground, “Rock’n’Roll”. Quando vivevo nella provincia californiana e mi sentivo molto diversa dalle mie compagni di classe, la musica che ascoltavo mi servì per capire che essere diversi era ok. Tutto ciò che dovevo fare era trasferirmi in città e cercare altri tipi strambi come me.

A che età hai iniziato ad ascoltare musica?

Quando ero molto piccola avevo dei cugini più grandi di me che mi davano dei dischi. Divenni però un’ascoltatrice autonoma e seria, provvista di cuffie, dedita alla lettura dei testi, all’età di dieci anni.

Poi hai anche lavorato in un negozio di dischi, giusto?

Sì, ho lavorato al “Cellophane Square”, a Seattle nel 1988! In realtà io ho lavorato presso una filiale in periferia, all’interno di un centro commerciale. È stato un glorioso negozio di dischi! Aveva dischi nuovi ma anche usati, così ho dovuto imparare a comprare dischi. È stato bello, il problema è che rispendevo in musica tutti i soldi che guadagnavo.

Seattle, 1988? Fantastico! Che atmosfera c’era in città pochi mesi prima che esplodessero i Nirvana?

A Seattle quello è stato veramente un periodo entusiasmante! All’epoca i grandi nomi erano Mudhoney e Skin Yard ma c’era la sensazione che qualcosa di bello stava succedendo. In realtà era una piccola scena. Tutti conoscevano tutti e negli anni successivi tutti avrebbero fatto un disco. Ricordo di aver passato un sacco di tempo alla Comet Tavern, allo Squid Row, dove potevi vedere tre band per tre dollari, e in molti locali del centro, per esempio in un posto a Belltown chiamato Vinyl-qualcosa, non ricordo più il nome. Tutti avevano una band, o almeno un fidanzato o una fidanzata che era in una band.

In che modo la musica influenza la tua scrittura?

Traggo molta ispirazione dalla musica e dal cinema, così come dagli altri libri. In “Versioni di me” tratto l’argomento musicale perché la musica è strettamente connessa con la memoria. Inoltre il rock’n’roll ha a che fare con la gioventù. E io volevo rappresentare idee giovanili dalla prospettiva di una persona di mezza età.

Puoi dirmi qualcosa in più del tuo modo di vedere connesse musica e memoria?

Mi interessa il modo in cui il cervello analizza i vari aspetti della musica: il ritmo, le ripetizioni, le rime. Tutte cose che aiutano a inscatolare i ricordi. Noi leghiamo delle tracce alle cose che ricordiamo: la musica è una di queste tracce. Una canzone può riportarti alla mente un’intera estate, o una sensazione vividissima. Mi piace il modo in cui la musica elude la nostra logica.

In “Versioni di me” Nik è ossessionato dalla sua falsa biografia e dalle false recensioni dei suoi dischi. Quanto è importante documentare il rock e quanto è importante la critica rock per il rock?

Adoro leggere la critica rock. Amo leggere Rick Moody quando scrive di rock’n’roll. Amo Greil Marcus e Lester Bangs. La famosa intervista di Lou Reed con Lester Bangs ha ispirato alcuni aspetti di Nik. Amo quell’intervista. Così non posso che risponderti che i critici sono molto importanti. Ho imparato tantissime cose leggendo recensioni sulle varie fanzine e su riviste quali NME e Melody Maker. Leggo le recensioni di Pitchfork. E leggo Mojo se qualcuno ce l’ha.

A quali artisti ti sei ispirata per la creazione di Nik?

Il mio patrigno ha molte cose di Nik. E conosco anche altri potenziali Nik. Per quanto riguarda la musica ho preso spunto da tutti quei dischi autoprodotti, registrati in cantina, e da tutti quegli artisti come Jandek (musicista texano che, dal 1978, si è autoprodotto più di cinquanta dischi, ndr.), R. Stevie Moore (centinaia di dischi autoprodotti dal 1968 ad oggi, ndr.) o Robyn Hitchcock. La punk band di Nik nella mia testa suona come i Television, mentre la sua pop band come i Big Star o i Badfinger. Le sperimentazioni soliste di Nik suonano invece come i Suicide. Nella creazione di Nick avevo in mente anche diversi artisti visivi underground come Henry Darger e Achilles Rissoli. Ho pensato anche a Ray Johnson che inscena il proprio suicidio e fa della sua vita la sua arte.

Conosci qualche musicista personalmente?

Conosco alcuni musicisti sconosciuti. Mio marito, per esempio.

Beatles o Rolling Stones?

Beatles. Sono una loro fan ossessiva.

Una canzone dei Beatles?

Dai, no. Impossibile.

Lou Reed o Tom Waits?

Lou.

Una canzone di Lou?

Mi è sempre piaciuta “She’s My Best Friend.”

“Great Jones Street” di Don De Lillo o “La fortezza della solitudine” di Jonathan Lethem?

Adoro entrambi i romanzi.

Cosa ti piace di loro?

“Great Jones Street” è brillante e in anticipo sui tempi, divertente e pieno di inventiva. “La fortezza della solitudine” è commovente ed ha delle false note di copertina, quindi ho un debito nei confronti di quel libro.

Vai spesso a sentire musica dal vivo?

A dire il vero, non molto spesso da quando sono diventata madre.

C’è un concerto che ricordi con particolare affetto?

Ho visto Beck e i Flaming Lips a Syracuse quando io e mio marito ci siamo sposati. È stato davvero magico. E quando ero alle superiori, io e mio fratello vedemmo i Replacements a San Bernardino. C’era un autentico casino e fu lì che mi sentii una vera teenager per la prima volta. Poi ricordo tantissimi altri concerti in tutti questi anni, difficile sceglierne uno, ma questi due sono quelli a cui sono più affezionata.

I tuoi cinque album preferiti di tutti i tempi?

Non esiste che ce la faccia a sceglierli. Ma “Pet Sounds” è sicuramente tra i cinque.

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Versioni di me https://minimaetmoralia.it/estratti/versioni-di-me/ https://minimaetmoralia.it/estratti/versioni-di-me/#comments Tue, 08 Jan 2013 11:05:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12332 Pubblichiamo in anteprima un estratto di Versioni di me, il romanzo di Dana Spiotta che uscirà a febbraio. Abbiamo pensato di inaugurare così un nuovo anno insieme a voi. La traduzione è di Francesco Pacifico. (Immagine: Eric Perinotti.)

31 DICEMBRE 2003 – 1° GENNAIO 2004

Sono arrivata al bar di Nik poco prima di mezzanotte. Lo chiamo il bar di Nik ma non lo è. È il bar di Dave. Questo posto ai limiti della decenza – sgabelli rotti, pavimento con pannelli di linoleum pieni di gomme appiccicate, bagni sporchi, amplificazione costosa, bicchieri pieni fino all’orlo – opera a tutti gli effetti come bar da tre decenni, con Nik in servizio al bancone, pur con qualche interruzione, per quasi tutto il tempo. Mentre il nuovo anno si annunciava fra birra e baci annebbiati, sono andata a sedermi per conto mio al bancone ma lontano da lui. (È facile ricordare l’inizio dell’anno per via della festa. Le feste aiutano a collocarti. Tecnica mnemonica n. 1: usa le Date come Segnaposti mentali. I calendari in generale sono solo strumenti mnemonici arbitrari usati dagli antichi per la loro cultura. Adottiamo quello gregoriano e procediamo.) Naturalmente il 2004 era un anno bisestile: brutto segno, per quanto mi riguarda: e già la vedevo male. La notte di Capodanno è una pessima festa anche negli anni migliori. Il 2004 mi puzzava fin da subito.

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Pubblichiamo in anteprima un estratto di Versioni di me, il romanzo di Dana Spiotta che uscirà a febbraio. Abbiamo pensato di inaugurare così un nuovo anno insieme a voi. La traduzione è di Francesco Pacifico. (Immagine: Eric Perinotti.)

31 DICEMBRE 2003 – 1° GENNAIO 2004

Sono arrivata al bar di Nik poco prima di mezzanotte. Lo chiamo il bar di Nik ma non lo è. È il bar di Dave. Questo posto ai limiti della decenza – sgabelli rotti, pavimento con pannelli di linoleum pieni di gomme appiccicate, bagni sporchi, amplificazione costosa, bicchieri pieni fino all’orlo – opera a tutti gli effetti come bar da tre decenni, con Nik in servizio al bancone, pur con qualche interruzione, per quasi tutto il tempo. Mentre il nuovo anno si annunciava fra birra e baci annebbiati, sono andata a sedermi per conto mio al bancone ma lontano da lui. (È facile ricordare l’inizio dell’anno per via della festa. Le feste aiutano a collocarti. Tecnica mnemonica n. 1: usa le Date come Segnaposti mentali. I calendari in generale sono solo strumenti mnemonici arbitrari usati dagli antichi per la loro cultura. Adottiamo quello gregoriano e procediamo.) Naturalmente il 2004 era un anno bisestile: brutto segno, per quanto mi riguarda: e già la vedevo male. La notte di Capodanno è una pessima festa anche negli anni migliori. Il 2004 mi puzzava fin da subito.

A mezzanotte Nik avrebbe messo «Dead Flowers» dei Rolling Stones. La canzone è facile da ricordare perché la metteva tutti gli anni a mezzanotte. Il che, però, rende la serata di per sé difficile da ricordare, visto che tutti i momenti in cui ho sentito quella canzone si confondono, indistinti, data la colonna sonora uniforme. Nik ha riempito qualche bicchiere. Ha scelto la traccia del cd. Si è versato da bere. Ha lasciato che la gente cominciasse il conto alla rovescia fino alla mezzanotte. Ha riempito qualche altro bicchiere. È un baraccio, per cui erano soprattutto birra e shottini e i cocktail più semplici, ma quest’anno ho notato che faticava a servire in tempo ogni giro per potersi poi occupare della musica e del conto alla rovescia. Riempiva i bicchieri e io lo guardavo, sperando di riuscirci a scambiare due parole. Anche se non avevo bevuto molto mi sentivo un po’ sentimentale pensando al mio fratellone. Avevo ascoltato il suo ultimo cd, un album natalizio dal titolo Caroles and Candles della sua band Pearl Poets. I Pearl Poets erano un progetto parallelo di Nik in cui usava il suo pseudonimo mononimo Mason. Erano un trio di folk umorale, Mason, Mark e Chris; ma in effetti tutte le parti vocali erano di Nik. Vivevano tutti insieme nel Tottenham Cottage, nella zona nord di Londra. Cantavano immacolate armonie vocali stratificate in stile celtico, tutte gestite da Nik con il suo vecchio quattro piste Tascam. Il primo album dei Pearl Poets, Sylvan Shine, è del 1980. Un concept album di folk elettrico. Tutti i pezzi dell’album hanno titoli a tema cielo: «Aurora Borealis», «Corona», «Fata Morgana», «Airglow», «Broken Bow», eccetera. La produzione del secondo album, Suites for the Sweet, è durata dieci anni. Contiene canzoni folk originali e tradizionali con arrangiamenti elettrici. Da quel che ricordo delle note di copertina, Nik ha usato molti violini e tempi insoliti. Lo trovo parecchio inferiore al primo. Questo album natalizio, una raccolta di oscure carole della tradizione e una manciata di ballad originali, è il terzo album dei Pearl Poets, e anche se l’idea a questo punto è un po’ abusata, sono passati così tanti anni dall’ultimo che suona fresco.

Una reunion natalizia per fare cassa, direi che Nik lo descriverebbe così nelle Cronache. A me era piaciuto molto, ed ero ansiosa di riferirgli in dettaglio la mia ammirazione. Perlomeno un rapporto superficiale, un primo assaggio. Ma era troppo occupato, e poi stava per arrivare la mezzanotte. Ha bevuto il suo shottino, è partita «Dead Flowers», il bar si è messo tutto a cantare. Mi ha dato un bacio strascicato sulla guancia, le labbra umide di bourbon, e ho aspettato che tornasse dietro al bancone prima di asciugarmi l’umido dalla guancia con un tovagliolino, in fretta, poi ho rimesso il tovagliolino sul piano del bancone, dove ha trovato un punto bagnato e ha cominciato a scurirsi.

Rimasta lì seduta per le prime ore del 2004 credo di aver meditato sull’anno appena concluso. Probabilmente non ricordavo molto: ora nemmeno ricordo se ricordavo molto. Ma le mie preoccupazioni mnemoniche non avevano ancora raggiunto il loro apice. Il mio interesse semiossessivo per il funzionamento della mia memoria sarebbe arrivato al culmine circa un mese dopo. Era cominciato tutto con i problemi di memoria di mia madre, che erano esplosi veramente negli ultimi mesi del 2003.

Ma forse lì al bancone ho pensato a Ada, e forse ho provato a immaginarmela a New York, a una festa. Il che sarebbe stato bello. Ma presto o tardi temo che i miei pensieri siano tornati al cervello di mia madre. È il genere di cose che ti succede nei momenti marginali della vita: durante una pubblicità, una doccia, i minuti di ansia prima di addormentarsi. O quando sei in un bar, in attesa che passi una festa che segna il tempo in modo arbitrario. Di colpo ti ricordi quanto lei stia male e la cosa ti sgonfia, ti leva tutta l’aria da dentro. Perciò probabilmente stavo pensando al cervello di mia madre e alla sua memoria, ma non posso esserne certa perché non riesco a ricordare nulla tranne la canzone e il bacio e il tovagliolino sul bancone.

È uno dei motivi per cui mi faccio tanti problemi a guardarmi indietro. Posso davvero riuscirci, alla fine? Posso avere anche solo un minimo di precisione? Ho scoperto quanto possa dissolversi la memoria quando è sotto pressione. Più cerco di tenermi stretta la capacità di ricordare, più sembra sfuggire alla mia presa. Trovo la cosa terrificante. La mia incapacità di ricordare semplici fatti del passato ormai mi preoccupa, e mi sono impegnata per migliorare le cose. Sto studiando tecniche varie, trucchi, e dovrei adoperarli. La memoria, pare, si aggrappa alle cose. Cose coi nomi. Spazi. Sensi. Ho pure tentato il vecchio trucco (tecnica mnemonica n. 2, usa la Rima e le Storie) di comporre una poesia con le cose che vuoi ricordare. Una cosina senza senso, come Si chiama Eddy e ha modi freddi. Oppure: il compleanno di Bob è il 9/11/63, Kennedy è morto nel ’63 e il 911 è il numero dell’ambulanza. Perciò basta solo ricordarsi che L’assassinio di Kennedy fu un’emergenza. E questa roba funziona davvero, dà al cervello dei giochetti associativi che aiutano a organizzare le informazioni in entrata. Ciò però comporta due problemi: non voglio riempirmi la testa di giochetti stupidi. Ti inventi questa roba, insomma, e intanto il tempo scorre. Veramente, lo odio troppo, il compleanno di Bob me lo appunterò da qualche parte, sul serio. Ed ecco il secondo problema. Io non voglio ricordare nomi e date. È il tipo di qualità che serve a un politico per vedersela rapidamente con centinaia di nomi. È una tecnica di imprinting per il futuro. Ma a me non interessa (nella mia vita i nomi sono pochi). Sto pensando agli eventi passati. Mi interessa il ricordo, il ricordo esatto, delle cose dette, da chi e a chi. Voglio conoscere la verità, senza le distorsioni del tempo e delle revisioni e dei desideri e dei rimpianti.

Poco dopo la mezzanotte, Nik non fece caso al tovagliolino ormai ammosciato o al punto bagnato che indicava. Accese una sigaretta e si appoggiò al ripiano alle spalle del bancone. Aveva ancora tutti i capelli e se li poteva scacciare dagli occhi, forse per questo all’inizio poteva sembrare giovane. Ma un’occhiata più attenta rivelava quanto fosse diventato non-giovane. Nell’aspirare strizzò gli occhi e sul suo viso si lessero ogni aggrottamento e smorfia che avesse mai fatto, ogni sigaretta mai fumata. Si ingobbì nella t-shirt nera e il suo corpo sottile formò un dosso all’altezza della pancia. Pareva che uno stretto cuneo di carne gli fosse stato attaccato al centro del busto. Aveva ancora muscoli tonici sulle braccia da smilzo, ma la postura curva, che in passato gli dava un glamour blasé e flemmatico, ora non faceva che accentuare la pancetta. Non gli importava, o così pareva, della sua pancia da beone o del suo considerevole declino complessivo. Non gli importava che le mani gli tremassero quando si accendeva una sigaretta. Non gli importava che il discorso che stava facendo si interrompesse per un attacco di tosse. Aveva perseguito una vita di eccessi che poteva discendere soltanto da una relazione distorta con il futuro. Sebbene non possa dire che mio fratello non credesse nel futuro, so che non se n’è mai curato. Ma a me che sedevo lì e lo guardavo e pensavo – ora ricordo – alla mia visita di poco prima a nostra madre, la cosa non piaceva neanche un po’. Come meditazioni da anno nuovo non erano gradevoli. Ero irritata dal tutto, da lui, e dal bar fradicio e incasinato. Presi quel che rimaneva del tovagliolino e lo inzuppai cercando di pulire. Lui prese uno strofinaccio e diede una pulita davanti a me, un gesto consumato e interiorizzato da barista. Lo strofinaccio aveva un odore forte di ammoniaca e birra.

«Devo chiamare Ada», dissi, e lasciai il bancone.

«Dille…»

«Sì, certo».

Andai alla porta laterale e in un passo mi trovai nella quiete improvvisa, quasi tintinnante, del vicolo.

Avevo perso una chiamata di Jay. Erano le otto di mattina in Inghilterra. Davvero dolce. Non ascoltai il suo messaggio. Invece chiamai Ada.

«Ehi, ma’».

«Sono mamma». Non riuscivo ad abituarmi al fatto che la gente sappia chi sono quando chiamo.

«Sì…»

«Buon anno, angelo mio».

Il primo gennaio proseguì dopo una dormita; mi alzai alle sei e mezza, perché mi pareva indecente dormire fino a tardi il primo giorno di un nuovo anno. Bevvi una gran tazza di caffè e poi pulii casa: è facile da ricordare perché passo sempre il primo dell’anno a pulire casa. Ma, di nuovo, abitudini e schemi rendono pure questo primo dell’anno difficile da distinguere dagli altri, tutti passati a pulire, perlomeno da quando Will se n’è andato. E anche allora era uguale, un giorno di pulizie a fondo, solo che c’era anche Will, per cui i ricordi erano del tutto diversi e difficili da confondere con i successivi primi dell’anno in solitudine.

Pulire era piacevole e brutale: svuotavo il frigorifero di ogni oggetto, il barattolo di gelatina screziata di burro, il contenitore di capperi galleggianti in una salamoia che perdeva, l’ottimistico barattolo di multivitamine ora ridotte a un ammasso umido e puzzolente, e perfino una bottiglia nemmeno troppo vecchia di costoso olio di semi di lino. Doveva sparire tutto, per cui era facile, buttare e basta senza dover annusare o decidere alcunché. Facevo lo stesso nel bagno, anche se in maniera meno brutale. Ogni cosmetico o crema davvero recente e costoso veniva risparmiato, ma il grosso della roba faceva la stessa fine del cibo. Poi scrostavo e lavavo: l’intonaco, la tenda della doccia, le scalette del cortile sul retro, le grondaie del portico. Da lì passavo al riciclaggio. Nessuna rivista o quotidiano vedeva la luce del nuovo anno, senza eccezioni. Se non venivano letti per quella data, erano spacciati. Buttavo tutto. Infine, passavo ai vestiti. Era il compito più difficile, ma di solito cominciavo qualche giorno prima. Tutto ciò che non avevo indossato nell’ultimo anno andava in beneficenza. Con lo stesso metodo mi mettevo poi a ordinare la scrivania, ed entro sera sentivo il mio spazio – per modesto che sia – aerato e aperto al futuro. Mi sentivo liberata e purgata e profondamente padrona della situazione. Devo ammettere che il mio rigore non era del tutto lodevole. Esisteva e poteva solo esistere in tandem con un rigore analogo dall’altro lato delle Santa Monica Mountains. Mentre portavo avanti la mia opera di scarto, di giusto e implacabile svuotamento, Nik faceva l’opposto. Organizzava i resti dell’anno. Accumulava e archiviava e classificava tutto. Il cumulo traboccante di un anno di cose. Non scartava quasi niente; voleva ricordi di ogni momento. E le sue accumulazioni in qualche modo coprivano le mie eliminazioni. La mia liberazione era gentilmente offerta dall’ordinata attività di raccolta e conservazione di mio fratello. Ma ovviamente il suo compito era molto più complicato del mio. Non solo conservava, ma documentava. Chiosava, annotava, scriveva, sistemava. Aggiornava le Cronache. (Ok, le Cronache. Già mi metto a divagare? Perché se mi metto a parlare delle Cronache a questo punto potrebbe venirne una digressione enorme. Ma ok.)

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