Dario De Marco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dario-de-marco/ un blog di approfondimento culturale Tue, 22 Oct 2024 08:08:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dario De Marco Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dario-de-marco/ 32 32 Storie per ogni giorno: le “Novelle per un anno” di Dario De Marco https://minimaetmoralia.it/libri/storie-per-ogni-giorno-le-novelle-per-un-anno-di-dario-de-marco/ https://minimaetmoralia.it/libri/storie-per-ogni-giorno-le-novelle-per-un-anno-di-dario-de-marco/#respond Tue, 22 Oct 2024 08:08:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54373 «Quando si addormentò, il dinosauro se n’era già andato». Trecentosessantacinque giorni, più uno, così che i bisestili non si offendano, non si sentano esclusi. Per ogni giorno una storia, un racconto, un pensiero, un ragionamento, uno spunto, uno sguardo buttato oltre la finestra. Per ogni giorno la lampada che rimane accesa qualche minuto in più; […]

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«Quando si addormentò, il dinosauro se n’era già andato».

Trecentosessantacinque giorni, più uno, così che i bisestili non si offendano, non si sentano esclusi. Per ogni giorno una storia, un racconto, un pensiero, un ragionamento, uno spunto, uno sguardo buttato oltre la finestra. Per ogni giorno la lampada che rimane accesa qualche minuto in più; che rimane accesa il tempo necessario. Ogni storia non va a esaurirsi nell’altra ma gioca di sponda, rimbalza, richiama, domanda, risponde. La pagina chiude nel tempo da calendario, nella data del giorno. 2 marzo, 23 aprile, 9 settembre, 6 gennaio. Il tempo che ci concedono i racconti giornalieri, però, non scade, non si consuma, si aggiunge e dilata il tempo più importante, quello che ci rimane. Il tempo che ci rimane, come un bellissimo film del 2009, del regista palestinese Elia Suleiman. Quattro episodi, quattro periodi, un film sui ricordi, sullo smarrimento, sul perdersi e ritrovare all’indietro qualcosa di sé, un film sul ritorno. A quel film ho pensato più volte leggendo il bel libro di Dario De Maro, Novelle per un anno (Wojtek, 2024), la mente è andata agilmente alle immagini girate da Suleiman e, successivamente, a qualche racconto di Donald Barthelme, prima ancora di collegarsi a quanto dichiarato già in seconda di copertina, ovvero al progetto di scrivere un racconto per ogni giorno dell’anno che Luigi Pirandello non riuscì a portare a termine.

E fu così che un po’ alla volta, ci riabituammo a usare le mani.

La prima differenza con l’idea di Pirandello è temporale, naturalmente, ma soprattutto è d’impianto e, successivamente di forma. Pirandello si proponeva di scrivere le novelle slegate l’una dall’altra, ognuna doveva avere un inizio e una fine in quella giornata, non avrebbero dovuto rimandare (almeno idealmente) a un altro racconto di un’altra data. De Marco, invece, il collegamento, lo vuole, lo pensa, lo studia; perciò, – come detto all’inizio – i racconti, brevi o brevissimi, scivolano o rimbalzano dentro altri, a volte per un suono, per un nome, per un omaggio, per un chiaroscuro, per visione, per lessico. E veniamo alla forma. Dario De Marco, ha sempre sperimentato e – all’interno dell’esperimento – non ha mai trascurato la dimensione del gioco, basti pensare a un suo libro di qualche anno fa, Storie che si biforcano, dove alla fine di ogni racconto il lettore incappava in due frecce, una invitava a girare il libro al contrario in modo da leggere subito una versione diversa della storia appena letta, l’altra incoraggiava a proseguire in maniera lineare.

La forma che insegue De Marco si scioglie in tante piccole varianti, si frantuma, in storie piccolissime di una riga sola, in altre che suonano come poesie senza la pretesa di esserlo, altre ancora che sono cristallizzate in una sequenza di gesti, di azioni. E poi piccole favole, dialoghi, storie talmente minuscole che una lettura superficiale le potrebbe classificare come aforismi, battute, pensieri da social network. Invece no, sono sempre racconti, parole che guizzano come gnomi saltellanti, come fatine nella notte, come bambine che ascoltano il papà che legge loro una fiaba.

(Poi c’è un altro cono d’ombra, quello definitivo, in cui io potrei avere età che tu non hai mai avuto, ma non è detto, non è detto.).

Intendiamoci, la forma aforisma, lo studio del linguaggio del social network, l’utilizzo della battuta, dello slogan sono cose da cui l’autore prende, ma lo fa come si prende da un libro di grammatica, da un manuale di linguistica, come quando si apre una finestra per vedere in quell’esatto momento la luce fuori che sta combinando.

La realtà va osservata ma poi va rielaborata attraverso la tecnica della narrativa che consente all’autore di scrivere come si senta in un dato giorno e poi rimandarci a Cortázar, a Borges, a Charms, ad Atwood ma soprattutto ad Aristide Maselli, che non conosciamo, che forse non esiste e perciò esiste e che non dimenticheremo.

Caro Dario, mi chiamo Clotilde, e non mi ricordo neanche più come mi chiamo.

Alcune giornate di questo libro. Il 9 gennaio leggeremo di Ziggy. Il 21 aprile di una fregatura. Il 13 luglio incapperemo in Bunuel e il giorno dopo nell’ipnosi. Il 19 settembre, che crediamo o meno, ci squaglieremo con e come il sangue di San Gennaro. Il 29 settembre traditori e galli. Il 24 novembre ascolteremo un blues. E poi fotografie, fumetti, grassetti, corsivi, spigolatrici di Capri. Un sacco di aria buona.

Il libro di De Marco è moderno, tecnologico, rapido, è figlio dei nostri tempi e modi; poi però immaginiamo sia stato scritto a mano (e l’autore lo conferma in un’intervista), giorno dopo giorno, proprio per risalire al gesto da cui tutto comincia: oggi è lunedì, mi siedo al tavolo e scrivo, domani è martedì mi ci siedo di nuovo, oggi è Natale ma scrivo lo stesso. Poi tutto si fa libro e noi, pigri o meno, fantasiosi o meno, leggiamo.

 

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Psycho come non l’avete mai letto. “Una visita al Bates Motel” di Guido Vitiello https://minimaetmoralia.it/libri/psycho-non-lavete-mai-letto-visita-al-bates-motel-guido-vitiello/ https://minimaetmoralia.it/libri/psycho-non-lavete-mai-letto-visita-al-bates-motel-guido-vitiello/#comments Tue, 12 Nov 2019 07:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41583 di Dario De Marco

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabag è il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

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di Dario De Marco

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della prima stagione di Fleabag è il fatto che la protagonista nei momenti più intensi e improbabili – un vertiginoso dialogo, una scopata come si deve – si gira verso la camera, verso di noi, e ci spara una battuta micidiale, aggiungendo ulteriori layer di lettura e di ironia. Questo costante abbattimento della quarta parete è più divertente che dirompente, come negli a parte dei commedianti a teatro – e in effetti Phoebe Waller-Bridge dal teatro viene, dal teatro ha adattato la serie TV.

Una delle cose che affascinano di più gli spettatori della seconda stagione di Fleabag è che questo giochino continua ma il coprotagonista, il prete di cui la ragazza si innamora, sembra accorgersi di qualcosa. Non capisce appieno, non sente quello che lei dice, ma percepisce un’assenza, una distrazione (non dice cos’hai detto o con chi parlavi, chiede: dov’eri). Perché? Come cacchio fa?

Possiamo fare diving in spiegazioni al limite dell’esoterico: ci azzeccano bene interpretazioni di tipo psicanalitico, o di stampo religioso, perché il prete è in contatto con Dio e quindi avverte la presenza di un altrove rispetto alla realtà della serie-mondo (e l’altrove siamo noi: questo a sua volta può essere letto in senso cattolico, giansenista, gnostico), o semplicemente in chiave romantica.

Guarda in camera anche Belmondo per tutto Fino all’ultimo respiro. Guarda in camera, ma solo alla fine, sollevando gli occhi mentre l’inquadratura stringe, Norman Bates in Psycho. Guarda “in camera” uno dei due vecchioni che spiano Susanna prima di provare a insidiarla, nella versione del mito biblico dipinta dal Guercino, ed è una chiamata in correità: ehi tu porco, anche tu, mio caro spettatore del quadro, stai spiando la ragazza nuda come noi, quindi non fare tanto l’anima candida, non ci giudicare. Ma forse, anche quelle di Belmondo e Bates (per non parlare di Waller-Bridge), più che a parte teatrali, più che richieste di aiuto o dialogo, sono chiamate in correità.

susanna_e_i_vecchioniAlle origini del cinema non esisteva nessuna quarta parete, in macchina ci si guardava, sempre e con intenzione; anzi l’illusione della presenza era parte della magia, era la magia: il famoso treno che ti viene addosso, ma anche Méliès l’illusionista, che fingeva di essere sul suo solito palco, per rendere più (in)credibili le sparizioni realizzate col montaggio. Soltanto dagli anni ’10 del Novecento viene eretto il tabù. “Un solo sguardo venuto dallo schermo e posato su di me, tutto il film sarebbe perduto”, come scrisse Roland Barthes, e come ben sa l’ignaro passante, la comparsa inconsapevole di una scena all’aperto che va a ficcare lo sguardo proprio dove non deve, e viene aspramente cazziato dalla produzione.

La magia del cinema diventa l’immedesimazione, il dimenticarsi di sé. A fine anni ’50 il tabù già scricchiola (sia Psycho che À bout de souffle sono del 1960) e a pensarci oggi fa specie notare come sia stata solo una parentesi: la quarta parete tirata su e poco dopo abbattuta, come tutte le cose che in fretta e furia cristallizziamo in una tradizione che si finge immutabile, forse solo per aver più gusto nel tirarle giù dal piedistallo (e più fanno rumore quando cadono).

Questa, è solo una delle innumerevoli cose che si imparano – oche si ricordano, o che si fingono di ricordare, o che si vedono in una nuova luce mentre si crede semplicemente di ricordarle – leggendo Una visita al Bates Motel di Guido Vitiello. Altre due cose a caso: la curiosa vendetta della parola mistagogo – il sacerdote che introduce gli iniziati al culto misterico – che Cicerone ridusse a sinonimo di guida turistica, cioè proprio quello che noi oggi intendiamo con “cicerone”. E l’etimologia comune di Venere, venatorio, venale, a completare una trinità mitologica (che guarda caso, aggiungo io, corrisponde perfettamente alle tre “esse” del giornalismo – Sesso Sangue Soldi – ai bei tempi in cui non c’erano i clicbait).

È un libro in cui Vitiello ci conduce, con prosa ricercata e leggera, con erudizione visionaria e fare svagato, alla scoperta di quel gabinetto di meraviglie, di quella galleria d’arte fatta di indizi e segreti nascosti in piena vista che è Psycho. La stanza di Norman, nell’apparente disordine della cameretta da eterno post-adolescente che vive con mammà (proto-incel?) è in realtà una Wunderkammer: questa scoperta, come ha raccontato l’autore in un’intervista, è stata la scintilla che ha acceso l’idea del libro (“I quadri, gli animali impagliati, le teche, le collezioni di libri… Dove avevo già trovato tutte queste cose insieme? ‘Sembra un gabinetto delle meraviglie!’, è il pensiero che mi ha attraversato la mente, ed è stata una piccola folgorazione”).

Ma più che la sola cameretta, è l’intero motel che va guardato, e poi la tetra magione; più che in un gabinetto di meraviglie, ci troviamo al cospetto di una vera galleria, anzi una mostra, anzi una collezione permanente. Ed è una novità rispetto al romanzo di cui Hitchcock comprò i diritti (era meglio il libro, disse nessuno mai). Esempio: il buco nella parete da cui Norman spia l’ospite del motel, nell’originale è occultato da un banale documento incorniciato, nel film da una riproduzione di Susanna e i vecchioni (quella di van Mieris, 1731). Ma in tutti gli interni dove si svolge il film, è incredibile la quantità di opere che si affastellano, a saperle vedere (e leggere). E il libro è esso stesso gabinetto di meraviglie e galleria d’arte: se Psycho fosse una mostra, Una visita al Bates Motel sarebbe il suo catalogo; e veramente c’è da lustrarsi gli occhi (ancora lo sguardo) con questa collana Imago di Adelphi.

dama unicornoCome il regista nel trailer, che mostrando dissimula, che anticipando semina trappole, Vitiello è a noi cicerone, anzi mistagogo. Ma senza inganni mena dentro al mistero, a partire da due elementi che sembrano casuali ma poi chissà: Psyche invece di Psycho (la lettera rubata!, gioca di doppio senso: la missiva di Poe essendo il segreto hidden in plainsight per eccellenza) nel primissimo annuncio del film di Hitchcock; e una sua dichiarazione di poco successiva: “Sarà un’incursione nel sesso metafisico”.

Il libro, l’indagine del libro – che proseguendo nella mimesi è costruito come un thriller, theory fiction come si usa dire adesso –è tutta tesa a dimostrare che questa del metaphysical sex non solo non è una boutade, ma è proprio l’essenza del film. In che modo? Scovando le immagini, i riferimenti iconografici appunto, e scavandoci dietro: Psyche e Amore, Cupido e Venere, miti greci e biblici, Pigmalione e Freud, Eleusi e Persefone, Demetra e gli illusionisti di fine Ottocento. Divaga ma non scantona, Vitiello, fa giri larghi e poi nel giro di un rigo svela la lampante attinenza, quanto più sembra allontanarsi tanto più riprende il filo. Con che fine? A questo punto è bene tacere, non per evitare spoiler (spoiler: alla fine moriamo tutti, tranne Norman Bates e Guido Vitiello) ma per non togliere il piacere della meraviglia.

 

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PS: Onesto Vitiello, mistagogo ma non mistificatore come Hitchcock? Il problema di libri come questo è che poi ti contagiano, inducendoti a fare l’interpretazione dell’interpretazione, instillandoti il sospetto che dietro le tante parole ci siano silenzi altrettanto significativi, che altri segni siano stati trascurati o ad arte taciuti. Per esempio: come mai la Dama con l’unicorno di un famoso ciclo di arazzi di fine Medioevo (quando la bestia era simbolo del selvaggio, non delle start up) ha 4 dita per mano come Topolino? Mere ragioni di economia grafica, come nel caso dei cartoni, o invece proprio come per i cartoni c’è un segreto nascosto in piena vista, e varrebbe la pena indagare il lato allegorico, quando non esoterico?

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Dogperson https://minimaetmoralia.it/racconti/dogperson/ https://minimaetmoralia.it/racconti/dogperson/#comments Wed, 05 Jun 2019 13:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40375 Pubblichiamo un racconto di Dario De Marco. Buona lettura (fonte foto). * Dice che quando vedi un cane che ti viene incontro, la cosa che non devi proprio fare anche se hai paura, anche se l’animale ti sembra aggressivo – soprattutto se tieni paura, soprattutto se l’animale è aggressivo – l’ultima cosa che devi fare […]

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Pubblichiamo un racconto di Dario De Marco. Buona lettura (fonte foto).

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Dice che quando vedi un cane che ti viene incontro, la cosa che non devi proprio fare anche se hai paura, anche se l’animale ti sembra aggressivo – soprattutto se tieni paura, soprattutto se l’animale è aggressivo – l’ultima cosa che devi fare è metterti a correre. O perlomeno, così mi dicevano a me quando ero piccolo, e avevo paura dei cani (anche ora ho paura dei cani, ma ho imparato a evitarli, o forse sono loro che stanno alla larga, perché sono anni che non ne vedo in giro). Il cane, mi spiegavano, fiuta la tua paura, e questa cosa lo eccita, gli risveglia il cacciatore pure se non era partito con idee cattive: anzi no, si contraddicevano, il cane pensa che vuoi giocare e ti insegue, tentavano di rassicurarmi. Tutta sta predica non ha mai impedito che, all’atto pratico, ogni volta mi mettessi a correre: con le conseguenze che potete immaginare. Il problema del cane è che è una bestia, che non ci puoi parlare; è che non capisci mai che cosa vuole fare, fino a che non lo ha fatto. Ci ripensavo proprio l’altro giorno perché oh, sentite che mi è successo.

Tornavo a casa in pullman, stanco e stressato come ogni finale di giornata, e pensavo ai cazzi miei, ma ci pensavo così forte che per poco non mi perdevo la fermata, e sono sceso a porte quasi chiuse, nel buio del controviale. Sono sceso all’ultimo momento e perciò non l’ho vista subito, era già un po’ lontana, al buio non l’ho vista finché lei non ha visto me, guardandomi di sfuggita e poi girandosi e mettendosi a camminare a testa bassa. Quello è stato l’unico momento in cui l’ho vista in faccia, i nostri sguardi non si sarebbero mai più toccati, neanche dopo. Per quel breve momento mi è sembrato che assomigliasse a Lei, anche se era ovvio che non poteva essere Lei, per una serie di motivi di ordine storico e geografico, ma poi da dietro, con i capelli castani e lisci, e il taglio medio, assomigliano tutte a Lei, e quindi in un certo senso, non so se mi spiego, era Lei. Camminava, stava quella ventina di metri avanti a me, quel vantaggio che le aveva dato l’essere scesa dal pullman come una persona normale, e non come uno stonato. Purtroppo andava nella mia stessa direzione: non ci ho messo neanche un attimo a capire che, qualsiasi cosa avessi fatto, ero comunque fottuto.

Dalla fermata fino a casa mia è una via sola, non ci sono traverse, non ci sono altre case: c’è il muro di mattoni della vecchia fabbrica di non so che, e poi il sottopasso. Sembra quasi che la città finisca lì, ma poi no. Dopo il sottopasso ci stanno i loft, e dopo non lo so, non ci sono mai andato, che ci vado a fare, ma sicuro lei era diretta da quella parte, perché prima non c’è niente. O forse, magari, aveva sbagliato strada: e adesso non se la sentiva di tornare indietro. Verso di me.

Proprio qualche giorno prima, avevo letto sul social una cosa a proposito di ragazze in panico, ma non parlavano di aggressioni in strada, di molestie sul lavoro o di violenze in casa, no, era tutto un fatto virtuale, molto più sottile e basato solo sulle percezioni, e perciò molto più diffuso. Raccontavano molte ragazze, cioè meglio raccontava una ragazza e tutte le altre sotto commentavano, anche io anche io, che un maschio non può mai sapere cosa prova una donna, la sensazione di costante allerta quando cammina per strada, magari di sera, magari in un posto non tanto affollato: la tensione di percepire le presenze, di valutare i comportamenti, di incrociare gli sguardi, di immaginare possibili vie di fuga, di calcolare quanto lontano può arrivare un grido di aiuto. E poi sotto a un certo punto arriva un tipo, e dice anche io, anche a me è capitato, no no, non di sentirmi minacciato, ma di avere la netta sensazione di essere percepito come la minaccia, e di non sapere bene che fare, perché qualsiasi cosa fai a quel punto, qualsiasi tentativo di rassicurare, può essere letto al contrario, rifletteva quel tipo. Ecco, ora toccava a me.

Camminavo e pensavo, facendo finta di niente, come sono sicuro anche lei, camminava e pensava, facendo finta di niente, camminavo e dopo neanche venti metri, avevo già fatto tutte le ipotesi. Voi che avreste fatto, che fareste, al posto mio: immaginate. Accelerare per raggiungerla, prima cosa che viene in mente. Ok la raggiungi e poi? La superi fischiettando, ostentando indifferenza: sì certo, proprio quello che farebbe un malintenzionato, che si va poi ad appostare dietro il primo angolo. No, allora la raggiungi e le parli: fantastico, un comportamento naturalissimo. E come attacchi bottone, per dire? Le chiedi l’ora? Dici che bella giornata? Fai: scusa ma per caso ci conosciamo, abiti in zona, sai darmi un’informazione? Tutte cose che, a quell’ora e in quel posto, le metterebbero addosso ancora più paura. Ammesso poi che riesci a raggiungerla: e se tu acceleri leggermente e lei fa lo stesso, che fai, ti metti a correre? A quel punto anche la persona coi nervi più saldi chiamerebbe il 112, se esistesse ancora il 112. No, ipotesi avvicinamento da scartare: allora, chiamarla da lontano, con voce ferma ma serena, per farle capire che sei una persona perbene, che non ha nulla da temere. Eh, come no: innanzitutto quanto alta la voce, per essere udibile ma non minacciosa. E poi che vuol dire ferma e serena, eh? Ma soprattutto: cosa dire. Far capire o, rotto per rotto, direttamente dire? Metterti a urlare: ehi tu laggiù, sai che non devi aver paura di me? Sai che non ho nessunissima intenzione di aggredirti, di stuprarti, di ammazzarti? Mammamia, mi feci paura da solo, solo a pensarlo.

No, la cosa più razionale, più giusta, era fermarmi, o addirittura tornare indietro. Però. A parte che anche questo le avrebbe confermato i sospetti: se una pensa di essere seguita, e poi non sente più i passi dietro di lei, e poi si volta e vede che il pedinatore è sparito nel cono d’ombra, che pensa? Poi, c’è da dire che pure io non avevo nessuna voglia di mettermi a girovagare nei paraggi, a quell’ora e in quel posto. Casa mia sta subito fuori la seconda circumvallazione, quindi in semicentro, eppure in certi momenti non è una bella zona. Il fatto è che io l’avevo sempre vista di giorno: la volta della prima visita, poi della seconda, la volta della firma sul contratto, e poi la volta del trasloco. E anche nei primi tempi, era di maggio, avevo tutta la bella stagione davanti, quel poco di erbacce attorno, e di silenzio, erano quasi piacevoli a fine giornata, con la luce che da arancione diventava verdina, e il calore che si placava. Poi venne l’inverno, e la via si rivelò per quello che era: buia e fredda e da percorrere il più in fretta possibile prima di barricarsi nel loft. L’avessi saputo prima, ma oramai che ci potevo fare, ero lì.

Ero lì che pensavo, e pensavo, e pensavo che allora non c’era niente da fare tranne non fare niente, fare come se lei non ci fosse, lei che camminava davanti a me col suo cappotto e la sua testa immobile, che era sempre più una ragazza qualsiasi, e perciò sempre più Lei. Ho tenuto il mio passo, come se fossi solo, ho anche tirato fuoriil cellulare a un certo punto, ma poi ho pensato che lei poteva accorgersene e temere che stessi chiamando un complice – io, un complice, ah ah. Sennonché mi sono accorto che facendo queste operazioni, con il giaccone e la sciarpa e tutto, avevo un po’ rallentato il passo. Ma quando ho guardato davanti a me – non eravamo arrivati neanche all’altezza del sottopasso – ho notato che la distanza che mi separava da lei era sempre la stessa, più o meno. Cioè, aveva rallentato pure lei. Ma ora che riprendevo la mia andatura, anche lei accelerava leggermente. Strano fatto. Come se modulasse i suoi passi sui miei: inconsciamente?, per scelta? Ho provato ad andare un po’ più veloce ma niente, la distanza non diminuiva. Ho rallentato di nuovo: stesso effetto. Come se tra noi ci fosse un elastico, che tirato da forze e in direzioni differenti, tende però sempre a ristabilire una situazione di equilibrio.

Ero talmente concentrato, mi stavo arrovellando così tanto su sta cosa che a un certo punto sono inciampato su una pietra sporgente, no non sono caduto per terra ma ho fatto un mezzo balzo, un rumore di piede che sbatte, e lei di conseguenza ha avuto un sussulto, piccolo ma l’ho visto, sarà stato l’elastico. Ero così concentrato che mi sembrava di fiutare la sua paura, o forse non fiutavo una beneamata cippa, forse me lo stavo solo immaginando, forse era tutto soltanto nella mia testa, come sempre.

Che palle. La verità è che non ne potevo più neppure io, volevo solo andare a casa e mangiarmi due Sofficioni, e poi finire di vedermi You, o di leggermi Lupo solitario, quando ho dovuto sbaraccare casa di mamma e papà sono uscite fuori delle cose veramente di eoni addietro, tipo i librogame, belli però. Probabilmente, ho pensato, anche lei voleva la stessa cosa, dopo una giornata del genere, chissà che giornata aveva avuto anche lei, voleva la mia stessa semplice cosa, e invece si era ritrovato questa.

Questa la differenza, lo squilibrio: io sapevo benissimo quello che provava lei, lei non aveva idea di quello che stavo passando io. Peggio: credeva di saperlo, ma sbagliava. Come sempre.

Ci siamo infilati nel sottopasso.

Mi sono chiesto spesso come si fa a violentare una persona. No, non chiesto come domanda retorica, tipo quando uno dice Ma come si fa santiddio a fare una cosa del genere! Cioè sì, anche quello, ovvio. Ma dico proprio, come si fa, tecnicamente? Perché io le poche volte che ho avuto rapporti, per meglio dire le poche volte che ci sono andato vicino senza prima venire nelle mutande, quelle poche volte con tutto che Lei era consenziente, mentre ti spogli ti sbottoni ti posizioni e cerchi di mantenere l’equilibrio, io ce l’avevo già moscio. Figurati a fare sesso con la forza, con una persona che non vuole e si divincola e si dimena e si stringe, al massimo magari con la minaccia di un’arma, ma io non avevo un’arma, non l’ho mai avuta. E poi anche con l’arma, ma come si fa, quando leggi per esempio quelle cronache, costretta a un rapporto orale con una pistola puntata alla tempia, ma io manco se avessi un bazooka, ho sempre pensato, ma come si fa a infilarlo tra i denti di una che non vuole, che da un momento all’altro anche senza farlo apposta chiude di scatto la bocca e cazzo, mi vengono i brividi solo a pensarlo.

La tensione era allo spasmo. A un certo punto, anche lei non ce l’ha fatta più e si è messa a correre. Finita la salitina del sottopasso, si è messa a correre. Capite? Si è messa a correre! Si è gettata in avanti e si è messa a correre ma proprio forte, con tutte le sue energie di preda braccata che si gioca la vita in uno scatto e contemporaneamente, in maniera oscura sa che è già persa, è già presa.

Ma ovviamente era una sciocchezza perché nessuno la stava braccando, non c’era nessun cacciatore in giro, men che meno io. Eppure lei correva, cercando di mettere quanta più distanza tra noi.

Mi sono offeso a morte. Come, proprio questa non me la doveva fare. Proprio a me, che stavo avendo tutti quei riguardi per lei, che mi stavo facendo tutte quelle pippe. Allora era vero, avevo ragione, the dice were loaded from the start, ero fottuto sin dall’inizio. Qualsiasi cosa facessi, ero io il cattivo, ho pensato, e stavo già correndo.

 

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Questo pomodoro ti spiegherà come funziona il capitalismo  https://minimaetmoralia.it/attualita/pomodoro-ti-spieghera-funziona-capitalismo/ https://minimaetmoralia.it/attualita/pomodoro-ti-spieghera-funziona-capitalismo/#comments Thu, 09 Aug 2018 10:56:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37913 di Dario De Marco

Ci voleva una strage, dodici braccianti africani morti in un incidente stradale in Puglia, per richiamare l'attenzione su condizioni di lavoro, e vita, che non sono tanto differenti dalla schiavitù: mancano solo le catene di ferro in senso materiale (e non sempre).

Ci vuole sempre una strage, e uno è persino tentato di dire ben venga, il sacrificio di vite umane (basta che si tratti di vite che non sono la mia), se serve a far capire qualcosa, a cambiare qualcosa. Addirittura il ministro dell'ordine pubblico, che se i negretti non stanno dietro al grilletto di solito tacet, ha fatto la voce grossa, ha detto caporali ha detto sfruttamento ha detto mafia. Allora uno dice vedi, menomale, anche lui farà qualcosa di buono come quell'altro, sgomineremo il caporalato. Perché la colpa è dei caporali, no? No.

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pomodori

di Dario De Marco

Ci voleva una strage, dodici braccianti africani morti in un incidente stradale in Puglia, per richiamare l’attenzione su condizioni di lavoro, e vita, che non sono tanto differenti dalla schiavitù: mancano solo le catene di ferro in senso materiale (e non sempre).

Ci vuole sempre una strage, e uno è persino tentato di dire ben venga, il sacrificio di vite umane (basta che si tratti di vite che non sono la mia), se serve a far capire qualcosa, a cambiare qualcosa. Addirittura il ministro dell’ordine pubblico, che se i negretti non stanno dietro al grilletto di solito tacet, ha fatto la voce grossa, ha detto caporali ha detto sfruttamento ha detto mafia. Allora uno dice vedi, menomale, anche lui farà qualcosa di buono come quell’altro, sgomineremo il caporalato. Perché la colpa è dei caporali, no? No.

I caporali di fatto sono la penultima ruota del carro: sono quelli che provvedono alla logistica, diciamo così, in una situazione senza regole e organizzazione. Dal reclutamento per il lavoro a giornata, tutti in fila prima dell’alba tu vieni tu no (uh? Come nell’ottocento? Sì, proprio come nell’Ottocento), al trasporto per e dai campi, fino alla sistemazione per la notte, baracche a 5 stelle com’è noto. Perché non vanno ai centri per l’impiego? Magari al contrario di quello che si dice, qualche italiano che questi lavori li vuole ancora fare c’è, che ne sai, e sta iscritto al collocamento. Non ci vanno perché sanno che i proprietari delle terre offrono poco e niente, qualche euro a giornata, se non qualche centesimo a quintale, e quindi a fare la raccolta ci può andare solo chi è veramente disperato. Ah, ok. Allora la colpa è dei proprietari terrieri, no? No.

I proprietari delle terre – che sarebbe eccessivo chiamare agricoltori anche se spesso godono delle agevolazioni e delle sovvenzioni destinate ai coltivatori diretti, ma sarebbe forse ingeneroso definire latifondisti – sono costretti a cercare di pagare tutti il meno possibile, perché i loro margini di guadagno sono bassi, e si riducono sempre di più. Infatti nella maggior parte dei casi i venditori non possono stabilire i prezzi, ma li subiscono. Sembra strano ma è così, di solito chi vende una cosa la mette a un certo prezzo, ma qua è il contrario.

Dipende dalla particolare situazione: in ogni zona esistono poche, o addirittura una sola industria di trasformazione (quella che fa i pelati per capirci). Quella arriva da te e dice oggi per un quintale di pomodori non ti do più 2 euro, te ne do uno. Non ti sta bene? Non compro. E i pomodori ti marciscono in casa. In economia si chiama monopsonio, fa ridere ma è il contrario del monopolio, dove c’è un solo venditore, qua c’è un solo compratore, e può essere anche peggio. Allora, evviva, la colpa è dell’industria, no? No.

L’industria a sua volta è schiava della GDO. Se il nome non ti dice niente, sappi che è quella che ti mette in tavola il 90% delle cose che mangi. È la Grande Distribuzione Organizzata, quella che fa da intermediario tra l’industria e il venditore diretto, ovvero i supermercati e le catene. La GDO fa esattamente come fa l’industria con gli agricoltori, anzi peggio. Il meccanismo è quello delle aste, perché i venditori sono tanti e il compratore è uno: e sono aste al ribasso, o al doppio ribasso. Che senza entrare nei dettagli tecnici, già il nome fa paura. Quindi, eureka, la colpa è della GDO, no? No.

La GDO,  poverina… No aspetta, rifacciamola. La GDO sostiene che lei, poverina, non può farci niente. È il mercato che è cattivo, perché e questo che vuole la gente, dice, un po’ come dicono i direttori di palinsesto della tv spazzatura. Solo che mentre lì la qualità può essere un elemento opinabile, qui alla fine c’è una sola cosa che conta, ed è misurabile: il prezzo. Come faccio a metterti i pelati a 29 cent, quando quello è un altro poco il costo solo della lattina vuota? Come faccio a mettere il supermercato in condizione di farti l’offerta, la superofferta, il 3×2, il sottocosto? Allora, eccoci arrivati: la colpa è tua, no?

Eh no, dai. No. Non voglio mica scaricarti addosso il peso di tutto. Perché è vero, come dice Stefano Liberti su Internazionale, che “quando noi compriamo sottocosto, c’è sempre qualcun altro che quel costo lo sta pagando”. Però come faccio a darti la colpa, quando so che non arrivi a fine mese, tra il lavoretto in agenzia e la pensione d’invalidità della nonna, e l’offertona della pummarola in lattina ti risolve il problema della cena. Oppure, anche se a fine mese ci arrivi sereno, mica puoi sempre comprare dal biologico o dal contadino, è vero che la qualità si paga ma a te sinceramente quel sugo dell’ipercoop t’è sembrato buono uguale a quello del gruppo d’acquisto solidale, se non meglio. E poi uno si deve rilassare almeno quando va a fare la spesa, mica puoi sempre stare nel mood fa’ la cosa giusta.

E allora? Di chi è la colpa? Di tutti. E di nessuno. Perché è proprio così che funziona questo sistema economico. Il capitalismo non redistribuisce le ricchezze, redistribuisce le colpe. Frammenta le responsabilità, fino a ridurle in pezzettini così piccoli da essere invisibili, irrilevanti. E poi dà un pezzettino a ognuno, ognuno se lo guarda, il suo frammento, e dice, io? Ma figurati. E ha ragione. E ha torto. E ha ragione.

Di chi è la colpa? Del sistema, si sarebbe detto una volta. Ma il sistema è solo un concetto astratto, un modo di dire, una metafora, un’invenzione dei noglobal sessantottini, il Sistema non esiste, ahahaha, ciao, vado a farmi una pasta al pomodoro.

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La nostra garanzia si chiama complottismo https://minimaetmoralia.it/racconti/complottismo-de-marco/ https://minimaetmoralia.it/racconti/complottismo-de-marco/#comments Fri, 13 Apr 2018 12:30:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36910 di Dario De Marco

Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po' in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù...

Quell'ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda... Speriamo che finisca al più presto, vero?

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di Dario De Marco

Allora, mio caro Generale, come va?

Bene, Eminenza, molto bene, grazie. Un po’ in ansia per quel piccolo conflitto, laggiù…

Quell’ultimo che è esploso, dice? Oh misericordia divina, certo nonostante quei popoli ci siano più che abituati, è sempre triste vederli sterminarsi a vicenda… Speriamo che finisca al più presto, vero?

Presto? E perché mai… Ah, sì giusto, lei dice per i civili, per le vittime accidentali. Per quanto, definire civili quelle genti… Ma sa, vanno anche salvaguardate esigenze di stabilità, gli equilibri internazionali, la geopolitica, la filiera produttiva, le forniture delle industrie… La mia preoccupazione era proprio per questo. Lei piuttosto, cosa mi racconta? Tutto bene dal punto di vista, come si dice, spirituale?

Sì, senza dubbio. Siamo molto felici del fatto che la terra sia stata liberata dall’oscura minaccia incombente da Est. C’è giustizia all’altro mondo, ma a volte anche in questo mondo. E soprattutto siamo soddisfatti di come sia stata liberata, grazie all’intercessione del Vicario di Nostro Signore… Lei è conscio, non è vero, che la Storia ha già attribuito il merito a lui, molto più che a voi soldati.

Eh, certo certo, come no. E cosa dice lui, Sua…

Santità, caro Generale. Sua Santità è sempre molto impegnato, ma sta benone: riesce ancora a soddisfare, ad un occhio esterno, tutti i crismi dell’autonomia di corpo e spirito. Sembra perfettamente indipendente, insomma, e quindi, di fatto, lo è, non so se mi spiego.

Alla perfezione, Eccell… volevo dire, Eminenza.

Non si preoccupi, Colonnello, siamo tra amici. Oh, scusi.

No no, va benissimo così, sono orgoglioso di quel nome, le cose migliori della mia vita, se ne ho realizzate, le ho fatte proprio sul campo, da Colonnello, e non dietro la scrivania di Generale. È quello il grado che mi si addice: il braccio destro, non il comando supremo.

Suvvia, non faccia il modesto. Piuttosto, mi dica…

Agli ordini. C’è qualcosa che la preoccupa.

Sì, sarò franco. Sono i giovani a preoccuparmi.

Eh, la mancanza di vocazioni, immagino.

No, macché… Ehm, beh, sì certo, sempre meno sono quelli pronti a sobbarcarsi il duro lavoro di pastori di anime. Ma Iddio vede e provvede, al limite si sopperirà con nuova linfa dai paesi emergenti, si fa per dire: ci sono legioni di fedeli pronti, migliaia di ragazzi in situazioni così disperate che gettarsi tra le braccia amorevoli di Santa Madre Chiesa è per loro un sollievo, e per noi una benedizione. No, sono i giovani in generale che mi preoccupano. I nostri giovani.

Ma come! Sono così colti, intelligenti, dinamici. Sanno le lingue, si spostano da un lato all’altro del mondo. Conoscono l’economia ma sono privi di condizionamenti ideologici. Sono pronti a imparare, a cogliere tutte le opportunità

Appunto! Colti, intelligenti, dinamici. E pronti a cogliere l’opportunità… di divorarci!

Come dice?

Generale, orsù! Ma si rende conto che questa è una generazione che ha tutto? Che è la prima generazione che ha tutto da non so quanto tempo, forse da sempre?

Beh…

Ci pensi. Quelli che erano giovani negli anni ’50, che cosa facevano?

La fame.

Esatto. Erano troppo impegnati a cavarsela, a farsi strada tra le macerie del dopoguerra. Sì la Ricostruzione, la Repubblica e tutto, ma la vera spinta, come sempre, è individuale. Quella generazione, e ci siamo anche noi in mezzo

Beh, grazie per avermi tolto qualche anno…

Ma che c’entra, è una questione di mentalità. Avevamo degli obiettivi da raggiungere: il benessere, la tranquillità. Tant’è vero che abbiamo fatto il boom.

E ne hanno goduto gli altri.

Certo, ma ci arriveremo. Intanto, gli anni ’60. Se li ricorda lei gli anni ’60, Colonnello?

Altroché, Eminenza. È stato quello il mio periodo d’oro, glielo dicevo prima.

E che cosa faceva?

Ero su un campo di battaglia, ma un campo, come dire, non aperto.

Servizi? Guardi che non mi scandalizzo. Lo sanno tutti che esiste il controspionaggio, è anche legale.

Ecco, appunto.

Ah, capito. Quell’altro… livello?

Già.

Beh ma allora a maggior ragione capisce cosa voglio dire degli anni ’60…

Sì, capisco. Ricordo che all’inizio ci hanno fatto un po’ cacare sotto.

Generale!

Insomma, i figli del boom sembravano un’altra razza. Ben nutriti, spavaldi: nessuna guerra gli aveva fiaccato i muscoli e i nervi…

Per non parlare del malcostume sessuale… Liberazione, la chiamavano! Eh, altro che i problemini che abbiamo adesso, con questi pederasti di seconda categoria: la cosa più rivoluzionaria che immaginano di fare è sposarsi! Il matrimonio gay, quisquilie, altro che le orge dell’epoca.

Sembra quasi che le rimpianga.

La prego! E comunque, mi diceva. Come avete fatto.

Ma niente, è bastato mettergli un paio di pistole in mano…

E un movimento che poteva essere un maremoto, si è disperso in mille rivoli che fuggivano in direzioni diverse, a volte anche contrastanti.

Eminenza, sono felicemente sorpreso! Allora voi non siete tutti casa e chiesa…

Eh che vuole, la necessità… Non siamo di questo mondo, ma viviamo nel mondo. Però, torniamo a noi. Gli anni ’70, come ce la siamo cavata?

Vabbe’, l’abbiamo detto: il terrorismo. Mica solo da noi, un po’ dappertutto.

Sì certo. E poi? Possibile che non ricorda il papavero?

Chi?

L’eroina, Dio santo! La droga più potente del mondo! Una, due generazioni sfibrate dall’oppio del nuovo secolo. Se penso alle sostanze che giravano all’inizio… cannabis, Lsd, quella sì che era roba pericolosa: risveglia le coscienze, apre la mente… meno male che poi il Cielo ci ha mandato questa manna, che toglie la forza e la volontà… ai malintenzionati dico, ovviamente, che fessi…

E pensare a tutte le prediche che facevate contro la droga, eh eh.

Ma Generale, non mi faccia l’ingenuo, è così che si combatte il Demonio. Concedendo e colpevolizzando, dando spazio e punendo… Altrimenti a che serve il libero arbitrio… Ma non mi faccia volare troppo alto, non siamo mica qui a fare teologia.

Ecco appunto, dove vuole arrivare?

Agli anni ’80, ero arrivato. Che abbiamo fatto, lì?

Noi? Niente.

Ecco, bravissimo. Perché abbiamo affinato i mezzi. Niente ingerenze dirette, fuori lo Stato dalle vene, ricorda? Anche l’eroina era una cosa troppo invadente, e poi troppi morti, troppi sbandati per strada che terrorizzano la brava gente…

Per quanto, in certi posti la droga ha fatto il suo gioco fino agli anni ’80.

Ovvio, non è che si può organizzare il passaggio di testimone in un attimo. Ma se le dico anni ’80 lei subito a che pensa?

Uhm… I paninari… la moda per tutti… il fast food… la cultura di massa… non so, il ritorno al privato, le serate in famiglia…

Fuocherello, Generale, ci siamo quasi…

La televisione?

Perbacco! Oh, intendevo, sia lodato Gesù Cristo. La tivvù. Un mondo colorato, divertente da morire. Un mezzo di torpore molto più efficace: comodamente a domicilio, diffuso in tutte le classi sociali e le età, gratuito o almeno così sembra, pulito, legale. Forse più lento, ma dagli effetti sublimi, a lungo andare. Ma c’è dell’altro: l’Hiv.

L’acca-i-vvù?

L’Aids, Generale. La peste del secolo. La giusta punizione per i nostri peccati mortali.

Ah, giusto… ma quindi, vuol dire che hanno ragione quelli che sostengono

Ma no, mio caro fratello. Non se l’è inventata nessuno. Quella terribile malattia esiste davvero, purtroppo. Diciamo che è arrivata al momento giusto, nei punti giusti. E da allora, nessuno è più sereno al cento per cento, mentre fa le sue schifezze. Un’ombra di angoscia resta sempre, sullo sfondo, ed è giusto così, è come portarsi una cicatrice del Peccato Originale…

E così è sistemata anche la rivoluzione sessuale, o quel che ne era rimasto. Poveri ragazzi.

Già. E adesso? Intendo, in questi nostri anni ’90?

Una droga c’è sempre, Eminenza. Mi pare che si chiami Extasy. Che teneri questi virgulti, come direbbe lei: si sentono così furbi per il fatto che non si bucano più, e intanto si devastano i neuroni con la chimica.

Estasi. E pensare che è una parola così bella, che ricorda asceti e martiri… euforia, direi piuttosto. La stessa che è servita per tutti gli altri. Perché poi, consideri, i drogati sono sempre stati una minoranza. La più pericolosa, è vero, la più inquieta, quella composta da gente insoddisfatta, che pensa, che cerca. Ma la massa, alla massa qualcosa devi dare.

Il calcio è sempre andato benissimo.

Certo, in tutti le epoche. Poi, dicevo l’euforia: perché all’inizio di questo decennio c’è stato quello che c’è stato. Il Bene ha trionfato, è finita la lotta di un mondo contro l’altro. Siamo stati tutti d’accordo, e questo è stato bello, è stato euforizzante. Tutti ad arricchirsi, perché quella è l’unica cosa sensata da fare. Almeno questo è quello che sostiene il Pensiero Unico, e a noi sta bene, perché tiene a bada gli spiriti bollenti, incanala le energie in eccesso. Ma adesso, non lo sente?, quest’euforia inizia a svanire.

Lei dice, Eminenza? Io non lo vedo un problema così urgente.

E invece dobbiamo iniziare a pensarci, prima che la situazione diventi ingestibile. Adesso, che siamo all’alba di un nuovo millennio, proprio adesso rischiamo di trovarci senza strumenti nuovi. Come le dicevo, e guardi che è un punto che tutti stanno sottovalutando, la generazione dei giovani di oggi, diciamo quelli tra i quindici e i trent’anni, è la prima che ha tutto. Tutte le condizioni oggettive e soggettive: hanno la scuola che li istruisce, la sanità che li cura, hanno i soldi dei genitori, hanno internet… hanno il tempo libero! Tempo per pensare, mio caro Colonnello. Per riflettere su tutto quello, e Dio solo sa se è tanto o se è poco, tutto quello che ancora non va, a questo mondo. Guardi quello che sta combinando il cosiddetto popolo di Seattle… e sono ancora in pochi, eppure ragionano su scala mondiale, e su scala mondiale agiscono… oh, ma il Signore confuse le lingue proprio per fermare l’ardire della Torre di Babele…

E tra un po’ non sarà obbligatorio neanche più fare il servizio militare! Dove andremo a finire…

Da nessuna parte, Generale. Rimarremo dove siamo, come sempre. È proprio per questo che ho chiamato al nostro tavolo il Professore, che se n’è stato in disparte per tutto questo tempo.

Buonasera, Signori. Non ero in disparte, ascoltavo in silenzio come chi ha da imparare. Il silenzio è la virtù dei modesti. Lei m’insegna, Eminenza.

Dei forti, Professore, dei forti! Ma il Professore oltre a essere un illustre economista è anche un raffinato conoscitore della Parola di Dio… Generale, lei senz’altro approva

Mio caro monsignore, ma se l’abbiamo decisa insieme questo informale chiacchierata… piuttosto, mi chiedo, ma non doveva esserci anche lui

Lui?… Ah sì, il Presidente. Beh, mi sembra fosse indisposto, a lei ha detto qualcosa, Professore?… No? La verità, Fratelli miei cari, è che la politica in questi tempi nuovi conta sempre di meno. Certo sono i Parlamenti a fare le leggi, i Governi a scatenare le guerre… ma sono movimenti automatici, riflessi condizionati di decisioni prese altrove, come il calcio che parte quando il martelletto percuote il ginocchio.

Vabbè, ho capito. Ne facciamo volentieri a meno, delle chiacchiere dei politicanti. Poi quando avremo stabilito qualcosa, gli faremo sapere.

Ecco appunto, Signori. La trattazione da voi testé eseguita mi pare pregevole ed esaustiva. Ora sarebbe il momento di tirare le somme e addivenire a una qualche risoluzione.

Giusto, Fratelli. Il Professore vuole porci la domanda: che facciamo?

Allora Camerat… volevo dire Amici, io penso che ci dobbiamo giocare ancora la carta del terrorismo. Ma non a livello locale come negli anni scorsi, non con le solite rivendicazioni veterosocialiste, e che si dirige verso la singola organizzazione statale. Ci vuole una cosa più in grande stile, più potente e globale.

Tipo?

Già, può spiegarsi meglio?

Un gruppo transnazionale, che abbia degli appetiti su scala mondiale. Un attentato spettacolare contro un simbolo del potere… E poi qualche guerra qua e là, e la sospensione dei diritti civili più fastidiosi… Insomma che la gente si renda conto che la vita non è tutta aperitivi e gerani sui balconi.

Sì ma… chi? Quale gruppo? Chi è così organizzato e vasto da poter reggere e giustificare interventi di tale portata?

Già, Professore, chi? Uhm… ecco, ci sono! Gli arabi, gli islamici, insomma quelli là. Sono perfetti: antipatici, antimoderni, antioccidentali, stanno sulle balle a tutti…

Mah, non so… Vogliamo imbastire una guerra di religione?

E che, Eminenza, vi farebbe paura? Non mi dica, non sarebbe mica la prima volta che proprio voi

Ma come si permett

Signori, vi prego! Evitiamo le polemiche interne.

Ha ragione, Professore. Eminenza, mi scuso con la Chiesa. Ma per concludere: un altro splendido effetto collaterale di avere un nemico così invadente e pervasivo, sarebbe quello di poter affibbiare a qualsiasi voce ribelle la patente di filo-islamico. Sa quanti problemi risolti sul nascere.

Il terrorismo internazionale islamista. Lei Professore che ne pensa?

Certo, va bene. Lo faremo sicuramente, ci stiamo già lavorando. Ma non basta, lor signori mi permettano. Ci vuole qualcosa di più forte. Qualcosa che duri più di qualche anno.

Avanti, cosa?

Infatti Professore, non ci tenga sulle spine. La conosco bene e so che quando parla con più calma del solito, è perché sta per tirare fuori il colpo di classe.

Troppo buono, Eminenza. Ecco, io penso, che insomma sì, sia arrivato il momento… che ci voglia una bella crisi mondiale.

Crisi… economica?

Ovvio, Generale. Come altro può essere una crisi?

E ma…

Una crisi, Signori pensateci, deprime è vero l’economia, ma a cascata toglie linfa anche al terreno di coltura in cui allignano i mali che vogliamo evitare. L’istruzione… la ricerca scientifica… le comunicazioni… il tempo libero, come diceva Sua Eminenza prima! Il tempo, il modo e la voglia di immaginare una società diversa: una società certo peggiore di questa.

Una crisi economica, mi scusi ma sono solo un militare poco avvezzo ai numeri, una crisi non vuol dire impoverimento, contrazione del reddito per tutti, compresi noi… cioè, compresa tutta la brava gente?

Generale, la ringrazio perché mi consente di spiegare questo punto fondamentale: vi ricordo che, nonostante la logica porterebbe a condividere il ragionamento poc’anzi espresso, tutti i dati economici raccolti e studiati nelle precedenti epoche di crisi dicono che accade proprio il contrario. La forbice aumenta e, pur nella contrazione generale, la percentuale di incremento dei redditi medio-alti è pari se non superiore al tasso di decremento degli incomes di fascia bassa.

Insomma, i ricchi diventano più ricchi e i poveri più poveri.

Ma di essi sarà il Regno dei Cieli, Eminenza! Io e il Generale ci accontenteremo di questo qui, nevvero?

Beh, faremo un sacrificio, eh eh… Ma scherzi a parte: l’idea sua, Professore, è proprio una cosa in grande stile tipo ’29, crollo di Wall Street e Grande Depressione? Guardi che quella durò un sacco…

Esatto. E lorsignori sanno come se ne uscì veramente? Non tanto con il New Deal di Roosvelt…

Ma con la guerra! Oddìo…

Precisamente. E non mi dica Generale che questo la spaventa.

Nossignore. Sarà nostro compito provvedere a tempo debito.

Sì sì, ma non precorriamo i tempi. Intanto vi inviterei a considerare attentamente i benefici effetti depressivi che una semplice flessione economica temporanea e ciclica può avere sulla vita e soprattutto sulla psicologia delle persone. Non è tanto l’effettiva perdita monetaria, ma la sensazione d’insicurezza che s’installa e non ti abbandona più. Il dubbio sul fatto che non domani, ma per esempio tra sei mesi potresti non essere più in grado di portare a tavola le stesse cose di sempre. Poi, invece, magari questo momento non arriva mai: ma tu nel frattempo non hai pensato ad altro.

Capito, Eminenza? Ha capito!? Poi i giornali dicono che i grandi manager non sanno mettersi nei panni della gente comune!

O che siamo troppo anziani per capire i giovani. Veniamo ai giovani infatti: per loro questo discorso vale al quadrato, perché già sono in un periodo di naturali incertezze, difficoltà e indecisioni. Una bella ramazzata leverà loro tanti grilli dalla testa, e si riterranno fortunati se già riescono a trovare un lavoro qualsiasi e a sopravvivere. Altro che ricerca della felicità! Altro che cambiare i destini del mondo!

Professore, lei è un Santo Visionario!

Ma senta, Professore, io da uomo della strada guardo ai fatti terra terra: ma più povertà non vuol dire gente più incazzata, che non ha niente da perdere? Proteste sindacali, tensione insostenibile, rivoluzioni?

Mah. I sindacati, mi lasci sorridere, ce li stiamo lavorando un po’ alla volta, arriveranno al momento decisivo fiacchi, senza seguito, e opportunamente divisi. Per quanto riguarda la Rivoluzione… che parola grossa. Ci saranno rivolte, disordini, incidenti… ma quelli, non mi dica che vi mancano gli strumenti per tenerli a freno. E poi, come sempre dalle ribellioni c’è solo da guadagnarci, perché lasciano nella maggioranza della popolazione, quella pacifica, ancor più ansia e insicurezza…

E a noi lasciano le mani libere per poter meglio individuare i fomentatori, presenti e futuri!

Bene, Signori. Ora però sarei io stesso ad avere un’obiezione. Che in effetti è più una perplessità. Legata, insomma, all’eventualità che queste nostre, come dire, intenzioni, per quanto ben dirette a preservare un sistema di valori condivisi, possano essere proprio in quanto pianificate… possano cadere nelle mani sbagliate, o comunque in qualche passaggio risultare da sé autoevidenti a chi

Eminenza, stavolta traduco io. Il Professore vuole dire: e se ci sgamano?

Impossibile! Impossibile, voi dite, e penso anche io. Innanzitutto per la stessa forma e modalità d’azione che ci siamo prefigurati: non un centro di potere unico, ma mille diramazioni, meccanismi di un sistema che funziona da sé, molte volte in maniera automatica, senza neanche bisogno di una catena di comando, come direbbe il Generale.

Esatto. Ma siamo così sicuri?

Fratelli, così e anche di più. Io dico e sostengo infatti che la migliore garanzia di segretezza del nostro agire sta proprio nell’incredibile natura di ciò che sta avvenendo davanti ai nostri occhi.

E perché?

Intendo: anche se un giornalista venisse indirettamente a sapere, per esempio, di questo nostro incontro… cosa impossibile, perché qui ci siamo solo noi.

E questo è indubbio.

E saremmo dei folli a riferirne all’esterno di tal nobile consesso…

Per l’appunto. Ma anche, dicevo, anche se uno di questi scrittori di blog, o come si chiamano, entrasse in possesso della registrazione audio di questa conversazione… registrazione che non esiste, vero Professore?

Vuole scherzare? … Ah, questo. No, è soltanto un telefono cellulare. E spento, per di più.

Ecco. Ma facciamo l’ipotesi assurda. Poniamo che qualcosa, in qualche modo, esca fuori di qui. E, che qualcuno ci metta le mani sopra…

Dunque?

Ma chi gli crederebbe! Lo prenderebbero per un pazzo. Un visionario, un maniaco delle teorie del complotto. Sicché, sarebbe costretto a mettere giù questo nostro dialogo in forma di racconto, di fantasia letteraria… Fidatevi: la nostra migliore assicurazione si chiama complottismo.

_________

Dario De Marco ha pubblicato con 66thand2nd il romanzo Non siamo mai abbastanza Mia figlia spiegata a mia figlia con Liberaria. Suoi racconti sono apparsi su Doppiozero, Nazione Indiana, Inutile, A4, Crapula.

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