Daniel Clowes Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniel-clowes/ un blog di approfondimento culturale Wed, 22 Oct 2014 13:47:49 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Daniel Clowes Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniel-clowes/ 32 32 Ragazza Y https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/#respond Tue, 21 Oct 2014 15:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23842 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott'anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d'America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper's Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott’anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d’America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper’s Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

Oggi di anni ne ha diciotto e il materiale raccolto nel suo blog è stato felicemente raccolto in due grandi libri (Rookie Yearbook OneRookie Yearbook Two, pubblicati entrambi dall’editore canadese Drawn & Quarterly) pieni di foto, collage, adesivi, tarocchi da staccare e collezionare, playlist, contributi e interviste a varia celebrità come Miranda July, Lena Dunham, Jon Hamm, Zooey Deschanel, David Sedaris, John Waters, Chloe Sevigny, Liz Phair, Daniel Clowes, Carrie Brownstein, Chris Ware e Morrissey. Il terzo volume è in arrivo in ottobre (Rookie Yearbook Three, uscirà per Razorbill, il marchio young adult di Penguin) con interviste a Sofia Coppola, Greta Gerwig e Kim Gordon, e contributi di Dakota e Elle Fanning, Grimes e Kelis.

Gevinson nel frattempo ha intrapreso la carriera di attrice che l’ha vista esordire nel corto First Bass, dare voce insieme a Kathy Bates al corto di animazione Cadaver e a uno dei personaggi dell’ultima stagione dei Simpson, e ottenere una parte nel lungometraggio Non dico altro della regista Nicole Holofcener. Compare anche nel bel documentario sulla musicista, attivista e riot grrrl Kathleen Hanna The Punk Singer, a rappresentare le più giovani, quelle che si riconoscono come figlie spirituali di Joan Jett o M.I.A., hanno usato al meglio i loro insegnamenti e negli anni duemila cercano di essere riot a modo loro.

Su vimeo c’è un video in cui Gevinson canta (bene) Heart of Gold di Neil Young, e su youtube c’è una sua conferenza in cui spiega “l’imprevedibilità della Generazione Y” (quella che raduna la moltitudine di gente nata dagli anni ottanta in avanti) e insiste su quanto la rapidità di tecnologie e mode renda più democratico tutto ampliando così tanto la gamma delle possibilità che fare diventa una necessità. Lei dimostrazione vivente.

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Appunti su The Death-Ray https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/appunti-su-the-death-ray/#comments Thu, 14 Jun 2012 09:27:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8350 Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

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Pubblichiamo un articolo di Andrea Queirolo, uscito sul blog Conversazioni sul fumetto, su «The Death-Ray» di Daniel Clowes (Coconino Press).

di Andrea Queirolo

Notare bene. The Death-Ray è uscito originariamente nel 2004 sul numero 23 di Eightball, ultimo della serie. Il volume uscito di recente ripresenta la stessa identica storia. Quindi, diversamente da come è stato scritto da altri in modo errato, Death-Ray non è l’ultimo fumetto di Clowes, che per adesso rimane Wilson.

Supereroi e esseri umani. Il primo pensiero che può venire in mente leggendo Death-Ray è rivolto alla rivisitazione del genere supereroistico attuata da Clowes. In realtà, ragionando meglio, è evidente come invece l’aspetto supereroistico sia nettamente in secondo piano rispetto alla caratterizzazione dei personaggi. In effetti, se contiamo la copertina sono solo 7 le pagine in cui compare l’alter ego in costume di Andy e di queste solo in 3 Andy è realmente travestito, mentre nelle altre 4 ci sono solo rimandi immaginari. Escludendo la copertina e la doppia pagina di presentazione, invece, il raggio della morte fa la sua prima apparizione solo a pagina 23 e si rivede per sole altre 4 tavole.

Esseri umani con superproblemi. Che è il motto di mamma Marvel dal quale Clowes sembra partire. È evidente il parallelismo fra Andy e Peter Parker. Entrambi sono sfigati, mingherlini, poco portati per lo sport, sfortunati in amore e orfani dei genitori. La stessa origine dei poteri è sia casuale che legata alla scienza: Peter Parker viene morso da un ragno radioattivo, mentre i poteri di Andy provengono da un ormone sperimentale iniettatoli dal padre che si aziona fumando una sigaretta (ma se Andy non avesse mai fumato?).

Death-Ray come Spider-Man. Vi è anche una notevole somiglianza fra il costume di Death-Ray e quello di Spider-Man, visibile dalla scelta dei colori, rosso e blu. Anche l’ambientazione metropolitana è comune a entrambi i personaggi. Inoltre è curioso che ci sia stata un’occasione antecedente nella quale a Clowes fu proposto di disegnare Spider-Man sui testi Peter Bagge, opportunità che non si realizzò per volere dell’autore.

Clowes e Ditko. È noto l’amore di Clowes per le storie di Ditko. In un’intervista all’Alternative Press Expo del 2010 Clowes ha raccontato di come lo ha incontrato nel 1979 mentre si trovava a New York: semplicemente aprendo la pagine bianche e trovandoci sopra “Steve Ditko, artista”. In un’intervista per AV Club (da noi tradotta qui) Clowes diceva riguardo Deat-Ray: “L’idea iniziale nasce da qualcosa che era parte di me quando avevo l’età di Andy, circa 16 anni. Ero ossessionato dai fumetti dell’Uomo Ragno di Steve Ditko, talmente intrippato che ho cercato di creare… Beh, non ho mai pensato che fosse “una mia versione” di qualcosa: la ritenevo unica, ma metteva in campo identiche emozioni. “

La motivazione della storia. Con quello detto sopra è evidente come Death-Ray sia la declinazione supereroistica del lavoro generale di Clowes, al quale non sono mai interessati i supereroi, ma le loro vite reali. Quindi, sgombrando il campo e a scanso di equivoci, Death-Ray non è una parodia del fumetto supereroistico, ne un omaggio a questo genere. Per rendere meglio l’idea, basta sapere che quando Clowes da ragazzino leggeva le storie di Superman, saltava a piè pari le parti in costume e si concentrava sulle vicende di Clark Kent e Loise Lane o, semplicemente, si trovava più a suo agio con le bizzarrie di una testata come Superman’s Pal Jimmy Olsen.

La nemesi. In Death-Ray non c’è un cattivo da combattere come si confa a ogni supereroe, almeno che non prendiamo in considerazione il fatto di poter identificare il mondo intero e gli esseri umani come la vera nemesi di Andy, che in effetti è mosso molto più da idee morali generiche che da veri intenti anti criminali. Di sicuro, Andy utilizza il suo potere in maniera arbitraria infischiandosene ampiamente del consueto detto “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”.

Andy e Louie. Death-Ray è soprattutto la storia di due amici, Andy e Louie. Un’amicizia forzata che, data la passività di Andy, pone Louie in posizione di controllo. È Louie che decide cosa fare dei poteri di Andy e del raggio della morte ed è sempre lui che fantastica su un “dinamico duo” di supereroi. Il rapporto fra i due sfocia in conflitto: sul finire della storia Louie, forse invidioso dei poteri di Andy o forse dopo essersi reso conto della loro pericolosità, tenta di ucciderlo. Come per altre sue opere Clowes mette al centro della narrazione un rapporto fra due personaggi, pensiamo a David e Dot in David Borng, a Mr e Mrs. Ames in Ice Haven, a Wilson e Pippy in Wilson e a Enid e Rebecca in Ghost World.

Louie e Death-Ray. Senza Louie probabilmente Andy non avrebbe mai usato il raggio della morte o fumato una sigaretta. È sotto consiglio dell’amico che Andy fa sparire uno scoiattolo (situazione che causa a Andy un forte rimorso di coscienza) e polverizza il nuovo fidanzato della ex-ragazza di Sonny. È sempre Louie a spronare Andy a cancellare dalla faccia della terra il proprio rivale Stoob.

L’età adulta. Il passaggio del tempo e i cambiamenti dei personaggi sono un punto cardine del libro. Dal taglio di capelli al cambio vestiario fino alle rughe. Death-Ray è un trattato sul diventare adulti e sul prendere delle decisioni. Di per sé il fumare è già un’atteggiamento adulto e possiamo notare come Clowes evidenzi la spocchia dei due amici mentre passeggiano a mento alto con la sigaretta in bocca controllando chi li guarda e dandosi un tono. Lo stesso Andy si mette in discussione, decidendo di essere “adulto” e di poter scegliere dove vivere dopo la morte di suo nonno. Differentemente dal classico genere supereroistico, sempre fermo nel tempo, in Death-Ray ci troviamo davanti al nostro protagonista da vecchio.

Il giovane e il vecchio Andy. Il libro si apre e si chiude con un inacidito Andy di mezz’età molto diverso dal ragazzino silenzioso e insicuro che copre tutta la parte centrale del racconto. Il fiume di parole che scaturiscono dalla bocca del vecchio Andy comunica impotenza e frustrazione nei confronti del mondo e della razza umana; uno sfogo a cui Clowes ci ha spesso abituato, che qua viene ancor più accentuato dai superpoteri di Andy, che alla fine rifiuta di usare perché intanto “cosa può uno solo contro tutti?”. Con due matrimoni falliti e poche prospettive per il futuro, con lo sguardo truce e abbacinato, nella doppia splash page che chiude il volume Andy cammina solitario per la strada. È interessante notare come invece la doppia splash page in apertura ritragga Andy e Louie che giocano assieme.

Clowes e Hanna-Barbera. Comincio a sospettare che Clowes sia affezionato all’immaginario visivo di Hanna e Barbera. Nelle prime pagine di Death-Ray fa capolino George Jetson dei Pronipoti, mentre in Ice Haven c’era un rimando ai Flintstones. Inoltre, come nota Paul Gravett (in questo articolo da noi tradotto), le copertine originali delle ultime opere di Clowes riprendono il formato di quelle degli albi speciali di Hanna-Barbera.

Lo stile. A esser sinceri questo è il fumetto meno curato di Clowes. A scanso di equivoci cercherò di spiegarmi meglio. I disegni sono decisamente più semplici e sbrigativi del solito, quasi come se Clowes avesse avuto l’urgenza di disegnare velocemente per fermare su carta le sue intuizioni. Anche i cambi di stile abituali sono presenti in maniera minore rispetto al precedente Ice Haven o al seguente Wilson. Questo non è un male, perché se ne può accorgere solo un occhio ben allenato, ma è invece un punto a favore. Death-Ray infatti è la storia più diretta di Clowes: arriva veloce e colpisce duro.

Il montaggio. Archiviata la pratica Ice Haven, per Death-Ray Clowes ha puntato a essere più lineare. Quindi, ha suddiviso la storia in due parti: la prima, quella con Andy vecchio, apre e chiude il volume; la seconda, quella con Andy giovane, occupa la parte centrale. Evitando intrecci particolari Clowes avanza nel racconto montando in sequenza 33 piccoli capitoli. Con questo non intendo dire che Clowes abbia disegnato la storia in sequenza. Molto più probabilmente e come è consono fare, data anche l’autoconclusività delle pagine, ha disegnato le tavole senza procedere in maniera continuativa, cioè dalla prima all’ultima pagina, andando a comporre solo in seguito la storia in modo lineare.

La tecnica del gap temporale. Fra i “trucchetti”, come a me piace definirli, che Clowes impiega con grande maestria in questo fumetto, c’è il salto temporale fra una vignetta e l’altra. Una tecnica che Clowes usa da sempre, sconosciuta ai più, di cui voglio parlarvi. Durante il suo approccio alla tavola, Clowes è solito lasciare dall’una alle tre vignette vuote, indipendenti da quello che sta disegnando, sulle quali torna una volta finito il resto, per riempirle. Un metodo inusuale, dettato da una sorta di orologio interno dell’autore che permette di mantenere il ritmo della storia. Una soluzione istintiva che spiega le pause, le accelerazioni e i nonsense che rendono prezioso il suo lavoro di fumettista.

Le nuvolette e la dimensione spazio-temporale. Nella pagina qua sopra vediamo Andy che assiste al pestaggio di Louie mentre ci parla delle sue scelte e delle sue sensazioni. A narrare non è il giovane Andy, ma quello vecchio che ricorda il suo passato. Possiamo distinguere questa voce narrante dalla diversità della forma delle nuvolette. Infatti quelle di Andy sono più quadrate rispetto a quelle degli altri. Una differenza minima ricorrente in Death Ray, un esempio esemplare delle possibilità del fumetto, rafforzato dalle stesse nuvolette che sconfinano nelle vignette adiacenti.

Il disegno. Dal primo all’ultimo numero di Eightball lo stile di disegno di Clowes è cambiato notevolmente. Infatti, non solo ha raggiunto una semplificazione per certi versi estrema, ma ha anche spostato le sue basi e le sue influenze. Dalla EC Comics a Charles Schulz, da Nancy ad Archie. Da uno stile rigoroso fatto di retini e spigolature a uno semplice, rotondo, scarno di particolari se non quelli in primo piano, colorato in maniera piatta, teso alla massima leggibilità e scorrevolezza, nel rispetto di chi leggerà – non del lettore in quanto target – e quindi alla ricerca di una forma espressiva fumettistica personale e perfetta.

La copertina. Premettendo che l’edizione italiana della Coconino, anche se leggermente più piccola, si presenta meglio di quella originale, quello che colpisce di più in copertina è l’utilizzo del rosa, colore che non si ripete per tutto il libro. Siccome Clowes non è uno che fa le cose a caso, pensando alla motivazione dell’impiego di questo colore la risposta che mi posso dare è che il rosa, fra le altre cose, rappresenta la sensibilità e rifiuta quello che è arrogante e disarmonico. Inoltre è il colore delle emozioni e della giovinezza. Il rosa, quindi, può riassumere i concetti chiave del libro.

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Le ragazze del fumetto https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/le-ragazze-del-fumetto/#comments Wed, 04 Apr 2012 08:49:43 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7335 In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l'importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

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In questo articolo, uscito per «D di Repubblica», Tiziana Lo Porto ci presenta alcune giovani fumettiste della scena comics italiana, che intervistate sottolineano tutte quante l’importanza del web e dei social network per la diffusione delle loro opere.

Sono nate negli anni Ottanta, di mestiere fanno i fumetti, vivono dove le porta il disegno, hanno un blog. È in rete che bisogna cercare per incontrare le ragazze italiane del fumetto. Si annidano tra blog e social network, raccontano in forma di disegno il loro quotidiano vivere, concedono eleganza, umorismo e irriverenza all’altrimenti asettica dimensione virtuale. “Se fai fumetti avere almeno un blog è molto importante. A essere bravi e professionali si ha anche una pagina web. Bisogna sfruttare il più possibile gli aspetti positivi e l’aiuto che ti può offrire la rete per diffondere il tuo lavoro”.

A parlare è Alice Socal, nata a Mestre nel 1986. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna e attualmente vive e studia ad Amburgo, da dove pubblica i suoi lavori sul blog vuoto-incipiente.blogspot.com, ed è autrice di una delle più folgoranti opere prime a fumetti pubblicate in Italia lo scorso anno.

Il racconto si chiama Luke. Anche i cattivi invecchiano (Giuda Edizioni) ed è un sequel geniale e surreale di Guerre Stellari con protagonista uno stropicciatissimo e a modo suo amletico Luke Skywalker. Finite le sue eroiche imprese, Luke è diventato uno di noi, è ingrassato, ha anche lui una vita squallida e monotona fatta di supermercati e piatti di lavare, deve prendersi cura del padre disabile, che nel disegno è la testa-maschera di Darth Vader, di volta in volta disegnata mentre sta appoggiata sul tavolo della cucina, cade dal tavolo della cucina, viene raccolta da terra e rimessa sul tavolo, beve un succo di frutta, chatta davanti al portatile.

“Certo, poi si finisce per perdere ore e ore a guardare foto dei tuoi vecchi compagni delle elementari, delle ex fidanzate dei fratelli e dei loro figli, cani e tutto il resto”, riprende Alice Socal continuando il suo ragionamento su pro e contro di blog e social network, “ma tant’è, è il prezzo da pagare”.

 D’accordo con lei MP5, acronimo di Maria Pia Cinque, fumettista e street artist nata nell’80, autrice insieme a Valerio Bindi del graphic novel Acqua storta (Meridiano Zero). Dice MP5: “I social network e i blog sono utili per diffondere qualsiasi cosa: musica, arte, fumetto, murales. Io sono sempre presente sul web, mutando forma e canali di volta in volta”. Al momento è mpcinque.com, sito pieno zeppo di illustrazioni, tavole a fumetti, foto di murales e di installazioni, animazioni. In bella vista la copertina nera e bianca del suo ultimo lavoro, Palindromi (GRRRzetic editrice), libro a fisarmonica che è anche serigrafia e poster e murales e quadro.

“Il concetto di palindromo mi ha sempre interessata”, spiega, “ho sempre bisogno di almeno due chiavi di lettura per leggere il mondo. Mi interessano gli enormi giri che facciamo per poi tornare al punto di partenza, la continua reiterazione. Sono partita da questa sola idea per realizzare Palindromi, senza sapere dove sarei andata a finire. All’inizio era un lungo murales per una mia personale al museo di Terni. Ho poi fotografato il tutto e l’ho montato su una struttura a fisarmonica per vedere come funzionava. Palindromi è un libro se vuoi che sia un libro, altrimenti aprendolo diventa un lungo murales dove i disegni si susseguono e ti mostrano ancora altre verità”.

Fatto a mano in 400 copie, Palindromi rientra a pieno titolo nella categoria dell’hand made, tornato in voga di recente (o forse mai passato di moda) nell’editoria e non solo (di vestiti, accessori, custodie di cd e quant’altro fatto a mano abbondano negozi, siti internet e mercatini).

“La possibilità di confezionarti il tuo libro a mano è il valore aggiunto dell’editoria indipendente. E l’essere indipendente è l’elemento più contemporaneo del fumetto italiano. Se fai o ti interessi di fumetti la scena dell’autoproduzione è quella da tenere d’occhio”, dice Eleonora Enid Antonioni, nata a Roma nell’83, autrice di magnifici albi a fumetti che si fabbrica da sé e vende in rete o alle fiere del fumetto e di un diario che pubblica quotidianamente online sul blog eleonora-antonioni.blogspot.com. Nessuna parentela con Antonioni il regista, e uno strano “Enid” tra nome e cognome preso in prestito a Enid Coleslow, eroina di Ghost World di Daniel Clowes, serie di culto a fumetti degli anni Novanta diventata film per la regia di Terry Zwigoff.

Quando è uscito per la prima volta il fumetto di Clowes, Eleonora doveva avere più o meno dieci anni. “Ma quand’è uscito il film di anni ne avevo diciotto”, dice, “e me lo ricordo benissimo. Ho visto prima il film e poi ho scoperto il fumetto. E in Enid mi ci sono ritrovata, anche fisicamente”. Le chiedo chi altre sono le sue eroine predilette, e lei cita Mikako Koda, la protagonista del manga di Ai Yazawa Cortili del cuore (è la storia di una ragazzina che sogna di fare la stilista, e ci riesce), poi mette da parte i fumetti e pesca nell’immaginario tout court, donne in carne e ossa incluse: Amélie Poulain, Louise Brooks, Palma Bucarelli. Eleonora mi racconta di quando da bambina leggeva i fumetti, “quasi unicamente Disney, e ogni tanto Il giornalino”, e la cosa che la interessava era il mestiere.

“Andavo a cercare i nomi dei disegnatori per capire come funzionava il fumetto come lavoro”, dice. “Poi da adolescente mi sono allontanata da quei fumetti lì e mi sono avvicinata ai manga. E ho iniziato a disegnare le prime storie che facevo girare a scuola tra i compagni di classe. Finito il liceo ho deciso di concretizzare tutto facendo la Scuola di Comics”.

Le chiedo secondo lei quanto siano necessarie le scuole per un mestiere del genere, e lei mi risponde che “sicuramente le scuole aiutano. Ti fanno migliorare molto, soprattutto tecnicamente, e lo fanno in fretta. Chi vuole fare fumetto lo può fare a prescindere dalle scuole, certo, e magari da autodidatta puoi raggiungere gli stessi risultati, ma ci metti più tempo. A scuola hai delle scadenze, di settimana in settimana, che ti fanno entrare nell’ottica del mestiere del fumettista. È a scuola che impari la disciplina e capisci cosa significa lavorare nel fumetto”. Poi aggiunge che quando andava a scuola lei le più disciplinate e puntuali nelle consegne erano le ragazze. “Prendevamo la cosa molto più seriamente”, dice, “e la maggior parte di noi ce l’ha fatta, siamo riuscite a fare del fumetto un mestiere”.

Le chiedo se da qualche parte si ritrovano, e più in generale se esiste una scena femminile del fumetto italiano presente e visibile su riviste, antologie o festival. Lei mi cita Teiera (teiera.blogspot.com), piccola preziosa casa editrice autoprodotta creata e curata da Giulia Sagramola e Cristina Spanò. Entrambe nate nell’85, entrambe fumettiste e illustratrici, entrambe blogger (giuliasagramola.blogspot.com e cristinaspano.blogspot.com), per passione e diletto nel 2010 hanno fondato una loro etichetta indipendente in cui pubblicano piccoli libri monografici e antologici legati all’illustrazione, al fumetto e alla grafica.

Molti degli autori in catalogo sono ragazze: tra le tante ci sono Eleonora Enid Antonioni con Il giorno che scommisi la testa col diavolo e Sarah Mazzetti (recentemente entrata tra le curatrici dell’etichetta) con Sutrino. Petit Kamasutra for people who love each other, e nelle antologie Anna Delforian, Cristina Daura, Irati Fernandez, Gemma Correll, Anke Weckman, Lilli Carré, Clara Tanit, Mireia Perez e le stesse Sagramola e Spanò.

“Il fatto di avere più donne che uomini in catalogo è una coincidenza”, dice Giulia, autrice del bel memoir a fumetti Bacio a cinque (Topipittori). “Di sicuro il fumetto è un genere narrativo ancora dominato da una forte presenza maschile. A differenza dell’illustrazione, ci sono più uomini che disegnano fumetti. Ma non voglio pensare che la difficoltà a emergere sia legata al proprio genere, spero di no. Anche se a volte sento una differenza nel come chi legge i fumetti percepisce le storie a seconda se queste siano scritte da uomini o da donne. Come se alcune storie scritte da donne, dovessero per forza pretendere un pubblico prettamente femminile”.

Le storie che pubblicano con Teiera non pretendono nessun pubblico prettamente femminile, e molto dicono del talento e senso pratico di queste ragazze che dell’essere donne ne fanno pregio e non difetto. Lo considerano a modo loro un valore aggiunto (e di fatto lo è). A sentirle parlare, dall’alto dei miei quarant’anni, mi viene in mente una vignetta di Quino in cui Mafalda è insieme alla madre che fa il bucato. Mafalda la guarda e dice: “Mamma, cosa ti piacerebbe fare se tu potessi vivere?”

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Daniel Clowes parla di Wilson https://minimaetmoralia.it/libri/daniel-clowes-parla-di-wilson/ https://minimaetmoralia.it/libri/daniel-clowes-parla-di-wilson/#respond Thu, 30 Jun 2011 08:38:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4643 er gentile concessione di Conversazione sul fumetto, vi proponiamo oggi una conversazione con Daniel Clowes riguardante il suo ultimo libro, Wilson, pubblicato in Italia da Coconino. L’intervista è apparsa sul Portland Mercury e la traduzione è di Andrea Pachetti.

Come sta andando la tua giornata?
Oh, tutto bene. Sono appena tornato dalla promozione di un libro durata una settimana, e oggi è uno di quei giorni tipo – uh oh! – ho 3600 mail a cui rispondere, tutte urgenti!

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Per gentile concessione di Conversazioni sul fumetto, vi proponiamo oggi una conversazione con Daniel Clowes riguardante il suo ultimo libro, Wilson, pubblicato in Italia da Coconino. L’intervista è apparsa sul Portland Mercury e la traduzione è di Andrea Pachetti.

Come sta andando la tua giornata?
Oh, tutto bene. Sono appena tornato dalla promozione di un libro durata una settimana, e oggi è uno di quei giorni tipo – uh oh! – ho 3600 mail a cui rispondere, tutte urgenti!

Quindi sei tornato in California, adesso?
Già, almeno per un paio di giorni.

È in questa città che svolgi la maggior parte del tuo lavoro?
Qui è dove sto, esatto. È dove vivo.

Bene, parliamo di Wilson?
Sì, certo!

Allora, l’ho sfogliato di nuovo oggi, rileggendo alcune di quelle brevi strip per la seconda volta, altre addirittura per la terza…
…Be’, l’idea era quella. Speravo che le persone le leggessero, per dire, almeno quattro volte. Dare cioè valore al loro acquisto.

Già. Rimanendo su questo, ho potuto notare che c’è un sottile gioco d’anticipazione nel libro. Specialmente all’inizio, dopo la prima lettura, non ero riuscito a comprendere lo “scherzo”. Alla seconda, però – conoscendo in anticipo la storia – ecco, arriva tutto un altro “scherzo”.
Ottimo, ne sono lieto. Quello che volevo era che lo si leggesse come se fossero un insieme di storie senza coesione, per poi arrivare alla fine dicendo: “oh, ma queste piccole cose apparentemente disconnesse in realtà sono tutte collegate!”

È stato divertente, infatti, rileggerlo una seconda volta. Questo mi porta a pensare, parti da una sceneggiatura completa?
Sai, di solito non ho una sceneggiatura completa di dialoghi, descrizioni eccetera, piuttosto ho chiara la progressione degli eventi prima di sentirmi pronto a iniziare. Devo anche avere un finale, ho imparato a mie spese che senza un finale sei nei guai. All’inizio pensi: “ma sì, un finale mi verrà in mente andando avanti”, però poi non funziona mai così. Perciò devo averne almeno uno da usare in casi disperati. Spesso lo cambio, quasi sempre viene modificato in corso, ma devo averlo come rete di sicurezza oppure vado nel panico a metà lavoro.

Quindi questo particolare particolare di Wilson lo avevi già in mente mentre ti avvicinavi alla fine della sceneggiatura?
Guarda, l’unico cambiamento che avevo nelle mie intenzioni era che il libro aveva troppe pagine, quindi ho tagliato, tagliato e tagliato ancora. Volevo che fosse accorciato e smussato a dovere. Ritrovandomi con parecchio materiale alla fine, ho spuntato tutto fino all’essenziale.

Capisco. Sono stato sorpreso inoltre dalla facilità con cui il libro si lascia leggere, senza perdere però il suo potente impatto.
Be’, tra alcune strisce ci sono anche alcuni anni di distanza. Questo implica che ci sia molto di più di ciò che effettivamente appare. O, almeno, è ciò che ho cercato di fare.

C’è anche un aspetto ritmico in ogni pagina, con una battuta finale presente in ognuna di esse. In un certo senso, pensavo, potrebbe essere definita come una specie di poesia visiva?
Interessante, davvero. Proprio come un metronomo.

Sì, sembrava avere una vera e propria cadenza ritmica.
È stato il mio impulso originario, nato dopo aver letto delle raccolte di strisce a fumetti, ad esempio dei Peanuts. Ogni striscia dovrebbe essere letta giornalmente e non è strutturata per essere inserita in volume. Ma se ne leggi, diciamo, un centinaio tutte di fila, ti comunicano una specie di… insomma, si inizia a percepire questo ritmo e si finisce per attenderlo sempre, pagina dopo pagina. In questo tipo di strisce è presente un sottotesto narrativo non esplicito, oltre ad apparire sempre legate all’attualità: ci sono le strisce estive, poi quelle di Natale e si percepisce di star assistendo a una narrazione, sebbene non ne sia stata imposta una vera e propria. È stato il mio primo pensiero quando ho iniziato a realizzare questo volume: e se si avesse effettivamente in testa una vera narrazione, come a leggere una raccolta di strisce a fumetti? Ma l’idea della poesia mi piace ancora di più. Suona senz’altro più rispettabile [risata].

Questo mi porta a domandarti se tu legga poesia o meno…
Un po’. Mia moglie insegna Inglese a Berkeley, ma si occupa principalmente di romanzi e non di poesia. Ovviamente ne abbiamo un sacco in giro per casa, poiché ha dovuto studiarla nel corso degli anni. Così ogni tanto mi capita di prendere in mano un Keats o qualcosa di simile e leggere… La cosa bella della poesia è che puoi leggerne quanta ne vuoi in una singola notte e poi la successiva passare senza problemi a qualcos’altro.

È interessante notare come si possa aprire il volume a una pagina qualsiasi e scoprire che funziona anche a sé stante.
Sì, ogni volta che do un’occhiata a un libro, specialmente se si tratta di un libro con immagini, lo apro proprio a metà, nel senso che mi viene proprio di prenderlo dallo scaffale, aprirlo in mezzo e, se mi colpisce, continuare a leggerlo un po’ e poi tornare indietro fino all’inizio. Così era proprio la mia speranza, che ci fosse qualcuno con le mie stesse abitudini, che prenda Wilson dallo scaffale, lo apra e dica: “oh, guarda, un sacco di battute divertenti, forte” e magari poi ne sia definitivamente conquistato.

E poi li colpisci con durezza!
Sì, esatto, così poi leggono tutto il volume in libreria e finiscono per non comprarlo.

[ridiamo entrambi]

Hai parlato del legame tra attualità e Peanuts e dell’esaminare le strisce a fumetti in questo senso, così mi viene da chiederti quando hai iniziato a scrivere questo volume, e se ti stessi riferendo anche al clima economico del tempo.
Assolutamente sì. Mi sembra di aver iniziato nel 2008, giusto dopo il grande crollo economico. Era l’anno delle elezioni, proprio all’inizio della campagna elettorale e questa era senz’altro la grande questione su cui interrogarsi. Inoltre ovunque i posti di lavoro sembravano scomparire all’improvviso e tutti coloro che conoscevo avevano la faccia modello: “cosa cavolo sta succedendo qui?”. Penso ci fosse molto più panico allora di quanto ve ne sia adesso, ormai ci siamo abituati al nuovo clima. Il pensiero tipico era: andrà tutto sempre peggio? La sensazione era che ci stessimo dirigendo verso qualcosa di davvero devastante.

Una cosa divertente da notare è come Wilson si preoccupi dell’economia solo quando questa interviene nella sua vita privata.
[risata] Senz’altro. Si ritiene rappresentativo dell’umanità intera. Pensa tutto ciò che dice, ritiene che le persone comprendano tutto ciò di cui parla e siano d’accordo con lui, lo dà per scontato e in realtà, be’, non accade mai.

Sì, ho notato che questo è un aspetto davvero disturbante del libro: il fatto che lui si ritenga un ‘uomo qualunque’.
[Clowes ride]

Ci sono però altre volte in cui, in modo davvero curioso, egli diventa davvero un ‘uomo qualunque’. Possiede questi aspetti che sono propri di un sacco di persone, quando uno mente a se stesso oppure si pone obiettivi che poi non perseguirà. Contrapposto a questo, si ha la visione terrificante di Wilson che inveisce contro un estraneo [Clowes ride ancora] poiché non ha salutato il suo cane.
Esatto. Forse non ci vediamo tutti come ‘uomini qualunque’, in un certo senso? Voglio dire, ci riteniamo eccezionali, in un modo o nell’altro. Penso che tutti ci consideriamo collegati al prossimo e, se sapessimo dove guardare, potremmo far parte di questa comunità accogliente.

Gradisci che il lettore empatizzi con Wilson?
Ho notato che le persone che sembrano ricevere il massimo dal volume sono quelle che, a malincuore, hanno ammesso di gradire Wilson o che comunque sono d’accordo con lui. Ci sono anche lettori che sono completamente resistenti. In questi casi appare solo alienante e non qualcuno a cui ti puoi interessare per davvero: senza esitazioni, non hanno nessuna intenzione di fare quel salto necessario. Cioè, magari possono trovarlo divertente, ma non penso che riceveranno dal volume tanto quanto coloro che sono abbastanza generosi da vedere un po’ d’umanità in questo pover’uomo.

E tu, empatizzi con lui?
Sempre di più, con l’andare del tempo. Mentre stavo realizzando il volume, lo ritenevo un divertimento infinito: era davvero un buon personaggio con cui lavorare. È sempre stato buffo vedere che cosa avrebbe fatto, ogni volta era come una sorpresa. Gli puoi gettare addosso ogni sorta di problemi e lui si comporta sempre a modo suo: non penso di avere pieno controllo su di lui, sembra quasi deviare dalla direzione in cui la battuta ovvia ti condurrebbe, mi diverte molto. Non riesco a inquadrarlo come buono o cattivo. Dopo che il libro è stato concluso, ho notato che ci sono alcuni punti in questa storia che sembrano davvero andare a sfidare il lettore a entrare in empatia con Wilson, ma personalmente mi ritrovo a prendere le sue difese sempre di più. Ritengo che abbia ragione su un sacco di cose, ma forse le dice in un modo tale da non essere accettato dal prossimo. Ma questo non signifca che ciò che dice o pensa sia sbagliato.

È basato su qualcuno in particolare?
È un mix di un tipo specifico di persone che vive proprio in questa zona. Ce ne sono un sacco, ai margini della Bay Area, non nelle zone lussuose di San Francisco, ma a Oakland e Berkeley. Pur con l’educazione e l’intelligenza di tutti gli altri, nel loro percorso hanno scelto di non avere un lavoro fisso, quindi a una certa età tendono a essere duri, eccentrici e isolati dal prossimo. Ma fondamentalmente sto descrivendo tutti i miei amici e, forse, anche me stesso.

Quindi è per questo che hai ambientato una porzione del volume a Oakland, proprio perché conosci quel tipo di personaggio?
Esatto, sin dall’inizio l’ho immaginato come il ‘Tipo di Oakland’: Oakland è un posto molto interessante, un po’ trascurato. Ha una sua atmosfera tutta particolare e ho pensato che avessimo proprio bisogno di un ‘Tipo di Oakland’ che ci rappresentasse tutti. Non sono molto sicuro che il sindaco sarà felice di avere Wilson come rappresentante della città, in ogni caso.

Ok, adesso arriva la domanda che ti staranno chiedendo più spesso, relativa allo stile di disegno che cambia di continuo, tavola dopo tavola. Quale significato vorresti che la gente gli attribuisse?
Penso che il vero significato si trovi soltanto nell’idea di realizzare il volume in questo modo. Non vorrei che nessuno pensasse a qualche specie di rebus da risolvere…

Infatti io ho iniziato a provare…
Be’, capisco che questo genere di cose sia allettante, ma non vorrei davvero che distraesse dalla lettura della storia. Quando ho iniziato, ho provato davvero a realizzarla con uno stile uniforme: in questo senso ho continuato a sperimentare con stili diversi, fino a che mi sono accorto che tutti erano necessari affinché il volume funzionasse davvero. A mio parere, mostra che questo personaggio in realtà non è quello che sembra. Inoltre, è stato anche un modo di regolare il volume stesso. Se tutto fosse stato disegnato nello stile “goffo e divertente”, penso che il ritmo si sarebbe smorzato dopo un po’. Riuscendo invece a modularlo in un modo assai sottile, modificando lo stile grafico, si può cambiare ciò che potrebbe essere letto come un banale scherzetto in qualcosa di tragico, o disperato, un ampio spettro emozionale che trascende quello della battuta finale dalla risata facile. Ecco ciò che mi interessava davvero, giocare coi sottili cambiamenti di tono lungo tutta l’evoluzione del libro.

Progetti per il futuro?
Sto realizzando un paio di libri. Il primo è una raccolta della striscia che ho realizzato per il New York Times Magazine, Mister Wonderful: si tratterà di un volume contenente l’edizione completa ed espansa. Dopo di questo, sono già eccitato all’idea di iniziare qualcosa di nuovo.

Pensi che da adesso in poi continuerai a realizzare dei volumi completi?
Penso di sì, ritengo che sia il modo giusto di procedere, ora come ora. È un po’ scoraggiante perché ci vuole un sacco di tempo per presentare qualcosa, vista la costrizione di dover lavorare in isolamento ogni giorno. Ma, una volta finito, è molto bello poter mostrare un volume completo e inedito, che il pubblico non ha mai visto prima. Wilson è la prima esperienza di questo genere.

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Somiglianze di Famiglia https://minimaetmoralia.it/scrittura/somiglianze-di-famiglia/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/somiglianze-di-famiglia/#respond Mon, 22 Feb 2010 12:50:56 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1815 Rapporti disfunzionali tra scrittori e autori di fumetti. Scrivo questi appunti in qualità di lettore. Con l’autorità che mi conferisce questo ruolo, vorrei provare a tracciare certe parentele tra alcuni scrittori americani contemporanei e alcuni autori di fumetto, sempre americani, sempre contemporanei. Mi gioco subito i nomi: Rick Moody, Jonatham Lethem, David Foster Wallace, da […]

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Rapporti disfunzionali tra scrittori e autori di fumetti.

Scrivo questi appunti in qualità di lettore. Con l’autorità che mi conferisce questo ruolo, vorrei provare a tracciare certe parentele tra alcuni scrittori americani contemporanei e alcuni autori di fumetto, sempre americani, sempre contemporanei. Mi gioco subito i nomi: Rick Moody, Jonatham Lethem, David Foster Wallace, da una parte; e Chris Ware, Daniel Clowes, Adrian Tomine, dall’altra. Tre e tre. Va da sé che la lista dei nomi potrebbe essere più ampia, e forse lo sarà pure, ma anche così dovrebbe essere sufficiente a far passare due concetti che ho in mente. I due concetti, a loro volta, hanno a che fare con un terzo concetto, quella della Somiglianza di Famiglia formulato da Wittgenstein, vi riporto la citazione: chi ha occhio per la somiglianza di famiglia può riconoscere che c’è una certa parentela tra due persone, anche senza saper dire in che cosa consista la somiglianza. È mia intenzione affermare che questi autori formino il nucleo di una famiglia molto più ampia nella quale compare almeno uno zio Paul Auster e uno zio Art Spiegelman, un cugino di primo grado di nome Michael Chabon (quasi un fratello a dire il vero), un cugino acquisito, David Mazzucchelli, e una zia giovane con la quale andare a fare compere al centro commerciale, AM Homes. Forse è meglio non aggiungere altro: le famiglie sono “tutto un gioco di specchi”, per citare Moody. È altresì mio dovere, però, affermare che come Wittgenstein, a questo punto della trattazione, non saprei dire con precisione in che cosa consista la somiglianza tra questi autori.
Però.
Tutti e sei condividono, grosso modo, un dato biografico essenziale, sono cresciuti negli Stati Uniti d’America durante tra gli Anni ’60 e ’70 . Hanno consumato la stessa cultura pop, sono stati ricoperti dalla stessa polvere sottile. Questo significa che tra i loro consumi giovanili c’erano i fumetti della Marvel e della DC Comics (anche se la Marvel era di gran lunga la favorita: La DC Comics presentava una realtà ridicola e appiattita: Superman e Batman erano dei poveretti rovinati dalla televisione. J. Lethem, La fortezza della solitudine), più tutta la parafernalia che gravitava attorno a questi mondi. Questo dato biografico essenziale, ci porta al primo concetto: l’uso dei materiali pop della propria adolescenza come efficaci metafore per raccontare i dolori della crescita, la crisi della famiglia e i mali della società americana. E scusate se è poco.

Esempio N.1, La tempesta di ghiaccio, Rick Moody 1994: dicembre 1973, una tremenda ondata di freddo colpisce le regioni nordorientali degli Stati Uniti, il tempo sembra fermarsi: per due giorni la neve e il ghiaccio isolano paesi e città… Ma a New Canaan, una cittadina del Connecticut quasi sospinto dalla furia dell’evento meteorologico, un destino feroce scardina i delicati equilibri della famiglia Hood…
In sintesi, Moody racconta la crisi della famiglia americana. Per farlo utilizza un narratore che è un suo potenziale alter ego, un ragazzino che torna a casa da scuola per il giorno del Ringraziamento. Paul Hood, questo è il suo nome, è un vorace lettore dei Fantastici Quattro.

Per quasi un anno – un anno in tempo reale, un anno nella vorticosa adolescenza di Paul Hood, ma apparentemente pochi giorni nel tempo statico e impercettibile dei fumetti Marvel – Sue Richards, nata Storm, altrimenti nota come Invisibile Girl, era stata allontanata dal marito, Reed Richards. E adesso era reclusa in una campagna insieme a Franklyn, il loro figlio dalle doti misteriose. Sarebbe tornata soltanto se Reed avesse imparato ad assumersi le proprie responsabilità famigliari, quei sommi legami che giacevano sotto la superficie del suo lavoro…

Il primo numero [dei FQ, N.d.R.] era uscito esattamente dodici anni prima, nel 1961, con la cronaca della battaglia contro Mole Man. La sorella di Paul, Wendy, era quasi coetanea di quel numero. Quattordici anni prima la sua famiglia era approdata all’attuale forma tetragonale. In effetti, a pensarci bene, era possibile che Wendy fosse nata durante la gestazione creativa che aveva portato ai Fantastici Quattro. Dov’era Stann Lee in quei due anni? Gli Hood si trascinavano appresso le implicazioni di quei personaggi come se anche a tirare le loro fila ci fosse proprio Stan…

In poche parole, i F.Q. con i loro errori e la loro devozione, raccontavano cose vere sulla famiglia.

Esempio N2, La fortezza della solitudine, Jonatham Lethem, 2005: siamo sempre nell’America degli anni ’70, questa volta però non siamo in provincia ma a New York, per la precisione a Gowanus Street, Brooklyn. È la storia di un ragazzino bianco, Dylan Ebdus, e dei suoi tentativi di crescere in un quartiere nero, in un periodo che ha visto nascere un sacco di cose, tra cui: il Punk, il Rap, i Graffiti, il Crack, e i “Superpoteri nel mondo reale”. Sì, avete letto bene, in qualche modo in questa storia di puro realismo sporco, i superpoteri dei supereroi giocano un ruolo fondamentale. Dimenticavo, Dylan è stato abbandonato dalla mamma e vive con il padre, un brav’uomo a suo modo, chiuso nella soffitta di casa come Superman nella Fortezza della Solitudine, tutto preso a dare corpo al suo progetto artistico.
Fatto sta che un giorno, mentre si trova nel parco del quartiere pronto a scrivere il suo primo TAG, un uomo, un uomo volante, un Superman, piomba giù dal cielo…

L’uomo volante è enorme, vicino. È seduto sul rivestimento di gomma contro il muro, a pochi passi di distanza, le ginocchia rialzate, due mani alla caviglia destra, che massaggiano. La pelle delle sue mani nodose e pietrose e della caviglia, delle due caviglie, nuda sopra sudice scarpe da ginnastica rosse – “scarti” veri e propri – è squamosa, psoriatica, tracce bianche su neroalligatore. Ha addosso jeans grigi per l’unto e una camicia che un tempo era bianca, polsini sfilacciati, un bottone penzolante da un filo. E sulle spalle, stropicciato tra la sua schiena ampia e il muro di mattoni, un mantello…

Questo Superman barbone, alcolizzato e in fin di vita, regala al protagonista un anello dai superpoteri, e da quel momento le vicende di Dylan, della sua adolescenza e della sua futura vita da adulto (un adulto schiavo della sua infanzia, N.d.R.) ne saranno fortemente influenzate.

Esempio N.3, Jimmy Corrigan. The Smartest Kid on Hearth, Chris Ware (1990-2003): non ci penso neanche a scrivere una sinossi per quanto sintetica di Jimmy Corrigan, dovreste averne sentito parlare. Per cui vado diritto al punto: i Superman o sedicenti tali. La tavola che introduce il personaggio mostra Jimmy bambino in macchina con la mamma diretto a una fiera di paese, il classical car show. Arrivati a destinazione, il bambino si allontana e rimane rapito di fronte all’esibizione di un bolso Superman, sul palco con microfono. Lo stesso Superman che poi vediamo allontanarsi con Jimmy e la madre, alla quale, messo a letto il piccolo Jimmy, il nostro super eroe mostrerà i suoi superpoteri per il resto della notte. Qualche tavola dopo, viene presentato l’uomo che quel bambino è diventato, un adulto schivo e al limite della patologia sociale. È nel cubicolo dove lavora, in qualche edificio a Chicago, è solo e triste, guarda fuori dalla finestra e vede un uomo sul tetto dell’edificio di fronte al suo, lo sta salutando, da un campo ravvicinato si scopre che è Superman, anche questo Superman sembra avere problemi di ciccia, nonostante questo: flette le ginocchia e si lancia nel vuoto. Nell’immagine seguente lo troviamo spiaccicato sulla strada, unica figura colorata in un mondo monocromo, i passanti lo guardano incuriositi, nessuno lo aiuta, il tempo passa, comincia a piovere, è sera, le persone sono sempre meno, infine, in un’ultima vignetta, Superman non c’è più, qualcuno lo ha portato via. In quel momento, mentre Jimmy è alla finestra ad osservare la scena, squilla il telefono, è la madre che gli chiede con insistenza: do you still love me?

Esempio N.4, Caricature, Daniel Clowes, 1994: Caricature, raccoglie nove racconti di rara intensità realizzati da D. Clowes. Come per Ware, la scelta di un esempio qui è del tutto casuale, dal momento che il suo lavoro è pieno di esempi che fanno al caso nostro. La sua intera opera, infatti, è un omaggio all’american junk culture; e le sue storie, specie nella forma della “short novella”, hanno per protagonisti supereroi in stile anni ’50. Clowes unisce due qualità che danno al suo lavoro un sapore particolare: da un lato l’ilarità e l’ironia con la quale tratta la cultura pop e i suoi figli; e dall’altro uno sguardo profondo, attento e drammatico, alla vita interiore del personaggio. Prendiamo ad esempio, Black Nylon, la storia che chiude Caricature. Il protagonista è un uomo di mezza età che parla come un detective hard boiled. Quest’uomo vive, parole della sua analista, in un mondo fittizio di sua invenzione, nel quale è una specie di eroe in calzamaglia che deve affrontare un rivale in amore (la donna contesa è proprio la psicanalista), un altro supereroe che si chiama Hero Boy. Dopo essere stato allontanato da casa dalla moglie e dai suoi due bambini, la vicenda del nostro eroe si chiude con la sua sconfitta per mano di Hero Boy. Vi riporto il testo dell’ultima vignetta perché magistrale: Ed eccomi qui oggi, tutto rimesso a nuovo con gli occhiali a infrarossi e una nuova mano meccanica che può stritolare un cranio come fosse una lattina di birra, ma l’unica cosa che voglio fare è sparire… non è facile, credetemi… vorrei semplicemente cancellarmi dallo sfondo e fare in modo che qualcun altro si inventi tutto.

Da questi esempi vorrei trarre almeno due dati che credo possano essere estesi anche ad altri autori della famiglia che stiamo indagando. [Uno] i supereroi della propria infanzia (o dei fratelli maggiori) vengono strappati dai mondi fittizi ai quali appartengono e fatti agire nella realtà. In tutti questi autori, il supereroe è un’entità che proviene da un altro mondo e che si trova gettato nella vita quotidiana. Non è in atto un’opera di revisione storica come quella operata da Moore con Watchmen. Il contesto, in tutti questi casi, è la realtà così come noi la conosciamo. [Due] il supereroe è una metafora di se stesso. Sono Forze Morali che conoscono istintivamente il bene e il male. Ma sono Forze Morali che vivono una profonda Crisi. Precipitano dai grattacieli come involontari suicidi. Sono bolsi, vecchi, non ce la fanno, sono dei barboni pieni di croste e ricoperti di sporcizia. Dalla Giustizia Incarnata all’Unghia Incarnita il passo, anzi il volo, è breve. Superman, è l’eroe morale per eccellenza. Il suo disfacimento è il disfacimento della società americana, i suoi sogni infranti sono il Sogno Americano andato a pezzi.

Il secondo concetto che vorrei affrontare è sulla forma narrativa e sulla sperimentazione. Ed è articolarlo in tre momenti.

Primo Momento, questioni generali e annose: il postmoderno e la forma compiuta. Così come gli autori della nostra ipotetica famiglia provengono dallo stesso milieu e usano gli stessi materiali, così sono accomunati dallo stesso percorso di ricerca all’interno del rispettivo medium di appartenenza. Che si iscrivano nel postmoderno mi sembra evidente. Qualsiasi cosa esso voglia dire E in loro vuol dire per lo meno questo: essere perfettamente consapevoli, in modo pieno e compiuto, di tutto quello che c’è stato prima di loro, anche nel campo del postmoderno stesso. Non solo conoscono alla perfezione quello che hanno fatto fratelli maggiori e padri (Nomi? Ne faccio quattro: Donald Barthelme; Thomas Pynchon; Harvey Kurtzman; Art Spiegelman), ma sono autorità sulla storia del romanzo e del racconto o sulle origini del fumetto, siamo di fronte, e questo è un punto chiave, non solo a degli autori ma anche a dei critici. I membri di questa famiglia sono tutti, chi più chi meno, anche degli intellettuali che ragionano sul medium che usano. Valga per tutti l’esempio di Chris Ware. Ma questo Primo Momento non sarebbe completo se per lo meno non accennasi al fatto (ecco l’annosa questione) che gli autori di questa famiglia producono storie dotate di un inizio, uno svolgimento e una fine. E anche se l’ordine non è sempre questo, come voleva Godard, lo stesso credo che ci siamo capiti. Che si tratti di un romanzo (anche a puntate) o di un racconto (anche breve), ci troviamo di fronte a storie e a personaggi che sono degli “interi”. Parte del piacere che suscitano è legato a un’esperienza che secondo Poe (o l’Aristotele della Poetica) era alla base del godimento estetico: la contemplazione di un intero.

Secondo Momento, il racconto perfetto e l’attimo di verità, Adrian Tomine: dedico l’intero Secondo Momento a Tomine, finora l’ho lasciato in un angolo e non vorrei che si offendesse. E si tratta di questo: come Michael Chabon fa notare nell’introduzione del N.10 di Mc Sweeney’s, da lui curato in qualità di guest editor, da un certo punto in avanti, almeno da Carver in poi direi, il racconto americano è diventato quasi sempre una “storia contemporanea di vita quotidiana, priva di un intreccio, con un momento di verità rivelatore”. Chabon lamenta la scomparsa dei racconti di genere, racconti con una trama, racconti di avventura, noir, di guerra eccetera. Come sappiamo, quei racconti, figli dei pulp magazine, sono stati recuperati con spirito postmoderno proprio da Chabon e da altri, Lethem in testa (e nel fumetto Clowes non è stato da meno). Però, qui, è dell’altro tipo di racconto che vorrei parlare, quello che come un virus ha contagiato la narrativa americana moderna e contemporanea: il racconto con il momento di verità (quando funziona) in allegato. Inutile dire che funziona di rado, anche se non mancano gli esempi che dimostrano la grandezza di questa forma. Ebbene, tra questi, uno dei più grandi è senza dubbio – e butto la diplomazia al cesso – Adrian Tomine. Nei suoi lavori – Short Comings in questo senso è un capolavoro – l’attimo di verità che attiva la perfezione del racconto, non è dato tanto dall’intreccio, dai dialoghi o dall’approfondimento psicologico dei personaggi, ma dalle espressioni semplicemente perfette dei volti disegnati. La pulizia dello stile, la matita sottile e il gioco di bianchi e neri rende tutto-quel-tutto unico e irripetibile, proprio come sono i momenti di verità. Per capire di cosa sto farfugliando, basta sfogliare il volumetto che raccoglie i 32 mini-comics di Optic Nerve, in cui si vede crescere lo stile dell’autore: in principio lascia indifferenti, man mano che matura e si definisce, però, diventa impossibile resistere alla semplicità di quelle facce impegnate a fare espressioni. Diventi un drogato di facce. E che Tomine appartenga alla nostra famiglia lo conferma Lethem: His mise-en-scène rivals Eric Rohmer’s in its gentle precision, and his mastery of narrative time suggest Alice Munro… is as deceptively simple and perfect as a comic book gets.

Terzo Momento, oltre ogni limite, forme di sperimentazione: David Foster Wallace e Chris Ware. “Oltre ogni limite”, intanto perché ho miseramente fallito i limiti di lunghezza che mi ero mentalmente imposto e poi perché stiamo parlando di due autori che non accettano né il perimetro della pagina né la sua bidimensionalità. Mi scoccia non potermi dilungare sulla loro parentela, si potrebbe scriverci un libro. Dirò solo questo: sono entrambi abili costruttori di ipertesti non-tecnologici con i quali tengono insieme cose molto diverse tra loro. Per esempio, prendiamo il loro gusto per le espansioni narrative. Wallace ha portato alle estreme conseguenze l’uso delle note a piè pagina per raccontare storie collegate in qualche modo alla storia principale. A volte queste “storie secondarie” o derivate, sono talmente complesse e numerose da confondere il lettore circa l’ordine gerarchico e la natura di quello che sta leggendo. E non ci sono solo le note a piè pagina, qualsiasi elemento paratestuale diventa l’occasione per una tracimazione della narrazione. DF Wallace è un fiume in piena, non c’è luogo del testo o sua forma, anche accessoria come i commenti di Word, che possa dirsi al sicuro dal “pericolo” di entrare a far parte della narrazione. Allo stesso modo Ware occupa tutto lo spazio disponibile con qualsiasi cosa, da finte pubblicità del passato a fumetti che raccontano la storia del libro che stringiamo tra le mani, dalla rivisitazione di giochi da tavolo a paper toys tridimensionali, da descrizioni della vita sociopatica dell’autore a eccetera eccetera, senza contare la storia vera e propria che si sviluppa per decine se non centinaia di tavole. Un’altra caratteristica ipertestuale di Ware, che sento il dovere di citare, sono le storie supercondensate. Mi permetto di definire in questo modo quelle particolari espansioni narrative in cui l’autore racconta in una tavola o due, la vita di personaggi minori dal loro concepimento al presente, se non addirittura alla morte. Tavole che illustrano archi temporali incredibilmente ampi come il cambio delle stagioni, il passare delle età o delle ere. Un esempio: Ware comprime in una tavola la storia dei genitori di Jimmy Corrigan dall’infanzia al matrimonio fino alla rottura e all’abbandono. La sua capacità unica sta nell’infondere a queste espansioni una profonda drammaticità nonostante la loro brevità schematica. Sono piuttosto certo che W&W sono in grado di compiere questo lavoro grazie all’attenzione incredibile che nutrono per i particolari, non solo nelle descrizioni ambientali, ma anche nelle sfumature psicologiche e nei processi mentali dei personaggi.

Come tutte le famiglie, e chiudo, anche questa nasconde molte ombre. Staremo a vedere cosa ne sarà dei suoi componenti, a parte il fatto tragicamente devastante che uno di loro è già scomparso – che giochi il ruolo del fratellone maggiore che con il suo suicidio tanto ha condizionato l’esistenza della famiglia Glass? Nel frattempo, sappiamo che fare al prossimo family day.

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