Danny Boyle Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danny-boyle/ un blog di approfondimento culturale Sun, 23 Oct 2016 21:55:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Danny Boyle Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/danny-boyle/ 32 32 I primi vent’anni di Trainspotting https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/ https://minimaetmoralia.it/musica/primi-ventanni-trainspotting/#comments Mon, 24 Oct 2016 05:30:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32585 Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

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trainspottin

Questo pezzo è uscito sul Mucchio, che ringraziamo.

di Chiara Colli

“Sono supposte di oppio, ideali per il tuo scopo. Ad azione lenta, ti fanno scalare gradualmente… Fatte apposta per i tuoi bisogni”. Una stanza lurida e spoglia, un materasso, un candelabro e lo spacciatore di ripiego, Mickey Forrester, che consegna a Mark Renton/Ewan McGregor un palliativo per sopravvivere alla notte e alla voglia di un ultimo schizzo.

Col personaggio di Forrester fa capolino il cameo dell’autore del romanzo da cui Danny Boyle ha liberamente tratto la sua pietra miliare; Irvine Welsh è perfettamente calato nei panni dello spacciatore strafatto e senza scrupoli e indossa una maglietta degli scozzesi ultra punk Exploited – scelta forse troppo ai margini pure per Trainspotting, ma che ben si inserisce nel congegno a incastro perfetto di una pellicola che in 90 minuti ha fotografato con disincanto le gioie e i dolori di un manipolo di tossicodipendenti di Edimburgo, appartenenti a quella che a tutti gli effetti potremmo definire una sottocultura, imprimendola nella popular culture, ben oltre i confini di una generazione e di un unico paese.

Non sono passati neanche dieci minuti dall’inizio del film e già abbiamo ascoltato quel monologo anti-capitalista, il celebre “Choose life”, così impresso nella memoria collettiva da essere stato decontestualizzato e preso in prestito addirittura dai Conservatori per un discorso di George Osborne (!) nel 2014; abbiamo visto da vicino, con la telecamera ad altezza pavimento, l’accogliente salotto della Madre Superiora tutto aghi e cucchiai, il suo interno degradato e iper realista riempito di colori simbolici e svuotato di qualsivoglia giudizio moralista ogni volta che Mark, Sick Boy o Spud si iniettano eroina sprofondando in uno stato di estasi; in poche, efficaci battute, abbiamo capito i tratti distintivi dei protagonisti e lo squallore che attraversa tutta la classe media – pure quella che ha scelto “la vita, un lavoro, una carriera”, ritrovandosi a guardare la tv in una stanza grigia e a prendere valium in quanto drogati “socialmente accettabili”.

Mentre Iggy Pop, il junkie del rock’n’roll, continua a scandire il tempo in sottofondo con Lust For Life, è già chiaro come Trainspotting non sia solo un film sulla dipendenza dalle droghe pesanti di una parte della workingclass, in particolare nel sobborgo di Leith a Edimburgo e in particolare nei primi Novanta (anche se il libro, invero, è ambientato nella metà degli Ottanta). Ma un’istantanea del proprio tempo, di quelle senza filtro, data in pasto al grande pubblico grazie a un uso acuto e innovativo dei linguaggi pop. Come nella migliore tradizione britannica.

Gli ambienti malsani in cui si muovono i personaggi, l’onestà del loro disincanto e del loro egoismo, i più o meno vani tentativi di rinunciare alla roba, ma pure l’ironia prossima al sarcasmo della voce narrante di Rent o la caricatura dell’uomo grottesco, sociopatico e violento impersonato da Begbie, incrociati alla vitalità di alcune (parecchie) scene, rappresentano uno dei volti dell’estetica rivoluzionaria di Danny Bolye: i protagonisti fanno parte di una sottocultura, sono ai lati della società, ma il loro punto di vista non è quello delle vittime passive – almeno non sempre, almeno non tutti – della dipendenza. E ciò che eleva ulteriormente l’elemento reale è la sua compresenza a quello surreale.

Abbiamo lasciato Mark uscire dal loculo di Forrester con due supposte ficcate nel sedere mentre sotto scorre “musica distensiva” (la Carmen di Bizet) ed eccolo alla ricerca disperata di un gabinetto, raggiungere la scena più iconica e visionaria di Trainspotting e, probabilmente, di tutto il cinema albionico degli anni Novanta. Dentro “il peggior bagno della Scozia”, quella che è una realtà disgustosa e aberrante si trasforma – attraverso il punto di vista del tossicodipendente – in un’immersione nella sfera onirica e immaginaria di Rent; il Brian Eno di Deep Blue Day accompagna il passaggio dalla disperazione alla meravigliosa allucinazione, che scompiglia ogni piano, genera empatia da parte dell’osservatore, conducendo dritto alla vittoria: l’immaginazione, o forse l’istinto di sopravvivenza, trasformano una ignobile latrina in fondale marino e due supposte di oppio in gemme sbrilluccicanti.

Al decimo minuto, Mark Renton è già il nostro (anti) eroe. E ancora: l’espediente surreale è quello che segna la dimensione altra in cui si trova Rent durante l’overdose, mentre l’empatia generale è mossa dal cantore dell’eroina, Lou Reed con A Perfect Day. Nella sua sintesi perfetta dove non c’è posto per il vittimismo, Trainspotting fa centro anche quando i fantasmi di Mark tornano durante le pene dell’astinenza: le allucinazioni più violente si confondono con una realtà grottesca e l’imperitura assenza di giudizio moralizzante della regia rende quelle ossessioni molto più universali, e molto meno distanti dalla quotidianità di ognuno, rispetto a quanto si potrebbe credere.

L’iper realismo onirico di Danny Boyle irrompe nella cultura pop perché gli alti e bassi della dipendenza – e dell’emarginazione in generale – sono trasmessi attraverso un linguaggio contemporaneo: nei dialoghi dei personaggi, asciutti, accattivanti; ma soprattutto nell’interazione con il contesto e con la musica. Se nel romanzo di Welsh la crudezza delle immagini o delle storie che compongono i numerosi episodi e la spiccata identità scozzese dei protagonisti (incluso il dialetto stretto) sono già cifra stilistica assai specifica della narrazione, nell’uso dei colori, delle location e delle vibrazioni che si sentono attraverso tutto il film, Boyle è in grado di catturare un sentimento che attraversava il Regno Unito in quegli anni: la rave culture che ormai era già esplosa – l’uso e l’abuso di droghe, ma pure il bisogno di stare insieme, di condivisione e il ruolo fondamentale della musica – da una parte; l’orizzonte di progressivo allontanamento dall’asfittico pseudo-moralismo del periodo (post) Tatcher e il potenziale ruolo che, nell’ambito di questo cambiamento in atto, potesse avere la cultura pop. Soprattutto se scossa dal basso.

Non bastasse la capacità di Boyle di interpretare e sintetizzare in maniera credibile la realtà, potente e alienata, raccontata (in maniera assai più frammentaria) da Welsh, non bastasse la naturalezza con cui storie di disagio ed emarginazione irrompono nel mainstream grazie a un uso intuitivo, moderno e visionario di linguaggi/elementi pop (dai colori all’abbigliamento, fino ai passatempi più o meno onnipresenti – calcio, club culture e, ovviamente, droga e alcol), non fosse sufficientemente innovativa la capacità di raccontare e inserirsi in un contesto – quello delle trasformazioni che investivano il Regno Unito nella prima metà dei Novanta – con un budget bassissimo e un cast che, in futuro, avrebbe fatto faville (Ewan McGregor, ma pure Begbie/Robert Carlyle e Dianne/Kelly Macdonald), Trainspotting segna per sempre il cinema di quegli anni grazie a un uso brillante e audace della musica.

Per anni, la locandina bianco, nero e arancione del film è stata onnipresente nelle camere di chi ha vissuto da adolescente i Novanta almeno quanto il cd (a volte doppio) della colonna sonora. È in primo luogo Irvine Welsh a fare della musica il perno e megafono fondamentale dei protagonisti dei suoi episodi e del loro malessere. David Bowie – che poi negò l’uso di Golden Years a Boyle e al produttore Andrew Macdonald per la scena del gabinetto – ma soprattutto Iggy Pop, onnipresente, nel romanzo come nella pellicola, nei passaggi fondamentali.

“La Scozia si droga per difesa psichica” è la frase-manifesto, “pura e semplice”, che Welsh fa dire all’Iguana in uno dei momenti topici del libro – quando Tommy (quello della gang che nel film finirà peggio) si ritrova strafatto sotto palco durante un suo concerto, mentre Lui canta Neon Forest e guarda negli occhi il protagonista dell’episodio, che ha preferito quell’esperienza a una serata romantica con la sua ragazza. Se “il mondo sta cambiando, la musica sta cambiando, le droghe stanno cambiando”, Bowie e Iggy Pop sono gli ambasciatori immarcescibili e anticonformisti che segnano uno dei fondamentali passaggi di testimone tra pagina e schermo, quello della musica come medium privilegiato tra regista, attori e spettatori. A Boyle, però, va il merito di aver intuito che l’incrocio dei pilastri di certo rock’n’roll con la musica contemporanea di quel momento storico, il “pop britannico” e l’elettronica più abrasiva della club culture, sarebbe stato strategico nell’amplificare la portata generazionale di Trainspotting.

In un’intervista dell’epoca, Iggy Pop racconta come la prima visione del film lasciò di stucco anche lui: Lust for Life non solo accompagnava la memorabile scena d’apertura ma “non si fermava più, continuava a echeggiare nella sala per parecchi minuti”. Esattamente cinque, fino alla fine. La pellicola di Boyle è il fenomeno di massa che regala una seconda vita all’Iguana, che lo reintroduce nella cultura pop (post) adolescenziale degli anni Novanta, proprio come Bowie aveva fatto in quel 1977 producendogli The Idiot e, be’, Lust For Life. Parallelo inevitabile almeno quanto Mr. Osterberg e il ritmo pieno di Joie de vivre di quel brano – allora diffuso soprattutto nei club indie e gay di Soho – appaiono perfettamente calzanti per rappresentare una cricca di disadattati (e la relativa Generazione X), con i loro saliscendi tra l’inferno delle dipendenze e l’euforia fatta anche di sesso e rock’n’roll.

Se nei Novanta le colonne sonore sono un culto per eccellenza nella creazione di trend e riferimenti, quella di Trainspotting ha addirittura la forma di un manuale, di guida dell’era pre-internettiana capace di tracciare una linea tra i maestri più cool del passato e la musica più cool del presente, puntando su un’innovativa trasversalità che nello stesso film accostava musica ambient e rave culture. Da Deep Blue Day di Brian Eno all’irruenza epica degli Underworld con Born Slippy .NUXX, attraverso l’overdose estatica di A Perfect Day e i portabandiera degli anni Ottanta meno consumistici, quelli di New Order e Blondie.

E poi c’era il Britpop. Di tutte le cose “pro” e “contro” che si sono dette sul Britpop, il fatto che si tratti dell’ultimo grande fenomeno della musica pop britannica è un’osservazione difficile da confutare. Le radici nella tradizione del Regno Unito, tanto per i suoni quanto per l’attenzione alla moda, ma soprattutto il modo in cui – come fenomeno culturale e sociale – il Britpop ha generato un’identificazione di massa, sfociata tanto in trend quanto in “battaglie” che hanno generato senso di appartenenza. Certamente un prodotto dell’industria discografica, ma un attimo prima che questa si appropriasse non solo dell’estetica ma pure dei contenuti del pop.

Nel 1995, Boyle non poteva sapere che mettere Blur, Pulp, Elastica, Sleeper o i Primal Scream della redenzione (quelli dub di Vanishing Point) in un film già pieno di energia capace di scuotere il pubblico, avrebbe significato immortalare e codificare per sempre un momento topico e irripetibile nella storia del Regno Unito, la metà dei Novanta – creando pure un ponte fra quei suoni “autoctoni” e gli adolescenti americani. L’aspetto che, però, Boyle aveva certamente colto – e l’azzardo di un brano come quello degli Underworld nella scena conclusiva ne è la conferma – era il ruolo chiave della musica nel farsi mezzo privilegiato per raccontare quel momento storico, inglobandone gli aspetti più irruenti e accattivanti. Un linguaggio capace di esaltare all’ennesima potenza tutti gli elementi innovativi del film – l’immediatezza, l’attualità, l’onestà, la vitalità dei suoi personaggi.

Film e colonna sonora sono diventati, nel tempo, due aspetti strettamente legati nella cementificazione di Trainspotting nella cultura pop internazionale, sebbene – caso più unico che raro nell’epoca contemporanea – le musiche scelte da Boyle e MacDonald (con il contributo dell’uomo EMI di allora, Tristram Penna) hanno vissuto, in parte, anche di vita propria. Attestandosi come una delle migliori colonne sonore di sempre in numerose classifiche e portando alla stampa di un secondo volume, nel 1997, che includesse le tracce tenute fuori dalla raccolta originale – David Bowie, Goldie, Joy Division, ICE MC. Mentre scriviamo, arriva la notizia di una ristampa in vinile della OST del 1996: un’operazione per cui storcere il naso quanto, magari, quella del sequel o un doveroso omaggio per i primi vent’anni di un tassello fondamentale del cinema britannico? Chi, quel cd, lo conserva ancora tra gli scaffali, magari un po’ consumato, avrà pochi dubbi su quale sia la risposta più giusta.

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La Gran Bretagna di Shane Meadows, il regista di This is England https://minimaetmoralia.it/cinema/shane-meadows-this-is-england/ https://minimaetmoralia.it/cinema/shane-meadows-this-is-england/#respond Fri, 06 May 2016 12:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30850 Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Latte e pancake affogati da un oceano di sciroppo d’acero. Questo è il pasto all’americana che Shane Meadows e Arthur, il giovane figlio, si dividono nella sala colazione dell’hotel dove li incontro di buonora. Shane indossa la sua divisa d’ordinanza, una polo Fred Perry dai colori tenui, invece Arthur, con giacca pesante e stivaletti, sembra abbigliato per andare incontro a una bufera.

Il padre con cura certosina sta tagliando i pancake per il bambino, ma il biondo diavoletto, ancor prima che l’attenta operazione di sezionamento sia conclusa, già si avventa sul dolce come lo scoprisse per la prima volta; poi, tutto sporco in viso, guarda gli altri clienti dell’hotel sorridendo, e il papà non può far altro che accompagnare quella ribalda allegria con una sonora risata.

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meadows

Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Latte e pancake affogati da un oceano di sciroppo d’acero. Questo è il pasto all’americana che Shane Meadows e Arthur, il giovane figlio, si dividono nella sala colazione dell’hotel dove li incontro di buonora. Shane indossa la sua divisa d’ordinanza, una polo Fred Perry dai colori tenui, invece Arthur, con giacca pesante e stivaletti, sembra abbigliato per andare incontro a una bufera.

Il padre con cura certosina sta tagliando i pancake per il bambino, ma il biondo diavoletto, ancor prima che l’attenta operazione di sezionamento sia conclusa, già si avventa sul dolce come lo scoprisse per la prima volta; poi, tutto sporco in viso, guarda gli altri clienti dell’hotel sorridendo, e il papà non può far altro che accompagnare quella ribalda allegria con una sonora risata.

Questa tenera coppia è stata tra i protagonisti della 34° edizione di Bergamo Film Meeting, che ha ospitato il regista inglese all’interno della sezione “Europe Now!”. Non è esattamente l’immagine che ci si aspetterebbe dall’autore di cult movie come Dead Man’s Shoes e This Is England, specchio di una Gran Bretagna brutta, sporca e cattiva, però le sue storie, spesso filtrate dallo sguardo di adolescenti,riescono a raggiungere il cuore dello spettatore proprio grazie ad una esuberante emotività: i sentimenti sono il motore delle azioni disperate di personaggi arrabbiati, solitari, che trovano conforto soltanto grazie a famiglie allargate con cui condividere una canzone rock, il sogno di un amore o magari dei buoni pancake.

Perché Shane Meadows, regista eclettico in grado di passare dal cinema alla tv così come dal dramma al rockumentary, sa che il modo migliore per far trasparire la sensibilità di questi personaggi è scrutare dentro il loro animo. Perché lui per primo, durante la giovinezza, ha saputo trasformare la sua rabbia in passione, abbandonando la famiglia degli skinhead per abbracciare la bizzarra famiglia del cinema.

Shane, con This is England e relativi sequel seriali hai costruito la tua personale saga di Antoine Doinel. Cosa si prova vedendo crescere nel tempo personaggi e attori?

È incredibile. In This Is England c’era un grande divario tra l’età di Thomas (l’attore che interpreta il personaggio di Shaun Fields, ndr), che aveva dodici anni, e quella degli altri attori. Allora non uscivano in gruppo, non si frequentavano. Da This Is England ’86, invece, fanno follie tutti assieme: spesso fanno dei party incredibili e quando devono andare sul set partono già sbronzi dall’hotel. All’inizio non avevano molto in comune, ma ora sono cresciuti insieme e non hanno bisogno di stare sul set per essere grandi amici. Lo sono e probabilmente lo saranno per tutta la vita.

Ma This is England ’90 è davvero la fine?

Non proprio. Ha un carattere conclusivo, però in realtà ho un’altra storia. Ancora non so quando la girerò, ma probabilmente sarà un lungometraggio. Tutto è iniziato con un film, poi This Is England ’86, ’88, ’90 e per finire un nuovo film.

Vendetta ed espiazione sono temi centrali nei tuoi film.

Sono cresciuto in un luogo in cui il bullismo era quotidiano, la violenza faceva parte della cultura delle persone che vivevano lì. Il tuo posto nella società era dettato dalla fisicità e la voglia di scatenare una rissa. Io sono sopravvissuto a quell’ambiente ma l’unica possibilità di scelta era tra l’essere una vittima o un carnefice. Ricordo di aver assistito a scene orribili, senza che potessi farci nulla, e soffrivo da morire: da questo sentimento è nato Dead Man’s Shoes. Perché tu puoi maltrattare qualcuno senza essere punito ma poi stai certo che a un certo punto giungerà il momento della vendetta, intendo una vendetta biblica. È un modo per dire che quelle persone maltrattate non saranno dimenticate.

Probabilmente è il tuo film più violento.

Richard, il protagonista del film, è quasi una fantasia partorita da un ragazzino, così come l’avrei potuta immaginare quando avevo dodici anni ed ero fan di quei western violentissimi con Clint Eastwood. In quei film c’erano persone che facevano cose stupide, cose divertenti, cose sbagliate, e questo mix ha creato quello che sono i miei film, dove magari si ride e un attimo dopo ci si spaventa per quello che accade. Si tratta di una strana alchimia che proviene dall’aver vissuto in quell’ambiente.

La rabbia sociale dell’Inghilterra mi sembra ancora forte. This is England parlava di gente che provava risentimento verso gli immigrati, così mi viene naturale chiederti cosa pensi di Brexit e del disagio verso l’immigrazione che, in tempo di elezioni, continua a essere un tema caldo.

Da ragazzino ho potuto osservare la rabbia sociale dei bianchi trasformarsi in atti di violenza verso la comunità asiatica. Gente che distruggeva negozi, faceva opera di vandalismo e tormentava famiglie che non avevano nessuna colpa. Io non sono un politico, ma la vita mi ha mostrato come spesso la rabbia di chi è senza lavoro diventa violenza verso le vittime più facili, perché spesso ciò che la gente arrabbiata vuole è soltanto trovare qualcuno da incolpare e potersi sfogare.

Io sono un sostenitore della comunità globale, certamente non voglio che il mio paese vada in ginocchio ma ho la fortuna di non vivere in un paese dove gli abitanti non possiedono nulla. Durante l’ultima era glaciale esisteva una terra, chiamata Doggerland, che era un’enorme pianura che collegava l’Inghilterra al resto d’Europa. Te lo dico perché ci sono tante cose della cultura inglese che mi rendono orgoglioso, ma io non mi sento inglese. Mi sento europeo.

Trainspotting quest’anno compie 20 anni. Negli anni 90 tu giravi i tuoi primi film e il cinema inglese era sulla cresta dell’onda: cosa è rimasto di quel tempo?

Sono stato molto fortunato. Era il luglio del 1994 quando giravo il mio primo cortometraggio, Danny Boyle aveva realizzato Piccoli omicidi tra amici e stava per girare Trainspotting, e in quel momento, senza alcun preavviso, il cinema inglese fece impazzire il mondo per due, tre anni, diciamo dal 1996 al 1999. Fu qualcosa di grande. Mi ricordo che società come Miramax, Disney, Fox venivano negli uffici inglesi per opzionare nuovi talenti. Dunque ho iniziato nel momento migliore per farsi strada nel cinema in Inghilterra, infatti la BBC spinta da questo interesse investiva molti soldi e ne ho approfittato per poter realizzare il mio primo film: per il mio esordio ho avuto 2 milioni di sterline, ora i registi devono combattere per averne uno. Diciamo che ho trovato le persone al giusto al momento giusto, perché è stato tutto molto breve: gli americani sono venuti e poco dopo sono andati via.

Eri il cantante della band She Talk To The Angels: che rapporto hai con la musica e come confluisce nel tuo lavoro?

Quando ero ragazzino, mio padre ascoltava un sacco di rockabilly e vecchio rock’n’roll, gente come Bill Haley, mia madre invece adorava la Motown, mia sorella poi era in fissa con il New Romantic, invece io ascoltavo lo ska, che era la musica degli skinhead. Crescere in quel posto mi ha fatto apprez- zare musica di tutti i tipi: oggi posso anche ammettere che Planet Earth dei Duran Duran è un gran pezzo, ma posso dirlo soltanto adesso perché allora pensavo fosse spazzatura. Sai, quelle capigliature… Crescere lì è stato come ascoltare in continuazione un mixtape, con suoni differenti che si mescolavano tra loro. Sono sempre stato circondato dalla musica, ecco perché i miei film ne sono pieni.

Uno dei tuoi ultimi lavori è il rockumentary Made of Stone. Com’è stato lavorare da fan con gli Stone Roses?

Per me sono come delle divinità. Sono cresciuto in un paesino di 12.000 abitanti, chiamato Uttoxeter, dove non succedeva nulla. Non c’erano mai grandi concerti, quindi le band si ascoltavano e basta, non capitava mai di poterle vedere dal vivo. Nel 1990 gli Stone Roses stavano per tenere il loro concerto oceanico a Spike Island e qualcuno mi aveva preso un biglietto. Spike Island è stato come Woodstock, è stato il concerto della mia generazione, tutti ne parlavano e ancora oggi ne continuano a parlare.

La notte prima di andare al concerto avevo preso un po’ di LSD e in preda a un bad trip avevo regalato il mio biglietto a un hippie. Stavo male, ho vomitato per ore, a un certo punto mi sono persino ritrovato a un falò vicino al fiume circondato da goths. A quel punto ho pensato che il giorno dopo ci sarebbe stata una marea di gente e sicuramente avrei fatto una brutta fine. Per questo ho dato via il biglietto. Quando mi sono svegliato i miei amici erano già andati via senza di me e così ho perso uno dei più grandi concerti della storia del rock. È il più grande rimpianto della mia gioventù.

Così, quando ho ricevuto la telefonata da Ian che mi informava della reunion, del concerto e della proposta di filmarlo… beh, non ti nascondo che ero eccitato. Ian Brown che ti telefona, pensaci. Sono etero ma Ian davvero scuote le mie certezze (ride, ndr). Loro avevano visto This Is England e Dead Man’s Shoes e pensavano di potersi fidare di qualcuno che raccontava in quel modo la working class, così ho potuto seguirli dalle prove al concerto finale, sempre cercando di stare un passo indietro. Credo abbiano apprezzato e io ancora non riesco a credere che sia successo. È stato il mio modo per tornare indietro ed essere a Spike Island.

Nelle tue colonne sonore c’è un sacco di rock ma usi spesso brani di Ludovico Einaudi. Da dove nasce questa passione?

È una bella storia. Stavo montando This Is England ma non riuscivo a finire, il risultato era buono ma non ottimo. Musicalmente non riuscivo a esprimere le emozioni del ragazzino. Ero stato invitato dal Toronto Film Festival e avevo deciso di accettare, per prendermi una pausa e cercare l’ispirazione. Andando verso l’aeroporto, la radio del taxi era sintonizzata su un canale di musica classica, non sapevo cosa stessi ascoltando, e mentre pensavo alla mia giovinezza mi sono accorto che avevo la pelle d’oca.

Ho capito che quella musica mi emozionava tantissimo, mi faceva pensare a quel periodo doloroso della mia vita. Così ho chiesto al tassista di chi fosse quella musica, ma non avevo con me una penna quindi non sono riuscito a segnarmi il suo nome. Arrivato in Canada sono subito andato in un negozio di dischi ma ormai ero convinto che il musicista si chiamasse Larry Von Tuth o qualcosa del genere, per questo ovviamente non sono riuscito a trovare il disco. Ma appena sono tornato in Inghilterra, lo giuro, ho trovato ancora quel tassista e la radio stava passando di nuovo quel brano. Dopo una settimana ero a Milano a casa di Ludovico Einaudi. È stato come un miracolo. Poi lui ha scritto della bellissima musica per il film e il produttore mi ha dato del pazzo a voler utilizzare quella musica per un film sugli skinhead. Invece, senza, il film non sarebbe stato lo stesso, ma peggiore.

Progetti futuri?

Il mio prossimo film sarà un biopic sul ciclista inglese Tom Simpson, morto durante il Tour de France del 1967. In Inghilterra tutti si stupiscono quando dico che farò un film su un ciclista, ma ho visto un documentario su di lui, che non è molto noto nel mio paese, e me ne sono innamorato.

Veniva da un paesino come quello in cui ho vissuto, era il figlio di un minatore di carbone, ha iniziato a ottenere successo con molta fatica, ha conquistato copertine e premi fino al giorno della sua tragica morte: sulla salita del Mont Ventoux, a causa del grande caldo, improvvisamente si fermò ma volle ripartire incitato dalla folla, però dopo qualche minuto ebbe un collasso cardiaco e crollò al suolo perdendo la vita. Era un uomo che non voleva arrendersi. Non è la mia vita ma è una storia che sento molto vicina.

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