David Letterman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-letterman/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Feb 2015 16:50:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg David Letterman Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/david-letterman/ 32 32 Louis C.K. e la comicità del disagio https://minimaetmoralia.it/ritratti/louis-ck/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/louis-ck/#comments Fri, 11 Jul 2014 12:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22095 Questo pezzo è uscito su l'Ultimo Uomo.

di Manuel Peruzzo

IntroEvery time I've needed it, stand-up has saved me. When I needed money, or when I felt like shit about myself—stand-up has always saved me. I'll never stop doing it.

Alla fine degli anni ’80 Louis C.K. è un ventitreenne felice. Si esibisce al Village Gate, al Cellar, al Boston Comedy Club, al Comic Strips, cioè in tutti quei club tra Boston e Massachusetts che in quegli anni erano parte di un circuito di comici che scrivano show, giravano corti, si esibivano in attesa del grande botto: la televisione o il cinema. Una sera, è un ventitreenne felice che torna a casa dopo una serata passata a fare una decina di monologhi pagati 50 dollari l'uno. È diretto al suo appartamento nel Village con le tasche piene di soldi e pensa che non gli importa nulla di essere famoso: quella è la miglior vita possibile. La notte successiva fa un incidente. Distrugge la moto. Si rende persino conto che sta diventando calvo–forse si piscia anche addosso, forse no ed esagera il racconto all’amico Marc Maron. Ai club che frequenta andrà anche peggio. Nelle settimane successive iniziano a chiudere per la crisi del settore negli anni ’90 causata dalle TV via cavo, dal sovraffollamento di comici e dalla scarsa propensione del pubblico a pagarli. La sua carriera è quasi finita. O così teme.

L'articolo Louis C.K. e la comicità del disagio proviene da Minima et Moralia.

]]>
louis-ck-oh-my-god

Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (Fonte immagine)

di Manuel Peruzzo

IntroEvery time I’ve needed it, stand-up has saved me. When I needed money, or when I felt like shit about myself—stand-up has always saved me. I’ll never stop doing it.

Alla fine degli anni ’80 Louis C.K. è un ventitreenne felice. Si esibisce al Village Gate, al Cellar, al Boston Comedy Club, al Comic Strips, cioè in tutti quei club tra Boston e Massachusetts che in quegli anni erano parte di un circuito di comici che scrivano show, giravano corti, si esibivano in attesa del grande botto: la televisione o il cinema. Una sera, è un ventitreenne felice che torna a casa dopo una serata passata a fare una decina di monologhi pagati 50 dollari l’uno. È diretto al suo appartamento nel Village con le tasche piene di soldi e pensa che non gli importa nulla di essere famoso: quella è la miglior vita possibile. La notte successiva fa un incidente. Distrugge la moto. Si rende persino conto che sta diventando calvo–forse si piscia anche addosso, forse no ed esagera il racconto all’amico Marc Maron. Ai club che frequenta andrà anche peggio. Nelle settimane successive iniziano a chiudere per la crisi del settore negli anni ’90 causata dalle TV via cavo, dal sovraffollamento di comici e dalla scarsa propensione del pubblico a pagarli. La sua carriera è quasi finita. O così teme.

Il piccolo LouisI Was an Awkward Kid

Louis C.K. è cresciuto in Messico fino ai sette anni, prima di trasferirsi in una casa vicina all’autostrada nel Massachussetts. All’età di dieci anni ha già imparato la nuova lingua e il padre lo abbandona (pur abitando pochi isolati a distanza da). A crescere C.K. e i due fratelli è sua madre, una programmatrice (erano i primi ad avere un computer a casa). L’adolescenza di Louis è molto grunge: fatta di droghe (mescalina, quaaludes, cocaina, acidi) e lavori di merda (cuoco al Kentucky Fried Chicken, pulisce piscine, lavora in un negozio di noleggio video dove scopre i porno: «Mi ricordo questo Personal Touch III, un porno a soggettiva dove ti si rivolgevano fissando l’obiettivo. All’inizio ogni ragazza si presenta e guarda in camera dicendo che non vede l’ora di essere scopata, poi arriva questo tizio e dice ‘Hei, sono Steve Powers, e sto per scoparmi tutta questa fica mentre tu ti smanetti il cazzetto, sfigato!’»). È abbastanza sveglio da saper di voler fare il comico, ma non ha uno di quei talenti naturali che gli consentono il successo immediato. Tuttavia crede di esserci portato.

InfluenzeI just always loved comedy and I really wanted to be good at it. And it was heartbreaking, ‘cause I started and I wasn’t good at it. I was only 17-years-old, so I had a lot to learn about life in general. But I just kept on trying. I was young enough and stupid enough and I had no other choice. I had nothing else I was good at

Fin da giovane ammira i grandi comici americani come Richard Pryor, George Carlin, Lenny Bruce, Steve Martin e Woody Allen, e decide, come tutti coloro che hanno in mente di fare qualcosa di buono nella loro vita, di imitarli, ché ha intenzione di essere anche lui parte di quel gruppo di persone. Ci prova per la prima volta nel 1984 a una serata open mic, e va male: gli danno cinque minuti di tempo ma ne usa solo due, che comunque bastano per gelare il pubblico che tossisce senza neanche un sorriso. Quindi lavora sul suo materiale, impara a scrivere battute e ce la fa, inizia a frequentare i club e intrattenere ogni sera un pubblico a cui frega pochissimo di lui, ma almeno ride. Tutto ciò almeno fino a quegli anni ’90, in cui tutto va di nuovo male. I club non hanno soldi, chiudono, e l’intera generazione di comici della sua generazione è assunta al Saturday Night Live. Ed è stata assunta al provino in cui lui invece, contro ogni aspettativa, è stato scartato. È depresso, ci sono macchie di pomodoro sul pavimento del suo appartamento da mesi che ben si abbinano ai sacchi di spazzatura. Poi nel 1993 arriva una chiamata: lo hanno visto al provino per il SNL e lo hanno trovato simpatico, gli offrono di lavorare al Conan O’Brian Show come autore. Questa chiamata gli salverà la vita.

Louis C.K. non è sempre stato il re americano indiscusso della comicità come titolava GQ nell’edizione di maggio. Solo nel 2005, nella lista di Comedy Central dei 100 più grandi stand up comici americani, C.K. era al numero 98, dietro a una lista di perfetti sconosciuti da far sorridere per la lungimiranza. Era un comico per comici, o un comico che scriveva nei dietro le quinte, non per scelta, per Conan O’Brian, Chris Brown e David Letterman. Non era ancora veramente famoso. Non aveva ancora un pubblico. Solo sei anni dopo sarà al numero uno di ogni classifica, e i critici si riferiranno a lui come un genio indiscusso. Ma come?

George Carlin, il consiglio I’ve learned from experience that if you work harder at it, and apply more energy and time to it, and more consistency, you get a better result. It comes from the work.

Louis C.K. non è solo un ottimo comico, è anche uno che fossimo meno cinici potremmo adoperare per incoraggiare una generazione di quarantenni: “Vedete? Lui ce l’ha fatta dopo i quaranta, c’è ancora speranza”. Ma siamo troppo cinici e questa ci sembra la perfetta eccezione alla regola che fino a oggi ci è parsa funzionare bene: non vogliamo dare false speranze a chi se non ha combinato nulla di buono da adulto è molto probabile non abbia nulla da dare. Tornando a C.K: qual è esattamente il turning point della faccenda? Perché un uomo che faceva già ridere nel ’93, come sostiene Brown, ci ha messo tanto tempo prima di raggiungere il successo?

Volessimo scegliere un momento preciso in cui la carriera di C.K. cambia dovremmo partire da una sconfitta, una delle tante. È appena uscito da un ristorante cinese che descrive come: «Uno di quei posti in cui la gente mangia e non sa neppure che devi esibirti». Quando torna in macchina gli viene quasi da piangere: è incastrato in una routine che non porta a nulla, è disperato e inizia a pensare che, forse, se dopo quindici anni l’unica cosa che è riuscito a fare è ripetere la stessa ora di materiale («che era una merda, ve lo assicuro», dice) a gente a cui non frega un cazzo e vuole mangiare involtini primavera indisturbata, allora non ha abbastanza talento. Dice proprio così, dice: «forse non sono abbastanza bravo». Che è una di quelle frasi che chiunque abbia avuto un minimo di ambizione finisce per ripetersi in un momento di crisi. Uno qualsiasi. Tutte le persone con un minimo di senso della realtà ne hanno uno. Prima o poi ce lo si dice: forse le tue ambizioni superano il tuo reale talento.

Lo racconta nel video alla commemorazione di George Carlin, uno dei tanti modelli, l’uomo a cui si è maggiormente identificato e che probabilmente ha segnato un vero cambiamento nella sua vita, per lo meno della sua carriera. È a lui che chiede la formula del suo successo, per capire dove stava sbagliando. Era semplice per Carlin: «Ogni anno scrivo materiale nuovo, faccio lo speciale, lo registro e poi ricomincio da capo con qualcos’altro». Il modello è questo: proporre al pubblico cose che non si aspetta, perché hai effettivamente qualcosa di urgente da dire. E soprattutto: andare a fondo in sé stessi, «fino alle palle», e tirarle fuori: basta observational jokes su cani e aerei, ci vuole qualcosa che ti faccia veramente paura. Qualcosa che suoni come una sfida al tuo pubblico: parlare di ciò che più temi e riuscire a farlo suonare divertente. Trasformare la paura in business.

Lo stile –  I finally have the body I want. It’s easy, actually, you just have to want a really shitty body.

Volessimo scegliere un momento in cui la carriera di C.K. cambia è questo: quando ne cambia lo stile. Il momento in cui inizia a pensare alla paternità, alla masturbazione, al disfacimento fisico, al pessimo sesso (cioè di quando addossava la colpa ai figli perché non riesciva più a scopare con sua moglie: «Non ho mai pensato di buttare i bambini nella spazzatura, ma ora capisco chi lo fa»). Non ho conosciuto nessuno a cui il divorzio abbia fatto tanto bene alla carriera quanto a C.K.. E qui che, in poche parole, nasce la comicità del disagio. Quella che dice che “faggot” non significa gay, ma il comportarsi da gay; quella in cui ammette che a volte odiare è piacevolissimo, specialmente le persone in fila avanti a te o quelle troppo lente o vestite di merda; quella in cui spiega alle donne che nonostante tutti i loro sforzi per dimostrarsi delle gran porche, in realtà non sono che turiste del sesso, mentre gli uomini ne sono prigionieri. Carlin diceva che il dovere del comico è tracciare un confine e poi attraversarlo deliberatamente. È ciò che ha iniziato a fare C.K.

***

Se vi chiedessi di pensare a qual è il peggior modo di presentare a una platea uno dei più grandi comici al mondo probabilmente non riuscireste a indovinare che è proprio lì il problema: farlo senza creare aspettative. Louis C.K. lo ha imparato a diciannove anni. Precisamente lo ha imparato commettendo l’errore di aprire uno spettacolo di Jerry Seinfeld al Paradise Club di Boston—uno di quei posti dove la gente non si limita a ridere ma applaude—dicendo in uno slancio di imprudenza:«Ed ecco a voi il miglior comico al mondo». Quella frase dev’essere rimasta lì nel cervello di Seinfeld per tutto il tempo durante il suo show perché, una volta terminato, è andato diritto dal giovane C.K. e lo ha ammonito: «Non mettere quella cazzo di pressione addosso a una persona prima di uno spettacolo, non usare MAI quelle parole quando presenti qualcuno, mai». Nessuno è giudicato nella civile società occidentale quanto il comico, dice Seinfeld: «ogni secondo in cui sei sul palco». Lo avreste detto che i comici sono dannatamente insicuri?

Lo ha ricordato Louis C.K. a Talking Funny di HBO. E qui permettetemi una digressione. Tra i tanti motivi per cui HBO è una rete di successo, cioè quella responsabile del concepimento della quality TV e che ha preso il cinema classico americano e quello arty europeo e ne ha fatto una categoria merceologica per un pubblico mediamente colto e ambizioso, c’è anche quello di aver intrattenuto un rapporto speciale con la comicità di alto livello. Quindi, nel 2011 ha messo in una stanza quattro comici tra i migliori della loro generazione, vale a dire Jerry Seinfeld, Chris Rock, Ricky Gervais e Louis CK, registrandone i discorsi sulla carriera e i bei tempi andati. Il risultato è sorprendentemente istruttivo: parlano del rapporto tra comicità e pubblico, del linguaggio, del motivo per cui troviamo divertente una battuta, dei problemi che nascono sul palco (o fuori) e visioni differenti di ciò che significa fare stand up comedy da gente che la fa da decenni.

C’è un momento in cui Jerry Seinfeld dice col tono lamentoso e definitivo solo di chi ha fatto la storia della comedy e può permettersi un giudizio sferzante, che: «Le persone che scrivono, i critici, devono capire cos’è uno show. Quando vado a vedere il lavoro di qualcun altro io non voglio vedere il materiale nuovo. Io voglio vedere lo show». Lo dice con una tale sicurezza che sembra quasi indifferente alle ragioni del collega, Chris Brown, il quale lo interrompe affermando che è totalmente in disaccordo da una vita con lui, e che il suo modello è proporre sempre materiale nuovo per assecondare il pubblico. Forse, ripensandoci, Seinfeld non è indifferente. Forse tira fuori la questione di proposito, certo che gli altri colleghi nella stanza la pensino come lui. Si sbaglia. E subito commenta cinico: «Datemi dei comici veri, per piacere».

Poi Louis C.K. dice, col tono e lo sguardo di chi vuol stupire: «ogni anno scrivo nuovo materiale e poi lo butto», e lo dice con l’aria di chi la sa lunga, con l’aria di chi ha un metodo che funziona, con quell’aria di chi ha capito qualcosa che l’altro non sa, o che non ha mai avuto bisogno di imparare perché gli è andata bene così. Io nello sguardo di C.K. vedo gli involtini primavera avanzati nei piatti di chi non sta ridendo alle tue battute, e lo sguardo di chi ha figli che non sa come crescere, oltre che di un repertorio che non fa più ridere e che va abbandonato per qualcosa che dica chi sei veramente. Ma lì non dice nulla di questo, si limita ad affermare che il pubblico è vorace.

Seinfeld: «Secondo voi la gente viene per te o per lo show» Chris Brown: «Per me»

Questa discussione non è interessante solo perché mette in evidenza questioni come l’essere fan di qualcuno e amarlo così tanto da desiderare cose nuove («È come vedere Woody Allen o Prince, sai tutto di loro e vuoi vedere sempre cose nuove», dice Brown; fossi uno che usa certe parole direi che si tratta di pura epistemofilia, per citare Henry Jenkins), o il perfezionare materiale che riproponi incessantemente per anni e che ti caratterizza («Come un greatest hits», dice Seinfeld), ma anche perché ci dice di quanto questi grandi dell’intrattenimento reagiscano a un pubblico. Cioè il fan è chi ti ama a tal punto da voler conoscerne ogni aspetto di te, a tal punto da infastidirsi se ti ripeti perché ha già visto tutto su YouTube, cita su Tumblr ogni tua battuta, ed è avido di materiale nuovo, di esperienza. Vuole conoscere di più, vuole godere di ogni novità («Se facessi sempre la stessa roba che pubblico negli special in DVD la gente direbbe ‘ah non male’ ma non tornerebbe a vedermi, dice C.K). Siamo più esigenti con chi amiamo veramente.

***

La rivincitaI think you have to try and fail, because failure gets you closer to what you’re good at. 

Nel 2006 si sente abbastanza maturo e tenta la svolta con la serie tv Lucky Louie, per HBO, ma fallisce: viene cancellata dopo una sola stagione. A quel punto chiede ai dirigenti di poter fare uno speciale di un’ora e tira fuori Shameless (Il primo di una serie di speciali il cui l’ultimo è Oh My God, 2013). Inizia a venire fuori un C.K. incazzato, cinico ma al contempo emotivo, vivo e coraggioso; uno che ha capito così bene la vita e le persone che può permettersi di accantonare tutto ciò che ha fatto fino a quel momento e ricominciare. Ci riesce. Anni dopo, nel 2010, capisce che la fortuna non c’entra nulla con lui e ottiene un suo show che chiama semplicemente LOUIE. Tutti ne parlano. Soprattutto perché riesce a ottenere quasi il totale controllo su ogni fase produttiva (Il successo per C.K. è baciare zero culi, come è scritto in un ottima monografia su Rolling Stone; o come gli dice sua figlia: «Così non dovrai perdere tempo a spiegare ad altri quello che vuoi fare»).

Nel 2014 Louis C.K. è un quarantaseienne felice con due figlie che quando saranno abbastanza grandi forse rideranno di come il padre le ha descritte, e con una carriera di successo. Di recente C.K. era da Lettermane ha raccontato una delle storielle che si preparano per promuovere un prodotto e far bella figura. Dice che stava viaggiando in aereo e si avvicina una donna con due figli e un marito dallo sguardo triste che la segue. Questa tizia tiene un bambino in braccio con cui urta la gente sul volo e gli si avvicina: deve sedersi proprio al suo fianco. Quindi gli dice: «Senti, ecco cosa succederà: tu devi sederti in mezzo e io a lato perché *ho un bambino*». Lui è sceso dall’aereo. Aveva delle cose da fare e le ha rimandate per colpa di quella orribile donna. Ha semplicemente pensato che non avesse nessuna voglia di discutere. Il che potrebbe essere una metafora di resa a quelle persone che ci rovinano la vita.

E allora è per questo che C.K. ci ha messo tanto a venir fuori. Non solo perché c’è stata una crisi dei club, non solo perché a New York forse non aveva abbastanza amici importanti, non solo perché il rumore di fondo lo aveva offuscato e ci sono troppe mezze calze che fanno quello che fa lui, ma peggio, e ci hanno impedito di notarlo prima, non solo perché non esisteva YouTube e il download torrent: ma perché lui si arrende. Si era adagiato a quella vita tardo bohémien tra locali in cui non parlava al pubblico ma faceva uno show. Poi è diventato padre ed è diventato uomo: ha tirato fuori tutta la rabbia e la frustrazione e ne ha fatto il miglior repertorio.

Oggi è abbastanza bravo da riuscire a raccontarlo e a farmi ridere, perché ha passato una vita a tentare di capire il suo pubblico e ora lo fa alla perfezione. E penso che andrà tutto bene: la quarta stagione di Louie sta iniziando.

L'articolo Louis C.K. e la comicità del disagio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/louis-ck/feed/ 5
Il lungo vanitoso addio di Philip Roth https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-vanitoso-addio-di-philip-roth/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-vanitoso-addio-di-philip-roth/#comments Tue, 27 May 2014 12:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21016 Questo pezzo è uscito su Il Foglio.

di Annalena Benini

Philip Roth ha annunciato ieri a un magazine letterario olandese che il panino che ha mangiato la scorsa settimana, un sandwich di tacchino con lattuga e pomodoro, è stato il suo ultimo sandwich. La notizia del ritiro ha suscitato lo sgomento dell’editoria e del mondo dei panini. Ma Roth, come già altre volte in passato, è stato categorico: “Ho mangiato il mio primo panino quando avevo tre o quattro anni. Che è quasi ottant’anni fa. Sono un sacco di panini”. È satira, ma potrebbe essere vero, soprattutto nella parte in cui Philip Roth non esclude la possibilità di trovarsi a un buffet con quelle piccole fette di pane di segale, e metterci sopra del roastbeaf, magari anche un sottaceto, ma specifica che nemmeno in quel caso, comunque, si potrebbe parlare di sandwich.

L'articolo Il lungo vanitoso addio di Philip Roth proviene da Minima et Moralia.

]]>
philip_roth_rect

Questo pezzo è uscito su Il Foglio. (Fonte immagine)

di Annalena Benini

Philip Roth ha annunciato ieri a un magazine letterario olandese che il panino che ha mangiato la scorsa settimana, un sandwich di tacchino con lattuga e pomodoro, è stato il suo ultimo sandwich. La notizia del ritiro ha suscitato lo sgomento dell’editoria e del mondo dei panini. Ma Roth, come già altre volte in passato, è stato categorico: “Ho mangiato il mio primo panino quando avevo tre o quattro anni. Che è quasi ottant’anni fa. Sono un sacco di panini”. È satira, ma potrebbe essere vero, soprattutto nella parte in cui Philip Roth non esclude la possibilità di trovarsi a un buffet con quelle piccole fette di pane di segale, e metterci sopra del roastbeaf, magari anche un sottaceto, ma specifica che nemmeno in quel caso, comunque, si potrebbe parlare di sandwich.

Coi sandwich ha chiuso, dopo aver chiuso con i romanzi e dopo aver chiuso con le interviste, come ha appena dichiarato in un’intervista alla Bbc: “Questa è la mia ultima apparizione televisiva, anzi la mia ultima apparizione su qualsiasi palco ovunque”. Prima l’ultimo romanzo (“Nemesi”), poi l’ultima intervista, ogni volta con annunci solenni, quindi forse anche l’ultimo sandwich al tacchino (nel blog satirico di Andy Borowitz sul New Yorker), l’ultimo tango, l’ultima sigaretta, l’ultima canzone sotto la doccia, per finire con il ritiro anche dal mondo delle docce. Nella fiera delle vanità, ogni commiato è un rito, ogni addio è uno show, e lo show va ripetuto spesso (David Letterman ha annunciato il suo addio alla televisione, ha ringraziato tutti, abbracciato tutti, e sembrava l’ultimo giorno, l’ultimo minuto, poi ha aggiunto: “Tra un anno o giù di lì”).

“Non solo ho mangiato il mio ultimo sandwich, ma ho fatto anche la mia ultima dichiarazione pubblica sui sandwich” è un’invenzione, ma perfettamente in sintonia con i lunghi vanitosi addii alla vita pubblica. Philip Roth, nella sua “ultima apparizione ovunque”, ha raccontato: “Ho avuto fama letteraria, ho avuto fama sessuale, ho anche avuto fama di pazzo. Ho avuto centinaia di lettere, cento a settimana, e alcune di queste lettere con foto di ragazze in bikini. Ho avuto un sacco di possibilità di rovinarmi la vita”. Un sacco di donne, un sacco di sandwich, e adesso un sacco di racconti al suo biografo, Blake Bailey, il quale ha detto che terminerà la biografia di Philip Roth nel 2022. Sarà fantastica, ma sarà l’ultima biografia di Roth, e anzi sarà la fine di tutte le biografie di chiunque, sarà l’addio alle biografie, forse anche la fine delle vite degne di essere raccontate.

La cerimonia degli addii prevede che ci si schermisca, fingendo che in fondo non sia un abbandono così importante, perché nella vita ci sono molte altre cose da fare: nuotare, passeggiare per i boschi, guardare i panorami, le partite di baseball, i film. Ma un minuto dopo si stanno già ripercorrendo le proprie gesta, per chi non avesse compreso fino in fondo la portata del ritiro. Anni fa Phil Collins, ex batterista dei Genesis e solista di successo, annunciò in occasione dell’uscita di un disco l’addio alla musica: rivoleva indietro la vita, voleva accompagnare i bambini a scuola, essere libero, basta con gli obblighi. Dopo pochi anni di libertà e di figli da accompagnare a scuola ha detto: rieccomi, sono tornato, ho cambiato idea. Negli addii solenni, il rischio che sia un arrivederci è sempre molto alto. Come con le sigarette, con le diete, con gli addii a un’amante. Il bello dei ritiri è proprio questo, che resta, solenne e comica, la possibilità del ritiro di un ritiro.

L'articolo Il lungo vanitoso addio di Philip Roth proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/il-lungo-vanitoso-addio-di-philip-roth/feed/ 5
Pasolini, Roma – seconda parte https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-seconda-parte/#comments Thu, 01 May 2014 14:42:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20406 Questo pezzo è uscito su Studio. Qui la prima parte.

E alla Magnani in Mamma Roma (1962), nella rassegna cinematografica che affianca la grande mostra a Palazzo delle Esposizioni, PPP le fa fare proprio tutto e non le risparmia niente, le facce e le faccette e la risata ampia e affabile e la mossa, la fa cantare e ballare, e piangere il figlio morto, ubriacare e svenire e urlare, e nella conversazione registrata qui in mostra si capisce che lei si incazza anche perché tutto il suo mestiere verrà fuori naturalmente “fasullo” rispetto alla recitazione spontanea e monosillabica e gutturale dei ragazzi di strada; e quando lui le dice «ridi, Anna!», mentre è a bordo della moto, lei non capisce più se deve essere spontanea come se fosse una vera risata o se deve ridere veramente, e sbrocca, e sembra di essere nel racconto La mia apparizione di David Foster Wallace quando c’è un’attrice che deve andare da David Letterman e le dicono tutti di cercare di sembrare il più sincera possibile.

L'articolo Pasolini, Roma – seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
timthumb

Questo pezzo è uscito su Studio. Qui la prima parte.

E alla Magnani in Mamma Roma (1962), nella rassegna cinematografica che affianca la grande mostra a Palazzo delle Esposizioni, PPP le fa fare proprio tutto e non le risparmia niente, le facce e le faccette e la risata ampia e affabile e la mossa, la fa cantare e ballare, e piangere il figlio morto, ubriacare e svenire e urlare, e nella conversazione registrata qui in mostra si capisce che lei si incazza anche perché tutto il suo mestiere verrà fuori naturalmente “fasullo” rispetto alla recitazione spontanea e monosillabica e gutturale dei ragazzi di strada; e quando lui le dice «ridi, Anna!», mentre è a bordo della moto, lei non capisce più se deve essere spontanea come se fosse una vera risata o se deve ridere veramente, e sbrocca, e sembra di essere nel racconto La mia apparizione di David Foster Wallace quando c’è un’attrice che deve andare da David Letterman e le dicono tutti di cercare di sembrare il più sincera possibile.

Naturalmente la Magnani ha ragione perché poi tutto il suo overacting stride e rimane impresso rispetto ai ragazzetti ingessati e stilizzati che si muovono tipo immaginette; è lui stesso a dirlo: «scelgo il modo più rapido e semplice per rappresentare quello che ho scritto nella sceneggiatura». Niente piani sequenza ma «piccoli blocchi visivi giustapposti con ordine, quasi con rozzezza», e lei davanti a tutto questo Bauhaus attoriale e autoriale soccombe; ma PPP forse tenta soprattutto di ammazzarla, psicanaliticamente, questa mamma tanto innamorata del figlio inetto, che porta scientemente alla rovina al netto e come contrappunto della celebre e buonista Supplica a mia madre contenuta in Poesia in forma di rosa(1961-1964).

L'articolo Pasolini, Roma – seconda parte proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cultura/pasolini-roma-seconda-parte/feed/ 1
Intervista a Fabio Fazio https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/#comments Tue, 18 Feb 2014 14:50:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18598 Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l'autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

L'articolo Intervista a Fabio Fazio proviene da Minima et Moralia.

]]>
Fabio-Fazio

Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l’autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

A venticinque anni eri un vecchio…

No, però avevo un’altra misura, i capelli, tutta un’altra roba… No, è vero che sin da bambino son sempre stato più grande dell’età che avevo. Un po’ perché non mi è mai piaciuto l’essere ragazzino perché l’ho sempre pensato una perdita di tempo, un po’ perché non lo sono stato, nel senso che comunque avendo iniziato a lavorare a diciannove anni… La prima volta che ho messo piede in tv, in RAI, non avevo diciannove anni ancora. Era Pronto Raffaella, con la Carrà. E un po’ perché la vita… i miei genitori lavoravano tutti e due, io avevo un fratello piccolo…

Dove sei cresciuto?

A Savona. E quindi facevo quasi più da padre che da fratello, allora la situazione era quella, di molte famiglie, cioè il più grande si occupava del più piccolo. Aveva sei anni in meno di me. Quindi questo senso di responsabilità che deriva da un’educazione dei miei genitori, il senso del dovere, legalitario, di tutto… il lavoro, la scuola come unica possibilità di promozione sociale…

I tuoi che facevano?

I miei gli impiegati dello stato tutti e due, ma di quelli che però per andare in ufficio essendo impiegati dello stato si vestivano benissimo… cioè la camicia doveva essere stirata, con la cravatta, perché eri un funzionario dello stato… c’è quell’idea lì che mi ha accompagnato tutta la vita.

Questo leggendario concorso Rai enorme tu come ci sei arrivato, come ti è venuto in mente di farlo?, conoscevi qualcuno, chi te l’ha detto?

Stiamo parlando per l’appunto di un’epoca diversa, per niente appassionante tra l’altro… Io passavo il tempo libero in una radio privata, a Savona, ti ricordo che avevo sedici anni, siamo negli anni 80-81, e facevo le imitazioni che mi venivano piuttosto bene. Lì alla radio cercavano volontari figuranti: il tema era “chi è che ha voglia di sprecare due pomeriggi della propria vita, anziché andare con le ragazzine, a stare là… a mettere i dischi”? E sono entrato. La Rai faceva degli annunci serali con le annunciatrici in cui diceva che c’era questo concorso… in televisione… perché la risposta alla nascita e alla crescita delle tv commerciali, cioè di Fininvest in quel momento, la risposta della Rai era “Va bene loro prendono le nostre star e noi ne costruiamo delle altre”, quindi mentre andavano via tutti quanti la Rai fece un gigantesco concorso nazionale, importante, annunciato per televisione, quindi con le annunciatrici. E non era un concorso pubblico ad assunzione, era un provino. Sino a quel momento erano loro che venivano a cercare i talenti tra virgolette nei cabaret… infatti ciò non aveva mai riguardato la provincia, la provincia è sempre stata abbastanza esclusa, oppure quando tu andavi a Roma o a Milano a fare cabaret da qualche parte speravi che il funzionario. Io invece mi son trovato privilegiato a sentire banalmente questo annuncio televisivo e ho aspettato il giorno del diciottesimo compleanno per scrivere.

In quali studi si teneva? Viale Mazzini?

Prima fu regionale a Genova e poi chi passava il regionale veniva chiamato a Roma. Facevo l’ultimo anno di liceo, non ti posso dir nemmeno con una speranza minima, diciamo che era proprio fuori dalla mia possibilità nel senso che non c’ho mai pensato per un minuto e fu quello che mi fece vincere perché io andai con una nonchalance assoluta, la mia cosa vera fu “vorrei tanto vedere gli studi della Rai”, mi accompagnò mio padre, andai esclusivamente per questo, per vedere com’erano fatti gli studi, con la curiosità tecnologica, museale…

Qual è la cosa che ti ha impressionato?

Be’, alcuni che vedevo in televisione che avevo rivisto lì, mi ricordo che molti erano abbronzati, che davano l’idea di benessere, e poi naturalmente quello che si fa quando si va in televisione, le telecamere più grandi, gli studi che sembrano più piccoli, tutto l’aspetto tecnico, mi resi conto dell’inadeguatezza del maglione che avevo quel giorno quando ormai era tardi. A provinare c’erano due persone: uno si chiamava Bruno Voglino e l’altro si chiamava Guido Sacerdote. Guido Sacerdote fu quello che dagli anni Cinquanta, con la nascita della televisione, insieme ad Antonello Falqui trasportò il varietà dal teatro in televisione. Cioè forse per quindici anni tutti i programmi di varietà di RaiUno, nonché unica rete, erano firmati Falqui-Sacerdote quindi erano una potenza assoluta. E Bruno Voglino, che io chiamo ancora oggi mamma, la Rai per punirlo lo mandò a fare questo provino perché era considerato uno di sinistra, uno poco affidabile, ma che è quello che ha inventato tutti i più grandi varietà moderni, da Tilt alla Smorfia, il più grande talent scout che la Rai abbia avuto. In quegli anni era considerato uno poco affidabile, poi bisogna aspettare la rete di Guglielmi… ha fatto con me tutti i Quelli che il calcio quindi fino al 2000…

Un’immagine per definire quel periodo?

Io la cosa che mi ricordo subito dopo la telefonata per andare dalla Carrà, mia madre che mi porta in centro a cercare il vestito, nel negozio più bello, e naturalmente il vestito era bruttissimo, sbagliatissimo. Tante volte ho detto nella vita a Voglino: “Guarda io devo ringraziarti perché se da me oggi venisse uno com’ero io allora, io non lo prenderei mai! Mai!” E lui mi disse “Ma io ti ho preso perché tu eri bravo ma non bravissimo e io ho detto Se uno a 18 anni è bravo e non bravissimo non può che migliorare” e ho capito che quella è una grande lezione.

Quando parlavi con Walter Zenga, che conduceva Forza Italia, seconda metà degli anni Ottanta, facevi le stesse cose che poi hai fatto a Quelli che il calcio cioè qualcun altro dice le cose e tu ripeti molto la cosa che l’altro sta dicendo…

Controscena. L’idea della controscena in quel programmino aveva la forza che io prendevo in giro Zenga. Lui era portiere della nazionale, eh… Era l’88… quindi in realtà era una cosa mai tentata prima. Tieni conto che a Quelli che il calcio una grande rivoluzione fu pretendere che tutti noi dicessimo per quale squadra facevamo il tifo perché i giornalisti della Rai non dicevano. Si può chiamare gioco una cosa per cui uno non ha nemmeno la possibilità di dire per cosa tifa? Allora non è un gioco, è una guerra! Se gioco dev’essere gioco sia, quindi quell’idea ludica di Forza Italia ce la siamo riportata identica come modo a Quelli che il calcio. Poi in realtà la controscena o la spalla, per dirla meglio… In realtà un po’ c’è una timidezza di fondo che credo non sia mai superata e che quindi spinge sempre a mettere in relazione gli altri. Non ho mai fatto un monologo. Da imitatore mi paravo dietro le voci altrui. A Quelli che il calcio, io facevo dire una frase a uno, cercavo di connettere le cose…

Come eri passato dall’imitazione alla conduzione?

Quando tu eri bambino facevo un programma per ragazzi su RaiTre che si chiamava L’Orecchiocchio e poi Jeans su RaiTre il pomeriggio. Avevo vent’anni, ventuno, ed era il proto Mtv, per cui facevamo video musicali. Facevo 150-200 puntate l’anno in diretta. Vuol dire che intanto io per sei sette mesi l’anno stavo a Roma, a parte il sabato e la domenica che tornavo a casa…

A studiare…

Un po’ a studiare e un po’… avevo la fidanzata, quella che poi è mia moglie. Avevo ventiquattroanni, stavo in un residence che si chiamava Aurelia Antica…

E da lì andavi in Prati?

No, magari: andavo alla Nomentana…

Alla Dear? Dall’Aurelia Antica?

Guarda lascia stare, con la Diane… L’autore Pietro Galeotti voleva stare sull’Aurelia Antica per motivi sentimentali suoi, quindi alla fine abbiamo acconsentito tutti… Passavo molte ore in macchina, infatti quando mi dicevano usciamo rispondevo no!

Dicevamo della controscena.

È un sano parassitismo perché comunque sai secondo me si nasce o in un modo o nell’altro, ci sono i protagonisti e quelli che guardano, che se vuoi rasentano anche lo sfigato un po’, però… Io non son mai stato protagonista nel mio gruppo di amici, da ragazzo, mai. Ho sempre avuto la tendenza a osservare da fuori le cose.

Ci son stati momenti in cui ti sei detto “non posso andare avanti, non ho argomenti, non so che altri fare”?

Ma guarda, il senso di inadeguatezza c’è sempre, nel senso che quando hai la coscienza del privilegio che ti è capitato nella vita, cioè comunque di essere in un luogo dove, seppur non in prima persona, tu decidi cosa altre persone devono ascoltare quella sera… Io la vivo con molta responsabilità, devo dirti, questa cosa, però per quanto sia consapevole e responsabile cioè nel senso che io non ho mai usato la televisione per il mio potere personale, cioè non ho mai usato la televisione per accrescere il mio ruolo, il mio potere…

Però mi devi spiegare in che modo si potrebbe usare la televisione per accrescere il proprio potere.

Scegli un libro brutto anziché bello ma decidi che vuoi far uscire quel libro anziché no, fai un dispetto a qualcun altro, lo fai… Pensa se uno decidesse di rispondere in televisione ai giornali… Pensa che potenza. Puoi fare qualunque cosa: è una cosa che fanno in molti per altro. Se io ti fermo per strada e ti imbarazzo con la telecamera tu ti perdi comunque: un signore che stava indifeso camminando io ti vengo addosso con una telecamera o due, ti massacro comunque. Volendo uno può far qualunque cosa. Tu vai in televisione e decidi che passa un disco anziché no, un libro anziché no, un ospite anziché no. In base a quale ragionamento lo puoi fare?

(Poi passiamo alla pars construens, il lavoro dell’intervistatore.)

Il tema dell’intervista è entrare in relazione. Purtroppo spesso c’è pochissimo tempo. Noi due stiamo insieme qui un’ora a pranzo – io spesso con gli ospiti devo cercare di capire in quattro e quattr’otto prima di andare in scena perché magari l’ospite che non ho mai visto in vita arriva dieci minuti prima.

Ma hai momenti in cui senti “adesso questa intervista sta andando male” perché lui o lei non si sta…

Non perché lui o lei – ma perché mentre fai l’intervista one shot non hai la possibilità di tagliare, perché se uno potesse fare un’ora e poi tagli è fatta, è ovvio no? Quando tu hai venti minuti, o diciannove, o ventuno, è come suonare più che parlare: è come se tu avessi una pausa musicale in una jam session, si sente immediatamente. Diciamo che molte volte uno non è particolarmente lucido quella sera, che ne so può capitare di non essere in forma, diciamo che l’esperienza… lì si va col pilota automatico però può capitare… Comunque Che tempo che fa è la cosa che ho sempre desiderato fare e in realtà mi corrisponde più di qualunque altro… perché mi permette di occuparmi di cose che mi piacciono, libri che magari non avrei letto e che leggo…

Che tempo che fa è una trasmissione pedagogica. C’è un’espressione che usiamo con degli amici: tu sei un “Prete del Laicismo”.

La televisione ha involontariamente in sé questo potere affermativo, per il fatto solo che è lì quella cosa evidentemente merita di essere vista o ascoltata. Tieni conto che oggi non è più tanto così, in realtà: questo è un retaggio che ha la mia generazione. Perché la televisione quando ero piccolo io era il luogo dell’eccellenza. Se andava a dirlo lui è perché era lui che doveva essere lì, perché è il migliore in quella cosa… Poi non è detto che fosse vero, ma è quella che è stata percepita per tutta la televisione in bianco e nero e una parte della televisione a colori… Se vuoi con la funzione laica c’è una corrispondenza… Insomma ti obbligava a vestirti bene, quasi per guardarla, perché c’era comunque l’atteggiamento nei confronti della televisione: bisogna aspettare il telecomando per essere stravaccati, proprio un problema tecnico, quasi…

Quindi tu conservi l’assenza del telecomando nel tuo DNA…

Per forza: conservo lo stupore del fatto che qualcosa di lontano arrivi a casa tua vicino… Lo dicevo ad un mio amico ieri… un ricordo preistorico che vale non per il ricordo ma per il significato, il valore semantico… I televisori di quand’ero bimbo avevano una cosa che si chiamava alimentatore, sotto: c’era un carrello con sopra il grande televisore, sotto nella parte bassa del carrello c’era una roba che si chiamava alimentatore per cui tu – si diceva “scaldare le valvole del televisore”, tu dovevi dire “fra un quarto d’ora c’è il telegiornale, andiamo ad accenderlo!”

“Metti sul fuoco la televisione”.

Bravissimo, quindi quell’attesa… quella cosa lì ti dà il significato di come hai percepito quell’oggetto. Oggi io ho un figlio di 8 anni e una figlia di 4 che sanno che io lavoro in televisione naturalmente, ma non sanno cos’è la televisione, la fruizione è talmente personale… Se vuoi si può anche analizzare il fatto che gran parte della televisione oggi sia spudoratamente identica al privato, è come se si fosse persa la dimensione sociale o pubblica… Tu puoi andare a raccontare in televisione le cose più intime, più personali… Io non lo farei mai, perché io cosa vuol dire quella cosa lì: e non solo accade questa cosa ma la cosa che emenda il fatto che accada è che tu puoi ascoltare stasera, possiamo ascoltare insieme la confessione che ne so di un marito che dice alla moglie che era già sposato quattro volte, che aveva cento figli o disconoscere il figlio in diretta e noi rimaniamo stupitissimi ma noi stessi domani mattina non lo riconosciamo per strada perché la memoria… è talmente routine questa cosa… Se vuoi è un ragionamento più vecchio, più borghese, ma insomma non esiste dire in pubblico una cosa privata: io ho questa distinzione assoluta, in questo senso un cambio epocale, bisogna aspettare un bambino di oggi per sapere cosa sarà e se sarà la televisione fra vent’anni…

Questo tipo di televisione che fai si presta ad essere usato sia come Bignami, sia come canone della cultura contemporanea sia come appunto obiettivo da colpire…

Io credo che ci sia una malintesa idea di modernità e di forza che si esercita con l’essere volutamente scorretti, aggressivi o scortesi. In realtà ti dicevo prima… ci sono molti blog di persone incapaci che per il fatto solo di aggredire qualcuno noto ottengono il richiamo sull’ansa piuttosto che su un’altra agenzia o su un sito qualunque e questo costruisce la loro carriera. Però, per esempio, ora tu mi stai facendo un’intervista e stai facendo delle domande gentili e credo non reticenti, ma sei gentile, no? Se la stessa cosa la facessi in televisione la faresti uguale e io ti garantisco che farei anche io la stessa identica cosa e ti sentiresti dire che probabilmente avresti dovuto dirgli, “Come mai non l’hai attaccato?”, e se ci pensi basta sfogliare online i giornali e tu vedrai quante volte comunque i sostantivi che esprimono aggressività sono usati comunque come spia, come specchietto per le allodole, “se non c’è la polemica non leggo l’articolo”, sono stupidaggini colossali, è sempre tutto fatto per un tempo così veloce che non ha più la voglia dell’analisi, della lettura, dell’approfondimento ma è soltanto tutto molto percettivo…

Due cose: la celebre frase di Moretti che ti prende in giro quando gli fai i complimenti per il film e ti risponde: “Ma tu dici a tutti che è la tua cosa preferita”. E poi: mentre intervistavi Castellitto l’altra sera e lui diceva “è stata soprattutto un’esperienza di vita” io mi son detto “Ma come fa a non scoppiare a ridere?”…

Lui diceva che è stata un’esperienza di vita andare in Iugoslavia a girare il film, no? Be’, probabilmente per lui lo è stata veramente…

Però tu sei il tipo che nasce come imitatore, comico…

Però io quel film lì l’ho visto e quindi tu puoi dire che t’è piaciuto o non t’è piaciuto ma che quella cosa lì venisse fuori non c’è dubbio, eh. Io ho girato nel novantacinque un film in Africa, un documentario; quando son tornato io per due anni ma per due anni veri non solo non ho parlato d’altro, ma se vedevo l’acqua aperta in un bar gli chiedevo la cortesia di chiuderla, ho rotto le balle a mezzo mondo nel quartiere. Quindi il fatto che il regista dica del proprio film è stato un’esperienza di vita uno può ridurre o dire così, però ci stava. Nanni invece disse quella cosa anche molto allegra dal mio punto di vista ma credo che lui la disse semplicemente per eccesso di confidenza, nel senso che sai che il suo autore, sceneggiatore, Francesco Piccolo, è uno degli autori miei, quindi molto banalmente è una cosa detta… Se tu mi dici “Ammazza come sei invecchiato, sei pelato” se poi la dici lì diventa “Ah, gliel’ha cantata!”, capito?

Una delle poche cose che ho imparato, la parola che ti ho detto all’inizio, responsabilità. Io mi son sempre detto che in venti minuti d’incontro con una persona che non è di solito un mio amico – gli amici sono rarissimi, delle migliaia di persone che incontri, forse io ho meno di dieci amici – io mi son sempre chiesto “che diritto ho di fargli male?” e non ho mai trovato una risposta, cioè che diritto hai di far male a qualcuno che non conosci (o che conosci, è uguale). Un conto è chiedere una cosa, qualunque cosa, anche la più scortese – però stai parlando di una persona, quella persona lì ha una vita che avrà un lato chiaro, uno scuro, dei problemi, cioè io son sempre in questo senso portato a capire il perché uno è in un certo modo, ma io non riuscirei mai a essere volutamente aggressivo nei confronti di qualcuno per essere aggressivo, soprattutto in televisione…

Nella vita se tu devi dire anche al tuo più caro amico Sei uno stronzo non è che vai lì e gli dici sei uno stronzo, probabilmente è la fine di un ragionamento che ti porta a parlare molto e ad avere un grado di confidenza serio per poter dire una cosa grave. Quando questa cosa accade in televisione e anche la cosa più importante viene comunque interrotta dalla pubblicità secondo me c’è una forma che prevale talmente tanto sulla sostanza che non si può che rimanere ad un livello…

Di cortesia…

Io l’altro giorno ho intervistato Grossman, questo libro secondo me meraviglioso [Caduto fuori dal tempo, Mondadori], un libro che si legge in tre ore, io c’ho impiegato tre settimane perché è un libro illeggibile da chi è padre, un libro che parla solo della morte dei figli. Il mio unico problema era non pronunciare il nome di suo figlio. Perché ho detto se io fossi in questa situazione potrei permettere a uno che conosco, ma poco, di pronunciare quel nome? Io no: è sacra quella roba lì. E uno può dire “Come mai non gli hai chiesto come ti sei sentito il giorno che è morto tuo figlio”. È molto più difficile non fare una cosa spesso che farla, eh. Però ti ripeto questa è una cosa che si impara un po’ per carattere, un po’ per educazione e un po’ per esperienza di lavoro, non è detto che sia la cosa giusta, ci sono altri che fanno un’altra cosa però non è che uno può farlo per far piacere a… Però la cosa impressionante è che la maggior parte delle domande sono su questa stravaganza mia che è quella di essere buonista, cioè di non essere aggressivo.

Io posso aver intervistato Bertolucci, mi chiedono “Perché non gli hai detto che quella cosa faceva schifo?” La fruizione della televisione, in particolare del talk, secondo me, non è mai rispetto al contenuto quindi rispetto a quello che hai visto o sentito durante quella conversazione, ma è Come mai non sei stato aggressivo, come se l’unico canone che desse in qualche modo… come mai non c’è stata la polemica… cioè uno può dire la più grande notizia del mondo, può dire fra vent’anni non c’è più acqua nel pianeta, niente… Se uno insulta durante la stessa intervista Marchionne quella roba lì diventa titolo. Questa cosa qua implica una generazione evidentemente cresciuta in un certo modo, che non avrebbe mai fatto la generazione precedente! Biagi quando mi raccontava di sé mi diceva “ricordati che le parole fanno male” sempre mi ha detto lui, sino all’ultimo… mi diceva “Guarda che noi possiamo fare molto male con le parole”…

A proposito di maestri: qual è il tuo canone di classici della televisione anche contemporanea voglio dire…

Guarda, chi mi è capitato in sorte perché certamente come ti dicevo a parte le persone che ti ho nominato prima – Sacerdote, Voglino – certamente Enrico Vaime col quale io ho fattoventicinque anni di radio tutti i sabati, una conversazione che si chiama Black Out che c’è ancora, c’è Neri Marcorè al posto mio. Ho fatto proprio all’inizio, dopo il provino la prima cosa che mi hanno fatto fare è stata la radio.

E subito con Vaime?

Sì c’era Vaime e Luciano Salce. Quindi la cosa che ancora mi vengono i brividi quando ci penso è che io avevo diciannove anni e avevo davanti due persone che formano proprio il gusto, non c’è un’altra parola… Qualunque cosa dicevano… erano cattivissimi, di un cinismo meraviglioso. Ma ho capito ma le regole, che cosa fa ridere, che cosa non fa ridere, che cosa si può dire, che cosa non si può dire, non perché sia vietato ma perché il buon gusto te lo vieta, è esattamente come se dovessi imparare a scrivere.

Ma se dovessi dirmi delle cose che hai imparato da lui, da Vaime e da Salce?

L’equilibrio, il gusto… Delle regole che tu non sai neanche spiegare ma che senti che quella cosa lì non si può dire, cioè certe cose non si possono dire… È molto difficile riuscire a raccontarle nella vita, è per questo che ho definito eccellente il libro di Grossman… Le cose più difficili come sai, da scrittore, sono i grandi dolori e le grandi gioie, che se ci pensi poi sono anche due campi in cui io in televisione riesco molto difficilmente ad entrare, invadere: grandi gioie, grandi dolori, molta attenzione, che poi è l’aspetto più privato delle persone quindi è un territorio difficile… Quindi sicuramente loro e poi di mio aggiungo Renzo Arbore perché è per me la televisione, è proprio l’aspetto più gioioso, ludico che potessi immaginare, l’inarrivabile. Poi però lo sai che son stato vicino di casa di Mike Bongiorno per tanti anni? La vita è strana. La persona che più ho frequentato dal punto di vista televisivo è stata Mike perché a un certo punto la mia vita, negli anni non dico recenti ma facevo Quelli che il calcio e subito dopo anche… forse già facevo Che tempo che fa… Vabbè a un certo punto affitto casa di Mike nell’appartamento sotto casa di Mike e quindi per alcuni anni son stato suo inquilino nonché vicino di casa. Mi son capitate sempre cose stravaganti nella vita, alla fine questo mestiere consente incroci…

E da lui cosa hai preso umanamente? Lui era incosciente o era diverso?

Lui era perfetto. Mi ricordo una volta una telefonata, mi ha chiamato e mi ha detto, prima di cena, “Volevo dirti una cosa: siamo molto fortunati perché hanno aperto un supermercato nella nostra via!” Dico “Ma tu quando mai sei andato al supermercato?” “Mai. Ma semmai mi servisse di andare al supermercato adesso ce l’abbiamo sotto casa, è molto comodo!” Quindi per dirti, era un tipo strano, molto preciso, in questo senso eravamo molto simili, molto maniacale e anche io… poi vabbè lui…

Che tempo che fa è del 2002. Per fare il talk show moderno, voglio dire, che modelli…

Io ho sempre detto che David Letterman è una grande fonte di ispirazione ma non tanto per la scrivania, ma perché secondo me lui, almeno rispetto a me… cioè quello che io ho rubato non era tanto l’ironia, che non ho uguale, ma il gusto della conversazione nel senso che rispetto a noi lui nelle interviste poteva anche parlare e basta. Non è che lui a Obama fa le domande. Cioè se io facessi la stessa cosa a Monti io sarei morto il giorno dopo. Lui è capace di dirti: “Presidente i suoi capelli sono molto imbiancati, che shampoo usa?” e parlano per cinque minuti dello shampoo dopo di che dice “Sua moglie è a casa, la sta guardando? Vuole dire qualcosa? Sì grazie arrivederci!” Cioè questa cosa qua che secondo me è altissima non perché ci sia reticenza ma proprio perché sprechi… È un lusso clamoroso, da noi è subito reticenza. Da noi tu guarda veramente anche i titoli di giornale, le locandine: è solo nera, strage, arrestato. Le persone normali, grazie a dio, non passano il tempo a essere inquisite ma magari hai più piacere con un amico di parlare del libro che hai letto, del film che hai visto, la vacanza che hai fatto, la donna che ti piace cioè milioni di argomenti che sono quelli che fanno la vita e che invece sono considerati sempre inopportuni perché non sufficientemente…

Io invece quando ho cominciato il programma ho detto l’esatto contrario: mi piacerebbe moltissimo fare conversazione e ogni tanto con alcuni ospiti ci si riesce, non è facile ma ci si riesce. Tu guardati l’ultima intervista che Letterman ha fatto a Obama, lui è un elettore dichiaratamente democratico, per Obama, tu ascolta l’intervista quella che fece a Carla Bruni, mi ricordo che io la guardai perché avrei avuto Carla Bruni qualche settimana dopo, e parlavano esclusivamente dei cappelli della regina Elisabetta, lui le mostrava i cappelli. Ma se l’avessi fatto io e non avessi chiesto di Battisti… Capito? Ma non perché io non mi renda conto che quella cosa fosse importante ma perché personalmente mi divertirebbe enormemente di più…

(Non c’è una pausa. La televisione è tutto, se n’è parlato fino a un finale abbastanza lirico.)

Ma sai se ti dovessi dire la cosa più fortunata del mio mestiere è che per motivi abbastanza casuale, tu citavi Quelli che il calcio che ho fatto per 8 anni, adesso questi son 10, son tanti, la cosa più straordinaria che mi sia capitata è che io ho continuato ad avere il tempo del calendario scolastico, cioè i programmi che ho fatto erano programmi stagionali e quindi ho sempre avuto il calendario scolastico… e la cosa che con grande civetteria mi piace molto notare è che quando penso a me io torno indietro immediatamente al giorno in cui ho cominciato con la televisione: nel senso che per me è come se fosse una parentesi che un giorno si chiude e torno dov’ero.

L'articolo Intervista a Fabio Fazio proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/feed/ 2
Ricordando David Foster Wallace https://minimaetmoralia.it/estratti/rircordando-david-foster-wallace/ https://minimaetmoralia.it/estratti/rircordando-david-foster-wallace/#comments Thu, 12 Sep 2013 07:04:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15429 Sono già passati cinque anni dalla morte di David Foster Wallace. Pubblichiamo un'intervista del 1993 tratta da Un antidoto contro la solitudine e tradotta da Martina Testa. Aggiungiamo che ci manca moltissimo.

A trent’anni, David Foster Wallace è stato definito il migliore rappresentante della sua generazione di scrittori americani. Grazie al romanzo La scopa del sistema e alla raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani si è conquistato ampi consensi da parte della critica, un prestigioso Whiting Writers’ Award e un pubblico di lettori intensamente devoto. Wallace, laureato in matematica e filosofia all’Amherst College, ha cominciato a scrivere solo all’età di ventun anni. Il suo primo romanzo è stato pubblicato mentre ancora frequentava un master presso l’Università dell’Arizona, a Tucson. La sua scrittura è arricchita da una comprensione matematica e filosofica dei sistemi simbolici e dei concetti estesi, onnicomprensivi, che portano ogni idea alla sua estrema e spesso più esilarante conseguenza. È inventivo in un modo che ricorda Pynchon, e culturalmente onnivoro in un modo che ricorda chiunque da Don DeLillo a David Letterman, che è anche il protagonista di uno dei suoi racconti. Alla Cleveland State University, Wallace ha letto passi del suo secondo romanzo a una vasta platea che ha mostrato di gradire molto. Spera di finire questo romanzo entro un anno dal trasloco nella sua nuova casa di Syracuse, nello stato di New York.

L'articolo Ricordando David Foster Wallace proviene da Minima et Moralia.

]]>
davidfosterwallace

Sono già passati cinque anni dalla morte di David Foster Wallace. Pubblichiamo un’intervista del 1993 tratta da Un antidoto contro la solitudine e tradotta da Martina Testa. Aggiungiamo che ci manca moltissimo.

(Foto: Giovanni Giovannetti/Effigie)

In cerca di una «guardia» a cui fare da «avanguardia». Un’intervista con David Foster Wallace di Hugh Kennedy e Geoffrey Polk (1993) 

A trent’anni, David Foster Wallace è stato definito il migliore rappresentante della sua generazione di scrittori americani. Grazie al romanzo La scopa del sistema e alla raccolta di racconti La ragazza dai capelli strani si è conquistato ampi consensi da parte della critica, un prestigioso Whiting Writers’ Award e un pubblico di lettori intensamente devoto. Wallace, laureato in matematica e filosofia all’Amherst College, ha cominciato a scrivere solo all’età di ventun anni. Il suo primo romanzo è stato pubblicato mentre ancora frequentava un master presso l’Università dell’Arizona, a Tucson. La sua scrittura è arricchita da una comprensione matematica e filosofica dei sistemi simbolici e dei concetti estesi, onnicomprensivi, che portano ogni idea alla sua estrema e spesso più esilarante conseguenza. È inventivo in un modo che ricorda Pynchon, e culturalmente onnivoro in un modo che ricorda chiunque da Don DeLillo a David Letterman, che è anche il protagonista di uno dei suoi racconti.

Alla Cleveland State University, Wallace ha letto passi del suo secondo romanzo a una vasta platea che ha mostrato di gradire molto. Spera di finire questo romanzo entro un anno dal trasloco nella sua nuova casa di Syracuse, nello stato di New York. Abbiamo incontrato David Wallace nella sua suite in un albergo al centro di Cleveland, il giorno dopo il reading. Portava un maglione a righe a collo alto, pantaloni grigi e un paio di pesanti scarponi marroncino chiaro. Durante la prima metà dell’intervista, Wallace ha masticato e sputato tabacco Kodiak in un piccolo secchiello bianco, con una gamba appoggiata sulla poltrona oro e viola; per la seconda metà ha fumato e bevuto Diet Coke. Portava i capelli castani con la riga in mezzo, il che lo costringeva a scansarseli spesso da davanti agli occhi, e aveva l’abitudine di darsi leggeri colpetti dietro la testa con la mano aperta, gesto che, ha commentato Wallace, discende direttamente da suo padre, insegnante di filosofia presso l’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign, passando per l’insegnante del padre, Norman Malcolm, l’ultimo allievo di Wittgenstein, per risalire a Wittgenstein in persona. Wallace parlava in una voce morbida e sommessa con l’accento del Midwest.

La sua naturale timidezza, unita alla straordinaria intelligenza, può farlo apparire un po’ scostante, e ha confessato che nella sua famiglia si comunica soprattutto tramite battute di spirito e risposte argute. Ha anche osservato che «due anni fa, non avrei mai fatto una cosa del genere. Non mi sarei mai seduto a parlare davanti a due persone che non conoscevo bene. Non ce l’avrei fatta. Mi sarei chiuso in bagno e avrei strillato le risposte da dietro la porta». Una volta che si è rilassato, però, è diventato generoso e sincero e ha esposto in grande dettaglio – e perfino con passione – i suoi giudizi e le sue idee sulla letteratura.

(H.K.)

H.K.: Ho trovato interessante il modo in cui hai usato la filosofia come elemento del tuo primo romanzo, La scopa del sistema, e mi sono chiesto se a un certo punto avessi dovuto decidere se scrivere o meno di filosofia come fanno normalmente i filosofi, e poi magari ti fossi reso conto che la letteratura poteva essere un modo, a livello culturale, di mettere insieme concetti come la filosofia, Dio, l’America e via dicendo.

Wallace: Non so voi, ma io ho cominciato a scrivere narrativa solo a ventun anni, e all’inizio tutti dobbiamo necessariamente scrivere una certa quantità di puttanate, e le mie puttanate erano, in buona sostanza, saggi sotto mentite spoglie. Erano una specie di Ayn Rand rifatta molto male, qualcosa del genere. All’università ho studiato matematica e filosofia. Non ero uno scrittore, quindi c’entra molto il fatto che La scopa del sistema, nella sua prima stesura, sia stata una delle mie due tesi di laurea. L’altra era una cosa complicatissima di matematica e semantica che pescava da Wittgenstein a piene mani. E questi due testi continuavano a contaminarsi fra loro: la tesi di matematica, per dire, era scritta in tono discorsivo, come in teoria non si dovrebbe fare. Insomma, c’era un continuo interscambio fra le due cose. L’altro fattore è che mio padre è un filosofo di professione, è stato allievo dell’ultimo allievo di Wittgenstein, Norman Malcolm, che ha anche scritto la sua biografia. Tante parti della Scopa del sistema sono stranamente autobiografiche, per aspetti che, a parte me, nessuno può capire. Per dire, il titolo viene dal modo in cui mia madre chiama la crusca. Lei chiama la crusca e le fibre «la scopa del sistema». Mi pare che a un certo punto nel libro ci sia un’allusione en passant a questo fatto.

H.K.: Mi sono chiesto se la tua famiglia, come quella di Lenore Beadsman, è «molto verbale» e vede la vita «più o meno come un fenomeno verbale».

Wallace: La prima versione della Scopa del sistema parlava moltissimo della famiglia, e molto di quel materiale è stato eliminato perché non era particolarmente efficace. Però sì, nella mia famiglia funziona molto così. Fra noi comunichiamo quasi soltanto tramite battute di spirito. Fondamentalmente, non facciamo altro che raccontarci barzellette, il che a un certo punto diventa abbastanza strano. È molto divertente quando sei piccolo, ma quando ti ritrovi adulto e cerchi di parlare di qualcosa di serio, ti rendi conto che è un modo un po’ insidioso di affrontare le cose. Il romanzo su cui sto lavorando adesso ha molto a che fare con la famiglia e… è difficile, è difficile provare a cogliere qualcosa che sia reale, è difficile provare a capire quali esperienze familiari sono universali e quali idiosincratiche.

H.K.: Mi piace moltissimo il personaggio di Lenore Beadsman, mi sembra davvero memorabile, in particolare il modo in cui trasmetti la sua voce. Come ci sei arrivato?

Wallace: Ho avuto un sacco di problemi con quel personaggio, perché alla fine del libro mi sono ritrovato innamorato di lei. Ecco uno dei motivi per cui da allora non ho più lavorato su qualcosa di simile. Al momento di staccarmene ero davvero turbato. Lenore è una sorta di collage di tante persone che conosco. Ma probabilmente ha dentro il mio modo di ragionare e il mio modo di parlare, più che quelli di chiunque altro. Direi che all’inizio c’erano solo due voci che sapevo fare bene: una era la sua, l’altra era una voce ipersensibile e veramente intellettuale. Uno dei punti deboli del libro è che tanti dei personaggi sembrano avere la stessa voce: Rick Vigorous parla un po’ come David Bloemker, che a sua volta parla un po’ come Norman Bombardini e perfino come il padre di Lenore. Molto spesso è una parodia della prosa intellettuale.

H.K.: Io ho avuto la tua stessa reazione nei confronti di Lenore. Mi è dispiaciuto tantissimo doverla lasciare.

Wallace: Era veramente un amore.

H.K.: Una domanda su Rick Vigorous. Ho pensato molto alla scena in cui torna ad Amherst dopo vent’anni e fa un giro per il campus, ancora dividendo i ben inseriti dagli emarginati. Mi sono chiesto se pensi che tutti gli scrittori siano in qualche modo degli outsider, rispetto alla società.

Wallace: Non lo so. All’università mi sentivo molto solo. La parte del libro che mi piace e che suona autentica è quella roba lì, che per me era vera. Era così che mi sentivo. Gli scrittori che conosco hanno una certa autoconsapevolezza, una capacità di lettura critica di sé e degli altri che li aiuta nel loro lavoro. Ma quel tipo di sensibilità rende molto difficile stare in mezzo alla gente senza ritrovarsi per così dire a levitare dalle parti del soffitto, guardando quello che succede. Una delle cose che voi due scoprirete, una volta usciti dall’università, è che riuscire a vivere davvero come un essere umano, e contemporaneamente a produrre qualcosa di valido, con quel grado di ossessività che è necessario per farlo, è veramente complicato. Non è un caso che si vedano tanti scrittori entrare nel trip della celebrità da popstar, o iniziare a bere e drogarsi, o rovinarsi il matrimonio. Oppure uscire semplicemente di scena poco dopo i trenta o quarant’anni. È veramente complicato.

G.P.: Probabilmente bisogna fare un sacco di sacrifici.

Wallace: Non so neanche se sia una decisione volontaria o totalmente conscia. Quasi tutti gli scrittori che conosco sono molto concentrati su se stessi, non nel senso che si pavoneggiano davanti allo specchio, ma che hanno una tendenza non solo verso l’introspezione, ma verso una tremenda forma di autoconsapevolezza. Quando scrivi, ti devi continuamente preoccupare dell’effetto che farai sul tuo pubblico. Stai dicendo le cose in maniera troppo sottile, o non abbastanza sottile? Cerchi sempre di comunicare in modo originale, e quindi diventa molto difficile, almeno per me, comunicare come vedo comunicare fra loro i normali abitanti di Cleveland, con le loro guanciotte rosse, quando si incontrano per la strada. La mia risposta, per quanto mi riguarda, sarebbe che no, non è un sacrificio; è semplicemente il mio modo di essere, e credo che non sarei felice a fare qualunque altra cosa. Penso che le persone congenitamente portate per questo tipo di lavoro siano per certi versi dei sapienti, per altri versi quasi dei ritardati. Andate a un convegno di scrittori, una volta o l’altra, e ve ne renderete conto. Si va lì per incontrare autori che sulla carta sono semplicemente straordinari, e di persona sono del tutto disadattati. Non hanno idea di cosa dire o cosa fare. Tutto quello che dicono viene controllato, e in fondo minato, da una specie di editor che hanno dentro. La mia esperienza è stata questa. Perciò negli ultimi due anni ho investito una parte molto maggiore della mia energia a insegnare, cioè di fatto esercitandomi a vivere da essere umano.

H.K.: Per il nostro laboratorio di scrittura abbiamo letto un articolo di Ben Satterfeld che contiene l’ormai tradizionale raffica di sparate un po’ a casaccio contro i corsi di scrittura creativa e il ciclo di mediocrità che vanno a creare. Per tutto il pezzo Satterfeld se la prende con gli insider, con la gente che ha frequentato corsi post-laurea di scrittura, e sostiene invece che bisogna uscire nel mondo e trovare la propria strada da soli, senza tutti questi editor che ti ronzano intorno e tutte queste figure inserite nel mondo editoriale che ti portano alla pubblicazione. Eppure uno dei pochissimi scrittori che Satterfeld nomina specificamente fra quelli che al momento stanno scrivendo cose davvero eccellenti e originali sei tu, e tu esci da un corso di laurea e un master. Non voglio solo sapere qual è la tua reazione a Satterfeld, ma a questo tipo di argomentazione in genere: per te, qual è stata l’utilità di un mfa?[1]

Wallace: Mi piacerebbe aver letto l’articolo. (Ride.) Be’, io non ho avuto un’esperienza molto felice all’università, ma mi sembra che ci siano vari modi di trarne comunque un insegnamento. Si può imparare qualcosa adeguandosi alla linea del partito, per così dire, di un certo corso, oppure si può fare il James Dean della situazione e schierarsi dalla parte opposta. A volte è solo quando hai dei professori – ossia delle figure di autorità – che ti rompono le palle, e ti ritrovi a opporre comunque resistenza alle loro idee, che capisci in cosa credi davvero. È stato interessante venire qui [alla Cleveland State University]. Ho fatto una lunga chiacchierata con Neal Chandler sul vostro corso, e mi sono convinto che siate veramente fortunati. Mi sembra che esistano due tipi di corsi post-laurea di scrittura creativa. Un tipo è quello che mi sembra esista alla Cleveland State, e all’Università di Syracuse, per dire, cioè un master con una focalizzazione sulla scrittura creativa, in cui però ci sono dei veri e propri requisiti accademici. Ti viene richiesto di imparare a scrivere nell’ambito di una più ampia formazione nelle discipline umanistiche. E questo tipo di corsi, lo so che non li ho mai seguiti personalmente, ma dall’esterno mi sembrano fantastici.

Uno dei miei più grossi problemi all’Università dell’Arizona è stato che anche se mi piacevano molto gli studenti, e mi piacevano molto parecchi dei professori normali, non mi piacevano particolarmente gli insegnanti di scrittura creativa. Disprezzavano davvero l’idea che imparare a scrivere significasse anche imparare a entrare a far parte della tradizione letteraria occidentale. All’Università dell’Arizona ho seguito un sacco di corsi esterni – ho studiato un sacco di teoria, un po’ di matematica, un po’ di lingue straniere, un po’ di storia della lingua – e i responsabili del corso di scrittura creativa mi prendevano per matto. Posti come l’Università dell’Arizona, l’Università dell’Iowa o Stanford secondo me fingono soltanto di essere delle scuole.

Non voglio dirne peste e corna, ma penso che sia necessario fare una distinzione fra università come quelle e università come la Cleveland State e Syracuse, che sono veramente istituzioni didattiche, da cui si esce con un master. Le fabbriche di mfa sono, di fatto, forme velate di assistenzialismo. Ai docenti, in genere, offrono la comodità e la sicurezza di un impiego vita natural durante. Tenere un laboratorio di scrittura, anche se a suo modo richiede impegno, non è paragonabile a preparare lezioni sulla storia della matematica tre volte a settimana. Non è proprio paragonabile. E dato che gli scrittori sono costituzionalmente pigri per la maggior parte delle cose al di fuori della loro scrittura, anche questo aspetto li incoraggia. Ma i corsi di quel tipo sono anche forme di assistenzialismo per gli studenti, perché un tempo succedeva che uscivi dall’università, ti trovavi un lavoro di merda, andavi a vivere in un loft di Soho e cercavi di fare lo scrittore. E il signor Satterfeld può trovarci anche un certo elemento di romanticismo. Conosco gente che ha fatto quel percorso, ed è assolutamente devastante, è tremendo.

Per dire, anch’io ho sfiorato quel genere di vita da quando ho finito il master, e sono stato fortunato perché ho pubblicato un paio di libri. Le mie cose trovano un editore più facilmente, rispetto agli autori che devono spedire il manoscritto alla cieca, ed è comunque una situazione pesante. Non è divertente. Ma se frequenti uno di quei corsi, ai tuoi genitori e a chiunque ti chieda: «Cosa stai facendo?» puoi rispondere: «Be’, sto facendo un master». E la gente ti lascia in pace. Molto spesso ricevi anche forme di assistenza finanziaria. Vere e proprie borse di studio, come quella che avevo io all’Università dell’Arizona, oppure l’opportunità di insegnare, e di mantenerti in quel modo. Certo, gli allievi vengono un po’ sfruttati, ma è comunque molto meglio che lavorare alla cassa di un fast food. È mille volte meglio.

H.K.: Che effetto vorresti che facesse la tua scrittura?

Wallace: Vuoi una risposta onesta, giusto?

H.K.: Nei limiti del possibile.

Wallace: È molto difficile separare l’effetto che vuoi che faccia la tua scrittura dall’apprezzamento che vuoi ricevere per quello che scrivi. Alle tre di notte, quando sono solo con me stesso, fantastico di parate ufficiali in mio onore, Poeta Laureato dell’Occidente, borse di studio MacArthur e premi Nobel, reading come quello di ieri sera ma davanti a un pubblico di quindicimila persone, roba così, insomma. Questo per dire che i pensieri riguardo all’effetto desiderato non sono mai puri, mai privi di fini egoistici. Però ci sono parecchi libri che dopo averli letti mi hanno lasciato per sempre diverso da com’ero prima, e penso che tutta la buona letteratura in qualche modo affronti il problema della solitudine e agisca come suo lenitivo. Siamo tutti tremendamente, tremendamente soli. Ma c’è qualcosa, quantomeno nei romanzi e nei racconti, che ti permette di entrare in intimità con il mondo, e con un’altra mente, e con certi personaggi, in un modo in cui non puoi proprio farlo nel mondo reale. Io non so cosa stai pensando. Non so molto di te, così come non so molto dei miei genitori, della mia ragazza o di mia sorella, però un brano di letteratura che sia davvero sincero ci permette di entrare in intimità con… non voglio dire con la gente, ma ci permette di entrare in intimità con un mondo che assomiglia al nostro quanto basta, a livello di dettagli emotivi, perché le varie sensazioni che proviamo possano poi riverberarsi anche nel mondo reale. L’effetto che vorrei che avesse quello che scrivo è far sentire le persone meno sole. O insomma, toccare le persone in qualche modo.

Mi sa che a volte quando scrivo, se cerco di essere particolarmente offensivo, scandaloso e via dicendo, in realtà ho solo il desiderio vorace di provocare un qualche tipo di effetto. Secondo me in American Psycho si vede che Bret Ellis sta facendo questo. Non puoi assicurarti che a tutti piaccia quello che scrivi, ma cazzo, se hai un po’ di tecnica, puoi assicurarti che il lettore non resti indifferente. Un sacco di scrittori smaniano per far circolare di più le proprie opere e vendere più copie, e un tempo credevo che fosse volgare materialismo, che volessero i soldi, ma in realtà quello che uno vuole è provocare un qualche effetto. Magari voi l’avete già capito. Ma a me sono serviti anni per rendermene conto.

G.P.: In La ragazza dai capelli strani, molti racconti vanno al di là delle semplici storie personali e arrivano a toccare temi generazionali. Ad esempio, «Lyndon» in molti punti sembra osservare le differenze fra generazioni: per dirne una, le idee di Lyndon sulla responsabilità e su ciò che implica, contrapposte alla generazione degli anni Sessanta. In «Verso Occidente l’Impero dirige il suo corso», fra J.D. Steelritter e i ragazzi c’è un conflitto dello stesso tipo, stavolta sull’idea di onore, che alla fine Mark Nechtr ammette di condividere: eppure è veramente una virtù d’altri tempi. E «La ragazza dai capelli strani» l’ho visto come un commento non solo sul conservatorismo reaganiano e gli effetti delle sue politiche – vale a dire una sorta di sadismo – ma anche sulla generazione punk degli anni Ottanta, che di ideali politici non ne ha nessuno. Insomma, nelle tue storie continuo a trovare questi temi generazionali. Sei d’accordo?

Wallace: Sta diventando un po’ difficile da ricordare. Quel libro l’ho finito nell’88, e poi c’è stato un anno di battaglie legali prima che venisse pubblicato, quindi mi sembra un sacco di tempo fa. Forse l’ho già detto anche ieri sera, ma al master ho conosciuto un sacco di gente, un sacco di poeti, in particolare, un po’ più grandi di me, veri adoratori degli anni Sessanta, secondo cui il nostro problema era che avevamo perso molta dell’integrità ribelle e sincera degli anni Sessanta. Io in realtà vedo la nostra generazione come erede degli anni Sessanta. E intendo specialmente dal punto di vista artistico, perché negli anni Sessanta si sono abbandonate molte tecniche convenzionali in favore dell’umorismo nero e di una nuova enfasi sull’ironia. Non si vedeva un’ironia del genere, di fatto, da prima del romanticismo. L’ironia ha svolto una funzione molto utile, facendo piazza pulita di un sacco di luoghi comuni e falsi miti, nella cultura americana, che non servivano più a nulla; ma purtroppo non ci ha lasciato niente da cui ricominciare a costruire, se non un atteggiamento di sufficienza sarcastica, di nichilismo autoreferenziale e di avidità materiale.

Uno dei motivi per cui in questo libro ho parlato tanto della tv è che adesso molto dell’atteggiamento ribelle degli anni Sessanta lo vediamo nella produzione televisiva: roba che all’epoca rappresentava il gesto artistico, l’autoreferenzialità, la metanarratività. Adesso si vede l’ultima puntata di Moonlighting che finisce con le scenografie smantellate. La tendenza originaria verso l’ironia e l’autoreferenzialità che negli anni Sessanta era il modo in cui i giovani si proteggevano dall’ipocrisia famelica di istituzioni come il governo e la pubblicità ora si è insinuata nella cultura popolare, e dato che si è insinuata nella cultura popolare, la cultura popolare stessa è diventata enormemente più efficace e più pervasiva nella vita degli americani. Cioè: la tv oggi è talmente bella. mtv ti ipnotizza proprio. E quindi ci sono i giovani della mia generazione, fra i venti e i trentacinque anni, ancora un po’ in bilico, mentre tutti i ragazzi più piccoli di noi vengono letteralmente risucchiati dentro quel mondo, e lo imparano in un modo che non gli permette di esercitare nessun tipo di incredulità.

Comunque sia: una delle cose che volevo fare, con La ragazza dai capelli strani, era scrivere un tradizionalissimo libro con una morale. La mia è una generazione che non ha ereditato assolutamente nulla, in termini di valori morali significativi, ed è nostro compito crearceli, e invece non lo stiamo facendo. E ci viene detto, dagli stessi sistemi di cui gli anni Sessanta facevano benissimo ad avere paura, che non dobbiamo preoccuparci di inventare sistemi morali: insomma, che il senso della vita sta tutto nell’essere belli, fare tanto sesso e possedere un sacco di cose. Ma il risvolto sinistramente delizioso è che i sistemi che ci dicono questo stanno usando le stesse tecniche che avevano usato gli autori degli anni Sessanta: ossia tecniche postmoderne come l’ironia nera, le involuzioni metanarrative, tutta quella specie di letteratura dell’autoreferenzialità. Noi ne siamo gli eredi. E direi che la penso ancora nello stesso modo. Sto ancora scrivendo di persone giovani che cercano di trovare se stesse dovendosela vedere non solo con dei genitori che gli impongono di conformarsi, ma anche con lo scintillante e seducente sistema elettromagnetico tutto attorno a loro che gli dice che non ce n’è bisogno. Non so se mi spiego.

G.P.: Ti convince la risposta di John Gardner, cioè affermare nella scrittura la bellezza della vita? L’altra sera (al reading), mi è sembrato che provassi un’empatia con i tuoi personaggi che ti colloca al di là della satira.

Wallace: Be’, Gardner non sta dicendo niente che non dicesse già Tolstoj, solo che Tolstoj lo diceva nella sua maniera stramba da fondamentalista cristiano ortodosso russo. Per Tolstoj lo scopo dell’arte era comunicare l’idea della fratellanza cristiana da un uomo all’altro e trasmettere un qualche tipo di messaggio. A me pare che Gardner traduca questa idea in una sorta di didatticismo morale. E credo che sottovaluti quelle che sono le reali possibilità dell’arte. Ma hanno ragione tutti e due: ciò che fanno la narrativa e la poesia è ciò che stanno cercando di fare da duemila anni a questa parte, ossia toccare il lettore, fargli provare certe sensazioni, permettergli di instaurare un rapporto con delle idee e dei personaggi che sarebbe impossibile nell’ambito di un normale scambio verbale tipo quello che stiamo avendo in questo momento: tu non vedi me, io non vedo te. Ma ogni due o tre generazioni il mondo diventa enormemente diverso, e diventa enormemente diverso il contesto in cui si deve imparare a vivere da esseri umani, o ad avere buoni rapporti con gli altri, o a decidere se Dio esiste o meno, o se l’amore esiste, e se può redimere la gente. E le strutture grazie alle quali si possono comunicare questi dilemmi o farli affrontare dai personaggi sembra che a un certo punto diventino inadeguate, e poi di nuovo adeguate, e così via. Ma niente di quello che è cambiato ai nostri giorni mi sembra di importanza fondamentale, anche se tante cose sono molto, molto diverse. Quindi sì, direi che sono d’accordo con Gardner nella misura in cui ha il buon senso di ripetere la lezione di Tolstoj – tolta la parte trascendente cristiana. Sono l’unico scrittore «postmoderno» al mondo che ha una venerazione assoluta per Tolstoj.

G.P.: Nei tuoi racconti, giochi spesso con i confini fra la storia e la finzione. Ti fa un effetto strano appropriarti di figure realmente esistite?

Wallace: Ha delle ripercussioni legali. La prima versione del racconto su Letterman («La mia apparizione») doveva uscire su Playboy ed era molto diversa. Conteneva delle vere e proprie trascrizioni di un’intervista di Letterman a Susan Saint James. Come un coglione non l’ho detto ai redattori della rivista, e un paio di settimane prima di quando era prevista l’uscita del racconto, in tv hanno passato una replica proprio di quell’intervista; nella redazione di Playboy se ne sono accorti, e mi hanno fatto un culo così. E in tutte le altre riviste che avevano pubblicato dei miei racconti gli avvocati sono andati totalmente nel panico, e ci è mancato poco che il libro non uscisse più. Quindi ci sono problemi in questo senso. Per quanto riguarda l’uso massiccio della cultura pop, uno dei grossi cambiamenti che ci sono stati è che un tempo la letteratura era una specie di racconto di viaggio. Era un modo per portare la gente in terre straniere e a contatto con culture esotiche, o in mezzo a personaggi importanti, e dare al lettore accesso a mondi a cui non aveva accesso.

Il mondo in cui viviamo oggi è molto diverso. Posso alzarmi la mattina e guardare le immagini via satellite di una rivolta a Pechino mentre faccio una colazione tex-mex ascoltando musica africana sul mio lettore cd. In passato il compito della letteratura era rendere familiare ciò che era strano, portarti in un posto e fartelo apparire familiare. Ma mi sembra che una caratteristica della vita di oggi sia che tutto si presenta come familiare, quindi una delle cose che l’artista deve fare è prendere molta di questa familiarità e ricordare alla gente che è strana. Quindi prendere le immagini più banali, artisticamente più insignificanti, dalla tv, dalla politica e dalla pubblicità, e trasfigurarle… Ok, è un gesto artistico un po’ radicale, ma credo che abbia una sua validità. Penso che se uno riesce a far diventare straniante questa roba, se riesce a far sì che la gente guardi, per dire, un quiz televisivo come Jeopardy! o uno spot pubblicitario e non lo veda come un messaggio divino sceso dal cielo ma come un’opera d’arte, un prodotto dell’immaginazione umana e degli sforzi umani con un obiettivo umano, quello è un modo per distanziare il lettore da certi fenomeni da cui secondo me c’è bisogno che venga distanziato. Ovviamente, non è che tutto questo processo lo fai in maniera consapevole mentre scrivi. Ma è una delle difese che ho trovato per quando mi vengono poste questo tipo di domande, e mi sembra un’argomentazione valida.

G.P.: Ci sono degli scrittori viventi che ti esaltano veramente?

Wallace: Sono un grandissimo fan di Don DeLillo, anche se mi sembra che il suo ultimo libro sia uno dei peggiori. Il DeLillo di Americana, End Zone, Great Jones Street, I nomi e Libra, quello lo amo. Magari L’arcobaleno della gravità come singolo libro è più bello, ma se guardiamo alla produzione complessiva non mi viene in mente nessun altro scrittore appartenente a questa tradizione, da Nabokov in poi, che abbia fatto meglio di DeLillo. Mi piace Bellow, e mi piace molto il primo John Updike: Festa all’ospizio, Nella fattoria, Il centauro, proprio per la pura e semplice bellezza della scrittura, cazzo. E poi vari scrittori latinoamericani: Julio Cortázar, Manuel Puig, tutti e due morti di recente. Ci sono quei giovani scrittori di oggi di cui stavo parlando prima, tipo Mark Leyner, William T. Vollmann, che quest’anno ha quattro libri in uscita; Jon Franzen, Susan Daitch, Amy Homes. Il libro più bello che ho letto ultimamente è della moglie di Paul Auster, che si chiama Siri Hustvedt. Viene da una famiglia norvegese del Minnesota, e ha scritto un libro intitolato La benda sugli occhi. Non si può dire che sia una lettura spassosa, però mamma mia che libro geniale. È il miglior esempio di postmodernismo femminista che abbia mai letto. Fa sfigurare Kathy Acker, per quanto è scritto bene. Non so se ci sono veramente dei giganti che sovrastano tutti gli altri. Penso che certe cose di Pynchon, certe cose di Bellow, certe cose della Ozick verranno ancora lette fra cento anni; forse anche DeLillo.

G.P.: Hai una raccomandazione da fare ai giovani scrittori?

Wallace: Mandatemi almeno il cinquanta per cento di tutto quello che guadagnate.

G.P.: Non basterebbe neanche a coprire il costo del francobollo!

Wallace: È un lungo viaggio. Scrivere è un lungo viaggio. Spero che tutto quello che ho scritto finora non sia neanche lontanamente la roba migliore che posso scrivere. Speriamo di non arrivare a cinquantacinque anni rifacendo sempre la stessa cosa. Bisogna evitare di bruciarsi, diciamo. Ci si può bruciare dibattendosi per tanti anni nella miseria senza nessun riconoscimento, ma ci si può anche bruciare se si riceve un po’ di attenzione. La gente viene a trovarti in albergo e pensa che tu abbia cose interessanti da dire. E allora puoi permetterti di cominciare a pensare che tutto quello che dici è interessante. Per me, il cinquanta per cento delle cose che scrivo sono brutte, punto, e sarà sempre così, e se non sono capace di accettarlo vuol dire che non sono tagliato per questo mestiere. Il trucco è capire quali sono i tuoi difetti e fare in modo che il lettore non li veda.

 

(Pubblicato originariamente su Whiskey Island, primavera 1993. © Whiskey Island Magazine, 1993. Traduzione di Martina Testa.)

Copyright minimum fax 2013


[1]. Master in Fine Arts, titolo accademico post-laurea riservato alle discipline artistiche (scrittura, cinema, danza, teatro, arti visive…). [n.d.t.]

L'articolo Ricordando David Foster Wallace proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/rircordando-david-foster-wallace/feed/ 6