Danilo Dolci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danilo-dolci/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Mar 2020 18:49:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Danilo Dolci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danilo-dolci/ 32 32 L’obbedienza non è più una virtù: Domenico Lucano e il mestiere di sindaco https://minimaetmoralia.it/attualita/lobbedienza-non-piu-virtu-domenico-lucano-mestiere-sindaco/ https://minimaetmoralia.it/attualita/lobbedienza-non-piu-virtu-domenico-lucano-mestiere-sindaco/#comments Wed, 03 Oct 2018 18:19:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38178 C’è una cosa che mi frulla in testa da quando ieri mattina ho sentito alla radio la notizia dell’arresto di Domenico Lucano, sindaco di Riace. Una storia che conoscevo già ma che ho sentito raccontata direttamente dal suo protagonista qualche settimana fa a Conversano, in Puglia: la storia di Michele Zanetti, politico democristiano e presidente della provincia di Trieste negli anni della chiusura del manicomio friulano.

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C’è una cosa che mi frulla in testa da quando ieri mattina ho sentito alla radio la notizia dell’arresto di Domenico Lucano, sindaco di Riace. Una storia che conoscevo già ma che ho sentito raccontata direttamente dal suo protagonista qualche settimana fa a Conversano, in Puglia: la storia di Michele Zanetti, politico democristiano e presidente della provincia di Trieste negli anni della chiusura del manicomio friulano.

Zanetti ha raccontato di come, in quel momento, i manicomi fossero regolati da una legge del 1904 che, malgrado la riforma Mariotti del 1968, rendeva la vita degli internati assolutamente disumana. In più di un’occasione, dunque, aveva dovuto trovare degli escamotage amministrativi che rasentavano l’illegalità per raggiungere il suo obbiettivo che era quello di arrivare alla totale apertura dei reparti in vista della chiusura definitiva del manicomio. Forzando la mano, rischiando personalmente.

In un consiglio provinciale del 1977 aveva affermato che la violenza immessa nella società dai malati, di cui in molti avevano paura, non era niente in confronto a quella che la società e la legge esercitavano contro i malati stessi,contravvenendo,nei fatti,al diritto costituzionale di ogni cittadino di essere curato.

Ma, ribattevano in molti allora, i manicomi erano la cura, la cura secondo la Legge.

No, rispondevano amministratori come Zanetti, o Mario Tommasini di Parma o Ilvo Rassimelli di Perugia: nel manicomio nessuna cura era possibile ela legge era ingiusta, la legge andava cambiata, e fino al momento della sua abrogazione bisognava fare il possibile per neutralizzarla.

Oggi, lo sappiamo, la legge più ingiusta e che va cambiata è quella che regola il diritto di cittadinanza. Ma nessun governo per opportunismo, paura, ignoranza è riuscito fino ad oggi a modificarla. Non l’ha fatto pur fondando, gran parte dell’Italia, la propria ricchezza sulle rimesse di emigrati linciati, discriminati, ingiuriati per lunghi, lunghissimi anni.

Domenico Lucano questa storia invece ce l’ha presente, come ne ha presente un’altra, più antica,che come ha scritto Matteo Nucci, ha alle spalle migrazioni millenarie che da sempre ibridano la nostra penisola e nel caso di Riace hanno ridato vita a un luogo altrimenti spopolato, abbandonato, dimenticato. «Iniziamo a parlare soltanto di ricchezza, di opportunità, di denaro per pagare le pensioni, di forza lavoro, di natalità in crescita, di vitalità delle idee, di possibilità di riscattarci come paese, come patria, come Italia santiddio, diciamolo senza paura.

Quel che ha fatto a Riace Mimmo Lucano dovrebbe essere fatto ovunque nel nostro sud. Ma non solo al sud. A volte mi ritrovo in giro nel ricco nord Italia, città e paesi chiusi alle 8 di sera, tutti in casa, persiane sbarrate. Gli unici posti dove c’è vita, si discute, si litiga e si ascolta qualcosa di interessante sono i bar zeppi di migranti. Diciamolo a costo di farci insultare da questi pupazzeti che si nascondono su twitter dietro le bandierine italiane. Smettiamola di difenderci».

Smettiamola di difenderci, come ha fatto Danilo Dolci, che negli anni dell’immediato dopo guerra ha sposato Vincenzina, vedova di un contadino siciliano per darle l’unica forma possibile di cittadinanza per una donna povera, madre di 5 figli: il matrimonio.

Smettiamola di difenderci come ha fatto don Lorenzo Milani quando ha scritto che l’obbedienza no, non è più una virtù e che di fronte a una legge ingiusta si ha il dovere di disobbedire: «Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, allora io dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri».

Ma, qualcuno l’ha detto, Dolci era un sociologo, don Milani un prete, nessuno dei due era un uomo dello Stato, delle Istituzioni.

L’ha detto Peter Gomez, per esempio, che ha scritto: “si dimetta da sindaco e si metta a fare il volontario”.

Allora ho pensato a Giorgio La Pira che, da sindaco di Firenze, ha violato ogni legge per stare accanto agli operai del Pignone che avevano occupato la fabbrica. In anni nei quali neanche i sindacalisti potevano entrare nei luoghi di lavoro, il sindaco La Pira ha abbracciato la causa del Pignone, ha partecipato all’occupazione condividendo la messa con gli occupanti.

L’ha fatto, rischiando, personalmente. Ed è finito in tribunale quando ha deciso di proiettare un film, Non uccidere, che difendeva l’obiezione di coscienza, anch’essa vietata dalla legge.

In molti, ieri come oggi, avrebbero preferito che si dimettesse e che facesse il volontario. Anche a Zanetti sicuramente qualcuno l’avrà detto: se ci tieni tanto ai matti portateli a casa, e non ci rompere le scatole. Ma la storia dell’Italia repubblicana ci insegna che dobbiamo ringraziarli, ringraziare il loro coraggio, che li ha spinti a immaginare in modo diverso il loro ruolo di amministratori locali e a costruire un paese migliore, per tutti.

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L’altrove di Felicia e Peppino Impastato https://minimaetmoralia.it/ritratti/laltrove-di-felicia-e-peppino-impastato/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/laltrove-di-felicia-e-peppino-impastato/#comments Mon, 09 May 2016 05:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30888 Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

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Questo articolo è uscito su Repubblica – Palermo, che ringraziamo (fonte immagine).

«Il proprio osso frontale gli taglia la strada, egli si batte la fronte contro la propria fronte fino a sanguinare», annota Franz Kafka nel 1920. Per lo scrittore boemo il confronto con l’origine – che coincidesse con Praga «matrigna» o con un padre ostile – fu sempre un’esperienza che, se generava frustrazione, era allo stesso tempo un’occasione di conoscenza.

L’origine, nella prospettiva di Kafka, non se ne sta immobile alle nostre spalle ma è sempre davanti a noi, o meglio in noi, l’osso frontale che ci taglia la strada. Ciò che ininterrottamente siamo.

Una condizione che trova nella cosiddetta «sicilianità», quella di cui Leonardo Sciascia descriveva il potenziale metaforico, una sua specifica declinazione. Una materia caotica e ambigua che il luogo comune addomestica elevando il termine «radici», e tutto ciò che gli è connesso, a una piccola religione, motivo di commozione e orgoglio, oggetto idealizzato se non ideologizzato.

Nel presumere di dirci come siamo fatti, l’ideologia delle radici ci fornisce spiegazioni, o meglio giustificazioni, ancora più esattamente alibi. A ciò che siamo, dice l’ideologia della sicilianità, non c’è alternativa, e dunque non ci resta che prenderne atto e allargare fatalisti le braccia, o addirittura sollevarle al cielo per celebrare la nostra origine-destino che da tutto ci assolve.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, quando Peppino Impastato passava dalla preadolescenza alla prima giovinezza cominciando a costruirsi una fisionomia adulta, il contesto socioculturale in cui viveva – il suo osso frontale – era molto definito. Durante il fascismo suo padre, Luigi, aveva trascorso tre anni al confino per attività mafiose; contrabbandiere, aveva relazioni dirette tanto con il vecchio capomafia di Cinisi, Cesare Manzella, quanto con il nuovo, Gaetano Badalamenti.

Nel ’47, il matrimonio di Luigi con Felicia Bartolotta – che provò a prendere le distanze dalle implicazioni criminali del marito –, non riuscì ad alterare in modo significativo il milieu in cui Peppino, che nascerà l’anno dopo, sarebbe cresciuto: la logica del compromesso, così come la pratica della compromissione, erano la sostanza del quotidiano, ciò di cui si era fatti. Un puro e semplice adattarsi all’ambiente poteva essere considerato, per Peppino, automatico ed elementare: persino inevitabile, l’unica direzione in cui procedere. E invece tra la fine dei ’50 e l’inizio dei ’60 accade qualcosa che non solo non ha a che fare con la manutenzione-perpetuazione delle radici, ma si configura come una loro reinvenzione.

Come se l’Impastato adolescente si fosse messo nelle condizioni di scegliersi una nuova origine. Non è possibile sapere con certezza che cosa determinò l’abiura e il drastico cambiamento di rotta; fatto sta che a partire dai quindici anni Peppino si allontana dal padre, prende a militare nell’area del Psiup di Cinisi, fonda «L’idea Socialista», partecipa con Danilo Dolci alla Marcia della protesta e della pace e acumina il suo strumentario analitico, dando luogo a un processo di «sradicamento» culturalmente esemplare; un’autocritica – che è al contempo una critica della realtà – in gran parte agita attraverso il linguaggio.

Per averne un riscontro empirico basta ascoltare in rete le registrazioni di Onda Pazza, la trasmissione «satiro-schizofrenica» che Impastato conduceva ogni venerdì su Radio Aut (da lui stesso fondata nel ’76): dalla sigla di testa – quell’antifrastico Facciamo finta che… cantato da Ombretta Colli – all’uso ironico del García Lorca di Erano le cinque della sera, dai calembour alla rumoristica improvvisata, dall’uso sistematico del paradosso al bozzetto che parodiava «Tano Seduto» Badalamenti e gli altri «grandi capi delle grandi famiglie indiane di Mafiopoli», in quel programma dove essere fantapolitici serviva a essere realistici era proprio il linguaggio, in tutta la sua vitalità eversiva, a venire reclutato per conseguire un obiettivo ben preciso: svelare il ridicolo costitutivo del pensiero e delle pratiche mafiose.

Ciò che dunque individua il connotato tragico del percorso di Peppino Impastato e di sua madre Felicia – che dall’uccisione del figlio nel ’78 fino alla morte nel 2004 ha aperto la sua casa e ha affrontato a viso aperto Gaetano Badalamenti arrivando a vederne, nel 2002, la condanna all’ergastolo – è che quello a cui entrambi hanno reagito non era esterno ma prima di tutto interno, intrinseco; non era un boss a cento passi da casa, e neppure un padre nella camera accanto, ma era la propria camera, la propria persona, il cumulo di impliciti che nel tempo era sedimentato nella propria cultura, nel proprio immaginario, persino nel proprio istinto.

Ciò a cui Peppino Impastato e Felicia Bartolotta si sono contrapposti è quello a cui l’ideologia delle radici considera impossibile sottrarsi: l’origine come alibi. Entrambi, scontrandosi con il proprio osso frontale, hanno patito, hanno insistito: si sono fabbricati un altrove.

Il 10 maggio andrà in onda su Rai 1 Felicia Impastato, il film di Gianfranco Albano con Lunetta Savino nel ruolo della madre di Peppino. È una storia che ha senso attendere con fiducia, augurandosi che chi l’ha raccontata abbia eluso quell’inerzia che imprigiona buona parte delle narrazioni televisive italiane persuase di dover edificare educatissimi santini seriali, e abbia invece percepito e messo in scena la strutturale contraddittorietà della vicenda di questo figlio e di questa madre (in quest’ordine: perché la sensazione è che alla sua morte il figlio sia diventato la matrice culturale della madre: Peppino l’origine di Felicia).

Una materia che si fa racconto nei pressi di Sofocle, Shakespeare e Racine, nel magma dell’identità, tra gli eversori della propria origine, laddove per riuscire a fissare il nemico negli occhi occorre per prima cosa guardarsi allo specchio e fermarsi a comprendere chi si è stati e chi si è, immaginando che oltre alle radici fameliche che tutto divorano ci sono i rami, che potranno anche essere fragili ma tendono naturalmente ad allungarsi verso l’alto:verso quell’altrove dove ognuno può correre il rischio di decidere chi vuole essere.

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Via Sellerio a Palermo, per ricordare Enzo ed Elvira https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/ https://minimaetmoralia.it/editoria/enzo-elvira-sellerio/#comments Sun, 28 Feb 2016 06:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30114 Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l'occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l'autore e la testata.

di Piero Melati

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l'uno dell'altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

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Enzo-Elvira-Sellerio

Oggi a Palermo il sindaco Leoluca Orlando scoprirà la targa che intitola il tratto finale di via Siracusa alla memoria di Enzo e Elvira Sellerio. Pubblichiamo per l’occasione un pezzo di Piero Melati uscito sul Venerdì, ringraziando l’autore e la testata.

Per prima cosa hanno abbattuto il muro. Una parete che, nella storica sede palermitana della casa editrice Sellerio, divideva gli uffici di Enzo e di Elvira, dopo la separazione della coppia.

Ma fu vera separazione? I due continuarono ad abitare in appartamenti attigui, di fronte la sede (dove sorge anche il magazzino dei libri e dove giù avevano vissuto i loro genitori), continuarono a lavorare vicini (pur con ruoli diversi), continuarono a frequentarsi e ad aver cura l’uno dell’altro. «Basta muro: papà e mamma ne sarebbero contenti» dicono i figli, Antonio e Olivia.

L’ultima divisione, rimossa il 15 febbraio scorso, ha sancito la nascita del «quartiere Sellerio». Una piccola enclave, dove l’impresa editoriale è rimasta legata alla famiglia. E il 28 febbraio questa storia avrà anche un risvolto toponomastico: il sindaco della città, Leoluca Orlando, scoprirà la targa.

Nascerà così «via Enzo ed Elvira Sellerio», nell’ultimo tratto di via Siracusa (da via Marchese di Villafranca in poi, a due passi dalla centralissima piazza Politeama). Subito dopo una banda musicale guiderà un corteo che confluirà dentro il teatro Politeama, dove amici scrittori ricorderanno i Sellerio leggendo frammenti e scritti a loro dedicati.

La casa dei libretti blu nacque nel 1969, grazie a un piccolo investimento di Enzo (già famoso fotografo) e di Elvira (futura famosa editrice). Da subito si caratterizzò per il formato della collana La memoria (tascabile), per il particolare colore delle copertine, per la scelta del catalogo particolarmente curato anche grazie alla collaborazione di Leonardo Sciascia, che per anni fu di casa in via Siracusa e ne fu il più prestigioso autore.

Via Siracusa, nella mappa di Palermo, è sempre stata la strada nobile dei libri. Oltre a Sellerio, è qui la libreria Novecento di Domitilla Alessi, che fu specializzata in titoli di Franco Maria Ricci (quando l’editore pubblicava la collana La biblioteca di Babele curata da Borges) e ospitava le sede di altri due marchi, Kalòs e Due Punti.

Racconta Oliva Sellerio: «L’ipotesi di una strada dedicata si era ventilata già dopo la morte di mamma, nel 2010, ma bisognava attendere dei tempi tecnici. poi, poco dopo è morto anche papà. La morte è più veloce della burocrazia. Ora è accaduto un fatto buffo: sul sito di Tuttocittà si segnala già una via Sellerio. La toponomastica dunque la contemplava, ancora a insaputa della città».

Palermo e Sellerio, un legame viscerale. «Siamo l’unica casa editrice che ha mantenuto il nome della città di appartenenza sulle nostre copertine» ricorda Antonio Sellerio «una decisione che abbiamo ereditato dai nostri genitori e di cui siamo sempre stati convinti. Abbiamo resistito a chi ci diceva che era meglio diventare globali». Aggiunge Olivia: «Non avremmo mai potuto essere gli editori che siamo se non a Palermo. Questo comporta oneri e onori. Viviamo in un’isola, qui ti abitui a resistere, perché tutto è più difficile. La tecnologia consentirebbe oggi di fare gli editori ovunque, senza sede fissa, senza identità. Ma da noi la città entra continuamente, e altrettanto esce. Siamo veicolo di sicilianità».

L’icona è Andrea Camilleri. Ma la real casa annovera (in ordine sparso) Manzini, Tornatore, Nigro, Malvaldi, Stassi, Piazzese, Recami, Deagli, Sofri, Giménez-Bartlett, Violante, Pastor, Steiner, Cataluccio, Canfora, Moresini. Ha lanciato o rilanciato da Carofiglio a Tabucchi, ha scoperto Bufalino e Bolaño, ci ha fatto riscoprire Trollope, Schulberg, Dexter, Block, ha pubblicato Dumas, Voltaire, Stevenson, Fallada, Consolo, Dolci, Pirandello. E mantiene una libreria a Mondello.

«Una finestra sul mare» dicono.

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L’avamposto del declino. Conversazione con Emidio Clementi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lavamposto-del-declino-conversazione-con-emidio-clementi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lavamposto-del-declino-conversazione-con-emidio-clementi/#respond Tue, 15 Sep 2015 13:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28452 Questo pezzo è uscito sul Mucchio di ottobre 2013, in occasione dell'uscita di Aspettando i barbari, ultimo disco dei Massimo Volume.

di Claudia Durastanti

La prima volta che ho visto la copertina di Aspettando i Barbari, il nuovo disco dei Massimo Volume, ho pensato a Grey Gardens. È un documentario del 1975 su due donne dell’alta società che cadono in disgrazia e vivono in una casa decrepita degli Hamptons. Senza acqua corrente, con l’abitazione infestata da mosche e spazzatura, madre e figlia cercano di mantenere una loro bizzarra compostezza. Non sappiamo se stanno aspettando il barbaro. Quel che sappiamo è che si sono acconciate per il suo ipotetico arrivo. Grey Gardens è una meditazione sul tempo e sul declino, e su un modo possibile di invecchiare. Aspettando i Barbari, anche se con piglio militaresco e sostenuto, può essere un corollario dello stesso argomento: quanto ci è rimasto? E quel che ci è rimasto, è abbastanza?

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio di ottobre 2013, in occasione dell’uscita di Aspettando i barbari, ultimo disco dei Massimo Volume. 

(foto di Ilaria Magliocchetti Lombi)

di Claudia Durastanti

La prima volta che ho visto la copertina di Aspettando i Barbari, il nuovo disco dei Massimo Volume, ho pensato a Grey Gardens. È un documentario del 1975 su due donne dell’alta società che cadono in disgrazia e vivono in una casa decrepita degli Hamptons. Senza acqua corrente, con l’abitazione infestata da mosche e spazzatura, madre e figlia cercano di mantenere una loro bizzarra compostezza. Non sappiamo se stanno aspettando il barbaro. Quel che sappiamo è che si sono acconciate per il suo ipotetico arrivo. Grey Gardens è una meditazione sul tempo e sul declino, e su un modo possibile di invecchiare. Aspettando i Barbari, anche se con piglio militaresco e sostenuto, può essere un corollario dello stesso argomento: quanto ci è rimasto? E quel che ci è rimasto, è abbastanza?

La prima volta che ho sentito il disco, invece, ho avuto semplicemente paura di doverlo confrontare con il predecessore. Perché Cattive abitudini non era solo un album bellissimo, ma era anche necessario e ci ha riconciliato con la musica italiana per una sua qualità intrinsecamente commovente: era possibile, per una band che non c’era più, tornare ed essere all’altezza del tempo che aveva vissuto.

Il giorno in cui vado a trovare Emidio Clementi a Bologna non penso a case diroccate negli Hamptons e non sono spaventata: io devo immaginare che quest’uomo sia gentile, per quello che ha scritto e per il modo in cui si espone. Schietto e colto, Clementi vive in una casa infestata da dischi e cumuli di libri. Ognuno si difende come può, dal barbaro.

Durante la nostra conversazione, scopro che il nostro modo di categorizzare il tempo è diverso. Non mi aspettavo che la band pubblicasse qualcosa di nuovo così presto: “sono passati tre anni, non è poco. C’è stato un anno di tour, poi mesi di nulla. A fine registrazione ho riascoltato i due album di fila e mi sono accorto che Cattive abitudini è molto lento. Lo sapevo, ma non pensavo così lento”. In realtà in questo lasso di tempo non è cambiato solo il ritmo ma soprattutto il tono: se tre anni fa Clementi era elegiaco e malinconico, qui è un comandante militare. “Il lessico da guerra è emerso per gioco, per visualizzare l’album e renderlo concreto in fase di composizione. C’è un evidente binomio caldo/freddo: Cattive abitudini ha quasi un suono da West Coast, fa venire in mente le chitarre nei dischi di Tim Buckley che flirtano tra jazz, rock e pop. Aspettando i Barbari è molto più spigoloso e freddo”.

Se Aspettando i Barbari fosse un disco esplicitamente politico, il primo verso sarebbe “Vince chi resiste alla battaglia”, e non una frase di Danilo Dolci che dice: “Vince chi resiste alla nausea”. Chiedo a Clementi se ha mai sentito questo disgusto, e quanto. Gli domando se è il motivo per cui fa il mestiere che fa. “Disgusto… in generale direi di no. Non che in certi momenti non mi sia sentito così, ma per certi versi quello della creatività è un mondo perfetto. Una realtà così ambigua, fatta di chiaroscuri… essere il protagonista della storia forse non è il massimo, ma se devi raccontarla allora ti salvi. Penso a quelle società in cui c’è un senso civico maggiore e in cui alcuni problemi dell’esistenza vengono eliminati, dove le scene culturali sono stagnanti e la creatività si allontana. Da questo punto di vista vivere in Italia è da privilegiati. Nella decadenza totale dell’Occidente siamo la vera avanguardia. Siamo l’avamposto del declino”.

Man mano che il disgusto si allontana, ammesso che sia mai stato il nucleo freddo dei testi di Clementi, qualcosa si perde. Il racconto in prima persona, per esempio. Qui è tutto più distaccato, ne Il nemico avanza c’è un algida prima persona plurale che fa pensare alla Trilogia della città di K. di Agota Kristof. “Avevo poca voglia di mettermi in gioco, poca voglia di io narranti… mai letto quel libro. Quella prosa così secca mi spaventa”. Eppure, Clementi non esita a essere cinico e tagliente nello stesso modo. In un disco in cui c’è una canzone dedicata a Vic Chesnutt, cantare versi come “La moda di spararsi” (sempre di Danilo Dolci) non è brutale? E la canzone per Chesnutt cos’è, se non un cinico memento mori? “È un omaggio, mi piace l’idea di celebrare un contemporaneo. Vale anche per le cover; abbiamo fatto lo split con i Bachi da Pietra perché ci divertiva l’idea di rileggere un pezzo uscito tre mesi prima e non decine di anni fa. Un po’ come negli anni Sessanta, quando un cantante sentiva un pezzo che gli piaceva e lo reinterpretava all’istante. Era bello, fresco, ingenuo e meraviglioso. Sono un po’ afflitto da questo sguardo perennemente rivolto al passato. Mia madre è una di quelle che se ha la possibilità di comprare un mobile di merda ma nuovo, preferisce il nuovo. Gli anni Settanta erano così, poi noi ci siamo accorti che il nuovo faceva più schifo del vecchio, però so che quello di mia madre era uno sguardo più… pulito, igienico.».

Osservo Clementi mentre dice queste cose, e mi rendo conto degli anni che ci separano. Per un bizzarro mutamento ontologico, sono io quella conservatrice tra i due: a me questo atteggiamento verso il passato non scandalizza. La nostalgia può paralizzarti ma anche essere incredibilmente creativa, è una questione di equilibri. Forse per la generazione dei Massimo Volume è più complicato accettarlo. “I conti su quest’epoca si faranno in un altro momento. Però quando entro in un negozio di dischi e ci trovo la riedizione di un album di quarant’anni fa, quando giro per le librerie e le trovo sommerse da prime edizioni dell’Einaudi, mi torna in mente quando una volta io spasimavo per l’uscita del disco nuovo. Ecco, quello era un atteggiamento più sano”.

Forse per la mia generazione è anche una questione ecologica: la produzione di oggetti sempre nuovi aumenta il disordine del mondo, c’è qualcosa di etico nella conservazione del passato. “Pensa a La svastica sul sole di Philip K. Dick, dove i giapponesi diventano collezionisti di manufatti della Guerra Civile americana. Gli americani si mettono a falsificare tutto il falsificabile, e quelli sono così tonti che comprano proiettili anche se finti. Gli americani però perdono completamente l’idea di cosa sia un’opera d’arte, ormai c’è solo collezionismo. A un certo punto uno di questi che lavora il metallo fabbrica un anello: è un’opera d’arte inedita, cerca di venderla ma nessuno la capisce o la vuole. Arriva un momento in cui il tuo rapporto con gli oggetti è mediato da come questi si sono comportati nella storia. Ieri sono andato a prendere il primo album di Caetano Veloso, sapendo già che era un capolavoro del tropicalismo. Forse, e dico forse, è più sano rapportarsi a un’opera senza peso sulle spalle. Io, oggi, so già cosa sia il primo disco dei Joy Division. E pure i Massimo Volume corrono il rischio di essere museificati. ‘Sai, c’è questa band, fa cose di nicchia…’ mentre una volta usciva Stanze e la gente diceva: ‘ma che cazzo è ‘sta roba’”.

Emidio Clementi è arrivato sulla scena con una sensibilità mediata da anni di letture. La sua personale inclinazione per il margine e la vita chiassosa ma anche minima mi ha sempre fatto pensare che fosse un fan dei Beat. Quegli scrittori che ami per un certo periodo, odi per un certo periodo, e con cui (forse) poi ti riappacifichi. “In realtà vengo più dai classici. Non voglio fare lo snob, i Beat li ho letti tutti, ma ho un rapporto più stretto con Fitzgerald e Steinbeck. Gli americani non avevano un approccio accademico e da ragazzo è stato incoraggiante sapere che uno poteva pubblicare romanzi anche se lavorava in una pompa di benzina. È difficile avvicinarsi alla scrittura pensando a Thomas Mann; gli americani rendevano tutto possibile. Sentivo una vicinanza fraterna con loro. Poco tempo fa ho visto un documentario in cui ci sono la moglie di Kerouac e di Cassady; all’epoca erano tutti più o meno vivi. Nelle scene di repertorio vedi questi ragazzi all’ennesima potenza, all’apice della loro giovinezza, e poi li paragoni ai vecchi e alle vecchie sfasciate che sono diventati. Vedi Gregory Corso che ormai gli daresti calci nel culo, tutto sdentato che dice fregnacce terribili. Però gli americani sono stati bravi a gestire le loro storie mentre noi non abbiamo saputo valorizzare certi vissuti. A San Francisco la museificazione dei Beat può risultare stucchevole, ma loro sono stati capaci di assegnare valore a grandi scrittori che erano dei tossici. Noi invece scartiamo anche vissuti importanti perché non abbiamo senso di appartenenza. Prendi Fedele alla Linea, il documentario su Giovanni Lindo Ferretti. C’è una storia fortissima dietro: un chierichetto che poi diventa un punk, il seminario, la vita coi cavalli. È una storia bella, della nostra tradizione. Gli americani hanno Kerouac e noi abbiamo Ferretti, ma non lo sentiamo come nostro. È un discorso un po’ scivoloso, ma penso spesso alle storie che abbiamo buttato”.

Gli americani hanno costruito interi filoni letterari sul loser, che in Italia invece ha preso la connotazione eterna dell’impiegato statale negli anni Cinquanta. Quello è il massimo della sconfitta che il paese sente come propria, Tondelli escluso. “Non mi riferisco necessariamente ai loser: prendi la musica alternativa italiana, che pure ha influenzato una generazione. Ci sono libri di diversi trentenni che si aprono con citazioni di Manuel Agnelli, dei CCCP, ma là fuori, oltre questa nicchia… non gliene frega niente a nessuno”. Anche qui le nostre percezioni divergono: le band che cita, nel bene e nel male, sono state un macigno. Non so se erano quegli anni, un senso diverso della temporalità, ma Afterhours, CCCP e anche Massimo Volume, per quanto defilati, sono una specie di monolite compatto nella nostra memoria. Hanno avuto un privilegio che a cantanti contemporanei, che pure si muovono in una sensibilità simile, non viene riconosciuto: quello di essere ricordati, perseguitati ma anche molto amati. Qualcosa che sfocia nel culto, soprattutto nel loro caso.

Prendiamo i testi di Clementi: non solo non c’è ironia, ma non vengono neanche mai percepiti con ironia. Lui è sempre alto, tragico e nobile (oggi qualcosa di simile forse accade solo con i Fine Before You Came). Una metafora frusta può capitare a tutti, ma verso Clementi siamo sempre in buona fede: anche quando cade, cade in un contesto protetto. Vasco Brondi quando inciampa è già ridicolo, non riusciamo a essere ingenui o solidali nei suoi confronti. «Bravi i Fine Before You Came. Sai, nel nostro caso vale un po’ il filtro del tempo, c’è stata una specie di santificazione a posteriori. Brondi paga le conseguenze di essere nel presente. Nel 1995 c’era gente che ci amava, ma anche gente che diceva: ‘Minchia che palle i Massimo Volume’ e ricevevamo le stesse critiche che oggi possono rivolgere a lui. Il successo da giovane non te lo perdona nessuno, pensa a Enrico Brizzi. Rispetto a Brondi, noi dipendiamo più da una buona critica, ma lui è al punto in cui gli danno quattro pagine sul Venerdì’ di Repubblica. Può anche fregarsene delle critiche per il secondo disco: perché in qualche modo è riuscito a essere là fuori”.

Forse un artista vivrà sempre il conflitto tra il voler essere più venduto o il voler essere più rispettato. Non è una considerazione ipocrita: alla fine di un percorso, vale più l’incasso o l’essere una figura di culto? “Giustamente Manuel dice: ‘la mia generazione ci ha messo un po’ ad arrivare al successo perché non sapeva fare niente, non c’era nessuno alle spalle che ci spiegasse delle cose. Abbiamo dovuto scoprire come funzionava il meccanismo’. Le band di oggi mi sembrano più scaltre e smaliziate, il che è un bene, ma quando intravedo una componente manageriale e fredda mi preoccupo. E poi non tutti possono dire la stessa cosa con lo stesso effetto. Ci sono sentimenti che messi in bocca a qualcuno sono atroci, e che in altri risultano indenni. Bukowski, nella sua maniera, non è mai volgare”.

È strano parlare di santificazione e museificazione con il leader di una band che è ancora viva e vegeta. Ma è strano anche il rapporto che molte persone sotto i trenta hanno stabilito con i Massimo Volume: il nostro amore per loro è nato quando non esistevano, in quel lasso di tempo in cui avevano deciso di darci un taglio. “Siamo stati fermi meno di dieci anni. Se ci pensi, alla fine abbiamo saltato solo un disco. Ci sono stati momenti di gelo, ma io e Vittoria ci siamo riscoperti molto. Con Egle i rapporti non sono mai stati fittissimi, sicuramente buoni, ma il vero legame profondo era quello con Vittoria. Sai, ce l’avremmo fatta anche senza… le nostre vite sarebbero andate avanti comunque. È stato un misto di caso, anche di voglia, ma potevamo non tornare.

Ricordo il periodo della sala prove e il concerto al Traffic nel 2008 come momenti di grossa commozione. Anche adesso mi commuovo. La vita si accorcia, è un fatto. Non ci diciamo mai ‘questo potrebbe essere l’ultimo disco’, ma siamo costretti a pensarci, per questo vivo ogni momento con i Massimo Volume come se fosse prezioso. Una volta credevamo che la band fosse tutta la nostra esistenza, che avremmo avuto tutto il tempo per dire tutto quello che volevamo dire. Ora sappiamo che non è così”.

Aspettando i Barbari non è un disco di commiato e non è particolarmente malinconico, anche se i versi finali di Da dove sono stato puzzano di congedo (per tutte le strofe
 uscite male 
e le frasi sbagliate
 che nessuno
 potrà più cancellare
 io vi saluto 
e mi inchino 
io vi saluto
 e pieno di rispetto 
vi dico addio). “In realtà volevo solo rivolgere un saluto. C’è una poesia di Walt Whitman in cui si congeda dai poeti che lo hanno ispirato ringraziando per quel che gli hanno dato ma adesso basta, ha la sua vita. Il pezzo si chiude con rumori da osteria, ma non è necessariamente la fine della festa”.

Più inquieti che rassegnati, e con canzoni come Dymaxion Song di un’intensità impossibile da falsificare, i Massimo Volume dimostrano che si può continuare a maturare senza cedere il passo alla stanchezza. È un privilegio di pochissimi artisti, quello di essere ancora all’altezza del proprio devastante debutto. Quando penso alle strategie dell’invecchiare o a un piano di uscita, mi stupisco sempre della quantità di astio che attirano figure come la Pivano, Patti Smith e per certi aspetti anche Ferretti che rinunciano a Rimbaud per baciare la mano del Papa. La controcultura può anche non durare tutta la vita, e la mediocrità della tarda stagione mi suscita più indulgenza che livore. “È difficile controllare la tua persona pubblica, soprattutto a quei livelli. Però io mi ricordo che quando vedemmo Patti Smith per la prima volta, ci chiedemmo tutti da dove cazzo fosse uscita, era tutto molto ambiguo e potente… oggi potrebbe avere un negozio di erboristeria. Massimo rispetto, ma ovviamente mi intriga di meno. Certo, che ti inventi dopo una carriera simile, come ti controlli? Tu pensa a una punk che viene in Italia in quegli anni lì e dice ‘Portatemi da Papa Luciani’. Quello la rendeva indecifrabile e potentissima, ti stupiva sempre. Ma ognuno ha la sua stagione: diventa stucchevole pure chi vuole stupirti a sessant’anni. Philip Roth è uno che riesce a descrivere bene questa dimensione senile, non si crogiola mai”. Sì, però Roth ha deciso di fermarsi, ha detto basta. “Ha detto quello che doveva dire. Chissà se arriverà il giorno… sì, arriverà”. Il pensiero della fine sta lì, e probabilmente è l’unico e vero barbaro che i Massimo Volume possono evocare in questo disco, perché qui non c’è guerra e non c’è sangue, e neanche un nemico banale. C’è solo un senso difeso dello stare al mondo, che Clementi si porta dietro anche quando pensa all’accoglienza del disco. “Non chiederò mai più a nessuno se gli è piaciuto il disco, non voglio mettermi nella posizione di ricevere una risposta. Ho sviluppato armi di difesa. Se ti è piaciuto o meno ha più a che fare con te che con me. Non mi va di essere scoperto”.

Prima di incontrare Emidio Clementi ero costretta a immaginarlo come un uomo gentile, per quello che scrive e perché, al di là di quel che dice, lui è esposto, ed è scoperto. Ma è solo dopo averci parlato che scopro che lui e i Massimo Volume sono anche questo: persone che lavorano il metallo in un’epoca in cui stiamo dimenticando a cosa serva, e per caso e dedizione producono un anello. Solo che, a differenza di un romanzo di Philip K. Dick, noi di questa bellezza, e di quest’arte, sappiamo ancora cosa farcene.

 

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Biglietto lasciato prima di non andare via* https://minimaetmoralia.it/interventi/biglietto-lasciato-prima-di-non-andare-via/ https://minimaetmoralia.it/interventi/biglietto-lasciato-prima-di-non-andare-via/#comments Thu, 10 Sep 2015 14:59:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28251 di Mario Fillioley

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

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di Mario Fillioley

Ho passato tutta la mia vita adulta a cercare un modo per non andarmene da Siracusa. Anzi sono abbastanza convinto che la decisione di non andarmene da Siracusa sia venuta a coincidere con il momento in cui ho cominciato a diventare adulto, o forse solo con il momento in cui ho cominciato a capire che diventare adulti aveva a che vedere con decisioni di questo tipo.

Da lì in poi, mi è sembrato che risolvere quello che ancora avevo da risolvere con me stesso, le varie incertezze, gli ultimi tratti di personalità ancora da definire, insomma la tarda adolescenza, potesse essere risolto a partire da questo cardine, la città dove sono nato e cresciuto e da cui per un periodo ero stato assente.

Quel periodo di assenza, durato poco meno di un decennio, un’esperienza (lunga) che troverei sano fosse imposta a chiunque, come un tempo lo era il servizio militare, l’ho anche benedetto, se non altro perché era servito a farmi scoprire che un cardine c’era, o ci poteva essere, e che incardinarsi, pur non essendo l’unica via per cominciare a guardare al futuro, era un buon punto di partenza da cui mettere in ordine il presente: prima vediamo dove abitare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto.

So bene, perché l’ho visto fare ai miei amici, che anche procedere lungo l’altra direttrice (prima che lavoro fare, poi tutto il resto, una cosa alla volta, finché tutto non va al suo posto) avrebbe portato alla stabilità e alla maturazione: delle due, al bivio, ho scelto con naturalezza la strada che più mi si confaceva, non ho dovuto starci a pensare.

C’è una cosa però che forse a una parte d’Italia (sul continente direbbe mia nonna) sfugge: per quanto la mia decisione a quel bivio fosse stata presa con naturalezza, e per quanto con altrettanta naturalezza i miei amici ne imboccarono l’altro ramo, quel bivio c’era, era lì, esisteva, e andava affrontato.

Nascere, crescere, e quindi in qualche modo legarsi affettivamente, a una cittadina del profondo sud, comportava (e comporta ancora) il fatto di doversi trovare, a un certo punto della propria vita, a un bivio di fronte al quale operare una scelta, la scelta tra abitare dove si è nati, facendo qualunque lavoro si riesca a trovare, o andare ad abitare altrove, a fare il lavoro che ci si è preparati a fare.

Non credo sia per forza un male. Anzi forse è perfino una scorciatoia verso la maturità. Presto, magari già dal momento in cui deciderai che è meglio andare a fare l’università fuori, sarai obbligato a elaborare una specie di lutto: il lutto per la realizzazione professionale cui forse rinunci rimanendo, o quello per la perdita della tua città, cui rinunci andandotene.

Lutto è un parolone, un’iperbole di quelle che mi piacerebbe sapere evitare, e lo è ancora di più perché quella è un’età in cui i lutti sono eventi lontanissimi, considerati alla pari di eventi inesistenti, un’età in cui a tutto sembra esserci rimedio, per ogni cosa sembra esserci a disposizione un tempo infinito, una seconda opportunità, di ripensamento o di svolta dietro ogni l’angolo che giri. Potrei quindi forse chiamarlo un lutticino, l’equivalente della morte del pesce rosso, ma resta il fatto che ci sono cittadini di questa nazione a cui il pesce rosso non muore mai, o meglio non è detto che debba morire per forza, e altri cittadini a cui invece muore di sicuro e anche presto, e che quindi presto devono cominciare a fare i conti con l’acquario vuoto.

Lo dico con sincerità, e non solo con l’intento di scacciare via l’enfasi da queste righe: io ho affrontato questo bivio a cuore molto leggero. Ci ho pensato soltanto anni dopo a cosa avevo fatto e perché. Sul momento invece, ho solo fatto la cosa che mi faceva stare meglio: ero stufo di provare il desiderio di essere qua ogni volta che ero là e quello di essere là ogni volta che ero qua. Stufo dei treni stracolmi a Natale e dei biglietti aerei da prenotare con mesi di anticipo, dei traghetti alle cinque di mattina e delle colazioni con l’arancino del Caronte che no, non è affatto il più buono di tutta la Sicilia e sì, è unto da fare schifo.

Ho pensato che questo scisma perenne andasse risolto una volta per tutte: casa e lavoro dovevano coincidere, e siccome la casa era qua, nel senso che qua erano la mia famiglia e i miei amici, e soprattutto qua erano i luoghi di cui avevo vera conoscenza e vera intelligenza, e dunque vero affetto, (e i luoghi al momento è ancora impossibile trasportarli altrove), l’unica cosa sensata era trovare qua un lavoro. Sapevo che un lavoro significava qualunque lavoro, e la cosa non mi spaventava affatto. Anzi, anche dire che non mi spaventava è un’espressione debole, imprecisa, falsa addirittura, perché la paura non c’entrava niente, per avere paura bisogna valutare, e a me valutare non interessava, non sapevo neanche che fosse tramite una valutazione che si fanno le scelte.

Non posso quindi vantare un periodo di drammi esistenziali risolti per mezzo di sacrifici e decisioni sofferte, e questo non so dire perché non sia accaduto: posso solo ricondurlo alla mia indole personale, al fatto che dentro di me ho vaste zone di superficialità e grandi praterie di facili entusiasmi, e dove anche solo intravedo una soluzione subito mi sembra già raggiunta, e smetto di vedere i problemi che le pre-esistono, e li do per risolti, e anzi forse per nemmeno mai esistiti.

Perciò niente mi è pesato in questi anni, nessuno di quelli che oggi, a quasi quarantadue anni, posso definire (senza volerne fare spregio, non esistono lavori di cui fare spregio) lavoretti, nel senso di poco stabili, o stagionali, o tipici dei ragazzi, degli studenti, dei principianti, insomma poco consoni a un uomo della mia età. Li ho fatti per anni, li ho fatti tutti, e con un certo buon umore (i lavoretti hanno tanti difetti, ma spesso sono divertenti), ho sorriso di fronte a quelli in nero, a quelli mal pagati (tutti, indistintamente, qualificati o meno che fossero) e anche a quelli mai pagati (molti).

Questo era il posto dove avevo scelto di vivere, e, in questo posto, queste erano le usanze, questa era la vita: questa è lacqua, diceva lo scrittore, nel senso che un pesce non lo sa cos’è l’acqua, ed è così che secondo me si vive quando si vive con naturalezza dentro qualcosa, perché la naturalezza, se è vera naturalezza, ti ingloba e non devi dartene spiegazione.

Non provavo depressione, sentimento cui spesso ci si riferisce citando quel titolo di Foster Wallace, e credo non fosse neanche rassegnazione. Credo, ma non ne sono sicuro, perché ho sempre fatto molta fatica a distinguere la rassegnazione dalla consapevolezza, e mi viene difficile anche adesso, quindi non lo so cos’è che provavo di preciso: di sicuro sapere che questa è lacqua non mi ha mai fatto desiderare di vivere sulla terraferma.

Questa assenza di smania, questo avere smesso di desiderare altro, me lo dico adesso che sto per affrontare un secondo bivio (adesso che so un po’ meglio chi ero e un po’ peggio chi sarò) penso mi sia servito a evitarla, la rassegnazione: forse è stato un antidoto che avevo in dotazione solo io, forse era solo con me che poteva funzionare, fatto sta che finché doveva funzionare ha funzionato, ed è stata tutt’uno con la naturalezza, con l’acqua, oppure, se vogliamo ancora una volta accogliere la suggestione della cultura fatalista tipica del meridione, era proprio da là che veniva, dall’acqua.

Mi rendo conto di avere appena fatto la caricatura di un monaco zen o di un mistico, o forse meglio ancora di un atarassico, cosa che non è, che non è stata, che non poteva essere.

Non sono stati affatto anni sereni, più che a un anacoreta somigliavo all’anziano pastore raccontato da Ernesto De Martino ne La fine del mondo, quello che mentre gli davano un passaggio in macchina, man mano che il campanile di Marcellinara scompariva dal finestrino, gli veniva un attacco di panico e dovevano tornare subito indietro per rassicurarlo.

La serenità c’entra molto poco. Tutto è stato sempre in discussione, la scelta stessa, quella originaria, quella presa con disinvoltura di fronte a quel bivio, è tornata, mi sono rivisto più volte fermo a quell’incrocio, in sogno o in pieno giorno, in un giorno difficile, di quelli in cui ti penti, o in uno felice, di quelli in cui le possibilità cui si è rinunciato, le potenze irrealizzate si affacciavano, balenando di nuovo come per dire che forse quello era il momento giusto, quello in cui finalmente sarebbero diventate atto.

Eppure ogni volta che questo pensiero è comparso, ogni volta che la tentazione di un meglio, di un di più, della terraferma, è venuto a visitarmi sott’acqua io mi sono confermato nella mia scelta, ho sentito con distinzione di essere nient’altro che un pesce, e che non solo quest’era l’acqua, ma anche che sulla terraferma, nel giro di niente, sarei finito di nuovo a panza all’aria, a dibattermi tra il me di là e il me di qua, e quindi no, grazie, sono lusingato ma rimango dove sono.

Invece è arrivato questo agosto del 2015, e io che tutta la vita ho cercato modi per rimanere, lavoretti per rimanere, pezze di appoggio, aggrappi anche minuscoli per non allontanarmi dallo scoglio, da un momento all’altro potrei vedermi offerta una cattedra, un posto fisso, la conclusione felice di anni di attesa, il lieto fine, il tutto e subito: da zero a di ruolo in un secondo solo. A patto di andarmene da qua.

Mi infastidisce la parola deportazione, ho provato a scrivere di me stesso senza usare esagerazioni di questo tipo, e mi piacerebbe che si sforzassero di farlo un po’ tutti quelli che intendono riferire le proprie condizioni di vita, perché io di vite tragiche non ne ho mai viste, se non a teatro, e secondo me le vite, quando sono vere, più vogliono sembrare tragiche e più finisce che sembrano ridicole. Però ho letto su un quotidiano nazionale di un marito e una moglie, tutti e due insegnanti e con due figli. Ho letto che dovranno spostarsi, probabilmente il marito in una regione e la moglie in un’altra, e pagarsi due case, e due affitti, e decidere con chi andranno a stare i figli, magari dividendoseli uno per ciascuno, e stabilire chi dei due si terrà la macchina e chi invece il motorino, chi il cassettone del soggiorno e chi invece la camera da letto, proprio come se stessero divorziando. Doloroso, molto. Forse non è materiale da tragedia, però è anche vero che nella sorte c’è tanta ironia, e questa ironia può essere potente, fare ridere come fare piangere.

Per questo ora mi sembra pura cattiveria ricordare la costituzione. La costituzione è un po’ cattiva di suo, solo che non ce ne accorgiamo: la usiamo sempre quando c’è da rivendicare un diritto, però difficilmente ce ne ricordiamo quando fa da ammonimento ai doveri. E invece ecco l’articolo 98, infame, a dire che I pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della nazione. Dice così: della nazione. In pratica dice che l’insegnante di una scuola pubblica è come un bersagliere, va dove c’è bisogno di lui, è al servizio dell’Italia intera e non della regione o della provincia dove è residente, è soggetto alla stessa logica di un militare, s’è scelto un mestiere che prevede spostamenti, dislocazioni più che deportazioni, cioè spostamenti dettati da esigenze logistiche, a volte anche pressanti, come quelle che fecero sentire a Danilo Dolci l’urgenza di lasciare il nord Italia e venire a fare l’educatore a Partinico, spontaneamente, perché era là che c’era più bisogno di lui e delle sue pratiche.

Dovesse capitare a me, e potrebbe capitarmi presto, dovessi scegliere di accettare il ruolo (solo quegli italiani che hanno provato a fare l’insegnante possono comprendere appieno il significato di cui si carica la parola ruolo quando la scrivi o quando la pronunci), non credo riuscirei a viverla come una deportazione. Non credo che dover abbandonare il luogo che mi è più caro al mondo e che più ho cercato di tenermi stretto mi farà piangere. Non lo credo perché non so farlo: l’ironia della sorte a me di solito fa ridere e basta, ridere come si ride di un amico nei guai, ridere di empatia, ridere di tenerezza verso me stesso e verso tutti quelli che vivendo vicende simili, saranno miei compagni.

Così è. Lotti una vita per restare in un posto, pensi di avere ormai trovato il tuo anfratto di scoglio, il luogo in cui restare tappato a ogni mareggiata, poi arriva un’onda così forte che nessun bollettino poteva prevederla, e ti scaglia lontano. Chissà dov’è che ti ha catapultato, non ti raccapezzi più, allora ti fai uscire le bollicine dalla bocca per renderti conto di qual è il sopra qual è il sotto, poi fai i primi giri di esplorazione, nuoti, nuoti e nuoti, e dopo un po’ capisci che niente: questa è lacqua.

 

* Se non dovessi tornare,
sappiate che non sono mai
partito.
Il mio viaggiare
è stato tutto un restare
qua, dove non fui mai.

(Giorgio Caproni)

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L’amor scortese – intervista a Marco Simonelli https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lamor-scortese-intervista-a-marco-simonelli/#comments Tue, 31 Mar 2015 08:08:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26037 (Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson) Venga dentro di me che sto carponi, venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti e al solito poi mi ricopra di diamanti. Venga dietro, davanti, arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti dei miei remissivi […]

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(Una versione ridotta di questo pezzo è uscita sul dorso toscano del Corriere della Sera; la foto è di Tom Garretson)

Venga dentro di me
che sto carponi,
venga strappandomi l’orecchio coi suoi denti
e al solito poi
mi ricopra di diamanti.

Venga dietro, davanti,
arrivi ai bivi dei miei possessivi patimenti
dei miei remissivi struggimenti
dei miei attivi sentimenti
dei miei passivi straneamenti

arrivi lei altrimenti
sopra la mia fronte prepotente
sopra la mia guancia strafottente
sopra la mia spalla prorompente

Marco Simonelli, poeta, traduttore e performer attivo da un decennio sulla scena fiorentina e nazionale, consacrato nel 2012 dall’inclusione nell’Undicesimo Quaderno Italiano di Poesia di Marcos y Marcos, esce oggi con Poesie d’amore splatter, nuovo libro che raccoglie anche parti importanti della sua produzione passata. Un percorso, quello di Simonelli, sviluppatosi in maniera circolare: dopo il debutto con un racconto in versi, il poeta fiorentino ha vissuto una fase di ricerca e sperimentazione con incursioni nel monologo drammatico, nella “spoken-word” e nel recupero del sonetto elisabettiano, mentre negli ultimi anni ha ritrovato interesse per la narrativa in versi.

Poesie d’amore splatter,” spiega Simonelli, “è un libro in quattro parti – Sesto sebastian, che a sua volta è un piccolo trittico, Poesie d’amore splatter, la parte centrale che dà il titolo alla raccolta, Gli ultimi colpi e la conclusiva Palinodia – che raccoglie materiali scelti dai miei lavori precedenti più una lunga coda di inediti, tra quelli che hanno mostrato la miglior resa nella lettura ad alta voce, che è parte essenziale della mia attività. Non solo perché sono anche performer: se un testo supera la prova della lettura ad alta voce, significa che ha raggiunto un buon livello di maturazione. La poesia è essenzialmente un accadimento vocale.”

“Il tema del libro, invece, è l’amore colto nelle sue manifestazioni più estreme. Il blocco di poesie che lo apre, una nuova messa in scena del martirio di San Sebastiano in chiave pop, è un monologo in versi uscito nel 2004, che col tempo è diventato un mio ‘cavallo di battaglia’ nelle letture pubbliche. Lo rappresento da dieci anni; c’era bisogno di una ristampa. Così ho deciso di affiancargli poesie vecchie e nuove, tutte accomunate dal tema erotico-mortifero, ma sempre con una nota di leggerezza. Tra le influenze dirette c’è infatti il ‘300 toscano riletto in chiave parodica, dato che il mio ‘amore splatter’ è essenzialmente un amore scortese.”

“Va detto,” aggiunge il poeta, “che un’altra fonte d’ispirazione classica sono i sonetti shakespeariani: negli anni ne ho scritti un centinaio e qui ne pubblico quattordici. E poi credo vi sia l’influenza di un certo clima neovanguardista e manierista nella ricerca di una forma in grado di rivitalizzare e aggiornare il concetto di ‘poesia d’amore’. In questo caso, in chiave anche manifestamente queer. Recentemente ho avuto l’onore e l’onere di essere l’ultima voce antologizzata nel volume Le parole fra gli uomini, un excursus critico a cura di Luca Baldoni che per la prima volta prende in esame e mappa la poesia gay italiana del ‘900, da Saba a – appunto – Simonelli. In area anglosassone antologie del genere sono in circolazione da trent’anni; da noi siamo abbastanza indietro.”

“A livello stilistico, al di là delle influenze classiche devo molto al magistero maieutico di Danilo Dolci, Mariella Bettarini e Franco Buffoni e certamente la poesia di Amelia Rosselli ha avuto un forte impatto sulla mia scrittura. Molte delle poesie qui incluse, poi, hanno visto la luce all’interno di un laboratorio composto da poeti dell’area fiorentina: il lavoro di lima è essenzialmente un’esperienza collettiva. Se è vero che oggi c’è un piccolo rinascimento letterario a Firenze e in Toscana, con l’emersione di una nuova coorte di scrittori e critici dopo un periodo di relativo silenzio, la nostra poesia ha invece sempre goduto buona salute. Dopo il lunghissimo magistero post-ermetico, i poeti più interessanti della scena toscana sono soprattutto donne: Elisa Biagini, Rosaria Lo Russo, Francesca Matteoni. Voci diverse accomunate dalla consapevolezza che la poesia sia soprattutto una modalità d’intervento pratico nella realtà. Tra l’altro mi sento di dire che non è vero che la gente non legge poesia. Il fatto è che la poesia – e anche il fare poesia – è un ‘bene di lusso’ praticamente gratuito, pubblicato spesso con difficoltà e senza movimenti di denaro. Funziona e si diffonde in modo completamente proprio. Questo rende meno visibili i lettori di poesia, ma esistono e sono agguerriti ricercatori e collezionisti. L’assenza di business garantisce poi una libertà praticamente assoluta. Anche l’editore che ho scelto va in questo senso: Poesie d’amore splatter esce come edizione d’arte a tiratura limitata con copertina serigrafata per le edizioni Sartoria Utopia di Francesca Genti e Manuela Dago. Cuciono personalmente i libri a mano, sono delle vere artigiane della pagina, e col tempo hanno pure messo insieme un catalogo molto interessante.”
poesiedamoresplatter

Homo domine et regum dominatio
sia il dazio del suo corpo un momento assai divino
sia vino il sangue suo, siano pane le sue pene
sia il pene conservato in una teca

e cieca vada adorandolo la folla –
di quella polla di plasma vado fiera.

Ogni sua falla è d’amor miniera.

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Le scarpe rotte di Angela Zucconi (1914-2014) https://minimaetmoralia.it/ritratti/le-scarpe-rotte-di-angela-zucconi-1914-2014/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/le-scarpe-rotte-di-angela-zucconi-1914-2014/#comments Sat, 22 Nov 2014 09:59:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24452 (Nella foto: Adriano Olivetti, Bobi Bazlen e Angela Zucconi. Ringraziamo la Fondazione Adriano Olivetti per la gentile concessione.)

Quando Angela Zucconi è morta, il 17 novembre del 2000, da pochi giorni era stata pubblicata, per l’editore L’ancora del Mediterraneo di Napoli, la sua autobiografia: Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà. Il titolo, la Zucconi, lo aveva preso in prestito da un’idea di Emilio Sereni per un convegno del 1946: L’utopia di oggi sarà la politica di domani. Protagonista della ricostruzione repubblicana, non a caso aveva voluto scegliere proprio quello slogan, così datato, per parlare di sé, e di una vita che era proseguita ben aldilà di quegli anni: perché allora, nell’immediato dopoguerra, con Sereni come con Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Guido Calogero, Angela Zucconi aveva inseguito, nel segno di questa utopia, la strada dell’impegno sociale, in costante dialogo con quella fede cattolica, che faceva rispuntare nel titolo della sua autobiografia come casualmente e, comunque, a libro (e vita) conclusi, nel segno di una autrice a lei vicinissima, Simone Weil: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, scriveva, “Dio non si occupa della storia. Lascia all’Homo faber il compito di fare e disfare”.

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(Nella foto: Adriano Olivetti, Bobi Bazlen e Angela Zucconi. Ringraziamo la Fondazione Adriano Olivetti per la gentile concessione.)

Quando Angela Zucconi è morta, il 17 novembre del 2000, da pochi giorni era stata pubblicata, per l’editore L’ancora del Mediterraneo di Napoli, la sua autobiografia: Cinquant’anni nell’utopia, il resto nell’aldilà. Il titolo, la Zucconi, lo aveva preso in prestito da un’idea di Emilio Sereni per un convegno del 1946: L’utopia di oggi sarà la politica di domani. Protagonista della ricostruzione repubblicana, non a caso aveva voluto scegliere proprio quello slogan, così datato, per parlare di sé, e di una vita che era proseguita ben aldilà di quegli anni: perché allora, nell’immediato dopoguerra, con Sereni come con Manlio Rossi Doria, Adriano Olivetti, Guido Calogero, Angela Zucconi aveva inseguito, nel segno di questa utopia, la strada dell’impegno sociale, in costante dialogo con quella fede cattolica, che faceva rispuntare nel titolo della sua autobiografia come casualmente e, comunque, a libro (e vita) conclusi, nel segno di una autrice a lei vicinissima, Simone Weil: “Il Signore è vicino a chi lo cerca”, scriveva, “Dio non si occupa della storia. Lascia all’Homo faber il compito di fare e disfare”.

Erano i cinquant’anni nell’utopia, dunque, l’oggetto della narrazione. Scriveva, allora, uno dei suoi, postumi, recensori: “Non credo che il nome di Angela Zucconi dica molto alla maggioranza (ne ha scritto brevemente Goffredo Fofi nel suo Le nozze coi fichi secchi). Eppure leggerne l’autobiografia è emozionante, testimonianza di un secolo, ma non basta: testimonianza di un secolo vissuto. Con passione, senza risparmio, alimentando una speranza di progresso civile per tutti, tra fatiche, delusioni, compensi e la voglia sempre di operare, di fare, di costruire, senza retorica, nella modestia. (…)”. Non sottolineava, il recensore, uomo come tutti i recensori del libro, come questa modestia nella narrazione fosse il tono costante, al punto che nessun momento della sua vita, per quanto importante, acquistava il dovuto spessore, e tutto fosse diluito in un fluire dalle tinte sfumate, senza picchi, né tracolli. Come questa modestia, insomma, nascondesse quella difficoltà tutta femminile a calarsi con tutto il proprio vissuto entro la storia più generale, e con atto politico, rileggerla.

Eppure la vita della Zucconi si è snodata attraverso tappe fondamentali per la vita degli intellettuali italiani del ‘900. Negli anni Trenta poetessa e traduttrice dal tedesco e dal danese, inviata per reportage dal nord Europa per “L’Avvenire d’Italia”, poi per “Omnibus”, grazie a Leo Longanesi. Presenza costante nella vita di don Giuseppe De Luca fino al 1962, anno della morte di lui. Negli anni Quaranta alla casa editrice Einaudi, dove conoscerà e si legherà da profonda amicizia a Natalia Ginzburg. Nell’immediato dopo guerra animatrice del primo servizio sociale insieme a Guido e Maria Calogero, direttrice per venti anni del Cepas, la prima scuola di assistenti sociali di matrice laica, prima insegnante di Goffredo Fofi, compagna di progetti e lavoro nel breve viaggio di Adriano Olivetti, impegnata nello sviluppo locale con un’attenzione agli individui molto vicina a quella che negli stessi anni vedeva impegnato in Sicilia Danilo Dolci, e che avrebbe dato, nel tempo, studi metodologicamente fondanti sulle comunità locali e lo sviluppo partecipato (qui un estratto della ricerca di Alice Belotti pubblicato su Doppiozero).

Cattolica, mai legata alla DC, praticante, ma mai in seno alla chiesa ufficiale. Nubile, legata da profonde amicizie a persone che le saranno vicine tutta la vita. Della Zucconi, della sua lunga vita, del suo impegno, si è ripreso a parlare recentemente, anche grazie alla crisi politica e alla riscoperta del modello di sviluppo partecipato al quale lei ha dato un’impronta inconfondibile negli anni del suo lavoro a Matera o in Abruzzo, a fianco di Adriano Olivetti. Di questa donna vorrei ricordare un piccolo episodio, marginale, forse, ma che dà il senso di una presenza in un orizzonte che in troppi ancora immaginano popolato soltanto da figure maschili, quello degli intellettuali italiani nell’immediato dopo guerra.

Estate 1945. C’è un racconto di Natalia Ginzburg che si intitola Estate, pubblicato sul mensile «Darsena Nuova» di Viareggio nel marzo del 1946. Scrive la Ginzburg: “Era estate […] calda, avvampante nella grande città, e quando percorrevo in bicicletta il viale asfaltato sotto gli alberi, un senso di repulsione e d’amore insieme mi contraeva il cuore per ogni strada, per ogni casa di quella città, e nascevano ricordi di varia natura, scottanti come il sole, mentre fuggivo scampanellando. Giovanna mi aspettava in un caffè la sera quando uscivo dall’ufficio, e io sedevo al tavolo al suo fianco, le mostravo le lettere di mia madre. Lei lo sapeva che volevo morire, e per questo non avevamo più molte cose da dirci, ma stavamo sedute una davanti all’altra a fumare, soffiando via il fumo dalle labbra chiuse”.

Giovanna era Angela Zucconi, la città Roma e la storia era quella dell’estate del 1945, quando le due donne si erano conosciute e avevano stretto amicizia negli uffici da poco aperti dall’Einaudi in via del Vicario. “L’ufficio era sistemato in un appartamento molto signorile con un buon odore di cera” – ricorda la Zucconi nella sua autobiografia Cinquant’anni nell’utopia il resto nell’aldilà. “Dovevo rivedere le traduzioni e fare l’editing dei libri già in bozze di stampa. Questo lavoro solitario, forse perché ero stanca della mattinata passata a scuola, forse perché mangiavo poco, forse per l’ora pomeridiana, certo è che mi dava un gran sonno. Cercavo di scuotermi e con la scusa di chiedere qualche consiglio andavo a trovare in una stanzetta silenziosa che dava sul cortile, Natalia Ginzburg che allora era soltanto la vedova di Leone. Natalia mi fece prendere (inutilmente) confidenza con quel lavoro e mi fece fare amicizia con gli altri redattori importanti, quelli che davano del tu a Giulio Einaudi e frequentavano la sua casa”.

Pavese, Felice Balbo, Franco Rodano, Giolitti. Era per tutti l’estate della svolta, la fine della guerra, quel senso di attesa che apriva le strade a tutte le possibilità: così se lo ricorda la Zucconi. Già promessa della scandinavistica, traduttrice per le Edizioni di Comunità, collaboratrice fin dai suoi vent’anni dell’«Avvenire» e di ogni iniziativa editoriale in cui fosse coinvolto il prete romano, la Zucconi era rientrata da un anno dalla Danimarca, dove aveva trascorso i primi anni della guerra. Appena tornata aveva visto naufragare tutte le sue speranze di studiosa in un avvenimento per lei,n qualche modo, profetico: il bombardamento di Milano che aveva colpito i magazzini della casa editrice Rizzoli dove Leo Longanesi aveva voluto pubblicare la prima vera opera letteraria di Angela, quel Lodovico innamorato,  frutto di anni di ricerche fra la Germania e l’Italia che le avevano fruttato la stima e l’aiuto di Benedetto Croce e una borsa di studio in Danimarca, appunto, assegnatele dall’Istituto di Studi Germanici allora diretto dal germanista Giuseppe Gabetti.

Nella sua autobiografia, nella sua biografia, quella distruzione rappresenta una cesura vera e propria, avvertita fin da allora e sentita tale per tutta la vita: ad essa si somma quell’estate calda, e gli uffici dell’Einaudi dove Angela si sente per la prima volta un’estranea. La necessità di sbarcare il lunario e un antifascismo nato in Danimarca più per esperienza che non per vocazione – non si dimentichi la vocazione, invece, tutta antipolitica di De Luca – la rendono diversa da quell’ambiente maturo ideologicamente dei Balbo, dei Rodano, punti di riferimento più di altri per la giovane donna cattolica.Intanto traduce: gli espressionisti tedeschi per Falqui, e la sua rivista «Poesia», grazie a Bobi Bazlen, lo stesso che le ha affidato, d’accordo con Adriano Olivetti, di tradurre tutto Kierkegaard, già nel 1943, durante il suo primo soggiorno in Danimarca.

Ha presenti Lavinia Mazzucchetti, e la grande scuola di germanistica italiana, «Non sapevo niente di quei poeti e credo che nessuno in Italia li avesse allora scoperti tranne Giaime Pintor e Bobi Bazlen che li aveva suggeriti a Falqui». Li traduce con passione, per bisogno di denaro, ma anche per la loro vicinanza al suo sentire; scrive: «Essi non aspirarono alla letteratura, ma a fertilizzare, col loro contenuto umano la terra, quasi ripetendo in ogni opera, con accorata insistenza, le parole di Peguy «Il faut sur la terre faire son métier d’homme». Bisogna fare, sulla terra, il nostro mestiere di uomini. E di donne, viene da aggiungere, perché è indubbio che fra le sollecitazioni che spingono la Zucconi lontano dalla letteratura ci sia anche questo senso grave di dover fare, sulla terra, il proprio mestiere di essere umano. Il tentativo di mediazione in questo senso si ha, ed è un’esperienza molto diffusa in questi anni, con il progettare una rivista. «Arianna», il titolo, diretta da Natalia Ginzburg. L’autorizzazione è del novembre 1945 «per complessive duemila copie senza assegnazione di carta». Era un’iniziativa a cavallo tra la cultura e l’azione. Si specificava nella nostra domanda che il fine della pubblicazione era educativo e l’affiliazione politica ‘nessuna’, io ero il vicedirettore, Longanesi il proprietario, Novissima la tipografia.

Si leggeva nella premessa che la rivista avrebbe voluto essere «un modo di agire più che un’occasione di scrivere», un luogo di testimonianze e riflessioni, perché, scrive la Zucconi: «Nel fervore di quei mesi in fondo credevamo che bastasse far uscire dall’ombra la donna perché l’utopia di oggi diventasse la politica di domani». Ma la rivista non uscrà mai. E far uscire le donne dall’ombra evidentemente non basta.

In questi mesi di vita comune Natalia Ginzburg dedica ad Angela Zucconi un altro racconto, più noto anche se (quasi) nessuno sa chi sia la donna di cui parla. Il racconto si intitola Le scarpe rotte ed è raccolto in Le piccole virtù: “Io ho le scarpe rotte e l’amica con la quale vivo in questo momento ha le scarpe rotte anche lei. Stando insieme parliamo spesso di scarpe. Se le parlo del tempo in cui sarò una vecchia scrittrice famosa, lei subito mi chiede: «Che scarpe avrai?» Allora le dico che avrò delle scarpe di camoscio verde, con una gran fibbia d’oro da un lato. Io appartengo a una famiglia dove tutti hanno scarpe solide e sane. Mia madre anzi ha dovuto far fare un armadietto apposta per tenerci le scarpe, tante paia ne aveva. Quando torno fra loro, levano alte grida di sdegno e di dolore alla vista delle mie scarpe. Ma io so che anche con le scarpe rotte si può vivere. Nel periodo tedesco ero sola qui a Roma, e non avevo che un solo paio di scarpe. Se le avessi date al calzolaio avrei dovuto stare due o tre giorni a letto, e questo non mi era possibile. Così continuai a portarle, e per giunta pioveva, le sentivo sfasciarsi lentamente, farsi molli ed informi, e sentivo il freddo del selciato sotto le piante dei piedi. È per questo che anche ora ho sempre le scarpe rotte, perché mi ricordo di quelle e non mi sembrano poi tanto rotte al confronto, e se ho del denaro preferisco spenderlo altrimenti, perché le scarpe non mi appaiono più come qualcosa di molto essenziale. Ero stata viziata dalla vita prima, sempre circondata da un affetto tenero e vigile, ma quell’anno qui a Roma fui sola per la prima volta, e per questo Roma mi è cara, sebbene carica di storia per me, carica di ricordi angosciosi, poche ore dolci. Anche la mia amica ha le scarpe rotte, e per questo stiamo bene insieme. La mia amica non ha nessuno che la rimproveri per le scarpe che porta, ha soltanto un fratello che vive in campagna e gira con degli stivali da cacciatore. Lei e io sappiamo quello che succede quando piove, e le gambe sono nude e bagnate e nelle scarpe entra l’acqua, e allora c’è quel piccolo rumore a ogni passo, quella specie di sciacquettìo. La mia amica ha un viso pallido e maschio, e fuma in un bocchino nero. Quando la vidi per la prima volta, seduta a un tavolo, con gli occhiali cerchiati di tartaruga e il suo viso misterioso e sdegnoso, col bocchino nero fra i denti, pensai che pareva un generale cinese. Allora non lo sapevo che aveva le scarpe rotte. Lo seppi più tardi. Noi ci conosciamo soltanto da pochi mesi, ma è come se fossero tanti anni. La mia amica non ha figli, io invece ho dei figli e per lei questo è strano. Non li ha mai veduti se non in fotografia, perché stanno in provincia con mia madre, e anche questo fra noi è stranissimo, che lei non abbia mai veduto i miei figli. In un certo senso lei non ha problemi, può cedere alla tentazione di buttar la vita ai cani, io invece non posso. I miei figli dunque vivono con mia madre, e non hanno le scarpe rotte finora. Ma come saranno da uomini? Voglio dire: che scarpe avranno da uomini? Quale via sceglieranno per i loro passi? Decideranno di escludere dai loro desideri tutto quel che è piacevole ma non necessario, o affermeranno che ogni cosa è necessaria e che l’uomo ha il diritto di avere ai piedi delle scarpe solide e sane? Con la mia amica discorriamo a lungo di questo, e di come sarà il mondo allora, quando io sarò una vecchia scrittrice famosa, e lei girerà per il mondo con uno zaino in spalla, come un vecchio generale cinese, e i miei figli andranno per la loro strada, con le scarpe sane e solide ai piedi e il passo fermo di chi non rinunzia, o con le scarpe rotte e il passo largo e indolente di chi sa quello che non è necessario. Qualche volta noi combiniamo dei matrimoni fra i miei figli e i figli di suo fratello, quello che gira per la campagna con gli stivali da cacciatore. Discorriamo così fino a notte alta, e beviamo del tè nero e amaro. Abbiamo un materasso e un letto, e ogni sera facciamo a pari e dispari chi di noi due deve dormire nel letto. Al mattino quando ci alziamo, le nostre scarpe rotte ci aspettano sul tappeto. La mia amica qualche volta dice che è stufa di lavorare, e vorrebbe buttar la vita ai cani. Vorrebbe chiudersi in una bettola a bere tutti i suoi risparmi, oppure mettersi a letto e non pensare più a niente, e lasciare che vengano a levarle il gas e la luce, lasciare che tutto vada alla deriva pian piano. Dice che lo farà quando io sarò partita. Perché la nostra vita comune durerà poco, presto io partirò e tornerò da mia madre e dai miei figli, in una casa dove non mi sarà permesso di portare le scarpe rotte. Mia madre si prenderà cura di me, m’impedirà di usare degli spilli invece che dei bottoni, e di scrivere fino a notte alta. E io a mia volta mi prenderò cura dei miei figli, vincendo la tentazione di buttar la vita ai cani. Tornerò ad essere grave e materna, come sempre mi avviene quando sono con loro, una persona diversa da ora, una persona che la mia amica non conosce affatto. Guarderò l’orologio e terrò conto del tempo, vigile ed attenta ad ogni cosa, e baderò che i miei figli abbiano i piedi sempre asciutti e caldi, perché so che così dev’essere se appena è possibile, almeno nell’infanzia. Forse anzi per imparare poi a camminare con le scarpe rotte, è bene avere i piedi asciutti e caldi quando si è bambini”.

Angela Zucconi continuerà a camminare con le scarpe rotte per tutta la sua lunga vita, costruità molto, molto lascerà di sé agli altri, non avrà mai figli, vivrà con sofferenza la sua condizione di donna e intellettuale. A lei, che avrebbe compiuto 100 anni in questo novembre, guardo spesso per cercare di capire come sia possibile, per una donna, mettere insieme impegno politico e passione per la ricerca, senza buttare la vita ai cani, senza dover per forza scegliere cosa essere, lasciando aperte tutte le strade, guardando il mondo dal basso, sempre nel tentativo di capirlo e raccontarlo.

Auguri Angela.

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Lo Spirito del 1945 https://minimaetmoralia.it/cinema/the-spirit-of-45-ken-loach/ https://minimaetmoralia.it/cinema/the-spirit-of-45-ken-loach/#comments Mon, 23 Sep 2013 15:49:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15535 Nei manuali di storia la questione del dopoguerra inglese viene liquidata in un paragrafo il cui senso è questo: stanchi della guerra, delusi dal governo conservatore di Winston Churchill, gli inglesi, nel 1945, voltano pagina, votando per la prima volta un governo laburista, quello di Clement Attle. Seguono la nazionalizzazione delle miniere, dell'energia elettrica, delle ferrovie, nasce il National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale (la cui storia è qui ricostruita in documentario del BFI). Viene messa a punto un'idea di Welfare State che, di fatto, fa scuola in Europa.

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1930-slums_copyright-BBC

“I swear I’ll take it out on the man – Who ever devised this economy plan”.

 Homebreakers, The Style Council, 1983

Nei manuali di storia la questione del dopoguerra inglese viene liquidata in un paragrafo il cui senso è questo: stanchi della guerra, delusi dal governo conservatore di Winston Churchill, gli inglesi, nel 1945, voltano pagina, votando per la prima volta un governo laburista, quello di Clement Attle. Seguono la nazionalizzazione delle miniere, dell’energia elettrica, delle ferrovie, nasce il National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale (la cui storia è qui ricostruita in documentario del BFI). Viene messa a punto un’idea di Welfare State che, di fatto, fa scuola in Europa.

Poche righe che rimangono impresse, perché in Italia, negli stessi anni, ancora si deve decidere fra Monarchia e Repubblica, le donne non votano, l’assistenza pubblica è improntata (e lo sarà ancora a lungo) a un paternalismo di stampo fascista, mentre le logiche della guerra fredda di lì a poco congeleranno di fatto la carta costituzionale per un quindicennio.

Quello del Labour inglese di Attle è lo Spirito del ‘45,  evocato da Ken Loach nel suo ultimo film. Un film di montaggio, nel quale si alternano repertori storici (footage) e interviste (virate inspiegabilmente in bianco e nero) a testimoni (sindacalisti, attivisti, reduci della guerra, minatori). Un film contro lo smantellamento dello stato sociale, il thatcherismo, ma anche il Labour degli ultimi trent’anni che, di fatto, ha tradito ogni promessa riformista, di un riformismo socialista, progressivo, del dopoguerra. È vero, ci dice il film, le condizioni che hanno consentito quell’ondata riformista sono irripetibili, la stanchezza della guerra, la paura di ripiombare nel dramma degli anni Trenta, quando la disoccupazione e la fame hanno devastato la vita degli inglesi. Eppure lo spirito che ha animato queste riforme non è del tutto morto, sarebbe il caso di pensarci, dice Loach, prima che sia troppo tardi.

Un film a tesi, un video-essay e il regista, di questo, non fa mistero. Nel suo lavoro non c’è nessuna pretesa di ricostruzione storica filologica, semmai un uso della storia volto, esplicitamente, senza mezzi termini, a dimostrare quello che pensa. Un classico esempio, e non fra i peggiori, di uso pubblico della storia.

Con Spirit of ‘45, Ken Loach si rifà direttamente, e in modo esplicito, a una lunga tradizione di intervento nel dibattito pubblico attraverso il cinema sociale, una tradizione che risale proprio agli anni Trenta, quando la BBC incarica alcuni registi di documentare la povertà inglese al fine di combatterla, sul modello della Farm Security Administration di Roosvelt che aveva usato prevalentemente la fotografia.

A capo di questo movimento la figura di John Grierson che con il Documentary Film Movement incoraggia la diffusione di un nuovo modo di fare documentario, maieutico, militante, pur restando saldamente ancorato alla committenza pubblica.

Grierson coinvolge Robert Flaherty, influenza Joris Ivens, apre la strada a una nuova generazione di film makers. Una funzione di mobilitazione, la loro, che non può essere liquidata come propaganda (a tal proposito vale la pena leggere l’intro al cofanetto Land of Promise. The British Documentary Movement 1930-1950, BFI), una mobilitazione esercitata dallo stesso governo britannico durante la guerra attraverso la diffusione del piano Beveridge che, malgrado le difficoltà economiche degli anni del conflitto, già nel 1942 si preoccupava di far redigere un piano di attuazione del Welfare State, ma non solo: lo trasformava in potente strumento di mobilitazione nazionale attraverso la realizzazione di video e opuscoli da diffondere fra le truppe e sul fronte interno.

Al piano Beveridge, ma soprattutto alle modalità immaginate per la sua diffusione si sono ispirati nel nostro dopoguerra figure come quella di Angela Zucconi, che negli anni Cinquanta, insieme a Guido e Maria Calogero, ma anche Adriano Olivetti, ha ripreso le indicazioni del politico liberale, tante volte citato da Loach nel suo film, per costruire una nuova figura e funzione di servizio sociale e sviluppo territoriale in Italia, che ha dato vita alla scuola dell’inchiesta sociale partecipata (da Danilo Montaldi a Danilo Dolci fino a Goffredo Fofi).

Conoscere per cambiare, accompagnando la propria ricerca, discutendola con i soggetti coinvolti, che è quello che sta facendo Ken Loach da quando il film è uscito.

Il fim di Loach, infatti, è anche e soprattutto una riflessione sul ruolo dell’intellettuale e sulla sua funzione ai tempi della crisi. Una riflessione militante, che si esplicita nel suo farsi: da regista, Loach fa quello che sa fare, un film, e pure se non lo fa al meglio, perché l’urgenza di dire  (spero)  gli fa dimenticare di interrogarsi sulla grammatica del genere, arriva al suo scopo, quello di suscitare un dibattito, almeno in Inghilterra (qui il link al sito del film, una recensione dellObserver, e una molto interessante apparsa su The Guardian).

Là dove il Welfare State non è un tema dell’immaginario di élite nostalgiche, come hanno sostenuto alcuni commentatori italiani, ma una questione che ha attraversato la letteratura, il cinema, la musica pop: per citare gli esempi più noti, da The Winshaw Family (1994), il libro di Jonathan Coe che parla proprio della fine del NHS, a La torre di Babele (1996), nel quale Antonia S. Byatt racconta l’epica storia dell’insegnamento della lingua inglese nelle scuole pubbliche, fino ad arrivare, a ritroso, agli Style Council le cui canzoni ricostruiscono, passo dopo passo, la fine del Welfare inglese negli anni Ottanta.

In Italia il film di Loach non ha suscitato particolari reazioni, un’intervista all’autore su Repubblica che ha enfatizzato più che altro la novità di alcuni repertori “ritrovati” (in realtà sconosciuti a Loach e ai giornalisti italiani ma noti ai ricercatori di archivi audiodivisivi). Qualche intervento nel quale si rimprovera all’autore di non aver coperto con il racconto tutto il periodo storico che dal 1945 arriva fino al 1979, anno di elezione di Margareth Thatcher (per esempio Federico Pedroni (qui) e Paolo Mereghetti (qui) che comunque hanno apprezzato il film).

Insomma interventi che partono dall’assunto che quello di Loach sia un documentario storico e come tale vada trattato, ma ha giustamente rilevato Mediacritica:  “The Spirit of ’45 è quindi un documentario storico? Di certo apre una riflessione sull’uso della storia per il grande pubblico”.

Forse non la apre, ma certo la rilancia, o meglio ne rilancia l’urgenza se, per esempo, un quotidiano come Il fatto, rimprovera a Loach di non aver sentito storici e di essersi calato lui nei panni dello studioso: è la penna di Aldo Ricci (qui) che scrive: il film di Loach è “di parte quanto il regista pretende di calarsi nei panni dello storico che non è, incorrendo nella ri/corrente errore, e ci si scusi il bisticcio, di confondere (deliberatamente?) il liberalismo anglosassone con il liberismo, causa dell’attuale implosione di un capitalismo nemico di se medesimo più che della classe di cui Loach è figlio”.

Ma Loach, appunto, vuole essere di parte.

Questo genere di cinema nasce per essere di parte.

Il suo senso estetico e politico risiede nell’essere di parte. E l’uso della storia è volutamente partigiano, farlo senza chiamare storici a certificarne la veridicità è anzi un atto di profonda onestà intellettuale, e di totale assunzione di responsabilità.

Certo, per essere un film teso a suscitare un dibattito, una discussione, anche fra i più giovani, manca completamente di appeal da un punto di vista formale. In una scuola per esempio sarebbe percepito come noiosissimo e fa venire in mente il documento di Fabrizio Barca, che nasce dalla stessa ispirazione politica: la partecipazione si rilancia attraverso il dibattito delle idee, di parte, partigiane, andando sezione per sezione, teatro per teatro, a parlare e ascoltare.

Un documento importante, bello e (a volte) noioso. Come il film di Ken Loach.

 

The Spirit of ’45 [UK 2013] REGIA Ken Loach.

SCENEGGIATURA Ken Loach. MUSICHE George Fenton.

(Durata 94 minuti).

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Non tutto è perduto: un ritratto di Danilo Dolci https://minimaetmoralia.it/ritratti/non-tutto-e-perduto/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/non-tutto-e-perduto/#comments Mon, 18 Apr 2011 09:17:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4209 Questo pezzo è uscito per il settimanale Gli altri nel novembre 2010

di Carola Susani

Danilo Dolci era un uomo carismatico, aveva la capacità di trascinare. Con gli strumenti della non-violenza, dal dopoguerra agli anni Settanta, ha lavorato per trasformare la Sicilia occidentale, tentare uno sviluppo, ma diverso, democratico; poi si è occupato di pedagogia, sperimentando quella che chiamava maieutica reciproca.

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Questo pezzo è uscito per il settimanale Gli altri nel novembre 2010

di Carola Susani

Danilo Dolci era un uomo carismatico, aveva la capacità di trascinare. Con gli strumenti della non-violenza, dal dopoguerra agli anni Settanta, ha lavorato per trasformare la Sicilia occidentale, tentare uno sviluppo, ma diverso, democratico; poi si è occupato di pedagogia, sperimentando quella che chiamava maieutica reciproca. Parlando con chi l’ha conosciuto, si capisce che aveva qualcosa di potente e ingombrante. Nel 1967, le foto della Marcia per la Sicilia occidentale e per un nuovo mondo, lo mostrano più alto di tutti, imponente. Da quando nel ’52 si è disteso sul letto di morte di un bambino, a Trappeto, e ha cominciato lo sciopero della fame, alla sua morte, nel 1997, ha suscitato passioni profondissime, conflitti, violente rotture. Una mappa di quelli che furono i suoi amici è un’impresa che ha del titanico. Tra le persone che in momenti diversi della sua storia hanno avuto contatti fattivi con lui, Alfredo Rubino, figlio di uno dei suoi primi collaboratori e collaboratore a sua volta, conta: Lorenzo Barbera, Goffredo Fofi, Ernesto Treccani, Cesare Zavattini, Norberto Bobbio, Bruno Zevi, Lamberto Borghi, Ernst Bloch, Piero Calamandrei, Aldo Capitini, Luigi Ciotti, Erich Fromm, Johan Galtung, Jurgen Habermas, Paolo Sylos Labini, Carlo Levi, Mario Luzi , Rita Levi Montalcini, Alberto Moravia, Jean Piaget, Bertrand Russell, Ignazio Silone, Jean-Paul Sartre, Alberto Moravia, Enzo Sellerio, Luigi M. Lombardi Satriani, Lucio Lombardo Radice, Carlo Rubbia, Elio Vittorini, Jerre Gerlando Mangione. Ma sono soltanto una piccolissima parte. È stato in amicizia e in corrispondenza con Pasolini e persino con una persona schiva e apparentemente distante come Cristina Campo. Sono mondi. Anche mondi che non si toccano.
Se si comincia a tirare il bandolo della matassa, il filo non smette di snodarsi, nel passato, ma anche nel presente. Andavo a Pisa a incontrare uno dei suoi più recenti collaboratori, Francesco Cappello, che insegna fisica e matematica nella scuola superiore usando il metodo maieutico. Avevo preso un genere di treno che normalmente non prendo, un regionale che attraversava Lazio e Toscana. È un viaggio che costa solo il biglietto base, senza supplemento intercity o alta velocità e che perciò dura moltissimo. Quelli che scendevano dopo poche fermate avevano l’aria di rappresentanti del ceto medio, medio-basso, di quello che ne resta, ma coloro che facevano il viaggio per intero, non tutti, ma molti, erano persone che dovevano spostarsi per l’Italia ma che non potevano pagare il biglietto. Su questo treno si può sperare che il controllore non passi. Non succede sempre, ma a volte succede. I miei vicini di scompartimento, due magrebini con le snakers e grandi sacchi non sono stati fortunati. Il controllore è passato. I magrebini gli hanno fatto notare che non avevano soldi. “Se non hai soldi”, ha detto lui, “non prendi il treno”. E quelli hanno sollevato i loro sacchi e sono scesi alla prima stazione. Allora ho pensato una cosa semplice, di cui quasi mi vergogno. Come fai a risollevarti, a trovare un lavoro, una soluzione, se cercano di impedirtelo con ogni mezzo? Se non puoi neanche spostarti a cercare il lavoro dove c’è? Mi vergogno perché ormai sembra un’ovvietà, il destino dei poveri, una questione di ordine pubblico, di carità sussidiaria, un divertimento da ricchi -ne salvo dalla pece uno nel mucchio, per gioco, perché per caso l’ho notato, perché è una bella ragazza– ma mai quello che è e dovrebbe essere: la prima questione politica, perché l’esistenza di poveri impotenti a sollevarsi è cupamente destabilizzante, è un memento per tutti, demoralizza, rende pazzi di terrore anche coloro che impotenti non sono ancora. Scriveva Bobbio nella prefazione a Banditi a Partinico, uscito nel 1955 e da poco ripubblicato da Sellerio, in cui il gruppo di lavoro di Dolci propone i risultati di un’inchiesta sulle condizioni di vita che c’erano a quel tempo: “Dopo aver letto queste pagine, ascoltate la risonanza sinistra o ironica che acquistano nel nostro animo parole come democrazia, giustizia, diritto, legge”. Fin qui, oggi, sfondiamo una porta aperta: per quanti di noi democrazia, giustizia, diritto e legge non hanno un suono ironico o sinistro? Ma Bobbio dice anche che “chi avrà afferrato il suono nuovo e scandaloso di queste parole, e se ne vergognerà, avrà acquistato una singolare chiarezza di mente e libertà di spirito per ricominciare a parlare (…) con molta umiltà e moderazione e senso della difficoltà e dei limiti, di democrazia, giustizia, diritto, legge”. Ed è qui che m’interessa di più, che quello che dice non mi pare usurato. Francesco Cappello mi racconta che quando ha incontrato per la prima volta Dolci, durante un seminario con gli studenti, Danilo poneva domande e si creava attorno a lui una concentrazione. Nel nucleo del suo pensiero pedagogico, mi spiega, c’è un tentativo di fondazione della democrazia. L’idea che si possa trasformare la comunicazione da campo di battaglia, dove la sopraffazione è norma, in qualcos’altro. Francesco Cappello sta pubblicando un libro per la EMI, sulle sue sperimentazioni, si chiama Seminare domande. La maieutica reciproca ha bisogno di domande, di un gruppo di persone, di tempo per il pensiero. Mi ha spiegato che durante questi seminari succede una cosa strana e normale: i pensieri degli altri ti suscitano idee nella testa e ognuno che tira fuori un pensiero nuovo è grato all’altro che lo ha aiutato a farlo nascere. Mi racconta che negli anni in cui l’ha conosciuto, da Dolci non è riuscito a strappare niente di retrospettivo o personale: “Danilo”, mi dice, “era troppo interessato a sapere di me”. Cosa c’entra questo, con la povertà impotente. C’entra. Se non riproviamo a mettere in discussione la pesanteur, come la chiamava Simone Weil, la logica del campo di battaglia, diventeremo anche noi semplici braccia della sopraffazione o della sorte, ne salveremo uno nel mucchio, per gioco, perché lo abbiamo incontrato, perché è una bella ragazza. E ci dimenticheremo che il diritto a sviluppare la propria personalità va esercitato perché la società cresca. Lo so, siamo fatti della pasta di cui siamo fatti, sangue e sopraffazione, certo. Ma non ci esauriamo in questo. Mi sono fatta l’idea che il proprio carisma, la capacità e il desiderio di trascinare, il proprio ingombro, fossero la bestia nera, il toro nella tauromachia privata di Dolci. Come se avesse intuito che anche il suo potere nel gioco della comunicazione, finiva per trasformarsi in uno strumento di sopraffazione. Che per tutta la vita abbia cercato, anche sbagliando, qualcosa di radicalissimo: un metodo capace di permettere alla comunicazione di venir fuori dal campo della sopraffazione, di fondare la democrazia, pensandola come il continuo, reciproco, rafforzamento delle potenzialità di ciascuno. Un metodo che non possediamo già, ma che si impara. Certo non propongo la maieutica di Dolci come la soluzione, ma mai come oggi la sopraffazione si gioca ovunque e in modo acutissimo nella comunicazione, e allora forse andare a vedere che cosa Dolci ha da dirci è doveroso.

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