Daniele Benati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniele-benati/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Jun 2014 23:24:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Daniele Benati Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/daniele-benati/ 32 32 Le lune di Zavattini. Colloquio con Alfredo Gianolio https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/cesare-zavattini-e-alfredo-gianolio/#respond Sat, 07 Jun 2014 14:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21289 a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro.

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

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a cura di Mario Valentini

Con Alfredo Gianolio ci siamo frequentati spesso nel corso degli anni ’90, quando a Modena facevamo Il Semplice. Di recente ho ripreso contatto con lui per un articolo destinato a OOA, la rivista dell’Osservatorio Outsider Art di Palermo, in cui avevo pensato di parlare delle vite di artisti naif da lui raccolte e trascritte.

Gli ho rivolto diverse domande via mail, incentrate, oltre che sui pittori naif, sulle sue frequentazioni con Cesare Zavattini. Le ha eluse tutte, con la grazia e l’ironia che gli sono proprie da sempre, tirando fuori però un racconto di quei fatti che mi sembra bello.

Il racconto è uscito sul n. 7 di OOA (www.glifo.com) come pezzo autonomo, anticipando l’articolo per il quale sarebbe dovuto essere del semplice materiale di lavoro. (Fonte immagine)

di Alfredo Gianolio

Il mio incontro con Cesare Zavattini fu casuale, dovuto al fatto che, verso il 1950, settimanalmente mi recavo presso la Camera del Lavoro di Luzzara dove si trovava il mio recapito di avvocato. Provenivo da Reggio Emilia, inizialmente con una “Lambretta” e quindi con una vecchia “Wolksvagen”, dal minuscolo lunotto anteriore, forse un residuato bellico, che incuriosiva i bambini, i quali si facevano ai margini delle strade al mio passaggio.

Segretario della Camera del lavoro era Mario Scardova, che, il giorno della Liberazione, fece il suo ingresso in Luzzara sopra un cavallo bianco tra due ali di popolo plaudente.

Mario Scardova (padre di Roberto, giornalista per molti anni della RAI) aveva in sé ben equilibrate le doti della fermezza e dell’equilibrio, poste al servizio dei braccianti che, lungo il Po e il Cavo Fiuma, lottavano strenuamente per poter strappare giornate di lavoro ai proprietari terrieri. Fu Mario Scardova a presentarmi a Cesare Zavattini, che aveva un appartamento sovrastante un bar recante il suo nome su un’elegante insegna, della quale – lui che era così riservato – si compiaceva perché gli ricordava l’impegno profuso dai suoi genitori proprio in quel bar, oltre che in un’osteria e in un forno. Nell’incontro che ebbi in quell’occasione la poesia e l’arte non c’entravano per nulla. Si trattava di scrivere una lettera raccomandata per una piccola e rara questione legale. Zavattini amava stare lontano dai tribunali. Ammise di aver interrotto all’Università di Parma gli studi di giurisprudenza non sentendosi di fare l’avvocato per non dire delle bugie.

Mi aveva raccontato Renato Bolondi, allora sindaco di Luzzara, che Zavattini non aveva il cuore in pace finché non avesse recuperato i mobili che erano appartenuti alla sua famiglia, mobili che erano andati dispersi dopo varie vicissitudini. Bolondi lo portò con la sua Cinquecento da ogni parte. Chiedevano a tutti, sbirciavano dalle finestre, allungavano il collo negli androni. Le speranze erano ormai svanite quando Cesare finalmente riconobbe, nella bottega di un artigiano, le spalliere del letto matrimoniale dei suoi genitori, letto dove lui era nato. Dietro le spesse lenti dei suoi occhiali si vedevano luccicare alcune lacrime. In segno di gratitudine disse a Bolondi: “Se vado nella luna, il primo che saluto sei tu!”.

I rapporti con Luzzara, specialmente all’inizio, non furono per lui facili. Lo consideravano una “testa matta” in quanto, come diceva il suo barbiere-poeta Guido Sereni, i luzzaresi erano convinti che si potesse fare fortuna soltanto col commercio del formaggio grana e dei suini. Avendo voluto seguire altre strade, ritenute impraticabili, era considerato un “figliol prodigo”.

Zavattini, per riconciliarsi definitivamente con Luzzara ebbe un’idea geniale. Bandì il concorso “Luzzara che ride”. La miglior storiella sarebbe stata premiata. La commissione giudicatrice era formata da grossi nomi: Orio Vergani, Raffaele Carrieri, Arturo Tofanelli, Guido Aristarco e Gianfranco Fusco. Furono esaminate ben 800 storielle. Ricordo che il cinema Gardinazzi era stipatissimo quando il primo ottobre 1956 Alberto Sordi lesse, dopo la proiezione del film neorealista “Il tetto”, le storielle prescelte.

Mi ero sentito fortunato perché avevo fatto parte di una ristretta schiera di amici luzzaresi di Zavattini che lo accoglievano quando giungeva da Roma. Gli incontri erano spesso conviviali e gastronomici. La conversazione non era circoscritta a questioni specialistiche, anche perché Zavattini non voleva fare della cultura un campo privilegiato per eletti, ma anzi intendeva che venisse il più possibile allargata, in quanto, come proclamò nel suo film “La veritàà”, la cultura di pochi aveva fallito.

Zavattini costruiva i suoi valori, letterari, poetici e pittorici, sull’eguaglianza, come condizione di partenza che non doveva essere negata ad alcuno, senza ammettere privilegi di scuola o di natura economica e sociale. Non sopportava le gerarchie, le rendite intellettuali precostituite. Ebbe anche lo scrupolo di non privilegiare Luzzara, tanto che, quando Paul Strand gli propose un libro di immagini e parole su un paese, avrebbe voluto chiudere gli occhi e indicare con un dito una località a caso sulla carta geografica.

Entrai nell’orbita culturale di Zavattini quasi inconsapevolmente, collaborando alle sue innumerevoli iniziative, non tutte condotte a termine, per essere sovrabbondanti e non sempre comprese.

“Un paese vuole conoscersi”, manifestazione progettata per Luzzara, fu realizzata a Sant’Alberto di Romagna. Una sorta di autocoscienza della popolazione locale che doveva estrarre dalle proprie case documenti, fotografie, dipinti, lettere e ogni altro elemento attraverso il quale ricostruire le vicende e i problemi economici e sociali dei loro luoghi in una visione dal basso. Ne scrissi su l’Unità del 18 aprile 1976.

Un’altra idea di Zavattini, già in dirittura di arrivo in quanto approvata dall’Amministrazione Provinciale di Reggio Emilia, non fu realizzata per un divieto pervenuto dall’alto, dal Comitato burocratico di controllo. Non ritenne che, avendo carattere culturale, rientrasse “tra le finalità istituzionali della Provincia”. Si trattava del “Libro delle cento parole che fanno e disfanno il mondo”, libro che doveva entrare in ogni casa. La spiegazione del significato di ogni parola era affidata a note personalità. Ne cito alcune: Alberto Asor Rosa, Ignazio Butitta, Renzo Renzi, Franco Ferrarotti, Renato Barilli, Carlo Bernardini, Guido Aristarco, Nanni Scolari, Goffredo Parise, Alberto Moravia, Enzo Siciliano, Rossana Rossanda, Natalino Sapegno, Valentina Fortichiari, Emma Bonino, Alberto Arbasino, Rolando Cavandoli, Giorgio Bocca, Italo Calvino…

Io, una sorta di segretario, corrispondevo con Zavattini. Partecipai ad alcune riunioni presiedute dall’assessore prof. Giorgio Cagnolati. Il libro delle cento parole stava per essere varato, ma vi fu uno stop proveniente dall’alto. A nulla valse che fosse l’occasione per celebrare degnamente l’ottantesimo compleanno del grande Cesare.

Il mio rapporto con Zavattini fu molto intenso, starei per dire simbiotico, quando lo seguii nel mondo dei pittori naif, facendo anche parte, dal 1979, della Giuria del Premio nazionale che si celebrava a Luzzara alla mezzanotte dell’ultimo dell’anno. Zavattini attribuiva alla nebbia un effetto magico e sembrava che essa, per i pericoli che rappresentava, anziché respingere, con il suo fascino attraeva molti visitatori, che giungevano anche da lontano. Una notte vi accompagnai da Reggio sulla mia Renault 5 lo scrittore, membro della giuria, Raffaele Crovi, arrivato in treno da Milano.

L’apprezzamento dei naif nasceva in Zavattini dal suo egualitarismo. Lo aveva dichiarato a Bruno Rovesti di Gualtieri in una sua trasmissione alla RAI: “Ti voglio dire che i naif sono degni di partecipare alle più grandi manifestazioni artistiche ufficiali, come la Biennale e la Quadriennale. Deve finire questa discriminazione che fa del naifismo uno specie di ghetto… Ci sono però tra i naif dei pittori che non valgono niente, ci sono gli imitatori che tra i cattivi pittori sono i peggio che si possono immaginare, ma quelli che creano, che hanno un loro mondo, un loro stile non sono da meno degli artisti celebrati nell’arte ufficiale”.

Entrai in presa diretta con i naif andando a registrare dalla loro viva voce le vicende della loro vita, le così dette “nastrobiografie”, che pubblicai sul “Bollettino dei naif”, l’organo del Premio Nazionale e del Museo di Luzzara del quale ero redattore. Un periodico trimestrale che uscì negli anni Settanta-Ottanta, molto umile e semplice, tirato a ciclostile. Non disdegnò di apporvi la sua firma, in qualità di direttore responsabile, lo stesso Cesare Zavattini, che, secondo il suo stile, non badava a formalità.

Dopo circa vent’anni Daniele Benati, amico di mio figlio Aldo, mi disse che quelle “nastrobiografie” potevano interessare l’“Almanacco delle prose Il Semplice”, la rivista Feltrinelli formato libro, la cui redazione si teneva a Modena, con la partecipazione, tra i vari provenienti da diverse parti d’Italia, di Gianni Celati e Ermanno Cavazzoni. Le “nastrobiografie”, ampliate, sono così risuscitate. Richiamate in vita per la terza volta, sono state pubblicate, quali “Vite sbobinate”, da “Incontri Editrice” di Sassuolo. Accresciute, sono risuscitate per la quarta volta, e si spera l’ultima, nell’ottobre del 2013 per un miracolo di “Quodlibet – Compagnia Extra”. Sembra che sopravvivano nel fuoco come le salamandre.

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Ricordo di Thomas Bernhard https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-thomas-bernhard/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ricordo-di-thomas-bernhard/#comments Mon, 12 Dec 2011 09:47:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5924 di Daniele Benati

questo pezzo apparve su “Dolce Vita”, nn. 20-21, maggio-giugno 1989.

Dopo aver fatto dodici al Totocalcio, nel marzo del 1983, e aver malamente investito la vincita al Casinò Winkler di Salisburgo, trovandomi ancora in Austria per qualche giorno, avevo deciso di arrivare in auto fino a Ohlsdorf, un paesino vicino al lago di Gmunden, in cui da circa vent’anni, in uno stato di totale isolamento (come a lui stesso piaceva sottolineare) viveva lo scrittore Thomas Bernhard.

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di Daniele Benati

questo pezzo apparve su «Dolce Vita», nn. 20-21, maggio-giugno 1989.

Dopo aver fatto dodici al Totocalcio, nel marzo del 1983, e aver malamente investito la vincita al Casinò Winkler di Salisburgo, trovandomi ancora in Austria per qualche giorno, avevo deciso di arrivare in auto fino a Ohlsdorf, un paesino vicino al lago di Gmunden, in cui da circa vent’anni, in uno stato di totale isolamento (come a lui stesso piaceva sottolineare) viveva lo scrittore Thomas Bernhard.

L’idea era semplicemente di fare un giro dalle sue parti, vedere dal vivo i luoghi che aveva descritto nei suoi romanzi (i boschi d’aceri, le gole, le locande), e, magari, passare davanti alla sua abitazione; di certo non volevo importunarlo, anche perché avevo letto in un’intervista, poco tempo prima, che i vari seccatori che si fossero aggirati intorno alla sua casa, sarebbero stati accolti a colpi di carabina.

Tuttavia, dopo aver gironzolato un po’ per il paese, la curiosità aveva avuto il sopravvento ed ero entrato in una locanda per chiedere informazioni. Il gestore mi aveva detto che Bernhard non abitava a Ohlsdorf, ma una frazione vicina, in un vecchio cascinale di campagna. “Bernhard ha una Mercedes bianca, e di solito la lascia parcheggiata sotto il portico di ingresso” mi aveva detto. E così infatti era. Giunto ad Obernathal, una frazione vicina, in un vecchio cascinale si campagna, ho subito notato una Mercedes bianca sotto il portico d’ingresso di un vecchio casolare e ho deciso di entrare nel cortile. Dopo un paio di minuti s’è aperta una porta e ho visto affacciarsi un signore distinto che mi ha guardato con aria interrogativa.

Poi mi ha chiesto chi ero. Io gli ho detto che ero un italiano, in gita a Salisburgo, e volevo sapere se era lì che abitava Thomas Bernhard. Lui ha risposto di sì, aggiungendo però che lo scrittore era momentaneamente assente e che, se volevo parlargli, magari mi sarebbe convenuto tornare un’ora dopo. Con la precisione di un cronometro, un’ora dopo ho fatto la mia ricomparsa nel cortile e ho aspettato che la porta si aprisse di nuovo. Pochi istanti dopo, ho visto comparire sulla soglia Thomas Bernhard in persona; aveva un gran sorriso e con gentilezza mi allungava la mano. Io sono rimasto un po’ allibito, nel trovarlo così disponibile, e nell’emozione ho farfugliato il mio nome cercando mentalmente una ragione che giustificasse la mia visita. Ma lui non me ne ha dato il tempo: con un cenno, mi ha invitato a entrare e ci siamo accomodati in cucina, dove c’era anche la persona che avevo incontrato un’ora prima e che poi è risultata essere il fratellastro di Bernhard, dottor Paul Fabjan.

Da quel giorno sono passati esattamente sei anni. Bernhard, come purtroppo sappiamo, è morto alcuni mesi fa, dopo una lunga malattia ai polmoni. La sua fama in questi ultimi anni, si è rapidamente diffusa e consolidata anche in Italia, nonostante l’inspiegabile ritardo con cui sono apparse le sue opere e soprattutto a dispetto del discutibile, talvolta scriteriato ordine si apparizione. Ma, a quell’epoca, di lui non si sapeva ancora molto. Tranne il fatto che si trattava di un autore geniale, di cui però gli austriaci non potevano in alcun modo essere fieri.

L’uomo che mi sedeva di fronte nella sua casa di Obernathal, infatti era considerato come una specie di nemico sociale, uno spietato accusatore e un instancabile, seminatore di scandali. A ogni pubblicazione di un suo libro, così come alla prima rappresentazione di una sua opera teatrale, si accendeva una polemica, che, a seconda dei casi, poteva assumere toni più o meno violenti, con Bernhard che cominciava a offendere qualche pezzo grosso del mondo politico o dell’ambiente artistico; gli altri che, vedendosi citati con tanto di nome e cognome, lo querelavano, e lui infine che minacciava pubblicamente di far scomparire tutte le sue opere dal territorio austriaco.

Ma per quanto mi riguardava, quell’uomo si stava rivelando una persona molto gentile, comprensiva e pronta alla battuta di spirito. Era difficile collegare questo suo modo di fare all’ira furibonda e aggressiva che scaturiva dai suoi romanzi. E inoltre non saprei neanche dire chi, in quell’occasione fosse più curioso dell’altro. Nel rispondere alle mie domande infatti, Bernhard concludeva spesso rivolgendomene di sue, tutte molto semplici, tipo chi ero, cosa facevo, chi erano i miei amici di Salisburgo, cosa ne pensavo di Salisburgo, eccetera. Subito avevo avuto l’impressione che lo facesse per evitare, come spesso fanno gli scrittori, i noiosi discorsi sulla letteratura. Ma poi ho dovuto ricredermi, perché anche alle domande più stupide Bernhard rispondeva con molta serietà.

Abbiamo parlato subito del suo stile, uno stile che si basa su una ossessione del ritmo quasi maniacale (“Se il ritmo si spezza”, ha detto Bernhard, “tutto il resto è kaputt”), e su una continua ripetizione dei concetti che produce l’effetto di un andamento a spirale, piuttosto che quello di una consequenzialità lineare, come in genere accade nel romanzo. Bernhard ha poi aggiunto che vi era uno stretto legame fra il suo stile letterario e il suo stile di vita, e che il primo era l’autentico prodotto del secondo, e che se non avesse deciso di vivere in quel modo, e cioè di rifiutando praticamente qualunque tipo di legame, egli non sarebbe mai stato lo scrittore che era diventato. Bernhard, a questo punto, ha usato una parola che ricorre in molti dei suoi testi: Rucksichtslosigkeit. Questa parola significa spregiudicatezza, intransigenza, mancanza di riguardi per chicchessia, implacabilità. Ma significa anche volontà di definire il mondo attraverso un’idea, e in questo senso rispecchia perfettamente il tipo di attualità intellettuale che caratterizzava sia Bernhard che i suoi personaggi (in genere studiosi inconcludenti che si ritirano in un luogo isolato, dove sperano di portare a termine un’opera, che al contrario, non riusciranno nemmeno ad iniziare).

La nostra conversazione aveva preso forse un taglio un po’ troppo complesso, viste anche le nostre difficoltà linguistiche (io capivo poco il tedesco e Bernhard non era molto ferrato in inglese; fortunatamente, il fratello Paul più d’una volta ci ha risolto alcuni problemi di comprensione). Così ho deciso di fargli una domanda più semplice, e gli ho chiesto in quanto tempo avesse scritto Perturbamento. Bernhard ha sorriso e poi ha detto: “Tre mesi!”. All’epoca aveva da poco acquistato e ristrutturato la casa di Obernathal, ma non si sentiva di abitarci. Così aveva lasciato sola la zia, con la quale da tempo viveva, e se ne era andato da alcuni amici a Bruxelles. Qui abitava al quarto piano di un edificio, in Rue de la Croix, e poteva vedere ogni giorno le suore di un monastero sottostante camminare in tondo nel giardino del chiostro.

In tre mesi, scrivendo giorno e notte (era tale la concentrazione a un certo punto, che non si era nemmeno accorto di un incendio sviluppatosi in un supermarket a pianterreno), aveva portato a termine il romanzo. “Ma è probabile”, ha ammesso Bernhard, “che a determinare l’andamento ritmico del testo siano state proprio quelle suore”. E forse in questo vi era un segno premonitore, perché come poi avrebbe ricordato in Wittgensteins Neffe (Il nipote di Wittgenstein, 1982), sarebbe stata proprio una suora a mettergli sul letto la prima copia del romanzo appena pubblicato.

Allora era il 1967, e Bernhard si trovava ricoverato al padiglione Hermann, sulla Baumgartnerhohe, a Vienna, dove era stato operato da poco per un tumore (“grosso come un pugno”). Gli ho chiesto se concordava con la critica nel considerare proprio Perturbamento il suo romanzo migliore. Mi ha risposto di no, e ha aggiunto che la sua opera più riuscita, sotto tutti gli aspetti, era Gehen (Camminare), un romanzo del 1971, di cui, al contrario, si era parlato pochissimo. Anche questo, come tutti i romanzi di Bernhard, raccontava la storia di un suicidio (quello del chimico Hollensteiner, che s’impicca nel suo istituto universitario perché lo stato non gli ha concesso nessun finanziamento); la storia di una follia, (quella di Karrer, nella cui testa il suicidio del chimico aveva sortito un effetto catastrofico, e che impazzisce all’improvviso in un negozio di calzoni, mentre cerca di dimostrare al nipote del negoziante che i pantaloni in vendita non sono di pura lana inglese, come loro sostengono, ma è tutta merce di scarto cecoslovacca); e vi è infine la situazione d’isolamento condivisa sia dal narratore che dal suo interlocutore (Oheler).

La conversazione con Bernhard è proseguta poi con domande e risposte sempre meno impegnative. Gli ho chiesto se gli piacevano autori italiani, e lui mi ha risposto: “Autori o libri?”. E io: “Libri”. E lui: “Tanti, ma sarebbe inutili ricordarli”. Gli ho chiesto se teneva letture pubbliche. Ha risposto che non ne faceva più da un pezzo, anzi l’ultima l’aveva fatta proprio in Italia, a Bolzano, ma ad ascoltarlo c’erano andati solo due paralitici. Gli ho chiesto se gli piaceva l’Italia. Ha risposto di sì, ma che non conosceva molto la nostra cultura anche se aveva scritto un racconto intitolato L’italiano. Gli ho detto che l’avevo letto, e che nello stesso libro vi era anche Al limite boschivo, un racconto eccezionale. Lui ha sorriso, annuendo. Gli ho detto che parlava sempre di suicidio. Lui ha risposto che pensare al suicidio è la cosa più facile che possa accadere ad un essere umano. Lui personalmente aveva pensato più volte di commetterlo buttandosi giù dal Monchsberg (uno dei monti di Salisburgo). Poi ha aggiunto che di fatto Salisburgo è la città con il maggior numero di suicidi. Io gli ho detto che la prima impressione che avevo avuto da Salisburgo era stata quella di una città grigia, non molto viva. Lui ha risposto che vent’anni prima era molto più bella e che le facciate delle case erano appena state ridipinte, ciononostante dietro la bellezza di queste facciate si nascondeva molta stupidità. Gli ho chiesto quante volte riscrivesse i suoi libri. Lui ha detto che non seguiva sempre lo stesso metodo, ma che in genere li riscriveva tre volte.

Gli ho chiesto se stava scrivendo un nuovo libro. Lui ha detto che era abituato a lavorare sempre. Allora gli ho chiesto se davvero lavorava anche nei campi, come avevo letto in un’intervista. Lui s’è picchiettato un dito contro la tempia e ha detto che lavorava lì, nel suo cervello, e che era tutto lì. A questo punto ho avuto la sensazione che fosse ora di andare e mi sono alzato in piedi. Anche Bernhard s’è alzato e mi ha allungato la mano. Gli ho detto che avrei continuato a leggere i suoi libri, e che, siccome quel giorno era il lunedì di Pasqua, avevo trovato veramente una bella sorpresa nell’uovo. Lui ha annuito. Tempo dopo gli ho scritto una cartolina, ma lui non ha risposto. In compenso mi è capitato di leggere su “Tuttolibri” (La Stampa, 30 aprile 1983), una lunga intervista a Thomas Bernhard, il cui cappello cominciava così: “È difficile intervistare lo scrittore Thomas Bernhard. Dopo un anno di tentativi, il giornalista di “Le Monde”, Jean-Louis de Rambures, ci è riuscito…”

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