David Cameron Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-cameron/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:02:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg David Cameron Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-cameron/ 32 32 Bulgaria, gendarme d’Europa https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/bulgaria-gendarme-deuropa/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/bulgaria-gendarme-deuropa/#comments Wed, 20 Apr 2016 05:30:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30631 Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo (fonte immagine).

Sofia. «Ho scelto la rotta via terra per evitare la traversata del mare dalla Turchia alla Grecia, troppo pericolosa. Ma se avessi saputo quel che mi aspettava in Bulgaria, mi sarei imbarcato». Idris è un ragazzo poco più che ventenne. Preferisce che il suo cognome rimanga anonimo. Viene da Wardak, una provincia afghana a due passi da Kabul, in gran parte controllata dai Talebani. Non vede i genitori da molto tempo: «ho lasciato la mia famiglia otto anni fa».

Ha vissuto a lungo in Iran, nelle città di Mashad, Teheran, Shiraz. Poi ha deciso di raggiungere l’Europa. «In Iran non c’era più lavoro e venivo trattato male. Sono ripartito due mesi fa e ora eccomi qui, a Sofia, ma mi sento in trappola». Di tornare in Afghanistan non ci pensa. «Che dovrei fare, finire nelle braccia dei Talebani?». Continuare il viaggio verso «posti ricchi come la Germania» è diventato sempre più difficile. Fino a poche settimane fa, una volta raggiunta la cittadina serba di Dimitrovgrad, subito oltre il confine bulgaro, si otteneva facilmente un lasciapassare di 72 ore che consentiva di arrivare in Croazia, per poi proseguire verso l’Austria, la Germania, i Paesi scandinavi. «Ma ora è tutto bloccato. Colpa dei politici europei».

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Questo pezzo è uscito su Pagina99, che ringraziamo (fonte immagine).

Sofia. «Ho scelto la rotta via terra per evitare la traversata del mare dalla Turchia alla Grecia, troppo pericolosa. Ma se avessi saputo quel che mi aspettava in Bulgaria, mi sarei imbarcato». Idris è un ragazzo poco più che ventenne. Preferisce che il suo cognome rimanga anonimo. Viene da Wardak, una provincia afghana a due passi da Kabul, in gran parte controllata dai Talebani. Non vede i genitori da molto tempo: «ho lasciato la mia famiglia otto anni fa».

Ha vissuto a lungo in Iran, nelle città di Mashad, Teheran, Shiraz. Poi ha deciso di raggiungere l’Europa. «In Iran non c’era più lavoro e venivo trattato male. Sono ripartito due mesi fa e ora eccomi qui, a Sofia, ma mi sento in trappola». Di tornare in Afghanistan non ci pensa. «Che dovrei fare, finire nelle braccia dei Talebani?». Continuare il viaggio verso «posti ricchi come la Germania» è diventato sempre più difficile. Fino a poche settimane fa, una volta raggiunta la cittadina serba di Dimitrovgrad, subito oltre il confine bulgaro, si otteneva facilmente un lasciapassare di 72 ore che consentiva di arrivare in Croazia, per poi proseguire verso l’Austria, la Germania, i Paesi scandinavi. «Ma ora è tutto bloccato. Colpa dei politici europei».

L’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, che prevede il ricollocamento in Turchia dei migranti ora in Grecia, non promette nulla di buono neanche per chi si trova lungo altre direttrici della “rotta balcanica”. Compresi quanti sono in Bulgaria, l’ultima frontiera europea. Quello tra la Bulgaria e la Turchia è un confine lungo 260 chilometri, in parte militarizzato. Il governo bulgaro ne è il custode, per l’Europa intera. «La Bulgaria ha fatto capire chiaramente di voler svolgere nel modo più rigoroso il ruolo di controllore del confine esterno dell’Unione europea. Le autorità hanno detto e ripetuto che lo renderanno sicuro. Così stanno facendo, secondo i loro criteri», spiega a pagina99 Roland Weil, il rappresentante per la Bulgaria dell’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, l’Unhcr.

I numeri delle autorità locali relativi ai migranti a cui è stato impedito di attraversare il confine turco-bulgaro parlano chiaro: nel 2013 erano 16.736; l’anno successivo 38.502; nel 2015 (ma i dati arrivano fino al 18 settembre), quasi 66.000. I dati sono equivoci, perché nel totale c’è anche chi ha tentato più volte la stessa impresa, ma l’incremento rimane significativo. Sofia lo rivendica con orgoglio. Le altre capitali europee apprezzano, anche se pochi leader lo ammettono apertamente. Tra questi, il primo ministro della Gran Bretagna, David Cameron. Lo scorso dicembre ha incontrato il suo omologo bulgaro, Boyko Borisov, e al confine con la Turchia lo ha ringraziato per «lo sforzo fondamentale» compiuto nel ridurre il flusso di migranti dalla Turchia all’Europa.

«Il ministero degli Interni sostiene che il “successo” dipenda dal sofisticato sistema di sorveglianza messo in piedi in questi anni», prosegue Roland Weil. «Ci sono telecamere che controllano fino a 10 chilometri all’interno del territorio turco. Quando si individua un gruppo di migranti, viene avvertita la polizia turca». Spesso, è la polizia di frontiera bulgara a intervenire. Con mano pesante. «Il nostro primo ministro ripete che il più importante confine orientale dell’Ue “è sicuro grazie a noi, perché siamo bravi”. Ma in questo caso essere bravi equivale a esercitare violenza. Vuol dire respingimenti coatti, misure muscolari, forza bruta», racconta a pagina99 Radostina Pavlova, uno dei membri del Center for Legal Aid di Sofia, «una piccola associazione, e una delle poche in tutto il paese a fornire consulenza, aiuto, sostegno legale ai richiedenti asilo».

Radostina Pavlova guarda con preoccupazione all’orientamento assunto dalle autorità bulgare: conosce molto bene i rapporti redatti dalle organizzazioni per i diritti umani. Gruppi come Amnesty International e Human Rights Watch hanno espresso più volte la loro profonda preoccupazione per il modo in cui le autorità bulgare trattano i migranti all’interno del Paese, e ancora di più lungo i confini.

Le testimonianze raccolte sono inequivocabili: si parla di pestaggi, percosse gratuite da parte della polizia, furti, estorsioni, respingimenti, deportazioni illegali, cani sguinzagliati al seguito dei gruppi di migranti, colpi sparati in aria. E non solo in aria. Il 15 ottobre 2015, un ragazzo afghano di 19 anni è stato ucciso da un poliziotto bulgaro nei pressi del confine turco. Cercava di nascondersi dalla polizia, insieme ai compagni di viaggio. Le autorità hanno cercato di giustificarsi: il ragazzo sarebbe stato colpito accidentalmente da un frammento di proiettile, di rimbalzo. Il messaggio è arrivato forte e chiaro.

«Il governo sa molto bene quanto valgano le percezioni. L’uccisione del ragazzo afghano è stato un messaggio per molti altri migranti: in Bulgaria non si passa facilmente», spiega a pagina99 Mathias Fiedler, ricercatore tedesco di base a Sofia, dove coordina le attività locali di Bordermonitoring, un collettivo internazionale che raccoglie dati e fornisce analisi sulle rotte migratorie, prestando aiuto e consigli ai migranti. Per l’attivista di Bordermonitoring Bulgaria, anche le più recenti decisioni del Parlamento sarebbero un messaggio rivolto alla società bulgara e alle capitali europee che contano.

Il Parlamento ha stanziato ulteriori fondi per allungare la barriera di recinzione sul confine turco e recentemente ha adottato una legge che consente una più ampia presenza e attività dei militari ai confini. «Pochi giorni fa c’è stata un’imponente dimostrazione di forza al confine meridionale, tra Bulgaria e Grecia», racconta Mathias Fiedler. Un messaggio chiaro quanto l’uccisione del ragazzo afghano: inutile che i migranti respinti al confine di Idomeni, tra Grecia e Macedonia, provino a passare di qua. «La Bulgaria non sarà mai un paese di transito». Anche «la violenza della polizia di frontiera rientra nella battaglia mediatica per scongiurare l’arrivo dei migranti», sostiene Fiedler. Che critica Sofia ma giudica ipocrita l’atteggiamento dell’Unione europea. «Da qui, dalla periferia dell’Ue, si capisce bene l’ipocrisia di paesi forti come Francia e Germania. Criticano la Bulgaria, le violazioni dei diritti umani, ma ne approfittano, delegandogli la gestione del confine con la Turchia». Affidandogli l’esercizio di quella violenza che tanto condannano.

«I poliziotti di frontiera sono più attenti verso le famiglie come la nostra, ma con i ragazzi vanno giù duro. Ho visto botte, bastonate, insulti, respingimenti e maltrattamenti», racconta a pagina99 Enhas Zazai. Lo incontro a poche centinaia di metri dal Centro di registrazione per rifugiati di Ovcha Kupel, nella periferia di Sofia, sotto le montagne ancora innevate, tra palazzoni grigi, scuole e simboli xenofobi sui muri. Sta discutendo con Idris – il connazionale partito due mesi fa dall’Iran – di fronte a un internet club.

Tira un vento freddo. Enhas Zazai batte i denti, mentre racconta il suo viaggio, cominciato in Afghanistan e interrotto alle porte di Sofia: «viaggiavamo con una decina di persone, afghani e siriani. La polizia ci ha scoperto e arrestato lungo la strada, fuori Sofia. Prima ci hanno trattenuto in un centro di identificazione. Poi qualcuno è stato trasferito qui», a Ovcha Kupel. La storia di Enhas Zazai è simile a molte altre. «Lo scorso anno sono state arrestate circa 11mila persone nel tentativo di attraversare il confine tra Turchia e Bulgaria. Altre 10/11mila sono state arrestate all’interno del Paese. Un numero equivalente è stato arrestato mentre cercava di oltrepassare il confine tra Bulgaria e Serbia. In totale, nel 2015 circa 30.000 migranti sono stati arrestati dalla polizia bulgara», spiega il rappresentante dell’Unhcr nella sede di piazza Pozitano, a Sofia. Tra gli arrestati, c’è chi è in attesa di essere deportato. Chi si è convinto che valga la pena di richiedere asilo in Bulgaria. Ma le prospettive non sono rosee.

«Io dopo tutto rimarrei in Bulgaria, ma le persone che ho incontrato finora mi hanno sconsigliato di farlo. Dicono che questo paese non offre niente». Mohammed (nome di fantasia) è un ragazzo pakistano. Dice di venire dalla valle dello Swat e di aver avuto problemi con alcuni membri locali del Tehreek-e-Taliban Pakistan, i Talebani pakistani, attivi soprattutto nelle aree tribali del paese e nel Khyber Pakhtunkwwa. «A casa non potevo più restare. Qui in Bulgaria non voglio». Sembra che abbia delle buone ragioni per riprendere il viaggio: «dalla fine del 2013 in questo paese non c’è più alcun piano di integrazione. Niente di niente», spiega Mathias Fiedler di Bordermonitoring Bulgaria. «Il governo sostiene che i migranti non vogliano fermarsi in Bulgaria, un paese di transito, e che per questo sia inutile spendere soldi, predisporre piani e strategie. Alcuni migranti resterebbero, ma dicono che qui non trovano nulla. A rimetterci è chi ha esaurito tutte le altre opzioni e finisce per richiedere l’asilo in Bulgaria». «A partire dall’estate del 2015 le cose sono cambiate, nell’atteggiamento dei migranti che finivano per essere arrestati in Bulgaria», commenta Radostina Pavlova del Center for Legal Aid.

Molti si sono affrettati ad andarsene. Le ragioni sono diverse: «qualcuno ha capito che qui è molto difficile ottenere lo status di rifugiato. I migranti provenienti dall’Africa, per esempio, a un certo punto sono spariti. Qualcuno ha creduto che la Germania avrebbe aperto i confini. L’altra ragione è che qui non c’è alcun sostegno all’integrazione». «Il piano governativo sull’integrazione si è concluso nel dicembre 2013», spiega Roland Weil, rappresentante dell’Unhcr in Bulgaria. «Da allora ci sono state molte discussioni, molti comitati, Consigli, etc, ma nessuna azione concreta. La verità è che ci sono troppi attori, dal ministero degli Interni all’Agenzia statale per i rifugiati, passando per il ministero del Lavoro e delle politiche sociali, ma nessuno vuole assumersi la responsabilità di guidare il processo».

La reticenza è anche il risultato di un cambiamento strutturale. «Fino al 2013 in questo paese si registravano 1.000 richieste di asilo ogni anno. All’epoca esisteva un programma molto circoscritto, pensato per quei numeri. Poi le richieste sono aumentate. Nel 2015, 5.600 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato. La crescita delle richieste ha trovato le istituzioni impreparate». «L’intero sistema di accoglienza è collassato nel 2013, e da allora si è fatto davvero poco per rimediare. È una deliberata scelta politica», nota Mathias Fiedler.

Una scelta a cui si aggiungono le contraddizioni della burocrazia: «gran parte delle responsabilità ricadono sulle amministrazioni comunali», spiega Roland Weil. «In linea di principio è un bene. Ma in pratica produce incongruenze. Un rifugiato ha tutti i diritti formali di un cittadino bulgaro, dall’accesso al mercato del lavoro all’assistenza medica, etc. Potrebbe fare richiesta per un alloggio, ma per esempio qui a Sofia l’amministrazione le concede solo a chi risiede in città da più di dieci anni. Un vero e proprio circolo vizioso». Nel quale rimangono intrappolati molti migranti che attraversano la Bulgaria. Non sorprende che la maggior parte di loro non aspetti altro che l’occasione giusta per ripartire: «Appena rilasciano un mio amico ce la filiamo», dice Idris sorridendo, mentre rientra nel Centro di Ovcha Kupel. «Verso dove? La Germania ovviamente. Almeno ci proviamo».

Dinko, il super-eroe che dà la caccia ai migranti

C’è chi pensa che sia davvero un eroe, un difensore dei confini patri e dei valori nazionali. Chi è convinto che sia solo uno spaccone in cerca di pubblicità. Per qualcun altro, è un delinquente che andrebbe fermato al più presto.

Il suo nome è finito sulla bocca di tutti i bulgari: si chiama Dinko Valev, abita nella cittadina di Yambol, ma spesso scorrazza con una moto squad nella zona di confine tra la Turchia e la Bulgaria. Su Facebook gli piace mostrarsi in pose marziali. Esibisce muscoli, tatuaggi, donne, bevute con amici ancora più tatuati di lui, automobili sportive. Dal 18 febbraio scorso può vantare un’apparizione televisiva. È stato il protagonista di un lungo servizio trasmesso da una delle principali emittenti televisive del paese, bTV. «Ora parleremo con Dinko, un vero super-eroe», ha annunciato il conduttore Antone Hekimyan, secondo la ricostruzione fornita dal giornalista Francesco Martino sul sito dell’Osservatorio Balcani e Caucaso. Il merito del super-eroe? Dare la caccia ai migranti che cercano di attraversare il confine. Dinko ricorda che durante una perlustrazione a bordo del suo squad, vicino al villaggio di Dolno Yakalbovo è stato aggredito da un «un uomo apparso da dietro ai cespugli». Reagisce e atterra l’uomo, parte di un gruppo di migranti siriani, undici donne, tre donne e un bambino.

Gli uomini inizialmente sono aggressivi, ma grazie ai suoi muscoli Dinko riesce a ribaltare la situazione. I siriani si ritrovano faccia a terra, ripresi dalla telecamere del telefono del super-eroe. «Come ha fatto a convincerli?» chiede la giornalista. «Gli ho detto, “se non vi mettete tutti faccia a terra, uccido uno di voi”». Semplice. Dinko avrebbe poi consegnato il gruppo alla polizia. Oggi continua a rivendicare la bontà delle sue gesta. Andrebbero ricompensate, dice, perché proteggono un confine che non è protetto abbastanza. Le orde barbare sono alle porte. «Dovremmo forse aspettare che ci uccidano?», chiede retoricamente. L’apparizione televisiva ha scatenato polemiche e discussioni, sulle azioni di Dinko Valev e sull’estrema libertà con cui ha potuto esprimere idee razziste, senza che la giornalista obiettasse o replicasse. Un brutto episodio, che ha avuto almeno il merito di far aprire una discussione chiara su questi temi, con posizioni definite, sostengono alcuni attivisti di Sofia. I quali ricordano che l’enfasi sulla minaccia di un’invasione straniera è forte, nel dibattito politico e sui media. «Quel che è più sorprendente», aggiunge il rappresentante dell’Unhcr di Sofia, «è che su posizioni simili si trovino anche persone che dovrebbero promuovere la comprensione reciproca.

Lo scorso anno il Patriarca della Chiesa ortodossa bulgara ha sostenuto pubblicamente che è in corso un’invasione da parte dei richiedenti asilo. E che queste persone rappresentano un pericolo per i valori ortodossi». Da qui, e dalla frequente presenza sui media di personaggi dalle idee xenofobe, l’idea dell’Unhcr di una campagna mediatica. «Proviamo a mandare un messaggio diverso. A spiegare che non c’è alcuna minaccia. Ma la strada è lunga».

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I greci contro l’economia dell’espulsione: intervista a Saskia Sassen https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-saskia-sassen/#comments Thu, 21 May 2015 07:49:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26919 Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine) Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E […]

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Questa intervista è uscita prima sull’Espresso online e poi, nella versione integrale, sul numero 177 della rivista Lo Straniero. (Fonte immagine)

Una “salutare ribellione” alle politiche di austerity e al capitalismo predatorio. Per Saskia Sassen, docente di Sociologia alla Columbia University di New York, il successo elettorale di Syriza in Grecia è un risultato estremamente positivo. E può rappresentare una svolta per tutta l’eurozona, nonostante le difficoltà che incontrerà il nuovo governo di Atene. Perché il voto “dà voce a quanti sono stati espulsi dall’economia e dalla società greca”. E perché segnala la necessità di cambiare rotta: dall’economia predatoria fondata sull’espulsione a una vera economia distributiva, che punti all’inclusione.

A ridosso della vittoria di Syriza, abbiamo intervistato la più autorevole studiosa dei processi di globalizzazione per farci raccontare, attraverso il caso esemplare della Grecia, le tesi fondamentali del suo ultimo libro, Expulsions. Brutality and Complexity in the Global Economy (Harvard University Press 2014, in corso di traduzione per il Mulino). Un testo meditato a lungo, costruito alternando indagine empirica e codificazione concettuale, intorno al tentativo di affrontare di petto un “problema fondamentale nella nostra economia politica globale: l’emergere di nuove logiche di espulsione” dalla lenta decomposizione dell’economia politica del ventesimo secolo. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, del contratto sociale, dell’economia, della biosfera. Per l’autrice di Città globali sta proprio qui, nel passaggio dal dentro al fuori, dall’inclusione all’espulsione, il segno di una transizione profonda, che per ora riguarda una minoranza (seppur cospicua) della popolazione e del globo, ma che è già sistemica, e che per questo può già essere temuta come un processo di graduale, lenta ma inesorabile generalizzazione di condizioni estreme. Come dimostra il caso della Grecia.

Professoressa Sassen, come giudica la vittoria di Syriza nelle elezioni greche?

Sono d’accordo con chi la interpreta come ‘la rivolta greca’ contro l’austerity. Ma è una ribellione ponderata, perché nasce dalla profonda, esatta comprensione di quali siano gli elementi essenziali di un’economia politica. Da una parte c’è l’economia politica centrata sull’austerity, dall’altra quella proposta da Syriza. Quando – come succede in Grecia – gli impiegati statali vengono licenziati, gli ospedali chiusi, quando le piccole aziende che forniscono servizi al governo non vengono pagate, quando si permette che i bambini, le donne incinte, gli anziani finiscano per strada, ma nello stesso tempo si finanziano lautamente le grandi banche, non si tratta di economia, ma di decisioni di politica economica. E del peggior tipo possibile. Syriza si pone dinanzi al disastroso insieme di decisioni imposte al popolo greco e dice: ‘No, questa non è l’unica via soltanto perché il Fondo monetario internazionale e la Banca centrale europea pensano che lo sia. Ci deve essere un’altra strada’. 

Subito dopo l’annuncio della vittoria di Syriza, di fronte ai suoi elettori Alexis Tsipras ha detto che «il popolo greco ha fatto la storia». Il risultato elettorale può rappresentare un vero punto di svolta per la Grecia e per l’eurozona, o l’entusiasmo della sinistra europea e di Tsipras è eccessivo?

Si tratta di una svolta effettiva. Non è un caso che così tante persone prestino attenzione a ciò che accade in Grecia e che sul fronte opposto, di fronte alle promesse di Tsipras di cambiare le cose, molte altre invochino già, quasi istericamente, le vecchie obiezioni sul come un’economia dovrebbe funzionare. Gli avvenimenti della Grecia rendono evidente una questione fondamentale: l’insieme di principi che guida gran parte delle nostre economie occidentali si è dimostrato fallimentare per settori sempre più ampi della popolazione, e ha concentrato il benessere in una porzione troppo circoscritta di settori economici e di famiglie.

La volontà politica di Tsipras, per il quale la troika e i suoi diktat «fanno parte del passato», sarà sufficiente a invertire questa tendenza, perlomeno in Grecia? Lei stessa ricorda spesso che oggi occorre fare i conti non solo con le oligarchie, con le elite predatorie, ma con vere e proprie «formazioni predatorie», ben più complesse…

La volontà politica non è sufficiente, ma è essenziale. In questo caso segnala che Syriza ha la chiara comprensione e la precisa volontà per iniziare ad affrontare la crisi greca con strumenti diversi. C’è bisogno di fare, nel vero senso della parola. Non si tratta soltanto di una decisione, ma di invertire il corso delle cose. Il governo precedente ha scelto di accettare un’opzione che gli era stata presentata come l’unica. Il nuovo governo ha di fronte una sfida enorme: archiviare l’economia predatoria che concentra il benessere nelle mani di pochissimi in favore di un’economia che sia realmente distributiva. Significa muoversi verso un’economia caratterizzata in modo prevalente da salari modesti e, allo stesso tempo, profitti modesti. Non sarà semplice, soprattutto perché questa via contraddice il dogma economico dominante che ha assunto forme estreme con l’avvio dell’era della deregolamentazione e della privatizzazione, negli anni Ottanta: il profitto a tutti i costi.

«Le elezioni greche aumenteranno l’incertezza in tutta Europa», ha affermato il primo ministro David Cameron, dando voce a una preoccupazione diffusa nell’establishment europeo. In che modo il successo di Syriza condizionerà il futuro dell’eurozona?

Quello greco potrebbe diventare un interessante esperimento naturale, dimostrando che un’economia dominata da settori economici con modesti margini di profitti e salari medi può funzionare, nonostante non soddisfi i criteri preferiti dal mondo delle corporation e da molti rappresentanti delle banche centrali, sebbene non da tutti: per esempio Mark Carney, governatore della Banca centrale inglese, non è convinto del modo in cui funzionano le nostre economie, incluse quelle che apparentemente stanno facendo bene, come quella del Regno Unito.

Tsipras ha ripetuto più volte, prima e dopo le elezioni, che è intenzionato a rinegoziare il debito della Grecia. É un passo necessario per recuperare la stabilità e la sovranità dell’economia greca, come ripete il leader di Syriza, o una violazione dei patti europei?

La richiesta di Tsipras non deve sorprendere. I debiti, specialmente quelli governativi, vengono spesso rinegoziati. É una pratica piuttosto comune. Forse la più grande e imponente rinegoziazione è stata quella attuata dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale a partire dagli anni Novanta con il programma destinato a 46 paesi fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Countries, HIPC). Venne stabilito che quei paesi non potessero restituire il debito e i termini dei programmi di risanamento vennero radicalmente modificati. È il caso più emblematico di una prassi corrente. D’altronde lo stesso accordo stipulato con l’Unione europea dal primo ministro uscente della Grecia, Antonis Samaras, non è altro che una rinegoziazione del debito.

Nel suo ultimo libro, Expulsions, lei sottolinea l’uso politico della questione del debito, già usata in passato come «strumento di disciplina» verso i paesi del Sud del mondo. Ci spiega meglio?

Il debito è stato usato spesso come strumento disciplinante. E la sua formazione varia di caso in caso. Il debito dei paesi del ‘Sud globale’, cresciuto rapidamente negli anni Ottanta e Novanta, è stato in qualche modo il risultato della vendita aggressiva di prestiti da parte delle grandi banche, che avevano un surplus di denaro di cui sbarazzarsi. In quel periodo, le banche si occupavano soprattutto di vendere denaro, mentre le attuali banche finanziarizzate sono tutta un’altra storia, non fanno soldi con la vendita diretta di debito. Allora invece era così, a causa della gran quantità di dollari dell’Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), scaturita dalla crisi del petrolio del 1973. Se i paesi esportatori avessero deciso di tenersi quel denaro, la storia sarebbe andata diversamente. Ma decisero di affidarli a quelle che allora venivano definite banche transnazionali, per ottenerne profitti. Da qui, la necessità di vendere una massa di denaro insolitamente ampia.

L’altro elemento centrale nella formazione del debito nel Sud è stato la spinta per la deregolamentazione e per la privatizzazione, che ha significato la distruzione di molte aziende di medie e piccole dimensioni. I governi locali si sono pesantemente indebitati per costruire le infrastrutture di cui avevano bisogno le grandi corporation, soprattutto straniere. Sono così finiti schiacciati dalle richieste del Fondo monetario internazionale e delle corporation. Attraverso il debito, è stata modellata l’economia politica del Sud del mondo ai fini della nuova governance globale, indebolendo i governi e rendendoli dipendenti dalle organizzazioni internazionali. Tra l’altro, proprio quei meccanismi di indebitamento introdotti negli anni Ottanta hanno provocato un deficit, una lacerazione nel tessuto della sovranità territoriale nazionale dei singoli stati, rendendo più facile, oggi, per imprese e aziende straniere operare un così ampio land-grabbing nel Sud globale.

Lei sostiene che oggi un simile meccanismo sarebbe in atto nell’eurozona, dove la leva del debito verrebbe impiegata per riorganizzare l’economia politica comunitaria…

È così. I programmi di austerità e di ‘risanamento’ del debito non mirano, come sentiamo dire, a massimizzare l’occupazione o la produzione, a favorire la ‘crescita’, ma a proteggere e allo stesso tempo a consolidare il nuovo tipo di economia che ho descritto in Expulsions: quella delle formazioni predatorie. Oggi attraverso il debito i governi europei vengono usati per rendere le economie di alcuni paesi – la Grecia, l’Italia, la Spagna – funzionali agli interessi delle corporation. Per imporre un ampio progetto di ristrutturazione che favorisca l’economia privatizzata delle corporation a spese del contratto sociale. Il che spesso significa anche la distruzione delle piccole attività economiche che hanno storicamente soddisfatto i bisogni della maggior parte della popolazione. Per questo in Expulsions scrivo che i programmi di aggiustamento strutturale del Sud globale sono diventati i programmi di austerity del Nord globale. In quel caso si trattava di sollecitare i governi a una condotta appropriata: ‘governi, imparate come si fa a essere moderni’, si diceva loro. Nel  caso attuale si enfatizza una sorta di etica protestante: l’austerità! I paesi del sud Europa non sono che banchi di prova. Per questo è tanto più salutare che qualcuno cominci a ribellarsi. A partire da Atene.

In Expulsions scrive che la crisi greca non rappresenta un’anomalia, ma al contrario incarna le caratteristiche strutturali dell’economia politica di tutta l’Unione europea, mostrando la logica sistemica di una nuova fase del capitalismo: la logica delle espulsioni. Ci spiega meglio?

La mia tesi è che a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso siamo entrati in una nuova fase del capitalismo, la cui logica centrale è appunto quella delle espulsioni. Intendo dire che settori sempre più ampi della nostra economia e della nostra società assumono un’importanza progressivamente minore agli occhi di coloro che decidono le regole di cosa sia un’economia funzionante. E ne vengono espulsi. Se nel periodo keynesiano l’esistenza di classi medie numerose e delle classi operarie erano elementi centrali dell’economia, perché questa era fondata sulla produzione e sul consumo, oggi appaiono molto meno rilevanti, perché è la finanza, piuttosto che la produzione e il consumo, a produrre superprofitti. Non intendo dire che il sistema precedente fosse perfetto. Tutt’altro: era segnato da disuguaglianze, povertà, razzismo, ma era un sistema che ha ampliato la classe media per generazioni.

Soprattutto, a orientare l’economia era una logica di inclusione, volta a incorporare i marginalizzati e i poveri nel mainstream economico e politico, una logica che mirava a ridurre le tendenze sistemiche verso la disuguaglianza attraverso un regime economico fondato sulla produzione e sul consumo di massa, con sindacati forti in alcuni settori e con il sostegno governativo. Dalla fine degli anni Ottanta i presupposti egalitari e keynesiani alla base di quel sistema volto alla costruzione di una società imperfetta ma giusta sono progressivamente venuti meno, contestualmente all’affermazione di nuove, inedite modalità di estrazione del profitto. Oggi domina la logica opposta a quella keynesiana, quella dell’espulsione. Un’inversione radicale, che va contrastata.

Negli ultimi anni, molti economisti hanno puntato l’attenzione sulla crescente disuguaglianza per dimostrare il fallimento delle politiche neoliberiste. Lei invece, pur facendo ricorso a dati e statistiche che dimostrano le disuguaglianze strutturali delle nostre economie, suggerisce un’altra chiave di lettura, quella delle espulsioni. Perché? 

Perché credo che di fronte alla lenta decomposizione dell’economia politica del Ventesimo secolo e all’emergere di un nuovo paradigma alcune categorie rischino di nascondere più di quanto non rivelino. Non nego la validità delle teorie e delle categorie che si concentrano sulla disuguaglianza, ma mi sforzo di chiedermi se non ci sia anche dell’altro. Attraverso la nozione di ‘espulsioni’ siamo in grado di vedere quelle tendenze concettualmente sotterranee che ancora sfuggono alle categorie geopolitiche, economiche e sociali a cui siamo abituati. È come se, per capire le trasformazioni in corso, dovessimo essere aderenti al terreno, de-teorizzare ciò che abbiamo teorizzato finora. Combinare insieme ricerca empirica e ricodificazione concettuale. E servirci con prudenza delle categorie tradizionali. La categoria di ‘espulsione’ ci permette inoltre di capire che le espulsioni vengono create, fatte, messe a punto, attraverso una serie di strumenti che variano molto, e che sono usati da attori molto diversi. Come ricordava lei prima, non si tratta soltanto delle classiche elite predatorie, ma di vere e proprie ‘formazioni predatorie’: un complesso assemblaggio di elementi multipli, una combinazione di elite e di capacità sistemiche, con un ruolo prominente della finanza, dove per capacità sistemiche intendo un insieme di innovazioni tecniche, giuridiche, finanziarie, di mercato, alle quali si aggiungono le facilitazioni governative. In altri termini, credo che ricorrendo alla nozione di ‘espulsioni’ sia più facile rendere visibile ciò che è ancora perlopiù invisibile: il passaggio dal dentro al fuori, l’attraversamento del confine, il cambiamento nelle dinamiche fondamentali del nostro sistema economico, prima orientate a incorporare sempre più persone dentro il sistema, ora invece a spingerle fuori. È importante provare a cogliere questo momento di passaggio, prima che ci dimentichiamo che sia avvenuto.

Provo a spiegarmi con uno degli esempi che porto in Expulsions: c’è stato un periodo nel quale, osservandola a volo d’uccello, l’Inghilterra poteva apparire ancora come un paese con un’economia prevalentemente rurale, mentre nei fatti il capitalismo industriale già costituiva la logica dominante dell’economia politica, e le pecore sui campi alimentavano le attività delle fabbriche in città. Oggi l’economia politica del ventesimo secolo è in decomposizione. La polvere che ne deriva ci impedisce di vedere pienamente le nuove dinamiche, le logiche sistemiche già all’opera. Per questo siamo in ritardo, nell’analisi. E per questo dobbiamo sforzarci di vedere ciò che è ancora largamente sotterraneo, invisibile. La nozione di ‘espulsione’ ci aiuta a farlo.

Tra le logiche ancora sotterranee, perlopiù invisibili, analizzate in Expulsions c’è la ridefinizione de facto dello spazio economico causata dalle politiche di austerity e dalla logica dell’espulsione che ne è alla base. Ce ne parla meglio? 

Si tratta di una riduzione dello spazio economico che esclude dalle misurazioni standard le aziende, i nuclei famigliari, i luoghi considerati prima produttivi e poi espulsi dallo spazio economico ufficiale. L’esempio più evidente è quello dei disoccupati di lungo termine, che sono stati esclusi dalle statistiche sull’occupazione. In questo modo l’andamento dell’economia appare migliore di quanto non sia nella realtà e si attraggono più facilmente gli investimenti. In modo simile, nelle statistiche ufficiali non vengono più conteggiati coloro che perdono casa e che provano a sopravvivere passando parte del tempo in chiesa, parte dagli amici, parte dai parenti, finendo probabilmente per strada. Il linguaggio ordinario, le griglie analitiche a cui siamo abituati, il riferimento esclusivo alla ‘bassa crescita’ e alle percentuali di ‘alta disoccupazione’ sono insufficienti a descrivere questo processo, che elimina di fatto dal sistema gli elementi considerati problematici. Il linguaggio della ‘crisi’ in questo senso è inservibile, perché la maggior parte dei ‘perdenti’ della fase post-aggiustamento rimane invisibile alle statistiche ufficiali. È una forma di ‘pulizia economica’. Il voto greco contesta questa pulizia economica.

Ma a chi conviene presentare statistiche ufficiali depurate dagli “espulsi”?

Anch’io mi sono chiesta a chi convenga presentare una fotografia migliore della realtà, chi abbia interesse a far sparire i disoccupati di lungo corso, i senza-tetto, a rendere invisibili quanti hanno dovuto chiudere negozi e aziende: sono gli investitori. Coloro che siedono su una importante somma di capitale (e la proprietà di capitale è sempre più concentrata) e che vogliono farlo fruttare. Per loro, perdere un intero paese non è proficuo. Molto meglio ‘recuperare’ quel paese, presentandolo come un luogo dove – secondo i termini a loro congeniali –  ci sono ancora buone possibilità di investimento.

Significa che la vittoria di Syriza va letta anche come una rivendicazione da parte degli “esclusi”, un modo attraverso il quale i “nuovi invisibili” chiedono visibilità e riacquistano protagonismo politico?

L’affermazione di Syriza va in questa direzione, perché rappresenta e dà voce a un ampio settore degli esclusi, degli espulsi. Ma va inserita in una storia più ampia. Gli accordi che presiedono l’attuale funzionamento della politica economica greca ed europea continuano a distruggere ampie porzioni del tessuto economico e sociale (oltre che culturale). Secondo la prospettiva della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale, dal punto di vista del mondo delle corporation, uno ‘spazio economico’ greco radicalmente ‘ridotto’ va bene, fintanto che garantisce gli investimenti. Syriza dà voce agli esclusi, è vero. Ma il progetto dell’Unione europea va in direzione contraria: punta a rafforzare, tra gli inclusi, coloro che sono forti. Questa è la differenza. Questa la battaglia che dovrà affrontare Tsipras.

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I ragazzi italiani che il Regno Unito non vuole più https://minimaetmoralia.it/reportage/italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu/ https://minimaetmoralia.it/reportage/italiani-che-il-regno-unito-non-vuole-piu/#comments Tue, 24 Mar 2015 14:00:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25976 di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

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di Marco Mancassola

L’allarme antincendio è scattato mentre David Cameron pronunciava il suo discorso, definito da vari osservatori come uno dei più importanti della sua leadership, nel quartier generale della Jcb a Rochester, Inghilterra del Nord, qualche settimana fa. L’allarme in realtà era partito per errore e Cameron ha reagito con una battuta: “Devo aver fatto scattare qualche campanello alla Commissione europea”. Probabilmente aveva ragione. Il discorso aveva a che fare con l’Europa, o meglio con l’immigrazione. Due temi che nel dibattito politico britannico sono diventati da qualche tempo quasi sinonimi.

Subito prima di arrivare al governo nel 2010, Cameron aveva annunciato un piano per ridurre l’immigrazione netta nel Regno Unito a meno di centomila arrivi all’anno. Al tempo non sapeva che la questione dell’immigrazione sarebbe diventata la spina nel fianco del suo governo. E che il suo piano per ridurre gli arrivi da paesi fuori dell’Ue sarebbe stato vanificato da un aumento incontenibile di arrivi europei. “La nostra stretta da una parte è stata neutralizzata da un rigonfiamento da un’altra parte”, ha detto a Rochester per giustificare il fallimento della sua vecchia promessa. Il rigonfiamento presenta numeri impressionanti: solo nell’ultimo anno, 228mila cittadini europei sono approdati in cerca di lavoro nel Regno Unito.

È per questo che i malumori britannici nei confronti dell’Unione europea si sono concentrati sempre più sulla questione dell’immigrazione interna europea. Il flusso di lavoratori dalle economie più stagnanti del continente crea inquietudine in un paese che si percepisce come “già pieno”. In molti si aspettavano da Cameron una richiesta a Bruxelles: introdurre un tetto agli ingressi annuali europei nel Regno Unito. Ma provare a rompere il principio della libertà di movimento all’interno dell’Unione aprirebbe uno scontro pericoloso e il premier non ha incluso la richiesta nel suo discorso, una rinuncia che i mezzi d’informazione britannici hanno interpretato come frutto di una pressione di Angela Merkel. Cameron ha fatto comunque altri annunci. Se confermato premier, rinegozierà i termini dell’appartenenza all’Unione europa proprio a partire dalla libertà di movimento. E se questo non sarà possibile, “allora non escludo nulla”. Un riferimento allo spettro della cosiddetta brexit – l’eventuale uscita britannica dall’Ue.

In verità, il suo intero discorso è suonato come un disperato contorsionismo.

Alternativamente rassicurante e aggressivo. Buone parole e minacce. I messaggi da mandare erano molteplici e destinati a Bruxelles, agli elettori ostili all’arrivo di altri europei, alle aziende affamate di manodopera straniera, al subconscio britannico in bilico tra apertura e isolazionismo. E soprattutto agli elettori indecisi. Le elezioni di maggio si avvicinano e il partito di Cameron sente sul collo il fiato dello Ukip di Nigel Farage. In questo scenario il tema dell’immigrazione europea diventa un perno fondamentale.

I giovani europei che sbarcano dall’ennesimo volo easyJet, che invadono Londra e altre città del paese con i loro curriculum accuratamente scritti, il loro inglese strascicato oppure spedito, causano il rebus politico del momento. Sono loro il problema che potrebbe decidere le prossime elezioni britanniche, e il destino dei rapporti tra Regno Unito ed Europa.

Brixton, un lunedì mattina. In una pizzeria del mercato coperto, mentre fuori i fornitori dei ristoranti spingono i loro carrelli, un gruppo di ragazzi italiani prende lezioni su come usare una macchina del caffè. Sono a Londra da poche settimane. Hanno trenta, venticinque, venti anni. La loro conversazione, un incontro di accenti da ogni angolo della penisola. Ridono quando la macchina del caffè emette uno strano sbuffo. Intorno il mercato si risveglia, i camerieri sono occupati a strofinare i tavoli umidi. Il settore della ristorazione a Londra è ancora vivace e offre qualche opportunità, anche se la concorrenza per trovare lavoro si sta facendo spietata.

Le stime approssimative sul numero di italiani nel Regno Unito indicano circa seicentomila presenze stabili. Metà nella capitale, metà nel resto del paese. Gli ultimi dati dell’Office for national statistics davano 44mila arrivi italiani nell’anno passato, con un aumento del 66 per cento rispetto al precedente: superiore a quello degli arrivi dagli altri paesi sudeuropei in crisi. Secondo l’aggregatore di annunci di lavoro reed.co.uk i candidati italiani a Londra sono aumentati del 300 per cento in quattro anni. Dati dell’ambasciata italiana dicono che il 60 per cento dei nuovi arrivi ha meno di trentacinque anni, il 25 per cento fra i trentacinque e i quarantaquattro. La sfilata di numeri delinea una curva netta. Il numero di giovani italiani che prova a entrare nel mercato del lavoro del Regno Unito non smette di accelerare.

Secondo il luogo comune del “cervello in fuga”, che ha dominato l’immagine dell’emigrante italiano degli ultimi due decenni, la nuova ondata migratoria dovrebbe essere formata in maggior parte da professionisti e lavoratori intellettuali, destinati a incontrare il successo che gli è negato nella madrepatria. La percentuale di laureati e professionisti rimane certo alta. Le storie di neoimmigrati italiani che inventano business di successo o ottengono ruoli di primo piano nella City o in qualche università restano frequenti. Gli italiani sono ottavi nella classifica del numero di imprenditori stranieri nel Regno Unito. Sono presenti in modo massiccio nella Tech City di Shoreditch, la versione londinese della Silicon valley.

D’altro canto, però, sono presentissimi anche dietro i banchi di negozi e ristorazione. E non solo i negozi del made in Italy o i locali italiani del mercato di Brixton. Ogni volta che si entra in uno Starbucks, due volte su tre c’è un italiano a servire. I lavori a bassa retribuzione che fino a un paio d’anni fa venivano svolti soprattutto da immigrati dell’est Europa – punti vendita delle megacatene, Starbucks e altre catene di coffee shop, Pret à Manger, Eat e via dicendo – adesso sono svolti in maggior parte da giovani sudeuropei. Molto spesso italiani. Bassa paga oraria, turni flessibili, niente mance. Per le grandi catene il flusso di lavoratori sudeuropei è la cinquina del bingo. Sono giovani, sorridenti, hanno una buona etica del lavoro. Sono europei e quindi possono essere assunti senza burocrazia. E hanno bisogno urgente di lavorare.

Per molti ragazzi italiani servire dietro il banco anonimo di una catena è una tappa provvisoria. Macchine del caffè, una stanza in affitto in zona 3, la metro per andare al lavoro. Per altri si tratta di un compromesso. Per altri è semplicemente un lavoro – quello che non c’era nella provincia italiana da cui arrivano. Lo stereotipo della fuga dei cervelli ha smesso da tempo di adattarsi ai nuovi flussi migratori. Si tratta di una fuga, punto.

Dunque, mettere un tetto agli ingressi di lavoratori europei nel Regno Unito è al momento impossibile, oltre che poco auspicabile per le grandi aziende che li impiegano. Come dare un segnale rassicurante agli elettori di destra? Ecco il problema di Cameron. La sua soluzione è concentrarsi sul welfare.

Il premier ha annunciato un piano per escludere i lavoratori europei dal sistema dei benefit, i sussidi dello stato. Il piano prevede che i cittadini europei potranno chiedere sussidi solo dopo aver vissuto e lavorato nel paese, ovvero pagato tasse, per quattro anni. Inoltre saranno espulsi se ancora disoccupati dopo sei mesi di permanenza. Voci critiche hanno evidenziato che si tratta di misure demagogiche, visto che il ricorso degli immigrati dall’Unione europea al sistema dei sussidi finora è stato marginale. Boris Johnson, il sindaco di Londra, ha osservato che gli europei vengono a cercare lavoro e non sussidi.

L’unico tipo di sussidio che gli immigrati europei tendono a chiedere in qualche misura significativa, come rivelato dal centro di ricerca Open Europe, è quello dei cosiddetti in-work benefit: sussidi a coloro che hanno un lavoro ma uno stipendio troppo basso per sopravvivere. Non è una gran sorpresa. L’economia britannica è in crescita, una crescita però permessa anche dalla stretta sulle retribuzioni per i lavori meno qualificati. Come quelli offerti dalle grandi aziende affamate di manodopera europea.

La realtà è che Cameron non guarda ai numeri quando propone il taglio dei sussidi. Sa che la sua proposta colpisce su un altro piano. L’elettorato britannico avverte un vago senso di ingiustizia: perché qualcuno che non ha ancora contribuito al sistema dovrebbe avere il diritto di arrivare e chiedere subito qualcosa? No, piuttosto una domanda che si sposa al generale sospetto verso le regole dell’Unione europea, e a un certo spirito pragmatico-democratico anglosassone.

Eppure escludere gli europei dal diritto ai sussidi violerebbe a sua volta un principio di giustizia e di uguaglianza. La grande visione egualitaria europea, quella in cui ogni cittadino europeo ha gli stessi diritti ovunque vada in Europa, rischia di naufragare in suolo britannico. Anche su questo sarà scontro con Bruxelles e Merkel.

Camden, un giovedì pomeriggio. Appena svoltato l’angolo si nota la fila irrequieta fuori del job center, il centro per il lavoro. Chi si affaccia all’entrata deve affrontare un paio di inservienti dai modi spicci, non sempre conformi alla gentilezza british. La fila è formata da stranieri che hanno fatto richiesta di un National insurance number essenziale per lavorare nel Regno Unito. È un pomeriggio qualsiasi in un job center londinese qualsiasi: la pressione è costante e quotidiana. Nella fila si parla una varietà di lingue. Spagnolo e italiano dominano.

La richiesta di un National insurance number è stata per decenni il rito di iniziazione per chi si trasferiva nel Regno Unito. La novità oggi sta probabilmente nelle file che bisogna affrontare, e nel fatto che i funzionari che conducono le interviste hanno imparato frasi di italiano e chiedono, con noncuranza, il numero di codice fiscale.

Le tappe per sentirsi meno stranieri in un paese straniero sono varie e personali, e un paese come il Regno Unito, per il suo essere vicino e in apparenza accessibile, non sembra richiedere il salto radicale che può ancora richiedere, per esempio, un trasferimento negli Stati Uniti o in Australia. Di fatto, una delle difficoltà riguarda proprio il numero di altri stranieri, magari connazionali, con cui ci si trova a competere. È facile sentirsi integrati quando si trova un buon lavoro ad attenderci. Forse un poco meno quando si fa la fila fuori da un job center assieme a una folla di altre persone. Sul sito di annunci Gumtree laureati italiani offrono lezioni di lingua a otto sterline l’ora, meno del living wage – la tariffa oraria considerata il minimo per una vita dignitosa – londinese.

Finora, il numero degli italiani non è citato troppo spesso nel dibattito sull’immigrazione. A lungo i media si sono concentrati sugli allarmi per gli arrivi in massa dall’Europa dell’est, oppure sugli spagnoli. La presenza spagnola è così forte da aver ispirato una webserie sulla vita di un gruppo di giovani spagnoli a Londra. Eppure i numeri italiani sono comparabili. In un articolo di qualche mese fa, il Sun provava a smascherare i veri protagonisti dell’“invasione”, dicendo che mentre tutti si preoccupavano degli arrivi dall’Europa dell’est, la grande ondata era arrivata dai Pigs – Portogallo, Italia, Grecia e Spagna. Lo stesso Cameron ha accennato in un paio di occasioni agli immigrati italiani.

Al congresso dei conservatori, a settembre, ha rilevato che gli aumenti maggiori nei flussi migratori sono quelli registrati tra chi proviene da Italia, Spagna e Francia. In una riunione al parlamento di poco tempo prima aveva menzionato lo stesso terzetto.

Stime recenti dicono che quattro milioni di immigrati sono entrati nel Regno Unito nell’arco di sette anni: di questi, gli europei sono solo una parte. Ciò che angoscia lo spirito britannico è però il fatto che l’immigrazione europea, italiana o spagnola, francese o portoghese, dai paesi dell’est o da quelli del sud, non sia controllabile con le regole attuali. Nessuna barriera. “People want grip. I get that. And I completely agree”, ha detto David Cameron. La gente vuole presa, controllo. Le stesse ambasciate nazionali faticano a fornire dati precisi sul numero di loro connazionali presenti nel Regno Unito: le autorità britanniche, a maggior ragione, stentano ad avere un quadro esatto.

In questo clima, l’istituto British Future ha pubblicato una ricerca. Circa metà degli intervistati ha un atteggiamento aperto verso l’immigrazione, ma chiede garanzie e controlli. È questo uno dei motivi ricorrenti che dominano il dibattito in corso. Un altro riguarda l’impatto che un’immigrazione europea incontrollata avrebbe sui servizi pubblici, messi sotto assedio da un aumento troppo veloce della popolazione. Sanità, scuole, trasporti, edilizia pubblica. A differenza della Germania, dove l’alto numero di immigrati compensa il calo demografico in corso, il Regno Unito è preoccupato dalla crescita demografica. Senza contare che molti servizi pubblici – questo forse il vero problema – sono già indeboliti da privatizzazioni e cali dei finanziamenti.

Nigel Farage sa che le soluzioni proposte da Cameron, stretto fra pressioni contrastanti, non suoneranno mai sufficienti. Come sempre, i partiti populisti avanzano quando la complessità si fa difficile da gestire. Quando raccontò il suo celebre aneddoto di aver viaggiato su un treno di Londra senza riuscire a sentire nessuno che parlasse inglese, Farage dimostrò la sua astuzia populista, e insieme il rifiuto di capire la complessità di una metropoli come Londra.

Durante quel viaggio in treno, Farage sentì senza dubbio parlare anche italiano. In una classifica pubblicata tre anni fa l’italiano era la quattordicesima lingua più parlata a Londra, oggi è sicuramente tra le prime dieci. Sui treni, sugli autobus, nelle palestre, nei pub, ovunque risuona la lingua morbida del Belpaese. Bambini che giocano vociando in italiano al parco. Uomini in giacca e cravatta che imprecano al telefono in italiano mentre escono da un ufficio. I cassieri di un Whole Foods, il supermercato chic di cibo sano, che scherzano in bolognese. Una voce che intona Sei bellissimo, una mattina presto, su una strada bagnata di rugiada vicino Brockwell park.

Nel grande coro della città gli italiani sono una delle voci principali. Se nella capitale e nel paese ci sia posto per altra italianità, e per altra presenza europea, è una domanda per il futuro, molto molto prossimo.

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Di Alzheimer non si parla (soprattutto in Italia) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/#comments Thu, 18 Sep 2014 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23366 Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

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Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

Eppure l’Alzheimer, dal nome del dottore bavarese Aloysius Alzheimer che per primo riconobbe nel 1901 sintomi inediti in una signora ricoverata in un centro a Francoforte, è una malattia seria e non una mera questione di distrazione o smemoratezza. La forma più comune di demenza è diventata un’epidemia. Se ne sono accorti anche gli sceneggiatori di House of Cards, quale migliore banco di prova per lo storytelling: c’è uno scoglio contro cui l’ambizione sanguinaria di Frank Underwood – in cerca di voti utili per la riforma delle pensioni – è costretta ad arenarsi. Quell’argine è la malattia che ha colpito la moglie del deputato Donald Blythe e che non può essere oggetto di baratto nel mercato di Washington: l’Alzheimer.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Alzheimer è stato con mia nonna, una donna di nome Wanda e di cognome Guerra. La malattia ha ridotto a spenta litania questo binomio battagliero e la sua parlantina piena di aneddoti. Poi nel 2008, quando ero al lavoro al desk del Riformista, arrivarono le foto d’agenzia di un Peter Falk smarrito, con l’aria strapazzata, ridotto a vagare per le strade di Beverly Hills in stato confusionale. Falk era scappato di casa, urlava ai passanti, gesticolando come un pazzo. La sagoma del tenente Colombo, nel telefilm un po’ arruffata e sorniona ma nel pieno controllo di sé, era completamente abbandonata, alla deriva, persino incattivita. L’anno dopo è arrivata la diagnosi per mio padre. Adesso so che esistono dei sistemi Gps per rintracciare le sue fughe da casa, quando le smanie si fanno irrefrenabili. So che non esiste un esame che certifichi l’ereditarietà ma solo una probabilità. Ma soprattutto ho scoperto che la perdita cognitiva è solo la facciata dell’Alzheimer dietro cui c’è il disturbo dei comportamenti, molto più violento, vedi Peter Falk. Le foto di molti reportage domestici sulla malattia, con quelle facce rugose e arrese alla demenza, sono paradossalmente foto in tempo di pace. Nella crepa della memoria si infilano deliri, allucinazioni, vagabondaggi.

Mio padre fa parte di quel milione di italiani affetti da demenza. È una stima, i dati non sono mai precisi, ma è bene moltiplicare per tre, coinvolgendo i nuclei familiari, dove la classica famiglia diventa la prima badante, in gergo tecnico caregiver. Si stimano tra questi affetti da demenza almeno 650 mila malati di Alzheimer, la forma più riconosciuta di progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Vale a dire incapacità di acquisire nuove informazioni e pianificare gli atti, impossibilità di ricordare fatti della vita recente, perdita della capacità esecutiva, perdita della memoria semantica, incapacità di trovare parole necessarie per qualsiasi discorso. Questo accade perché nel cervello si forma un eccesso di proteina beta-amiloide. Le proteine si aggregano fino a formare placche e fibre aggrovigliate.

Chi può riguardare questa degenerazione? Siamo con il Giappone il Paese più vecchio del mondo e l’irreversibile Alzheimer rappresenta un’emergenza reale proprio perché l’invecchiamento è l’unico fattore certo di rischio, e infatti le donne – più longeve – sono le più colpite. Si sa che si è allungata l’età media, ma pure l’anzianità è cambiata. Un uomo di 70 anni oggi è un senior, come direbbero in azienda, ma non è di per sé un “rincoglionito”, come vorrebbe la vulgata pronta alla battuta feroce sull’Alzheimer. Probabilmente per la fretta di ricollocarsi presso gli elettori suoi coetanei, Berlusconi a maggio disse di esserne malato, ma si riferiva appunto a delle innocue amnesie. Come saremo percepiti noi quando avremo 70 anni?

Mentre in famiglia si andava prendendo confidenza con l’Alzheimer, sui giornali ogni tanto piovevano dichiarazioni roboanti e numeri sempre più clamorosi, non però dall’Italia. Nel 2012 l’investimento di 150 milioni di dollari da parte di Obama per la cura e la prevenzione, nel dicembre 2013 a Londra i leader del G8 dichiarano l’Alzheimer un’emergenza sanitaria mondiale. Cameron usò toni epici: «Non importa dove voi viviate, la demenza ruba le vite e distrugge le famiglie. È per questo che noi siamo qui riuniti e siamo determinati a sconfiggerla». Dall’Italia nessun proclama e nessun ministro presente al G8. Gabriella Porro Salvini, presidente della Federazione Italiana Alzheimer, la racconta così: «La Lorenzin non ha mai risposto alla lettera di invito a firma congiunta nostra e dell’Alzheimer’s Disease International. Ha inviato il direttore del dipartimento della prevenzione del ministero, ma noi non siamo riusciti a partecipare perché dallo stesso non ci è arrivata la lettera di accreditamento».

Sull’Alzheimer i riflettori in Italia sono accesi da poco. Decenni fa si parlava genericamente di arteriosclerosi cerebrale, poi è arrivato il termine demenza, che però è un magma, perché tutte le demenze hanno storie e meccanismi diversi. L’Alzheimer vive di fama riflessa dei grandi numeri globali, quelli italiani non hanno popolarità. In questo vuoto chi si è organizzato sono stati i singoli cittadini, che hanno poi dato vita alle associazioni dei familiari, una galassia di gruppi di volontariato che oggi costituisce l’unica rete di protezione per i malati e le famiglie.  La presidente dell’Aima è la tenace Patrizia Spadin, che risponde personalmente al numero verde: «È cambiato tutto rispetto a 30 anni fa, quando l’Alzheimer era noto a uno sparuto numeri di medici, i soli che viaggiavano all’estero. Non si conosceva nulla, neanche le caratteristiche. Adesso la malattia è nota». Idem per Porro Salvini, che per capire cosa fosse successo alla mamma a metà Anni ‘80 cercò di parlarne con altri familiari: «Ho avuto qualche tipo di informazione solo così. D’istinto non ne volevo più sapere, ma poi ho sentito la necessità di dover raccontare la mia esperienza agli altri». Oggi la Federazione raccoglie 47 associazioni. Le famiglie però restano fondamentali: «È difficile che venga fatta la diagnosi al solo malato, non c’è un protocollo come per il cancro e i tumori».

Gli stessi farmaci specifici per l’Alzheimer, gli inibitori dell’acetilcolinesterasi – ovvero Galantamina, Rimastigmina, Donepezil e Memantina – sono in commercio solo dal 2000 (rimborsabili dal 2005). Gli altri farmaci, quelli per i disturbi comportamentali, i cosiddetti neurolettici, sono sul mercato per pazienti psichiatrici, nei bugiardini non c’è scritto demenza, e le difficoltà nella prescrizione non sono poche. Soltanto tredici anni fa, con il progetto Cronos firmato da Rosy Bindi, sono state create le Unità Valutative Alzheimer, le uniche a poter prescrivere quei farmaci e a fare la diagnosi. È stato creato anche un registro di malati, ma tutta l’organizzazione è disomogenea, varia da regione a regione. I centri Uva non sono stati finanziati dal Governo, «ma si basano su risorse esistenti, si appoggiano a ospedali, presidi e Asl» confessa Spadin. «L’assistenza per le famiglie, l’unico modo per contenere il problema, latita: non ci sono fondi da stanziare. La medicina inoltre punta sempre alla guarigione, ma la cura per l’Azheimer non è data solo dalla medicina».

Michele Farina del Corriere della Sera ha iniziato nel 2012 una lunga inchiesta sull’Alzheimer, ma non è stato facile raccontare la malattia in Italia: «Non ci sono standard di cura, variano da regione a regione. È enorme la difficoltà di avere referenti che ti diano un quadro della situazione, è tutto spezzettato. Non esiste una task-force ministeriale a tempo pieno per l’Alzheimer». Neanche il dizionario è certo: non tutte le Uva si chiamano così. Solo a novembre 2014, tredici anni dopo Cronos, l’Iss presenterà il primo censimento su Uva, Centri diurni e Residenze sanitarie assistenziali. Siamo insomma un fanalino di coda rispetto ai grandi piani internazionali.

Il 19 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Uniti ha invitato in Campidoglio il ministro Lorenzin per parlare del nuovo Piano per le demenze. Al momento però il piano non è ancora firmato, e chissà se lo sarà prima dell’evento. Il piano è stato redatto dal ministero dopo aver chiamato i referenti delle regioni per le demenze e l’Istituto superiore della Sanità. Un lavoro di sette mesi che è sul tavolo della segreteria in attesa di andare alla Conferenza Stato-Regioni. La novità è l’istituzione del Pdta, Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, dal medico generale fino agli specialisti. Per il 14 novembre, nell’ambito del semestre europeo, il ministero della Salute ha lanciato un convegno internazionale sulla demenza che verrà comunicato a breve. Sembrerebbe la risposta italiana al G8 londinese. Le associazioni si augurano che il Piano venga finanziato dal ministero, perché «se le linee guida come per Cronos lasciano la scelta alle regioni, queste potrebbero decidere di non spendere. La rete di assistenza odierna è ancora parziale perché ruota intorno ai centri Uva, il ministero delle Politiche sociali non è mai intervenuto». Bisogna fare pressione sulle regioni per una migliore programmazione nell’apertura di servizi, mettere in rete più informazioni e documenti possibile, creare un’anagrafe dell’Alzheimer.

Intanto sono emersi nuovi fattori di rischio, con nomi comuni ad altre malattie ma mai associate all’Alzheimer: diabete, ipertensione, obesità, attività fisica, depressione, fumo, bassa scolarità. Le stime per i prossimi 20 anni parlano di 3 milioni di affetti da demenza. I farmaci anticorpi monoclonari – nuovi, potenti e in azione in America – sono molto costosi, ma probabilmente detronizzeranno quelli attuali. Chi pagherà? Bisogna poi iniziare a parlare di prevenzione, che è l’esatto opposto della condanna.

Lo stigma dell’Alzheimer è una cosa tutta italiana. «Il muro dell’“io ce l’ho” – racconta Farina – non l’ha sfondato ancora nessuno, questa assenza dice qualcosa, è il segno di una realtà sommersa nonostante i numeri». «La verità è che i malati di Alzheimer sono troppi – confessa Porro Salvini – e fanno ancora troppa paura. Manca un testimonial e soprattutto, in Italia, c’è il tabù». La discrezione sui nomi illustri è viziata dal fatto che spesso non sono più in grado di fare dichiarazioni: la diva del cinema , l’allenatore dello scudetto dei miracoli, lo showman, il grande scrittore. Prevale la privacy dei familiari. «Non siamo americani – dice Spadin – non siamo abituati ad avere afflati da coming out. L’Alzheimer viene vissuto spesso come una perdita di dignità e il nostro sistema sociale non fa niente per impedire questo e colmare i vuoti che la malattia lascia. Se ci fosse una rete d’accoglienza ampia, l’atteggiamento sociale sarebbe diverso. Non sono lontane le memorie dei maltrattamenti dei vecchi dementi, da parti di santoni e guru. Oggi sappiamo cosa ci serve, questa è la differenza se scoprissi oggi che mia madre è ammalata».

Insomma l’Alzheimer è per le famiglie ancora una questione privata, mentre per gli altri, i sani, è uno spettro di cui ogni tanto si dà notizia quando muoiono personaggi internazionali come Annie Girardot e Margareth Thatcher. La versione di Barney è un dramma conosciutissimo ma non esiste ancora un equivalente italiano. Tra gli ultimi ci hanno provato l’attore Giulio Scarpati con il libro Ti ricordi la Casa rossa?, il giornalista Flavio Pagano con Perdutamente, Pupi Avati con Una sconfinata giovinezza (tra l’altro il suo peggior flop, per diretta ammissione). Racconti delicati, ma ci vuole una voce forte. Manca quindi chi decida di salire sopra le spalle di questa gigantesca perdita di sé chiamata Alzheimer e ne parli in prima persona. Il ricercatore Richard Taylor lo ha fatto, e l’Alzheimer’s Disease International gli ha affidato il progetto I Can, I Will.

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Marx 2.0? “Il Capitale del XXI secolo” – Incontro con Thomas Piketty https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/ https://minimaetmoralia.it/editoria/incontro-con-thomas-piketty/#comments Mon, 15 Sep 2014 13:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23234 Pubblichiamo l'intervista che Marco Cicala ha fatto all'economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell'uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

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Pubblichiamo l’intervista che Marco Cicala ha fatto all’economista francese Thomas Piketty per il Venerdì di Repubblica, in occasione dell’uscita italiana del suo libro Il capitale nel XXI secolo (edito da Bompiani, traduzione di Sergio Arecco). Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Marco Cicala

Parigi. L’hanno definito il Marx 2.0. Sul suo libro hanno oscillato il turibolo benedicente guru della stazza di Paul Krugman o Joseph Stiglitz. I consiglieri economici di Barack Obama lo hanno convocato a palazzo per farsi spiegare le sue ricette in materia di lotta alle disparità sociali. Per gli accusatori, il francese Thomas Piketty non sarebbe invece che l’ennesimo gauchista plutofobo, magari tendenza Occupy Wall Street, dispensatore di soluzioni retrò, interventiste, vetero-stataliste – tipo una tassazione progressiva sui grandi capitali. Insomma, l’ultimo coniglietto spuntato dal cilindro di un keynesismo fuori tempo massimo. Per confutare le sue idee, la cosiddetta stampa neoliberista – Financial Times in testa – ha sguinzagliato tutta una muta di esperti, giornalisti da punta e da riporto. Ma il risultato della demolizione è stato piuttosto deludente. Si è cercato di cogliere in castagna Piketty aggrappandosi a minutaglie, errori marginali stanati nelle 950 pagine del suo Il capitale nel XXI secolo, che adesso esce in Italia da Bompiani. In Francia ne sono andati via 150 mila esemplari. Però, con mezzo milione di copie vendute, è stata la versione in inglese a farne un caso editoriale e un titolo à la page.

Hanno scritto: miracoloso che un ponderosissimo saggio di economia irto di cifre e tabelle sia diventato un bestseller. Forse non si erano accorti che Le capital au XXIe siècle non è solo un libro di economia. La chiave del suo successo risiede probabilmente nel fatto che torna a piazzare al centro della riflessione un tema di calda popolarità quale quello delle diseguaglianze, trottando fra storia, politica, sociologia, letteratura – da Balzac a Jean Austen; con occhiate sbarazzine al cinema – Titanic, Django Unchained – e alle serie tv americane: Dr. House, West Wing, Dirty Sexy Money… Intendiamoci, non è danzante pop economy, ma nemmeno un volumone per roditori di equazioni, grafici e statistiche. «Più che un economista, mi considero un ricercatore in scienze sociali. Le frontiere disciplinari non sono così nette come pretendono molti economisti, sentendosi depositari di un sapere scientifico esclusivo. Un’illusione totale» dice Piketty, 43 anni, nel suo ufficetto all’Eep, L’École d’économie de Paris, dove insegna. Uno studiolo monastico, angusto. C’è spazio solo per un paio di scaffali, non più di due sedie e la scrivania. Sopra, il cellulare del professore: non proprio di ultima generazione.

«Nel libro, che è il risultato di un lavoro collettivo, cerco di riprendere una tradizione di economia politica, studio dei processi sul lungo periodo, che si è un po’ eclissata» sintetizza. «Ho provato a ripercorrere la storia della ricchezza nei secoli e in una ventina di Paesi. Se vuole, è il racconto delle metamorfosi del denaro e delle forme di potere che le hanno accompagnate». C’è chi ha visto nel titolo un ammiccamento astutamente commerciale a Das Kapital di nonno Marx. Ma Piketty precisa: «Io parlo di capitale, non solo di capitalismo. Il capitale – nel senso di fortuna, ricchezza, patrimonio più o meno consistente, pubblico o privato – precede il capitalismo. Ed eventualmente continuerà a esistere anche dopo di lui». È grosso modo nel XVIII secolo che inizia ad affiorare una documentazione sistematica sullo stato delle ricchezze nazionali. «In Francia, la Rivoluzione non ha creato una società ideale, ma è da quel momento che si cominciano a monitorare i patrimoni immobiliari e finanziari». Piketty insegue le avventure del denaro nella modernità attraverso il rapporto fluttuante fra tassi di remunerazione del capitale – cioè quanto rende un patrimonio – e tassi di crescita, vale a dire – semplificando – i redditi da lavoro, salari e stipendi, da che esistono cose del genere. Nel confronto tra capitale e crescita è schematizzata la parabola delle diseguaglianze. Che oggi, secondo Piketty, sarebbero tornate ad acuirsi retrocedendo ai livelli di oltre cent’anni fa. Zona Belle Époque, per capirci. Coi patrimoni che crescono di nuovo cinque o sei volte più velocemente dei redditi. Una regressione? «Diciamo la ripresa di una continuità storica. Nei secoli, la divergenza tra capitale e crescita è stata la costante, la regola. E il passaggio dalla società agraria a quella industriale ha mutato la situazione meno di quanto si creda. È solo in una fase circoscritta del Novecento che si produce provvisoriamente un’inversione di rotta. Specialmente nel cosiddetto Trentennio glorioso  1945-’75, assistiamo a una diminuzione delle disparità. Per un concorso di fattori. Da un lato la brutale contrazione dei patrimoni polverizzati dalle Guerre mondiali. Dall’altro per effetto delle politiche di ricostruzione. Sono gli anni della tassazione progressiva, dello stato sociale, delle conquiste sindacali». La compresenza di questi elementi – unitamente all’impennata della produttività e allo sviluppo demografico culminato nel baby boom – «portò a un riequilibrio. Fu una parentesi, ma i suoi esiti sono stati talmente prolungati da far pensare che si fosse entrati irreversibilmente in un mondo nuovo».

Ecco invece che dagli anni Ottanta la crescita riprende a calare, «riassestandosi su quote ottocentesche», e la curva della natalità inizia a precipitare. «Oggi in alcuni Paesi europei la crescita è dell’1 per cento o addirittura in negativo. Valutata in senso strettamente economico, questa situazione non sarebbe più problematica di tante altre. Lo diventa se analizzata sul piano delle conseguenze sociali che determina». E che potrebbero essere riassunte in nuova vertiginosa concentrazione delle ricchezze. Il cocktail di crescita debole e bassa natalità allestisce secondo Piketty uno scenario dove patrimoni, rendite, eredità riacquistano un peso «del quale negli ultimi decenni ci eravamo dimenticati». I capitali accumulati nel passato staccano in volata quelli che sono frutto del lavoro dei vivi. «Le generazioni del baby boom si sono fatte in larga misura da sole. Mentre per quelli nati tra i 70 e i 90 l’eredità, o comunque il patrimonio familiare, assumono un’importanza pressoché sconosciuta ai loro coetanei del dopoguerra». Una situazione su cui la demografia ha la sua bella incidenza – insiste Piketty, con un esempio iperbolico: «In una società dove molti hanno, mettiamo, dieci figli, non puoi fare troppo assegnamento sull’eredità, visto che ogni volta dovresti dividerla in dieci parti».

Se l’andazzo è questo, rischia di ridiventare di preoccupante attualità il cinico pistolotto che in Papà Goriot di Balzac (1835), quell’irresistibile farabutto di Vautrin rivolge al giovane rampante Eugène de Rastignac. Dicendogli in sostanza: che futuro vuoi aspettarti in una società come la nostra sgobbando a forza di studio e lavoro? Tanta fatica e sottomissione per poche e risibili soddisfazioni. Meglio addentare subito una cicciosa dote quale quella della signorina Victorine che, d’accordo, sarà pure una racchia, ma ti garantirebbe una rendita annua di 50 mila franchi. Chiosa Piketty: «Ora non intendo sostenere che nel 2014 ci troviamo ricatapultati nelle condizioni del mondo balzachiano. Sarebbe esagerato. Titoli di studio, competenze, diffusione delle conoscenze giocano ancora un ruolo importante nella riduzione delle diseguaglianze». Ma resta il fatto che le nuove sproporzioni tra patrimonio e reddito ammaccano di brutto l’idea meritocratica – sia essa favola o realtà – che è il sale delle democrazie di mercato. Cioè società fondate sul valore lavoro. Dove, per tradizione, la rendita è guardata con sospetto, se non con odio. Cascame parassitario di un capitalismo Ancien régime dal quale, con più di un’illusione, ci si credeva emancipati. Mentre eccolo riemergere nelle forme di un sistema in cui le famose chances  sembrano anchilosate e le derive oligarchiche sono dietro l’angolo.

Ma i paradossi della ricchezza non si sgranano soltanto lungo il confine tra facoltosi e meno abbienti. Sbocciano pure nel cuore dei maxi-capitali. Prendi Bill Gates. Tra 1990 e 2010, il patrimonio di Mr. Microsoft è cresciuto da 4 a 50 miliardi di dollari. In proporzione, allo stesso ritmo di quello su cui siede Liliane Bettencourt, ereditiera L’Oréal, la cui fortuna è passata nello stesso ventennio da 2 a 25 miliardi di verdoni. Embè? Dove sta la bizzarria? «Nel fatto che Gates è un imprenditore, mentre Bettencourt non ha mai lavorato. Tutto le viene da papà Eugène Schueller che fondò l’azienda cosmetica nel 1907 ed è morto 57 anni fa!». Da allora, Madame alloggia nell’Olimpo delle rendite monstre. Ma Piketty frena: «Non si tratta di fare distinzioni morali tra l’imprenditore buono e dinamico contrapposto al perfido, arroccato rentier . Perché nei grandi patrimoni le due figure spesso convivono». Come testimoniavano già i capitalisti balzachiani: «Prima di diventare rentier , Goriot è un pastaio che fa fortuna vendendo vermicelli. Quanto a César Birotteau, sul finire si lancia in un’operazione immobiliare che segnerà la sua rovina, ma aveva cominciato coi prodotti di bellezza. Esattamente come Monsieur L’Oréal». Audacia e speculazione; denaro che cresce nel movimento, nell’innovazione, nel rischio o che si autoriproduce da solo, se non altro perché è proprio tanto. «Deregulation e complessità crescente dei prodotti finanziari hanno certamente esacerbato la diseguaglianza tra i rendimenti da capitale». Oggi – dai fondi petroliferi con cui hanno fatto bingo gli oligarchi russi alle maxi-dotazioni delle grandi università americane – «i grossi portafogli possono accedere a remunerazioni dell’8-10 per cento che restano precluse a chi si presenta in banca con diecimila euro».

Tallonando l’avvitamento a spirale di un capitalismo sempre più patrimoniale, dinastico o familistico, il libro di Piketty analizza anche lo stato della ricchezza in Italia. A suo parere, «un caso estremo e perciò paradigmatico». Perché, da noi, alle tendenze generali condivise con altre economie europee si sommano fattori peculiari. In sintesi: «Livelli demografici che, senza l’immigrazione, sono quasi negativi. E una pauperizzazione dello Stato più marcata che altrove». Questo «sostanzialmente per via delle privatizzazioni – che hanno ridotto gli attivi pubblici, – e a causa dell’entità del debito». In compenso, sebbene una parte del Paese sia sempre più indebitata, la ricchezza privata è aumentata. A livelli persino spettacolari. Scrive Piketty: «Anziché pagare le tasse per equilibrare i bilanci pubblici, gli italiani – quantomeno la media – hanno prestato denaro allo Stato acquistando buoni del tesoro o attivi pubblici e accrescendo così il loro patrimonio senza accrescere il patrimonio nazionale». E dove sono finiti i quattrini del risparmio? In stragrande maggioranza nel caro vecchio mattone. Magari a gonfiare il soufflé delle bolle immobiliari. Aggiungeteci che da noi il rapporto tra capitale e reddito è ormai sbilanciato in favore del patrimonio a livelli record e avrete Renditopoli. L’Italia paradiso dei rentier.

Le peripezie della ricchezza variano naturalmente a seconda delle latitudini, ma Thomas Piketty è convinto che una crescita sempre più in affanno dietro alle remunerazioni patrimoniali sia tendenza che accomuna ormai i Paesi industrializzati e la chiave per spiegare l’aumento delle disparità. Diseguaglianze di cui si fa un gran parlare anche negli States. Dove – checché se ne pensi – non sono sempre state così aspre. «In Europa» dice il professore «abbiamo tendenza a considerare gli Stati Uniti terra dei grandi contrasti di ricchezza. Perché ci fissiamo sulla fase del post- reaganismo. Ma guardi che fino agli anni 30, gli Usa sono più egualitari dell’Europa. Il Paese era giovane; i capitali non tanto concentrati essendoci stato meno tempo per accumularli; la tassazione su patrimoni e successioni molto elevata. In America, tra le due guerre, questo sistema era segno di distinzione e motivo di vanto: non volevano riprodurre le società classiste del Vecchio continente, non volevano assomigliargli. Oggi sono alle prese con un tasso di diseguaglianza incompatibile con quella tradizione». A proposito di States: negli anni 90, dopo aver insegnato al Mit, Piketty volta le spalle all’America e se ne torna a lavorare in Europa. Divergenze di metodo: «Nei dipartimenti di economia delle università americane c’è una specie di disprezzo verso le altre discipline. Rientrando in Francia volevo riavvicinarmi a una tradizione più aperta allo scambio tra saperi. Detto questo, come fai a parlar male dei campus americani? Sono posti formidabili. Mentre le università francesi o italiane spesso fanno acqua». È stata comunque la contraerea anglosassone a respingere con più zelo le sue tesi: «Sulle prime il Financial Times  mi ha trattato con curiosità e una certa simpatia. In seguito sono forse rimasti spaventati dal successo del libro. La curiosità è finita dove cominciavano gli interessi materiali dei  lettori. O almeno: di quelli che il FT  immagina siano gli interessi dei suoi lettori. Certa stampa ritiene di avere come missione quella di difendere gruppi sociali che il mio libro minaccerebbe» dice con smorfia perplessa. Ma è legittimo il sospetto che in un’epoca dove identità e culture politiche si fanno sempre più fluide, quello delle diseguaglianze non sia più un tema esclusivamente di sinistra? «Beh, in Inghilterra il governo Cameron, che non è tanto a gauche , ha tassato i patrimoni immobiliari più dei laburisti. In Spagna, il centrodestra di Rajoy ha reintrodotto l’imposta sul patrimonio abolita dal socialista Zapatero».

Suvvia, il Piketty-pensiero potrà non piacere, ma come si fa a dare dell’anticapitalista a uno che in ogni intervista ribadisce: «Il capitale è qualcosa di socialmente utile. La proprietà privata e il mercato sono necessari non solo all’efficacia economica, ma alle libertà e all’emancipazione»? Con uno spruzzo di ecologia, anche la croissance  gli piace un sacco: «Non sono un decrescista. Sono per la crescita e penso che possa ripartire se inventiamo energie pulite. Sono anche per la natalità. Ho tre figli: di 11, 14 e 17 anni. E vorrei averne altri». Auguroni. Quanto al suo preteso neomarxismo, lo liquida con un sorrisetto: «Sono diventato adulto assistendo al collasso dei regimi dell’Est. Come molti giovani ho abbastanza viaggiato in Romania, Bulgaria, Russia per immunizzarmi da ogni tentazione comunista».

Alla fine, riemergendo dalla lettura di Le capital…  come da una nuotata di fondo, ti dici che le analisi di Piketty sono innovative e persino avvincenti, mentre i suoi rimedi inducono a qualche scetticismo. Per esempio: come si fa a tassare capitali ormai senza frontiere? «Mica è così complicato, questioni quali il surriscaldamento climatico sono molto più rognose! Non è un problema tecnico, ma di organizzazione politica. E nessun Paese può più pensare di affrontarlo da solo. Per questo difendo l’idea che l’Europa o un nucleo duro di Paesi Ue facciano squadra in questo senso. Non si può rinunciare alla sovranità monetaria, portare avanti l’Euro mantenendo 18 sistemi fiscali e sociali in feroce concorrenza tra loro. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: populismi, ripiegamenti nazionali… Tendiamo a dimenticare che, malgrado tutto, i fondamentali dell’Ue sono buoni. L’Europa è ancora un posto molto ricco: rappresenta un quarto del Pil mondiale, più degli Stati Uniti. E a quanti gridano contro l’invasione dei capitali stranieri andrebbe ricordato che sono molti di più gli interessi europei all’estero che non il contrario! Quando disponi di una forza simile avrai pure qualche capacità di pressione». Già, ma in fatto di concertazione, l’Europa continua a dar pessima prova di sé. Contro chi taccia le sue soluzioni di velleitarismo, Piketty argomenta: «Nel secolo scorso la tassa sul reddito sembrava fantascienza, eppure ci si è arrivati. Però facciamo un esempio più recente: fino a pochissimi anni fa il segreto bancario in Svizzera pareva intoccabile, ma sono bastate un po’ di sanzioni americane contro le banche per cambiare le cose. La storia è piena di sorprese».

Sarà, ma quando il sorpresone di François Hollande fu la cosiddetta tassa Depardieu sulle grandi fortune tutto finì in un flop: «Perché, ripeto, nessun Paese può più illudersi di poter agire in solitario. Ad ogni modo, se i grossi patrimoni procedono a un ritmo compatibile con i redditi della classe media non c’è motivo di tassarli tanto. Se invece crescono al 7-8 per cento, come ci raccontano le classifiche Forbes, non si può dire che un’imposta del 1-2 per cento ammazzerà la crescita!». Epperò «da sole, più crescita e più concorrenza non risolveranno i problemi dell’Europa». Vallo a raccontare ai mercatisti . Chi sono? Quelli parodiati in un storiella apocrifa che tra gli economisti è un piccolo classico. Pare che il grande studioso e cattedratico a Yale Irving Fischer avesse addestrato un pappagallo. Che a qualsiasi domanda gli rivolgessero gli studenti dava sempre la stessa risposta: È la legge della domanda e dell’offerta! È la legge della domanda e dell’offerta, sgnak-sgnak!

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Nel fango https://minimaetmoralia.it/reportage/nel-fango/ https://minimaetmoralia.it/reportage/nel-fango/#comments Sun, 15 Dec 2013 15:30:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16400 Questo reportage è uscito su Lo Straniero.

di Stefano Talone

Quando la cittadina di Tewkesbury si è allagata nuovamente nel 2012, gli abitanti del posto hanno capito che la strada presa da qualche tempo non era sbagliata. Il loro odio, per il City Council e la sua politica di gestione delle emergenze è andato crescendo nel corso degli anni e lentamente si è trasformato in qualcosa di operativo chiamato Severn and Avon Valley Combined Flood Group, un'associazione che cerca di sopperire alle mancanze organizzative della politica locale.

Siamo al centro dell'Inghilterra rurale, nella regione delle West Midlands. Tewkesbury ha la particolarità che più volte negli ultimi anni è diventata un'isola artificiale a causa delle alluvioni. Quando succede il colpo d'occhio è spettacolare, con l'abbazia e il centro del paese contornati da uno specchio d'acqua putrida e marrone. I fiumi, Avon e Severn, si incontrano proprio a ridosso del villaggio e con la pioggia incessante dei mesi invernali capita spesso che vadano fuori dagli argini invadendo le pianure circostanti. Non a caso l'abbazia, che è l'unica attrazione turistica locale, è stata costruita su una piccola collina. Saggezza medievale!

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Questo reportage è uscito su Lo Straniero. (Immagine: Tewkesbury durante l’alluvione. Fonte immagine.)

di Stefano Talone

Quando la cittadina di Tewkesbury si è allagata nuovamente nel 2012, gli abitanti del posto hanno capito che la strada presa da qualche tempo non era sbagliata. Il loro odio, per il City Council e la sua politica di gestione delle emergenze è andato crescendo nel corso degli anni e lentamente si è trasformato in qualcosa di operativo chiamato Severn and Avon Valley Combined Flood Group, un’associazione che cerca di sopperire alle mancanze organizzative della politica locale.

Siamo al centro dell’Inghilterra rurale, nella regione delle West Midlands. Tewkesbury ha la particolarità che più volte negli ultimi anni è diventata un’isola artificiale a causa delle alluvioni. Quando succede il colpo d’occhio è spettacolare, con l’abbazia e il centro del paese contornati da uno specchio d’acqua putrida e marrone. I fiumi, Avon e Severn, si incontrano proprio a ridosso del villaggio e con la pioggia incessante dei mesi invernali capita spesso che vadano fuori dagli argini invadendo le pianure circostanti. Non a caso l’abbazia, che è l’unica attrazione turistica locale, è stata costruita su una piccola collina. Saggezza medievale!

Ma ora la situazione è peggiorata a causa del cambiamento climatico, dice l’Agenzia dell’ambiente inglese. Le piogge sono diventate più violente e il terreno non riesce più a drenare l’acqua delle precipitazioni.

Non è facile capire come il clima stia mutando o addirittura se stia mutando davvero. Nemmeno gli scienziati che lo studiano sanno con precisione quali saranno le prossime evoluzioni. A malapena azzeccano il meteo della settimana, direbbe qualcuno. Ma intanto noi ci abituiamo a quest’idea grazie alla propaganda di molte organizzazioni non governative che si occupano di ambiente e che, ovviamente, mettono sul banco degli imputati lo sviluppo industriale. Certo i cambiamenti climatici sono sempre avvenuti; alcuni campioni di ghiaccio risalenti a più di un milione di anni fa, prelevati ai poli, rivelano che l’intensità delle radiazioni a cui veniva sottoposto il pianeta al tempo, era diversa rispetto a oggi, cosa che indicherebbe una differente  temperatura sulla superficie terrestre.

Così come è vero che esiste un numero enorme di cause naturali che concorrono alle variazioni di temperatura: le macchie solari, l’intensità del campo magnetico terrestre, l’inclinazione dell’asse di rotazione della terra, le esplosioni vulcaniche. Tutto questo per arrivare a dire che il clima è qualcosa di molto più complesso di quanto ci si possa aspettare. Qualcosa che sfugge a una classificazione immediata. Eppure ci sono tre modelli scientifici che dicono che negli ultimi ottant’anni la temperatura del nostro pianeta è stata modificata dall’uomo più che da ogni altra causa naturale. Lo studio più affidabile sull’argomento è quello derivato da un modello economico.

Clive Granger era un gallese dall’aria allegra e con un lungo pizzetto sul mento, metà fulvo, metà bianco, che in California ha ideato un’equazione rivoluzionaria, e per questo ha vinto il Nobel per l’economia nel 2003. Se io ho un risultato, nel nostro caso l’alta temperatura dell’atmosfera, posso provare a sostituire alle incognite varie ipotesi che si avvicinino a quel valore. È come avere un’equazione a più variabili con il risultato già scritto. Bisogna solo capire come arrivare al prodotto. Granger aveva pensato questo modello per l’economia, inventando il metodo econometrico, ma alcuni scienziati del CNR di Roma hanno avuto l’idea di trasportarlo nello studio dei cambiamenti climatici. Chissà che gran guazzabuglio ne è venuto fuori, si può pensare. Invece la scoperta è sorprendente.

Il punto di partenza è stato sostituire alle incognite i fattori naturali accusati di mutare il clima, per esempio le tempeste solari o le variazioni orbitali del pianeta. Inserendo questi valori gli scienziati hanno notato che il risultato era distante dall’attuale temperatura, quindi non potevano essere questi i fattori colpevoli del riscaldamento globale e come loro tanti altri fenomeni considerati naturali. La cosa interessante è venuta dopo. Sostituendo cause umane nel modello, per esempio l’immissione di gas serra negli ultimi quarant’anni nell’atmosfera, si sono avvicinati moltissimo all’esito dell’equazione, tanto da dire che il loro studio era certo al 99%.

Ci sono varie storie che rendono l’idea di quanto il nostro stile di vita modifichi l’ambiente. Quella più d’effetto è questa: dopo l’11 settembre 2001 lo spazio aereo sopra New York è stato interdetto per tre giorni. Gli aeroporti La Guardia, Newark, il Kennedy, sono rimasti tutti con le serrande abbassate per motivi di sicurezza nazionale. Questo fatto ha dato la possibilità ad alcuni scienziati guidati da David J. Travis, dell’Università del Wisconsin, di studiare le interferenze delle scie di condensazione lasciate dagli aerei sulla temperatura. Mettendo insieme i dati degli ultimi trent’anni solo della città di New York, facendone una media, e confrontandoli con quelli dei tre giorni di blocco aereo, si sono accorti che nei tre giorni successivi agli attentati, la variazione della temperatura nella Grande Mela era stata più ampia di un grado.

Un grado in più, fra il massimo e il minimo di temperatura, comporta la spiegazione di certi fenomeni che si possono racchiudere sotto l’etichetta di oscuramento globale e che fanno capire quanto sia complicata la partita del clima. Questa teoria, che al momento ha parziali fondamenti scientifici, avalla l’ipotesi che a causa della costante immissione nell’atmosfera di minuscole particelle di vario tipo, chiamate in genere particolato, il nostro pianeta tende sempre più a essere coperto da nubi (la condensa si forma più facilmente attorno a questi piccoli nuclei di sostanze inquinanti). Quindi dimentichiamoci il cielo azzurro, che Alfred Hitchcock definiva come l’idea di quiete e pace. Con uno strato di condensa costante nell’atmosfera siamo destinati a vivere in un mondo sempre più in ombra perché i raggi solari non filtrano. Il progetto di Travis mirava in piccolo a dimostrare questo.

A partire dal 1950, si è notato un minore irraggiamento della crosta terrestre mentre con i satelliti è stato possibile fare uno studio sull’aumento di luminosità del nostro pianeta sopra le nubi. I raggi del sole colpiscono i corpuscoli in sospensione, le nubi, e vengono riflessi indietro rendendo la terra vista dallo spazio come un corpo sempre più brillante. Ma c’è di più. A un certo punto gli scienziati si devono essere chiesti che fine avrebbe fatto il riscaldamento globale, in un mondo che riflette la luce solare. Un mondo in ombra è un mondo più freddo, quindi non si può parlare tanto di aumento della temperatura, ma qualcuno deve avere risposto, con dati alla mano, che questo non voleva dire che il riscaldamento globale non continuasse a essere operativo. Forse le cose stavano andando peggio del previsto. Forse il clima stava diventando sempre più caldo, ma gli effetti erano mascherati dalle cortine di fumo che ogni giorno creiamo. Se siete un po’ romantici, secondo questa teoria, la terra sta diventando un posto ingannevole, dove l’inquinamento atmosferico ha mascherato da solo i suoi effetti. Curioso vero?

Anche se non ci sono ancora prove inconfutabili e molti ricercatori storcono il naso davanti a certi dati, quello che ci suggerisce questa tesi, che mette insieme la teoria dell’oscuramento globale con quella del riscaldamento globale, è che lo sviluppo umano e l’inquinamento giocano un ruolo importante non tanto per quello che producono (stiamo parlando sempre di alterazione del clima), ma per l’incapacità che abbiamo di prevedere dove ci porteranno. Non sappiamo se sia vero che l’eccesso di condensa che si lega al particolato, lassù nell’immenso cielo, droghi il riscaldamento globale mantenendolo basso. Ma proprio il fatto di non saperlo fa paura, perché vuol dire che qualcosa sfugge dagli schemi con cui valutiamo l’ambiente. E questo qualcosa potrebbe esserci fatale.

Gli stessi modelli di previsione dovendo tenere insieme una vasta quantità di variabili su scala mondiale, non sono così accurati come si potrebbe pensare. Fino a pochi decenni fa, non era scontato che fosse l’opera dell’uomo ad avere alterato il clima. Oggi ne siamo certi. Ma ci sono voluti anni e anni di studi per dimostrarlo. Smentite, confutazioni, battaglie tra scienziati, un’infinita quantità di articoli pubblicati ovunque nel mondo e gente che andava in giro raccogliendo i valori dell’acqua piovana nelle Filippine e l’intensità dei venti in mezzo all’Atlantico. In piccolo si è combattuta una guerra.

In tutte queste ricerche c’è stata un’altra verità che è venuta fuori e che si basa su dati ormai accertati. Il clima sta tendendo agli estremi, non è più equilibrato. Se volete iniziamo a capire qualcosa su come sta mutando. Un ricercatore mi ha parlato del problema delle precipitazioni in Inghilterra dove le piogge sono una costante, ma era anche difficile vedere degli acquazzoni da paese tropicale. L’acqua a quelle latitudini si accumula in nubi stratificate, povere di energia, anche se terribilmente fastidiose. In Amazzonia invece, date le alte temperature, i temporali sono violenti perché derivano da nubi chiamate convettive, ricche di energia. Con quel determinato tipo di clima le nuvole diventano voraci di acqua e si riempiono fino a esplodere in rovesci infuocati. Ma torniamo al Regno Unito, perché stranamente i temporali convettivi iniziano a presentarsi anche a queste latitudini. Ecco l’allerta lanciata dall’Agenzia dell’Ambiente inglese. La causa sembrerebbe proprio il riscaldamento globale, perché le nubi convettive si formano solo dove fa caldo.

Uno studio apparso su Nature Geoscience, prestigiosa rivista per addetti ai lavori, ha provato a misurare le piogge nella Germania sud-occidentale, con diverse apparecchiature: pluviometri ad alta risoluzione, radar e stazioni di avvistamento delle nuvole. Ci sono voluti otto anni per arrivare a mettere insieme una serie di dati apprezzabili. Non solo lo studio conferma che piove di più dove fa più caldo, ma anche che i temporali convettivi, sono molto più violenti con l’aumento della temperatura. E nel mondo, sia con l’oscuramento globale, sia senza, la temperatura sta crescendo.

Lo scenario che ci si prospetta a queste latitudini è interessante. Non solo la nuova partita è giocata tutta intorno al calore, ma anche sull’eccesso di pioggia che ne deriva. Più calore, più nuvole, aumento delle precipitazioni. Ma questo non deve stupirci, perché quello che deve impressionarci è che viviamo in una società che non supporta questo cambiamento, che non lo comprende e che non se lo aspettava.

A Tewkesbury l’alluvione più devastante è stata quella del 2007. Nelle regioni centrali inglesi non ha piovuto per intere settimane durante la primavera. Quando c’era un fronte di nuvole cariche di acqua in arrivo, cambiava traiettoria, lasciando i sudditi di sua maestà all’asciutto. La corrente del Jet Stream, una fettuccia di correnti d’aria che si muovono a 11.000 metri di altezza, con venti che soffiano anche a 480 kilometri orari, si crea tra la massa di aria calda tropicale e l’aria fredda polare. È una delle principali cause del meteo in Inghilterra. I due ammassi si incontrano in pieno oceano Atlantico e combattono una lotta per accaparrarsi porzioni di spazio sopra il mare. Spesso le compagnie aeree individuano dove si trova il Jet Stream, perché volarci dentro a favore di vento fa diminuire la durata di un viaggio. C’è un’altra cosa che bisogna tenere in considerazione, nella primavera del 2007 la temperatura dell’oceano Atlantico nord occidentale era più alta della media. Le nuvole che pascolavano sopra quella porzione di mare hanno iniziato a stoccare molta più acqua del solito gonfiandosi a dismisura. Poi a un certo punto il Jet Stream, che di solito rimane alto, passando accanto all’Islanda, ha perso quota, portando un vortice di depressione sopra l’Inghilterra e attirando gli ammassi nuvolosi che si erano caricati sopra l’Atlantico. Le centraline del Met-Office hanno registrato tempeste in arrivo da occidente a partire da metà giugno. Così venerdì 20 luglio è venuto giù l’inferno. 130 millimetri di acqua caduti in cinque giorni. Una delle peggiori alluvioni nella storia del regno unito e il luglio più bagnato dal 1776, cioè da quando in Inghilterra muoveva i primi passi la rivoluzione industriale (l’inizio del vapore direbbe qualcuno).

150,000 case inondate. Interi paesi sgomberati dalle autorità. A Tewkesbury il 21 luglio, dopo una notte passata sentendo solo il rumore della pioggia, si sono svegliati con l’elicottero di Sky tv e della Bbc che riprendeva le spettacolari immagini del paese trasformato in un’isola. Uno degli abitanti ha usato queste parole quando gli ho chiesto a cosa somigliava il posto: ”Hai presente il sud della florida, Keys West, tutte isolette collegate solo da un lungo ponte, qui era lo stesso”. Di certo non c’era il mare della Florida.

In pochi giorni è arrivato l’esercito che ha aiutato le persone ad abbandonare le abitazioni e a trasferirsi in alloggi di fortuna. Nelle case, le stanze con una pompa di sentina per aspirare via l’acqua si sono trasformate in rifugio. Vista l’affluenza di media da tutto il mondo, i vari politici locali hanno fatto la loro sfilata promettendo aiuti, ricompense e facendosi fotografare con l’acqua che gli arrivava alle ginocchia. Prima Gordon Brown, allora primo ministro, poi David Cameron, leder dei conservatori, che dichiarava che non avrebbe abbandonato nessuno in quelle condizioni. Ma la gente del posto, smaliziata, ormai pensa che i politici non diminuiscano i problemi, anzi in genere li aumentano. Non c’era acqua potabile nella zona. La Severn Trent Water, la ditta privata che gestisce la rete idrica nella regione, era andata sommersa e ha lasciato con i rubinetti asciutti 350,000 persone per 17 giorni. Mancava anche la luce. La centrale elettrica di Tewkesbury è all’ingresso del paese, vicino al City Council, e anche quella è andata sotto (stranamente non il City Council). I vigili del fuoco locali hanno dovuto lavorare per tre giorni di fila senza pause, prima di riattivarla.

Le notti dovevano essere maledettamente scure e silenziose, mentre il paese si svuotava. Pioggia, niente elettricità, acqua ovunque, freddo. Allora sono arrivati gli sciacalli da tutta la contea a ripulire le case lasciate incustodite. Hanno svaligiato le abitazioni di qualunque cosa potesse essere venduta e sono spariti nel nulla.

Dopo i camion dell’esercito che trasportavano tonnellate di bottiglie d’acqua usando lo stadio di Cheltenham come campo-base, i supermercati con gli scaffali vuoti e i giornalisti che asserragliavano la zona mostrando la nuova isola di Tewkesbury, si è formata una crepa all’interno della piccola comunità. È a questo punto che il Severn and Avon Valley Combined Group ha fatto la sua comparsa, proprio mentre l’Agenzia dell’ambiente stimava i danni per l’intero Regno Unito intorno ai 3,2 miliardi di sterline.

Gli anni successivi ci sono state alluvioni, ma mai devastanti come quella del 2007. Poi nel 2012, per quasi tutta la durata dell’anno si sono ricreate le condizioni per la tempesta perfetta. E ancora una volta dopo un periodo di siccità. A fine aprile sono caduti 55 mm di pioggia in pochi giorni, il 166% in più della media stagionale. I centralini dell’Agenzia dell’ambiente, dei distretti di polizia locali e dei vigili del fuoco sono andati in tilt. In poche ore il ministero dell’ambiente ha emesso 173 allerta alluvioni. E mentre interi paesi, per esempio Evesham, sotto Worcester, venivano sgomberati il Ministro dell’ambiente inglese, Richard Benyon, un uomo dall’aria fintamente furba che si fa ritrarre mentre pesca salmoni o con un falcone su un braccio, andava al Daybreak Programme e diceva: ”Questa pioggia è benvenuta, anche se crea qualche problema agli agricoltori e alle persone che rischiano di essere alluvionate. La verità è che abbiamo bisogno di pioggia per superare la siccità e avremmo bisogno di più piogge”. Certo, prima delle alluvioni la siccità aveva colpito duro, ma questo non toglie il fatto che le sue parole siano suonate poco opportune, rivolte a un paese che stava annegando.

Il Gloucester Echo, un piccolo giornale locale con sede a Cheltenham, a pagina 8 raccoglie le lettere dei lettori. Quelle giunte a luglio 2007, sono arrivate da tutta la contea contro i vari City Council locali accusati di essere formati da politici improvvisati e di guardare interessi molto lontani da quelli dei cittadini. Negli anni, fino alle alluvioni del 2012, la gente di Tewkesbury ha solo rafforzato questa visione della politica, questa sfiducia, cercando di dargli un volto e un corpo. Ecco com’è nata l’associazione guidata dal segretario, David Witts, con l’esplicito intento di educare la politica locale.

In una fredda, ma assolata giornata di aprile, circa 5 mesi dopo l’ultima allerta alluvioni David Witts, mi ha ricevuto nella sua casa nei sobborghi di Tewkesbury. Un uomo alto e magro, sui sessanta, non bello, ma con quel fascino di chi non vuole mollare. Era un agente di marketing prima di andare in pensione e diventare segretario dell’associazione. Avevo letto una sua intervista in cui si scagliava contro i costruttori edili della zona che, con il placito accordo del City Council, avevano costruito interi distretti in aree che sul piano regolatore cittadino erano previste come zone-alluvionali. Ora era seduto davanti a me e alle sue spalle un getto d’acqua finiva in uno stagno artificiale dove guizzavano dei pesci.

“Costruiscono senza criterio. Solo per riattivare l’economia. Il problema è che lo fanno male. In zone in cui l’acqua dovrebbe poter sfogare il suo potere distruttivo. Con le costruzioni di mezzo, l’acqua torna indietro e fa ancora più danni”, mi ha detto.

Ma ero interessato alle assicurazioni.

“Il codice postale di questo sobborgo è GL20. Se vuoi comprarti una casa in questo quartiere e non hai i soldi, la prima cosa che fai è andare in banca e chiedere un finanziamento. La banca non emette mutui se la casa non è assicurata. Allora fai la richiesta per una polizza sull’immobile. Quello che ti chiedono, quando stipuli un’assicurazione di questo tipo, è il codice postale. Tu allora dai il codice della zona, che è appunto GL20 e sul loro computer appare la scritta, non stipuliamo polizze per le case del quartiere”.

Il quartiere GL20 è diventato il simbolo della lotta contro un certo modo di fare politica del territorio. Un posto dove le case sono fatiscenti, anche se nuove, e dove le piogge colpiscono sempre pesantemente.

Dal 2007 le agenzie non emettono più polizze, sarebbe troppo gravoso per le loro tasche. È interessante vedere come tutto questo abbia avuto ripercussioni sul mercato immobiliare, visto che senza polizza le persone non ricevono finanziamenti dalle banche e pertanto si vendono meno case. Infatti il valore del mattone è crollato negli ultimi anni, dopo le alluvioni. Quindi si può liberamente dedurre che la politica di incremento dell’economia del City Council si è rivelata una mossa sbagliata. Non hanno considerato né le conseguenze dei cambiamenti climatici, né il fatto di vivere in una località soggetta alle alluvioni, o come direbbe David più semplicemente: ” Non sanno dove si trovano”.

Per ora almeno le agenzie mantengono le polizze che hanno stipulato in passato e se una casa si riempie di acqua mandano le loro ditte ad asciugarla. Nel 2007 ci sono stati molti danni alle abitazioni, le agenzie hanno una lista dei costruttori, con cui hanno formalizzato un prezzo standard per le riparazioni. Si tratta di lavori di drenaggio e successivamente di ripulitura, poiché il problema che si pone subito dopo le alluvioni è lo spurgo dell’acqua sporca. Gli scarichi e le fognature non reggendo la portata esplodono riempiendo la città di liquami.

“Facevano lavori dello stesso tipo a ogni abitazione, perché questo è il modo in cui lavora l’industria delle assicurazioni. Compra dalle ditte un pacchetto di interventi di soccorso che vadano bene per tutti. Mi avevano detto che dovevo buttare giù una parete per far defluire l’acqua. Io non ci sono stato. Ho aspettato che l’acqua drenasse e mi sono risistemato casa da solo, spendendo 7,000 sterline in meno rispetto al preventivo che mi avevano mandato i costruttori. Certo non erano soldi miei, ero coperto, ma le assicurazioni potrebbero fare dei tagli sostanziali attraverso una gestione più accurata dei loro fondi”.

Parlando con alcuni personaggi locali è venuto fuori che il giro delle ricostruzioni è un mercato florido, molte società di intervento si sono improvvisate tali, pur di strappare un contratto alle assicurazioni. Infatti, la gente del posto li chiama “costruttori-cowboy”, perché hanno fatto lavori affrettati e approssimativi e gli abitanti hanno dovuto successivamente risistemare casa di tasca propria. Questo rende l’idea non solo di come siamo impreparati a gestire un evento atmosferico che prima accadeva a differenti latitudini, ma anche di come il mercato consideri un’occasione, un momento per fare buoni affari, le alluvioni.

Nel corso degli anni il Severn and Avon Valley Combined Flood Group ha cercato di opporsi a tutto questo e nel 2008 ha stilato un rapporto che oggi è la bibbia dei suoi soci. È  un testo di 60 pagine in cui sono raccolti vari studi su come evitare i danni più ingenti nel paese. È un lavoro non professionale, ma molto rigoroso. Hanno interrogato esperti del settore, specialisti e si sono spesi mettendo insieme il materiale raccolto durante le alluvioni. Proprio preparando questo rapporto si sono resi conto che molti edifici di Tewkesbury erano stati costruiti ignorando i piani alluvionali e l’aggravarsi del clima. Le previsioni del City Council erano fin troppo ottimistiche e un po’ sprovvedute. Questa è l’accusa più grave che gli oppone David, un uomo di sessant’anni che ama dipingere e parlare chiaro. Su un cavalletto alle sue spalle c’è una civetta su cui sta ancora lavorando e una veduta del paese notturna, con le luci delle finestre tremolanti. Entrambi i dipinti sono su tela e non sono tanto male, anche se non c’è nessun paesaggio con le strade allagate.

Il City Council aveva fissato a 12,93 metri sopra il livello del mare il limite massimo che può raggiungere l’acqua nel villaggio di Tewkesbury durante le alluvioni. Fissare questo limite, vuol dire che oltre quella quota le case non sono a rischio. Ma nella bibbia di David è spiegato come già in passato (per esempio l’alluvione del 2007) sia stato toccato il valore di 14 metri sopra il livello del mare e a essere colpiti maggiormente sono stati proprio i quartieri costruiti negli ultimi anni. I vecchi edifici hanno avuto lievi danni, perché sono costruiti intorno all’abbazia, sulla cima della collina. E questa non è saggezza medievale, ma stupidità moderna.

In una delle mappe idrologiche che David mi ha mostrato, c’è uno studio in cui si simula un’alluvione nelle condizioni più avverse possibili. Le nevi che si sciolgono in Galles, le forti piogge convettive, i due fiumi che non reggono l’afflusso e le fogne che esplodono nel villaggio. Insomma lo scenario peggiore ipotizzabile. La simulazione in modo molto drammatico colora Tewkesbury di blu. L’acqua sommergerebbe qualunque abitazione e il paese sarebbe distrutto. Il livello di sicurezza proposto da questo studio è di 15 metri sopra il livello del mare. Un solo metro in più rispetto al livello raggiunto nel 2007.

Probabilmente esiste un paese nel Sahel come Tewkesbury che ha il problema opposto. Una strenua lotta contro la siccità, invece delle forti piogge; e anche lì, un gruppo di persone si sono riunite per opporsi alle politiche inconcludenti che non hanno portato miglioramenti alla vita locale, lasciando il paese in balia degli eventi catastrofici che lentamente stanno prendendo piede.

David sta cercando una via alternativa a tutto questo e la sua associazione conta ormai 5,000 iscritti.

“Non mi possono ignorare, ci sono tante persone dietro di me”.

Non mollerà e l’ho capito da come ci siamo conosciuti. Avevo solo il suo indirizzo di casa e nessun altro contatto. Così ho deciso di andarlo a trovare senza preavviso. Sono arrivato davanti la sua porta, nel vialetto c’era una Honda Civic parcheggiata e i secchi dell’immondizia, non si vedeva altro. C’era un acre odore di bitume. Ho tentennato un po’ lì fuori e lui è uscito poco dopo, con il petto gonfio e uno sguardo severo. Non avevo citofonato, si era accorto della presenza di un estraneo nel suo vialetto e la cosa l’aveva innervosito. Con fare deciso mi aveva chiesto se poteva aiutarmi!

I due uomini che ho davanti fanno parte della Severn and Avon Rescue Association, comunemente chiamata SARA, un gruppo di esperti del soccorso in acqua, che hanno lavorato nelle alluvioni di Tewkesbury. Sono volontari e fanno altro nella vita, ma una volta a settimana si ritrovano in questa stazione per addestrarsi. Le piogge nel 2012 non si sono concentrate in un solo mese come nel 2007, ma si sono distribuite durante tutto l’anno. Un’allerta ad aprile, una in estate e una infine a novembre. Questo ha reso come logico meno gravi le conseguenze, ma comunque i volontari sono dovuti entrare in azione. Recuperare qualcuno rimasto isolato con la macchina in panne in qualche parcheggio. Mettere in sicurezza un serbatoio del gas. Andare a prelevare del carburante da una pompa di benzina e portarlo a un’abitazione via barca. Cose che probabilmente sono la routine per chi fa questo lavoro. Uno di loro è rimasto immischiato in una storia divertente. Il più alto dei due, con le lentiggini, i capelli rossi e con un sorriso da ragazzo del liceo, un pomeriggio è andato a perlustrare una zona gravemente alluvionata fuori Tewkesbury e si è trovato a fronteggiare un pirata. Pattugliando in barca quel quartiere chiedeva alle persone se volevano abbandonare le loro abitazioni, visto che i mobili del piano terra galleggiavano sopra un metro di acqua.

Dopo varie case deserte aveva visto un televisore acceso dietro una finestra e si era accostato. In piedi arrivava al primo piano e aveva bussato alla finestra di quella che doveva essere una camera da letto. In pochi secondi si è trovato di fronte un uomo con un fucile in una mano e il coltello nell’altra, dall’aria molto disturbata. I due si sono guardati un secondo prima che il pirata realizzasse che chi gli stava di fronte era venuto in pace. Doveva essere stato un tempo lunghissimo, mentre il pirata lentamente abbassava lo sguardo sul gagliardetto della divisa e lo identificava come amico. L’uomo non voleva abbandonare la casa e si era armato di tutto punto perché cinque anni prima era andato via, seguendo proprio i soccorsi, e alcuni giorni dopo, aveva trovato l’abitazione saccheggiata dai ladri.

L’altro volontario seduto davanti a me è calvo e indossa una camicia a quadri che lo fa sembrare un impiegato di banca. Lui non ha vissuto il genere di storie che racconta il suo collega, ma ci tiene a spiegarmi quanto segue: “L’acqua nel momento in cui non può più essere assorbita dal terreno se ne va in giro. Costruire dei terrapieni è utile per chi vive dietro i terrapieni, ma non per gli altri, perché da qualche parte la corrente deve scaricare la propria forza. Quindi se è respinta da qualche ostacolo, l’acqua trova altre vie di sfogo”.

Nel pomeriggio avevo visitato un nuovo quartiere costruito nella parte nord del paese. Era il tramonto e il posto era molto suggestivo, con le case che si affacciano su un piccolo porto lungo il fiume Avon e le colline verdi da sfondo su cui pascolano pecore. Incredibile come nell’Inghilterra rurale, dopo le sei di sera non circoli più nessuno. Le strade erano deserte e le ville sembravano quinte di teatro nonostante il sole fosse ancora alto. Alla fine del quartiere c’è un parco giochi, con le altalene e il campo da basket. Tutto finisce a ridosso di una fattoria. Il posto si chiama Marina e non ha avuto gravi problemi con le alluvioni, proprio perché è stato difeso con un lungo argine massiccio che contiene il fiume. Il problema come mi ha suggerito il tizio è che i luoghi dove l’acqua può erompere sono o quelli con poche difese o le campagne.

I danni agli agricoltori sono stati devastanti. 42,000 ettari allagati, interi raccolti marciti e campi distrutti, cosa che non si risolve solo in un unico problema. Se il raccolto va perduto, l’economia subisce un blocco sull’intera filiera produttiva. Per esempio, gli animali non hanno il foraggio per l’inverno e le industrie di cereali, molto coltivati in Inghilterra, esauriscono le proprie scorte. Di certo non ci saranno meno Kellogg’s sugli scaffali dei supermercati, o meno muesli alla frutta secca, perché la politica estera inglese si attiva importando più cereali da altri stati, ma il sistema economico risponde alla carenza anche facendo alzare i prezzi degli alimenti. E nemmeno è detto che questo gioco micidiale contro la natura possa essere coperto dalle assicurazioni o dal governo, perché le perdite sul campo possono essere così gravose che le prime decidono di non investire più in quelle zone, e il secondo si trova sprovveduto davanti a un evento che non aveva preventivato.

I rapporti che ogni governo stila sui disastri ambientali sono tanti. Quello più famoso sulle alluvioni inglesi è il Pitt-Report. Mi ci sono basato per alcuni dei temi di cui sto parlando. È stato voluto dall’Agenzia dell’ambiente e commissionato a un ricercatore indipendente che, appunto, si chiama Micheal Pitt. Nel rapporto sono valutati tutti gli scenari delle alluvioni avvenute nel 2007 e c’è anche una sezione che riguarda il cambiamento climatico. Gli eventi di quell’estate sono considerati unici, ma Pitt non si sente di poter dire che non facciano parte del cambiamento climatico. Tirando le proprie conclusioni, afferma che un singolo evento non può essere considerato un nuovo aspetto del clima (cosa che direbbe qualunque ricercatore sensato), ma nemmeno smentisce che in futuro le piogge saranno convettive nel Regno Unito. Semplicemente sottolinea che non ci sono prove per inserire gli avvenimenti del 2007 in un contesto più grande.

A un certo punto del rapporto sono citati i paesi che hanno adottato delle misure dopo che si sono trovati in prima linea nell’emergenza cambiamento climatico. Per esempio la Svezia ha redatto il piano Sweden Facing Climate Change, che ha come scopo l’adeguamento del paese al nuovo tempo. E l’Olanda, che di inondazioni ne sa qualcosa visto che due terzi del paese è sotto il livello del mare, ha redatto il Delta Works Project. Stiamo infatti parlando di paesi sensibili al clima, dove, proprio per questa ragione, le mutazioni della temperatura iniziano a dare i primi segnali. Gli inglesi da parte loro hanno redatto il Foresight Future Flooding Study, in cui tra le varie cose si sottolinea il problema dell’innalzamento del mare che sta diventando una minaccia sempre più reale per le proprietà costiere. In fondo il Regno Unito si espande su un’isola e mezzo.

La Severn Trent Water invece è andata oltre. Il danno che ha procurato ai cittadini non è da poco, 17 giorni senza acqua potabile nella contea che era diventata una sorta di arcipelago paludoso. La Trent è un gigante nel suo settore, un’azienda privata quotata alla London Stock Exchange il cui fatturato si aggira intorno 2,2 miliardi di sterline. 16,000 dipendenti. Fornisce acqua depurata a più di 8 milioni di persone e gestisce il sistema di recupero delle loro acque sporche. È evidente che dobbiamo abituarci anche all’idea che qualcuno ci amministri le feci.

Alcuni mesi dopo le inondazioni, la Trent annunciava una donazione di 3,2 milioni all’associazione che si occupa di aiutare le persone che hanno subito un alluvione. La mossa era stata definita dal portavoce della compagnia come “un sostanziale contributo alle comunità sfollate”. Ma non si sono fermati qui. Davanti la centrale, che ha come slogan: ”salute e sicurezza non sono casuali”, appena fuori Tewkesbury, c’è il terrapieno della vecchia linea del treno, che qualche ingegnere al soldo della Trent ha deciso di smantellare per fare in modo che l’acqua non ci rimbalzasse contro sfogando da qualche altra parte il suo potere distruttivo. È stata una mossa politica molto apprezzata dagli abitanti. Così come i 5,5 milioni spesi per un muro a difesa della centrale idrica.

La Treant ha pagato 29,6 milioni di sterline per il disagio provocato nel 2007. Ma i cittadini della zona ovviamente chiedono di più, le loro stime dei danni sono più catastrofiche e quello che fino ad ora ha fatto la Trent a loro sembra poca cosa. Dai vari giornali del periodo (soprattutto Gloucester Echo e The Citizen) si capisce infatti che c’è stata una gara al rialzo e che la donazione è stata vista come un modo per tenere buone le associazioni locali. La Trent da parte sua sostiene che l’alluvione del 2007 ha danneggiato anche loro e che un evento naturale che non ha precedenti non può essere inserito nei tabulati di calcolo. È un evento straordinario, poco gestibile, punto e basta.

Ma nel 2011 è uscito un rapporto fatto dalla Trent su come adeguare i propri sistemi ai cambiamenti climatici. Nel rapporto si fa una stima dei danni subiti nei periodi di siccità e nei periodi di piogge straordinarie e si descrivono varie soluzioni per ovviare al problema e rimanere una multinazionale ai vertice nella gestione dell’acqua. È un rapporto inquietante perché sfogliandolo ci si accorge chiaramente di come l’industria stia adeguando al nuovo clima i suoi impianti e stia facendo dei piani per evitare di spendere ulteriori soldi in risarcimenti. Come a voler dire che un evento straordinario è diventato quotidiano. Un esempio, su cui anche David Witts è d’accordo, è quello di pressurizzare l’intero sistema fognario della contea, in questo modo, aumenterebbe la portata dei liquami nelle tubature e si ridurrebbe il rischio di esplosione delle fogne. Ma sono vari i punti su cui la Trent spinge per riqualificare la rete idrica. Un altro esempio è l’incremento di serbatoi, per tenere il passo con le richieste di acqua nei periodi di siccità, che sono diventati una costante in Inghilterra.

Chi invece si è rivelato non al passo con i tempi è stato il governo. Le assicurazioni non stipulano polizze nella zona perché non vedono margini di profitto, anche se ultimamente le cose sono cambiate grazie ad alcune associazioni per i diritti civili. Le ditte costruiscono perché i City Council locali incentivano molto l’economia basata sul mattone anche se in zone alluvionali. La Trent sta cercando di adattarsi ai nuovi scenari climatici per continuare a fare profitto. Ma il governo?

Nel 2010 è iniziato, nella contea di Gloucester, dove si trova Tewkesbury, un piano di risparmio chiamato costruisci il tuo futuro, che prevedeva in tre anni, tagli per 60 milioni di sterline alla spesa pubblica. Uno dei dipartimenti colpiti è stato quello dei Piani di Emergenza, che si occupa specificamente delle alluvioni. Oltre a questo i vari City Council locali hanno dovuto riorganizzarsi dopo che David Cameron ha ulteriormente tagliato i fondi alle politiche locali. Ma in realtà tutte queste sono generiche attenuanti, i piani di riduzione della spesa pubblica non hanno inciso molto sulla gestione delle alluvioni. Quello che ha inciso nel corso degli anni è stata la mancanza di progetti che mettessero in relazione i cambiamenti climatici al fatto che Tewkesbury è un villaggio storicamente soggetto ad alluvioni. Nessuno ha ideato dei piani di adattamento a un nuovo scenario climatico in cui questo paesino dell’Inghilterra fa da apripista.

Anche i ragazzi che ho davanti stanno cercando di adattarsi. Fino a pochi anni fa il loro gruppo non esisteva, ma dopo che Tewkesbury nel 2007 si è trovata tagliata fuori dal resto dell’Inghilterra diventando un’isola, è stata attivata una piccola centrale anche qui. Hanno solo due mezzi a disposizione, più alcuni gommoni. Il posto durante il giorno sembra abbandonato, ma quattro volte al mese prende vita per le loro esercitazioni.

“Sappiamo bene che le forti piogge tenderanno ad aumentare e cerchiamo di essere pronti”. Quando li ho intervistati stavano aspettando un nuova allerta e avrebbero potuto avere anche qualche disagio dalle nevi che si stavano sciogliendo in Galles. Uscito dalla centrale mi hanno consigliato di bere una birra al pub l’Orso Bianco che, come stregato da una maledizione, finisce spesso sott’acqua.

Sul muro del pub sono affisse le foto delle alluvioni passate. L’acqua qui ha superato il metro e mezzo, facendo fare gli straordinari alla pompa di sentina che è sotto una botola all’ingresso. La barista è una grassa signora dall’aria rabbiosa che mi fa fare un tour del locale. Nel pub c’è un forte odore di muffa e il fiume Severn, che è uno dei più inquinati del Regno Unito, scorre oltre certi alberi che si vedono dalla finestra. I ponti sono completamente ricoperti di detriti, mettendo in bella mostra il livello raggiunto dai fiumi nei mesi passati. Tutto intorno al villaggio la campagna è molto verde, ma la troppa pioggia ha modificato il panorama. Ci sono troppi acquitrini in giro, troppo fango. Se facesse più caldo sarebbe pieno di zanzare.

Avevo provato a prendere un appuntamento con il City Council per sentire in che modo pensavano di muoversi nei prossimi mesi, ma non mi hanno mai richiamato. Quello che avrei voluto sentirmi dire da loro era questo:” Ci sono state delle pianificazioni sbagliate e degli investimenti sbagliati. Sappiamo bene che Tewkesbury è in una zona naturalmente alluvionale a causa dei due fiumi. Sappiamo anche bene che il problema si sta aggravando, perché danni e problemi come negli ultimi sette anni non ne abbiamo mai avuti. Cercheremo di fare il nostro meglio, ma non è detto che possa bastare. Ci troviamo a fronteggiare qualcosa che ha una portata molto più grande del nostro piccolo paese”.

Scenari da fine del mondo, che da queste parti iniziano ad assumere un significato.

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Sulla scrittura di Ian McEwan https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-miele-ian-mcewan/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-miele-ian-mcewan/#comments Tue, 28 May 2013 12:41:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14345 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Fonte immagine)

di Valentina Pigmei 

C’è una scena di un vecchio romanzo di Ian McEwan, “Lettera a Berlino” (1990) – una spy-story ambientata durante la guerra fredda – in cui il protagonista, Leonard Marham, un giovane tecnico inglese mandato in Germania per collaborare a un’operazione contro il governo russo, è costretto a uccidere un uomo e farlo - letteralmente - a pezzi. Con una sega elettrica. Il minuzioso tagliuzzamento del cadavere è narrato con una tecnica simile a quella del ralenti cinematografico: il racconto dell’uccisione e dello smembramento è rallentato grazie ai continui inserti ironici (“la frammentazione dell’io”) e a lunghe descrizioni, e intensificato da numerose ripetizioni di termini o sintagmi identici: la frase “Leonard colpisce Otto con un piede di ferro” è ripetute quattro volte in una manciata di pagine. Il corpo sarà poi riposto in una valigia, e il cadavere lacerato diviene così una sorta di superficie leggibile che assomiglia alla Berlino dilaniata da tunnel sotterranei e frammentata in settori.

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IANMCEWAN

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di Valentina Pigmei 

C’è una scena di un vecchio romanzo di Ian McEwan, “Lettera a Berlino” (1990) – una spy-story ambientata durante la guerra fredda – in cui il protagonista, Leonard Marham, un giovane tecnico inglese mandato in Germania per collaborare a un’operazione contro il governo russo, è costretto a uccidere un uomo e farlo – letteralmente – a pezzi. Con una sega elettrica. Il minuzioso tagliuzzamento del cadavere è narrato con una tecnica simile a quella del ralenti cinematografico: il racconto dell’uccisione e dello smembramento è rallentato grazie ai continui inserti ironici (“la frammentazione dell’io”) e a lunghe descrizioni, e intensificato da numerose ripetizioni di termini o sintagmi identici: la frase “Leonard colpisce Otto con un piede di ferro” è ripetute quattro volte in una manciata di pagine. Il corpo sarà poi riposto in una valigia, e il cadavere lacerato diviene così una sorta di superficie leggibile che assomiglia alla Berlino dilaniata da tunnel sotterranei e frammentata in settori.

Mi è sembrato significativo, e assai preoccupante, che di recente lo stesso Ian McEwan abbia rilasciato una video-intervista a “Guardian” in cui dichiara di avere dei rimpianti: quella scena non doveva scriverla perché ha allontanato un sacco di lettori (e di lettrici?). Ian McEwan ha molto talento e possiede quei tre elementi che fanno di lui uno scrittore di libri sempre notevoli: stile limpido, capacità di creare strutture perfette e una ineccepibile preparazione storico-scientifica. I suoi libri scorrono come page-turner, ma sono anche intelligenti, colti, a volte anche comici. Ce ne sono di più o meno intensi, più o meno belli, ma ogni suo romanzo è tecnicamente riuscito. Quello che sconcerta è il graduale ma inesorabile “imborghesimento”dei toni, un inspiegabile “dietro-front” tematico, contenutistico.

Se il McEwan degli anni Ottanta e Novanta aveva affascinato una generazione di lettori (e di scrittori) con storie estreme e indimenticabili – dai due fratelli che seppelliscono la madre in cantina (“Il giardino di cemento”) al sadomaso veneziano (“Cortesie per gli ospiti”); dalla perdita di un bambino al supermercato (“Bambini nel tempo”) alla passione ossessiva di uno stalker ante-litteram (“L’amore fatale”) – nel 1997 McEwan pubblica inaspettatamente un romanzo scialbo e molto in linea con l’establishment: “Amsterdan”: vincerà il BookerPrize. La svolta di “centro-destra” di McEwan comincia qui.

Da allora lo scrittore più morboso di Inghilterra sforna prodotti ottimi e rassicuranti come “Sabato” (da molti considerato una presa di posizione interventista nei confronti della guerra in Iraq) o “Espiazione”(2001) che diventa best-seller perfino negli Stati Uniti. Di nuovo, non a caso. Nel frattempo David Cameron si fa fotografare con “Chesil Beach” (2007) in metropolitana e, con l’uscita di “Solar” (2010), la storia di un controverso scienziato premio Nobel, McEwan si schiera a favore del nucleare, dichiarando che “ogni ambientalista a una certa età si converte al nucleare. È una questione generazionale”. Frasi sconvolgenti come questa sono in sintonia con il“revisionismo” letterario di McEwan: non c’è nulla nei suoi nuovi romanzi che vi farà venire la nausea. Nulla che vi rimarrà impresso per il suo orrore e la sua verità.

Anche l’ultimo uscito, “Miele” non fa eccezione: siamo negli anni Settanta, in piena “guerra fredda culturale”, Serena Fromesi è laureata controvoglia in matematica (a Cambridge) ma è una lettrice compulsiva di romanzi. Arruolatasi come giovane spia per i servizi segreti, le viene affidata l’operazione “Miele”. Il suo compito è finanziare un talentuoso scrittore agli esordi, Tom Haley, e fare di lui – segretamente – una voce antisovietica. Leggendo i racconti di Haley (alcuni dei quali similissimi a certo vecchi e scabrosi racconti di McEwan), Serena rimane folgorata. I due non tarderanno a innamorarsi, ma l’impresa di propaganda fallirà: mentre la “finzione” della spia verrà smascherata, quella della fiction trarrà vantaggio da questo sordido intreccio. Intendiamoci, McEwan è bravissimo: gioca con il genere, lo supera magistralmente e scrive un romanzo che, nelle sue parti migliori, parla soprattutto di lettura e di lettori: “Leggere era il mio modo di non pensare alla matematica. Più ancora (o dovrei dire meno?), era il mio modo di non pensare”, dice la voce narrante della protagonista.

Serena Frome è una lettrice vorace, velocissima (“cento pagine in due ore”), una che si appassiona ai grandi autori, ma li mette sullo stesso piano della letteratura più leggera; una che si lascia affascinare a tal punto da confondere autore e narratore; una che nei libri cerca più che altro se stessa: “Chiedevo soltanto che il mio mondo, e io con lui, mi venissero restituiti in chiave artistica e in una forma accessibile”. Ma Serena è una spia, e la sua arma è la lettura, così come gli scrittori a modo loro sono delle spie, e molto più pericolose. Questa la morale. Nessuno smembramento à la “Lettera a Berlino”, nessun cadavere a pezzettini.

P.S. Lessi “Lettera a Berlino” a metà degli anni Novanta e ancora ricordo i corridoi bui, l’ascensore, l’appartamento claustrofobico, l’erotismo di alcune scene e naturalmente il famoso ammazzamento. Se quel romanzo era meno limpido nell’architettura e forse alcuni personaggi erano un po’ deboli, la sua forza romanzesca era dirompente. “Miele” è un ottimo romanzo, perfettamente costruito a scatole cinesi, pieno di rimandi interni e equilibrato nella mescolanza di realtà e finzione. Divertente e senza sbavature. Ma l’ho già dimenticato.

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