Daniela Ranieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniela-ranieri/ un blog di approfondimento culturale Sun, 13 Nov 2022 21:15:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Daniela Ranieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniela-ranieri/ 32 32 Manganelli sconclusionato #2. Intervista a Daniela Ranieri https://minimaetmoralia.it/interviste/manganelli-sconclusionato-2-intervista-a-daniela-ranieri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/manganelli-sconclusionato-2-intervista-a-daniela-ranieri/#respond Sat, 25 Jun 2022 18:44:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50688 Manganelli Sconclusionato è una rassegna di interviste a cura di Emiliano Ceresi, dottorando in “Italianistica” dell’Università di Palermo, che si propone, nell’anno del centenario dalla nascita dello scrittore, di ripercorrere attraverso la voce di giornalisti, autori e critici, l’opera e il lascito intellettuale di Giorgio Manganelli.

Ospite della seconda conversazione del Manganelli Sconclusionato è Daniela Ranieri, scrittrice e giornalista. Il suo ultimo libro Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle Grazie) è in finale al premio Campiello.

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Manganelli Sconclusionato è una rassegna di interviste a cura di Emiliano Ceresi, dottorando in “Italianistica” dell’Università di Palermo, che si propone, nell’anno del centenario dalla nascita dello scrittore, di ripercorrere attraverso la voce di giornalisti, autori e critici, l’opera e il lascito intellettuale di Giorgio Manganelli.

Ospite della seconda conversazione del Manganelli Sconclusionato è Daniela Ranieri, scrittrice e giornalista. Il suo ultimo libro Stradario aggiornato di tutti i miei baci (Ponte alle Grazie) è in finale al premio Campiello.

Ricorda la prima opera di Manganelli che ha letto e come scoprì questo autore?

​Credo sia stata Hilarotragoedia, per via dell’accusa che gli rivolse Gadda di avergli copiato La cognizione del dolore.​ C’è un episodio terrificante a riguardo: Gadda che si presenta a casa di Manganelli in via delle Coppelle, nell’agosto del 1964, sventolando una querela, furioso. L’episodio lo racconta Lietta, la figlia di Manganelli, che lui aveva chiuso sul balcone abbassando le tapparelle. Lietta riesce a sentire Gadda che dice: “Professore, non mi rovini, la prego, non mi rovini”. Gadda si era messo in testa che Manganelli gli avesse plagiato o parodiato La cognizione del dolore, uscito un anno prima, col suo Hilarotragoedia, appena uscito per Feltrinelli, la cui stesura risale però al ’60-61. Alla domanda di Gadda “Ma lei ha inteso pigliarmi in giro?”, Manganelli rispose “Non è colpa mia se abbiamo avuto le stesse madri”.

Cosa la colpì?

Manganelli è un atleta del limite. È come osservare un funambolo che cammina su un filo a centinaia di metri dal fondo di un crepaccio​.

In un intervento su Stradario aggiornato di tutti i miei baci ha citato Amore di Manganelli a proposito delle «bolle di oblio» che rendono «tutti gli amori simultanei»: posso chiederle di sviluppare questo passo in rapporto al suo libro?

C’è un passaggio di Hilarotragoedia​ che per me istituisce una legge fisica e che forse ha guidato la stesura del mio Stradario. «​Ad ogni quantità di amore è intrinseco il suo proprio e specifico addio (….). Viene da sospettare che questo ratto perenne delle anime e dei corpi altrui sia cosmicamente fatale; quindi opino: trapassando di amore in amore, di addio in addio, lentamente per i secoli ci si lega in presenza ed in assenza. Così accade: io dono le mie mani a donna di me amorosa; costei si disamora; d’altri amorosa, a costui ignaro lei ignara dà, con le sue, parte o tutto delle mie mani​». Il «​ratto perenne delle anime e dei corpi altrui» è un leit motiv del mio romanzo​​. Il sottofondo di Amore come controfigura del nulla forse risuona dentro di me. ​​

Manganelli ha una produzione molto vasta: oltre alla sua opera letteraria Adelphi ha ripubblicato, negli ultimi anni, i corsivi, le recensioni, i reportage e alcuni radiodrammi: c’è un fronte di questa “seconda” scrittura che predilige?

​Gli Improvvisi per macchina da scrivere e Mammifero italiano sono i più deliziosi​. I suoi corsivi per «La Stampa», «Il Corriere della Sera», «Epoca», «L’Espresso», «L’Europeo» e «Il Messaggero» sono micidiali, per la piccola mente borghese dell’Italia degli anni ’70. I reportage dalle terre del Nord, pubblicati col titolo L’isola pianeta, sono di una pulizia e di un lucore impareggiabili: vera scrittura artistica-naturale, che sembra emanata dai paesaggi stessi.

A proposito dei corsivi, nella sua scrittura giornalistica emerge spesso una cifra ironica. Gli elzeviri di Manganelli, il suo gusto per il paradosso, per l’accoppiamento inusuale sono stati per lei un modello di scrittura?

​Forse inconsciamente, per averlo molto letto. Ma lui è spesso volutamente asociale, e certo non è politico. Io spesso, invece, lo sono. Intendo che lui è inattuale anche quando parla di fatti di attualità. Non è mai al livello dei fatti: parla da altre epoche, parla come coscienza puramente letteraria. Ha un umorismo sardonico che lo rende quasi un monaco zen. Anche quando parla di
aborto, scagliandosi contro il Pasolini reazionario, riesce a essere distaccato e sovraelevato, sublime. È un abile manipolatore, un fingitore: ma le sue manovre (ti senti il cervello preso in trappola) tendono sempre a un fine nobile, di estrema libertà interiore. Quando parla della bellezza che nel mondo ci siano “numi non pastorizzati” non vuole favorire l’oscurantismo e abolire l’Illuminismo: vuole semplicemente statuire che la dicotomia non esiste.

Manganelli può essere stato un riferimento per la componente strutturale del suo ultimo libro? Faccio riferimento all’ipotesi avanzata da Loredana Lipperini che, nel proporla al premio Strega, l’ha avvicinata ai suoi «concupiscenti illusionismi». Così come a Eloisa Morra che in una lunga recensione pubblicata su Il Tascabile ha individuato Manganelli, tra gli altri, come un modello in filigrana alla sua prosa.

Qui la guida è Letteratura come menzogna. Quando si scrive in prima persona si sa già che tutti penseranno che l’autore stia parlando di sé e della sua vita. Ma quella non è la verità letteraria: quella è sincerità, e la sincerità non è letteraria. La ricerca del vero opera al fine del falso, cioè del letterario, che – a differenza della realtà – non può sbagliarsi. Poi nel mio libro, oltre alla teoria degli amori simultanei perché mangiati dall’oblio, ci sono le filippiche contro la scuola che sono decisamente manganelliane. Ma questo lo sto pensando a posteriori, mentre le scrivevo non ne ero consapevole.

Visto che mi in apertura mi diceva dell’episodio del loro incontro-scontro le chiederei quali sono secondo lei le analogie e le differenze con Carlo Emilio Gadda, che è invece un riferimento dichiarato nel suo ultimo libro.

​Gadda si è dato la missione di “rimettere in sesto il mondo”, come Amleto.​ Di ripristinare la sua verità. Manganelli non sente questa vocazione. Come dice lui, “il mondo dell’inesattezza è sterminato”. Manganelli ha un umorismo acidulo, spesso funereo, che gli viene dal controllo cerebrale; Gadda invece è comico quanto più tragico. Manganelli si lascia agire dalla scrittura. Si abbandona a un vortice con istinto algebrico, non ha alcuna ansia. La sua ironia è teatrale, sardonica, mentre quella di Gadda scaturisce dal dolore. Io sento il mio temperamento più vicino a quello di Gadda.

Mi spiega la scelta di aprire uno dei capitoli su Roma con un’epigrafe da La palude definitiva, un territorio che in Manganelli si configura come una geografia fantastica o allegorica. 

La citazione ad epigrafe è questa: «È possibile che la palude sia un riassunto geografico di una forma di demenza». In Manganelli la palude è un mondo creato a misura del proprio soliloquio, ma è anche concentrazione, anzi: concentramento, del male quotidiano. La palude è contigua alla morte, ma non è la morte. Deve essere dunque qualcosa a metà tra la vita e la morte. È il testo più vischioso che esista, e anche pericoloso, perché non si capisce se Manganelli lasci passare una luce che non sia quella del sarcasmo, se cioè raggiunga, attraverso il buio limaccioso, la saggezza ironica che consiste nel trattare la morte come un fatterello tra gli altri. Roma è insieme agglutinazione e rappresentazione della mia palude.

Nella sua operazione di scavo diacronico nella tradizione della lingua letteraria italiana ci sono delle parole che sente di aver preso da Manganelli? Nel libro cita la sua definizione di “eliotropio”.

L’opera di Manganelli è una miniera di parole di un italiano totalmente discontinuo rispetto a quello parlato e scritto comunemente. In lui le etimologie sono davvero un affare metafisico: scavando, ci si avvicina di più alla verità. L’eliotropio, “nome bellissimo di una pianta essenzialmente mentale”, come dice lui, deve il suo nome alla sua movenza di volgersi verso il Sole. È un fiore che satura l’aria di un finissimo sentore di marzapane. Mi sorprende che Manganelli non si sia dedicato al mondo dei profumi, cioè a produrre la lingua necessaria a spiegare alcuni profumi. Lo ha fatto brevemente Sciascia in un saggio, quando parla di vaniglia, o più precisamente “vainiglia”. E lo fa Calvino in Sotto il sole giaguaro. Eppure Manganelli ha una scrittura piena di odori: è carnale, lasciva, severa, secca, liturgica… I suoi scritti possono profumare di incenso, di ghiaccio, di latte, di spezie indiane, di lacca cinese o di catrame, spesso nella stessa pagina, e saranno sempre estremamente credibili. Edifica un mondo che è valido con le sue leggi arbitrarie per tutti e per sempre.

Nell’anno del centenario dalla nascita, concluderei chiedendole quale le sembra il lascito letterario di Manganelli.

​La scrittura di Manganelli è un unicum nella letteratura italiana del Novecento. Appartiene alla stirpe di Cervantes e Ovidio. Lui fa sempre simultaneamente ridere​ e​ saltare ​in​ aria, di gioia e di spavento. È angoscioso e ghiotto, esatto e folle, sacro e frivolo, sadic​o​ e clemente​. ​Si viene attirati dentro un vortice, una macchia, una chiazza di insolenza e ​fascinazione​​. Lui parla chiaramente con i morti, con gli spiriti. È un linguaggio ulteriore rispetto al quotidiano e a quello letterario comune. Sembra che con le parole faccia quello che vuole, in realtà è guidato da un istinto geometrico tirannico e stupefacente.

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Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/#comments Thu, 03 Apr 2014 13:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19782 È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto - passando dalla finzione letteraria alla cronaca - di ritrovarci don Ciotti e "Libera". Si è sollevato un polverone. Qui l'articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul "Fatto Quotidiano".

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l'attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo "I Buoni", e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti ("ipocrisia", "velo farisaico" già nell'incipit, "volgare", "squallido", "arrogante", "presuntuoso" qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d'amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c'è. Capisco l'intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice "gossip"). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il "gossip": è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

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Magritte

È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”. (Immagine: René Magritte, Golconda)

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

Quanto a Gian Carlo Caselli, fa finire il romanzo con un’altrettanto inventata “feroce uccisione di un collaboratore di Ciotti” da parte di uno “psicopatico” (l’unico che muore è un personaggio appartato, per me il portatore dei valori più positivi del romanzo, e muore per mano di un amico). Difficile non pensare che il libro sia stato loro raccontato in maniera assai approssimativa. Ciò non esime però l’ex procuratore dalla psicoanalisi in contumacia: ‘”ipotizzo un risentimento privato profondo”. E perché? Quali torti avrei subito? O la requisitoria intende sostenere che lo psicopatico sono io?

Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su “Il Foglio” con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica di identificazione fra un personaggio del romanzo (non il protagonista) e don Luigi Ciotti. “Un attacco – nell’oratoria di Caselli – alla persona, al suo pensiero, alla sua opera”. È vero che, una volta pubblicato, un libro appartiene al lettore, e Sofri lo è, che ha il diritto di offrire la sua chiave, ma da qui a voler fare del romanzo un’inchiesta travestita, per codardia o altri loschi e occulti intenti, ne corre assai. Ovviamente nessuno è tenuto a conoscerlo, ma credo che tutto il mio passato possa parlare per me: quando ho voluto fare inchiesta (che fosse su guerra, mafia, narcotraffico, alta velocità, servizi segreti o serial killer) l’ho fatta, guardando tutti negli occhi e facendo i nomi delle persone coinvolte, a chiarissime lettere. E quando ho voluto scrivere un pamphlet (per esempio sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali) l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche.

La scelta di scrivere un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro (se c’è un personaggio a chiave ne “I buoni” è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative). Credo che una condizione decisiva per scrivere qualcosa di interessante, oltre che di moralmente sorvegliato, sia partire sempre dall’analisi impietosa di sé stesso. Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: Don Silvano sono io. E credo che Don Silvano lo siamo tutti, almeno in potenza, non importa se personaggi pubblici e privati.

Certo, la mia vita, le mie esperienze, ciò che ho visto, vissuto entrano a far parte della materia con cui costruisco una storia. È così per chiunque scriva narrativa. Ad esempio nel romanzo precedente era centrale la figura di mio padre, senza che il libro ne fosse una biografia. Il dibattito letterario sul “non fiction novel” data ormai da mezzo secolo (caro Dalla Chiesa: non ho inventato niente, purtroppo), ma anche prima di Truman Capote gli autori facevano delle loro vite materia narrativa. Signori, mi dispiace ma stavo scavando in me, nel mio lato oscuro. È falso che io abbia voluto raccontare la storia di “Libera”, ho scritto e vedo uscire questo libro in una fase molto difficile della mia vita, una fase in cui si fanno i conti con sé stessi e non con la cronaca. Con sé stessi e con ciò che si lascia ai figli. Il dottor Caselli, che pure dimosta di aver letto la nota dell’editore (eh sì, dell’editore) in apertura, non ha colto nella stessa pagina la dedica (questa in effetti mia) alle mie figlie, “perché sfuggano”. Al male connaturato agli umani, che tanto più è pericoloso per i ragazzi che generosamente si espongono in quelle realtà dove l’incontro fra ottime intenzioni, carisma, narcisismo, potere, relazione di aiuto e modello impresa crea una miscela pericolosa e incerti casi letale su cui è bene tenere sempre uno sguardo critico.

Quanto a “Libera”, ho dedicato per più di quattro anni tutto il tempo delle mie giornate e molte notti, con passione e grandi responsabilità, alla sua nascita (anche se oggi il ritocco sovietico alla foto ufficiale mi qualifica “osservatore partecipante”, secondo la definizione involontariamente umoristica di Dalla Chiesa) e vi ho incontrato alcune delle persone migliori della mia vita. Niente secondi fini, cari amici, niente “provocazione intellettuale” o baggianate simili: non mi appartengono e meno che mai mi interessano in questo momento.

Una cosa vera la dice Nando dalla Chiesa: che quel che racconto ne “I buoni” è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee. E addirittura non scorge la contraddizione in cui lui stesso cade anche quando ricorda sul suo blog (ed è giusto che lo si ricordi) che proprio quel don Ciotti che secondo lui dovrebbe essere l’oggetto della mia presunta critica ha appena urlato a Latina le stesse cose che penso io e che emergono dal mio racconto a proposito delle associazioni.

Ma tant’è, lo scatto irriflesso dell’insulto indica che ho toccato qualcosa di molto molto permaloso, vedo. Fin troppo facile parlare di nervi scoperti. Se la coda è di paglia che bruci, ma non mai per una fiamma accesa da me. Capitò ad autori ben più grandi di me, come Bianciardi che dovette scontare fino alla fine dei suoi giorni la cattiva coscienza di Gian Giacomo Feltrinelli che si era voluto riconoscere nel “Moro” raccontato nella sua “Vita agra”.

Non è indispensabile che il dottor Caselli abbia una buona opinione del libro, né che lo legga, né che intervenga sulle sue questioni di fondo, ma almeno avrebbe potuto dire qualcosa sui temi che anche don Ciotti affronta e che, sia pure in superficie, nel romanzo ci sono. Per esempio l’esistenza di una carità operosa e discreta a fianco e nelle crepe degli imperi caritatevoli, o il dramma del marketing e della professionalizzazione che scavalcano le motivazioni etiche e la gratuità dell’impegno, le manomissioni linguistiche e retoriche, i rituali di sottomissione delle comunità chiuse dove anziché la religione o la morale laica si celebrano culti pagani del Capo. Cose così. Ma lui preferisce usare a sproposito la battuta volgarissima pronunciata da un mio personaggio (serve a connotarne il maschilismo ed è volutamente grottesca) per insinuare surrettiziamente che essa rappresenti il punto di vista dell’autore sul mondo che racconta. Mah.

Sono peccatore, reo confesso e come tale non in grado di fare la morale a nessuno, ma mi impegno a non soffocare mai i dubbi, in primo luogo su me stesso. È una questione di ginnastica mentale e morale e un metodo per non assomigliare ai «dottori della legge che sprofondano sempre più nella loro cecità interiore, privi di umiltà e di dubbi» di cui proprio domenica, commentando il vangelo di Giovanni, ha parlato Papa Francesco.

Spero almeno mi sia risparmiata una lettura dietrologica anche di questa replica. Anche se si rinnoveranno attacchi e sarcasmi non aggiungerò altro. La violenza dell’insulto confortata da firme importanti ha già iniziato a trasformarsi sui social network in espressioni di vero odio e addirittura non manca chi incita all’azione nei miei confronti. Eppure il dottor Caselli accusa me di invocare manganelli, roghi e manifestare nella figura di un personaggio del romanzo che lui definisce tout court “psicopatico” certe oscure volontà di vendetta (Ripeto: contro che cosa?). Ovviamente non è richiesta al bagaglio professionale di un magistrato la capacità di capire le metafore. Ma il finale del romanzo, che Gian Carlo Caselli (forse con un riflesso, questo sì, professionale) legge come un’istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.

Un caro saluto e davvero auguri per le battaglie del giornale.

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Le scritture che traboccano https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/ https://minimaetmoralia.it/libri/le-scritture-che-traboccano/#comments Mon, 11 Feb 2013 08:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12712 Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

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Questo pezzo è uscito su la Repubblica. (Immagine: Composition IV, Wassily Kandinsky.)

Ci sono scritture che traboccano. La sostanza liquida della lingua non sta più nel suo alveo, raggiunge i bordi e comincia a tracimare. Alla leggenda (o alla storia) dei libri «scritti a tavolino» – e i tavolini più inquietanti non sono quelli che starebbero nascosti nei seminterrati delle grandi case editrici ma quelli conficcati nel cranio di chi scrive – queste scritture reagiscono rompendo ogni argine formale, procedendo per effrazioni della sintassi e smisurando la scelta lessicale. Dando vita, dunque, a vere e proprie visioni.

La loro pubblicazione accade in modo anomalo. Dovrebbe essere un’irruzione sulla scena letteraria, l’equivalente di una piccola abnorme fecondissima catastrofe. Nella realtà dei fatti sbalordisce la quota di silenzio che nella maggior parte dei casi ne accompagna la comparsa (rendendola dunque indistinguibile dalla scomparsa, come se la pubblicazione fosse per questi libri una fase dell’oblio). Scritture simili, rispetto ai boati dei primi posti delle classifiche di vendita, sono suoni sottilissimi, infrasuoni che domandano un ascolto altrettanto sottile e accurato. Nel momento in cui decidiamo di dedicarglielo, ci inoltriamo in una serie di scoperte.

Per esempio che narrazioni di questo tipo – ognuna direttamente o indirettamente liberata anche grazie a voci come quelle di Antonio Moresco, di Giulio Mozzi e di Giuseppe Genna – si collocano in una zona espressiva in cui convergono tanto la fame di linguaggio di Dino Campana quanto il millenarismo febbrile di Dante Virgili. Il sacro e lo sberleffo si compenetrano, l’impulso feroce verso l’astrazione più geometrica e la pulsione altrettanto frenetica nei confronti di tutto ciò che vive nel profondo dei nostri corpi si annodano l’uno all’altra.

Scritture contraddittorie, quindi sospette. Perché alla fisiologia presunta – pretesa?, obbligatoria? – del plot dominante nel mainstream osano opporre la meravigliosa patologia della lingua; non il recupero di mere sperimentazioni del passato quanto il desiderio agonistico se non conflittuale di confrontarsi con il letterario nella sua manifestazione originaria.

Nel 2012, e limitatamente alle mie letture (senza quindi pretendere di esaurire il discorso), sono comparsi quattro romanzi esorbitanti.

A gennaio Ponte alle Grazie ha pubblicato Tutto cospira a tacere di noi di Daniela Ranieri. Già dal titolo – un verso di Rilke – penetriamo all’interno di quel processo di autosabotaggio che è il presente italiano. Tacere, o meglio ammutolire, addestrarsi alla sparizione, sembra la colonna vertebrale delle generazioni tra i venti e i quarantacinque anni. Attraverso la storia di Luigi Trevor – sovversivo informatico assunto da una società di comunicazioni – Ranieri racconta «il vero mondo del lavoro finto», l’arcipelago di fenomeni sempre più sconnessi (e, va detto, sempre più tragicomicamente affascinanti) del terziario avanzato contemporaneo. In un romanzo orgogliosamente intemperante, ricco fino all’incontenibilità, l’autrice compone uno zibaldone, un trattato di biopolitica in cui lo stile è già in sé, in ogni sua parte, eversione.

La dissoluzione familiare di Enrico Macioci (Indiana Editore, con le illustrazioni di Maurizio Rosenzweig) è apparso a febbraio. Ragionare su questo libro permette – circostanza rara – di fare a meno di quei criteri tramite cui si identifica solitamente quanto sta dentro a un parallelepipedo di carta. Non occorre parlare di trama, preoccuparsi dei personaggi o dei luoghi in cui l’azione si svolge; non è neppure esatto fare riferimento a una vera e propria azione. Niente temi, niente attualità, nessun sociologismo, niente psicologie. C’è un bambino – il principe Poppy – che nasce in una Città che da qualche parte contiene dentro di sé L’Aquila, e c’è un irradiarsi di scrittura che sgorga da questa nascita-cratere. Leggendo La dissoluzione familiare (e perdendosi in una tessitura che sembra generata con la complicità di Lawrence Sterne) viene in mente la casa di Sergio Endrigo, «senza soffitto senza cucina». Una scrittura come questa – materia linguistica e immaginativa allo stato puro – è un luogo splendidamente inabitabile.

L’impero familiare delle tenebre future (il Saggiatore), esordio narrativo di Andrea Gentile, ha un’ambizione ineludibile: «Dirò l’immenso, nulla». Una ragazza si mette in cerca della madre, il suo viaggio avviene in uno spaziotempo solo in parte decifrabile. Mentre un Papa infinitamente muore, si cammina sostenendosi a bastoni di quercia amara. Il percorso condurrà la ragazza fino al letto vuoto di un ospedale e poi, ancora, al labirinto di un cimitero bianchissimo, nessuna parola sulle lapidi, nessuna data, nessun volto negli ovali delle foto, gli sguardi ridotti (elevati?) ad abrasione, a luce minerale. Per Gentile la ragione nucleare di ogni ricerca è questa: il presentimento insostenibile di non essere (più) guardati, di essere esclusi dalla percezione del mondo. Lo smantellarsi di ogni forma terrestre (sia essa orografica o linguistica) interviene non come apocalisse – perché la rivelazione attiene al percorso e non al suo esito – ma come liberazione tramite un radicale capovolgimento prospettico. Perché, racconta Gentile, non c’è altro da fare che attraversare le tenebre presenti, ritrovarci con la terra in alto e, in basso, un cielo da fissare.

Il diciottesimo compleanno (Transeuropa) è il primo libro del cinquantasettenne Riccardo Romagnoli. Matteo è un Amleto feroce che esita sulla soglia della maggiore età. Suo padre e sua madre dormono con una pistola sotto il cuscino, alla nascita il gemello di Matteo è nato morto. La vita è ciò che contiene il suo inseparabile contrario. Nel raccontare il tempo sempre più minutamente traumatico che precede il diciottesimo anno, Romagnoli dà forma a un desiderio metamorfico. Non solo l’io è, nella sua porosità, un fenomeno proteiforme; il desiderio di essere tutto il possibile appartiene in primo luogo alla lingua. In questo libro ogni frase è un animale famelico, pauroso e rabbioso, qualcosa che divorando (e divorandosi) trasmuta da una a un’altra possibilità di esistenza.

Scritture al contempo secche e tortuose, nitide e frastagliate, apodittiche o giocose; necessarie come sono necessari i traccianti luminosi in cielo quando muovendosi a terra, nel folto di un bosco, orientarsi ad altezza occhi è impossibile. Serve una rotazione del capo, serve riconoscere nel buio l’esistenza di un quinto punto cardinale che ci indichi una direzione radicalmente sbagliata, un verso fertilmente errato (ed errante): quella cattiva strada sulla quale la letteratura ancora accade.

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L’intelligenza e il coltello: tutto è Kafka https://minimaetmoralia.it/letteratura/lintelligenza-e-il-coltello-tutto-e-kafka/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lintelligenza-e-il-coltello-tutto-e-kafka/#respond Sat, 25 Aug 2012 10:34:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9146 di Daniela Ranieri Nello splendido film La donna del giorno, Spencer Tracy e Katharine Hepburn sono in taxi; a un certo punto lui le dice: «Ti amo», lei chiede «Davvero?», e lui: «Sì»; lei: «Anche quando sono sobria?», e lui: «Anche quando sei intelligente». Lo so, anche a me mi si arrotola il cervello. Non «perché», non «nonostante» […]

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di Daniela Ranieri

Nello splendido film La donna del giorno, Spencer Tracy e Katharine Hepburn sono in taxi; a un certo punto lui le dice: «Ti amo», lei chiede «Davvero?», e lui: «Sì»; lei: «Anche quando sono sobria?», e lui: «Anche quando sei intelligente».

Lo so, anche a me mi si arrotola il cervello. Non «perché», non «nonostante» tu sia intelligente, ma «quando». Come dire: «persino le volte in cui». Il punto è chiaro: amore e sobrietà, e ancora di più amore e intelligenza, sono due circostanze inconciliabili; quando si verificano insieme, allora vuol proprio dire che l’amore è sincero e motivato, o(vvero) che tu e il tuo partner siete Spencer Tracy e Katharine Hepburn.

Dice: ma quello è un film, nella realtà non è così. La realtà è molto più volgare e prosaica. Beh, allora tanto più vale quello che c’è dentro i film. In genere, bastano e avanzano, per come la vedo io. A parte che sono convinta che si possa agevolmente spiegare qualsiasi cosa attraverso i film, semplicemente citando un paio di battute giuste, e forse – la sparo un po’ grossa, ma manco tanto – addirittura citando solo i film di Billy Wilder, non è forse vero che il cinema è una forma perfezionata della realtà, una sua purificazione? Quando in laboratorio si fanno indagini su un microbo, e lo si schiaccia tra due vetrini, mica dentro ci si può mettere pure una fetta di mortadella. Ma basta con le metafore.

Chi mi conosce lo sa: le metafore, soprattutto per le questioni d’amore, mi sembrano un modo per mangiare tanto spendendo poco.

Mi chiedo come facesse la gente a spiegarsi il mondo prima della nascita del cinema. Come si spiegava l’amore. Cosa si rispondeva, se, metti, qualcuno ti chiedeva

«Aspetta da molto?»
se non
«Non importa quanto si aspetta ma chi si aspetta»?

Fate conto di non avere a disposizione né il cinema né la letteratura, e di dover fare tutto da zero. Avete solo il mondo prosaico e volgare, ma anche meraviglioso e sublime, a cui attingere per le vostre citazioni e le vostre metafore. Quale parte, o meglio quale faccia, del mondo scegliete? Quale faccia vi mostra, il mondo?

Proviamo: qualcuno vi dice che per lui siete tutto il mondo. È un’iperbole, più che una metafora, ma è anche una metafora in quanto esplicita un insieme di sineddochi: tu, col tuo corpo funzionante, i tuoi occhi splendidi, i tuoi capelli di porpora, il tuo collo simile a una torre d’avorio, il tuo alito come quello dei pomi, per me, rappresenti tutto il mondo. Puoi stare al posto di quello. Il mondo stia dove vuole, sullo sfondo: a me basti tu.

Bello, sì.

Ma le persone, abbiamo detto, sono persino più prosaiche e volgari di quanto contempli la Bibbia: se ti prendi uno ti prendi non solo il suo alito che sa di mela, ti prendi anche i suoi difetti, il suo dente scheggiato, le orecchie a sventola. Poi hai voglia a trovare il referente reale corrispondente per fare la metafora.

Però, tutto sommato, si continua a dire. E la maggior parte della gente ne è contenta, perché il mondo è visto come una sfera di perfezioni ragionate, una mèta, un obiettivo da prendere, di cui godere, una terra ricca di frutti: un Paradiso terrestre. Se passiamo al mittente di questa dichiarazione, poi, le cose si complicano ancora di più.

Il punto è: prima di rallegrarvi, ricordatevi sempre di chiedere a chi vi fa questa dichiarazione cosa è per lui il mondo.

Provate a immaginare che a dire questa frase non sia Pieraccioni, ma Franz Kafka – ragionando un attimo secondo l’assunto che il mondo di Kafka sia più orribile di quello di Pieraccioni.

Non è una provocazione, lui lo disse veramente di (e a) Felice Bauer in più occasioni. Questo è un frammento dei Quaderni in ottavo:

Ecco. La frase «Il mondo – F ne è solo la rappresentante – e io stracciamo il mio corpo con un conflitto irrisolvibile» svela la natura spaventosa della metafora.

Continua a leggere su Carnation, il blog di Daniela Ranieri.

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