Dave Grohl Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dave-grohl/ un blog di approfondimento culturale Thu, 20 Jul 2017 23:57:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dave Grohl Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dave-grohl/ 32 32 Dieci Chris Cornell in uno https://minimaetmoralia.it/musica/dieci-chris-cornell-in-uno/ https://minimaetmoralia.it/musica/dieci-chris-cornell-in-uno/#comments Fri, 21 Jul 2017 06:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34871 Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

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chris cornell

Pubblichiamo un pezzo dedicato a Chris Cornell, che avevamo in programma da qualche tempo. Proprio ieri, inattesa, è giunta la notizia della morte per suicidio di un altro artista americano, Chester Bannington, frontman dei Linkin Park. Bannington era molto legato a Cornell ed è morto nel giorno del compleanno del suo amico.

di Elia Pasini

Sono già passati due mesi, abbondanti. Quaranta giorni in cui sono arrivati tributi, dediche, preghiere, agiografie, invocazioni. L’anima grunge, che lotta ancora incarnata in Eddie Vedder e Dave Grohl, è sembrata invecchiare fino al baratro dell’annullamento, nello spazio di una sola, inappellabile morte. Dopo Kurt Cobain, Layne Staley e Scott Weiland, anche Chris Cornell. L’occasione pare buona per riflettere sul peso, non solo musicale, ma anche culturale, filosofico, religioso, politico pure, che ha attirato su di sé, non sempre scientemente, l’irripetibile figura di Cornell. Un uomo che è stato pioniere e poi emarginato, grunger tarlato e poi rockstar tamarra, depresso e irrefrenabile, sfuggente e tetragono. Cornell che, come e forse più di Cobain, Staley e Weiland, ha incarnato il vero e proprio elementale del grunge. Tormento dopo tormento, gioia effimera dopo gioia effimera, fino al definitivo oblio.

Il talento

L’inizio è pieno di stereotipi e dà quasi una connotazione sospesa, fiabesca, alla parabola di Cornell. Genitori alcolizzati e assenti, isolamento a scuola, depressione, esperienze premature con le droghe. Ma la fiaba rock vuole anche che da privazione e sofferenza nasca il talento. E così è. Cornell prova il piano, la chitarra, la batteria; poi, a 21 anni, capisce di avere in gola un demone tonitruante. È il 1985, il grunge ancora non è nemmeno nei piani. I Soundgarden pubblicano i primi due EP – Screaming Life (1987) e Fopp (1988) –  in cerca del vero Giardino del Suono. Pure Chris si sta ancora cercando, ma forse ha già intuito, sotto la coltre di una timidezza quasi tattile, di poter diventare il Robert Plant della sua generazione.

Il pioniere

A fine anni ’80 la scena di Seattle comincia a prendere forma, band dopo band. I Mudhoney sono l’anima punk, i Mother Love Bone lo spirito glam, i Soundgarden l’afflato metal. Ultramega OK (1988), debutto full-length di Cornell e compagni, nonché primo grande disco grunge “da canone”, fonde con costrutto l’ariosità Zeppelin e il gabbione metallico Sabbath. I Soundgarden anticipano il debutto dei Nirvana di un anno, quello degli Alice in Chains di due e i Pearl Jam di tre. Le regole del gioco le dettano la voce apocalittica diCornell, il chitarrista lisergico Kim Thayil, il bassista smitragliante Hiro Yamamoto (poi Ben Sheperd) e il metronomo umano Matt Cameron. Gli altri inseguono: Cobain in primis, che è fan e imitatore numero uno del frontman dei Soundgarden.

L’amico

Esiste una versione apocrifa del Vangelo grunge che vede Andy Wood, e non Kurt Cobain, come super-mega-iperstar del Seattle-sound. Wood, frontman dei Mother Love Bone, pubblica con la band il primo promettentissimo disco Apple nel 1990. Poi, col secondo full-length Loud Children (1991), porta l’hard rock ammiccante dal retrogusto glam dei MLB nell’Iperuranio grunge, vendendo 35 milioni di copie e diventando icona immarcescibile della generazione x. Non è andata così: Wood muore, 24enne, di overdose nel 1990, un paio di mesi prima della pubblicazione postuma di Apple e appena agli albori della propria già vorticante fama. Cornell, a quel punto, si spezza in due. Migliore amico di Wood, scrive il memorabile Temple of the Dog, disco solista (con la partecipazione degli ex-membri dei Mother Love Bone, che di lì a poco andranno a formare i Pearl Jam arruolando Eddie Vedder) integralmente dedicato alla scomparsa del partner in crime. È un rito pagano che prova a trovare uno sfogo catartico al lutto: finisce con Cornell che, alla propria personalità già sfaccettata, va a sommare l’istrionismo e l’irrequietezza di Wood, lasciando che l’amico gli trascolori dentro.

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Il Grunger

Louderthan Love (1989) e Badmotorfinger (1991) sono i due dischi propriamente grunge dei Soundgarden, sempre che un disco si possa definire propriamente grunge. La band ha trovato la quadra e fa leva su capacità tecniche e compositive che nessun altro gruppo della scena, tranne forse gli Alice in Chains, ha in faretra. Cornell è al massimo dei propri poteri: 25 anni, chioma ferina, torso sempre nudo, voce che dà al latrato di Plant una dimensione più marcia e sensoriale. I Nirvana li hanno superati in fama, ma i Soundgarden restano l’incarnazione dello spirito seattleiano più puro e incontaminato. I brani Hands All Over, Rusty Cage, Outshined e Jesus Christ Pose non fanno prigionieri. Cornell e soci, neanche trentenni, sono i santoni del Seattle-sound.

La Rockstar

Il loro successone interplanetario, Superunknown (1994), lo piazzano anche i Soundgarden. E la cosa sembra quasi stonare, all’interno di una carriera lontana da compromessi e ruffianerie di sorta. Stavolta è Cornell che va al traino di Cobain e di Vedder. Il grunge è diventato un affaire internazionale, con Nevermind dei Nirvana (1991) e Ten dei Pearl Jam (1991). Chris e compagni sfornano un disco quadrato, granitico, con la sola asperità curvilinea di Black Hole Sun, la ballad-psichedelica che li condannerà allo status di “ah sì, sono quelli di Black Hole Sun” presso i non edotti sulla fenomenologia rock-grunge. I Soundgarden vanno in tour con Guns’n’Roses, Metallica e Red Hot Chili Peppers, tra gli altri. Cornell, prima con riluttanza e poi con consapevolezza, si fa personificazione della rockstar nineties, droga e vezzi da primadonna inclusi. Quasi come se lo dovesse ad Andy Wood.

superunknown

Il tossico

Down on the Upside (1996) è l’ultimo disco dei Soundgardenpre-scioglimento, un disco in cui il senso di disfattismo, di autoannichilimento, di melanconia, è fortissimo sin dalla prima nota. Cornell sta perdendo limpidità vocale e coordinate valoriali e riprende, dopo un periodo di lucidità, a fare uso continuativo e totalizzante di droghe. Non solo: è in rotta coi compagni di band, è in astinenza da ispirazione compositiva e arranca nella vita di tutti i giorni. Chris si ritira nel deserto della solitudine, dove non fa altro che lasciare campo libero al Demone che lo sta divorando da dentro. Dal 1996 al 1999 esce quasi definitivamente dalla scena rock. Lo salvano gli Audioslave: con loro torna schiavo della musica, chiudendo con la schiavitù da stupefacenti.

Il Tamarro

Capelli corti, sguardo spiritato, look più cool e sprezzante. Il nuovo Cornell è una prosecuzione adulta di quello vecchio, il Chris dell’ultimo periodo Soundgarden. Con gli Audioslave, Cornell batte le strade rassicuranti dell’hard rock classico libero da contaminazioni. Nell’omonimo debut album della band (2002) si va dritti al punto, senza fronzoli psichedelici soundgardeniani. Il focus è di nuovo sul sesso, sulla gioia, sulla sofferenza, sulla morte. Sui grandi temi massimalisti coniati da Who, Zeppelin, Deep Purple. Cornell ci sguazza, canta di fronte a folle oceaniche con la fida canotta sempre inforcata. Gli Audioslave, a dire il vero, gli regalano una nuova dimensione politica. Ex membri dei marxisti Rage Against the Machine, gli altri tre componenti della band non rinunciano alle proprie battaglie. Chris, così, si trova a salmodiare a Cuba davanti a 70.000 persone. Gli Audioslave sono il primo gruppo musicale statunitense a infrangere il blocco castrista dal 1959.

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L’eremita

Ormai ci siamo, la corsa contro il tempo di Chris non è lontana dalla fine. Il solenne distacco nei confronti degli affari della vita è già iniziato, forse per converso dopo un periodo di materialità troppo spinta. Non si spiegherebbe altrimenti la decisione di collaborare – per l’album solista Scream (2009) – con nientepopodimeno che Timbaland, produttore hip hop lontano miliardi di anni luce dalle galassie sonore di Soundgarden, Temple of the Dog e Audioslave. Basta guardare il video (o leggere il terrificante testo) del singolo Part of Me: Chris, calato in una sorta di bordello softcore-country, osserva con principesco disinteresse le movenze sculettanti di ballerine e ballerini che stillano materialismo becero da tutti i pori. È ancora una star, ma sembra brillare di luce riflessa. La propria.

Il Profeta

L’ultimissimo Cornell, soprattutto live, è connotato da una dimensione quasi trascendente; sicuramente spirituale. Dopo anni di autolesionismo alle corde vocali – fatto di grida, abuso di alcol e droghe – la voce di Chris si lancia più spesso in sussurri, bisbigli, crooning, cantati rauchi. I capelli selvaggi e la barba incolta gli danno il tono del profeta. E la profezia di questo Cornell nuovamente introverso è tanto laconica quanto inoppugnabile. La nenia della morte è nell’aria. Il passo da San Giovanni Battista a Gesù brevissimo.

chris cornell

Il compianto

Resta solo l’oblio. Oblio che, in realtà, non sarà mai possibile fino a quando i fan continueranno, ascolto dopo ascolto, a perpetrare l’arte di Cornell. Non lasciamo che il Sole torni nero, ora che già il decesso di Chris si allontana e il ricordo sbiadisce. Non facciamo morire il Giardino del Suono.

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I ventincinque anni di Nevermind https://minimaetmoralia.it/musica/i-ventincinque-anni-di-nevermind/ https://minimaetmoralia.it/musica/i-ventincinque-anni-di-nevermind/#comments Thu, 29 Sep 2016 12:30:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32146 Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull'Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

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Qualche giorno fa Nevermind ha compiuto 25 anni. Questo pezzo (uscito sull’Unità, che ringraziamo) ricorda il disco dei Nirvana.

Il grunge, la musica di Seattle che si sviluppa a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta all’insegna del suono di chitarra e di una forma canzone di stampo tradizionale, mescolando (in differenti dosi a seconda dei casi) l’hard rock anni ’70, il punk, il noise, l’heavy metal, l’alternative rock e il pop, ha il suo manifesto in un disco uscito 25 anni fa. Nevermind dei Nirvana, infatti, basta da solo a spiegare le dinamiche su cui si tiene l’intero movimento musicale.

Seattle si avvia a diventare una città prospera, al centro del boom che negli anni novanta ruota attorno alle nuove tecnologie; la Microsoft ha funzionato come catalizzatore per la creazione di un esteso regno industriale, e le risacche di malcontento giovanile, successive alla crisi economica degli anni ottanta, vibrano di una rabbia subito depurata del suo lato distruttivo: per quanto verace il sentimento che ne è alla base, il grunge viene immesso all’interno di un ciclo produttivo e diventa brand non appena esce allo scoperto, col video di Smells like teen Spirit.

Il malessere che informa tutta la musica di Seattle nasce in un certo senso già filtrato ed edulcorato, messo al servizio del business per macinare vendite multimilionarie e ottenere un airplay costante, oltre che su MTV (il video viene passato con una frequenza inusitata), nelle camere degli adolescenti. L’irruenza della musica viene incanalata sui binari di un nihilismo innocuo per la società; non c’è nessun cambiamento, nessuna rivoluzione, nessun attivismo nel grunge, piuttosto la sensazione che tutte queste istanze siano ormai andate perse: e per questo, paradossalmente, una musica autodistruttiva come quella di Seattle diventa perfettamente funzionale all’America conservatrice di George H. W. Bush.

Non solo; probabilmente il motivo della sua diffusione a livello planetario dipende proprio dal suo rinunciare a qualsiasi velleità di relazionarsi al contesto storico, puro e semplice paradigma di un rifiuto astratto e generalizzato verso le cose, come può esserlo quello che caratterizza la crescita psichica di qualsiasi giovane: buono per un 14enne americano così come per un suo coetaneo europeo.

Tutto ciò si rivela lesivo per alcuni artisti che fanno parte della scena (quelli che finiranno per orientare contro se stessi quella violenza senza sbocchi), ma allo stesso tempo dà la stura a una serie di epigoni, gruppi finto grunge, band che riadattano il loro suono per sfruttare l’appeal di un genere che alla resa dei conti avrà vissuto solo qualche anno di gloria commerciale, prima di sprofondare nel dimenticatoio delle musiche obsolete.

La storia di Nevermind è nota a chiunque: il disco stampato in poche decine di migliaia di copie; il successo, straordinario e inaspettato, che tramuta Kurt Cobain nel refrattario portavoce di un’intera generazione; la narrazione agiografica che ne deriva, tutta improntata sulla vita del frontman. E se è vero che il grunge si regge sul paradosso di essere musica dell’autodistruzione ma al tempo stesso perfettamente integrata al sistema, questa dicotomia prende forma nel disco in una specie di dissonanza cognitiva.

La tipica alternanza di parti quiete e momenti strillati all’interno dei brani, che in band come i The Pixies (ai quali i Nirvana si ispirano) costituisce una geniale trovata formale, diventa ora il sinonimo della condizione dell’individuo incastrato in una gabbia; i testi, che dovrebbero (secondo la vulgata popolare) esprimere lo spirito adolescenziale del tempo, sono un miscuglio di nonsense e involuta introspezione volti a cogliere non la realtà, ma la suggestione di una realtà a cui non si può (o non si vuole) avere accesso; la stessa valutazione che il gruppo fa delle proprie canzoni è dicotomica: alla fine del lavoro svolto con Butch Vig alla console, non completamente soddisfatti del risultato finale, la band e il loro stesso produttore chiedono ad Andy Wallace di mettere mano ai mix.

Lo stesso Vig afferma che Cobain si fosse detto entusiasta del prodotto ottenuto in seguito a quell’intervento. Ma qualche tempo dopo il gruppo si dichiara insoddisfatto del suono “troppo pulito” dell’album: Cobain arriva a dire che Nevermind suona imbarazzante: “più vicino ai Motley Crue che ad un disco punk”.

Perfino la canzone più famosa dell’album si basa su un disguido: Kathleen Hanna, la cantante delle Bikini Kill, aveva scritto con la vernice spray la frase “Smells like teen Spirit” sulla parete della camera da letto di Cobain, il riferimento era a una nota marca di deodoranti usata all’epoca, il Teen Spirit. Equivocando il significato di quel messaggio, pensando si riferisse alla loro conversazione su punk e anarchia avuta la sera prima, Cobain elabora un testo istintivo: una specie di flusso di coscienza. Per terminare la catena dei fraintendimenti, la critica musicale lo prende come un brano dalla lucida visione generazionale.

Un’altra contraddizione su cui si regge Nervermind, e il grunge tutto, è il suo dare voce alla nuova musica del momento tramite la riappropriazione di codici vecchi. Nel dna dei Nirvana, diversamente da altre band di Seattle affascinate dall’aspetto più virtuosistico di certo rock anni ’70 (si pensi ai lunghissimi assoli dei Pearl Jam), o dalla muscolarità dell’heavy metal (i primi Soundgarden e Alice in Chains), sono evidenti influenze più “appetibili”.

Cobain non è immune al fascino di rockstar come David Bowie e John Lennon, e la sua cifra melodica lascia trasparire una ricerca in tal senso; così come influisce su di lui la lezione dell’alternative rock più “arty” e abrasivo (dai sopra citati The Pixies ai Sonic Youth) ma anche di quello più impressionista (i R.E.M.), Se, quindi, il suono di Nevermind si apre a influenze più disparate e ad un respiro più pop di molti altri dischi usciti nello stesso periodo, allo stesso tempo non rappresenta nulla di lontanamente innovativo: la famosa Smells like Teen Spirit contiene, per esempio, (a detta dello stesso Dave Grohl che l’ha ideato) il riadattamento di uno storico riff dei Boston; la quasi altrettanto celebre Come as you are è costruita sul riff, rallentato, della canzone Eighties dei Killing Joke.

Poco male; ciò che eleva l’album dal cliché è il modo in cui queste canzoni vengono eseguite: la visceralità, il trasporto e l’adesione totale che trapelano dai solchi del disco, rendendolo autentico. Una pietra miliare basata sulle contraddizioni, collocata in una terra di mezzo, come ha dichiarato il bassista dei Nirvana Krist Novoselic citando un verso dalla canzone In Bloom: “He’s the one who likes all our pretty songs (Lui è quello a cui piacciono tutte le nostre canzoni carine)”. “Nevermind è questo – ha detto – è pop. Semplicemente ha delle chitarre pesanti. Un disco leggermente decentrato, ma pur sempre in relazione a un centro”.

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Tre cose su Kurt Cobain, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/ https://minimaetmoralia.it/musica/kurt-cobain/#comments Sat, 05 Apr 2014 09:40:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19793 Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

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Il 5 aprile 1994 moriva Kurt Cobain. Lo ricordiamo con un ritratto di Liborio Conca.

Si trasforma in un teppista del rock’n roll

In un pezzo scritto nell’ottobre del 1966, Luciano Bianciardi racconta del tour italiano di Jack Kerouac: era reduce da una «sbornia transoceanica», a Londra dovettero portarlo da un aereo all’altro in ambulanza. Nell’albergo milanese che lo ospita riesce a nascondere una bottiglia di whisky nel bagno – quando gli assistenti la scoprono, ne versano il contenuto nel lavandino. «Ma una bottiglia Jack la trova sempre», scrive Bianciardi, che poi si meraviglia di come in un’intervista televisiva trasmessa più tardi «l’Omero della generazione perduta e sbatacchiata» appaia invece ripulito.

Kurt Cobain amava gli autori beat, ma quello che preferiva tra di loro era William Burroughs: si ispirava alla sua scrittura, ne riprendeva il nervosismo e i tic narrativi e l’immaginario underground[1]. Come Kerouac, però, è diventato (quello che si dice) l’icona di una generazione. Saltiamo a piè pari la controversia “suo malgrado” vs “furbastro in cerca di fama”, fermandoci sul fatto in sé, incontrovertibile: Kurt Cobain è un’icona, per giunta (così, a naso) l’ultima venuta dal mondo del rock[2]. Il perché (sia un’icona) è una cosa difficile da calcolare: si potrebbero sommare il numero di dischi venduti, il numero di ragazzi con la maglietta dei Nirvana che abbiamo incontrato in giro, la potenza con cui ha riempito un immaginario, le volte in cui Mtv ha trasmesso il video di «Smells like teen spirit», e così via. Ma non basterebbe[3], c’è bisogno di aggiungere qualcos’altro per arrivare al quoziente giusto… Quando si sparge la notizia del suicidio di Cobain, Seattle diventa un luogo di pellegrinaggio per i fan. Una ragazza lascia questo messaggio davanti alla villa di Lake Washington: «Oggi è difficile essere giovani. Lui ha contribuito a far capire alla gente le nostre difficoltà». Ecco, forse è questo[4], forse è il fatto che per assolvere a questa funzione bastava la semplice vocalità di Cobain, prima ancora delle canzoni.

Le leggi di quel posto avevano gli artigli

Sono i primi giorni di aprile del 1994, Kurt Cobain si toglie la vita. Lascia una lettera, una moglie, una figlia, due compagni di band e una schiera di fan che adorano le sue canzoni. Courtney Love, sua moglie, disse che il disco che ritrovò sul piatto, l’ultimo ascoltato da Kurt Cobain, era «Automatic for the people» dei Rem[5].

Nella lettera d’addio Kurt scrive ai fan e alla famiglia. Ai primi dice «non posso più imbrogliarvi, non sento più l’effetto dell’urlo della folla, non è come era per Freddie Mercury, a lui la folla lo inebriava, ne ritraeva energia e io l’ho sempre invidiato per questo». Ora, se c’è una band più lontana dal mondo da cui provenivano i Nirvana (quello del rock indipendente, del suono sporco, di un certo nichilismo), ecco i Queen. Una delle questioni che evidentemente mandava in tilt Kurt Cobain era il solco tra il voler essere una rockstar di successo, volontà di cui si trova traccia nei suoi diari e nelle interviste, e l’esserlo diventato. Scrive nel diario: «Spero di morire prima di trasformarmi in Pete Townshend». Gli piacevano i Melvins e Daniel Johnston, ma anche i Beatles, i Fleetwod Mac e persino gli Knack.

Con Mtv e la grande stampa americana coltivava un rapporto di amore-odio viscerale. Dice nel 1989, alla vigilia di «Nevermind»: «Puntiamo costantemente verso la semplicità e una miglior scrittura[6]». Detto fatto, ecco «Come as you are» e compagnia. E poi la tossicodipendenza. Secondo Krist Novoselic[7], Cobain provò l’eroina nel 1986 e ne divenne dipendente dal 1991. Cobain diceva che gli alleviava i cronici dolori allo stomaco di cui soffriva; ma col tempo capì di essere finito nel fondo d’un pozzo. Scrive: «Che lo si voglia ammettere o no, l’uso della droga è una fuga. Una persona può aver passato mesi, anni a cercare aiuto, ma il tempo che passi a cercare l’aiuto giusto non è nulla a confronto del numero di anni necessario a uscire completamente dalla droga».

Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle

L’ultima performance dei Nirvana in uno studio televisivo va in scena su Raitre, a «Tunnel», il programma condotto da Serena Dandini registrato a Roma. A un certo punto, per una gag, arriva sul palco Corrado Guzzanti nei panni di Lorenzo… Cobain è da tutt’altra parte, Novoselic è l’unico che gli dà un po’ di corda. Suonano «Serve the servants» e «Dumb», dal loro terzo e ultimo disco, «In Utero». La prima canzone inizia così: «Teenage angst has paid off well, Now I’m old and bored». Dopo «Tunnel», i Nirvana suonano a Milano, in Slovenia e a Berlino; ma prima di tornare negli Stati Uniti, Kurt Cobain si concede qualche giorno a Roma con sua moglie. Cobain era rimasto colpito da Roma tutte le volte in cui ci era stato, il che è sorprendente almeno quanto la citazione di Freddie Mercury nella lettera d’addio[8]. Ma le cose girano velocemente verso il peggio.

Nella notte tra il 3 e il 4 marzo finisce in ospedale, all’Umberto I, per un avvelenamento da farmaci e alcol. Roipnol, morfina, ipnotici, champagne. Il Corriere della Sera presenta i Nirvana così: «È  agghiacciante, fra gli altri, il testo di “Rap me[9]” che si ispira alla famigerata “pulizia etnica” della ex Jugoslavia: “Stuprami amico mio, stuprami ancora, non sono l’ unica, odiami e fallo, fallo ancora ed ancora sprecami e gustami amico mio”[10]». Segue elenco delle “rockstar maledette”. E La Stampa: «Kurt Cobain probabilmente ce la farà, nonostante abbia tentato di onorare al meglio la sua missione: anche lui ha ventisette anni, la stessa età che avevano Janis, Jimi e Jim quando “irruppero all’altra parte”. Ma è difficile sostenere che, ingerendo qualche grammo di Roipnol in più, sarebbe passato direttamente dal secondo disco[11] al mito[12]». Un teorema: ti ammazzi, diventi mito, e pazienza se per Layne Staley e Mark Linkous[13] non è andata così.

Vent’anni dopo, si cerca ancora l’erede dei Nirvana[14]. L’erede di Kurt, invece, c’è, si chiama Frances Bean Cobain, ha 21 anni, è sempre più coinvolta nell’amministrazione dei diritti discografici del padre. E le piacciono Pj Harvey e i Jesus and Mary Chain e Jeff Buckley, ma anche gli Oasis.

 

 


[1] I due incisero assieme un brano, «The priest they called him»: Cobain lacera la chitarra, Burroughs legge una sua storia, ehm, natalizia, protagonisti un tossico e un sacerdote. Cobain gli chiese anche di recitare nel video di «Heart-Shaped Box».

[2] Colpa (se mai è una colpa) dell’avvento del hiphop, della polverizzazione dei generi, dell’avvento di internet, dell’esaurimento di una formula? Fate voi.

[3] E poi ci sarebbe sempre qualcuno pronto a dire che “i Nirvana sono sopravvalutati”.

[4] Alla ragazza rispose Andy Rooney (una specie di Giuliano Ferrara americano, a prima vista), conduttore per la CBS del programma “60 minuti”. Disse: «Asciuga quelle lacrime, cara. Mi si stringe il cuore a vederti così. Mi piacerebbe alleviare il tuo dolore, scambiando la mia età con la tua».

[5] Cobain amava i Rem, è cosa nota. In tutti i what if immaginati per un Cobain ancora in vita, a un certo punto compare la collaborazione con Michael Stipe. E davvero sarebbe stato probabile. In un frammento del suo diario, Cobain scrive: «I Nirvana non sanno se essere punk o Rem».

[6] Nella stessa intervista manda a quel paese il saccentissimo (e attualmente intoccabile) critico rock Simon Reynolds.

[7] Il bassista dei Nirvana, cresciuto con Cobain ad Aberdeen. Adesso sta prendendo una laurea in scienze sociali e fa politica attiva. Gli capita di suonare ancora con Dave Grohl, batterista dei Nirvana e leader dei Foo Fighters.

[8] Mi sembra che non esista una città più lontana dall’immaginario grunge di Roma.

[9] Sic.

[10] Mario Luzzatto Fegiz, Corriere della Sera, 5 marzo 1994.

[11] Sic again. D’accordo, non esisteva ancora Wikipedia, ma bastava andare in una Ricordi, o al massimo sfogliare uno di quei cataloghi Nannucci. O chiedere al caporedattore.

[12] Maria Corbi, La Stampa, 5 marzo 1994,

[13] Cara Maria Corbi, ascolta «Sad and Beautiful World», poi ne riparliamo.

[14] No, non erano i Puddle of Mudd, né gli Staind.

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