David Beckham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-beckham/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Apr 2014 14:29:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg David Beckham Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-beckham/ 32 32 Raccontare il calcio inglese https://minimaetmoralia.it/libri/voglio-la-testa-di-ryan-giggs-rodge-glass/ https://minimaetmoralia.it/libri/voglio-la-testa-di-ryan-giggs-rodge-glass/#comments Fri, 11 Apr 2014 15:20:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19817 Riferendosi a Il mio amico Eric di Ken Loach, Daniele Manusia ha scritto una volta che nei momenti di difficoltà in Italia vediamo la Madonna, a Manchester vedono Cantona: è vero, oltre che divertente, e rende l’idea di quanto nel Regno Unito questione sociale e calcio vadano di pari passo. La storia ha le sue origini alla metà degli anni Ottanta, quando il fenomeno degli hooligans era ancora fuori controllo e i due disastri di Heysel (1985) e Hillsborough (1989) stavano conducendo alla grande riforma degli anni 90. Negli stessi anni Margaret Tatcher imperversava facendo a pezzi il welfare state con ricadute violentissime soprattutto in quelle Midlands che ospitavano il grande Liverpool degli anni 80 e il Manchester United che sarebbe diventato la squadra più forte al mondo nella decade successiva.

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(Immagine: David Beckham e Ryan Giggs. Fonte)

Riferendosi a Il mio amico Eric di Ken Loach, Daniele Manusia ha scritto una volta che nei momenti di difficoltà in Italia vediamo la Madonna, a Manchester vedono Cantona: è vero, oltre che divertente, e rende l’idea di quanto nel Regno Unito questione sociale e calcio vadano di pari passo. La storia ha le sue origini alla metà degli anni Ottanta, quando il fenomeno degli hooligans era ancora fuori controllo e i due disastri di Heysel (1985) e Hillsborough (1989) stavano conducendo alla grande riforma degli anni 90. Negli stessi anni Margaret Tatcher imperversava facendo a pezzi il welfare state con ricadute violentissime soprattutto in quelle Midlands che ospitavano il grande Liverpool degli anni 80 e il Manchester United che sarebbe diventato la squadra più forte al mondo nella decade successiva.

Da un certo punto di vista “Voglio la testa di Ryan Giggs” è l’ennesima riproposizione di questa storia di gioie e fallimenti, altalene emotive calcistiche e politiche in un momento di grande trasformazione nel Regno Unito. La storia raccontata da Rodge Glass (classe 1978, sintomo che il realismo sociale continua a essere il marchio di fabbrica di almeno una parte degli scrittori inglesi non-intellettuali e non-londinesi) parte però da un punto di osservazione interessante: Mike Wilson, il narratore, è un ex giocatore del Manchester United che ha giocato nella storica Classe del 92 (David Beckham, Paul Scholes, Nicky Butt, i fratelli Neville e ovviamente Ryan Giggs). Calcisticamente il passaggio è importante, perché coincide con l’istituzione della moderna Premier League. Quella leva di giovani talentuosi guidati da uno scozzese irascibile di nome Alex Fergusson (li chiamavano Ferigie’s Fledglings, i pulcini di Fergie) avrebbero vinto tutto un numero inimmaginabile di volte, nel Regno Unito e in Europa. Di questa covata ti talenti straordinari Ryan Giggs è senza dubbio il simbolo immortale: oggi, dodici anni più tardi, dopo che anche Fergie ha mollato Ryan Giggs continua a essere lì, imperituro, a guidare i Red Devils.

Il punto della storia è che Mike Wilson, a differenza dei suoi compagni, non ce l’ha fatta: si è infortunato in maniera grottesca il giorno del suo debutto, è stato mandato in prestito al Plymouth Argyle da dove è scappato ritrovandosi a vent’anni con una carriera mai veramente iniziata e già finita e da quel momento in poi è stato tutto un susseguirsi di fallimenti, gioco d’azzardo, problemi di alcol, lavori saltuari, un figlio fatto per errore e la gamba andata in frantumi svariate altre volte. Come Ryan, Mike è stato l’unico giocatore nella storia del Man U reclutato da Fergie direttamente nel salotto di casa (la scena che apre il libro è tratteggiata con geniale comicità, è un peccato che il libro non mantenga quel livello per più di dieci o venti pagine). Come un gemello nascosto o un doppio da letteratura ottocentesca, man mano che il successo di Ryan diventa sempre più sfacciatamente esagerato, quasi mistico, sfacciatamente esagerata diventa la rovina di Mike.

Glass scrive un libro che ha il pregio di essere interessante e intelligente, con un peso emotivo equamente distribuito tra ciò che può interessare un appassionato di calcio (gli ultimi travolgenti anni della Manchester calcistica, la vita di un giovane promettente calciatore, uno sguardo dietro le quinte dell’Old Trafford) e tutto il resto (cioè la storia umana di Mike). Ha il difetto di non reggere a lungo le potenzialità comiche introdotte da un incipit fulminante, di non sfruttare fino in fondo l’aspetto metaforico del rapporto tra Mike e Rayan (Giggs come simbolo, come icona, come epifania) e di finire a lungo andare per lasciar prevalere la componente Dirty Realism che non aggiunge nulla di nuovo a un discorso già trattato con maggiore profondità storica e sociale da un altro libro portato in Italia sempre da 66thand2nd, “Heartland” di Anthony Cartwright: man mano che la storia di Mike Wilson procede a grandi passi verso l’epilogo desolante ma anche un po’ scontato la dimensione immaginifica del romanzo inevitabilmente cede, ed è un peccato (Fergie ad esempio è il personaggio letterario più memorabile di tutto il libro, ma rimane sempre stranamente ai margini).

Infine è un peccato che Glass abbia deciso di esentarsi dal compito forse più interessante di tutti, quello di tracciare un affresco, seppure in chiave personale, di una Manchester degli anni 90 che viene evocata sì dal nome di gruppi rock (l’eredità di Smiths e Joy Division, New Order e Stone Roses, il presente dei Charlatans e degli Oasis, che però sono tifosi del City), ma rimane niente più che un panorama da cartolina, lontanissimo sullo sfondo della vicenda di Mike che progressivamente riempie tutto lo spazio disponibile.

Nonostante questo “Voglio la testa di Ryan Giggs” resta un romanzo che in termini di pagella calcistica del lunedì raggiunge la sufficienza piena, se si rivela fin troppo poco ambizioso lo fa anche per non sbandare lungo il cammino che si è prefissato e in effetti non sbanda: anzi è a tratti divertente e a tratti intensamente triste senza quasi cadute di stile, senza eccessivi colpi di coda ma con discreti, ben controllati colpi di scena. E Wilson, probabilmente suo malgrado, è un personaggio che resta: torna in mente guardando l’autobiografia di Ferguson ben esposta nelle vetrine delle librerie, o quando scopri che a dodici anni dall’esordio in Premier League una cordata di sei Fergie’s Fledglings (tra cui Re Giggs e il principe Beckham) oggi vogliono rilevare il Manchester United con l’aiuto economico della famiglia reale del Quatar, segno che i tempi, nel calcio inglese, sono davvero cambiati.

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Anthony Cartwright e il realismo inglese https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-anthony-cartwright-heartland/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-anthony-cartwright-heartland/#comments Tue, 02 Jul 2013 13:46:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14553 (Fonte immagine)

Sulla copertina dell'ultimo romanzo di Anthony Cartwright si vede un bambino che punta una pistola al di fuori del nostro campo visivo, sullo sfondo di un cielo azzurro: il libro si intitola How I Killed Margaret Thatcher ed è stato pubblicato nell'agosto del 2012 da Tindall Street Press, editore anche dei due precedenti lavori dello scrittore di Dudley. In Italia il titolo farà pensare a una linea narrativa che ha vissuto momenti di splendore qualche anno fa (Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, 2005; Shooting Silvio, 2006; Ho ammazzato Berlusconi, 2008; eccetera), ma calata nel suo contesto l'immagine è più inquietante che ironica.

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(Fonte immagine)

Sulla copertina dell’ultimo romanzo di Anthony Cartwright si vede un bambino che punta una pistola al di fuori del nostro campo visivo, sullo sfondo di un cielo azzurro: il libro si intitola How I Killed Margaret Thatcher ed è stato pubblicato nell’agosto del 2012 da Tindall Street Press, editore anche dei due precedenti lavori dello scrittore di Dudley. In Italia il titolo farà pensare a una linea narrativa che ha vissuto momenti di splendore qualche anno fa (Chi ha ucciso Silvio Berlusconi, 2005; Shooting Silvio, 2006; Ho ammazzato Berlusconi, 2008; eccetera), ma calata nel suo contesto l’immagine è più inquietante che ironica.

Non tanto perché Margaret Thatcher è morta per davvero, su questo ci torniamo; ma soprattutto perché Anthony Cartwright è nato nelle West Midlands, quel territorio nei dintorni di Birmingham che ha subito le conseguenze più dure della cura somministrata dalla Iron Lady al proprio paese. Lo chiamavano Black Country per via delle miniere di carbone, delle fonderie e degli impianti siderurgici che l’hanno reso per anni una delle zone più inquinate al mondo. Poi sono arrivati gli anni Ottanta con la deindustrializzazione, il neoliberismo, gli scioperi del 1984-1985 e la progressiva marginalizzazione operata dalla Storia, quella con la S maiuscola.

Cartwright, classe 1973, aveva già raccontato gli effetti di questa marginalizzazione in Heartland, originariamente pubblicato nel 2009 e tradotto in italiano nel febbraio di quest’anno da 66thand2nd. Come in Underworld di Don De Lillo, riferimento esplicito e probabilmente abusato, motore immobile del romanzo è un evento sportivo:  non la palla da baseball che nell’ottobre del 1951 Bobby Thompson manda sugli spalti, ma la partita di coppa del mondo tra Inghilterra e Argentina disputata a Sapporo, Giappone, il 7 giugno del 2002, e vinta dalla squadra di Eriksonn grazie a un rigore (contestato e battuto male) di David Beckham. Un evento dall’alto valore simbolico per alcuni motivi, primo dei quali la rivalità storica tra le due nazionali, che risale almeno agli anni Sessanta ma che rimanda di nuovo a Margaret Thatcher e alla guerra delle Falkland del 1982. E poi, e qui il riferimento è più sottile perché tutto intra-calcistico, perché noi sappiamo che l’euforia seguita alla vittoria si rivelerà un’illusione: l’Inghilterra verrà eliminata ai quarti di finale dal Brasile (1-2), e da quel momento in poi la golden generation dei vari Beckham, Owen, Nicky Butt, Ashley Cole, Rio Ferdinand eccetera non farà che declinare, ancora durante gli anni di Eriksonn (eliminazione ai quarti contro il Portogallo nei mondiali 2006, 1-3) e soprattutto con la mancata qualificazione agli Europei del 2008.

Intorno a questo evento ruotano diverse storie. Rob, 28 anni, ha alle spalle una vita da calciatore professionista mai veramente iniziata (è stato in seconda squadra al Villa) e lavora part-time come educatore in una scuola di Dudley; Zubair e Adnan, pakistani, il primo diventato avvocato di successo e il secondo scappato di casa adolescente ed evaporato nel nulla (Adnan è un talento dell’informatica, è musulmano, sappiamo che l’11 settembre 2001 era a New York City); le imminenti elezioni per il consiglio comunale vedono contrapposti il laburista Jim, zio di Rob,  e il candidato del British National Party, il partito xenofobo che nel 2009 arriverà fino al Parlamento Europeo; Jasmine ha lasciato Dudley per Londra, dove ha lavorato come insegnante in una scuola nella zona multiculturale dell’East End, ed è appena tornata a casa; Andre, 15 anni, semi-analfabeta, è stato accoltellato da una baby-gang di asiatici nelle zone dei negozi vicino alle case popolari, proprio dove i Labour stanno perdendo presa in favore del BNP; anni prima un tassista di nome Yousuf Khan è stato quasi ucciso dagli abitanti di quelle stesse case popolari, che oggi non vogliono la costruzione di una nuova moschea  a Dudley; nel frattempo si sta disputando la finale del campionato locale, dove il Cinderheath FC (Rob ci gioca da quando ha lasciato il calcio professionistico) contende il titolo alla squadra musulmana.

Tuttavia il termine “romanzo-mondo”, spesso usato per descrivere Heartland, non funziona appieno, così come il paragone con Underworld richiede un distinguo: entrambi sono ammissibili solo stemperando il carattere enciclopedico che il primo presuppone, e mettendo in chiaro che la grandiosità del Great American Novel sta a De Lillo come la sobrietà del realismo sociale inglese sta a Cartwright. Un realismo non piatto, anche se come è stato fatto giustamente notare il romanzo paga un debito nei confronti di certi stilemi («there are plenty of forlorn figures wandering around empty car parks with post-pub ennui», così il Guardian nel 2009). Cartwright ha il dono della chiarezza e quello dell’onestà, che suppliscono in buona parte a un disegno narrativo meno ambizioso di quello che sembrerebbe all’inizio. In fondo stiamo parlando di quello che è successo a un’ex area industriale caduta nel dimenticatoio dopo che la Storia ha preso un nuovo corso, e di come lo spazio lasciato vuoto dalla catastrofe degli anni Ottanta abbia cominciato a brulicare di fantasmi: l’islam, le destre estremiste, la violenza minorile, l’impalcatura di un tessuto sociale che non potendo prendere la scorciatoia della gentrificazione (ciò che è successo invece alle ex aree industriali di Londra, da Shoreditch a Hoxton) non è ancora riuscito a trovare una strada per ricostruire la propria identità.

Nell’ultimo mese nel Regno Unito sono successe due cose importanti, che ci riportano all’immagine con cui abbiamo aperto. La prima è stata la morte di Margaret Thatcher l’8 aprile scorso: ci sono voluti i fiori portati davanti alla sua casa di Belgravia e i cartelli “The bitch is dead” appesi ai cavalcavia di Brixton per chiarire a chi se ne fosse dimenticato quanto quel periodo della storia pesasse ancora sulle spalle degli inglesi, e come la sontuosa (ma non ufficiale) cerimonia funebre a St Paul abbia forse segnato davvero una fine, o l’inizio di una fine. La seconda è l’entrata in vigore il primo aprile delle leggi sullo stato sociale volute dall’amministrazione Cameron, che secondo i Tories dovrebbero portare a una spesa più equa e a combattere le sacche di analfabetismo e di violenza tra i teenager, e che secondo i Labour segnano il punto di non ritorno nel disfacimento di uno dei più solidi sistemi di welfare che il continente europeo abbiano mai conosciuto, portando in qualche modo a compimento proprio il lavoro cominciato da dalla Lady di Ferro trent’anni fa.

Per questo, in fondo, il romanzo di Cartwright è essenzialmente un romanzo di speranze tradite, di attese vane, di grandi potenzialità che evaporano nel vortice del tempo: Beckham e Owen, ma anche la nazionale Ungherese che negli anni Cinquanta batté l’Inghilterra 3-6 a Webley (la chiamavano “aranycsapat”, la squadra d’oro), la speranza giovanile di dare un senso alla vita e quella proletaria di un futuro migliore. C’è in Heartland un nucleo luminoso ma evanescente intorno a cui i personaggi ruotano senza riuscire a penetrarlo, chiuso all’orizzonte da un muro di violenza sorda, oscura. E c’è un’attesa costruita dall’intrecciarsi instancabile di storie umane che Cartwright è bravissimo a intessere con la delicatezza di chi prova un amore profondo nei confronti dei propri personaggi: un senso di tensione continua, dilatata, portata avanti nelle pagine con padronanza e pazienza. Nel mondo vero sappiamo come andrà a finire. Da lettori ci fermiamo sulla soglia di questa sospensione, costretti a constatare che le storie non si chiudono mai, che i frammenti non si ricompongono per forza in un quadro unitario o coerente.

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Barba e capelli https://minimaetmoralia.it/societa/barba-e-capelli/ https://minimaetmoralia.it/societa/barba-e-capelli/#comments Sat, 27 Oct 2012 13:15:23 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9946 Pubblichiamo un pezzo di Ivan Carozzi uscito sulla versione online di Orwell.

Ricordo che un tempo circolava l'espressione 'baffi da brigatista'. Indicava un particolare, un ritornello fisionomico che accomunava i volti delle persone arrestate per terrorismo tra gli anni '70 e la fine degli anni '80: 4087 inquisiti, 47 organizzazioni armate attive tra il 1969 e il 1989. Quella cruda infilata di volti finì esposta in prima pagina sui giornali. Oppure dentro un riquadro video alle spalle di un mezzobusto. Diventarono volti familiari.

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Pubblichiamo un pezzo di Ivan Carozzi uscito sulla versione online di Orwell.

Ricordo che un tempo circolava l’espressione ‘baffi da brigatista’. Indicava un particolare, un ritornello fisionomico che accomunava i volti delle persone arrestate per terrorismo tra gli anni ’70 e la fine degli anni ’80: 4087 inquisiti, 47 organizzazioni armate attive tra il 1969 e il 1989. Quella cruda infilata di volti finì esposta in prima pagina sui giornali. Oppure dentro un riquadro video alle spalle di un mezzobusto. Diventarono volti familiari.

Ho provato a digitare su Google ‘baffi da brigatista’, ‘baffi brigatisti’, ‘baffoni da brigatista’ e altre possibili combinazioni: nessun risultato. Un dettaglio scomparso ma inoppugnabilmente testimoniato nelle foto segnaletiche dell’epoca e in quel filone iconografico minore rappresentato dalle foto dei terroristi dentro le gabbie delle aule bunker. Non c’è dubbio, infatti, che tantissimi di quelle migliaia di italiani che trenta, quarant’anni fa, parteciparono alla lotta armata, specie se militanti delle Brigate Rosse, portarono un paio di baffoni. Barbe cilene e baffoni da tupamaros: ampi, coprenti, duri come fasci di saggina; baffoni orgogliosi da operaio autodidatta, cresciuti a contatto con le pagine più scoscese del Capitale, con i fumi tossici, con i miasmi dei reparti chimici, delle verniciature Alfa e Fiat, e con il fragore continuo e battente delle presse; baffoni che conferivano all’espressione del volto un potente supplemento di vigore intellettuale, carattere e determinazione d’acciaio, ulteriormente caricato da quella luce fissa e fiera nello sguardo offerto alla foto in commissariato. Uno sguardo che senza dubbio aveva già mirato e deciso da che parte stava la giustizia e la verità; avendo da tempo tagliato il mondo in due parti – sfruttatori e sfruttati – e quindi bruciato i ponti, i documenti e attraversato il fosso della clandestinità.

Non è iperbolico supporre che quel tipo di baffo aspro e superbo esibito dai rivoluzionari abbia esercitato una segreta influenza sui maschi italiani di quella generazione, riflessi dentro gli specchi delle proprie abitazioni e toilette – nel gesto mattutino di scrutarsi e modellare col rasoio i propri lineamenti. Diventando così un meme, un segno che si è replicato di volto in volto, costruendo – sui giornali, per strada, nei cortei, in tv – un panorama diffuso di facce baffute, a volte barbute. È il tratto comune, sul piano estetico e fisionomico, di una intera generazione. Il quarto stato ribelle. Ma il segno migra, si diffonde, oltrepassa i confini culturali di pertinenza, esce dal radar, seguendo un itinerario oscuro e sempre meno prevedibile. Infatti il baffone diventò anche in parte appannaggio della coeva generazione di calciatori.

Con il 1980, l’anno più truculento, involuto e disperato degli interi anni di piombo, quella stagione sfuma, si disperde come una scia di colore esangue, come un fumogeno pallidissimo, mano a mano che il gas rossastro si riasciuga dentro le porosità degli anni ’80. Che fine fanno i baffi, le barbe? Spariscono, rientrano dentro i follicoli. I volti si fanno sbarbati, più puliti, aperti, levigati. I capelli, accorciandosi, si mettono al servizio di questa radura improvvisamente aperta. Come nel caso di Carlo Massarini, il conduttore di Mr Fantasy, una trasmissione musicale di grande successo. Che amava vestire di bianco.

I capelli non si gettano più sugli occhi e sulla fronte, non nascondono i lineamenti, ma li lasciano emergere con nitore e chiarezza. Ecco perché poi arriva la rasatura, come naturale approdo. Laterale, alta, sfumata, articolata in modi sempre diversi nell’estetica new wave. A volte flirtando con il taglio dei giovani tamburini della Hitlerjugend.

Sembra pure di notare, al tracollo improvviso delle ideologie, una maggiore disponibilità al sorriso nei volti pubblici e un calo di forza ed energia nello sguardo, un abbassamento del tono endocrino e ormonale. Un raffreddamento delle passioni. Ciò che l’ideologia teneva internamente compatto nell’individuo, adesso frana, si disgrega in piccole parti e molecole e si ristruttura in forme irregolari e ipercomplesse, come nelle architetture di Frank Gehry.

Negli anni ’90 calciatori come Del Piero e Di Livio cavalcano la moda della basetta appuntita. In Piero Pelù la basetta appuntita era anche un riferimento al mondo esotico romanzesco dei bucanieri. Sul volto di Del Piero, invece, è una riga sottile e uniforme che percorre la mascella. Quasi un segno grafico, che per essere mantenuto pulito e affilato necessita di un lavoro quotidiano: di toilette e di fino.

Barba e baffi, negli anni ’90, costituiscono un’opzione scartata, il rimosso estetico di un’epoca maledetta, precipitata in quell’inferno descritto nell’espressione tombale ‘anni di piombo’. Il pizzetto è un’alternativa mediana che negli stessi anni riscuote un grande successo: dai cantanti della scena grunge, molto popolari in Italia, al pizzetto di Erriquez della Bandabardò, fino alle versioni lavoratissime, concettose, dell’allenatore Serse Cosmi. Negli anni Zero si procede sempre di più verso il cocktail, una fase meticcia, di compresenza simultanea di approcci. Da una parte un matrimonio definitivo con la levigatezza: i borgatari e i tronisti depilati, lisci. Un trionfo artificiale dell’igiene, della metrosessualità, con il corollario di castelli di creme, barattolini, lozioni per la pelle, che si posizionano negli armadietti delle case italiane quanto nelle pagine dei nuovi maschili. Dall’altra un rinascimento follicolare, il ritorno inaspettato di un discorso del pelo: il baffo latino alla Mastroianni, da emigrante a Torino; le barbe rade diffuse sui volti del ceto intellettuale di centro-sinistra – il blogger, il giornalista, lo studente impegnato – fino all’apparizione di barbe abbondantissime, da Robinson Crusoe. Tra le ragioni di tale renaissance potrebbe esserci, da una parte, una fobia, un fastidio per l’attenuazione generale del tono ormonale – un fastidio per il tipo alla David Beckham – dall’altra il desiderio genuino di ricontattare e riabitare più pienamente il proprio corpo. Non è forse questo che si fa quando – di solito mentre parliamo, mentre socializziamo – ci si liscia e accarezza di continuo la barba? Come per ascoltare nei ciuffi la profonda verità biologica che ci accompagna e ci cresce sulla pelle.

Forse fu anche grazie a quella grande barba da eroe omerico, cresciuta tra i cocchi e la spiaggia, che Walter Nudo, nel 2003, riuscì a destare qualche antichissima immagine nel pubblico italiano, ad intercettare un progetto di restaurazione – i maschi da una parte, le femmine dall’altra – e a vincere l’Isola dei Famosi. Ma senza lo sguardo-fucilata del combattente brigatista: semmai uno sguardo addomesticato, da circenses, sempre in cerca di una conferma emotiva nello sguardo del pubblico e in quello di Simona Ventura.

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Il dizionario di Mark Simpson, padre del “metrosexual” https://minimaetmoralia.it/societa/il-dizionario-di-mark-simpson-padre-del-metrosexual/ https://minimaetmoralia.it/societa/il-dizionario-di-mark-simpson-padre-del-metrosexual/#comments Wed, 16 May 2012 13:10:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7648 Pubblichiamo un articolo di Francesco Pacifico, uscito su «Repubblica», sull'origine del termine "metrosexual" e sui fenomeni ad esso collegati.

Il termine “metrosexual” è diventato maggiorenne: il primo articolo che lo citava sull’inglese the Indipendent, è del 1994. Mark Simpson, autore dell’articolo, ha pubblicato Metrosexy: A 21st Century Self-Love Story: una raccolta di tutti i suoi pezzi sul tema del Narciso contemporaneo, che si veste bene e usa prodotti di bellezza. Il libro è disponibile solo in digitale, su Amazon, a 2,68 euro. Ecco di seguito un glossario dei termini usati da Simpson per capire il maschio contemporaneo e il suo rapporto con la bellezza, l’identità, il desiderio, lo shopping.

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Pubblichiamo un articolo di Francesco Pacifico, uscito su «Repubblica», sull’origine del termine “metrosexual” e sui fenomeni ad esso collegati.

Il termine “metrosexual” è diventato maggiorenne: il primo articolo che lo citava sull’inglese the Indipendent, è del 1994. Mark Simpson, autore dell’articolo, ha pubblicato Metrosexy: A 21st Century Self-Love Story: una raccolta di tutti i suoi pezzi sul tema del Narciso contemporaneo, che si veste bene e usa prodotti di bellezza. Il libro è disponibile solo in digitale, su Amazon, a 2,68 euro. Ecco di seguito un glossario dei termini usati da Simpson per capire il maschio contemporaneo e il suo rapporto con la bellezza, l’identità, il desiderio, lo shopping.

Metrosexual. Il desiderio maschile di essere desiderati: da tutti, soprattutto dagli altri uomini metrosexual. A ispirare il fenomeno c’è lo stile italiano, in particolare Dolce & Gabbana. Il primo articolo sul tema, “Here Come the Mirror Men”, “Arrivano gli uomini specchio”, parla di una mostra di moda e prodotti per la bellezza maschile a Londra, sponsorizzata da GQ. Il metrosexual “è forse il mercato più promettente del decennio”, “una creazione dell’appetito vorace del capitalismo per i nuovi mercati”.

L’icona è David Beckham, che posa nel 2002 per una rivista patinata gay. Nell’intervista abbinata, il calciatore “ha confermato di essere etero, ma ammette di esser felice del suo status di icona gay; gli piace essere ammirato, dice, e non gli importa se ad ammirarlo sono le donne o gli uomini”.

“Forse la cosa più interessante del metrosexual è che porta la fine della ‘sessualità’, la pseudoscenza del 19° secolo secondo cui la personalità e l’identità sono dettate dalla forma dei genitali”. A livello pratico, l’emancipazione femminile ha un suo ruolo: “Più diventano indipendenti, ricche, autocentrate e potenti le donne, più è probabile che desiderino uomini attraenti, curati, ben vestiti. Ma non per molto. Quindi, meno gli uomini possono contare sulle donne, più è probabile che curino il proprio aspetto. Il narcisismo diventa una strategia di sopravvivenza”.

Quanto alla differenza con i dandy, narcisi di fine ottocento: i dandy erano un’élite, il metrosexual è mainstream. In ogni caso, gli si può applicare la frase di Oscar Wilde: “Amare se stessi è l’inizio di un idillio che dura una vita”.

Retrosexual. Un tempo definiva l’uomo non metrosexual, all’antica, colui che non ha il feticcio di se stesso e del proprio corpo. Dopo il trionfo delle estetiche retro e dell’uomo elegante (il modello è Don Draper, della serie Mad Men), la parola stravolge il suo significato per andare a definire il metrosexual azzimato che cita il passato nel proprio stile.

The New Macho; Ubersexual; Heteropolitan; Machosexual. Termini con cui le riviste patinate hanno cercato nel tempo di annunciare il ritorno del maschio all’antica, “meno vanitoso e meno gay”. Secondo Simpson “è qualcosa di vecchio reimpacchettato e venduto come nuovo. Ora che la mascolinità è stata resa merce, perché non fare il repackaging dell’uomo regolarmente?”

Speedophobia. La fobia dei costumini attillati per uomo. Creata negli avversari del Metrosexual dall’imporsi del maschio ben oliato in costumino marca Speedo. “Gli Speedo su una spiaggia non gay sono un modo sicuro per assicurarsi sguardi arrabbiati, insulti, e tanto spazio per l’asciugamano”. Un pregiudizio del tutto anglosassone: secondo Simpson, gli italiani ne sono immuni.

Phalliban. (Da Phallic + Taliban.) È il fanatico nemico del Metrosexual, lo speedofobico per eccellenza.

Hummersexual. (Da Hummer, gigantesco veicolo da strada.) Termine ironico per prendere in giro il new macho: Lo Hummersexual è un “rumoroso, pompato, studiato e francamente effemminato tipo di falsa mascolinità che ama attirare attenzione su se stessa e la sua presunta ‘virilità’ vecchio stampo”. Il termine si ispira alla campagna americana della Hummer, col suo slogan “Reclama la tua virilità”. “Lo Hummersexual è chiaramente, esilarantemente, pseudo-retrosexual”. È una visione iperreale della mascolinità, mediata e troppo consapevole.

Menaissance. (Men + Renaissance). Il cosiddetto rinascimento dell’uomo vero ai tempi di Bush Jr. e della moda degli Hummer. Le pubblicità di nomi come Dodge, Hummer, Miller Lite e Burger King “mettono in ridicolo lo stile metrosexual cercando di associare i propri marchi alla ‘vera’ mascolinità. Praticamente facendo della propria obsolescenza una virtù”.

Bigorexia. (Big + Anorexia). “L’illusione di non essere abbastanza muscolosi e pompati”. È una forma di anoressia al contrario. Tutto inizia con l’influenza dei film di Arnold Schwarzenegger negli anni Ottanta, da “Conan il Barbaro” e “Terminator” in poi. Oggi, “’Brad Pitt’ è la parola in esperanto per definire gli addominali scolpiti”.

Metro-cowboy. Secondo Mark Simpson, il film Brokeback Mountain non parla di omosessualità. “Piuttosto, è la propaganda per una metrosessualità contemporanea e metropolitana. È un attacco alla repressione retrosessuale in generale”. Perciò è molto popolare: “mette in scena la fascinazione della nostra cultura per l’omoerotismo e la sensualità maschile.

Sporno. (Sport + Porno). Estetica post-metrosexual usata da sport e pubblicità per venderci il corpo maschile. A far vincere i mondiali di calcio all’Italia nel 2006 è stato “non tanto lo spirito sportivo ma lo spirito sporno. Nella preparazione al torneo, alcuni membri in gran forma della squadra italiana hanno preso una pausa dagli allenamenti per fare qualcosa di ben più utile: reclutare Dolce & Gabbana (o è il contrario?) per produrre un servizio fotografico spornografico in cui posano ben oliati e pronti per noi”.

Clonosexual. L’epoca metrosexual è “un mondo digitale e clonato in cui la forza trainante, la molla al cuore di un meccanismo perfetto, non è la riproduzione sessuale, e neppure l’accoppiamento omosessuale, ma piuttosto la perfezione narcisistica, ottenuta tramite la moda, il consumo, la cosmesi, la tecnologia, la chirurgia, e una illuminazione fantastica. Un futuro utopico-distopico in cui uomini e donne escono solo con se stessi”.

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Nuove frontiere metrosexual https://minimaetmoralia.it/interviste/nuove-frontiere-metrosexual/ https://minimaetmoralia.it/interviste/nuove-frontiere-metrosexual/#respond Mon, 13 Feb 2012 09:50:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6563 Un’intervista di Michele Masneri a Mark Simpson apparsa su «Rivista Studio».

di Michele Masneri

Era il 1994 e Mark Simpson cambiava il mondo inventando in un articolo sull’Independent il concetto di metrosexual, cioè l’uomo ipernarciso e fighetto, incoronando poi David Beckham icona globale di questa mutazione genetica. Simpson, che scrive su una serie infinita di testate (dal Guardian all’Independent a Vogue), e che GQ Russia ha inserito nelle dieci cose che hanno cambiato la vita degli uomini, insieme a “Freud, Schwarzenegger e la linea Biotherm Homme”, ha da poco mandato in libreria (in realtà solo su kindle) una sua raccolta di articoli, che forse è anche un nuovo manifesto

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Un’intervista di Michele Masneri a Mark Simpson apparsa su «Rivista Studio».

di Michele Masneri

Era il 1994 e Mark Simpson cambiava il mondo inventando in un articolo sull’Independent il concetto di metrosexual, cioè l’uomo ipernarciso e fighetto, incoronando poi David Beckham icona globale di questa mutazione genetica. Simpson, che scrive su una serie infinita di testate (dal Guardian all’Independent a Vogue), e che GQ Russia ha inserito nelle dieci cose che hanno cambiato la vita degli uomini, insieme a “Freud, Schwarzenegger e la linea Biotherm Homme”, ha da poco mandato in libreria (in realtà solo su kindle) una sua raccolta di articoli, che forse è anche un nuovo manifesto. Si intitola “Metrosexy, una storia d’auto-amore del ventunesimo secolo”. Contiene molti neologismi come “sporno”, “hummersexual”, “retrosexual”, “menaissance”. Il metrosexual è dunque ormai archeologia? Interrogare l’autore sembrava doveroso.

Nel suo nuovo libro c’è un nuovo termine, “sporno”. Che significa?
È il momento in cui sport e pornografia vanno a letto insieme, mentre Giorgio Armani scatta fotografie. Quei calendari di giocatori in mutande. Dolce & Gabbana che scutrettolano negli spogliatoi di una squadra italiana di calcio. Beckham e Ronaldo che ci sbattono il pacco in faccia dai manifesti sugli autobus. Questo genere di estetica, insomma. Il nuovo modo di vendere il corpo maschile. Nell’era spornografica, non basta più presentare il corpo maschile come semplicemente attraente, o desiderabile, come nell’era del metrosessualismo. Questo non basta più. Per ottenere la nostra attenzione, il corpo maschile deve prometterci altro, e cioè niente meno che una patinata, oliata ed eccitante orgia sotto la doccia.

Mi sembra di capire che l’Italia abbia un ruolo importante nel fenomeno Sporno.
Ci sarà un motivo se alla base dello sporno c’è l’Italia, i suoi giocatori, i suoi stilisti. Non certo il vostro spirito sportivo, bensì il vostro spirito porno. L’ondata di metrosessualismo che ha invaso il mondo nell’ultimo decennio è stato semplicemente il resto del mondo che scopriva l’Italia e che diventava un po’ più italiano. Il narcisismo maschile e il desiderio di essere desiderato è alla base della metrosessualismo – e in Italia a differenza che nel mondo anglosassone questo non è mai stato veramente represso. L’Italia, culla di Michelangelo, Marcello Mastroianni e Dolce & Gabbana, non ha mai fatto finta che “bellezza” fosse una parola che potesse stare lontana dalla parola “uomo”. Soprattutto nel sud Italia, i giovani maschi hanno spesso un modo di camminare estremamente femminile ma allo stesso tempo molto sicuro, che noi inglesi ci sogniamo. Se ci proviamo, finisce regolarmente in un patetico sculettamento.

Italiani di oggi che conosce? Sergio Marchionne?
Uhm, non lo conosco bene, mi faccia vedere. È sicuro che sia italiano? Sembra il padre di Jeremy Clarkson (conduttore di programmi televisivi sull’auto, nda). Avrà a casa un guardaroba con 365 maglioni informi tutti uguali? Comunque Marchionne mi sembra più retrosexual che hummersexual. In parte perché le macchine Fiat non sono molto popolari in America – troppo piccole e faggy, temo, in un paese di pickup e camion – ma soprattutto perché mi ricorda il mio vecchio professore di chimica.

Hummersexual?
Massì, sono i ragazzi che ultra-enfatizzano la loro mascolinità con accessori talmente “maschili” talmente da chiedersi che cosa abbiano da nascondere. Retrosexual invece sono i pre-metrosexual, diciamo i maschi vintage. Marchionne sembra decisamente pre.

Silvio Berlusconi?
Ah, lui è davvero unico. Non è per niente queer, anche se effettivamente sembra un po’ una drag queen. Ma non rientra in nessuna categoria, lui è troppo speciale, è una categoria a parte, lui è Silviosexual. Il suo vecchio sodale, la nostra rockstar mancata, insomma il nostro ex premier Tony Blair, aveva il suo stesso sorriso da drag. Ma Silvio, a un povero inglese come me, riporta agli insondabili misteri del machismo mditerraneo. Incredibile come qualcuno così camp possa avere un’immagine di sé così butch. Ma forse dovremmo tutti tornare ai tempi originari di Berlusconi, con quei look così bistrati, tinti, tirati. Torniamo ai faraoni e all’antico Egitto.

David Beckham rimane il campione del metrosexual?
Sì, nonostante sia ormai un metrosexual d’annata. In inglese c’è un’espressione, “mutton dressed as lamb” (in italiano sarebbe, più o meno, “di sopra liceo, di sotto museo”). Beckham è esattamente questo. Ma comunque ci sono un sacco di uomini della sua età e anche più grandi che non vogliono perdere il loro status di oggetti sessuali: e continuano a guardare a lui come ispirazione. Certo lui dovrebbe sforzarsi di più, offrendo qualcosa di più hot che non quei mutandoni cascanti H&M che pubblicizza ultimamente.

Chi sono gli eredi?
Potrebbe essere usurpato da giocatori più giovani come Cristiano Ronaldo, che infatti gli ha rubato lo scettro di testimonial dell’underwear Armani. Allo stesso tempo c’è una nuova generazione di neo burini televisivi come Mike “The Situation” Sorrentino, il protagonista di Jersey Shore e il suo mantra di “palestra-abbronzatura-lavanderia”. Al cinema ci sono star come Tom Hardy, con i suoi labbroni alla Marlon Brando, i muscoli rasati e il suo sbandierato passato bi-curioso, che mentre impugna un mitra in “Inception” ti dice “non aver paura di sognare qualcosa di più grosso, Darling!”.

Metrosexual è una parola che ha coniato nel 1994. Che è successo al narcisismo maschile in questi diciassette anni?
Ora che ci penso, Justin Bieber è nato proprio in quell’anno. È il figlio del metrosessualismo. SI vede che a 17 anni il metrosessualismo deve ancora trovare una voce! Tornando a essere seri, il narcisismo maschile è diventato molto più mainstream e accettato, quasi garantito, almeno dai più giovani. È scontato, tanto che la parola stessa potrebbe finire presto dimenticata in un futuro non troppo lontano. Tuttavia ci sono ancora reazioni e choc specialmente negli Usa, a causa della loro appassionante storia libertaria protestante; e della ugualmente appassionante negazione della loro innata gaiezza. Dunque il tema lì funziona ancora molto.

Metrosexy è la malattia senile del metrosexual?
È la normalizzazione del fenomeno, è la sensibilità che i metrosexual hanno iniettato nella società; si è passati da un “tipo”, il metrosexual, a un feeling generale, un modo di guardare e di essere guardati. Del resto osservando le edicole, la tv, o in fila per l’autobus, i giornali, è chiaro che nei ragazzi il desiderio di essere desiderati e di impersonare la bellezza maschile ha preso una forma fisica, sensuale: i loro corpi amorevolmente, faticosamente scolpiti, i loro muscoli rasati e i loro costosi tatuaggi…. Men’s Health oggi è la bibbia del metrosexy. Guardando l’estetica sporno, si vede che oggi tutti i ragazzi aspirano a essere atleti sessuali, avventurieri, pornostar.

C’è una relazione tra hipster e metrosexual?
Nonostante la maggior parte degli hipsters morirebbe piuttosto che ammetterlo, sì. L’hipsterismo è una forma di metrosessualismo. Ma molto middle class, molto esangue e ironica. È palesemente una forma di narcisismo, ma che guarda al corpo e all’essere sexy come cose molto volgari. (Come effettivamente sono, se siamo fortunati!).

Qual è l’arma fine-di-mondo del metrosessualismo, Abercrombie & Fitch o American Apparel o Apple?
Abercrombie & Fitch è stato il detonatore. Apple e i suoi iPhone l’esplosione. Gli iPhone sono il prodotto narcisistico definitivo (li definirei “MePhone”). Le App gratuite da scaricare sono un’ossessione autoriferita. L’iPhone è poi naturalmente anche il mezzo per farsi una foto a torso nudo nello spogliatoio della palestra, da mettere su Facebook o su social network più, diciamo così… particolari. Quindi Facebook e i social network sono forme di metrosessualismo sublimato, almeno per chi li usa come modo di trasformare se stesso in un brand, in una materia prima con un valore commerciale, e questa trasformazione è un altro caposaldo del metrosessualismo.

Nel suo nuovo libro lei scrive che “in un certo senso Obama è il primo presidente americano della storia che è anche la sua first lady”.
Obama è il trionfo del metrosexy. Gli Stati Uniti venivano dagli anni Novanta, dalla doppia presidenza Bush che è stata l’affermazione dell’“hummersexual” (Hummer, Burger King, guerre, shock & awe, mascolinità da ritorno alle origini). Adesso Bush e l’Hummer sono scomparsi dai radar, dopo di loro è scoppiata la menaissance, un rinascimento maschile, l’America si ritrova un presidente ben vestito, poliglotta, che difende elegantemente il mondo libero dopo una seduta di ginnastica nella sua palestra personale. Un uomo il cui look è molto apprezzato, specialmente dai giornalisti maschi. E un presidente che ha vinto le primarie anche perché molto più carino della sua sfidante femmina, per quanto molto più autorevole di lui. Michelle Obama è anche lei molto attraente, certo, ma Obama non ne ha bisogno, lui è anche la sua first lady.

Ci sono candidati repubblicani un po’ metrosexual?
Non direi tra quelli in lizza, anche se Mitt Romney sembra un po’ un manichino in una vetrina di un grande magazzino un po’ vecchiotto. C’è poi Aaron Schock, il deputato repubblicano che si è spogliato per la copertina di Men’s Health l’anno scorso. Lui promette bene. Un giorno finirà a fare il presidente. Lui o Justin Bieber.

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