Danilo Pulvirenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danilo-pulvirenti/ un blog di approfondimento culturale Mon, 24 Aug 2015 14:32:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Danilo Pulvirenti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danilo-pulvirenti/ 32 32 Catania: come cambia una città https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/ https://minimaetmoralia.it/interventi/catania-come-cambia-una-citta/#comments Tue, 25 Aug 2015 05:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28069 (Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

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(Nella foto, i silos del porto di Catania dopo gli interventi di otto street artist. Fonte immagine)

di Giuseppe Lorenti

Io sono un Pentito. Per anni ho frequentato le più luride bettole dei “peggiori” quartieri di Catania, perché volevo mangiare solo carne, ancor di più carne di cavallo. Lontano dalle luci delle notti catanesi, mi inoltravo con alcuni amici, fidati e carnivori, in Via del Plebiscito, superando quella linea di confine tra il quartiere degli Angeli Custodi e San Cristoforo. Era quasi un rito di iniziazione, quel piacere di spingersi oltre, un sentirsi adulto e catanese: carne di cavallo al sangue, del vino rosso, spesso, anzi sempre, di pessima qualità. E poi, mi sono Pentito. Sono diventato vegetariano e sono andato oltre. Oggi sono vegano. Io sono cambiato, Catania è cambiata. Alla carne, che confesso, ogni tanto, tradivo volentieri con il pesce, cotto alla brace e al sale, ho iniziato a preferire il tofu alla piastra e il seitan kebab, al vino la birra, rigorosamente artigianale, mentre in città si alternavano il “Faraone” Scapagnini, il “ragioniere” Stancanelli per poi, nel 2013, riapprodare, alla guida dell’amministrazione comunale l’uomo della primavera catanese, il “sempreverde” Enzo Bianco.

Catania è cambiata ma continua a essere tutto uno strappo, una lacerazione, un inseguirsi di nascita, morte, resurrezione. La crisi soffia forte con un tasso di disoccupazione che vola tra il 22% e il 25% (Fonte Istat). I poteri forti, negli ultimi due anni, sono diventati deboli. Mario Ciancio è caduto sotto i colpi della Magistratura e della crisi economica, con lui vacilla l’impero economico che ruota intorno al quotidiano La Sicilia. Da ultimo, lo smantellamento di tutta la redazione di Antenna Sicilia, una delle emittenti televisive storiche del potere di Ciancio e il sequestro di 17 milioni di € ritrovati in banche svizzere.

La città di Mario Ciancio senza Mario Ciancio, impensabile solo fino a qualche anno fa. E lui che sognava, un giorno, di vedersi intitolata una via, un corso, una piazza cittadina. Antonino Pulvirenti, ormai ex Presidente del calcio Catania, arrestato per aver comprato cinque partite del campionato di Serie B per salvare la squadra. La sua storia rappresenta, molto bene, questi ultimi anni catanesi. L’ascesa in Serie A, catene di supermercati, una compagnia aerea, la Wind Jet, alberghi di lusso, e poi il crollo. Squadra retrocessa, Wind Jet fallita, supermercati venduti, lui arrestato. Si è, sempre, molto discusso di questo giovane imprenditore; chi sosteneva che alle sue spalle ci fossero i soldi della famiglia Ligresti, chi ripeteva che Pulvirenti stesse facendo fruttare le enormi ricchezze di un vecchio boss mafioso, U’ Malpassotu, che dominava in provincia ai tempi del potere, violento e spietato, di Nitto Santapaola. La storia che si ripete, l’alternarsi, troppo rapido, di speranze e drammi, di ascese vertiginose e cadute rovinose.

Catania è cambiata, si è lanciata in un inseguimento verso la modernità. Sono nati spazi in cui sperimentare nuove forme di economia e di condivisione. Le parole d’ordine sono innovazione, partecipazione, coworking, brand, cluster. C’è il WCAP di Tim, il programma di Open Innovation di Telecom Italia; è arrivata l’esperienza degli Impact Hub, la rete globale di laboratori per l’innovazione economica e sociale. Rosario Sapienza e Stena Paternò, tra gli altri, hanno animato l’esperienza catanese, che in poco più di un anno ha accompagnato 27 start up, ospita lo sportello del Micro credito del Movimento 5 stelle e collabora con Banca Etica e Confcooperative, sperimentando nuovi linguaggi e nuovi modi di fare impresa. Stena e Rosario confermano la drammaticità della situazione catanese, intravedono il pericolo di una spinta effimera e gassosa ma rilanciano con un nuovo progetto, “Vulcanìc”. C’è un gruppo di docenti universitari, economisti, antropologi, sociologi, che ha centrato il suo impegno sul tema dell’economia civile, e da due anni organizza il Festival della Felicità interna lorda, per immaginare e disegnare un nuovo modello di sviluppo urbano, puntando più sul patrimonio di relazioni che sul patrimonio finanziario.

Nonostante ciò il motore dell’economica catanese continua ad essere l’amministrazione comunale. Il Comune ha 2970 dipendenti, la pianta organica ne prevede addirittura 3700, a cui bisogna aggiungere il personale delle aziende partecipate, che sono cinque: AMT che gestisce il trasporto urbano con 400 dipendenti, la Multiservizi, che gestisce la manutenzione degli spazi comunali con 500 dipendenti, la Sidra, l’azienda del servizio idrico con oltre 100 unità, Sostare che si occupa di parcheggi e mobilità con 208 dipendenti e le due aziende che si occupano dei servizi energetici che danno lavoro ad oltre 120 persone. Tutto questo in una situazione di predissesto finanziario, dentro cui si è acceso uno scontro tra l’amministrazione e la Corte dei Conti, assai preoccupata, quest’ultima, dei piani di rientro predisposti e che continua a vedere realistica l’ipotesi del dissesto.

C’erano grandi aspettative riposte nel ritorno di Enzo Bianco, la nostalgia della Primavera catanese. Ai tempi della prima sindacatura Bianco commise un errore imperdonabile, lasciò la città, per fare il Ministro dell’Interno, quando stava iniziando a consolidare il suo modello di governo della città. Quell’esperienza non ha retto e lui ha perso, oggi, molto della sua spinta e della sua brillantezza. Le aspettative cominciano a essere deluse. Niccolò Notarbartolo, consigliere comunale del PD, mi racconta della fatica di trasformare la politica della discrezionalità dell’azione pubblica in un’azione di legalità amministrativa. Niccolò Notarbartolo, espressione di una giovane borghesia cittadina che ha voglia di diventare classe dirigente, non è amato dal suo partito, in città governato dalla componente sindacale della CGIL, lontana dalle spinte di cambiamento profondo, e ancor di più lontana dal bisogno di un rinnovamento capace di proiettarsi nel futuro.

Catania è cambiata, c’è un fermento civico e culturale, un bisogno, elaborato in desiderio, di riappropriarsi della città. In una delle zone considerate più a rischio, tra San Cristoforo e il Castello Ursino, opera l’associazione Gammazita. Questi ragazzi hanno messo in piedi, in poco più di un anno, una scuola di percussioni, un festival di arte di strada, Ursino Buskers, e si sono, letteralmente, inventati la Piazza dei Libri. Una biblioteca all’aperto che contiene, già, più di 5000 volumi.

Il fermento sono le Officine culturali, dirette da Ciccio Mannino, che si occupano della valorizzazione dei beni culturali, dalla Facoltà di Lettere al Monastero dei Benedettini all’Orto Botanico della città. Adesso, insieme a Karma communication, hanno dato vita al CUB che gestisce il bookshop del Museo Civico del Castello Ursino. Officine culturali ha 9 dipendenti a tempo indeterminato e una decina di collaboratori, mentre il Museo del Castello Ursino ha appena finito di ospitare una mostra su Picasso che, in tre mesi, ha fatto oltre 50.000 visitatori.

Il fermento sono le esperienze di Amedeo Padalino che, insieme ad altri amici, gestisce il blog catania.mobilita.org, immaginando e proponendo un modo nuovo e moderno di concepire e utilizzare trasporti e spazi pubblici, la creatività produttiva di Giovanni Milazzo, un ragazzo di 23 anni, un po’ green e un po’ complottista, che ha creato Kanèsis, un’associazione che studia soluzioni e prodotti eco sostenibili a partire dalla canapa. C’è Danilo Pulvirenti che con l’Associazione Rifiuti Zero conduce una battaglia per una politica dell’ambiente e una diversa gestione del ciclo dei rifiuti.

Altro motore economico, la raccolta dei rifiuti in città. Un affare da 70 milioni di euro l’anno, affidato a due società, IPI e Oikos, entrambe oggi commissariate dalla Prefettura di Catania in applicazione delle disposizioni dell’Autorità nazionale Anticorruzione. Un affare da 70 milioni di euro l’anno tutti garantiti dalla Tassa sui rifiuti, la T.A.R.I. Garantiti solo sulla carta, perché la percentuale di evasione della tassa raggiunge il 50%, quindi somme messe in bilancio ma che non ci sono nelle casse del Comune. E se si aggiunge che il ciclo dei rifiuti produce una raccolta differenziata di appena il 13%, la media dovrebbe raggiungere almeno il 50%, il quadro è sconfortante.

Catania è una città “inconsapevolmente universitaria”, mi racconta Luciano Granozzi, delegato del Rettore alla Comunicazione, un Ateneo che, oggi, conta 49.600 iscritti, mentre nel 2004 erano più di 60.000. Undicimila studenti in meno, e sono tanti. Un Ateneo che si sforza, nonostante tutto, di costruire un rapporto con la città al di là delle aule universitarie, e che organizza, in collaborazione con le associazioni, la Jazz marathon, il Learn by Movies, e concede alcuni suoi luoghi a Zanne, festival di musica nato a Catania tre anni fa, e che ha riportato la città al centro dell’attenzione nel palcoscenico dell’Indie Rock.

E poi, ci sono le Buone Azioni di Librino, nate e sviluppate da un’idea di Renzo Piano e dal suo progetto di rammendo urbano di alcune periferie italiane. Catania oltre Roma e Torino. La leggendaria New Town catanese nata negli anni ‘70, sfregiata da una classe politica corrotta e complice di una criminalità organizzata feroce e potente, in cui, da anni, operano realtà del miglior associazionismo civile come Iqbal Masih e la squadra di rugby dei Briganti, al centro di un progetto finalizzato a migliorare le parti più fragili delle città, che ha impiantato 53 piccoli orti e realizzato 18 giochi di strada.

C’è il tentativo de La Fabbrica del decoro, laboratorio voluto dall’assessorato all’urbanistica e che coinvolge oltre 60 realtà associative per promuovere un piano finalizzato alla riqualificazione socio territoriale degli spazi cittadini. C’è il comitato San Berillo, che nasce dall’incontro tra l’Università, con il suo laboratorio per le politiche sociali, il LaPoSS, l’Ordine degli architetti, e il comitato dei cittadini che vuole ricostruire l’identità di un quartiere, sventrato negli anni della speculazione edilizia, immaginando un rinnovato disegno urbano che veda al centro i cittadini.

Tutto questo, lo confesso, io non lo conoscevo e lo apprendo mentre ascolto la voce di Carlo Colloca, docente di Analisi sociologica e metodi per la progettazione del territorio dell’Università di Catania, coinvolto in questi tre progetti di recupero urbano. Un calabrese, appassionato e chiacchierone, e perdutamente innamorato di Catania.

C’è la vitalità e c’è la palude. C’è la Catania, immobile e arrogante, che resiste. La città di una borghesia complice e ipocrita, arricchitasi negli anni del degrado e del saccheggio. La città dei parcheggiatori abusivi, divenuti una vera piaga sociale, capaci di comandare intere aree della città dettando le loro leggi, fatte di estorsioni e violenza. La città di una criminalità organizzata che ha cambiato pelle e metodi ma che continua a condizionare le scelte politico ed economiche. C’è una classe dirigente vecchia e incapace di cogliere le spinte che arrivano, fortissime, dal ventre della città e che rischiano di spegnersi se non vengono raccolte e trasformate in un progetto di governo della città, che, ahimè, non si intravede.

Catania è tutto questo, un insieme di contraddizioni, di emozioni forti e inquiete. Io ritorno al mio piatto di Pita di grani antichi siciliani, seduto al tavolo di uno dei cinque ristoranti di cucina vegetariana, nati negli ultimi anni, e mentre mangio vegano ripenso agli anni della carne di cavallo. Senza rimpianto.

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