David Gilmour Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-gilmour/ un blog di approfondimento culturale Wed, 17 Jan 2018 06:44:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg David Gilmour Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-gilmour/ 32 32 Pink Floyd: la grande esibizione https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/ https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/#respond Wed, 17 Jan 2018 06:45:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35963 Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

L'articolo Pink Floyd: la grande esibizione proviene da Minima et Moralia.

]]>
pinkf

Ieri mattina sono andato in via Nizza, una strada ben asfaltata tra viale Regina Margherita e piazza Fiume, a Roma. Al civico 138 c’è il Macro, il Museo di Arte Contemporanea, e si dà il caso che era in programma la conferenza stampa di The Pink Floyd Exhibition – Their Mortal Remains, la mostra sulla più interstellare tra le band inglesi. A Londra, dove ha esordito, è stata un successone. A officiare l’evento sono annunciati Roger Waters e Nick Mason, che non hanno bisogno di presentazioni.

Grande ressa di fotografi e cronisti e videocamere e telefonini, con inevitabili dialoghi e battute che se non altro hanno il merito di ricalibrare l’evento in una dimensione più human. O caciarona, se preferite. In fondo a Roma da un bel po’ c’è penuria di Grandi Eventi, è una città in cui ultimamente si sogna poco, e come spiega con un pizzico di orgoglio provinciale il vicesindaco Luca Bergamo “Roma è la prima città fuori dal Regno Unito a ospitare Their Mortal Remains. Segno che non siamo proprio alla periferia del mondo”. Accanto a Bergamo c’è la sindaca Virginia Raggi – ci sono dei cronisti che sono lì per “coprire la Raggi”, che non hanno idea neanche di “come siano fatti i Pink Floyd”, ma che non possono perdersi una fotina di Virginia Raggi –, lieta di accogliere in città dei “veri e propri miti, c’era questo mio amico che tanti anni fa mi fece una cassetta con le canzoni dei Pink Floyd chiedendomi cosa ne pensassi”. Waters e Mason entrano in sala dopo la breve introduzione istituzionale, forse avevano altro da fare o forse non gli va di confondersi con la politica locale o vattelapesca: durante le foto Roger esibisce un pugno chiuso, fine dei giochi.

La conferenza. Un giornalista chiede a Waters se non ha pensato di riconsiderare il suo giudizio su Meddle: Waters risponde che non è qui per parlare “di quella roba”. Un altro gli chiede se ha idea di quale sia ad oggi la loro influenza/eredità/lascito, e Waters risponde che non gli importa, che non gli importa, che non gli importa. Un’altra gli chiede del loro “rapporto con l’Italia”, e così via.

Poi c’è l’Esibizione, la mostra. Strutturata in una rigida progressione temporale, è esattamente come vi aspettereste una Grande Mostra sui Pink Floyd: se mai avete pensato che i Pink Floyd sarebbero finiti in mostra. E quindi atmosfere psichedeliche con schermi che proiettano Alice e Madcap in loop, su soffitti che esplodono di bolle e palloncini multicolori e suoni cosmici che riempiono le cuffie – già, perché l’esperienza dell’Esibizione va necessariamente accompagnata con l’ascolto in cuffia, e non ci sono tutti quei bottoni da spingere; a seconda del luogo in cui vi trovate, l’audio si sincronizza: devo dire che uno dei miei divertimenti principi è stato quello di trovare i punti di confine, sapete, quelle postazioni dove si sovrapponevano i brani di A piper at the Gates of Dawn con gli echi di One of These Days o cose del genere, fare un passo avanti e uno indietro per cambiare scenario – e miriadi di poster caleidoscopici (avrete capito che questa è l’area del percorso dedicata alla brevissima e irripetibile era Pink Floyd costellata da Syd Barrett).

Quindi ecco la locandina di Zabrieskie Point e dei film di Barbet Schroeder, per cui i Pink Floyd curarono la colonna sonora. Il bellissimo-antro-Ummagumma, piccolo e libertario spazio di specchi che replica all’infinito la copertina del disco, a sua volta un gioco di specchi che si riproduce all’infinito, con Grandchester Meadows che risuona in cuffia come un’eco pastorale, lontana. Gli strumenti dei Pink Floyd, la cui ricerca sonora è parte integrante del mito. Sintetizzatori, mixer, bassi, un tripudio di chitarre che per gli appassionati deve rappresentare una pacchia; e la camicia che Nick Mason indossava all’epoca, e i biglietti dei primi concerti, le locandine dei concerti, le lettere della BBC e delle case discografiche, scalette, memorabilia, appunti, pagine di diario, mentre ai lati diversi schermi propongono digressioni sulle differenti fasi storiche della band. E dunque strada facendo ci si può trastullare con le cuffie alla ricerca degli interstizi sonori oppure fermarsi e ascoltare Waters e Gilmour che raccontano la nascita di Wish You Were Here. A un certo punto della mostra c’è un’ironica foto di John Lydon, Johnny Rotten dei Sex Pistols, che indossa una t-shirt I HATE PINK FLOYD; in seguito lo stesso Lydon ha dovuto ammettere che i Pink Floyd, in fondo, gli piacevano.

La primissima frase di Simon Reynolds in Retromania è una di quelle perentorie: “Per cominciare, una confessione: la mia sensazione viscerale è che pop e museo non vadano d’accordo”. E infatti, se è vero che alla cultura rock-pop è strettamente connaturata una certa dose di immediatezza, una pretesa di sincerità, quell’intima sensazione di ora e adesso, che sia legata all’ascolto in cameretta o a un concerto più o meno grande… insomma, voglio dire: l’enorme dimensione vitale/empatica che è parte essenziale della musica non può che scontrarsi con una sequenza di oggetti messi in fila e con una serie di monitor inevitabilmente asettici. Ma è pure vero, mi dico, che ci sono band o cantanti per cui la dimensione creativa/artistica è stata così spiccata, fin dall’inizio – penso ai Pink Floyd, ma anche a David Bowie – che se a un certo punto sono diventati, diciamo, museali, non è così improbabile o difficile da digerire. Soprattutto se lo spettacolo è così seducente.

E Their Mortal Remains è uno spettacolo seducente.
Eppure, man mano che si scavallano gli anni Settanta, e arriva la magniloquenza di The Wall, con le coreografie che si fanno sempre più giganti e i pupazzoni che pendono dal soffitto – il “Teacher” di The Wall, o l’enorme Maiale di Animals, due gonfiabili che hanno sì conservato la propria aura sinistra, ma sembrano ormai fuori tempo massimo: in questo decisamente pronti per il Museo – o i progetti di fatto solisti firmati da Waters e Gilmour (The Final Cut e A Momentary Lapse of Reason), si presenta, perlomeno in me, un senso di inquietudine. Una sorta di ribellione al percorso museale, alla concezione progressiva dell’Esibizione.

Qualcosa che mi spinge, arrivato alla penultima sala, a ritornare indietro, ripercorrendo tutti gli interstizi sonori e le immagini che scorrono e Wish You Where Here e Meddle e l’antro-Ummagumma, fino a risalire a lui, a Syd Barrett, l’artista ispirato da libri per l’infanzia, il matto, dove la musica era colorata e gioiosa, non incombente, maestosa, con lo sfarzo rivendicato dei grandi tour degli anni Ottanta e Novanta. Alla purezza: è lì che si torna.

L'articolo Pink Floyd: la grande esibizione proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/pink-floyd-their-mortal-remains/feed/ 0
Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’ https://minimaetmoralia.it/musica/cinque-cose-da-scoprire-su-the-dark-side-of-the-moon/ https://minimaetmoralia.it/musica/cinque-cose-da-scoprire-su-the-dark-side-of-the-moon/#comments Sat, 09 Jul 2016 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31522 Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

L'articolo Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’ proviene da Minima et Moralia.

]]>
pinkf

Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo (fonte immagine).

Il primo marzo del 1973 esce sul mercato americano, ad opera della Capitol Records, quello che si rivelerà uno dei dischi più venduti, celebrati e discussi della storia del rock. Su The Dark Side of the Moon si è detto e scritto di tutto: l’album più famoso dei Pink Floyd, quello più furbo, quello più maturo. Un lavoro non altezza delle sperimentazioni all’epoca di Syd Barrett, un’opera magniloquente che segna una vetta irraggiungibile nel percorso della band.

Un disco di canzoni, alcune molto belle, altre forse meno ispirate, ma con un suono che è stato capace di elevarsi a marchio di fabbrica. Il disco migliore dei Pink Floyd. Di sicuro non quello migliore. Oggi vogliamo fuggire lo spettro di questa Babele della critica musicale, per raccontarvi cinque fatti, alcuni noti altri meno, alcuni pertinenti altri meno, che inquadrano il mondo che ruota attorno a questa pietra miliare della musica leggera.

1) Ticket To Ride

Un esperimento da provare in cuffia. Alla fine del brano Eclipse, che chiude l’intero album, provate ad ascoltare con attenzione il canale audio di destra, possibilmente abbassando al massimo l’equalizzazione dei bassi sul vostro stereo. Il pezzo in questione termina su una pulsazione reiterata, un battito cardiaco, con la voce dell’usciere degli studi di Abbey Road a scandire le parole: “There is no dark side in the moon, really. Matter of fact it’s all dark. The only thing that makes it look alight is the sun”.  A un certo punto si comincia a percepire una sinfonia orchestrale sulle note di Ticket to ride dei Beatles.

La melodia proviene da una versione riarrangiata del brano dei baronetti e sono state fatte svariate congetture per spiegarne la presenza; la stavano forse suonando in quel momento agli Abbey Road Studios ed è rientrata in qualche canale di registrazione? Si tratta di una “sporcatura” dovuta all’utilizzo di un nastro usato? Tutto quello che sappiamo è che difficilmente potrebbe essere un semplice errore: i Pink Floyd erano dei perfezionisti e ancora di più Alan Parsons, tecnico del suono di Dark Side of the Moon.

2) Basi aliene

Se non siete assidui frequentatori delle teorie sugli alieni largamente diffuse in rete, forse ve ne sarà sfuggita una, molto in voga tra gli ufologi, che ha a che fare con la Dark Side of the Moon. Mentre I Pink Floyd potevano solo immaginarsi cosa albergasse nella metà oscura della luna, dando forma alle proprie suggestioni sotto forma di suono, Milton William Cooper, ex ufficiale dei servizi segreti dell’US AIR FORCE, ha dichiarato sotto giuramento nel 1989 che il governo degli Stati Uniti è a conoscenza di “avamposti alieni” sulla superficie oscura del nostro satellite.

“Ci sono basi aliene”, ha dichiarato Milton Cooper, “avvistate dagli astronauti delle missioni Apollo. Ci sono anche delle fotografie che testimoniano questo fatto e raffigurano grandi astronavi e macchinari extraterrestri utilizzati forse per l’estrazione mineraria”. Purtroppo non c’è più modo di interrogare sul tema l’ex ufficiale, rimasto ucciso, pare, in un raid delle forze di Polizia nella sua casa in Arizona, in seguito a una denuncia per evasione fiscale.

3) Tempo

Gli Abbey Road Studios hanno rappresentato per l’evoluzione del rock una sorta di magico laboratorio sperimentale, dove, tra gli anni ’60 e i ’70, Beatles e Pink Floyd si cimentavano in produzioni oramai slegate dal concetto di riproducibilità live del suono. Lo studio di registrazione assumeva quasi il valore di uno strumento musicale a se stante: molto di ciò che veniva registrato al suo interno era irriproducibile altrove e questa possibilità stimolava la fantasia dei musicisti.

The Dark Side of the Moon, con le sue tecniche di registrazione all’avanguardia per l’epoca, non faceva eccezione, anche se spesso molte delle invenzioni di produzione non sottostavano a rigide regole di fonia ma si basavano sull’estro del momento. In questo senso il celeberrimo incipit del brano Time, caratterizzato dalle sovraincisioni del ticchettio di orologi e dal trillo di sveglie, raccontato con le parole di Alan Parsons, sembra più frutto dell’inventiva di un vecchio alchimista che non di un fonico: “Ho effettuato quelle registrazioni stereofoniche in un vecchio negozio di orologi che si trovava proprio accanto allo studio. Ce n’erano tantissimi. Ho chiesto gentilmente al proprietario di fermarli tutti e li ho registrati uno a uno, per poi sincronizzarli pazientemente sul multitraccia.”

4) Mondi paralleli

Se le ipotesi che la fisica teorica va formulando da qualche decennio a questa parte hanno un fondo di verità, allora potrebbe esistere un mondo parallelo, uno degli infiniti percorsi limitrofi a quello che stiamo vivendo, nel quale The Dark Side of the Moon non è un marchio riconducibile ai Pink Floyd. E forse il mondo di cui stiamo fantasticando ha per un attimo incontrato il nostro: spieghiamoci meglio. Fino al 1972 il titolo del disco dei Pink Floyd non aveva nulla a che fare con il lato oscuro della luna; infatti la band di Roger Waters aveva scelto di utilizzare Eclypse come nome del lavoro. Questa decisione era dovuta al fatto che un’altra band li aveva preceduti: i Machine Head, che nel 1972 diedero alle stampe il loro Dark Side of the Moon.

Purtroppo per loro, quello in cui viviamo si è rivelato il mondo parallelo sbagliato e, visto il veloce fallimento dell’album in questione, i Floyd poterono tranquillamente appropriarsi del titolo, che resero celeberrimo in tutto il mondo. Ma ora chiudete gli occhi e ascoltate questo brano, immaginando,per un attimo, che abbia scalato le classifiche di tutto il mondo e che non esistano i Pink Floyd…

5) Gospel + chitarra

Questa storia probabilmente la conoscete già tutti. The Great Gig in the Sky è un brano scritto da Richard Wright, nel quale dominano i vocalizzi di una strepitosa voce femminile, che tessono un trama sonora divenuta ormai un archetipo rock. La cantante in questione venne convocata da Alan Parsons agli Abbey Road Studios il 21 Gennaio 1973; si chiamava Claire Torry, una turnista vocale molto dotata, all’epoca quasi ventiseienne.

Claire riferì che la band, a lei sconosciuta, sembrava terribilmente annoiata dalla lavorazione del disco e che gli fu data la vaga istruzione di improvvisare vocalmente su di un brano strumentale. In quel momento scattarono in lei due intuizioni geniali che resero la performance leggendaria: “Mi venne detto di non cantare parole: allora pensai di replicare con la voce una chitarra e a un certo punto mi sentii una Gospel Mama”. La Torry fu liquidata con 30 sterline per 3 ore di lavoro. Nel 2005 gli vennero riconosciuti i diritti autoriali sul pezzo, fino a quel momento firmato, sicuramente a torto, a solo nome Richard Wright.

L'articolo Cinque cose da scoprire su ‘The Dark Side of the Moon’ proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/musica/cinque-cose-da-scoprire-su-the-dark-side-of-the-moon/feed/ 3
Genio e fragilità di Syd Barrett, il diamante pazzo https://minimaetmoralia.it/musica/genio-e-fragilita-di-syd-barrett-il-diamante-pazzo/ https://minimaetmoralia.it/musica/genio-e-fragilita-di-syd-barrett-il-diamante-pazzo/#respond Sun, 05 Jun 2016 11:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31183 Questo pezzo è uscito sull'Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

“Il rock è morto, viva il rock”: questo, in sintesi, il mantra reiterato che accompagna molte riflessioni critiche degli ultimi anni. Da un parte chi rimane impigliato nostalgicamente agli anni “d’oro”, dall’altra chi vorrebbe fare tabula rasa del passato accogliendo con entusiasmo anche le false novità. In mezzo c’è chi continua a fare musica nel solco di quella tradizione: a ragionarci sopra, sperimentando la commistione con linguaggi musicali più freschi; nessuno però può prescindere dal fatto che il grosso della partita si gioca in un preciso periodo storico.

Dalla metà alla fine degli anni sessanta Syd Barrett codifica, nello spazio di soli tre album e una manciata di singoli, gli elementi e la struttura che tutt’ora informano il suono delle migliori band in circolazione; si pensi ai Flaming Lips, agli Animal Collective, ai Tame Impala: a quanto tali formazioni abbiano inscritti nel loro dna codici che derivano direttamente dal lavoro Barrettiano.

L'articolo Genio e fragilità di Syd Barrett, il diamante pazzo proviene da Minima et Moralia.

]]>
sydbarrett

Questo pezzo è uscito sull’Unità, che ringraziamo (fonte immagine).

“Il rock è morto, viva il rock”: questo, in sintesi, il mantra reiterato che accompagna molte riflessioni critiche degli ultimi anni. Da un parte chi rimane impigliato nostalgicamente agli anni “d’oro”, dall’altra chi vorrebbe fare tabula rasa del passato accogliendo con entusiasmo anche le false novità. In mezzo c’è chi continua a fare musica nel solco di quella tradizione: a ragionarci sopra, sperimentando la commistione con linguaggi musicali più freschi; nessuno però può prescindere dal fatto che il grosso della partita si gioca in un preciso periodo storico.

Dalla metà alla fine degli anni sessanta Syd Barrett codifica, nello spazio di soli tre album e una manciata di singoli, gli elementi e la struttura che tutt’ora informano il suono delle migliori band in circolazione; si pensi ai Flaming Lips, agli Animal Collective, ai Tame Impala: a quanto tali formazioni abbiano inscritti nel loro dna codici che derivano direttamente dal lavoro Barrettiano.

A volerla mettere in parole, quella sfaccettata attitudine definita psichedelia è un concetto che si riferisce a un certo modo di avere a che fare con la reiterazione, la ciclicità, la dilatazione e la dissonanza del suono, declinato prevalentemente sotto forma di canzone (ballata o brano pop che sia), oppure di suite strumentale o, spesso, in un’unica forma che alterna entrambi gli approcci.

Come per ogni istanza innovativa, prima di raggiungere una forma collettivamente riconoscibile sarebbe passato un po’ di tempo; in questo, che è uno dei rarissimi filmati di Syd Barrett parlante, Hans Keller, critico musicale nonché conduttore della trasmissione che ospita i Pink Floyd, riduce banalmente tutta la questione agli alti volumi tenuti dalla band nei live.

Barrett, in maniera straordinariamente pacata, prova a spiegare che il volume non c’entra niente e che l’ampiezza dei luoghi dove suonano i Pink Floyd impone la necessità di farsi sentire da tutti calcando un po’ la mano.

La storia di Syd Barrett è molto conosciuta; tramandata, raccontata, romanzata, tanto da essersi alla fine appiattita su un cliché inscritto nella teca dei luoghi comuni del rock: all’interno di questa mitologia Syd, il matto, continua a girovagare senza meta insieme ad Elvis, che prende il sole alle Hawaii, i Beatles e i Rolling Stones, che fanno la guerra per scoprire chi è migliore e il club dei 27, cioè Jim Morrison, Janis Joplin e Jimi Hendrix, che probabilmente giocano a briscola.

In parole povere, il nostro, per abuso di psicofarmaci e sostanze psicotrope, perde via via il lume della ragione. In molti fanno un collegamento (a dire il vero poco interessante) tra la sua genialità e le droghe: sicuramente l’uomo che esce dalle composizioni barrettiane è una figura complessa e stratificata, molte delle sue canzoni parlano di viaggi allucinogeni, ma non è questo il punto. Quello che ci interessa in questa sede è ripercorrere brevemente la cortissima carriera del musicista, fornendovi degli esempi sonori della sua grandezza a 70 anni dalla sua nascita.

Primo singolo dei Pink Floyd, Arnold Layne, scritta da Barrett, pubblicata nel 1967 e mai uscita su un album ufficiale, parla di un travestito, pare realmente esistito, con l’abitudine di rubare indumenti nei negozi di biancheria a Cambridge. Nel materiale promozionale che accompagna il disco la EMI inserisce un comunicato stampa con su scritto “i Pink Floyd ignorano cosa la gente intenda con pop psichedelico e non vogliono produrre effetti allucinatori sul loro pubblico”.

Nello stesso anno See Emily Play, lato A del secondo 45 giri dei Pink Floyd, consolida il successo della band, che si sarebbe esibita di lì a poco varie volte nella trasmissione Top Of The Pops. Barrett si destreggia con un accendino sulle corde per sviluppare una parte di slide guitar, cori e tastiere acide drappeggiano il tessuto sonoro: pochi mesi dopo John Lennon ultimerà la sua I am the Warlus, non a caso debitrice dell’approccio lisergico floydiano. A completare il quadro, la lirica della canzone: si racconta la visione che Syd ha avuto un giorno di Emily, una ragazza sotto LSD che vaga solitaria per un bosco.

Immaginare che a fine anni sessanta la gente ballasse questo brano, Interstellar Overdrive, con i Pink Floyd sotto le luci filtrate da diapositive che colavano inchiostro, e amplificatori disseminati ai quattro lati della sala dell’UFO (uno del live club principali della swinging london), rende l’idea dell’impatto di questo sound. Quasi dieci minuti che raccontano un viaggio interstellare in cui le coordinate spazio temporali vengo continuamente stravolte: uno dei brani simbolo di “The Piper at the Gates of Dawn“, primo e unico album dei Pink Floyd con al timone Syd.

Se Interstellar Overdrive è il paradigma della suite psichedelica, questa Bike, che chiude il disco, rappresenta invece il modello della psych pop song: canzone totalmente destrutturata, dal forte impianto melodico, quasi al limite della filastrocca, che nei successivi quarant’anni verrà riproposta in un’infinità di varianti differenti.

Barrett viene infine allontanato a malincuore dalla band, e anche questa è una storia arcinota: rimarrà nella coscienza e nella mente degli altri membri del gruppo, periodicamente sconvolti dalle sue sporadiche riapparizioni in studio. Ma prima di nascondersi definitivamente in una voragine oscura, il nostro riesce a dare alle stampe due dischi: The Madcap laughs e l’omonimo Barrett; dischi registrati e prodotti tra mille difficoltà, dovute alle condizioni dell’ex Pink Floyd sempre più spesso poco presente a sé stesso.

David Gilmour e Roger Waters, come produttori e in veste di veri e propri arrangiatori, fanno spesso i salti mortali per stare dietro all’incedere incostante di Barrett, che arranca in composizioni singhiozzanti. Nonostante ciò, dietro la scorza apparentemente delirante di questi brani c’è un nucleo prezioso; quell’essenza i cui frutti persino una psiche fragile, spentasi già nel mattino della propria esistenza, è riuscita a veicolare: e che aleggia, sotto forma di rimando sonoro o semplice approccio mentale, in molte produzioni della odierna popular music.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=2&v=_HK6-vE3jHk

L'articolo Genio e fragilità di Syd Barrett, il diamante pazzo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/musica/genio-e-fragilita-di-syd-barrett-il-diamante-pazzo/feed/ 0