Dave Holland Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dave-holland/ un blog di approfondimento culturale Mon, 09 Dec 2019 13:48:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Dave Holland Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/dave-holland/ 32 32 Bitches Brew cinquant’anni dopo: intervista a Dave Holland https://minimaetmoralia.it/musica/bitches-brew-cinquantanni-intervista-dave-holland/ https://minimaetmoralia.it/musica/bitches-brew-cinquantanni-intervista-dave-holland/#comments Mon, 09 Dec 2019 13:48:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41826 C’è un aneddoto famoso nella storia del jazz: Miles Davis è ospite ad una cena di gala alla Casa Bianca. La premessa già fa ridere (e prefigurare il peggio) così. Aggiungiamo che è il 1987, dunque il presidente degli Stati Uniti è Ronald Reagan, e quella che potrebbe sembrare una battuta inventata in un circolo delle Black Panther assume i caratteri di una gag epocale. L’inevitabile accade: una ricca signora bianca ingioiellata, moglie di un influente politico repubblicano, si ritrova al tavolo con Miles Davis. Non esattamente una persona dall’apparenza sobria.

Sorpresa per avere accanto una figura così strana e apparentemente fuori contesto, la naturale nemica antropologica del più polemico e fiero musicista nero di tutti i tempi ardisce chiedere quali meriti egli abbia per essere invitato alla Casa Bianca. Ed ecco la risposta destinata agli annali: “Beh, ho semplicemente cambiato la storia della musica cinque o sei volte. E lei quale merito ha, oltre al fatto di essere bianca?”.

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C’è un aneddoto famoso nella storia del jazz: Miles Davis è ospite ad una cena di gala alla Casa Bianca. La premessa già fa ridere (e prefigurare il peggio) così. Aggiungiamo che è il 1987, dunque il presidente degli Stati Uniti è Ronald Reagan, e quella che potrebbe sembrare una battuta inventata in un circolo delle Black Panther assume i caratteri di una gag epocale. L’inevitabile accade: una ricca signora bianca ingioiellata, moglie di un influente politico repubblicano, si ritrova al tavolo con Miles Davis. Non esattamente una persona dall’apparenza sobria.

Sorpresa per avere accanto una figura così strana e apparentemente fuori contesto, la naturale nemica antropologica del più polemico e fiero musicista nero di tutti i tempi ardisce chiedere quali meriti egli abbia per essere invitato alla Casa Bianca. Ed ecco la risposta destinata agli annali: “Beh, ho semplicemente cambiato la storia della musica cinque o sei volte. E lei quale merito ha, oltre al fatto di essere bianca?”.

Considerando che alla domanda “Cosa faresti se ti rimanesse solo un’ora da vivere?”, Davis rispose “La passerei strangolando un uomo bianco, lentamente, con molta cura”, tutto sommato possiamo riconoscere al grande trombettista di essersi mantenuto all’interno del protocollo delle cerimonie presidenziali.

Se qualcuno, scioccamente, dovesse invece considerare eccessivamente arrogante la risposta data alla malcapitata signora W.A.S.P., non potremmo che guardarlo con commiserazione e ingiungergli: ascolta Bitches Brew.

Forse anche più di Kind of Blue del 1959 (disco che semplicemente cambiò la modalità compositiva nella storia del jazz, da tonale a modale), infatti, il semplice ascolto dell’album icona del 1970 può rendere, anche ai profani del suo culto, la potenza dirompente del genio di Davis.

Per renderne l’importanza ci affidiamo alle parole di un libro imprescindibile per tutti gli amanti di Miles Davis, il volume che George Grella Jr. ha dedicato proprio al suo disco più ardito (edito in Italia da minimum fax col titolo di per sé esplicativo Bitches Brew. Il capolavoro di Miles Davis che ha rivoluzionato il jazz):): “Bitches Brew è una grande opera di musica astratta che si muove fra suoni, ritmi e riff della musica commerciale, nonché uno dei documenti sonori più straordinari mai registrati. Il suo effetto su jazz e rock fu devastante (…) Bitches Brew è come Les Demoiselles d’Avignon e La sagra della primavera, opere magistrali e immaginifiche che diedero il colpo di grazia a una prospettiva vecchia per spalancare un universo di possibilità estetiche e tecniche completamente nuove. Come quelle opere, Bitches Brew è pericolosamente strutturato ma grezzo, e attinge a materiali e metodi al contempo precedenti e esterni alla tradizione in cui nasce (…) è musica tra le più sperimentali e d’avanguardia mai realizzate nella storia della cultura occidentale, ma al tempo stesso è uno strepitoso successo discografico”.

In occasione di Roma Jazz, rassegna che ha portato nella Capitale delle vere e proprie leggende musicali (basti citare il grande Archie Shepp, che ha incantato il pubblico della Sala Sinopoli dell’Auditorium lo scorso 11 novembre), abbiamo avuto l’occasione di incontrare uno dei protagonisti di quello straordinario esperimento musicale: il celebre contrabbassista Dave Holland.

Il musicista britannico si è esibito accanto a due veri e propri acrobati dei rispettivi strumenti, che da tempo formano con lui una delle formazioni più tecniche del panorama contemporaneo: il sassofonistaamericanoChris Potter, artista pluripremiato che può vantare collaborazioni del livello, tra gli altri, di Red Rodney, Pat Metheny, Joe Lovano, Wayne Krantz e il nostro Enrico Pieranunzi; e soprattuttoZakir Hussain, maestro delle tabla, figlio d’arte del leggendario Alla Rakha, noto in Occidente originariamente per la collaborazione in Shakti! con John Mclaughlin (protagonista in Bitches Brew addirittura di una breve traccia a suo nome, in cui Davis non suona).

Il concerto del 6 novembre all’Auditorium è stato davvero stupefacente: nel finale al trio è stata tributata una meritatissima una standing ovation, nonostante il repertorio proposto fosse non esattamente di facile ascolto.

La storia dell’incontro folgorante tra Davis e Holland è nota: il ventiduenne musicista fu notato da Miles al Ronnie Scott’s club di Londra. Il batterista Philly Joe Jones disse a Holland che Davis lo voleva nel suo gruppo, ma i due non riuscirono ad incontrarsi prima della partenza del trombettista. Dopo due settimane la telefonata fatale: Holland aveva massimo tre giorni di tempo per raggiungere New York, dove era atteso per esibirsi al locale di Count Basie. Arrivò in tempo la sera prima, dormì a casa del grande batterista Jack DeJohnette ed esordì in quello che sarebbe stato l’ultimo concerto di Herbie Hancock con la band di Davis (verrà sostituito circa un mese dopo da Chick Corea).

Seguirono due anni di collaborazione (tra cui quella col cosiddetto “quintetto perduto”, accanto a giganti come Wayne Shorter, Chick Corea, il già citato Jack DeJohnette e ovviamente Miles Davis) che inserirono il nome di Dave Holland per sempre la storia del jazz grazie a due dischi cruciali: In a silent way e, appunto, Bitches Brew.

Ecco il nostro scambio di battute.

Potresti descrivere il tuo rapporto e la tua collaborazione con Miles Davis?

Di grande ispirazione. Un grande bandleader che concedeva molta libertà creativa alla sua band, devoto alla costante evoluzione della sua musica e alla continua sperimentazione.

Hai testimoniato il cambio nella sua band tra due artisti iconici come Herbie Hancock e Chick Corea. Che ricordi hai di quel momento?

Mi ero unito alla band appena un mese prima della sostituzione e mi dispiacque di non avere più tempo di suonare con Herbie, ma con Chick abbiamo sviluppato un rapporto musicale molto produttivo, durato per alcuni anni. Due grandi musicisti, con due stili individuali molto differenti.

Siamo prossimi al cinquantesimo anniversario di Bitches Brew. Qual è il significato di quella “miles stone” al giorno d’oggi?

Un gruppo di grandi musicisti che provano a rendere reale la visione unica di Miles.

Cinquant’anni dopo suona ancora nuovo.

A parte quelli che abbiamo menzionato, tra i vari musicisti con cui hai collaborato da Wayne Shorter a Keith Jarrett, Jack Dehonette, Anthony Braxton, senza nemmeno nominare Count Basie…quale collaborazione ti ha impressionato di più?

Sono molti e non tutti sono nomi così famosi. Io adoro le collaborazioni in cui qualcosa di veramente creativo si realizza a livello collettivo.

Qual è la genesi del progetto con Zakir Hussein e Chris Potter?

Il trio è nato come parte di un vasto progetto iniziato da Zakir Hussein, che ha unito musicisti jazz americani e indiani.

La mia frequentazione della musica indiana mi rende consapevole di quanto Zakir Hussein sia considerato una leggenda vivente delle tabla. Come lo definiresti?

Un maestro della musica e un grandissimo comunicatore.

Chris Potter è un altro musicista eccezionale. Sono più di venti anni che suonate insieme. Come definiresti il vostro “interplay”, la vostra interazione musicale?

Credo che abbiamo sviluppato una comprensione e un’affinità con il linguaggio musicale dell’altro e ciò ci concede una grande libertà creativa.

Come riassumeresti  il jazz in una frase?

Una forma d’arte inclusiva con possibilità illimitate.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 18 al 22 marzo https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-18-22-marzo/#respond Fri, 22 Mar 2013 18:29:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13724 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di marzo è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. (Immagine: Eugenio Montale.)

Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell'intera puntata - Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

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Lunedì 18 marzo:

 “Sulla difficoltà di leggere”, intervento di Giorgio Agamben contenuto nella raccolta di saggi Leggere è un rischio, di Alfonso Berardinelli, edizioni Nottetempo, 2012

 “Fanaticamente Europeista”. Javier Cercas presenta il suo nuovo libro Le leggi della frontiera, intervista a cura di Simona Maggiorelli, rivista Left

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Scherzo (Symphony no. 3, terzo movimento di Johannes Brahms) nell’esecuzione dello Steve Kuhn Trio, dall’album del 2008 Baubles, Bangles and Beads

Martedì 19 marzo:

 “Il tassista pop art che raccoglie le voci di New York”. Articolo di Massimo Vincenzi, la Repubblica, p. 32

 “Magnus: Unknow”. Articolo di Mauro Baldrati, Carmilla rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è I Want to die easy When I die, un brano tradizionale arrangiato da Paul Neufeld, dall’album del 2003 Walk Together

 

Mercoledì 20 marzo:

 “La scomparsa di Edipo”. Articolo di Luciana Sica, la Repubblica, p. 37

 “E’ ancora possibile la poesia”, intervento di Eugenio Montale in occasione del conferimento del premio Nobel. Nobelprize.org

Ascolta il podcast dell’intera puntata –  Il brano di oggi  è Jacob’s Ladder, tratto dall’album Scratch, eseguito da Kenny Barron al pianoforte, Dave Holland al basso, Daniel Humair alla batteria

 

Giovedì 21 marzo:

 “La poesia 2.0 in cerca di pubblico”. Articolo di Mario Baudino, La Stampa

 “Finanziamento pubblico”. Perché monta la protesta contro i costi della politica. Articolo di Sebastiano Messina, la Repubblica, p. 42

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Vista, eseguito dal Mani Padme Trio

 

Venerdì 22 marzo:

 “Quando le tecniche di cattura della realtà cedono il passo alla realtà”. Articolo di Alfonso Berardinelli, Il Foglio, p. 2

 “La corsa è finita”. Addio a Mennea, straordinario campione ‘normale’. Articolo di Eugenio Raimondi, Avvenire, p. 29

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Crisp Day, eseguito e composto da Herbie Nichols, dall’album The Prophetic, Vol. 2

 

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