Davide Longo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/davide-longo/ un blog di approfondimento culturale Sun, 21 Dec 2014 10:35:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Davide Longo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/davide-longo/ 32 32 I nuovi padri https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-nuovi-padri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/i-nuovi-padri/#comments Sun, 21 Dec 2014 10:35:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24607 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.

Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

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Saranno una ventina d’anni da quando l’entrata in scena del padre materno è ufficiale. Almeno da quando Robin Williams ha dato la sua deliziosa versione del mammo in “Mrs Doubtfire” (1993). I padri trovano oggi nel rapporto con i figli piccoli non più solo un dovere, ma anche un appagamento profondo. I nuovi padri sono capaci, e hanno voglia, di cambiare pannolini, nutrire i neonati, sostituire le madri in quelle cure che per millenni sono state riservate soltanto alle donne. Una mutazione epocale, secondo la psicanalista Simona Argentieri, che ha pubblicato di recente “Il padre materno” (Einaudi), un saggio breve, illuminante su questo tema. Ma cosa succede se questi nuovi padri vivono la paternità come una soluzione difensiva, un espediente per evadere da altri doveri più “paterni”, o semplicemente più “adulti”? In altre parole: uomini e donne sono disponibili a fare le mamme, ma chi farà il padre? “Chi interverrà”, si chiede Argentieri, “a interrompere la magica fusione madre (o padre)/bambino? Chi fungerà da ‘secondo oggetto’, insegnando il verbo e la legge?”. Se i padri rifuggono dal loro ruolo, la causa si annida anche e soprattutto tra i problemi della coppia e le mutazioni, anch’esse epocali, che hanno investito le unioni e le hanno rese più fragili. Non è solo colpa degli uomini, sembra suggerire Argentieri.

Proviamo allora a orientarci dando uno sguardo alla letteratura, che come sempre è riflesso e insieme da proiezione distorta, della realtà. (Del resto, il mestiere di scrittore, con i suoi tempi morti e dilatati, si presta bene a congedi parentali prolungati o perenni). Da Pinocchio in poi, di padri soli e accudenti è piena la narrativa italiana, e straniera. C’è il padre immobile di “Caos Calmo” di Sandro Veronesi; c’è il padre in cerca di sopravvivenza per sé e per la figlia ne “L’uomo verticale” di Davide Longo; c’è perfino il padre infedele di Antonio Scurati. Oggi è soprattutto Marco Franzoso a confrontarsi con questa figura nuova del padre materno, almeno nelle sue varianti più estreme. Dopo il successo del “Bambino indaco” (e in attesa della sua versione cinematografica diretta da Saverio Costanzo), non può lasciare indifferenti “Gli invincibili” (Einaudi), un romanzo scritto per sottrazione stilistica e ad alto tasso emotivo. È la storia di un uomo che si ritrova a crescere da solo un bimbo di pochi mesi: perderà il lavoro e faticherà tra malanni di stagione, una peritonite acuta non diagnostica e colloqui con una psicologa infantile. Ma godrà anche di alcune inaspettate gioie, come la tenerezza e la calma e la complicità che porta con sé la cura di un bambino. O, come dice Simona Argentieri, di quella famosa ”sensualità primitiva” e di quei “livelli simbiotici arcaici senza conflitto” che non si registrano altrove.

La fusione tra padre e figlio è totale: della vita dell’uomo, al di fuori del bambino, non rimane quasi nulla, a parte una fugacissima relazione con una donna conosciuta al supermercato – luogo di incontro per eccellenza dei nuovi padri materni. “Per un figlio è un triste e malsano privilegio dover costituire l’intero senso della vita di un genitore, la realizzazione della sua identità, la risorsa affettiva, il surrogato di altri piaceri negati”, scrive ancora Simona Argentieri. Non la pensa in modo tanto diverso Mauro Covacich che, nel suo ultimo libro, “La sposa” (Bompiani), prende di mira questa nuova generazione di genitori “critpo-narcisisti”, genitori che si sentono generosi ed eroici solo per aver avuto il coraggio di riprodursi. “Tu che con tanta ponderazione hai scelto di fare il padre non hai niente di cui andare fiero. Non ti sei realizzato. La natura si è realizzata”, scrive Covacich.

Ma pensiamo a Geppetto. Geppetto oggi sarebbe un padre materno? Uno che, non avendo combinato nulla di buono, a un certo punto decide di realizzarsi costruendo quel figlio “tutto suo”, fatto con le sue mani? E che dire di Marlin, il padre del pesciolino in “Alla ricerca di Nemo”? Marlin, padre vedovo, disgraziatamente iperprotettivo e ansioso, fa più danno che altro. Marlin non è altro che un mammo. Agli antipodi c’è Stoick l’Immenso, il capo-villaggio vichingo di “Dragon Trainer” (DreamWorks, 2010 e 2014), un papà, bisogna dire, che ha il suo bel daffare con il figlio. A differenza di Marlin, Stoick è stato abbandonato dalla moglie e non fa niente per capire e apprezzare il talento del figlio. È un padre rude, “cattivo”, che entra continuamente in conflitto con un figlio a suo occhi deboluccio, perché si rifiuta di uccidere i draghi ma invece vuole addestrarli, ma è un padre. Di quelli che insegnano instancabilmente “il verbo e la legge”. Di quelli che saranno una rarità fra qualche decennio.

“Essere padri dovrebbe significare anche non ritirarsi dalla competizione sociale e mi chiedo se il mio modo di essere padre non sia in realtà un elaborato sistema per continuare a essere figlio”. Lo scrive Cristiano de Majo, napoletano, classe ‘75, in “Guarigione” (Ponte alle Grazie, dal 23 ottobre in libreria). Dopo ottime prove nel campo della fiction, de Majo scrive oggi un racconto autobiografico ibrido in cui narra la sua esperienza di giovane padre di due gemelli e la malattia, rara e genetica, di uno dei due bambini.

In una Napoli in cui “solidi patrimoni familiari di commercianti e professionisti si erodono, ma qualcuno può ancora permettersi un passeggino Stokke”, una giovane coppia vive e fatica ogni giorno aspettando la guarigione, ipotizzata dai dottori, del gemello malato. Fare il padre non è facile per Cristiano, ma la paternità gli apre anche una specie di nascondiglio esistenziale una fuga dalla sua realtà, fatta di articoli da consegnare, pochi soldi, un mestiere, quello di scrittore, molto amato, ma economicamente poco soddisfacente.

“Quando sono diventato padre”, dice de Majo a “pagina99”, “mi è successa una cosa strana: ho smesso di scrivere. Volevo dedicarmi ai bambini. La cosa positiva è che poi mi è tornata. Il discorso del padre materno mi sembra un falso problema, dipende tutto da varianti economiche e culturali. Se i nuovi padri saranno in grado di essere anche autoritari, “paterni”? Credo di sì… è la domanda che mi fa tutti i giorni la mia compagna. È la domanda che in fondo mi faccio anche io”. E infatti  “Guarigione” è un libro che parla di tutto, e si interroga su tutto, e non dà nessuna risposta. È un racconto sottile e preciso, serissimo e commovente, digressivo e compatto, privo di autoindulgenze e di statistiche. Un racconto che trasuda una dote sempre più rara: l’onestà intellettuale.

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